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Calcio, Arte & Società

Libri: “Il calcio secondo Pasolini”. Intervista all’autore Valerio Curcio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Valerio Curcio, giornalista e autore del libro “Il calcio secondo Pasolini” edito da “Aliberti Compagnia Editoriale”. Un doppio appuntamento, oggi l’intervista e venerdì un estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio, per saperne di più del rapporto tra l’intellettuale Pasolini e il mondo del pallone.

Buona Visione

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Calcio, Arte & Società

“V’è nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Danilo Sandalo) – “V’è nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento”, con questa frase di Carmelo Bene, grande genio e drammaturgo del teatro italiano e mondiale, si potrebbe sintetizzare la carriera calcistica di un altro grande genio forse mai totalmente sbocciato del tutto: stiamo parlando del “Pibe de Bari” Antonio Cassano.

Lo scorso 13 ottobre Antonio Cassano, dopo essersi allenato per qualche giorno con la Virtus Entella, militante nel campionato di LegaPro, ha deciso definitivamente di annunciare il suo addio al calcio giocato e appendere purtroppo gli scarpini al chiodo.

Una vita da predestinato quella di Cassano fatta di tantissimi alti e bassi, dalla povertà assoluta alla ricchezza spropositata, dalla strada ai più grandi e illustri palcoscenici mondiali, sempre però basata sulle proprie forze e potenzialità, perché ad Antonio non è stato regalato mai nulla e non ve n’era neanche bisogno che ciò lo si facesse vista la sua grande genialità con il pallone tra i piedi.

Nato nella notte in cui l’Italia di Bearzot vinceva il suo terzo titolo mondiale nel 1982 in Spagna, Antonio è cresciuto a Bari Vecchia, un ambiente che lo ha forgiato e che ha sviluppato in lui quel grande senso di rivalsa e riscatto sociale. Un territorio, quello del Sud, in cui credere nel proprio talento è più difficile che altrove, ma è proprio in contesti come questi che l’ uomo può emergere e non è un caso se grandissimi campioni come Maradona, Ronaldo il Fenomeno, Adriano o Ronaldinho, derivino da condizioni sociali ai limiti dell’ umana comprensione  dove molto probabilmente, oltre al talento innato, la differenza l’ ha fatta proprio il contesto sociale nel quale sono nati e cresciuti ai quali ha permesso di mettere il cuore oltre al grande ostacolo che la vita stessa gli aveva messo dinnanzi fin dalla nascita.

Una carriera, quella di Cassano, che in molti dicono sia stata al di sotto delle aspettative e, forse, riconoscendone il grande genio c’è da assecondare questa tesi; però fermandosi a guardare un attimino la vita nel suo complesso, nella sua totale accezione, in ognuno di noi sorge quello status emotivo dell’ incompiutezza della stessa, che ogni esistenza può comportare, quel senso di vuoto percettibile ma inafferrabile, quel desiderio di volere qualcosa, di sapere in maniera innata di cosa si tratti, ma di non riuscire mai a formulare concretamente il concetto per poterlo esprimere. Ecco, la carriera di Antonio Cassano da Bari Vecchia potrebbe essere benissimo riassunta e paragonata al senso di incompiutezza della vita. Un grande artista del calcio che non poteva essere ricondotto in schemi e cliché che questo mondo oggi prevede; eppure, nonostante le sue bravate, è riuscito ad arrivare più volte all’apice per poi precipitare e tornare nuovamente a volare, leggero, autoironico, autocritico e con una sagacia dettata soprattutto da quella “beata ignoranza” e genuinità che lo ha sempre contraddistinto. Perché, citando ancora Carmelo Bene, “qualunque stupidità è preferibile a qualsiasi intelligenza, a meno che non si tratti di una super intelligenza, ma se è super intelligente è totalmente stupida, cretina, aerea, graziata … viva Dio”, quindi in cordiale sintonia con la divinità.

In Cassano tutto questo lo abbiamo potuto senza dubbio ammirare e poco importa di quanto sia stato detto da tanti falsi moralisti sul suo conto, quello che più conta è aver regalato gioia e colore in mezzo a tanto grigiore in questi 20 anni di carriera, che sia stato per una “cassanata” o per un gesto tecnico sopraffino non interessa più di tanto, purché sia riuscito a donarci un sorriso rendendo più armoniose e gioiose le nostre giornate.

Grazie per averci fatto divertire con la tua semplicità e magia, di averci fatto capire quanto la vita possa essere bella se vissuta con spontaneità e leggerezza, ma soprattutto grazie per averci dato la speranza di credere nei sogni che, dopotutto, sono il vero e unico motore portante della nostra vita nonostante la sua (in)comprensibile incompiutezza.

Grazie Antonio Cassano!

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“Calcio e Arte contro il tempo”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Fabio Spagnesi) – Parafrasando Pier Paolo Pasolini: il calcio è l’ultima rappresentazione della tragedia dell’uomo, della sua impermanenza, della sua fragilità, del suo lottare contro un destino già scritto e segnato da fine certa: la morte e la sconfitta.

L’arte è un’eredità, una testimonianza lasciata ai posteri, un sapere artigiano che buca il tempo che allontana quell’idea di fine, quel senso di vuoto che la vita ci fa affrontare.

Siamo nudi di fronte al tempo.

Il rito del calcio tenta di fregarlo, di aggirarlo, di fermarlo, l’arte lo amplifica, lo impreziosisce.

Molti artisti, molte correnti artistiche, hanno dipinto e scolpito il calcio: Carrà, Boccioni, i Cubisti, i Futuristi, ma i più belli per mia modesta opinione sono i dipinti di Renato Guttuso realizzati alla metà degli anni ‘60 intitolati “I Calciatori “ e  “Il Calciatore”.

Le scene sono metafisiche, i calciatori galleggiano nello spazio pittorico (anticipando le immagini di Holly e Benji il famoso cartone degli anni ‘80) i muscoli tesi, nervosi, volti alla battaglia. Volti che non si vedono, ogni calciatore fa parte della squadra, è un singolo parte di un tutto più grande, più alto. Insieme i calciatori combattono contro il tempo, contro tutto quello che ci fa paura e ci sconfigge ogni giorno.

Guttuso era iscritto al PCI, un artista comunista impegnato e dichiarato, volto a quell’ideale di aiuto, di solidarietà verso i più deboli, gli sconfitti. In questi quadri i calciatori non hanno i volti, quei volti siamo ognuno di noi che cerchiamo di lottare ogni giorno per un futuro migliore.

Il calcio è la metafora perfetta della vita, un rito che si rinnova sempre uguale e diverso, in un campetto terroso di provincia o dentro ad un grande stadio, dove l’arte si culla nella sua immortalità. I calciatori di Guttuso saranno sempre lì immobili e senza volto a guardare le nuove generazioni che cominciano una nuova partita.

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Pasolini giornalista sportivo: quando lo spettacolo è sugli spalti

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Pubblichiamo, come preannunciato (vedi video-intervista con l’autore qui), un estratto del libro “Il calcio secondo Pasolini” di Valerio Curcio, edito per Aliberti Compagnia Editoriale. Il testo, tratto dal capitolo in cui si descrive l’attività di Pasolini come giornalista sportivo, racconta di quando, nel 1957, fu inviato da “l’Unità” a seguire un derby romano vinto 3-0 dalla Roma. Ringraziamo l’autore Valerio Curcio e la Aliberti Compagnia Editoriale per averci dato la possibilità di pubblicare questo estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Buona lettura.

Federico Baranello

 

Pasolini si cimentò in una varietà incredibile di forme, generi e linguaggi culturali. Non a caso Tullio De Mauro lo definì «il primo artista di grande livello internazionale che possa definirsi multimediale»[1]. La sua naturale vocazione a praticare e sperimentare nuove forme espressive lo portò a confrontarsi anche con un genere che, considerati il suo impegno giornalistico e la sua passione per lo sport, non poteva non attirarlo.

Nel corso della sua vita, infatti, ebbe più volte modo di commentare avvenimenti sportivi sui giornali o in televisione, attraverso interviste o rubriche curate personalmente. Furono però solo due le occasioni in cui intervenne da vero e proprio cronista, raccontando ai lettori l’evento sportivo a cui aveva assistito. Lo fece durante le Olimpiadi romane del 1960, con quattro famosi contributi pubblicati sulle pagine di «Vie Nuove» e tre anni prima, nel 1957, quando scrisse dalle pagine de «l’Unità» un singolare reportage dallo stadio Olimpico di Roma.

La prima occasione fu il derby Roma-Lazio del 27 ottobre 1957, vinto dalla Roma per 3-0. Pasolini si recò allo stadio assieme a Sergio Citti, amico e consulente di romanità per le sue opere. Il quotidiano aveva annunciato che la partita sarebbe stata seguita da cronisti d’eccezione di sponda laziale e romanista, tra cui Alberto Sordi. Diversamente da “Albertone”, tifoso giallorosso dai tempi di Campo Testaccio, Pasolini partecipò da osservatore più o meno imparziale e l’esito della partita non lo interessò granché: nonostante l’exploit dell’attacco giallorosso nel secondo tempo, per lui la sfida fu noiosa e nell’articolo la prestazione delle due squadre venne liquidata nel giro di qualche riga. D’altronde, se «l’Unità» aveva voluto affidare il racconto di quel derby a dei cronisti speciali è perché si aspettava una narrazione altrettanto fuori dal comune. Pasolini non deluse: più che dalla partita giocata, i suoi occhi furono attratti dai volti, dai colori, dalle frasi rubate ai tifosi. Proletari e borghesi, appassionati e disincantati, autoctoni e immigrati vengono passati in rassegna in un articolo che è un piccolo saggio socio-antropologico sui tifosi di calcio degli anni Cinquanta.

Nell’articolo, Pasolini descrive un tipo di tifoso da lui mal sopportato, che definisce di tipo “napoletano”, presente però in tutta Italia. È un tifoso totalmente irrazionale e talmente ammaliato dalla propria squadra del cuore, che non ascolta nessuno e nega anche i fatti più evidenti: «È illuminato, beato lui, da una specie di grazia. A nulla valgono i ragionamenti, e tanto meno le dimostrazioni e le esperienze di ogni domenica di fronte al gioco reale. Egli ha una porzione di cervello (la principale) staccata dal resto, e capace, sotto quell’illuminazione carismatica, di un solo, fisso, immutabile pensiero». La disconnessione dal mondo reale e dall’opinione altrui, l’inamovibilità e il suo essere “macchietta” lo portano all’umiliazione: «Io ho pena di quando vedo i tifosi, appunto, in maschera, con ciucciarelli, ecc».[2]

È contento di constatare la rarità di questo tipo di tifoso a Roma, almeno per ciò che riguarda le classi popolari: «Roma è veramente una grande città: l’identificazione del tifoso con la squadra non sublima sentimenti ristretti, provinciali e municipali. E poi nel romano c’è sempre quella dose di scetticismo e di distacco che lo preserva sempre dal ridicolo. Nella propria squadra egli non esalta glorie cittadine, meriti sportivi, e altre cose noiose di questo genere: egli esalta la propria “dritteria”. […] Ciò che fa più soffrire e gioire il romano alla sconfitta e alla vittoria della sua squadra è l’idea dei discorsi che dovrà fare al bar o dal barbiere. Certo! Un “dritto” può forse perdere? E se vince, può forse non dare dell’ironia – magnanima – sui vinti?». Tutto ciò, però, vale solo per i tifosi proletari, perché nel tifoso borghese «riaffiora la provincia». I sostenitori che più apprezza Pasolini sono però gli immigrati, gli ex contadini che vivono nelle baracche ai margini della metropoli, nelle nuove periferie: «Il loro amore per la Roma strappa le lacrime. L’amano disperatamente, e gridano poco: ingoiano dolori e macinano gioie in silenzio. E non dimenticano facilmente».[3]

L’articolo si conclude con il racconto dell’uscita dallo stadio, con l’entrata in scena del “Mozzone”, appellativo con cui era conosciuto Sergio Citti a Torpignattara, che prima della partita aveva chiamato Pasolini avvisarlo: «A Pa’, nun t’azzardà a dì male della Roma, eh!». Fuori dall’Olimpico, poi, dà lo spunto per il titolo: «Scrivi nell’articolo che er morto ancora puzzava, come semo usciti dallo stadio. E puzzerà tutta la settimana!». L’enigma è sciolto dalla fotografia che accompagna il pezzo: un gruppo di romanisti porta in corteo funebre una bara con scritto: «Qui giace la Lazio».[4]

Pasolini fu un frequentatore piuttosto assiduo dell’Olimpico. Gli piaceva vedere il calcio, osservare le persone che tifano, gioiscono e si disperano. «Non c’è nulla che assomiglia a uno stadio pieno di gente: anche i grandi pubblici del cinema, frazionati in mille sale e salette, non sono nulla in confronto a quella massa viva, ruggente, e infine, struggente, di spettatori», scrisse nel 1969.[5] Non andava in tribuna stampa, ma preferiva farsi portare da Citti in mezzo ai tifosi della Roma. Il suo interesse antropologico verso le masse popolari che popolavano gli stadi era affiancato da quello linguistico. Spesso si portava dietro l’immancabile blocchetto degli appunti, dove annotava espressioni o imprecazioni sentite sugli spalti.

Quella di rivolgersi più verso le tribune che verso il campo di gioco è un’abitudine che ritorna: lo fece anche assistendo a una partita di calcio ad Asmara nel 1973, quando si recò in Eritrea per girare Il fiore delle mille e una notte. Nonostante fosse una partita del massimo campionato nazionale, il livello lasciava ampiamente a desiderare: «Ma lo spettacolo – per chi, come me, fosse innamorato di tutti gli eritrei – era il pubblico: un pubblico gentile, ordinato, non privo di umorismo, con qualche scoppio però di violenza letteralmente selvaggia, alle porte d’ingresso, da parte di gruppi di ragazzetti, bastonati con altrettanta selvaggia violenza dai poliziotti».[6]

Lo stesso Sergio Citti, una decina d’anni dopo la morte di Pasolini, tornò allo stadio Olimpico per un Roma-Sampdoria: lo fece con una cinepresa in mano e anche lui rivolse il suo sguardo più agli spalti che al campo. Ne uscì il cortometraggio La partita.[7] Le riprese cominciano da fuori lo stadio, mostrando la massa di tifosi trepidanti che si avvicinano all’impianto, per poi essere fermati dalla polizia per i controlli ai tornelli. Citti fa grande uso del primo piano, scovando volti, espressioni e movimenti di singole persone. La cinepresa segue quindi il naturale flusso dei tifosi verso lo stadio, per poi gettarsi nell’ovale degli spalti e concentrarsi sui tifosi della Roma: da quelli in curva, che si sbracciano e battono i tamburi, a quelli in tribuna, più composti e attenti alla partita. La parte finale del cortometraggio è una rassegna di volti romanisti: si susseguono muti primi piani di persone intente a guardare la partita. Per Citti, come per Pasolini, la partita è una sorta di “osservatorio” privilegiato attraverso il quale scrutare e studiare il genere umano rappresentato dalla fattispecie del tifoso di calcio.

[1]Tullio De Mauro, Pasolini critico dei linguaggi, in L’Italia delle Italie, Editori Riuniti, Roma, 1987, p. 154-155

[2]Pier Paolo Pasolini, «Er morto puzzerà tutta la settimana!», L’Unità, 28 ottobre 1957.

[3]Ibidem.

[4]Ibidem.

[5]Pier Paolo Pasolini, Salvadore e la pace alla TV, Il Caos, in «Tempo», 4 gennaio 1969.

[6] Pier Paolo Pasolini, Le regole di un’illusione, Fondo Pasolini, Roma, 1991, p. 289-90. Citato in Valerio Piccioni, Quando giocava Pasolini., p.11.

[7]Sergio Citti, La partita, film-documentario.

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