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La Penna degli Altri

Il “cameriere” di Wembley…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Molti tifosi di calcio (basta guardare gli ascolti televisivi) oggi snobbano la Nazionale. Che lo facciano i tifosi, oramai televisivamente bombardati di calcio per 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana ci sta. Ma che quella maglia azzurra abbia perso gran parte del suo reale significato anche tra i giocatori, no. Una volta, indossare la maglia della Nazionale significava realizzare un sogno, ma era anche un riscatto sociale e una rivalsa verso chi, all’estero, ci considerava solo dei mafiosi o dei fanulloni, degli emigrati che potevano essere utilizzati solo come manovalanza a basso costo da spedire nelle miniere di carbone in Germania, in Belgio e in Galles, oppure per fare i lavori più umili nelle cucine dei ristoranti o, al massimo, per fare i camerieri. E alcuni di quei giocatori che indossavano la maglia della Nazionale negli anni Sessanta/Settanta, erano figli di emigrati o a loro volta erano stati degli emigrati. Primo fra tutti, Giorgio Chinaglia.

Anche se è nato come succede solo nelle favole, il rapporto di Giorgio Chinaglia con la maglia azzurra è stato un rapporto difficile, tormentato, durato appena tre anni e finito come nel peggiore degli incubi. Ma è stato caratterizzato da un’impresa entrata nella storia del calcio italiano, da una notte degna di un racconto fiabesco e da un’impresa che solo a ricordarla mette i brividi. Teatro di quella favola, lo stadio di Wembley, il tempio del calcio mondiale.

Emigrato in Galles da bambino con tutta la famiglia, come decine e decine di migliaia di italiani che dopo la Guerra lasciavano il paese in cerca di lavoro e di fortuna, Giorgio ha vissuto storie tipiche di quegli anni e vissute da migliaia di “paisà”. Sì,perché quello era il nomignolo dato agli italiani che sbarcavano negli Stati Uniti, in Germania o nel Regno Unito, il nomignolo usato in senso dispregiativo affibbiato a gente costretta a fare lavori a volte umilianti proprio perché era di origine italiana. Come ho scritto prima, uomini che morivano nei pozzi delle miniere di carbone, donne che facevano le pulizie, ma anche bambini usati come sguatteri. Giorgio compreso…

“La mia non è stata un’infanzia facile. A Cardiff pioveva sempre e io odiavo la pioggia, perché inzuppava quella suola di cartone che mettevo nelle scarpe per coprire i buchi che si aprivano in quella di cuoio correndo per inseguire un pallone. C’erano pochi soldi a casa, quindi mi dovevo arrangiare. A Cardiff mi allenavo dopo pranzo, nel pomeriggio facevo le pulizie allo stadio e pulivo anche le scarpe dei giocatori della prima squadra, inchinandomi a raccogliere qualche moneta di mancia che mi lanciavano sul pavimento sporco dello spogliatoio, perché ero italiano. E proprio perché italiano, anche se ero grosso e mi hanno subito dirottato verso il rugby, alla fine ho scelto il calcio. Perché tirar frustrate a quel pallone rotondo mi creava un dolce turbamento, specie quando il pallone finiva in fondo alla rete. E ogni gol era una sorta di rivincita contro il destino che mi aveva fatto finire lì”.

In Galles Giorgio ha giocato con la maglia del Cardiff City e poi in Serie B inglese con quella dello Swansea, ma dopo appena 5 presenze e un gol segnato, all’età di 19 anni  il presidente dello Swansea, Glen Davies,  lo boccia e gli regala il cartellino, dicendo a Mario Chinaglia: “Suo figlio non è portato per giocare a calcio e non diventerà mai un professionista”.

A quel punto, Giorgio ha due sole possibilità: smettere di giocare e dedicarsi al ristorante aperto dal padre in Galles con i soldi guadagnati lavorando in miniera, oppure fare l’emigrante al contrario e tornare in Italia per provare a sfondare. Sceglie la strada del ritorno a casa e trova un ingaggio nella squadra rivale della città in cui è nato: lui è di Carrara, la terra del marmo, ma va a giocare nella Massese in Serie C per circa 250.000 lire al mese. Da allora, la scalata è rapida. Prima Napoli e subito dopo Lazio, portato a Roma da Juan Carlos Lorenzo. Esordio in Serie A nel 1969 e 12 gol segnati nella prima stagione laziale. Nel 1972, grazie a Tommaso Maestrelli che lo trasforma in un attaccante moderno, da capocannoniere di Serie B Giorgio fa l’esordio in Nazionale e l’inizio della storia sembra la trama di una fiaba. A Sofia, il 21 giugno del 1972, alla fine del primo tempo chiuso con l’Italia sotto per 1-0, Valcareggi decide di buttare Giorgio nella mischia al posto di Anastasi. E lui fa subito il Chinaglia. Passano appena 5 minuti e Long John segna il gol del pareggio. Prima di lui, solo una volta un giocatore di Serie B ha indossato la maglia azzurra ma nessuno, arrivando dal campionato cadetto, ha segnato all’esordio. E Chinaglia fa molto di più, perché dopo il gol alla Bulgaria si ripete il 20 settembre all’Olimpico contro la Jugoslavia e il 7 ottobre contro il Lussemburgo. Era dai tempi di Silvio Piola che un giocatore della Lazio non segnava un gol con la maglia azzurra, Chinaglia da esordiente ne segna tre nelle prime tre partite, impresa mai riuscita a nessuno in passato. Ma il vero appuntamento con la storia è quello del 14 novembre del 1973.

A giugno del 1973, in occasione dei festeggiamenti per i 75 anni della Federcalcio, l’Italia ha affrontato e battuto nel giro di appena tre giorni il Brasile Campione del Mondo all’Olimpico e l’Inghilterra a Torino: sempre per 2-0, con Giorgio relegato a indossare i panni del comprimario. Il 14 novembre l’Italia è attesa a Wembley dagli inglesi per la rivincita. E l’attesa per quella partita è enorme. Zoff non subisce gol da nove partite e l’atmosfera è incandescente, perché dopo i fatti di Lazio-Ipswich, gli incidenti in campo e la rissa tra giocatori che ha portato alla squalifica della Lazio da tutte le competizioni europee, i giornali inglesi alla vigilia della partita ci massacrano. Ci danno degli animali e, commentando la presenza sugli spalti di Wembley di migliaia di tifosi italiani e di Chinaglia in campo, alcuni tabloid titolano così per presentare quella sfida: “30.000 camerieri a tifare Italia”.

Giorgio, che emigrante lo è stato sul serio e non ha dimenticato certe umiliazioni subite, con quella maglia azzurra e il 9 cucito sulle spalle gioca la partita della vita. Per lui, per Tommaso e, soprattutto, per quelle migliaia di italiani sugli spalti, quei “paisà” che quando urlano a squarciagola “Italia, Italia” vengono sommersi dai fischi e dagli ululati degli inglesi. Long John si batte come un leone, lotta su ogni pallone, corre, sbuffa e si mette al servizio della squadra come mai ha fatto in vita sua. Vuole fare gol, ma soprattutto vuole vincere, perché in 75 anni di storia l’Italia non è mai riuscita a battere gli inglesi in Inghilterra. Nonostante l’impegno di Giorgio, la partita sembra destinata a finire sullo 0-0, quando accade l’impensabile, quel tocco di magia che cambia il finale alla storia trasformandola appunto in una favola.

Mancano tre minuti al fischio finale, gli azzurri sono arroccati a difesa della porta con Zoff che para tutto, ma Chinaglia ha ancora la forza per un’ultima carica: incassa la testa tra le spalle, si ingobbisce (come dicevano i tifosi laziali all’epoca…), punta Hughes, lo supera e invece che al centro come fa sempre va sulla destra e da posizione quasi impossibile lascia partite un destro potentissimo che Shilton riesce solo a respingere, ma proprio sui piedi di Fabio Capello che, da pochi metri, mette dentro di piatto destro. Giorgio, pazzo di gioia, corre verso la panchina con le braccia allargate. Invece che andare ad abbracciare Capello, i compagni corrono tutti verso Long John: un mucchio selvaggio vicino alla panchina. A tempo quasi scaduto, Giorgio riceve palla al limite della nostra area, salta un avversario, supera con un pallonetto Hughes ed è avviato solo verso Shilton con metà campo libera davanti, ma l’arbitro portoghese Maques Lobo fischia la fine. In altre occasioni Giorgio sarebbe corso come una furia verso il direttore di gara che gli aveva negato un gol praticamente fatto, invece corre verso la panchina. Lo abbracciano tutti, anche un invasore solitario, seguito a ruota da altre decine di italiani che entrano sul terreno finalmente violato di Wembley per festeggiare un successo storico, sventolando bandiere tricolori e portando in trionfo il “paisà” che ha consentito alla nazionale azzurra di sbancare Wembley e di umiliare gli odiati inglesi, regalando a tutti gli emigrati italiani giorni e settimane di gloria, di rivincita.

In questo filmato, c’è la sintesi dell’incontro e gli ultimi minuti di quell’incredibile partita. Mettete il volume al massimo, ascoltate la voce dei telecronisti e, soprattutto in sottofondo quel grido “Italia, Italia” coperto da fischi e da ululati. E, soprattutto, guardate Giorgio, il ”cameriere” che serve a Capello il pallone della storica vittoria…

https://www.youtube.com/watch?v=I19AbYY75YI

Giorgio, al rientro in Italia viene accolto come un eroe, rubando la scena anche a Capello che ha segnato il gol che ha fatto la storia. E all’aeroporto viene portato in trionfo. Anni dopo, in un’intervista, rivedendo quella foto che ho usato per questo articolo, quasi con le lacrime agli occhi Giorgio mi confessa: “Quella vittoria a Wembley mi ha regalato una delle più grandi gioie della mia vita. Sicuramente la più bella soddisfazione che mi sono tolto con la maglia azzurra e brividi che non mi ha regalato neanche il primo gol in Nazionale”.

Nata come una favola, la storia di Chinaglia con la Nazionale si chiude come nel peggiore degli incubi allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera, con quel gestaccio a Valcareggi che lo sostituisce al 69’ della sfida con Haiti, con l’Italia in vantaggio per 2-1. È il 15 giugno del 1974, appena 7 mesi e un giorno dopo l’impresa di Wembley. E il rapporto tra Chinaglia e la Nazionale si chiude in pratica lì, nel peggiore dei modi. Ma, a modo suo, Long John è entrato comunque nella storia…

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La storia dello Stadio “Castellani” – Seconda Parte

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PIANETAEMPOLI.IT (Fabrizio Fioravanti) – […] Alla fine del 1954 il Comune di Empoli pensò di costruire una Palestra vicina allo Stadio. Il CONI, che fu interpellato per un parere, consigliò al Comune di scartare l’idea perché una Palestra in quella zona si sarebbe rivelata insufficiente per soddisfare le esigenze della popolazione e suggerì di provvedere anzi alla costruzione di altri impianti sportivi, ciò anche per l’importanza che la città di Empoli veniva ad assumere. E non aveva torto il CONI perché Empoli conosceva in quegli anni una spinta economica importante, specie grazie ai settori del vetro e delle confezioni, accompagnata pure da un forte incremento demografico: dai 29.368 abitanti del 1951 si era arrivati, alla fine del 1954, a 31.179 che diventeranno 33.037 alla fine del 1957 e addirittura 40.344 alla fine del 1964, un anno prima che la nuova Zona Sportiva fosse inaugurata.

[…] Negli ultimi mesi del 1954 fu perciò incaricato l’Arch. Mario Gambassi, tecnico specializzato in impianti sportivi, di proporre una zona a ciò idonea e di redigere i progetti degli impianti stessi.

L’Arch. Gambassi presentò tre soluzioni:

1) zona attorno allo Stadio esistente in via Puccini, zona però ormai compromessa dallo sviluppo edilizio e da Viale Petrarca;

2) zona a nord del torrente Orme, dove fa un’ansa avvicinandosi al centro urbano;

3) zona a sud ovest della città, oltre il Rio di Bonistallo, a nord della Ferrovia Firenze-Pisa.

La Giunta (delibera n.84 del 20.01.1955) e poi il Consiglio Comunale (delibera n.4 del 18.02.1955) scelsero la seconda soluzione. […]

Ma che cosa prevedeva la proposta dell’arch. Gambassi in materia di impiantistica sportiva? Si può leggere la risposta nella delibera del Consiglio Comunale sopra citata e che riportiamo di seguito.

  • Una palestra, comprendente anche la casa per il custode.
  • Campi da tennis e di pallavolo.
  • Una piscina scoperta, e servizi annessi.
  • Costruzione di un campo di calcio e della pista di atletica.
  • Costruzione di un campo di allenamento da affiancare a quello delle gare tanto che l’Architetto scrive…“per mantenere un campo in efficienza occorre lasciarlo riposare per intere giornate dopo l’uso, in quanto il continuo calpestio impedisce la crescita del prato provocando un alternarsi di radure e ciuffi d’erba che rendono il campo pericoloso e inadatto al gioco”. Sarà quello che si chiamerà “Sussidiario” e che ancora oggi porta quel nome.
  • Costruzione delle tribune est ed ovest.
  • Costruzione degli spogliatoi.
  • Costruzione di un campo di allenamento, muri di cinta e sistemazione con rete metallica.
  • Recinzione esterna palestra e piscina.

La spesa prevista era enorme per quell’epoca: 238.456.000 milioni di lire

 […] Il progetto per la costruzione di una nuova Zona Sportiva sarà approvato nel 1957 dal Ministero dei Lavori Pubblici e da quel momento l’Amministrazione Comunale inizierà le trattative per l’acquisizione (in via amichevole e con espropri) dei terreni necessari.

La realizzazione  delle opere previste ha conosciuto negli anni seguenti varie fasi, vari interventi e modifiche, anche per la lievitazione dei costi delle opere che si andavano facendo. […]

Quello che si può dire è che abbiamo trovato documenti che lasciano supporre l’inizio dei lavori  già nel luglio del 1959 e che già nel 1960 fosse iniziato lo smantellamento del vecchio “Castellani”.

In primo luogo si dovette provvedere alla costruzione del ponte sull’Orme, necessario ad accedere all’area interessata dai lavori. […]

Intanto si lavorava anche alla costruzione della Palestra (oggi “PalAramini”) ed ai relativi servizi e locali annessi: opera che fu completata e resa disponibile nel giugno 1964.

Contemporaneamente si provvide alla costruzione del “Sussidiario”. Il campo fu dotato di una palazzina per gli spogliatoi (ancora in piedi) e che svolgerà questa funzione per oltre 30 anni, fino all’inizio della  Stagione, 1997/98, quando l’Empoli tornò in Serie A per la seconda volta nella sua storia e spostò gli spogliatoi nel sotto Tribuna Coperta.

Lungo il lato del terreno di gioco, dalla parte opposta degli spogliatoi, era stata costruita una gradinata in cemento che è rimasta in piedi, purtroppo molto fatiscente negli ultimi anni, fino al luglio 2016.

Dopo il “trasferimento” della prima squadra al “Castellani” il Sussidiario ha ospitato molte gare del Settore Giovanile dell’Empoli, soprattutto della “Primavera”, fino al 2006, quando verrà aperto il Centro Sportivo di Monteboro.

L’anno successivo fu costruita anche una tribuna in tubi innocenti che rimase per un po’ anche dopo il trasferimento della prima squadra al “Castellani”.

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Buon compleanno a Riccardo Ferri e Giuseppe Giannini, icone azzurre degli anni 80!

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“Soffia su cinquantacinque candeline il “Principe”, storica bandiera della Roma, mentre compie cinquantasei anni l’ex difensore dell’Inter”, in questo modo la F.I.G.C. ricorda due protagonisti di Italia ’90: Giuseppe Giannini e Riccardo Ferri.

Infatti la Federazione sul proprio sito ufficiale scrive a proposito di Giannini:

“… Classico regista davanti alla difesa, risulta spesso decisivo anche in zona gol come dimostrano le 11 reti realizzate nel campionato 1987-’88, che gli valgono il terzo posto nella classifica marcatori. Promosso presto capitano della formazione capitolina, in quindici anni di storia romanista colleziona 318 presenze e 49 reti complessive, contribuendo anche alla conquista di tre Coppe Italia e prendendo parte alla finale di Coppa Uefa ’90-’91, persa proprio contro l’Inter di Ferri. Punto fermo dell’Under 21 di Azeglio Vicini, nel 1986 si laurea vice-campione d’Europa complice la sconfitta nella finale di ritorno contro la Spagna. Nonostante la cocente sconfitta, però, Giannini si consola, come nel caso di Ferri, ricevendo la chiamata dello stesso Vicini, neo ct azzurro, nell’Italia dei grandi. Presente all’Europeo del 1988 nella Germania Ovest, terminato brillantemente con la semifinale persa contro l’URSS, ottiene la sua consacrazione in occasione dei Mondiali di Italia ’90, dove soltanto i calci di rigore contro l’Argentina impediscono all’Italia di giocarsi la finalissima nella sua Roma. Il 12 ottobre del 1991, giorno della gara di qualificazione ad Euro ’92 contro l’URSS, disputa la sua 47esima ed ultima presenza con la maglia della Nazionale, dopo aver messo a segno 6 reti complessive”.

Prosegue poi con Riccardo Ferri:

“…  A 18 anni, infatti, debutta in Serie A con la maglia nerazzurra, casacca con la quale in tredici stagioni conquista lo storico “Scudetto dei record” (1988-1989), una Supercoppa Italiana e due Coppe Uefa, quella del 1990-1991 e l’edizione ’93-’94. Dopo aver totalizzato con l’Inter 418 presenze e 8 reti, nel 1994 si trasferisce alla Sampdoria, dove al termine della seconda stagione dice addio al calcio giocato. Sin da subito nel giro delle Nazionali giovanili, nel 1986 sfiora la vittoria dell’Europeo Under 21, partecipando alla cavalcata degli Azzurrini di Azeglio Vicini conclusa con la finale persa contro la Spagna. Proprio Azeglio Vicini, lo promuove nella Nazionale dei grandi, con la quale prende parte agli Europei del 1988 e soprattutto ai Mondiali del 1990, che vedono gli Azzurri salire sul gradino più basso del podio. Dopo aver vestito per 45 volte la maglia della Nazionale, il 6 gennaio del 1992 disputa la sua ultima gara con l’Italia in occasione del terzo match dell’Usa Cup contro i padroni di casa degli Stati Uniti”.

Vai al sito della FIGC

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Leggende del calcio foggiano: Cosimo Nocera e la sua indimenticabile “Fajola”

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FOGGIAREPORTER.IT […] Vera leggenda del Foggia, Cosimo Nocera è entrato nel cuore di tutti, grandi e piccoli con la sua indimenticabile “Fajola”, quel poderoso tiro che lo caratterizzava.

Il 28 Novembre 2012, all’età di 74 anni, l’indimenticato e indimenticabile bomber degli anni 60′ del Foggia Calcio si è spento.

[…] Con 101 reti in 257 presenze è stato il più prolifico cannoniere del Foggia con il quale ha disputato l’intera carriera agonistica (dieci stagioni) vestendo la maglia rossonera tra il 1958 e il 1969, eccenzion fatta per una breve parentesi alla Massiminiana, club siciliano che milita oggi in prima categoria.

Indimenticabile per i tifosi foggiani la storica vittoria contro l’Inter di Helenio Herrera il 31 Gennaio 1965 nella quale Nocera realizzò una doppietta nel 3-2 finale.

[…] A Foggia invece, quando partiva la palla dai suoi piedi, il pubblico inneggiava a quella che in dialetto veniva indicata “fajòle”, cioè quasi ad un missile lanciato verso la porta avversaria”.

Nocera fu convocato anche in Nazionale nella gara amichevole Italia-Galles disputata a Firenze il 1º maggio 1965, segnando al 90′ il gol del 4-1 e resta a tutt’oggi l’unico giocatore del Foggia ad aver realizzato un gol con la maglia azzurra.

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