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La Penna degli Altri

Il “cameriere” di Wembley…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Molti tifosi di calcio (basta guardare gli ascolti televisivi) oggi snobbano la Nazionale. Che lo facciano i tifosi, oramai televisivamente bombardati di calcio per 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana ci sta. Ma che quella maglia azzurra abbia perso gran parte del suo reale significato anche tra i giocatori, no. Una volta, indossare la maglia della Nazionale significava realizzare un sogno, ma era anche un riscatto sociale e una rivalsa verso chi, all’estero, ci considerava solo dei mafiosi o dei fanulloni, degli emigrati che potevano essere utilizzati solo come manovalanza a basso costo da spedire nelle miniere di carbone in Germania, in Belgio e in Galles, oppure per fare i lavori più umili nelle cucine dei ristoranti o, al massimo, per fare i camerieri. E alcuni di quei giocatori che indossavano la maglia della Nazionale negli anni Sessanta/Settanta, erano figli di emigrati o a loro volta erano stati degli emigrati. Primo fra tutti, Giorgio Chinaglia.

Anche se è nato come succede solo nelle favole, il rapporto di Giorgio Chinaglia con la maglia azzurra è stato un rapporto difficile, tormentato, durato appena tre anni e finito come nel peggiore degli incubi. Ma è stato caratterizzato da un’impresa entrata nella storia del calcio italiano, da una notte degna di un racconto fiabesco e da un’impresa che solo a ricordarla mette i brividi. Teatro di quella favola, lo stadio di Wembley, il tempio del calcio mondiale.

Emigrato in Galles da bambino con tutta la famiglia, come decine e decine di migliaia di italiani che dopo la Guerra lasciavano il paese in cerca di lavoro e di fortuna, Giorgio ha vissuto storie tipiche di quegli anni e vissute da migliaia di “paisà”. Sì,perché quello era il nomignolo dato agli italiani che sbarcavano negli Stati Uniti, in Germania o nel Regno Unito, il nomignolo usato in senso dispregiativo affibbiato a gente costretta a fare lavori a volte umilianti proprio perché era di origine italiana. Come ho scritto prima, uomini che morivano nei pozzi delle miniere di carbone, donne che facevano le pulizie, ma anche bambini usati come sguatteri. Giorgio compreso…

“La mia non è stata un’infanzia facile. A Cardiff pioveva sempre e io odiavo la pioggia, perché inzuppava quella suola di cartone che mettevo nelle scarpe per coprire i buchi che si aprivano in quella di cuoio correndo per inseguire un pallone. C’erano pochi soldi a casa, quindi mi dovevo arrangiare. A Cardiff mi allenavo dopo pranzo, nel pomeriggio facevo le pulizie allo stadio e pulivo anche le scarpe dei giocatori della prima squadra, inchinandomi a raccogliere qualche moneta di mancia che mi lanciavano sul pavimento sporco dello spogliatoio, perché ero italiano. E proprio perché italiano, anche se ero grosso e mi hanno subito dirottato verso il rugby, alla fine ho scelto il calcio. Perché tirar frustrate a quel pallone rotondo mi creava un dolce turbamento, specie quando il pallone finiva in fondo alla rete. E ogni gol era una sorta di rivincita contro il destino che mi aveva fatto finire lì”.

In Galles Giorgio ha giocato con la maglia del Cardiff City e poi in Serie B inglese con quella dello Swansea, ma dopo appena 5 presenze e un gol segnato, all’età di 19 anni  il presidente dello Swansea, Glen Davies,  lo boccia e gli regala il cartellino, dicendo a Mario Chinaglia: “Suo figlio non è portato per giocare a calcio e non diventerà mai un professionista”.

A quel punto, Giorgio ha due sole possibilità: smettere di giocare e dedicarsi al ristorante aperto dal padre in Galles con i soldi guadagnati lavorando in miniera, oppure fare l’emigrante al contrario e tornare in Italia per provare a sfondare. Sceglie la strada del ritorno a casa e trova un ingaggio nella squadra rivale della città in cui è nato: lui è di Carrara, la terra del marmo, ma va a giocare nella Massese in Serie C per circa 250.000 lire al mese. Da allora, la scalata è rapida. Prima Napoli e subito dopo Lazio, portato a Roma da Juan Carlos Lorenzo. Esordio in Serie A nel 1969 e 12 gol segnati nella prima stagione laziale. Nel 1972, grazie a Tommaso Maestrelli che lo trasforma in un attaccante moderno, da capocannoniere di Serie B Giorgio fa l’esordio in Nazionale e l’inizio della storia sembra la trama di una fiaba. A Sofia, il 21 giugno del 1972, alla fine del primo tempo chiuso con l’Italia sotto per 1-0, Valcareggi decide di buttare Giorgio nella mischia al posto di Anastasi. E lui fa subito il Chinaglia. Passano appena 5 minuti e Long John segna il gol del pareggio. Prima di lui, solo una volta un giocatore di Serie B ha indossato la maglia azzurra ma nessuno, arrivando dal campionato cadetto, ha segnato all’esordio. E Chinaglia fa molto di più, perché dopo il gol alla Bulgaria si ripete il 20 settembre all’Olimpico contro la Jugoslavia e il 7 ottobre contro il Lussemburgo. Era dai tempi di Silvio Piola che un giocatore della Lazio non segnava un gol con la maglia azzurra, Chinaglia da esordiente ne segna tre nelle prime tre partite, impresa mai riuscita a nessuno in passato. Ma il vero appuntamento con la storia è quello del 14 novembre del 1973.

A giugno del 1973, in occasione dei festeggiamenti per i 75 anni della Federcalcio, l’Italia ha affrontato e battuto nel giro di appena tre giorni il Brasile Campione del Mondo all’Olimpico e l’Inghilterra a Torino: sempre per 2-0, con Giorgio relegato a indossare i panni del comprimario. Il 14 novembre l’Italia è attesa a Wembley dagli inglesi per la rivincita. E l’attesa per quella partita è enorme. Zoff non subisce gol da nove partite e l’atmosfera è incandescente, perché dopo i fatti di Lazio-Ipswich, gli incidenti in campo e la rissa tra giocatori che ha portato alla squalifica della Lazio da tutte le competizioni europee, i giornali inglesi alla vigilia della partita ci massacrano. Ci danno degli animali e, commentando la presenza sugli spalti di Wembley di migliaia di tifosi italiani e di Chinaglia in campo, alcuni tabloid titolano così per presentare quella sfida: “30.000 camerieri a tifare Italia”.

Giorgio, che emigrante lo è stato sul serio e non ha dimenticato certe umiliazioni subite, con quella maglia azzurra e il 9 cucito sulle spalle gioca la partita della vita. Per lui, per Tommaso e, soprattutto, per quelle migliaia di italiani sugli spalti, quei “paisà” che quando urlano a squarciagola “Italia, Italia” vengono sommersi dai fischi e dagli ululati degli inglesi. Long John si batte come un leone, lotta su ogni pallone, corre, sbuffa e si mette al servizio della squadra come mai ha fatto in vita sua. Vuole fare gol, ma soprattutto vuole vincere, perché in 75 anni di storia l’Italia non è mai riuscita a battere gli inglesi in Inghilterra. Nonostante l’impegno di Giorgio, la partita sembra destinata a finire sullo 0-0, quando accade l’impensabile, quel tocco di magia che cambia il finale alla storia trasformandola appunto in una favola.

Mancano tre minuti al fischio finale, gli azzurri sono arroccati a difesa della porta con Zoff che para tutto, ma Chinaglia ha ancora la forza per un’ultima carica: incassa la testa tra le spalle, si ingobbisce (come dicevano i tifosi laziali all’epoca…), punta Hughes, lo supera e invece che al centro come fa sempre va sulla destra e da posizione quasi impossibile lascia partite un destro potentissimo che Shilton riesce solo a respingere, ma proprio sui piedi di Fabio Capello che, da pochi metri, mette dentro di piatto destro. Giorgio, pazzo di gioia, corre verso la panchina con le braccia allargate. Invece che andare ad abbracciare Capello, i compagni corrono tutti verso Long John: un mucchio selvaggio vicino alla panchina. A tempo quasi scaduto, Giorgio riceve palla al limite della nostra area, salta un avversario, supera con un pallonetto Hughes ed è avviato solo verso Shilton con metà campo libera davanti, ma l’arbitro portoghese Maques Lobo fischia la fine. In altre occasioni Giorgio sarebbe corso come una furia verso il direttore di gara che gli aveva negato un gol praticamente fatto, invece corre verso la panchina. Lo abbracciano tutti, anche un invasore solitario, seguito a ruota da altre decine di italiani che entrano sul terreno finalmente violato di Wembley per festeggiare un successo storico, sventolando bandiere tricolori e portando in trionfo il “paisà” che ha consentito alla nazionale azzurra di sbancare Wembley e di umiliare gli odiati inglesi, regalando a tutti gli emigrati italiani giorni e settimane di gloria, di rivincita.

In questo filmato, c’è la sintesi dell’incontro e gli ultimi minuti di quell’incredibile partita. Mettete il volume al massimo, ascoltate la voce dei telecronisti e, soprattutto in sottofondo quel grido “Italia, Italia” coperto da fischi e da ululati. E, soprattutto, guardate Giorgio, il ”cameriere” che serve a Capello il pallone della storica vittoria…

https://www.youtube.com/watch?v=I19AbYY75YI

Giorgio, al rientro in Italia viene accolto come un eroe, rubando la scena anche a Capello che ha segnato il gol che ha fatto la storia. E all’aeroporto viene portato in trionfo. Anni dopo, in un’intervista, rivedendo quella foto che ho usato per questo articolo, quasi con le lacrime agli occhi Giorgio mi confessa: “Quella vittoria a Wembley mi ha regalato una delle più grandi gioie della mia vita. Sicuramente la più bella soddisfazione che mi sono tolto con la maglia azzurra e brividi che non mi ha regalato neanche il primo gol in Nazionale”.

Nata come una favola, la storia di Chinaglia con la Nazionale si chiude come nel peggiore degli incubi allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera, con quel gestaccio a Valcareggi che lo sostituisce al 69’ della sfida con Haiti, con l’Italia in vantaggio per 2-1. È il 15 giugno del 1974, appena 7 mesi e un giorno dopo l’impresa di Wembley. E il rapporto tra Chinaglia e la Nazionale si chiude in pratica lì, nel peggiore dei modi. Ma, a modo suo, Long John è entrato comunque nella storia…

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E’ il “Gronchi rosa” delle figurine Panini: un pensionato alessandrino l’ha trovata in soffitta

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REPUBBLICA.IT – Torino – Il “Gronchi rosa” delle Figurine Panini, la rarissima immagine di Egidio Salvi (calciatore del Brescia nella stagione di serie A 1965-66) diffusa dalla Panini per il suo album dei calciatori in poche copie perché “non doveva essere stampata”, è tornata alla luce in un solaio di Serravalle Scrivia nell’Alessandrino in Piemonte. L’ha trovata, come scrive La Stampa, il pensionato Giuseppe Grosso mentre riordinava alcuni album appartenuti a lui e a suo fratello. “Ho trovato in solaio una serie di figurine di quegli anni e in cima al blocchetto c’era proprio la figurina impossibile da attaccare”, spiega Grosso, nato a Novi ma serravallese di adozione. Ben più rara di Pier Luigi Pizzaballa, ritenuta introvabile alla stregua di quella che ritrae Faustino Goffi (edizione ’67), la figurina di Egidio Salvi è unica perché la Panini ne stampò pochissimi esemplari. Alla casa editrice modenese, infatti, si accorsero di aver fatto un errore: nell’album non c’era spazio per attaccare la figurina perché Salvi nel Brescia compariva nelle riserve, cioè in quella rosa di calciatori per i quali non era prevista la fotografia.

Quando la Panini se ne accorse smise di stamparla, ma alcune bustine erano già state messe in circolazione. Come ricirda sul quotidiano il signor Grosso, “in tanti, non potendola attaccare, la buttarono via o la usarono per giocare. Così, con il tempo, di quella figurina si è persero le tracce. Negli ambienti dei collezionisti sono in pochi a poterla avere e mi risulta talmente rara da non avere un vero valore di mercato”. Giuseppe Grosso, che conserva parecchi album di figurine del periodo della sua gioventù (oggi ha 62 anni) ha fatto una ricerca su Facebook: “Ho chiesto ai gruppi di settore qualche informazione e alcuni massimi esperti mi hanno confermato che è introvabile, alcuni addirittura dicono di non averla mai vista”.

Tra le tante “introvabili” della Panini c’è ancora l’accoppiata Rizzo-Riva al Cagliari nella stagione 1963-64, per lungo tempo la figurina più quotata su Ebay: 110 euro. Altra figurina rarissima è quella di un giovanissimo Gianni Rivera che, dopo l’esordio a 15 anni con l’Alessandria, è passato a 17 anni al Milan: questo primo scatto per l’album Panini in maglia rossonera è considerato introvabile. Ma non finisce qui: tra le ricercatissime c’è quella di Teobaldo Depertini di Casale Monferrato, che nella stagione 1967-68 era il terzino sinistro del Livorno, in Serie B. Dopo Pizzaballa, un altro portiere detiene il primato della rarità nelle figurine Panini: Pietro Battara della Sampdoria: la sua figurina era ricercatissima nella stagione 1968-69. Altro introvabile è Sergio Maddè dell’Hellas Verona: cresciuto nel Milan, tornò a Verona arrivano ad allenare pure la prima squadra nel ’98 e nel 2003. Ci sono poi Antonello Cuccureddu della Juventus (stagione 1973-74); Lamberto Boranga, portiere di Foligno e cresciuto nel Perugia, acquistato a 31 anni dal Cesena; Vinicio Verza, arrivato alla Juve all’inizio degli anni 80 e riserva di Causio: la sua figurina della stagione 1979-80 è una delle più ricercate della storia. Capitolo a parte nella storia delle figurine Panini, infine, meritano quelle realizzate perla stagione 2009-2010 quando la casa editrice modenese ha deciso di far firmare 50 figurine a 12 calciatori di Serie A (per un totale di 600 card autografate): su eBay alcune sono state vendute addirittura a 1.500 euro.

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Quando Helenio Herrera allenava il Rimini

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SOCCERNEWS24.IT (Ernesto Consolo) – Arriva a bordo di una Mini targata Roma. E’ mezzogiorno di sabato 13 novembre 1976. I tifosi lo aspettano, ma lui li pianta e se ne va a Sant’Arcangelo, albergo “Verde Mare”: qui c’è il Rimini in ritiro, momentaneamente in stato confusionale e ultimo in classifica.

Perchè per lui è già il momento di marcare il territorio: “Ho sempre pensato che il destino mi avrebbe portato prima o poi in Romagna, anche se ho avuto altre richieste. Ma ho scelto la Romagna , una regione bellissima e che adoro. La responsabilità tecnica del Rimini sarà tutta mia. Una squadra è malata? Io scelgo la medicina giusta e la rimetto in sesto”.

C’è uno splendido attico pronto in città, vicino al mare. Con lui è sbarcata la moglie Fiora. Tutti sanno che hanno un solo figlio, Helios. Invece dalla Mini ne escono due. La splendida bambina che c’è con loro si chiama Luna, ha tre anni ed è spagnola: Helenio sta ultimando le pratiche per la sua adozione.

E’ un nuovo inizio. Scalda i motori: “A me non fa impressione scendere nella serie cadetta. E poi io ho cominciato in Francia proprio in serie B con il Puteaux. Mi servì moltissimo per fare esperienza. Adesso sono qui per lavorare e basta. Solo per raddrizzare questo Rimini. E la brutta posizione in classifica sarà uno stimolo. Molto peggio guidare una squadra in testa : c’è sempre il rischio di cadere”.

E la prima è Rimini-Brescia, succulenta perché contro uno dei suoi nemici, uno dei primi: il Brescia infatti in panchina ha il signor Antonio Valentin Angelillo: “Saluterò Herrera dandogli del lei e lui mi risponderà sicuramente dandomi del tu. Anche se mi sono davvero meravigliato: un grande come lui accettare di scendere in provincia”. “Angelillo può raccontare quello che vuole. Deve riconoscere che a quei tempi, avevo ragione io. Non appena si è separato dalla donna che lo stava rovinando, è diventato un altro”.

Per fortuna che è già domenica. La mattina Helenio confessa i calciatori. Uno per uno. Ed è lì pronto alle 14,25: li abbraccia, ancora uno per uno. Poi pretende il mischione per darsi l’ultima spinta, mentre lui si accomoda in tribuna. Può seguirla solo da lì per un semplice motivo: perché è squalificato.

Segue la partita impassibile, cappotto blu elegante. Parla poco. Ha un foglietto con la formazione del Brescia e accanto ai nomi tante frecce e freccette. Indica col dito il campo, a destra a sinistra. Poi trasmette gli ordini al direttore sportivo, che gira a una staffetta (con l’ombrello) che raccoglie, fa l’inchino e scende rapido i gradoni fino alla panchina. Lì c’è un dirigente accompagnatore.

Chi si aspettava una brusca smazzata alla formazione, rimane deluso. Anche se Helenio pretende una squadra più lunga , vuole profondità per disarticolare la fase difensiva avversaria. La coppia d’attacco è Fagni-Pellizzaro con Sollier a sostegno . E dopo qualche apprezzabile brano di calcio, inizia un vero assalto. Pellizzaro viene messo giù: Fagni va sul dischetto. Niente, se lo fa parare. Ed Helenio è nervoso. Non sopporta più gli occhiali. Li toglie, li perde. Poi li ritrova. E domanda: “Ma i rigori non li tira Di Maio ?”.

A un quarto d’ora dalla fine, piazzato di Mariolino Russo e Beppe Fagni stacca di testa: Helenio scatta improvvisamente in piedi, Rimini in vantaggio. Tutti gli si buttano al collo. Abbracci. Anche l’uomo-staffetta festeggia. Poi agita l’ombrello e centra in pieno un paio di teste.

La reazione del Brescia non c’è. Angelillo esibisce solo un inutile catenaccio : il primo tiro in porta di Altobelli è all’ottantacinquesimo. Poi ancora Fagni va sul fondo, ne salta uno e rientra : 2-0.  Ed Helenio è in estasi. Lo spingono, lo portano di peso negli spogliatoi , sempre incappottato. E ancora abbracci.

Ma non parla coi cronisti. Non può, c’è la squalifica.

Passano tre quarti d’ora. E cambia idea. Non ce la fa più. Perché adesso proprio non può sottrarsi. Perché lui conosce ogni angolo , ogni taglio di luce del palcoscenico . E la sua non è solo una conferenza stampa , ma prorompe come una sinfonia. Tutta d’un fiato: “Sono molto contento. Ottima squadra, mi è piaciuta.  Ho rettificato alcune cose, ma la miglior tattica è sempre quella che colloca il calciatore nel posto che più gli si addice. Sono stato bravo a trasmettere ai miei giocatori il mio entusiasmo, la mia carica. Stamattina li avevo trovati ben disposti a reagire, a migliorare. L’avvenire sarà radioso perché la squadra è ben preparata ed è merito di Meucci che mi ha preceduto. Perché io non credo nei maghi. Credo nel lavoro, nell’esperienza e nell’intelligenza. I ragazzi sono stati tutti magnifici. E su un terreno pesante. Altrimenti avrebbero vinto con punteggio ben maggiore. Quel gol non arrivava mai e la tensione cresceva sempre più. Io ero convinto che ce l’avrebbero fatta. Anche dopo il rigore mancato”.

Il Rimini aveva segnato un gol soltanto in sette partite e non vinceva una partita di campionato da otto mesi. Dai tempi della C. Helenio esce dallo stadio in trionfo : “In questi anni ho tenuto dei quadernetti , dove ho annotato tutto: calcio italiano, europeo, mondiale. Proprio come una volta. Perché io sono sempre stato all’avanguardia e saprò esserlo ancora. Sono un atleta di sessant’anni, che fa ginnastica, yoga e lunghe camminate. Chi si ferma , è perduto. E il calcio è in piena evoluzione come la vita”.

Prova a rielaborare dati e geometrie. A vedere se ha la stessa inquieta curiosità dei bei tempi. E riprende a parlare di tutto. Della Nazionale per esempio: “Bernardini ha fatto solo perdere tempo. Adesso con Bearzot va meglio. Sottoscrivo la sua formazione per dieci undicesimi. Metterei però Mozzini al posto di Gentile sui centravanti alti e grossi”. “E Italia-Inghilterra per le qualificazioni mondiali come finirà? ” “Vinceremo 2-0 oppure 3-1”.

Buona la prima.

E parla dell’ Inter , of course: “Io chiesi Pulici o Savoldi. Mi comprarono Cerilli, Roselli e compagnia bella. Gente non da Inter e infatti non hanno vinto più niente”.  Il presidente Fraizzoli lo aspettava : “Se Herrera è tanto bravo, perché è finito così in basso, al Rimini ? E’ un uomo malato”.

Per la trasferta di Avellino, la squadra lo trova già sul posto. Helenio è partito il giovedì, con due giorni d’anticipo. Lo accoglie con tutti gli onori l’allenatore avversario , Corrado Viciani. Proprio lui, il profeta del gioco corto: “Herrera ? Lui è rimasto alla sua Inter: è un ritardato tattico”.

Lui non raccoglie provocazioni: “Credo in uno schieramento misto, che tra l’altro, avevo già adottato con la Roma. Le punte si devono marcare in modo implacabile, molto strette. Ma a centrocampo bisogna muoversi a zona. I centrocampisti sono i motori della squadra , ma che motori sarebbero se fossero costretti a correre dietro agli avversari? Questi i concetti basilari che farò applicare al Rimini . In quanto ai rapporti con i calciatori, non sono mai stato rigido. Ho sempre basato tutto sull’amicizia e sulla comprensione. Coi latini un sergente di ferro dura quindici giorni: occorrono invece persuasione e convinzione. Io sono quello che ha cominciato coi cartelli sui muri degli spogliatoi, ma sono anche quello che ha finito con le mogli in ritiro”.

Ancora un campo inzuppato. L’Avellino non fa neanche un graffio alla barriera di Sarti, Raffaeli e Agostinelli . E il Rimini lo infila in contropiede: lungo rinvio proprio di Sarti, che attiva Berlini. Cross e inzuccata di Fagni. Fino al settantesimo, quando l’arbitro decide che è finita: perché il pallone non rimbalza più. Si deve rifare tutto.

Anche se Helenio rimane tranquillo: “La considero vinta oggi. E vinceremo anche la ripetizione”. Si è già acclimatato. Forse rimane a vita e compra un albergo a Riccione. Compare al campo per l’allenamento di buon mattino. Vuole conoscere meglio i calciatori. Ma nella sala attigua agli spogliatoi nessuna scritta a scopo motivazionale. Campeggia invece la foto di una finta calciatrice : biondissima e addosso un micro-slip. Lui fa segni con la testa, approva. Col Taranto, Sollier fuori per infortunio, gioca Carnevali: “Le tre punte sono d’obbligo. Giocheremo a viso aperto. Vogliamo la vittoria”.

Lo sguardo è sempre fisso sul campo. A questa età doveva capitargli ancora: fare l’allenatore senza panchina, come in Nazionale nel dopo-Corea. Ma a quei tempi lui era al top. Il Rimini aspetta l’avversario, si chiude . Dietro è diventata una squadra più che pratica, quasi marmorea. Invulnerabile . E poi riparte: la chiude 2-0 con due contropiedi.

Senza quell’interruzione per pioggia sarebbe la terza vittoria consecutiva. Ma è la conferma che il suo potere ipnotico è intatto, che quel suo calcio di rappresaglia è ancora vincente. Lui, quello dell’epoca della pietra e della fionda. Quello che avevano dato per scaduto, bollito, sorpassato. Anzi, ritardato. In pochi giorni ha trasformato il Rimini a sua immagine e somiglianza. E la città impazzisce. Anche chi non aveva mai messo piede allo stadio, arriva la domenica con bandierina e coccarda biancorossa: “Sapete qual è il più bel complimento che mi hanno fatto ? Quando hanno scritto che penso al calcio trenta ore al giorno. Voglio portare il Rimini ai massimi traguardi”.

“Quando sono venuto in Italia, ho portato il ritmo. Qui le squadre erano lente . Facevano cadere le braccia. Col mio Barcellona avevo fatto otto gol al Milan e otto all’Inter. E ho portato entusiasmo in un ambiente che era moscio. La trovata dei cartelli serviva per dare la scossa ai calciatori italiani. E alla fine ho insegnato come si devono condurre gli allenamenti. Oggi anche i tecnici giovani programmano tutto quanto all’inizio della stagione: il martedì si fa questo, il mercoledì si fa quest’altro, eccetera. I calciatori vanno al campo e sanno già cosa li aspetta. E così , mentre si allenano meccanicamente, pensano al figlio, alla fidanzata . Insomma agli affari loro. Invece con me ogni giorno  c’è una novità”.

Mancano pochi minuti alla partita col Lecce: l’arbitro Menicucci entra nello spogliatoio del Rimini senza bussare. Helenio è dentro, sta parlando. Due dei suoi provano a coprirlo, ma Menicucci lo vede . Non lo saluta . Poi esce e prende nota. Via alla gara e il Rimini carica a testa bassa. Batte quattordici calci d’angolo , ma non passa. C’è un rigore su Fagni, ma non per Menicucci.

E il Lecce segna con un solo tiro in porta: “Purtroppo non posso andare in panchina e quindi quando certe cose non vanno per il meglio, non riesco a fare subito quello che vorrei . E non posso attuare le opportune varianti. La squadra ha bisogno di concentrazione, dell’allenatore sempre vicino. Io invece devo rimanere in tribuna, lontano dai miei ragazzi . E’ stata la voglia di strafare che ci ha fregato: faccio tutto io, faccio tutto io e il collettivo ha pagato. Il cambio di passo oppure di marcatura devono essere immediati. Ogni partita fa storia a sé e questa sconfitta ci farà anche bene dopo tanta euforia. Non fa mai male una lezione di umiltà. Qualcuno si era montato troppo la testa”.

Helenio saluta e parte con Fiora per Milano per un’ospitata alla Domenica Sportiva. Intanto la macchina con la terna arbitrale viene circondata : partono calci e pugni. Arrivano altri tifosi riminesi: la fanno ondeggiare, vogliono rovesciarla. Poi la lasciano scappare. E il referto di Menicucci produce subito i suoi effetti: campo out per due giornate ed Helenio nuovamente squalificato fino al 20 marzo 1977.

“Oltre la sfortuna ci sono altri fattori. Sarebbe ora che la smettessero . Sono perseguitato da qualcuno che mi vuole eliminare dal calcio italiano perché è invidioso dei miei successi” . La direzione della squadra viene affidata al capitano Di Maio. E’ un’autogestione. Helenio dà un’occhiatina dalla tribuna e poi si fa da parte . Anche se l’impronta tattica rimane la sua.  Poi arriva Becchetti, che porta la squadra alla salvezza.

Due anni dopo lo richiamano. Viene da una tonificante vacanza in Svizzera e da tre offerte: la prima dalla Nazionale di calcio femminile, rifiutata per soldi. La seconda dal Monselice in serie C2 : un raid e nulla più, ancora come consulente. Aveva proposto i suoi servigi agli arabi, ma non se n’è fatto nulla. Helenio ritrova il Rimini ancora ultimo in classifica. E ha il solito ruolo ambiguo : “Sono un consulente tecnico. Non andrò in panchina, almeno per il momento. Prima comunque voglio vedere il malato”.

Poi prende tuta e fischietto. Fa giocare una partitella a due porte e ritrova tanti di quella squadra allenata abusivamente per un mese o poco più. C’è anche Beppe Fagni, ormai soggiogato dal suo fascino: “Aspettavo il mago da mesi. La sua personalità è la spinta e la grinta per tutta la squadra. Se lui vuole, faccio gol in qualsiasi momento”.

Ed ecco pronta la diagnosi e la cura: “La squadra manca di velocità e ritmo. E i giovani non hanno personalità e nemmeno idee. Bisogna impostarli. Domenica? Vinciamo e poi andiamo a vincere in trasferta: con me non retrocede nessuno”.

Allo stadio Romeo Neri sono quasi diecimila : l’ultima domenica erano duemila. Ed è solo la Sambenedettese. Anche se ufficialmente l’allenatore del Rimini si chiama Gianni Bonanno. Helenio prende ovviamente posto in tribuna e lì trova la sorpresa più bella: Rinaldo Bianchini ovvero il trombettiere di San Siro, che gl’intona “O mia bella Madunina”.

A sette dalla fine, Fagni scappa via e viene steso in area: Tedoldi trasforma il rigore e tutti ci credono. Via con la tromba: “Me sembra de essere a San Siro. Ho dato una risposta a quelli che sostenevano che io non conosco le squadre di serie B. Non ho la bacchetta magica, neanche io. Ma sono un ottimista e trasmetto ottimismo. Anche l’infarto l’ho superato così”.

Il trombettiere molla l’Inter e segue il Rimini. Anche in trasferta.

“I ragazzi devono correggersi in molte cose , ma ho visto volontà di apprendere e di far bene. Non gli darò tregua: il pallone e i gol devono sognarseli anche la notte. Li voglio più veloci , più precisi . E dovranno essere più squadra. Quando il collettivo è perfetto, anche le pecche individuali non si notano. E quando rientreranno Grezzani in difesa e Ferrara in attacco, sarà ancora meglio. Non faccio tabelle, viviamo alla giornata. Ma, tutto sommato, mi accontenterei di un punto a partita”.

E prove dure in salita per tutti. Poi c’è la lezione di tattica. I calciatori ascoltano. Alla fine dal gruppo si alza una voce. Una sola: “Mi scusi, ma non abbiamo capito proprio niente”.  Mancano quindici partite alla fine.

Due trasferte e zero punti. A Cesena c’è uno strano fenomeno: Raffaeli, Vianello, Mazzoni e Agostinelli cadono a terra come birilli . Sono crampi. Lui attacca: “La preparazione estiva è stata completamente sbagliata”. Gianni Bonanno replica: “Invece è stato traumatico il passaggio al nuovo sistema di allenamento: questo ha provocato i crampi. E poi preferirei che andasse in panchina Herrera, così finisce questa commedia in cui vado io e non decido nulla”.

E’ una sentenza senza appello. Qualcuno intanto affigge ai muri della città manifesti listati a lutto con scritto: “Helenio Herrera”. Perché in fondo lui non è mai stato veramente amato. Idolatrato forse e certamente odiato. Ma adesso per molti è solo un vecchietto patetico che non si rassegna alla fine. Prima lo sopportavano in tv anche con la Zanicchi e Alberto Lupo. Adesso parla solo di calcio. E parla, parla, parla. Così tanto che rischia di somigliare a quel bambino che ha paura del buio.

“Grazie al cielo sono vivo , ma forse è vero quello che pensa Bonanno: ho spinto un po’ troppo nella preparazione. Oppure c’è dell’altro”. Col Foggia la squadra domina, ma pareggia solo al novantatreesimo . Sono quei punti che fanno rabbia e fanno anche tanto retrocessione. Lui prova ancora a sorprendere: dà un giorno di riposo in più alla squadra e, soprattutto, chiede di andare in panchina.

Prontamente autorizzato.

“E’ un ennesimo bagno di calcio attivo, quasi di giovinezza . E mi darà più stimoli. Avrò i ragazzi a portata di voce e potrò stare vicino a Bonanno per scambiare idee e soluzioni. Sono più di cinque anni che non vado in panchina. Forse era un Bologna-Inter di Coppa Italia e perdemmo. Ma quella era la fine di un ciclo. E stavolta ci sarà un risultato positivo”.

Domenica 8 aprile 1979 a Bari è un soporifero 0-0 . Solo una palla gol con Sollier . “Visto com’è vivo anche il Rimini ?” Poi il crollo contro la Ternana in casa. Diventa malinconico: “Tutte le avversarie hanno un tasso tecnico superiore al nostro. Ho fatto tutto quello che si poteva fare. Se fossi arrivato prima , forse non ci si troverebbe in una posizione così drammatica. Ma nemmeno il miglior allenatore del mondo avrebbe salvato questa squadra”.

Ma non scappa: “Adesso credo che per il presidente sia inutile spendere altri soldi per me. Al massimo posso rimanere per preparare subito una grossa squadra e vincere la serie C1”. Forse a lui serve cadere così, fragorosamente. Per ricaricarsi. E anche al Rimini.

E’ mercoledì 2 maggio: quel giorno per la prima volta dopo tanti anni, ad assistere all’allenamento non c’è nessuno. Nemmeno un tifoso. Fagni lo saluta. Poi lo accompagna all’uscita.

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Nasce Angelo Peruzzi – 16 febbraio 1970

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CALCIONEWS24.COM (Gabriele Montoli) – Il 16 febbraio 1970 nasce a Blera, in provincia di Viterbo, Angelo Peruzzi, da molti considerato uno dei migliori portieri italiani della storia del calcio. L’estremo difensore è stato uno dei massimi esponenti del suo ruolo negli Anni ’90 e 2000, coronando la sua carriera con numerosi titoli e trionfi in patria e in Europa.

Gli esordi e il caso doping

Peruzzi cresce nelle giovanili della Roma, con cui esordisce in prima squadra all’età di appena 17 anni, il 13 dicembre 1987, per sostituire il titolare Tancredicolpito da un petardo lanciati dagli spalti. Nella stagione successiva riesce a ritagliarsi maggior spazio e a collezionare 12 presenze in Serie A e 7 in Coppa Italia. Segue una stagione in prestito al Verona, cui non riesce ad evitare la retrocessione nel campionato cadetto. Torna quindi a Roma per l’annata 1990-91nelle vesti di titolare, ma dopo sole tre giornate viene trovato positivo ad un test antidoping che gli costerà una squalifica di ben 12 mesi.

I trionfi con la Juventus

Tornato a disposizione, viene ingaggiato nel 1991 dalla Juventus per 4,5 miliardi di lire. Con i bianconeri, Peruzzi vincerà tantissimo, complice anche una squadra altamente competitiva in ogni reparto di gioco. Oltre alla Coppa Italia 1995, colleziona in patria 2 Supercoppe italiane e 3 Scudetti, ma soprattutto vivrà da protagonista i trionfi internazionali, con la conquista della Coppa UEFA 1993 e la Champions League 1996, cui seguiranno al Supercoppa UEFA e la Coppa Intercontinentale. Gli Anni ’90 sono sicuramente il periodo di massimo splendore dell’estremo difensore, che ha modo di mostrare tutte le sue grandi qualità. Oltre a senso del piazzamento, esplosività, reattività, con il passare degli anni matura anche tanta esperienza, elemento imprescindibile per un grande portiere.

Gli anni alla Lazio

Lascia la Juventus nel 1999 dopo 208 presenze e approda all’Inter in un’esperienza breve e poco fruttuosa. Solo una stagione più tardi, infatti, Peruzzilascerà Milano per fare ritorno a Roma, sponda biancoceleste. Qui prende il posto dell’anziano Marchegiani e nell’arco di 7 anni colleziona 226 presenze, riuscendo a sollevare altri due trofei: la Supercoppa italiana 2000, vinta proprio contro l’Inter per 4-3, e la Coppa Italia 2004 contro l’ex Juventus. Peruzzi resterà legato alla Lazio fino al 2007, anno del suo ritiro. Gli ultimi anni della sua carriera, però, gli valgono uno dei trionfi più importanti in assoluto, la conquista del Mondiale di Germania 2006 con l’Italia: un’esperienza magica pur non avendo collezionato presenze, essendo vice del titolarissimo Buffon.

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