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Il Calcio Racconta

Evoluzione della tecnica calcistica – Sesta parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Siamo giunti al sesto appuntamento del nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica”. In precedenza abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers e la modalità con la quale veniva colpito il pallone quando il calcio nacque. In seguito abbiamo effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco e analizzato le varie “scuole”, ossia “gli stili nazionali di gioco”. Oggi affrontiamo un tema che fa spesso discutere: la tattica.

Buona lettura.

La tattica. I primi moduli e quelli degli anni Trenta

In questo intermezzo nella storia dei palloni mondiali, abbiamo investigato l’evoluzione della tecnica calcistica, ossia il gioco con il possesso di palla. E’ stato detto che la tattica ha in parte influenzato la tecnica. Concludiamo allora rivedendo i passaggi principali delle impostazioni tattiche, più tardi chiamate “schemi”. Le figure che seguono sono molto chiare, e danno l’idea dei ruoli dei giocatori schierati; sono visibili anche le diverse segnature del terreno di gioco nelle varie epoche.

            A) 1872 Inghilterra (grafica T. Lanza)                       B) 1872-1880 modulo scozzese

Il modulo più antico: 1-10 (a sinistra); era utilizzato dai collegi inglesi agli albori del calcio. Lo schema a destra era il modulo degli scozzesi, già più “difensivistico” con due terzini arretrati a difendere la propria “linea di penalty” – in seguito divenuta “area di rigore”.

  

          C) 1883-1919 sistema “piramidale” (grafica T. Lanza)    D) 1925-30 sistema a WM

A cavallo fra i due Secoli, i giocatori si adeguarono a ruoli diversi secondo difesa, mediana e attacco, in un modulo detto “sistema piramidale” (a sinistra). Herbert Chapman, tecnico inglese dell’Arsenal, elaborò più tardi il modulo chiamato a WM (schema a destra).

I primi due moduli A e B sono quelli dei pionieri, semplicissimi da interpretare: a parte il portiere, tutti i giocatori andavano avanti alla rinfusa. E’ tuttavia interessante notare che gli scozzesi si dimostrarono innovativi anche nella tattica, arretrando due giocatori all’altezza della propria linea difensiva (futura area di rigore).

Lo sviluppo dei moduli tattici continuò. Nel decennio 1872-83, i difensori furono portati gradatamente a 4; all’inizio quelli aggiunti furono collocati davanti ai primi due, realizzando così una sorta di quadrilatero difensivo; il modulo che ne derivò si potrebbe chiamare (1)-2-2-6. Tra il 1883 e il 1919 –pare inventato nel prestigioso collegio di Cambridge –si diffuse il “sistema piramidale”, illustrato nello schema C; qui i due difensori aggiunti a formare il quadrilatero furono allargati sulle fasce laterali, e in mezzo a loro prese posizione un quinto uomo, il centromediano; la configurazione si distribuiva su tre linee: prima linea d’attacco, seconda linea di  mediana, e terza linea di difesa (così che i due difensori furono chiamati “terzini”); nasceva così il modulo (1)-2-3-5. Era tuttavia ancora un modulo di transizione, molto rigido, perché i giocatori distribuiti su tre fasce erano troppo legati alle posizioni di partenza, con scarsa elasticità fra i reparti; in aggiunta, il fuorigioco a tre costringeva gli attaccanti a non superare mai la linea dei terzini avversari.

Con l’innovazione del fuorigioco a due, il gioco si slegò, e fu una rivoluzione.

Ciò portò allo sviluppo del sistema a WM (schema D) inventato da Herbert Chapman, tecnico inglese dell’Arsenal. Chapman cominciò arretrando un centromediano sulla linea dei terzini, per contrastare permanentemente il centrattacco avversario il quale ora, con la nuova regola del fuorigioco, era più libero di incunearsi nella difesa avversaria; era nato lo “stopper”; contemporaneamente Chapman spinse gli attaccanti a lanciare il gioco in profondità, verso gli spazi lasciati liberi dal minor numero di difensori avversari che richiedeva il fuorigioco a due; gli spazi vuoti potevano essere utilizzati per impiantare manovre d’attacco più efficienti e per i cross. Il sistema a WM riscosse buon successo e fu molto imitato; ma non ovunque.

     E) 1930-34: il “metodo” sviluppato dagli italiani (grafica T. Lanza)

In Italia negli anni Trenta il WM ebbe scarso seguito. Si sviluppò invece un’impostazione tattica che era la variante del vecchio sistema piramidale; l’attacco era schierato a W con l’arretramento dei due mediani interni; questo modulo di gioco si chiamò “metodo”, e fu legato al periodo più glorioso del calcio italiano degli anni Trenta (v. schema E).

Si accesero ben presto appassionanti dispute fra i sostenitori del Sistema WM e del Metodo, cioè fra “sistemisti” e “metodisti”. Ma già allora si diceva saggiamente che ogni tattica poteva esaltare la tecnica, e viceversa. Molti storici sostengono oggi che il “metodo” era propriamente adatto al carattere dei giocatori italiani, perché in buona sostanza permetteva validi collegamenti fra i reparti, e garantiva una solida difesa basata su due “liberi” (in pratica i due terzini). Ma soprattutto, grazie agli spazi aperti dai due interni arretrati, il Metodo “chiamava” in avanti la mediana avversaria, favorendo sempre più rapide azioni di contropiede – storicamente, il contropiede fu da sempre l’arma vincente del calcio italiano.

Qui la narrazione si conclude. Abbiamo visto come, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il calcio avesse raggiunto una sua maturità dal punto di vista della tecnica, così come oggi appassiona tutti noi. Anche grazie all’evoluzione della tattica, il football era ormai divenuto “the beautiful game”. 

Dopo la narrazione, le figure che seguono, sono fotografie riprese durante due partite di calcio dei primi anni del secolo XX; è interessante notare l’abbigliamento dei calciatori e la segnatura degli antichi terreni di gioco.

 

Fig. A.16: (archivio T. Lanza)

Partita di football in Germania nel 1906 (cartolina dell’epoca). La fotografia fu sicuramente colorata a mano, per quanto abilmente (apprezzabile la varietà di colori degli alberi che contornano il terreno di gioco); agli inizi del Novecento la tecnica della fotografia a colori era ancora a livello sperimentale.  Curiosamente, l’istantanea immortala una fase di gioco aereo all’epoca poco frequente: si noti il pallone in aria a 4-5 metri d’altezza, quando era giocato rasoterra per la gran parte della partita.

  

Fig. A.17: (archivio T. Lanza)

Partita di football in Inghilterra nel 1901, con una notevole cornice di pubblico. La porta della foto sembra mancante della rete; malgrado le reti alle porte fossero già previste nel 1891, questa è un’altra riprova che le nuove innovazioni non erano seguiti immediatamente, neppure nella stessa Inghilterra. E’ altresì interessante notare la segnatura del terreno di gioco, già ricostruite nei grafici paragrafo 5. In questa importante partita –molto probabilmente la finale di Coppa d’Inghilterra– l’area di porta è costituita da due settori circolari intersecati, i cui centri coincidono con i pali della porta e il raggio misura 5.5 mt. La linea del penalty attraversa il terreno di gioco da un alto all’altro ed è parallela alla linea di porta ad una distanza di 9.15 mt. Infine, l’area del penalty (la futura area di rigore) era delimitata da una linea tratteggiata a 16.5 mt di distanza dalla linea di porta. Le misure dunque c’erano già tutte, ma la configurazione era ancora in via di sviluppo, e arriverà solo nel biennio 1902-1904.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Settima e ultima parte

 

57 anni, tre figli, un cuore che batte per l’Hellas Verona. Tecnologo alimentare specialista in prodotti da forno industriali. Ex arbitro con la passione del calcio in bianco e nero. Collezionista di palloni, in particolare di quelli utilizzati durante i mondiali.

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Il Rimini e la curiosa storia della maglia del 1956/57: un dono del Vicenza

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Fanini) – Uno dei riferimenti concreti e identitari più antichi e vicini alla fondazione del Rimini Calcio, non può che essere la maglia, amatissima dai tifosi, a quarti contrapposti biancorossi, comunemente detta “a scacchi”.

Almeno dal 1920, da quando cioè si è usciti dalla fase pionieristica e ci si è accostati in modo più organizzato alla pratica del calcio, è stata questa la foggia prescelta dai progenitori del Club, un disegno ancor oggi originale e pressoché unico in Italia. Nel corso del tempo la divisa storica è stata alternata con altre, ma è sempre rimasta la prediletta: è questa, per tutti, “la maglia del Rimini”. I colori, il bianco e il rosso, sono gli stessi utilizzati sin dalla fondazione, perché sono quelli della “Unione Sportiva Libertas”, da cui nel 1912 (tramite l’organizzazione di una “Sezione calcio”) prese avvio la pratica del calcio in città. Colori che derivano da quelli dello stemma comunale.

La maglia da gioco indossata dal Rimini Calcio nella stagione sportiva 1956/57 ha però una storia tutta speciale da raccontare. Ciò che ad un primo sguardo colpisce l’attenzione degli sportivi è infatti la singolare somiglianza con le tradizionali casacche utilizzate dal Vicenza Calcio ed è in particolare la “R” stilizzata cucita sul petto a suscitare più di un quesito, essendo questa immediatamente riconducibile al marchio della celebre azienda laniera di Schio, la Lanerossi, che dal 1953 aveva rilevato la gestione del sodalizio calcistico veneto.

E’ grazie alle testimonianze dirette di giocatori dell’epoca, quali ad esempio Federico Bernucci, che in quegli anni difendeva i pali della porta biancorossa alternandosi nel ruolo con altri due nomi altrettanto noti agli sportivi riminesi come Giano Pattini ed Egisto Cola, che questa curiosità viene soddisfatta.

Grazie all’attivissimo e appassionato dirigente dell’epoca Gianfranco Catrani, conosciuto e stimato commerciante di biancheria scomparso nel 2016 all’età di 85 anni, che aveva stretto rapporti di amicizia con un collega della società vicentina, il Rimini era riuscito a ricevere in gentile omaggio la fornitura di due mute complete da parte della Lanerossi Vicenza. Erano tempi in cui spesso e volentieri si era costretti a tirare la cinghia per questioni di bilancio ed un simile cadeaux (dagli stessi colori sociali) poteva rappresentare una bella occasione di risparmio, oltre a risultare un indumento qualitativamente più confortevole rispetto alle spartane divise da gioco confezionate artigianalmente per i ragazzi di mister Godoli.

Quella primizia (la Rimini Calcio non aveva mai avuto in precedenza casacche a strisce verticali) durò tuttavia lo spazio di tre giornate, poiché divenne oggetto di una contestazione di natura regolamentare che di fatto vietò alla squadra di vestire “la replica” di un altro Club. Fu così che la Società guidata dal Presidente dott. Bonizzato decise di modificare i connotati della maglia, eliminando il logo “R” (inizialmente visto di buon occhio in quanto elemento di richiamo al nome della città), ma cercando di mantenerne pressoché inalterato il disegno nel proseguo della stagione. Per gli almanacchi, il Rimini si classificò al 2° posto in quel torneo di Promozione Emiliana/Girone A, aggiudicandosi l’ammissione in IV Serie Interregionale.

Nelle foto seguenti le due maglie indossate dal Rimini nella stagione 1956/57, “prima” e “dopo” la rettifica

 

FOTO 1 (MAGLIA CON “R”) : Da sinistra: VANZOLINI, LUCCHI, FOSSATI, BUDRIESI, BADOCCO, BERNUCCI, l’allenatore GODOLI. Accosciati: BETTOLI, TADEI, RIZZO, GRANDVILLE, GAMBI, il massaggiatore TAMAGNINI.

 

FOTO 2 (MAGLIA SENZA “R”) : in piedi da sinistra: PATTINI, GAMBI, VANZOLINI, LUCCHI, RIZZO, BUDRIESI. Accosciati: FOSSATI, UGOLINI, BETTOLI, BADOCCO, TADEI

 

Pagina Facebook – “Rimini 100” – Una Storia Biancorossa

 

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13 dicembre 1998: Fiorentina – Juventus e la mitraglia del Re Leone

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – I campionati senza padrone non sono molti, i tornei fortemente incerti e con varie protagoniste aumentano l’interesse degli sportivi e mettono a dura prova le coronarie dei tifosi delle squadre coinvolte.

Il campionato di calcio 1998/99 di coronarie ne metterà molte alla prova, e quelle nelle quali scorre il sangue viola furono tra queste. Se c’è una sera che rimane scolpita come segno indelebile del (parziale) dominio dei toscani è quella di venti anni fa esatti, quando Batistuta nel secondo tempo raccolse un cross di Oliveira e schiacciò di testa superando Peruzzi. L’urlo del Franchi assunse il profumo di traguardi che in quelle latitudini cominciavano a sfumare nei ricordi del passato.

I Viola dopo l’anno di purgatorio in Serie B del 1993/94 hanno vinto la Coppa Italia nel 1996 e la relativa supercoppa; in Europa si sono riproposti da protagonisti con la semifinale di Coppa delle Coppe del 1997 persa contro il Barcellona di Ronaldo.

Nell’estate del 1998 a Firenze dalla Germania sbarca Trapattoni dopo l’esperienza al Bayern, arriva dal Brasile Edmundo che affiancherà un Batistuta nel pieno degli anni. Cecchi Gori rinforza inoltre la rosa con Amor, Heinrich, Repka e Torricelli. La parola “scudetto”, che dai tempi di Antognoni non si risciacquava in Arno, comincia a riecheggiare.

La Vecchia Signora viene da 2 scudetti consecutivi ed ha i favori del pronostico. A inizio campionato sembra avere nella Fiorentina il primo avversario da superare e alla 7a giornata soffia ai Viola il primato in classifica, ma è un fuoco di paglia. La domenica successiva La Fiorentina supera la Venezia e la Juve impatta a Udine ed è lì che perde a causa di un infortunio Del Piero per il resto della stagione.

L’unica nota negativa per la Fiorentina arriva in campo europeo, dove invece la Juventus trova conforto. L’undici di Trapattoni nei sedicesimi pesca il Grasshopper e dopo il 2 a 0 in Svizzera il ritorno sembra una formalità. La Fiorentina deve scontare un turno di squalifica del campo a causa di un lancio di monetine avvenuto in Coppa Coppe l’anno precedente. Cecchi Gori sceglie di giocare a Salerno con il nobile intento di donare l’incasso agli alluvionati di Sarno. Una settimana prima a Firenze avvengono degli scontri tra i tifosi salernitani e viola, per vendetta alcuni salernitani sfruttano la partita di coppa: entrano allo stadio e lanciano una bomba carta in campo ferendo lievemente il quarto uomo e condannando la Fiorentina a uno 0-3 a tavolino con conseguente eliminazione.

In campionato i Viola arrivano alla 13a giornata con ben otto vittorie all’attivo, sono in testa, insidiati dal Parma e dalla Roma e ospitano la Juventus che perso Del Piero sembra essersi smarrita ed in campionato arranca. La prova di Firenze sembra per i bianconeri l’ultimo treno per risalire la china mentre per la Fiorentina una prova per mostrare i muscoli.

Il biglietto della partita Fiorentina – Juventus del 13 dicembre 1998 (Collezione Francesco Brotini)

Il Franchi è pieno e si colora con una splendida coreografia, la partita è accesa, la Juve gioca ma le occasioni sono di marca viola e la traversa di Edmundo grida vendetta, poi Montero commette un fallo a centrocampo riceve il secondo giallo: è il sesto espulso per i bianconeri in stagione. La partita si mantiene equilibrata fino alla torsione di Batistuta sul cross di Oliveira che spiazza Peruzzi e si esibisce in una delle sue celebri “mitraglie”. La Juventus anche in dieci continua a giocare e su tiro di Deschamps deviato da Amoroso coglie la traversa, ma è Oliveira che a tu per tu con Peruzzi sembra quasi emozionarsi e incespica su se stesso. La partita finisce così con la vittoria della Fiorentina che allunga in classifica.

L’anno sembra quello buono e la Fiorentina arriva a essere campione d’Inverno e mantiene la testa della classifica fino alla 20a giornata, ma il sogno s’infrange su un infortunio di Batistuta nel mese di Febbraio e sulla sciagurata clausola contrattuale che consente ad Edmundo di rientrare in brasile 20 giorni per godere del carnevale di Rio. La Fiorentina viene così scavalcata dalla Lazio alla 22a giornata, i Viola saranno poi fatalmente decisivi per lo scudetto fermando la Lazio a Firenze alla penultima giornata favorendo così il sorpasso del Milan che vincerà il titolo avendo occupato la vetta solo due giornate.

Il programma della partita Fiorentina – Juventus del 13 dicembre 1998 (Collezione Francesco Brotini)

Il rimpianto di quella stagione è ancora vivo nei tifosi Fiorentini che di lì a qualche anno vivranno il peggior calvario della loro nobile storia. La sensazione di toccare il cielo con un dito a Firenze è ancora associata al ricordo della mitraglia del Re Leone e di una Juventus a 10 punti.

Il biglietto e il programma della partita appartengono alla collezione di Francesco Brotini che ringraziamo.

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8 dicembre 1985 – La prima Intercontinentale della Juventus e la protesta di “Le Roi”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – La Juventus di Mister Trapattoni sale sul gradino più alto del mondo e conquista a Tokio la sua prima Coppa Intercontinentale. È l’8 dicembre 1985 e ai calci di rigore batte l’Argentinos Junior squadra di Buenos Aires.  I bianconeri arrivano alla sfida dopo la vittoria nella Coppa dei Campioni nella tragica e dolorosa serata dell’Heysel, e affronta gli argentini vincitori della Libertadores. È questa una partita equilibrata e divertente e il primo tempo finisce sul risultato di 0-0. Gli argentini si portano in vantaggio con Ereos ma vengono raggiunti da “Le Roi” Platini su calcio di rigore. Poi al secondo vantaggio dell’Argentinos, gol di Castro, i bianconeri rispondono con Laudrup dopo un’azione splendida e assist del solito Michel Platini.

Quando il risultato è ancora di 1-1, Michel Platini segna una delle sue reti più belle ma gli viene annullata per fuorigioco di Brio: un capolavoro con “sombrero” in piena area di rigore e tiro al volo di sinistro. Il suo modo di dimostrare la contrarietà al direttore di gara rimane un’immagine scolpita nei ricordi di tutti gli appassionati di calcio: disteso sul campo in silenzio. Una posa delicata e polemica, una posa da “Re”. Ai tempi supplementari il risultato rimane ancorato sul 2-2 e si rende necessaria la lotteria dei calci di rigore. La Juventus segna con Brio, Cabrini, Serena e sbaglia proprio con Laudrup, l’autore del gol del pareggio. Dopo il secondo rigore parato da Tacconi, Platini deve tirare il rigore decisivo e non lo sbaglia. La Juventus è Campione del Mondo per Club.

Curiosità: la gara fu trasmessa in diretta da Canale 5 alle 04:00 di domenica mattina esclusivamente per gli abitanti della Lombardia, interrompendo in qualche modo il monopolio della Rai, perché in quei tempi vigeva il divieto per le emittenti private di trasmettere a livello nazionale.

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