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La Penna degli Altri

La Coppa Latina, trofeo prestigioso ingiustamente dimenticato

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – “Coppa Latina, chi era costei …?”, verrebbe da chiedersi parafrasando la celebre frase di manzoniana memoria, ed invece, a dispetto della brevità sia del suo svolgimento – si disputava nell’arco di una settimana – e della relativa durata, in quanto ne sono state organizzate solo 8 edizioni, la stessa ha una sua collocazione ben precisa nella storia delle Manifestazioni europee a livello di Club.

Prima di essa, nel periodo tra le due Guerre, era stata ideata la “Mitropa Cup” (contrazione dal tedesco “Mittel Europa Cup”) che nella sua completa estensione stava, in italiano, per “Coppa dell’Europa Centrale”, manifestazione di livello assoluto, in quanto ad essa partecipavano squadre dei Paesi che all’epoca dominavano – stante l’isolazionismo britannico – la scena del Calcio Continentale, ovverossia di Italia, Austria, Cecoslovacchia ed Ungheria, come dimostrato dall’esito delle due edizioni dei Mondiali di calcio ’34 e ’38, con le rispettive Finali disputate rispettivamente da Italia-Cecoslovacchia (con l’Austria semifinalista) ed Italia-Ungheria, con l’Austria assente a seguito dell’annessione da parte della Germania hitleriana.

Un trofeo nel quale si cimentavano fuoriclasse assoluti, da Meazza a Wesely, da Nejedly a Cesarini, da Sarosi ad Orsi, da Sindelar a Binder, Schiavio e via dicendo, tutti protagonisti delle citate Rassegne iridate con le rispettive Nazionali, e che si disputa dal 1927 (i Club italiani vi partecipano dal 1929) sino al 1939, con la Finale del 1940 che si sarebbe dovuta disputare tra gli ungheresi del Ferencvaros ed i rumeni del Rapid Bucarest – Paese entrato in competizione dal 1937, mentre dall’anno precedente avevano fatto la loro apparizione formazioni elvetiche – annullata a causa degli eventi bellici.

Con la ripresa dell’attività agonistica a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, era difficile per detti Paesi – particolarmente colpiti da tali orrori che avevano pesantemente inciso sulle sorti del leggendario “Calcio danubiano” – pensare di poter riprendere tale Manifestazione da dove era stata interrotta, e difatti la stessa rivedrà la luce solo nel 1955, allorché, però, la già avvenuta ideazione del “Trofeo principe”, ovverossia la prestigiosa Coppa dei Campioni, ne svilisce i contenuti ed il relativo significato.

Ed è in questa “vacatio”, vale a dire tra il 1940 ed il 1955, che Gabriel Hanot, giornalista del famoso quotidiano francese “L’Equipe”, vara una nuova competizione per Club, che sposta il proprio orizzone sul versante occidentale del Vecchio Continente, convincendo le Federazioni di quattro Paesi – Italia, Francia, Spagna e Portogallo – a partecipare ad un nuovo Torneo, denominato, appunto, Coppa Latina …

Senza l’egida dell’UEFA – per ovvie ragioni, essendo la stessa stata fondata nel giugno 1954 a Basilea, in Svizzera, motivo per quale i relativi successi non vengono conteggiati dalla citata Federazione – la Coppa Latina può a tutti gli effetti essere considerata come “la prova generale” per quella che poi divenne la Coppa dei Campioni, non a caso anch’essa ideata dal medesimo Hanot.

[…]

Con ogni singolo Paese ad ospitare a turno la manifestazione, tocca alla Spagna inaugurare la stessa, organizzando la prima edizione che va in scena dal 26 giugno al 3 luglio 1949 e che sarebbe dovuta essere la prima vetrina internazionale del “Grande Torino” se quegli sfortunati ragazzi non fossero periti meno di due mesi prima nella tragica “Sciagura di Superga”, così che i granata si presentano con una squadra in gran parte costituita da giovanissimi, con l’unico rinforzo di esperienza costituito da Riccardo Carapellese, proveniente dal Milan.

Opposto il 26 giugno 1949, allo “Estadio Metropolitano” di Madrid – sino al 1966 terreno di casa dell’Atletico Madrid, prima del trasferimento al “Vicente Calderon” – ai Campioni portoghesi dello Sporting Lisbona, il Torino fa la conoscenza con uno dei massimi goleador della Storia del Calcio mondiale, ancorché al suo passo d’addio, ovverossia il centravanti Fernando Peyroteo – uno, tanto per intendersi, capace di realizzare 529 reti in 327 gare di Campionato (!!) dal 1937 al 1949 – il quale non si smentisce neppure in questa occasione ed, al 5’ della ripresa, ha già realizzato la tripletta che decide la sfida, solo addolcita dal punto della bandiera messo a segno da Marchetto per il 3-1 definitivo.

Al “Camp de los Corts” di Barcellona – anch’esso terreno amico degli azulgrana sino al trasferimento al “Camp Nou” nel 1957 – intanto, un altro valoroso attaccante, vale a dire Cesar Rodriguez, che con la maglia dei catalani realizza 294 reti in 433 partite complessivamente disputate, trascina i suoi con una doppietta ad un facile 5-0 a spese dei francesi dello Stade de Reims (di Seguer, Nicolau e Canal le altre reti), guadagnando l’accesso alla Finale che va in scena il 3 luglio 1949 allo “Estadio Nuevo Chamartin” di Madrid, inaugurato appena due anni prima e che, a partire da gennaio 1955, verrà intitolato allo storico Presidente dei “blancos”, Santiago Bernabeu.

E così, nel mentre il Torino salva l’onore imponendosi 5-3 nella sfida per il terzo posto contro lo Stade de Reims (doppietta di Carapellese), a decidere l’assegnazione della prima edizione della Coppa Latina, dopo un “botta e risposta” poco prima della mezz’ora di gioco – al vantaggio portoghese con Correia al 24’ risponde Cesar Rodriguez 3’ dopo – è un’altra leggenda catalana, ovverossia l’ala Estanislao Basora che mette a segno al 53’ il punto del definitivo 2-1.

L’anno seguente, la Coppa Latina si scontra con la contemporanea disputa dei Campionati Mondiali in Brasile, che hanno luogo dal 24 giugno al 16 luglio 1950, circostanza che induce sia la Juventus Campione d’Italia, al pari di Milan ed Inter, classificatesi alle piazze d’onore, a rinunciare avendo diversi loro giocatori selezionati per la rassegna iridata, così che a rappresentare il Bel Paese si presenta la Lazio, nonostante avesse anch’essa tre suoi elementi (il portiere Sentimenti IV ed i difensori Furiassi e Remondini) convocati in Nazionale.

Con le altre tre Nazioni a presentare, viceversa, i rispettivi Campioni nazionali, teatro della manifestazione è lo “Estadio Nacional” di Lisbona, che il 10 giugno ’50 ospita alle ore 16:00 la sfida tra i francesi del Bordeaux e gli spagnoli dell’Atletico Madrid, con i primi ad imporsi per 4-2, e, due ore dopo, la gara tra il Benfica ed i biancocelesti, che si sarebbe dovuta disputare il giorno prima, ma che era stata aggiornata per un epidemia di influenza nelle file laziali che, così debilitati, non hanno scampo contro i padroni di casa che si impongono per 3-0 grazie ad una rete in apertura di Julinho (solo omonimo del fuoriclasse viola …), cui segue un rigore trasformato da Carvalho ed il sigillo di Arsenio a meno di un quarto d’ora dal termine.

Lazio che, il giorno dopo, perde anche la “finalina” contro l’Atletico Madrid in una gara caratterizzata da ben quattro espulsioni, con lo svedese Henry Carlsson e Magrini a prendere assieme la strada degli spogliatoi già al 13’ nel mezzo delle due reti (di Ben Barek al 10’ e di Escudero al 16’) che già indirizzano l’incontro a favore degli spagnoli, ancor più dopo che i biancocelesti restano in 9 poco dopo la mezz’ora per l’espulsione di Piacentini, pur non rinunciando a lottare, ottenendo solo di dimezzare lo svantaggio con Sentimenti III ad un quarto d’ora dal termine.

Alle ore 18:00 scendono in campo Benfica e Bordeaux, dando vita ad una sfida emozionante ed altalenante che sembra indirizzata a favore dei lusitani dopo che gli stessi conducono per 2-0 (Arsenio e Corona) dopo 25’, ma già all’intervallo i girondini ne hanno ribaltato le sorti (doppietta di Doyle ed acuto di Ben Embarek), prima che ad inizio ripresa Pascoal fissi il punteggio sul definitivo 3-3 che non cambia neppure dopo i supplementari determinando la ripetizione della Finale ad una settimana di distanza.

Replay che vede l’applicazione di una sorta di “Golden goal” molto più corretta di come sarà utilizzato in tempi più recenti, ovverossia, dopo che a 30” dal fischio finale dei tempi regolamentari Arsenio (complice un incertezza del portiere francese Astresses) aveva pareggiato la rete in apertura di Kargu, si disputano i canonici due tempi supplementari da 15’ ciascuno e, perdurando il risultato di parità, solo allora il direttore di gara pone fine alla contesa qualora una delle due squadre passi in vantaggio, il che accade per il Benfica con un colpo di testa risolutore di Julinho al 146’ (!!).

[…]

Con il Lille (secondo in campionato) a prendere il posto dei Campioni del Nizza per la Francia, mentre Atletico Madrid e Sporting Lisbona sono i legittimi vincitori dei rispettivi Tornei, tocca ai rossoneri inaugurare il quadrangolare scendendo in campo il 20 giugno ’51 a San Siro (in un’inedita divisa azzurra …) per affrontare i madrileni sulla cui panchine siede il tecnico che, a 10 anni di distanza, infiammerà i “Derby della Madonnina”, ovverossia Helenio Herrera.

Con un attacco capace nel Campionato appena vinto di realizzare “qualcosa” come 107 reti (con Nordahl a fare la parte del leone con 34 centri …), la sfida coi “colchoneros” vede protagonista inatteso l’ala sinistra Mario Renosto, un 21enne veneziano proveniente dai lagunari, il quale si incarica di aprire le marcature dopo appena 18’, con raddoppio di Nordahl 4’ dopo e quindi andare ancora a segno per due volte nella ripresa per la sua personale tripletta, intervallata dal punto della bandiera per gli spagnoli messo a segno da Carlsson.

Molto più equilibrata ed incerta la seconda semifinale disputatasi il giorno appresso al “Filadelfia” tra Lille e Sporting Lisbona, conclusa sull’1-1 dopo i supplementari, talché deve essere ripetuta a distanza di 24 ore, ed ancora una volta sono necessari i prolungamenti dopo che al 90’ il punteggio era sul 4-4 (con poker di André Strappe per i transalpini e tripletta di Manuel Vasques, che era andato a segno anche nella prima sfida, per i lusitani), supplementari che premiano il Lille, infine vincitore per 6-4 con lo scatenato Strappe ancora a segno per la sua personale cinquina.

Appuntamento dunque per domenica 24 giugno ’51, con lo Stadio di San Siro ad ospitare dapprima la gara per il platonico terzo posto, che l’Atletico Madrid si aggiudica per 3-1, rimontando l’iniziale vantaggio dello Sporting con Travaços e quindi, alle ore 18:00, a sperare di celebrare il primo successo di una formazione italiana nella manifestazione, peraltro davanti a spalti pressoché deserti, con meno di 16mila spettatori presenti.

Sicuramente più stanco per il doppio impegno nell’arco di 24 ore prolungato in entrambe le occasioni ai supplementari, il Lille gioca tutte le sue carte cercando di sorprendere i rossoneri in avvio, cogliendo anche una traversa con Vincent, ma allorché poco dopo la mezz’ora si scatena la furia di Nordahl che realizza una doppietta (32’ e 37’) nell’arco di 5’, la gara non ha più storia, con Burini ad arrotondare il punteggio prima ancora del riposo ed ancora Nordahl e quindi Annovazzi a dare nella ripresa i connotati del trionfo, con un 5-0 che la dice lunga sulla superiorità espressa sul terreno di gioco dai giocatori del tecnico Czeizler.

Tocca ora alla Francia ospitare la competizione nel 1952, edizione in cui fa la sua comparsa, per i colori italiani, la Juventus di un 24enne Boniperti, affiancato in attacco dal trio danese composto da John e Karl Aage Hansen e da Karl Aage Praest, mentre le altre partecipanti sono i Campioni dei rispettivi Tornei nazionali, vale a dire Barcellona, Nizza e Sporting Lisbona.

Come nel 1950, un solo stadio accoglie la manifestazione, e non può ovviamente essere che il “Parc des Princes” di Parigi, dove le prime a scendere in campo sono, il 25 giugno ’52 alle ore 21:30 (anche questa dell’orario serale è una novità assoluta …), le compagini transalpina e lusitana, per una sfida che, all’intervallo, appare già decisa in virtù del 3-0 (9’ Carré, 16’ Carniglia e 41’ Courteaux) a favore del Nizza, in quale si vede parzialmente rimontare sino al 3-2 prima che ancora Carré, a 7’ dal termine, scacci ogni paura con il punto del 4-2 definitivo.

Alla stessa ora del giorno dopo, va in scena una sfida che diverrà un classico dei giorni nostri, vale a dire quella tra il Barcellona – nelle cui file è ancora presente il 32enne Cesar Rodriguez, affiancato in attacco dalla stella Ladislao Kubala, alla sua prima stagione in azulgrana – e la Juventus, con i bianconeri a dover disputare una gara in salita complice la rete sotto misura di Manchon dopo appena 3’, replicata al 22’ da Basora con una potente conclusione da fuori area.

La rete con cui Boniperti dimezza lo svantaggio al 40’ illude i bianconeri che vanno sotto altre due volte in avvio di ripresa (rigore di Kubala al 51’ e secondo centro di Basora al 56’) per poi vedere John Hansen farsi parare un rigore da Ramallets ad 11’ dal termine prima che ancora Boniperti fissi il punteggio sul 4-2 definitivo.

Juventus che, due giorni dopo, ha comunque modo di riscattarsi contro lo Sporting Lisbona, portandosi sul 3-0 dopo appena un quarto d’ora di gioco (7’ Boniperti, 8’ Karl Hansen, 15’ Vivolo), per poi resistere al tentativo di rimonta portoghese che, dopo la rete di Martins alla mezz’ora, si ferma sul raddoppio del medesimo attaccante a 13’ dal termine.

Con la curiosità di verificare se per la quarta volta consecutiva il successo arriderà alla formazione del Paese organizzatore, alle ore 19:00 di domenica 29 giugno ’52, Barcellona e Nizza si sfidano davanti a poco meno di 25mila spettatori in un incontro condizionato da una cappa di caldo gravante sulla Capitale francese che non aiuta i 22 in campo, che danno vita ad una gara con poche emozioni, risolta a favore dei catalani ad 11’ dal termine, grazie ad una deviazione di testa di Cesar su calcio piazzato battuto da Kubala, per quello che è il quinto trofeo stagionale per gli azulgrana, già vincitori di Liga, Copa del Generalissimo, Coppa Eva Duarte ed il Trofeo Martini & Rossi, i quali sono altresì riusciti a sfatare la tradizione che vedeva sempre vincente la formazione di casa.

Avendo inoltre completato la rotazione di ogni Paese ad aver ospitato la manifestazione, viene assegnata una speciale “Coppa per Nazioni”, sommando i punteggi derivanti dai rispettivi piazzamenti, e la stessa è appannaggio della Spagna con 12 punti, rispetto ai 10 della Francia ed ai 9 di Italia e Portogallo.

Ancora a digiuno di vittorie, la Francia ha l’opportunità di calare il proprio asso vincente grazie alla formazione dello Stade de Reims, vera dominatrice del Calcio transalpino negli anni ’50, qualificata per la quinta edizione della Coppa Latina che si svolge in Portogallo assieme ai Campioni lusitani dello Sporting Lisbona, nel mentre il Barcellona rinuncia a beneficio del Valencia – pare per ripicca a seguito della mancata organizzazione del Torneo, che in effetti, sarebbe dovuta toccare alla Spagna – così come per l’Italia, dato il forfait di Inter ed Juventus, partecipa il Milan, già a quei tempi più a suo agio nel panorama internazionale.

Stade de Reims che inaugura il torneo scendendo in campo ad Oporto il 4 giugno 1953 allo “Estadio das Antas”, terreno di gioco del Porto, per affrontare il Valencia, venendo a capo dell’incontro solo nella ripresa dopo aver chiuso sullo 0-1 (Gago al 27’) la prima frazione, grazie alle reti di Meano in avvio di secondo tempo e di Kopa poco dopo l’ora di gioco, favorito anche dall’infortunio a Luis Diaz che lascia gli spagnoli in 10 uomini per l’ultima mezzora.

Molto più avvincente ed emozionante la seconda sfida tra Sporting e Milan che va in scena lo stesso giorno allo “Estadio Nacional” di Lisbona, con i rossoneri a contare ancora sul celebre trio svedese, affiancato in attacco dalle due ali Burini e Frignani, ma è ancora il “Pompierone” Nordahl a siglare nella ripresa (nello spazio di 6’, dal 66’ al 72’) la doppietta che consente ai rossoneri di rimontare l’iniziale vantaggio lusitano con Vasques in chiusura di tempo.

Milan che avrebbe l’opportunità di chiudere la sfida se non venisse tradito da Liedholm che al 77’ si fa parare da Carlos Gomes un calcio di rigore, errore che risulta fatale allorché, a 2’ dal termine, Joao Martins – altro gran fromboliere con 166 reti in 251 gare di Campionato – segna la rete che manda le due squadre ai supplementari, dove è ancora lui a riportare avanti lo Sporting prima che Liedholm si faccia perdonare l’errore dal dischetto siglando al 118’ la rete del 3-3 e quindi, proseguendo ad oltranza, tocchi al 21enne Amleto Frignani porre la parola fine alla contesa, con la rete che certifica la seconda Finale in tre anni per i rossoneri.

[…]

La difesa transalpina, difatti, regge bene il confronto con l’attacco della compagine lombarda, ed, in attacco, può contare su di un fuoriclasse assoluto quale Raymond Kopa, il quale sblocca il risultato poco dopo la mezzora raccogliendo un cross di Meano, con quest’ultimo a vanificare le speranze di rimonta rossonere con la rete del 2-0 messa a segno poco dopo l’ora di gioco, prima che tocchi ancora a Kopa siglare al 74’ il punto del definitivo 3-0, un passivo che sarebbe potuto essere ancora più grave se a 6’ dal termine Buffon non si fosse opposto ad un rigore calciato da Glowacki.

Ora che anche la Francia ha un proprio Club iscritto nell’Albo d’oro della manifestazione – che l’anno seguente non viene disputata per la concomitanza con i Campionati Mondiali di Svizzera ’54 – ecco che inizia a farsi strada l’idea di un Torneo Continentale allargato alle formazioni vincenti dei rispettivi Campionati delle Federazioni iscritte alla neonata UEFA (costituitasi proprio durante la citata Rassegna iridata), sviluppata, come ricordato all’inizio, dal Direttore de “L’Equipe” Gabriel Hanot e che vede la prima edizione della Coppa dei Campioni prendere il via ad inizio settembre ’55.

Ciò comporta, pertanto, che la Coppa Latina, che si svolge a fine giugno ’55 a Parigi – con ancora unico teatro il “Parc des Princes” – veda ai nastri di partenza tre formazioni (Real Madrid, Milan e Stade de Reims) che saranno le principali protagoniste nella prima edizione del più prestigioso trofeo continentale, divenendone pertanto una sorta di gustoso antipasto, cui non partecipa, a beneficio del Belenenses, il Benfica, il quale rinuncia anche a disputare la Coppa dei Campioni, con la Federazione portoghese ad iscrivere in sua vece lo Sporting.

Con queste premesse, logico che vi sia una maggiore attenzione da parte dei media verso un torneo come la Coppa Latina che era stato sinora un po’ snobbato, e che viceversa prende il via il 22 giugno ’55 con il Real Madrid – nel cui undici compaiono già Di Stefano, Rial e Gento – ad avere la meglio per 2-0 sul Belenenses, mentre il giorno dopo, davanti a circa 37mila spettatori, il pubblico parigino omaggia i detentori del trofeo Stade de Reims contro un Milan che può valersi del fuoriclasse uruguagio Juan Alberto Schiaffino in cabina di regia e desideroso di riscattare l’umiliante sconfitta dell’anno precedente.

Partono forte, i rossoneri, e trovano il vantaggio al 26’ con Soerensen solo per essere raggiunti nel recupero del primo tempo da Glowacki, con la sfida a prolungarsi ben oltre i tempi supplementari, durante i quali sono i francesi a portarsi in vantaggio con Templin per poi subire il pareggio al 115’ da parte di Liedholm e, con la sfida a proseguire ad oltranza, la beffa giunge allorché una conclusione di Bergamaschi coglie l’incrocio dei pali, mentre, al contrario, miglior sorte ha il tiro di Glowacki che, dopo 138’ (!!) di gioco mette fine alla contesa.

Il Milan si consola con il facile successo per 3-1 (doppietta di Ricagni ed acuto di Nordahl) sul Belenenses per il platonico terzo posto, mentre la Finale contro lo Stade de Reims – disputata domenica 26 giugno ’55 alle ore 21:00 – incorona il Real Madrid che replica il 2-0 della Semifinale grazie ad una doppietta dell’argentino naturalizzato spagnolo José Hector Rial, per una sfida che si ripeterà a distanza di un anno e sullo stesso terreno di gioco, quale atto conclusivo della prima Coppa dei Campioni, con le “merengues” ad aver eliminato (4-2 all’andata, 1-2 al ritorno) il Milan in semifinale.

Con l’Italia chiamata ad organizzare la settima edizione del Torneo a giugno ’56, detto compito sarebbe dovuto toccare alla Fiorentina neo scudettata, ma una contemporanea tournée in Sudamerica della Nazionale (con ben 8 giocatori viola convocati …), impedisce al Club toscano una tale possibilità, venendo sostituita dal Milan, alla sua quarta partecipazione.

Con unico teatro, stavolta l’Arena Civica, i rossoneri debuttano il 29 giugno contro un Benfica nel quale già militano future stelle quali Mario Coluna e José Aguas, ma la ribalta è tutta per Schiaffino, decisivo con una doppietta dopo che Amos Mariani aveva aperto le marcature al 18’ e prima che, con i lusitani a restare in partita grazie ai centri di Coluna e Caiado, il sigillo al 4-2 finale venisse messo al 73’ da un giovane Osvaldo Bagnoli.

Nell’altra semifinale, comodo 2-0 per l’Athletic Bilbao che in poco più di mezzora (14’ Marcaida, 32’ Arieta) liquida il Nizza, superato anche dal Benfica nella finalina per il terzo posto che si risolve nei supplementari, dove al vantaggio francese con Milazzo rispondono Cavem al 116’ ed Aguas nel prolungamento ad oltranza, mentre ai baschi spetta il compito di impedire al Milan la conquista della sua seconda Coppa Latina.

Sono in 27mila a darsi appuntamento sugli spalti dell’Arena Civica domenica 3 luglio ’56 per la Finale, con inizio alle ore 22:20 causa il prolungarsi della gara precedente, data che coincide con il compimento dei 21 anni da parte di Bagnoli, il quale festeggia nel migliore dei modi la ricorrenza, portando in vantaggio i suoi al 22’ raccogliendo sotto misura una deviazione di Schiaffino su angolo calciato da Mariani.

Ma non sono rose e fiori per un Milan che subisce a più riprese gli attacchi dell’Athletic, che colpisce anche un palo con Arteche prima che sia la stessa ala destra a riequilibrare in avvio di ripresa le sorti dell’incontro risolvendo una mischia a centro area susseguente ad una punizione calciata da Gainza.

E quando lo spettro dei supplementari comincia a farsi largo – il che farebbe concludere la sfida alle ore piccole del 4 luglio – ci pensa Dal Monte a sbloccare la parità con un secco diagonale a 10’ dal termine, per poi toccare al “divino” Schiaffino mettere il punto esclamativo con la rete del 3-1 all’88’, frutto di una delle sue “pennellate” conclusioni da fuori area a fil di palo.

Con oramai poca ragione di esistere – nella seconda edizione della Coppa dei Campioni, vinta ancora dal Real Madrid superando per 2-0 in Finale la Fiorentina al “Santiago Bernabeu”, le partecipanti erano già salite da 16 a 22 squadre – la Coppa Latina celebra il suo ultimo atto a giugno 1957 con lo scenario più adatto, ovverossia la citata “Cattedrale” madridista e con le partecipanti più indicate, visto che, a parte il Saint-Etienne, sono presenti Real Madrid, Benfica e Milan, vale a dire le vincitrici delle prime 8 edizioni della Coppa dei Campioni.

Questo comporta altresì, per la prima volta una cornice di pubblico all’altezza della manifestazione, visto che sono addirittura in 80mila gli spettatori che gremiscono le tribune del “Santiago Bernabeu” giovedì 20 giugno ’57, allorché alle ore 19:30 scendono in campo Benfica e Saint-Etienne, gara risolta da una rete di Calado al 17’ per i lusitani, in attesa di godersi una delle più classiche sfide del panorama continentale e che si è protratta sino ai giorni nostri, ovverossia il confronto tra Real Madrid e Milan e che si conclude in un trionfo per le “merengues” dall’attacco atomico – Kopa, Joseito, Di Stefano, Rial e Gento – anche se ad accaparrarsi la scena, per una volta in veste di realizzatore, è la velocissima ala sinistra, autore di una tripletta che schianta i rossoneri nella ripresa, dopo che una rete alla mezzora di Cucchiaroni aveva mandato le squadre al riposo sull’1-1, per un 5-1 che non ammette repliche ed in cui mettono la loro firma anche Di Stefano e Joseito.

Milan che evita l’ultima posizione – nelle sue cinque partecipazioni al Torneo, i rossoneri hanno ottenuto due vittorie, un secondo e due terzi posti – imponendosi domenica 23 giugno ’57 sul Saint-Étienne dopo essersi farsi rimontare dal 3-1 maturato al 70’ (di Ricagni, Mariani e Bredesen le relative segnature) sino al 3-3 prima che toccasse al capitano Liedholm siglare, con il punto del definitivo 4-3 a 2’ dal termine, la 30esima ed ultima rete rossonera nella manifestazione, mentre la tanto attesa Finale iberica tra Real Madrid e Benfica tradisce in parte le attese, in quanto a risolvere la sfida è sufficiente la rete messa a segno dalla “Saeta Rubia” Alfredo Di Stefano in avvio di secondo tempo.

Quello del fuoriclasse argentino è l’ultimo acuto di una Manifestazione che viene consegnata agli archivi ed ingiustamente dimenticata, poiché se è pur vero che la stessa si è disputata con un arco temporale e numero di squadre estremamente ridotti, non si può negare che ad esserne protagoniste sono state squadre delle Nazioni che nelle prime 10 edizioni della Coppa dei Campioni (dal 1955-’56 al 1964-’65) hanno espresso la bellezza di 19 delle 20 finaliste – Real Madrid 7 presenze in Finale, Benfica 4, Stade de Reims, Milan ed Inter 2, Barcellona e Fiorentina una – con il solo Eintracht Francoforte a far da “malcapitato intruso”, visto il passivo di 3-7 rimediato dal Real nella Finale di Glasgow 1960 …

E, pertanto, visti altresì i nomi dei Campioni che le hanno dato lustro – dal trio svedese del Milan a Kubala, da Kopa a Schiaffino sino a Di Stefano e Gento – forse, forse questa “Coppa dimenticata” andrebbe un tantino rivalutata …

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Morto Felice Pulici, storico portiere del primo scudetto della Lazio

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ILMESSAGGERO.IT (Emiliano Bernardini) – Se ne è andato in silenzio. In punta di piedi. Così come ha sempre vissuto. La Lazio piange Felice Pulici, indimenticato portiere del primo scudetto biancoceleste. È morto all’età di 73 anni dopo una lunga malattia. Alla Lazio in cinque campionati ha messo insieme 150 presenze consecutive. «Pu… Pu… Pulici», era un grido che saliva alto, quasi rabbioso. Più che un coro era un’invocazione, una preghiera di aiuto o un grazie urlato in coro da migliaia di laziali. Gli stessi che oggi lo piangono. Un’altra stella che si aggiunge al firmamento biancocelste.

Nel 1972 Pulici passa dal Novara alla Lazio di Tommaso Maestrelli, da poco promossa in Serie A. Per cinque anni non salta neppure una partita e, come detto, vince il campionato nel 1973-74. Si trasferisce quindi al Monza e all’Ascoli. Nel 1982, invece, torna alla Lazio per una sola stagione. Infine si ritira.

Resta comunque nella Lazio come allenatore della Primavera nel 1983. Poi, con l’arrivo di Giorgio Chinaglia alla presidenza biancoceleste, entra nella dirigenza biancoceleste come direttore generale.

Per due volte è il responsabile del settore giovanile laziale: dal 1994 al 1998 e poi dal 2003 al 2004.

Nel 2006 Claudio Lotito lo sceglie come membro della segreteria generale e, nel 2006, è uno degli avvocati che rappresentano il club durante il processo sportivo di Calciopoli. Nell’agosto del 2006 Lotito gli affida la rappresentanza della società.

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16 dicembre 1952, nasce Ciccio Graziani

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Nasce a Subiaco, in provincia di Roma, Francesco Graziani, uno dei primi attaccanti moderni del nostro calcio, in grado di segnare valanghe di gol ma anche di partecipare alla manovra fin dal limite del centrocampo.

Ciccio Graziani non ha i piedi di fata, non è nemmeno velocissimo e acrobatico come il suo gemello granata Pulici, ma è generoso e lotta fino al novantesimo offrendo alla propria squadra sempre il 110 per cento senza mai risparmiarsi.

Tuttavia è stato un ottimo goleador che ha fatto grande il Torino degli anni Settanta (uno scudetto conquistato nel 1976 e uno perso nel 1977 nonostante gli storici 50 punti totalizzati dal Toro); in granata ha giocato 8 Campionati segnando con Pulici quasi 200 reti: è capocannoniere nel 1977 con 21 centri.

Con la maglia della Nazionale ha vissuto momenti contrastanti; 23 gol in 64 partite diluiti in 8 anni non sono pochi anche se sul più bello, ai Mondiali d’Argentina, fu messo da parte da Enzo Bearzot per lanciare Pablito Rossi. Nel 1982 invece è stato titolare fisso in tutte le partite, ma nei primi minuti della finale con la Germania Ovest ha dovuto abbandonare per una lesione alla spalla lasciando il campo a Spillo Altobelli. Resta determinante, ai fini del passaggio del turno, la rete segnata al Camerun durante la terza e ultima gara della prima fase.

Dopo la lunga esperienza granata gioca a ottimi livelli anche nella Fiorentina di Antognoni e nella Roma di Falcao. Quando decide di abbandonare, a 35 anni suonati, gioca in B con i bianconeri dell’Udinese. Superata una breve esperienza dirigenziale con l’Arezzo, intraprende la carriera di allenatore che lo porta alla Fiorentina e al Catania. Come sul campoanche fuori, Ciccio è un personaggio verace che dice sempre quello che gli passa per la testa.

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Pierino Prati, il mestiere di far goal

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IOGIOCOPULITO.IT (Matteo Latini) – Nonostante Cristiano Ronaldo e Lionel Messi abbiano monopolizzato gli ultimi dieci anni di Champions League, c’è un primato che neanche due mostri sacri come loro hanno mai ancora centrato. Né è detto vi riescano in futuro calibri come Neymar o Mbappé. Finora, chi ha messo le mani sulla coppa non ha mai segnato più di due gol. Comunque tanti, ma non abbastanza per eguagliare Pierino Prati, 72 anni pochi giorni fa e ancora quel record mai raggiunto: essere l’unico fare tripletta nell’atto finale sul più importante palcoscenico continentale. Se gli altri si sono riportati a casa il trofeo, in quella notte inglese del 1969, Prati in valigia ci infilò pure il pallone con cui per tre volte aveva fatto male al malcapitato Gerrit Bals.

Le origini di Pierino Prati

Soddisfazioni inscalfibili dal tempo, magari da raccontare ai bambini, gli stessi che ora Pierino allena, con la tuta del Milan, tentando di insegnarli quell’arte del gol che a lui riusciva così bene. Lo soprannominarono la peste e non poteva essere altrimenti. Un po’ perché sul campo gli si ammattivano dietro, un po’ per quel nome di battesimo, Pierino, che rimandava le menti al personaggio disegnato da Antonio Rubino sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Anche se della peste, il ragazzino destinato a prendersi l’Europa, ne aveva poco o nulla. Solo l’amore per il pallone, semmai, calciato nella sua Cinisello Balsamo, in quella provincia milanese fatta di industrie e fumi densi di ciminiera. Prati è un bambino come tanti, figlio di un’Italia in piena ricostruzione, con ancora qualche ferita della guerra da suturare e l’inguaribile ottimismo che dilaga sulle onde del boom economico. Si sogna ancora in bianco e nero, ma si sogna tanto. Spesso di diventare calciatore, come Pierino inizia a pensare di poter essere quando neanche adolescente viene prelevato dal Milan: suo cartellino vale centomila preziosissime lire.

Il Giro d’Italia di Pierino Prati

In rossonero, Prati fa parte della leva del ’46, con lui crescono altri due dal futuro roseo come Luigi Maldera e Nello Santin. Tutti e tre sotto gli occhi di Nils Liedholm, che gli scarpini li ha appesi al chiodo e ora fa apprendistato nelle giovanili milaniste, in attesa di diventare il Barone della panchina. I pupilli crescono bene, ma Pierino ha qualcosa in più. Gioca ala sinistra, vede la porta e anche bene, perché di gol ne segna tanti. Quando nel 1965 arriva a quota diciotto anni, la società decide di spedirlo a Salerno, in C. Insieme al biglietto del treno, un “vai e fatti le ossa della società” e un “che poi ti riprendiamo” come stella polare da seguire. E in Cilento, infatti, il ragazzo cresce, nonostante un infortunio. Ad aspettarlo trova Domenico Rosati, che come lui da Milano ci è passato, ma dalla sponda nerazzurra. Anche se ci è rimasto poco nel grande calcio Rosati, poi tanta C, prima di dedicarsi alla panchina. All’alba della stagione ’65/’66, il tecnico granata ha una squadra per tentare il salto di categoria. In rosa ci sono esperti come suo fratello Franco e Lorenzo Piccoli, ma anche giovani come Giuseppe Corbellini e proprio Prati, entrambi prelevati dal Milan. Ma tra i due sarà Pierino a farsi notare, già alla prima giornata, il 19 settembre, con una doppietta a Lecce che fa iniziare bene un’avventura destinata a progredire in meglio. I gol di Prati arrivano anche contro Siracusa, Chieti, Crotone. Alla fine saranno dieci, con un’altra doppietta, quella dell’ultima giornata alla Sambenedettese, decisiva per blindare il punto di vantaggio sul Cosenza e guadagnarsi la cadetteria. Un bagaglio sufficiente per aggiudicarsi il ritorno a casa, anche se sarà una breve sosta, perché nonostante l’esperienza salernitana, al Milan i frutti non sono ancora maturi. A ottobre altro prestito, stavolta non al Sud. Prati finisce al Savona, dove Ercole Rabitti sta faticando a far ingranare i liguri e ha bisogno di una mano. Pierino sbarca per dar manforte a un altro ragazzo del futuro segnato, Eugenio Fascetti. Neanche a dirlo, il primo gol lo segnerà contro la sua ex Salernitana, poi da lì alla fine altri quattordici. Tanti quanti il compagno di squadra Giampaolo Cominato e un altro col vizio del bomber, Gianni Bui. Meglio aveva fatto solamente il doriano Francesconi. Al Savona tutto quel ben di Dio in zona gol serve a poco, a Prati molto di più. Se i liguri ridiscendono in C, Pierino in estate torna nuovamente a Milano e la terza volta è quella che non scorderà più. Anche perché in rossonero le cose sono cambiate. La presidenza ora tocca a Franco Carraro, che in panchina ha voluto nuovamente Nereo Rocco,reduce dalla parentesi nella mai troppo amata Torino granata. E al Paron quel ragazzo piace, anche se quando glielo presentano non risparmia battute su quei capelli in pieno stile beat generation. “Signor Rocco, questo è Pierino Prati”, “Ti avevo chiesto Pierino Prati il calciatore, non Pierino Prati il cantante. Portalo via ché non lo voglio vedere”. Ma è tutta apparenza.

Pierino Prati al Milan e l’Europeo 1968

La sostanza parla di un Milan che vanta già l’esperienza di gente come Giovanni Trapattoni e Karl-Heinz Schnellinger, oltre al talento italiano più cristallino, Gianni Rivera. A centrocampo c’è Lodetti pronto a correre per tutti, dietro la classe di Roberto Rosato. In più, Rocco ha prelevato dal Lecco la classe argentina di Valentín Angelillo, mentre a Firenze ha spedito Amarildo per farsi dare in cambio l’UccellinoKurt Hamrin. Una squadra fatta per vincere e che finirà col fare quella per cui è stata progettata. Pierino Prati si sblocca a novembre, contro il Cagliari di Gigi Riva, poi da lì in poi non si fermerà più. Con tre doppietta mette in fila Vicenza, Brescia, Bologna e Roma, continuando a mietere vittime illustri come Juventus e soprattutto Napoli. Anche perché la squadra da attere sono proprio i partenopei, che alla fine chiuderanno a nove punti dal Milan. Poco aveva potuto anche l’ex, José Altafini. Il brasiliano ne avrebbe sì segnati 13, ma non quanti Prati: 15, con laurea di capocannoniere. Gioia su gioia, insieme al tricolore. Non bastasse, Pierino aveva saggiato anche l’Europa, in Coppa delle Coppe. Lì aveva giustiziato i modesti magiari del Győri, lo Standard Liegi e soprattutto il Bayern Monaco in semifinale. All’ultimo atto, poi, sarebbe bastato Hamrin portare la coppa nel capoluogo lombardo. Forse potrebbe bastare, ma in più c’è la Nazionale. Perché vero che Gigi Riva è un cono d’ombra su tutti gli attaccanti italiani, ma lì dietro Prati si è riuscito a ritagliare il suo bel posto al sole. E se n’è accorto anche il Ct, Ferruccio Valcareggi, che il ragazzo di Cinisello Balsamo l’ha spedito in campo nelle qualificazione all’Europeo del ’68, quello da giocare in casa. Pierino ovviamente ha ripagato cotante fiducia, segnando al debutto in azzurro, contro la Bulgaria a Sofia e ripetendosi anche nel ritorno di Napoli, in tuffo oltre le gambe dei difensori. È in campo anche quel 5 giugno, Pierino, sempre schierato insieme al compagno Rivera. Semifinale degli Europei. Stavolta non segna e come lui nessun altro. Finisce 0-0, niente neanche ai supplementari. L’Italia si aggrappa a una monetina che la premia e vola in finale, tre giorni dopo, stavolta a Roma. Altro pareggio, ma 1-1. Stavolta si rigioca, ma a quel punto Valcareggi gioca d’astuzia e ne cambia cinque di uomini, compreso Prati, rimpiazzato da Riva. E sarà proprio Rombo di Tuono a incendiare l’Olimpico.

La tripletta di Prati in Coppa dei Campioni

Pierino torna a Milano da campione continentale, definitivamente affermato. Segna anche la sua prima tripletta, al Verona, e il primo sigillo in un derby, quello di ritorno, pareggiando l’iniziale vantaggio di Mario Corso. 14 gol non bastano per impedire che lo scudetto finisce a Firenze, ma di gloria ce n’è in Europa. Stavolta Coppa dei Campioni, quella che Rocco vuole rivincere, dopo essere stato il primo tecnico italiano a farlo. Una bella mano, in quel ’69, gliela sta dando proprio Prati. Con una doppietta, Pierino ha piegato il Malmö, poi ai quarti ha letteralmente fatto impazzire il Celtic Park, tana dell’anima cattolica di Glasgow. Una cavalcata da metà campo fino all’area di rigore scozzese, far volare il Milan a una semifinale dove sarebbero bastati Hamrin e Sormani e regolare il Manchester di due signori a caso: Bobby Charlton e George Best. Sono gol che valgono un biglietto per Madrid, sede della finalissima. Tocca all’Ajax, banda di ragazzi promettenti, destinati a rivoluzionare il un continente calcistico. C’è già Rinus Michels, c’è già Johan Cruyff. Saranno l’avvenire, ma quella notte di fine maggio il presente è il Milan. E soprattutto Prati. Pierino segna già all’8’, spedendo dentro di testa un cross di Sormani, poi alla mezzora riceve il tacco di Rivera e col destro spara da fuori: Bals neanche la vede entrare. L’ultimo sigillo è ancora di testa, nuovamente su assist dell’Abatino. 4-1, prima avevano segnato anche Vasović e Sormani, ma la gloria sarà tutta per Prati. Nessuno aveva mai fatto tanto, nessuno è ancora riuscito a fare anche solo altrettanto.

Una carriera costellata di trofei

I gol continueranno ad arrivare, così come i trofei. Nel ’69 c’è anche l’Intercontinentale, vinta nell’inferno di Buenos Aires, perché all’epoca il regolamento prevede andata e ritorno. Così il Milan regola a San Siro l’Estudiantes di Carlos Bilard e papà Veron, ma al ritorno è un inferno. La squadra di La Plata ha ottenuto di giocare nello stadio del Boca, dove dentro i rossoneri trovano di tutto, compreso il lancio di caffè bollente. L’arbitro invece, il cileno Domingo Massaro, ignora ogni contrasto, compreso quello che costringe Prati ad abbandonare anzitempo il campo e la gomitata che spacca il naso a Nestor Combin, al quale toccherà anche un post partita turbolento: agli argentini non era andato giù che un conterraneo aveva scelto la bandiera francese e decisero di trattenerlo in commissariato per una presunta renitenza alla leva. Solo l’intervento di Franco Carraro avrebbe risolto tutto. Sul campo, invece, la rimonta argentina non sarebbe arrivata e al ritorno a Milano sarebbe stato proprio Prati a scendere dall’aereo con la coppa ben stretta tra le mani.

In campionato, invece, Pierino avrebbe segnato altri 14 gol. Ancora meglio nella stagione successiva, la sua migliore, con 19 centri. Solo Boninsegna aveva fatto meglio, ma con 8 rigori: Prati, invece, dal dischetto si era presentato solamente tre volte.

L’addio al Milan e l’arrivo a Roma

È nel ’71 che qualcosa si inclina e del suo ce lo mette anche la pubalgia. Prati gioca, segna meno. Ne realizza 6, gli stessi dell’anno successivo, dove calano anche le presenze e quantomeno mette lo zampino in un derby. Ma intento la presidenza è cambiata. Al comando si è issato Albino Buticchi, avvocato ligure e di fede juventina. Il nuovo presidente ha portato in rossonero Chiarugi e Prati lo bolla come finito, seppure nel ’70 se ne era volato anche in Messico con la Nazionale. È matrimonio che dura faticosamente una stagione, giusto in tempo per mettere in bacheca un’altra Coppa delle Coppe, poi a fine stagione si consuma il divorzio. Lo vuole il Cagliari, ma la spunta la Roma di Gaetano Anzalone. Il presidente gentiluomo ha idea di rilanciare la squadra, intanto affidata alle mani dell’autore del miracolo Cagliari, Manlio Scopigno. E al tecnico decide di regalare proprio Prati, che in giallorosso ritrova Domenghini,ma soprattutto una seconda casa. Nella Capitale, Prati viene accolto come il grande campione tanto invocato e lui da quell’amore ne viene irretito e travolto. Anche perché a Roma sono anni duri: dall’altra parte del Tevere la Lazio è in rampa di lancio, mentre De Sisti e compagni faticano. Pierino è una speranza romanista, che esplode già estate, quando ai suoi vecchi compagni del Milan rifila due gol in amichevole. I tifosi giallorossi non ci pensano due volte a inventare il coro “Buticchi bambino, grazie pe’ Pierino”, strillato anche più forte alla prima di campionato, quando proprio l’ex rossonero apre la gara col Bologna e alla fine dichiarerà ai giornali: “ogni mio gol è una rivincita su chi mi credeva finito”. Ne segnerà altri otto in quella stagione, ma il meglio lo darà in quella successiva, sotto l’egida del vecchio maestro Liedholm. Saranno 14, di cui uno mai dimenticato. 23 marzo 1975, derby, la Roma culla l’idea del sorpasso. Piove, l’Olimpico è un misto di cerate di fortuna, impermeabili e ombrelli. Al 76’ Peccenini trova spazio per crossare e la mette al centro, Prati piomba sul pallone e batte Felice Pulici, prima di correre a braccia alzate sotto la Sud. Nella Capitale sarà per sempre ricordato come il derby del sorpasso.

La storia in giallorosso proseguirà fino al ’77, poi Fiorentina, un’esperienza statunitense e la scelta di chiudere a Savona, nel 1981, prima di tentare l’avventura in panchina, per la verità poco fortunata. Ora insegna il mestiere di far gol, Pierino Prati, quello che a lui riusciva meglio.

Talmente meglio che come lui, in Coppa dei Campioni, una tripletta ancora nessuno mai.  

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