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La Penna degli Altri

La Coppa Latina, trofeo prestigioso ingiustamente dimenticato

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – “Coppa Latina, chi era costei …?”, verrebbe da chiedersi parafrasando la celebre frase di manzoniana memoria, ed invece, a dispetto della brevità sia del suo svolgimento – si disputava nell’arco di una settimana – e della relativa durata, in quanto ne sono state organizzate solo 8 edizioni, la stessa ha una sua collocazione ben precisa nella storia delle Manifestazioni europee a livello di Club.

Prima di essa, nel periodo tra le due Guerre, era stata ideata la “Mitropa Cup” (contrazione dal tedesco “Mittel Europa Cup”) che nella sua completa estensione stava, in italiano, per “Coppa dell’Europa Centrale”, manifestazione di livello assoluto, in quanto ad essa partecipavano squadre dei Paesi che all’epoca dominavano – stante l’isolazionismo britannico – la scena del Calcio Continentale, ovverossia di Italia, Austria, Cecoslovacchia ed Ungheria, come dimostrato dall’esito delle due edizioni dei Mondiali di calcio ’34 e ’38, con le rispettive Finali disputate rispettivamente da Italia-Cecoslovacchia (con l’Austria semifinalista) ed Italia-Ungheria, con l’Austria assente a seguito dell’annessione da parte della Germania hitleriana.

Un trofeo nel quale si cimentavano fuoriclasse assoluti, da Meazza a Wesely, da Nejedly a Cesarini, da Sarosi ad Orsi, da Sindelar a Binder, Schiavio e via dicendo, tutti protagonisti delle citate Rassegne iridate con le rispettive Nazionali, e che si disputa dal 1927 (i Club italiani vi partecipano dal 1929) sino al 1939, con la Finale del 1940 che si sarebbe dovuta disputare tra gli ungheresi del Ferencvaros ed i rumeni del Rapid Bucarest – Paese entrato in competizione dal 1937, mentre dall’anno precedente avevano fatto la loro apparizione formazioni elvetiche – annullata a causa degli eventi bellici.

Con la ripresa dell’attività agonistica a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, era difficile per detti Paesi – particolarmente colpiti da tali orrori che avevano pesantemente inciso sulle sorti del leggendario “Calcio danubiano” – pensare di poter riprendere tale Manifestazione da dove era stata interrotta, e difatti la stessa rivedrà la luce solo nel 1955, allorché, però, la già avvenuta ideazione del “Trofeo principe”, ovverossia la prestigiosa Coppa dei Campioni, ne svilisce i contenuti ed il relativo significato.

Ed è in questa “vacatio”, vale a dire tra il 1940 ed il 1955, che Gabriel Hanot, giornalista del famoso quotidiano francese “L’Equipe”, vara una nuova competizione per Club, che sposta il proprio orizzone sul versante occidentale del Vecchio Continente, convincendo le Federazioni di quattro Paesi – Italia, Francia, Spagna e Portogallo – a partecipare ad un nuovo Torneo, denominato, appunto, Coppa Latina …

Senza l’egida dell’UEFA – per ovvie ragioni, essendo la stessa stata fondata nel giugno 1954 a Basilea, in Svizzera, motivo per quale i relativi successi non vengono conteggiati dalla citata Federazione – la Coppa Latina può a tutti gli effetti essere considerata come “la prova generale” per quella che poi divenne la Coppa dei Campioni, non a caso anch’essa ideata dal medesimo Hanot.

[…]

Con ogni singolo Paese ad ospitare a turno la manifestazione, tocca alla Spagna inaugurare la stessa, organizzando la prima edizione che va in scena dal 26 giugno al 3 luglio 1949 e che sarebbe dovuta essere la prima vetrina internazionale del “Grande Torino” se quegli sfortunati ragazzi non fossero periti meno di due mesi prima nella tragica “Sciagura di Superga”, così che i granata si presentano con una squadra in gran parte costituita da giovanissimi, con l’unico rinforzo di esperienza costituito da Riccardo Carapellese, proveniente dal Milan.

Opposto il 26 giugno 1949, allo “Estadio Metropolitano” di Madrid – sino al 1966 terreno di casa dell’Atletico Madrid, prima del trasferimento al “Vicente Calderon” – ai Campioni portoghesi dello Sporting Lisbona, il Torino fa la conoscenza con uno dei massimi goleador della Storia del Calcio mondiale, ancorché al suo passo d’addio, ovverossia il centravanti Fernando Peyroteo – uno, tanto per intendersi, capace di realizzare 529 reti in 327 gare di Campionato (!!) dal 1937 al 1949 – il quale non si smentisce neppure in questa occasione ed, al 5’ della ripresa, ha già realizzato la tripletta che decide la sfida, solo addolcita dal punto della bandiera messo a segno da Marchetto per il 3-1 definitivo.

Al “Camp de los Corts” di Barcellona – anch’esso terreno amico degli azulgrana sino al trasferimento al “Camp Nou” nel 1957 – intanto, un altro valoroso attaccante, vale a dire Cesar Rodriguez, che con la maglia dei catalani realizza 294 reti in 433 partite complessivamente disputate, trascina i suoi con una doppietta ad un facile 5-0 a spese dei francesi dello Stade de Reims (di Seguer, Nicolau e Canal le altre reti), guadagnando l’accesso alla Finale che va in scena il 3 luglio 1949 allo “Estadio Nuevo Chamartin” di Madrid, inaugurato appena due anni prima e che, a partire da gennaio 1955, verrà intitolato allo storico Presidente dei “blancos”, Santiago Bernabeu.

E così, nel mentre il Torino salva l’onore imponendosi 5-3 nella sfida per il terzo posto contro lo Stade de Reims (doppietta di Carapellese), a decidere l’assegnazione della prima edizione della Coppa Latina, dopo un “botta e risposta” poco prima della mezz’ora di gioco – al vantaggio portoghese con Correia al 24’ risponde Cesar Rodriguez 3’ dopo – è un’altra leggenda catalana, ovverossia l’ala Estanislao Basora che mette a segno al 53’ il punto del definitivo 2-1.

L’anno seguente, la Coppa Latina si scontra con la contemporanea disputa dei Campionati Mondiali in Brasile, che hanno luogo dal 24 giugno al 16 luglio 1950, circostanza che induce sia la Juventus Campione d’Italia, al pari di Milan ed Inter, classificatesi alle piazze d’onore, a rinunciare avendo diversi loro giocatori selezionati per la rassegna iridata, così che a rappresentare il Bel Paese si presenta la Lazio, nonostante avesse anch’essa tre suoi elementi (il portiere Sentimenti IV ed i difensori Furiassi e Remondini) convocati in Nazionale.

Con le altre tre Nazioni a presentare, viceversa, i rispettivi Campioni nazionali, teatro della manifestazione è lo “Estadio Nacional” di Lisbona, che il 10 giugno ’50 ospita alle ore 16:00 la sfida tra i francesi del Bordeaux e gli spagnoli dell’Atletico Madrid, con i primi ad imporsi per 4-2, e, due ore dopo, la gara tra il Benfica ed i biancocelesti, che si sarebbe dovuta disputare il giorno prima, ma che era stata aggiornata per un epidemia di influenza nelle file laziali che, così debilitati, non hanno scampo contro i padroni di casa che si impongono per 3-0 grazie ad una rete in apertura di Julinho (solo omonimo del fuoriclasse viola …), cui segue un rigore trasformato da Carvalho ed il sigillo di Arsenio a meno di un quarto d’ora dal termine.

Lazio che, il giorno dopo, perde anche la “finalina” contro l’Atletico Madrid in una gara caratterizzata da ben quattro espulsioni, con lo svedese Henry Carlsson e Magrini a prendere assieme la strada degli spogliatoi già al 13’ nel mezzo delle due reti (di Ben Barek al 10’ e di Escudero al 16’) che già indirizzano l’incontro a favore degli spagnoli, ancor più dopo che i biancocelesti restano in 9 poco dopo la mezz’ora per l’espulsione di Piacentini, pur non rinunciando a lottare, ottenendo solo di dimezzare lo svantaggio con Sentimenti III ad un quarto d’ora dal termine.

Alle ore 18:00 scendono in campo Benfica e Bordeaux, dando vita ad una sfida emozionante ed altalenante che sembra indirizzata a favore dei lusitani dopo che gli stessi conducono per 2-0 (Arsenio e Corona) dopo 25’, ma già all’intervallo i girondini ne hanno ribaltato le sorti (doppietta di Doyle ed acuto di Ben Embarek), prima che ad inizio ripresa Pascoal fissi il punteggio sul definitivo 3-3 che non cambia neppure dopo i supplementari determinando la ripetizione della Finale ad una settimana di distanza.

Replay che vede l’applicazione di una sorta di “Golden goal” molto più corretta di come sarà utilizzato in tempi più recenti, ovverossia, dopo che a 30” dal fischio finale dei tempi regolamentari Arsenio (complice un incertezza del portiere francese Astresses) aveva pareggiato la rete in apertura di Kargu, si disputano i canonici due tempi supplementari da 15’ ciascuno e, perdurando il risultato di parità, solo allora il direttore di gara pone fine alla contesa qualora una delle due squadre passi in vantaggio, il che accade per il Benfica con un colpo di testa risolutore di Julinho al 146’ (!!).

[…]

Con il Lille (secondo in campionato) a prendere il posto dei Campioni del Nizza per la Francia, mentre Atletico Madrid e Sporting Lisbona sono i legittimi vincitori dei rispettivi Tornei, tocca ai rossoneri inaugurare il quadrangolare scendendo in campo il 20 giugno ’51 a San Siro (in un’inedita divisa azzurra …) per affrontare i madrileni sulla cui panchine siede il tecnico che, a 10 anni di distanza, infiammerà i “Derby della Madonnina”, ovverossia Helenio Herrera.

Con un attacco capace nel Campionato appena vinto di realizzare “qualcosa” come 107 reti (con Nordahl a fare la parte del leone con 34 centri …), la sfida coi “colchoneros” vede protagonista inatteso l’ala sinistra Mario Renosto, un 21enne veneziano proveniente dai lagunari, il quale si incarica di aprire le marcature dopo appena 18’, con raddoppio di Nordahl 4’ dopo e quindi andare ancora a segno per due volte nella ripresa per la sua personale tripletta, intervallata dal punto della bandiera per gli spagnoli messo a segno da Carlsson.

Molto più equilibrata ed incerta la seconda semifinale disputatasi il giorno appresso al “Filadelfia” tra Lille e Sporting Lisbona, conclusa sull’1-1 dopo i supplementari, talché deve essere ripetuta a distanza di 24 ore, ed ancora una volta sono necessari i prolungamenti dopo che al 90’ il punteggio era sul 4-4 (con poker di André Strappe per i transalpini e tripletta di Manuel Vasques, che era andato a segno anche nella prima sfida, per i lusitani), supplementari che premiano il Lille, infine vincitore per 6-4 con lo scatenato Strappe ancora a segno per la sua personale cinquina.

Appuntamento dunque per domenica 24 giugno ’51, con lo Stadio di San Siro ad ospitare dapprima la gara per il platonico terzo posto, che l’Atletico Madrid si aggiudica per 3-1, rimontando l’iniziale vantaggio dello Sporting con Travaços e quindi, alle ore 18:00, a sperare di celebrare il primo successo di una formazione italiana nella manifestazione, peraltro davanti a spalti pressoché deserti, con meno di 16mila spettatori presenti.

Sicuramente più stanco per il doppio impegno nell’arco di 24 ore prolungato in entrambe le occasioni ai supplementari, il Lille gioca tutte le sue carte cercando di sorprendere i rossoneri in avvio, cogliendo anche una traversa con Vincent, ma allorché poco dopo la mezz’ora si scatena la furia di Nordahl che realizza una doppietta (32’ e 37’) nell’arco di 5’, la gara non ha più storia, con Burini ad arrotondare il punteggio prima ancora del riposo ed ancora Nordahl e quindi Annovazzi a dare nella ripresa i connotati del trionfo, con un 5-0 che la dice lunga sulla superiorità espressa sul terreno di gioco dai giocatori del tecnico Czeizler.

Tocca ora alla Francia ospitare la competizione nel 1952, edizione in cui fa la sua comparsa, per i colori italiani, la Juventus di un 24enne Boniperti, affiancato in attacco dal trio danese composto da John e Karl Aage Hansen e da Karl Aage Praest, mentre le altre partecipanti sono i Campioni dei rispettivi Tornei nazionali, vale a dire Barcellona, Nizza e Sporting Lisbona.

Come nel 1950, un solo stadio accoglie la manifestazione, e non può ovviamente essere che il “Parc des Princes” di Parigi, dove le prime a scendere in campo sono, il 25 giugno ’52 alle ore 21:30 (anche questa dell’orario serale è una novità assoluta …), le compagini transalpina e lusitana, per una sfida che, all’intervallo, appare già decisa in virtù del 3-0 (9’ Carré, 16’ Carniglia e 41’ Courteaux) a favore del Nizza, in quale si vede parzialmente rimontare sino al 3-2 prima che ancora Carré, a 7’ dal termine, scacci ogni paura con il punto del 4-2 definitivo.

Alla stessa ora del giorno dopo, va in scena una sfida che diverrà un classico dei giorni nostri, vale a dire quella tra il Barcellona – nelle cui file è ancora presente il 32enne Cesar Rodriguez, affiancato in attacco dalla stella Ladislao Kubala, alla sua prima stagione in azulgrana – e la Juventus, con i bianconeri a dover disputare una gara in salita complice la rete sotto misura di Manchon dopo appena 3’, replicata al 22’ da Basora con una potente conclusione da fuori area.

La rete con cui Boniperti dimezza lo svantaggio al 40’ illude i bianconeri che vanno sotto altre due volte in avvio di ripresa (rigore di Kubala al 51’ e secondo centro di Basora al 56’) per poi vedere John Hansen farsi parare un rigore da Ramallets ad 11’ dal termine prima che ancora Boniperti fissi il punteggio sul 4-2 definitivo.

Juventus che, due giorni dopo, ha comunque modo di riscattarsi contro lo Sporting Lisbona, portandosi sul 3-0 dopo appena un quarto d’ora di gioco (7’ Boniperti, 8’ Karl Hansen, 15’ Vivolo), per poi resistere al tentativo di rimonta portoghese che, dopo la rete di Martins alla mezz’ora, si ferma sul raddoppio del medesimo attaccante a 13’ dal termine.

Con la curiosità di verificare se per la quarta volta consecutiva il successo arriderà alla formazione del Paese organizzatore, alle ore 19:00 di domenica 29 giugno ’52, Barcellona e Nizza si sfidano davanti a poco meno di 25mila spettatori in un incontro condizionato da una cappa di caldo gravante sulla Capitale francese che non aiuta i 22 in campo, che danno vita ad una gara con poche emozioni, risolta a favore dei catalani ad 11’ dal termine, grazie ad una deviazione di testa di Cesar su calcio piazzato battuto da Kubala, per quello che è il quinto trofeo stagionale per gli azulgrana, già vincitori di Liga, Copa del Generalissimo, Coppa Eva Duarte ed il Trofeo Martini & Rossi, i quali sono altresì riusciti a sfatare la tradizione che vedeva sempre vincente la formazione di casa.

Avendo inoltre completato la rotazione di ogni Paese ad aver ospitato la manifestazione, viene assegnata una speciale “Coppa per Nazioni”, sommando i punteggi derivanti dai rispettivi piazzamenti, e la stessa è appannaggio della Spagna con 12 punti, rispetto ai 10 della Francia ed ai 9 di Italia e Portogallo.

Ancora a digiuno di vittorie, la Francia ha l’opportunità di calare il proprio asso vincente grazie alla formazione dello Stade de Reims, vera dominatrice del Calcio transalpino negli anni ’50, qualificata per la quinta edizione della Coppa Latina che si svolge in Portogallo assieme ai Campioni lusitani dello Sporting Lisbona, nel mentre il Barcellona rinuncia a beneficio del Valencia – pare per ripicca a seguito della mancata organizzazione del Torneo, che in effetti, sarebbe dovuta toccare alla Spagna – così come per l’Italia, dato il forfait di Inter ed Juventus, partecipa il Milan, già a quei tempi più a suo agio nel panorama internazionale.

Stade de Reims che inaugura il torneo scendendo in campo ad Oporto il 4 giugno 1953 allo “Estadio das Antas”, terreno di gioco del Porto, per affrontare il Valencia, venendo a capo dell’incontro solo nella ripresa dopo aver chiuso sullo 0-1 (Gago al 27’) la prima frazione, grazie alle reti di Meano in avvio di secondo tempo e di Kopa poco dopo l’ora di gioco, favorito anche dall’infortunio a Luis Diaz che lascia gli spagnoli in 10 uomini per l’ultima mezzora.

Molto più avvincente ed emozionante la seconda sfida tra Sporting e Milan che va in scena lo stesso giorno allo “Estadio Nacional” di Lisbona, con i rossoneri a contare ancora sul celebre trio svedese, affiancato in attacco dalle due ali Burini e Frignani, ma è ancora il “Pompierone” Nordahl a siglare nella ripresa (nello spazio di 6’, dal 66’ al 72’) la doppietta che consente ai rossoneri di rimontare l’iniziale vantaggio lusitano con Vasques in chiusura di tempo.

Milan che avrebbe l’opportunità di chiudere la sfida se non venisse tradito da Liedholm che al 77’ si fa parare da Carlos Gomes un calcio di rigore, errore che risulta fatale allorché, a 2’ dal termine, Joao Martins – altro gran fromboliere con 166 reti in 251 gare di Campionato – segna la rete che manda le due squadre ai supplementari, dove è ancora lui a riportare avanti lo Sporting prima che Liedholm si faccia perdonare l’errore dal dischetto siglando al 118’ la rete del 3-3 e quindi, proseguendo ad oltranza, tocchi al 21enne Amleto Frignani porre la parola fine alla contesa, con la rete che certifica la seconda Finale in tre anni per i rossoneri.

[…]

La difesa transalpina, difatti, regge bene il confronto con l’attacco della compagine lombarda, ed, in attacco, può contare su di un fuoriclasse assoluto quale Raymond Kopa, il quale sblocca il risultato poco dopo la mezzora raccogliendo un cross di Meano, con quest’ultimo a vanificare le speranze di rimonta rossonere con la rete del 2-0 messa a segno poco dopo l’ora di gioco, prima che tocchi ancora a Kopa siglare al 74’ il punto del definitivo 3-0, un passivo che sarebbe potuto essere ancora più grave se a 6’ dal termine Buffon non si fosse opposto ad un rigore calciato da Glowacki.

Ora che anche la Francia ha un proprio Club iscritto nell’Albo d’oro della manifestazione – che l’anno seguente non viene disputata per la concomitanza con i Campionati Mondiali di Svizzera ’54 – ecco che inizia a farsi strada l’idea di un Torneo Continentale allargato alle formazioni vincenti dei rispettivi Campionati delle Federazioni iscritte alla neonata UEFA (costituitasi proprio durante la citata Rassegna iridata), sviluppata, come ricordato all’inizio, dal Direttore de “L’Equipe” Gabriel Hanot e che vede la prima edizione della Coppa dei Campioni prendere il via ad inizio settembre ’55.

Ciò comporta, pertanto, che la Coppa Latina, che si svolge a fine giugno ’55 a Parigi – con ancora unico teatro il “Parc des Princes” – veda ai nastri di partenza tre formazioni (Real Madrid, Milan e Stade de Reims) che saranno le principali protagoniste nella prima edizione del più prestigioso trofeo continentale, divenendone pertanto una sorta di gustoso antipasto, cui non partecipa, a beneficio del Belenenses, il Benfica, il quale rinuncia anche a disputare la Coppa dei Campioni, con la Federazione portoghese ad iscrivere in sua vece lo Sporting.

Con queste premesse, logico che vi sia una maggiore attenzione da parte dei media verso un torneo come la Coppa Latina che era stato sinora un po’ snobbato, e che viceversa prende il via il 22 giugno ’55 con il Real Madrid – nel cui undici compaiono già Di Stefano, Rial e Gento – ad avere la meglio per 2-0 sul Belenenses, mentre il giorno dopo, davanti a circa 37mila spettatori, il pubblico parigino omaggia i detentori del trofeo Stade de Reims contro un Milan che può valersi del fuoriclasse uruguagio Juan Alberto Schiaffino in cabina di regia e desideroso di riscattare l’umiliante sconfitta dell’anno precedente.

Partono forte, i rossoneri, e trovano il vantaggio al 26’ con Soerensen solo per essere raggiunti nel recupero del primo tempo da Glowacki, con la sfida a prolungarsi ben oltre i tempi supplementari, durante i quali sono i francesi a portarsi in vantaggio con Templin per poi subire il pareggio al 115’ da parte di Liedholm e, con la sfida a proseguire ad oltranza, la beffa giunge allorché una conclusione di Bergamaschi coglie l’incrocio dei pali, mentre, al contrario, miglior sorte ha il tiro di Glowacki che, dopo 138’ (!!) di gioco mette fine alla contesa.

Il Milan si consola con il facile successo per 3-1 (doppietta di Ricagni ed acuto di Nordahl) sul Belenenses per il platonico terzo posto, mentre la Finale contro lo Stade de Reims – disputata domenica 26 giugno ’55 alle ore 21:00 – incorona il Real Madrid che replica il 2-0 della Semifinale grazie ad una doppietta dell’argentino naturalizzato spagnolo José Hector Rial, per una sfida che si ripeterà a distanza di un anno e sullo stesso terreno di gioco, quale atto conclusivo della prima Coppa dei Campioni, con le “merengues” ad aver eliminato (4-2 all’andata, 1-2 al ritorno) il Milan in semifinale.

Con l’Italia chiamata ad organizzare la settima edizione del Torneo a giugno ’56, detto compito sarebbe dovuto toccare alla Fiorentina neo scudettata, ma una contemporanea tournée in Sudamerica della Nazionale (con ben 8 giocatori viola convocati …), impedisce al Club toscano una tale possibilità, venendo sostituita dal Milan, alla sua quarta partecipazione.

Con unico teatro, stavolta l’Arena Civica, i rossoneri debuttano il 29 giugno contro un Benfica nel quale già militano future stelle quali Mario Coluna e José Aguas, ma la ribalta è tutta per Schiaffino, decisivo con una doppietta dopo che Amos Mariani aveva aperto le marcature al 18’ e prima che, con i lusitani a restare in partita grazie ai centri di Coluna e Caiado, il sigillo al 4-2 finale venisse messo al 73’ da un giovane Osvaldo Bagnoli.

Nell’altra semifinale, comodo 2-0 per l’Athletic Bilbao che in poco più di mezzora (14’ Marcaida, 32’ Arieta) liquida il Nizza, superato anche dal Benfica nella finalina per il terzo posto che si risolve nei supplementari, dove al vantaggio francese con Milazzo rispondono Cavem al 116’ ed Aguas nel prolungamento ad oltranza, mentre ai baschi spetta il compito di impedire al Milan la conquista della sua seconda Coppa Latina.

Sono in 27mila a darsi appuntamento sugli spalti dell’Arena Civica domenica 3 luglio ’56 per la Finale, con inizio alle ore 22:20 causa il prolungarsi della gara precedente, data che coincide con il compimento dei 21 anni da parte di Bagnoli, il quale festeggia nel migliore dei modi la ricorrenza, portando in vantaggio i suoi al 22’ raccogliendo sotto misura una deviazione di Schiaffino su angolo calciato da Mariani.

Ma non sono rose e fiori per un Milan che subisce a più riprese gli attacchi dell’Athletic, che colpisce anche un palo con Arteche prima che sia la stessa ala destra a riequilibrare in avvio di ripresa le sorti dell’incontro risolvendo una mischia a centro area susseguente ad una punizione calciata da Gainza.

E quando lo spettro dei supplementari comincia a farsi largo – il che farebbe concludere la sfida alle ore piccole del 4 luglio – ci pensa Dal Monte a sbloccare la parità con un secco diagonale a 10’ dal termine, per poi toccare al “divino” Schiaffino mettere il punto esclamativo con la rete del 3-1 all’88’, frutto di una delle sue “pennellate” conclusioni da fuori area a fil di palo.

Con oramai poca ragione di esistere – nella seconda edizione della Coppa dei Campioni, vinta ancora dal Real Madrid superando per 2-0 in Finale la Fiorentina al “Santiago Bernabeu”, le partecipanti erano già salite da 16 a 22 squadre – la Coppa Latina celebra il suo ultimo atto a giugno 1957 con lo scenario più adatto, ovverossia la citata “Cattedrale” madridista e con le partecipanti più indicate, visto che, a parte il Saint-Etienne, sono presenti Real Madrid, Benfica e Milan, vale a dire le vincitrici delle prime 8 edizioni della Coppa dei Campioni.

Questo comporta altresì, per la prima volta una cornice di pubblico all’altezza della manifestazione, visto che sono addirittura in 80mila gli spettatori che gremiscono le tribune del “Santiago Bernabeu” giovedì 20 giugno ’57, allorché alle ore 19:30 scendono in campo Benfica e Saint-Etienne, gara risolta da una rete di Calado al 17’ per i lusitani, in attesa di godersi una delle più classiche sfide del panorama continentale e che si è protratta sino ai giorni nostri, ovverossia il confronto tra Real Madrid e Milan e che si conclude in un trionfo per le “merengues” dall’attacco atomico – Kopa, Joseito, Di Stefano, Rial e Gento – anche se ad accaparrarsi la scena, per una volta in veste di realizzatore, è la velocissima ala sinistra, autore di una tripletta che schianta i rossoneri nella ripresa, dopo che una rete alla mezzora di Cucchiaroni aveva mandato le squadre al riposo sull’1-1, per un 5-1 che non ammette repliche ed in cui mettono la loro firma anche Di Stefano e Joseito.

Milan che evita l’ultima posizione – nelle sue cinque partecipazioni al Torneo, i rossoneri hanno ottenuto due vittorie, un secondo e due terzi posti – imponendosi domenica 23 giugno ’57 sul Saint-Étienne dopo essersi farsi rimontare dal 3-1 maturato al 70’ (di Ricagni, Mariani e Bredesen le relative segnature) sino al 3-3 prima che toccasse al capitano Liedholm siglare, con il punto del definitivo 4-3 a 2’ dal termine, la 30esima ed ultima rete rossonera nella manifestazione, mentre la tanto attesa Finale iberica tra Real Madrid e Benfica tradisce in parte le attese, in quanto a risolvere la sfida è sufficiente la rete messa a segno dalla “Saeta Rubia” Alfredo Di Stefano in avvio di secondo tempo.

Quello del fuoriclasse argentino è l’ultimo acuto di una Manifestazione che viene consegnata agli archivi ed ingiustamente dimenticata, poiché se è pur vero che la stessa si è disputata con un arco temporale e numero di squadre estremamente ridotti, non si può negare che ad esserne protagoniste sono state squadre delle Nazioni che nelle prime 10 edizioni della Coppa dei Campioni (dal 1955-’56 al 1964-’65) hanno espresso la bellezza di 19 delle 20 finaliste – Real Madrid 7 presenze in Finale, Benfica 4, Stade de Reims, Milan ed Inter 2, Barcellona e Fiorentina una – con il solo Eintracht Francoforte a far da “malcapitato intruso”, visto il passivo di 3-7 rimediato dal Real nella Finale di Glasgow 1960 …

E, pertanto, visti altresì i nomi dei Campioni che le hanno dato lustro – dal trio svedese del Milan a Kubala, da Kopa a Schiaffino sino a Di Stefano e Gento – forse, forse questa “Coppa dimenticata” andrebbe un tantino rivalutata …

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Socrates, il dottore democratico

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CORRIEREDELLOSPORT.IT – Era alto quasi due metri, ma calzava un 38 scarso. Due piedi piccoli, che però esprimevano un grande calcio, spettacoloso ed efficace. Aveva ricevuto un numero imprecisato di soprannomi, il più bello è stato senza dubbio “il colpo di tacco che la palla chiese a Dio”. Troppo lungo, meglio il Dottore, visto che era laureato in pediatria, anche se non eserciterà mai la professione. Aveva tre passioni: due, il calcio e la politica, lo consegneranno alla storia, un altro, l’alcool, lo porterà via da questa mondo. Aveva un carisma senza eguali, perché altrimenti non saresti potuto essere il protagonista del più grande esperimento sociologico della storia del pallone. Si chiamava Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Ma anche qui, un’abbreviazione ci viene in soccorso: Socrates.

IN BRASILE. Questo giovane riccioluto brasiliano però non nasce nell’hinterland di Atene come il suo famoso omonimo greco, bensì a Belém, estremo nord del Brasile, il 19 febbraio 1954. Suo padre era un uomo di sinistra, avido lettore di testi proibiti durante gli anni della dittatura militare. L’educazione ricevuta dal giovane Socrates si farà sentire qualche anno dopo. Nel frattempo lui cresce a Riberao Preto, stato di San Paolo, dove gioca, e bene, nel Botafogo (solo omonimo del blasonato club del Paraiba). È un interno di centrocampo, possiede un’intelligenza calcistica fuori dal comune, e inoltre segna più di un centinaio di gol in quattro anni, un numero enorme per un non attaccante. Uno come lui deve giocare in una grande squadra. L’opportunità arriva tardi, quando ha già 24 anni, ma sarà un’esperienza irripetibile.

“A DEMOCRACIA”. Nel 1978 approda al Corinthians, la squadra del ceto popolare di San Paolo e la seconda più amata in Brasile dopo il Flamengo. Il primo anno vince subito il campionato paulista, ma l’anno da ricordare è il 1981. Il Corinthians viene da una stagione fallimentare, e come direttore tecnico viene scelto un sociologo, Adìlson Monteiro Alves. Alves individua i giocatori che condividono le sue stesse idee politiche – e sono tanti, oltre a Socrates: Casagrande, Zenon, Wladimir – e dà vita alla “Democracia Corinthiana”. Il club si autogestisce: nessun allenatore, comandano i giocatori, ma al momento di prendere delle decisioni si va al voto, naturalmente democratico. Partecipano tutti: il parere del magazziniere vale come quello del presidente. È un esperimento rivoluzionario. Nel calcio di oggi non potrebbe esistere, negli anni ’80 produce la vittoria di altri due scudetti. La Democracia Corinthiana “rischia” di spingersi oltre. Inizia a fare breccia nelle idee della gente, tenta di soverchiare lo status quo della dittatura militare. Socrates è il più coinvolto di tutti. «Se il prossimo presidente del Brasile verrà eletto direttamente dal popolo e non dal parlamento come vuole la dittatura, sono pronto a rifiutare il trasferimento in Europa». Il sogno politico però si interrompe lì, e Socrates in Europa ci va. Se lo aggiudica la Fiorentina. Perché nel frattempo, anche noi italiani abbiamo conosciuto le sue qualità.

L’ADDIO. Ce lo siamo trovati di fronte il 5 luglio del 1982, quando la stella di Paolo Rossi eliminò dal Mundial spagnolo una delle più forti nazionali brasiliane di tutti i tempi. Socrates era il faro di quella squadra, segnò anche a Zoff il gol dell’1-1. A Firenze un amore non sbocciato. Rimase solo una stagione, 1984-85, 25 partite, 6 reti, mai entrato negli schemi dei viola allenati da De Sisti e Valcareggi. Tornerà in Brasile, al Flamengo e al Santos, e si rimetterà in gioco nel 2004 in Inghilterra, al Garforth Town, a 50 anni. Sette anni dopo, l’ennesima birra gli giocherà un brutto scherzo, e un’infezione intestinale gli sarà fatale. Mentre sta per andare via, il suo Corinthians scende in campo contro i rivali del Palmeiras. Al fischio finale, saranno campioni per la quinta volta nella loro storia. I giocatori festeggiano con braccio destro alto e pugno chiuso. Inutile specificare a chi si sono ispirati.

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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La Penna degli Altri

Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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