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La Penna degli Altri

Auguri “Re”…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Oggi Luciano Re Cecconi avrebbe compiuto 70 anni. E oggi fa ancora più impressione pensare che quel sorriso che lo ha sempre contraddistinto si sia spento più di 40 anni fa. Raccontare che cosa era per quelli della mia generazione Luciano Re Cecconi è quasi impossibile. O meglio, per come la vedo io è impossibile farlo meglio di come l’ha fatto Carlo D’Amicis in quel magnifico libro “Ho visto un re”, uscito alla fine del 1998, in occasione di quello che sarebbe stato il cinquantesimo compleanno di quell’angelo biondo, di  “quell’eroe biancoceleste che giocava alla morte ed è morto per gioco”, come ha scritto D’Amicis nel sottotitolo di quel libro. Già, perché Luciano era esattamente come ci hanno sempre descritto gli angeli: vestito di bianco e di celeste, con in testa un casco di capelli biondi che somigliavano ad una corona tutta d’oro. A quel RE che portava nel cognome e che ha una strana origine, ma di questo parlerò dopo.

Mi è difficile parlare di Luciano Re Cecconi e della sua carriera, come si dovrebbe fare in occasione di un compleanno narrando vita e opere del personaggio. E’ difficile perché pensando alla storia di Cecco mi torna subito in mente la fine del breve libro su una vita straordinaria, l’ultimo capitolo. Perché ci sono episodi nella vita che restano per sempre fissati nella mente, momenti in cui il tempo sembra fermarsi e con lui anche il tuo respiro. E per me, uno di questi episodi è legato al 18 gennaio del 1977, il giorno della morte di Luciano Re Cecconi. Sono appena tornato a casa dagli allenamenti infangato e infreddolito e dopo una rapida doccia aspetto di andare a cena. Sono contento, perché quel pomeriggio prima di andare ad allenarmi all’Acqua Acetosa, ho fatto un salto con il motorino a Tor di Quinto e ho visto Luciano Re Cecconi giocare tutta la partitella. “A Cesena gioca” ci siamo detti tra amici, felici, con in tasca già la prenotazione per quella trasferta in programma il 30 gennaio. “Cecco” è reduce da un brutto infortunio rimediato il 24 ottobre all’Olimpico contro il Bologna. Un infortunio che a detta di Renato Ziaco (che ama esagerare sui tempi di recupero, per poi far passare come miracolosi i rientri in campo a tempo di record dei suoi ragazzi), doveva tenerlo fuori almeno fino a marzo. A metà gennaio, invece, “Cecco” è già pronto, il suo ginocchio è perfettamente guarito, lui è in forma e ha il sorriso stampato sulle labbra. Il sorriso di chi torna alla vita. Ad un certo punto, a casa arriva una telefonata. Sento mio padre che risponde e dopo una lunga pausa dice: “Ma sei sicuro?”… poi, il silenzio. Sento dei passi quasi trascinati in corridoio, poi vedo la porta della mia camera che si spalanca e dietro compare mio padre a testa bassa, che con gli occhi gonfi mi sussurra: “Stefano, è successa una brutta cosa, hanno sparato a Re Cecconi”.

E’ l’alba degli Anni di Piombo, quelli che ho appena raccontato in “Faccetta biancoceleste”. Roma è una città in cui si spara tutti i giorni, ma a cadere sono soprattutto ragazzi di destra e di sinistra, oppure poliziotti e carabinieri, non “eroi invincibili”. Perché ai miei occhi, Luciano Re Cecconi è come il “Mitico Thor”  dei fumetti della Marvel, il biondo vichingo “Dio del tuono”  creato dal genio di Jack Kirby e Stan Lee. Si può ferire, ma poi si rialza sempre e vince. Quella sera, invece, Luciano Re Cecconi è rimasto a terra, non si è rialzato più. E con lui, è morta una buona parte del ragazzo spensierato che c’è in me. Ricordo quei minuti di speranza davanti al televisore, a pregare che non fosse nulla di grave, poi, proprio quando stanno per partire i titoli di coda del Telegiornale, arriva come una mazzata l’annuncio: “Luciano Re Cecconi è morto”. Ascolto ma mi rifiuto di accettare quello che ho appena sentito. Ma sento quella fitta dentro, impossibile da dimenticare anche a quasi 39 anni di distanza.

Il giorno dopo a Roma il cielo è nero e piove. Scuola è a 400 metri da casa, ma quel giorno il tragitto sembra lungo come quello di una maratona. Le gambe sono pesanti come il cuore e nella testa rimbombano quelle parole: “Luciano Re Cecconi è morto”, la stessa frase sparata sulle locandine dell’edicola di piazza Gentile da Fabriano a metà strada tra casa e Villa Flaminia. Quel giorno ho compito in classe di italiano e il tema di cronaca è: “Luciano Recconi, pensieri e riflessioni su una morte assurda”. Scrivo più di sei pagine protocollo fitte, fitte. Le scrivo di getto, direttamente in bella, trasferisco con l’inchiostro in quelle righe tutto il mio dolore per la perdita del mio idolo d’infanzia. Prendo 9. Avrei preferito prendere 8, come il suo numero di maglia.

In quegli anni d’oro, Chinaglia è un simbolo per tutti, è il leader, ma quel gigante biondo dal fisico massiccio e dai grandi polmoni, colpisce subito la mia fantasia. Come la sua storia. Nato il 1° dicembre del 1948 a Nerviano, figlio di una modesta famiglia brianzola, Re Cecconi lascia ben presto la scuola per lavorare in una carrozzeria insieme al cugino. Per hobby, gioca a calcio. Poi, quando Carlo Regalia lo scova nel polveroso campo dell’Aurora Cantalupo e lo porta alla Pro Patria, l’hobby diventa un lavoro vero e proprio. Dopo due stagioni va a Foggia, tra i professionisti, dove incrocia l’uomo più importante della sua vita: Tommaso Maestrelli. Sotto le abili mani del “maestro”, quel ragazzone dai polmoni d’acciaio ma dai piedi un po’ ruvidi, si sgrezza. Diventa uno dei punti fermi del Foggia, poi quando Maestrelli arriva a Roma chiede e ottiene di averlo con sé nella Lazio, facendo spendere a Lenzini 300 milioni di lire. Che all’epoca sono una cifra, l’incasso di un Lazio-Juventus da tutto esaurito. Ricordo un’immagine, una foto pubblicata da Paese Sera di lui con la valigia in mano alla stazione Termini, appena arrivato da Foggia. Quella testa bionda in mezzo a tante teste nere, colpisce immediatamente la mia immaginazione. In anni di frontiere chiuse, quel numero 8 in maglia biancoceleste è il nostro Günter Netzer, o come lo ha soprannominato Franco Melli, “Cecconetzer”. Ricordo come fosse ieri il suo primo gol in serie A con la maglia della Lazio, quella bomba con cui piega l’Atalanta allo stadio Olimpico il 25 marzo del 1973. Nell’anno dello scudetto, segna all’esordio al Vicenza, poi realizza quel gol incredibile al Milan all’ultimo minuto a cui fa seguito un boato che nella mia memoria è secondo solo a quello del gol di Fiorini a Lazio-Vicenza. Ma il gol che ho scolpito nella mente, è l’ultimo. Prima giornata di campionato, il 3 ottobre del 1976 all’Olimpico è di scena la Juventus. La Lazio domina, ma va sotto, Re Cecconi come al solito è l’ultimo ad arrendersi: sotto la Curva Sud, salta di forza un giocatore della Juventus, vince un contrasto, poi sull’uscita di Zoff lo batte con un tocco di esterno destro, con il pallone che bacia il palo lontano prima di finire la sua corsa in rete. Alla “Domenica Sportiva”, viene votato come il più bel gol della giornata. Un gol di forza e di classe, un gol alla Re Cecconi.

In quella stagione maledetta, s’infortuna il 24 ottobre, all’Olimpico, al 20’ minuto della sfida stravinta con il Bologna: lesione al menisco. Quella, resta l’ultima delle sue 109 partite di campionato giocate con la maglia della Lazio. L’ultima partita di una carriera che gli ha regalato la gioia di uno scudetto che lo ha reso immortale e l’esordio con la maglia azzurra, il 28 settembre del 1974 a Zagabria contro la Jugoslavia. L’ultima partita del RE. Ma sulla strana storia di quel cognome è Franco Melli a fare chiarezza, in un’intervista che mi è rimasta impressa.

“Quel Re davanti al mio cognome, è proprio un regalo del re. Vittorio Emanuele II° passò per Busto Arsizio e per Nerviano e gradì la buona cucina, l’accoglienza ricevuta. Allora volle beneficiare la gente delle nostre campagna lombarde con un dono simbolico ma indelebile. Così, i Cecconi diventarono pomposamente Re Cecconi, i David Re David, in base al riconoscimento stampato. Il regalo di Vittorio Emanuele II°, trasmesso di generazione in generazione, l’ho accolto con orgoglio. E’ una ricchezza che il mondo non potrà mai portarmi via. Ho il cognome ornato. E suona bene”.

Quel Re non glielo porta via nessuno, quel sorriso che riempiva il cuore, glielo hanno portato via il 18 gennaio. Dopo mesi passati ad allenarsi in solitudine al Flaminio, dopo aver versato le lacrime che può versare un figlio per la morte di un padre il giorno in cui Tommaso Maestrelli ci ha lasciato, quel martedì 18 gennaio del 1977 “Cecco” ha giocato per intero la partitella di allenamento, affondando i contrasti per provare la resistenza del ginocchio operato. Felice per non aver sentito nessun dolore, prima di lasciare il campo, incrociando Renato Ziaco, gli dice sorridendo: “Va bene dottore, il ginocchio è a posto, non ho sentito nessun dolore, sono pronto. Domenica a Cesena gioco e lascio tutti a bocca aperta”

“Cecco”, felice, lascia il campo di Tor di Quinto in compagnia di Pietro Ghedin e Renzo Rossi. I tre incrociano Renzo Garlaschelli e lo invitano ad unirsi a loro per una serata a cena fuori, per festeggiare. Ma Renzo ha altri impegni, ringrazia e va via, seguito poco dopo anche dall’altro Renzo, Rossi. Re Cecconi e Ghedin, rimasti da soli, vanno da un loro amico comune, Giorgio Fraticcioli, per fare due chiacchiere e tirare fino all’ora di cena. Fraticcioli, proprietario di una profumeria, li invita ad accompagnarlo da un cliente a cui deve consegnare dei flaconi in una gioielleria di via Nitti, al Fleming, il quartiere dove abitano quasi tutti i giocatori della Lazio, situato sulla collina che domina dall’alto il campo di allenamento di Tor di Quinto.

I tre entrano poco prima dell’orario di chiusura, intorno alle 19,30. Luciano, abituato a fare scherzi, ne suggerisce uno a Fraticcioli e a Ghedin. Uno scherzo che, in una Roma sconvolta da rapimenti, rapine, sparatorie a colpi di P38 tra forze dell’ordine ed estremisti di destra e di sinistra, purtroppo gli sarà fatale.

Fraticcioli e Ghedin entrano per primi, Re Cecconi alle loro spalle e con il bavero del cappotto alzato esclama: “Fermi tutti questa è una rapina”. Il gioielliere, Bruno Tabocchini, già vittima in quel periodo di un paio di rapine, agisce di riflesso e scambiando Re Cecconi per un vero rapinatore quasi senza guardare estrae la pistola che tiene sotto il bancone del negozio e spara. Re Cecconi, colpito in pieno petto, con il volto pietrificato dallo stupore e dal dolore cade mormorando: “Era uno scherzo, era solo uno scherzo”.  Ghedin fa appena in tempo ad alzare le mani e farsi riconoscere. Poi si gira verso il compagno dicendogli di alzarsi che lo scherzo è terminato, ma si accorge che dal torace di Re Cecconi esce sangue a fiotti. Il proiettile, infatti, ha reciso in modo letale l’aorta. “Ghedo, resta con me, non mi lasciare”. È questa l’ultima frase pronunciata da Luciano Re Cecconi. Aveva compiuto da poco più di un mese 29 anni il “Cecco”, mentre stava disteso a terra in una pozza di sangue nella gioielleria di Bruno Tabocchini, al Fleming, nel quartiere che all’epoca era il regno incontrastato dei giocatori della Lazio. “Ghedo”, oggi allenatore di Malta, è l’unico che conosce la verità, quella vera, sulla morte di Luciano Re Cecconi. Questa è la versione ufficiale, ma cosa sia successo realmente dentro quella gioielleria a distanza di più di 40 anni è ancora un mistero. “Hanno descritto Luciano come un idiota, un povero scemo che andava in giro a fare scherzi cretini. Io so che non è così”, ha sempre ripetuto Gigi Martini, il gemello diverso di “Cecco”.

Udendo lo sparo e le grida, i clienti del bar d’angolo che dà su via Flaminia escono di corsa, qualcuno ferma una pattuglia della polizia che, a sirene spiegate, porta “Cecco” al San Giacomo dove arriva  ormai in fin di vita. Mezz’ora dopo quello sparo, alle 20 circa, Luciano Re Cecconi muore, a 28 anni appena compiuti, facendo sprofondare nel dramma la sua famiglia, l’ambiente laziale e tutto il mondo del calcio. La notizia a Roma si sparge in pochi minuti, con un invisibile telefono senza fili. Tutti si preoccupano di proteggere la moglie di “Cecco”, Cesarina, ma anche i figli: Stefano, di due anni e Francesca, nata da pochi mesi. In ospedale arrivano Lenzini e Pulici, poi alla spicciolata gli altri compagni, tutti pietrificati dal dolore. Ghedin, è sotto shock e riesce a malapena a rilasciare una deposizione ai magistrati incaricati dell’inchiesta.

A meno di 50 giorni dall’addio a Tommaso Maestrelli, Roma si ferma nuovamente per dare l’ultimo saluto ad un altro dei protagonisti dello scudetto. Al funerale, celebrato nella basilica di San Pietro e Paolo, è presente una folla immensa e silenziosa. Il silenzio si rompe solo quando la bara di Luciano Re Cecconi viene portata a spalla dai compagni dentro la basilica. In prima fila c’è Giorgio Chinaglia, il grande rivale di “Cecco”, che vive a New York, ma che appena appresa la notizia della morte dell’ex compagno ha preso il primo volo diretto a Roma. Processato per direttissima, Tabocchini viene assolto dall’accusa di “eccesso colposo di legittima difesa”, poiché secondo i giudici ha sparato per “legittima difesa putativa”. Quella sentenza scatena un accesissimo dibattito, commentato così sulle pagine de Il Corriere dello Sport dall’allora direttore Giorgio Tosatti.

“La morte di Re Cecconi rappresenta un dramma cui nessuno può sentirsi estraneo: è la folgorante testimonianza della nevrosi nella quale viviamo. Di queste nevrosi si trovano prove anche nei commenti della tragedia: il cinismo si sostituisce alla pietà e la riprovazione per la stupidità dello scherzo è superiore allo sdegno per il modo in cui è stata stroncata la vita di un uomo”.

Il 30 gennaio, a Cesena, si ripete la scena straziante vissuta un mese e mezzo prima a San Siro, con i giocatori della Lazio con il lutto al braccio che sembrano quasi pietrificati dal dolore, con i tifosi che sugli spalti piangono, con quel silenzio rotto dalle note strazianti di una tromba che intona Il silenzioLa salma di “Cecco”, viene portata in quel cimitero di Nerviano che, a distanza di più di 40 anni dalla morte di Luciano è ancora meta costante di pellegrinaggio da parte di tanti tifosi laziali.

Auguri “Cecco”. E oggi voglio ricordarti così, con quella poesia che ti ha dedicato il tuo amici Gigi Martini, il “comandante”, al quale eri legato da un’amicizia così profonda che vi rendeva ai nostri occhi quasi dei fratelli:

Nella città eterna trova un amico
corrono insieme
soffrono insieme
vincono insieme
Una palla di piombo
ferma il suo cuore
il suo sogno dove sarà”

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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La Penna degli Altri

Roma, quel gol di Mihajlovic che appartiene alla storia

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ILMESSAGGERO.IT (Mimmo Ferretti) – Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna che domani sera sarà di scena all’Olimpico contro la Roma, vanta un passato giallorosso che risale all’inizio degli Anni Novanta. Voluto a tutti i costi da Vujadin Boskov, il serbo arrivò nella Capitale nell’estate nel 1992 proveniente dalla Stella Rossa di Belgrado al termine di una trattativa che, per strascichi giudiziari legati al pagamento del cartellino del giocatore, si è protratta ben oltre il giorno del suo addio, nel 1994, per andare alla Sampdoria. Con la maglia della Roma, Mihajlovic ha disputato 69 partite, realizzando 7 reti. E una di queste vale la pena ricordarla perché, ancora oggi, regala al serbo un primato nella storia giallorossa.

Si tratta della rete che Sinisa realizzò in Coppa Italia il 26 agosto del 1992 contro il Taranto allo stadio Olimpico. Vittoria degli uomini di Boskov per 4-1, e Mihajlovic, all’esordio in una gara ufficiale con la maglia della Roma, su calcio di punizione firmò il vantaggio dopo appena 4 minuti di gioco. Ebbene, quel gol è il più veloce in assoluto segnato da un esordiente romanista.

Qualche anno fa, esattamente il 23 ottobre del 2011, l’esordiente Erik Lamela ha segnato il gol più veloce in campionato, dopo 7 minuti di Roma-Palermo 1-0, ma in assoluto la rete al Taranto dell’esordiente Mihajlovic resta sul gradino più alto del podio.

Nella storia della Roma vanno ricordati molti altri esordienti subito in gol. Come, ad esempio, Roberto Pruzzo, 27 agosto 1978 (Roma-Ascoli 2-1, Coppa Italia), il compianto Pedro Manfredini, 6 settembre 1959 (Roma-Cagliari 4-0, Coppa Italia) e, più recentemente, Stephan El Shaarawy, 30 gennaio 2016 (Roma-Frosinone 3-1, Serie A).
Da segnalare che il giovane Filippo Scardina, oggi al Fano, ha segnato dopo 8 minuti dal suo esordio in Europa League, 16 dicembre 2009 (Cska Sofia-Roma 0-3). Un gol indimenticabile, non solo per lui.

Ecco i 56 giocatori della Roma che hanno segnato all’esordio ufficiale

25/09/1927 – Luigi Ziroli – Divisione Nazionale, 1ª gior. di andata: Roma-Livorno 2-0

25/09/1927 – Cesare Augusto Fasanelli – Div. Naz, 1ª gior di andata: Roma-Livorno 2-0

15/07/1928 – Bruno Ricci – Coppa CONI, 12ª gior. del gir. elim.: Roma-Pro Patria 5-1

30/09/1928 – Fulvio Bernardini – Div. Naz., 1ª giornata di andata: Roma-Legnano 4-1

30/09/1928 – Rodolfo Volk – Div. Naz., 1ª giornata di andata: Roma-Legnano 4-1

13/10/1929 – Luigi Ossoinach – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Cremonese 9-0

18/09/1932 – Elvio Banchero – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Casale 2-0

08/10/1933 – Ernesto Tomasi – Serie A, 5ª giornata di andata: Roma-Casale 2-0

16/06/1935 – Renato Cattaneo – Coppa dell’Europa Cen, and. ott: Roma-Ferencvaros 3-1

29/09/1935 – Otello Subinaghi – Serie A, 2ª giornata di andata: Genoa-Roma 2-1

09/02/1936 – Dante Di Benedetti – Serie A, 3ª giornata di ritorno: Napoli-Roma 1-2

03/01/1937 – Gastone Prendato – Serie A, 14ª giornata di andata: Roma-Lucchese 3-0

12/09/1937 – Danilo Michelini –  Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Fiorentina 4-0

25/09/1938 – Luciano Alghisi – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Milan 1-0

17/09/1939 – Miguel Angel Pantò – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Bologna 2-0

17/09/1939 – Antonio Campilongo – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Bologna 2-0

27/10/1940 – Omero Carmellini – Serie A, 4ª giornata di andata: Roma-Venezia 5-2

19/09/1948 – Mario Tontodonati – Serie A, 1ª giornata di andata: Bologna-Roma 1-2

11/09/1949 – Giancarlo Bacci – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Pro Patria 2-0

11/09/1949 – Adriano Zecca – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Pro Patria 2-0

10/09/1950 – Luigi Ganassi – Serie A, 1ª giornata andata: Bologna-Roma 3-1

09/09/1951 – Carlo Galli – Serie B, 1ª giornata di andata Roma-Fanfulla 2-1

14/09/1952 – Helge Bronée – Serie A, 1ª giornata di andata: Triestina-Roma 2-3

13/09/1953 – Alcides Ghiggia – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Genoa 4-0

29/06/1954 – Istvan Nyers – Mitropa Cup, andata ottavi: Vojvodina-Roma 4-1

18/09/1955 – Dino Da Costa – Serie A, 1ª gior. di andata: Roma-Lane Rossi Vicenza 4-1

30/10/1955 – Adelmo Prenna – Serie A, 7ª giornata di andata: Roma-Juventus 1-1

16/09/1956 – Gunnar Nordahl – Serie A, 1ª giornata di andata: Genoa-Roma 1-1

06/09/1959 – Pedro Manfredini – Coppa Italia, primo turno: Roma-Cagliari 4-0

18/09/1960 – Francisco Ramon Lojacono – Coppa Italia, Sedicesimi: Napoli-Roma 1-2

01/11/1960 – Giampaolo Menichelli – Coppa delle Fiere, ottavi ritorno.: Roma-Union St.Gilloise 4-1

03/10/1962 – Cataldo Di Virgilio – Coppa Italia, sedicesimi: Roma-Catanzaro 3-1

04/11/1962 – John Charles – Serie A, 9ª giornata di andata: Roma-Bologna 3-1

24/09/1967 – Giuliano Taccola – Serie A, 1ª giornata di andata: Inter-Roma 1-1

06/09/1970 – Roberto Vieri – Coppa Italia, 2° turno girone eliminatorio: Roma-Lazio 2-0

11/09/1977 – Guido Ugolotti – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Torino 2-1

27/08/1978 – Roberto Pruzzo – C. Italia, 1° turno girone eliminatorio: Roma-Ascoli 2-1

18/08/1982 – Maurizio Iorio – Coppa Italia, 1° turno girone eliminatorio: Spal-Roma 0-1

14/04/1983 – Paolo Baldieri – Coppa Italia, ritorno Ottavi di finale: Roma-Avellino 5-3

21/08/1983 – Francesco Vincenzi – Coppa Italia, 1° turno gir. eliminaz: Rimini-Roma 1-3

25/08/1985 – Zbigniew Boniek – C. Italia, 2° turno gir eliminatorio: Roma-Catanzaro 4-1

21/08/1988 – Renato Portaluppi – C. Italia, 1° turno girone eliminatorio: Prato-Roma 1-3

26/08/1992 – Sinisa Mihajlovic – C. Italia, and. 2° turno eliminatorio: Roma-Taranto 4-1

26/08/1992 – Silvano Benedetti – C. Italia, and 2° turno eliminatorio: Roma-Taranto 4-1

27/08/1995 – Marco Branca – Serie A, 1ª giornata andata: Sampdoria-Roma 1-1

09/09/1998 – Gustavo Bartelt – Coppa Italia, sedicesimi andata Chievo Verona-Roma 2-2

14/09/2000 – Walter Samuel – Coppa Uefa, andata 1° turno: Nova Gorica-Roma 1-4

28/09/2000 – Gabriel Omar Batistuta – Coppa Uefa, ritorno 1° turno Roma-Nova Gorica 7-0

14/09/2003 – Christian Chivu – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Brescia 5-0

14/09/2003 – John Carew – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Brescia 5-0

28/08/2005 – Shabani Nonda – Serie A, 1ª giornata di andata: Reggina-Roma 0-3

16/12/2009 – Filippo Maria Scardina – Europa League, prima fase: Cska Sofia-Roma 0-3

23/10/2011 – Eric Lamela – Serie A, 8ª giornata di andata: Roma-Palermo 1-0

26/08/2012 – Nico Lopez – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Catania 2-2

01/09/2013 – Adem Ljajic – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Hellas Verona 3-0

30/01/2016 – Stephan El Shaarawy – Serie A, 3ª gior. di ritorno: Roma-Frosinone 3-1

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