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La Penna degli Altri

Auguri “Re”…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Oggi Luciano Re Cecconi avrebbe compiuto 70 anni. E oggi fa ancora più impressione pensare che quel sorriso che lo ha sempre contraddistinto si sia spento più di 40 anni fa. Raccontare che cosa era per quelli della mia generazione Luciano Re Cecconi è quasi impossibile. O meglio, per come la vedo io è impossibile farlo meglio di come l’ha fatto Carlo D’Amicis in quel magnifico libro “Ho visto un re”, uscito alla fine del 1998, in occasione di quello che sarebbe stato il cinquantesimo compleanno di quell’angelo biondo, di  “quell’eroe biancoceleste che giocava alla morte ed è morto per gioco”, come ha scritto D’Amicis nel sottotitolo di quel libro. Già, perché Luciano era esattamente come ci hanno sempre descritto gli angeli: vestito di bianco e di celeste, con in testa un casco di capelli biondi che somigliavano ad una corona tutta d’oro. A quel RE che portava nel cognome e che ha una strana origine, ma di questo parlerò dopo.

Mi è difficile parlare di Luciano Re Cecconi e della sua carriera, come si dovrebbe fare in occasione di un compleanno narrando vita e opere del personaggio. E’ difficile perché pensando alla storia di Cecco mi torna subito in mente la fine del breve libro su una vita straordinaria, l’ultimo capitolo. Perché ci sono episodi nella vita che restano per sempre fissati nella mente, momenti in cui il tempo sembra fermarsi e con lui anche il tuo respiro. E per me, uno di questi episodi è legato al 18 gennaio del 1977, il giorno della morte di Luciano Re Cecconi. Sono appena tornato a casa dagli allenamenti infangato e infreddolito e dopo una rapida doccia aspetto di andare a cena. Sono contento, perché quel pomeriggio prima di andare ad allenarmi all’Acqua Acetosa, ho fatto un salto con il motorino a Tor di Quinto e ho visto Luciano Re Cecconi giocare tutta la partitella. “A Cesena gioca” ci siamo detti tra amici, felici, con in tasca già la prenotazione per quella trasferta in programma il 30 gennaio. “Cecco” è reduce da un brutto infortunio rimediato il 24 ottobre all’Olimpico contro il Bologna. Un infortunio che a detta di Renato Ziaco (che ama esagerare sui tempi di recupero, per poi far passare come miracolosi i rientri in campo a tempo di record dei suoi ragazzi), doveva tenerlo fuori almeno fino a marzo. A metà gennaio, invece, “Cecco” è già pronto, il suo ginocchio è perfettamente guarito, lui è in forma e ha il sorriso stampato sulle labbra. Il sorriso di chi torna alla vita. Ad un certo punto, a casa arriva una telefonata. Sento mio padre che risponde e dopo una lunga pausa dice: “Ma sei sicuro?”… poi, il silenzio. Sento dei passi quasi trascinati in corridoio, poi vedo la porta della mia camera che si spalanca e dietro compare mio padre a testa bassa, che con gli occhi gonfi mi sussurra: “Stefano, è successa una brutta cosa, hanno sparato a Re Cecconi”.

E’ l’alba degli Anni di Piombo, quelli che ho appena raccontato in “Faccetta biancoceleste”. Roma è una città in cui si spara tutti i giorni, ma a cadere sono soprattutto ragazzi di destra e di sinistra, oppure poliziotti e carabinieri, non “eroi invincibili”. Perché ai miei occhi, Luciano Re Cecconi è come il “Mitico Thor”  dei fumetti della Marvel, il biondo vichingo “Dio del tuono”  creato dal genio di Jack Kirby e Stan Lee. Si può ferire, ma poi si rialza sempre e vince. Quella sera, invece, Luciano Re Cecconi è rimasto a terra, non si è rialzato più. E con lui, è morta una buona parte del ragazzo spensierato che c’è in me. Ricordo quei minuti di speranza davanti al televisore, a pregare che non fosse nulla di grave, poi, proprio quando stanno per partire i titoli di coda del Telegiornale, arriva come una mazzata l’annuncio: “Luciano Re Cecconi è morto”. Ascolto ma mi rifiuto di accettare quello che ho appena sentito. Ma sento quella fitta dentro, impossibile da dimenticare anche a quasi 39 anni di distanza.

Il giorno dopo a Roma il cielo è nero e piove. Scuola è a 400 metri da casa, ma quel giorno il tragitto sembra lungo come quello di una maratona. Le gambe sono pesanti come il cuore e nella testa rimbombano quelle parole: “Luciano Re Cecconi è morto”, la stessa frase sparata sulle locandine dell’edicola di piazza Gentile da Fabriano a metà strada tra casa e Villa Flaminia. Quel giorno ho compito in classe di italiano e il tema di cronaca è: “Luciano Recconi, pensieri e riflessioni su una morte assurda”. Scrivo più di sei pagine protocollo fitte, fitte. Le scrivo di getto, direttamente in bella, trasferisco con l’inchiostro in quelle righe tutto il mio dolore per la perdita del mio idolo d’infanzia. Prendo 9. Avrei preferito prendere 8, come il suo numero di maglia.

In quegli anni d’oro, Chinaglia è un simbolo per tutti, è il leader, ma quel gigante biondo dal fisico massiccio e dai grandi polmoni, colpisce subito la mia fantasia. Come la sua storia. Nato il 1° dicembre del 1948 a Nerviano, figlio di una modesta famiglia brianzola, Re Cecconi lascia ben presto la scuola per lavorare in una carrozzeria insieme al cugino. Per hobby, gioca a calcio. Poi, quando Carlo Regalia lo scova nel polveroso campo dell’Aurora Cantalupo e lo porta alla Pro Patria, l’hobby diventa un lavoro vero e proprio. Dopo due stagioni va a Foggia, tra i professionisti, dove incrocia l’uomo più importante della sua vita: Tommaso Maestrelli. Sotto le abili mani del “maestro”, quel ragazzone dai polmoni d’acciaio ma dai piedi un po’ ruvidi, si sgrezza. Diventa uno dei punti fermi del Foggia, poi quando Maestrelli arriva a Roma chiede e ottiene di averlo con sé nella Lazio, facendo spendere a Lenzini 300 milioni di lire. Che all’epoca sono una cifra, l’incasso di un Lazio-Juventus da tutto esaurito. Ricordo un’immagine, una foto pubblicata da Paese Sera di lui con la valigia in mano alla stazione Termini, appena arrivato da Foggia. Quella testa bionda in mezzo a tante teste nere, colpisce immediatamente la mia immaginazione. In anni di frontiere chiuse, quel numero 8 in maglia biancoceleste è il nostro Günter Netzer, o come lo ha soprannominato Franco Melli, “Cecconetzer”. Ricordo come fosse ieri il suo primo gol in serie A con la maglia della Lazio, quella bomba con cui piega l’Atalanta allo stadio Olimpico il 25 marzo del 1973. Nell’anno dello scudetto, segna all’esordio al Vicenza, poi realizza quel gol incredibile al Milan all’ultimo minuto a cui fa seguito un boato che nella mia memoria è secondo solo a quello del gol di Fiorini a Lazio-Vicenza. Ma il gol che ho scolpito nella mente, è l’ultimo. Prima giornata di campionato, il 3 ottobre del 1976 all’Olimpico è di scena la Juventus. La Lazio domina, ma va sotto, Re Cecconi come al solito è l’ultimo ad arrendersi: sotto la Curva Sud, salta di forza un giocatore della Juventus, vince un contrasto, poi sull’uscita di Zoff lo batte con un tocco di esterno destro, con il pallone che bacia il palo lontano prima di finire la sua corsa in rete. Alla “Domenica Sportiva”, viene votato come il più bel gol della giornata. Un gol di forza e di classe, un gol alla Re Cecconi.

In quella stagione maledetta, s’infortuna il 24 ottobre, all’Olimpico, al 20’ minuto della sfida stravinta con il Bologna: lesione al menisco. Quella, resta l’ultima delle sue 109 partite di campionato giocate con la maglia della Lazio. L’ultima partita di una carriera che gli ha regalato la gioia di uno scudetto che lo ha reso immortale e l’esordio con la maglia azzurra, il 28 settembre del 1974 a Zagabria contro la Jugoslavia. L’ultima partita del RE. Ma sulla strana storia di quel cognome è Franco Melli a fare chiarezza, in un’intervista che mi è rimasta impressa.

“Quel Re davanti al mio cognome, è proprio un regalo del re. Vittorio Emanuele II° passò per Busto Arsizio e per Nerviano e gradì la buona cucina, l’accoglienza ricevuta. Allora volle beneficiare la gente delle nostre campagna lombarde con un dono simbolico ma indelebile. Così, i Cecconi diventarono pomposamente Re Cecconi, i David Re David, in base al riconoscimento stampato. Il regalo di Vittorio Emanuele II°, trasmesso di generazione in generazione, l’ho accolto con orgoglio. E’ una ricchezza che il mondo non potrà mai portarmi via. Ho il cognome ornato. E suona bene”.

Quel Re non glielo porta via nessuno, quel sorriso che riempiva il cuore, glielo hanno portato via il 18 gennaio. Dopo mesi passati ad allenarsi in solitudine al Flaminio, dopo aver versato le lacrime che può versare un figlio per la morte di un padre il giorno in cui Tommaso Maestrelli ci ha lasciato, quel martedì 18 gennaio del 1977 “Cecco” ha giocato per intero la partitella di allenamento, affondando i contrasti per provare la resistenza del ginocchio operato. Felice per non aver sentito nessun dolore, prima di lasciare il campo, incrociando Renato Ziaco, gli dice sorridendo: “Va bene dottore, il ginocchio è a posto, non ho sentito nessun dolore, sono pronto. Domenica a Cesena gioco e lascio tutti a bocca aperta”

“Cecco”, felice, lascia il campo di Tor di Quinto in compagnia di Pietro Ghedin e Renzo Rossi. I tre incrociano Renzo Garlaschelli e lo invitano ad unirsi a loro per una serata a cena fuori, per festeggiare. Ma Renzo ha altri impegni, ringrazia e va via, seguito poco dopo anche dall’altro Renzo, Rossi. Re Cecconi e Ghedin, rimasti da soli, vanno da un loro amico comune, Giorgio Fraticcioli, per fare due chiacchiere e tirare fino all’ora di cena. Fraticcioli, proprietario di una profumeria, li invita ad accompagnarlo da un cliente a cui deve consegnare dei flaconi in una gioielleria di via Nitti, al Fleming, il quartiere dove abitano quasi tutti i giocatori della Lazio, situato sulla collina che domina dall’alto il campo di allenamento di Tor di Quinto.

I tre entrano poco prima dell’orario di chiusura, intorno alle 19,30. Luciano, abituato a fare scherzi, ne suggerisce uno a Fraticcioli e a Ghedin. Uno scherzo che, in una Roma sconvolta da rapimenti, rapine, sparatorie a colpi di P38 tra forze dell’ordine ed estremisti di destra e di sinistra, purtroppo gli sarà fatale.

Fraticcioli e Ghedin entrano per primi, Re Cecconi alle loro spalle e con il bavero del cappotto alzato esclama: “Fermi tutti questa è una rapina”. Il gioielliere, Bruno Tabocchini, già vittima in quel periodo di un paio di rapine, agisce di riflesso e scambiando Re Cecconi per un vero rapinatore quasi senza guardare estrae la pistola che tiene sotto il bancone del negozio e spara. Re Cecconi, colpito in pieno petto, con il volto pietrificato dallo stupore e dal dolore cade mormorando: “Era uno scherzo, era solo uno scherzo”.  Ghedin fa appena in tempo ad alzare le mani e farsi riconoscere. Poi si gira verso il compagno dicendogli di alzarsi che lo scherzo è terminato, ma si accorge che dal torace di Re Cecconi esce sangue a fiotti. Il proiettile, infatti, ha reciso in modo letale l’aorta. “Ghedo, resta con me, non mi lasciare”. È questa l’ultima frase pronunciata da Luciano Re Cecconi. Aveva compiuto da poco più di un mese 29 anni il “Cecco”, mentre stava disteso a terra in una pozza di sangue nella gioielleria di Bruno Tabocchini, al Fleming, nel quartiere che all’epoca era il regno incontrastato dei giocatori della Lazio. “Ghedo”, oggi allenatore di Malta, è l’unico che conosce la verità, quella vera, sulla morte di Luciano Re Cecconi. Questa è la versione ufficiale, ma cosa sia successo realmente dentro quella gioielleria a distanza di più di 40 anni è ancora un mistero. “Hanno descritto Luciano come un idiota, un povero scemo che andava in giro a fare scherzi cretini. Io so che non è così”, ha sempre ripetuto Gigi Martini, il gemello diverso di “Cecco”.

Udendo lo sparo e le grida, i clienti del bar d’angolo che dà su via Flaminia escono di corsa, qualcuno ferma una pattuglia della polizia che, a sirene spiegate, porta “Cecco” al San Giacomo dove arriva  ormai in fin di vita. Mezz’ora dopo quello sparo, alle 20 circa, Luciano Re Cecconi muore, a 28 anni appena compiuti, facendo sprofondare nel dramma la sua famiglia, l’ambiente laziale e tutto il mondo del calcio. La notizia a Roma si sparge in pochi minuti, con un invisibile telefono senza fili. Tutti si preoccupano di proteggere la moglie di “Cecco”, Cesarina, ma anche i figli: Stefano, di due anni e Francesca, nata da pochi mesi. In ospedale arrivano Lenzini e Pulici, poi alla spicciolata gli altri compagni, tutti pietrificati dal dolore. Ghedin, è sotto shock e riesce a malapena a rilasciare una deposizione ai magistrati incaricati dell’inchiesta.

A meno di 50 giorni dall’addio a Tommaso Maestrelli, Roma si ferma nuovamente per dare l’ultimo saluto ad un altro dei protagonisti dello scudetto. Al funerale, celebrato nella basilica di San Pietro e Paolo, è presente una folla immensa e silenziosa. Il silenzio si rompe solo quando la bara di Luciano Re Cecconi viene portata a spalla dai compagni dentro la basilica. In prima fila c’è Giorgio Chinaglia, il grande rivale di “Cecco”, che vive a New York, ma che appena appresa la notizia della morte dell’ex compagno ha preso il primo volo diretto a Roma. Processato per direttissima, Tabocchini viene assolto dall’accusa di “eccesso colposo di legittima difesa”, poiché secondo i giudici ha sparato per “legittima difesa putativa”. Quella sentenza scatena un accesissimo dibattito, commentato così sulle pagine de Il Corriere dello Sport dall’allora direttore Giorgio Tosatti.

“La morte di Re Cecconi rappresenta un dramma cui nessuno può sentirsi estraneo: è la folgorante testimonianza della nevrosi nella quale viviamo. Di queste nevrosi si trovano prove anche nei commenti della tragedia: il cinismo si sostituisce alla pietà e la riprovazione per la stupidità dello scherzo è superiore allo sdegno per il modo in cui è stata stroncata la vita di un uomo”.

Il 30 gennaio, a Cesena, si ripete la scena straziante vissuta un mese e mezzo prima a San Siro, con i giocatori della Lazio con il lutto al braccio che sembrano quasi pietrificati dal dolore, con i tifosi che sugli spalti piangono, con quel silenzio rotto dalle note strazianti di una tromba che intona Il silenzioLa salma di “Cecco”, viene portata in quel cimitero di Nerviano che, a distanza di più di 40 anni dalla morte di Luciano è ancora meta costante di pellegrinaggio da parte di tanti tifosi laziali.

Auguri “Cecco”. E oggi voglio ricordarti così, con quella poesia che ti ha dedicato il tuo amici Gigi Martini, il “comandante”, al quale eri legato da un’amicizia così profonda che vi rendeva ai nostri occhi quasi dei fratelli:

Nella città eterna trova un amico
corrono insieme
soffrono insieme
vincono insieme
Una palla di piombo
ferma il suo cuore
il suo sogno dove sarà”

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Silvio Piola, il primo bomber

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ESQUIRE.COM (Gabriele Lippi) – Nato a Robbio, in provincia di Pavia, il 29 settembre 1913, Silvio Piola è ancora oggi il recordman per gol nel massimo campionato italiano: 290, divisi tra i 16 nella Divisione Nazionale e i 274 in Serie A. Terzo miglior marcatore di sempre nella Nazionale con 30 gol, dietro Gigi Riva e Giuseppe Meazza, è il più grande bomber nella massima categoria per Pro Vercelli, Novara e Lazio. Di quest’ultima è anche il miglior marcatore assoluto di tutti i tempi.

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Gli anni alla Pro Vercelli

Piola aveva 16 anni quando fece il suo esordio in Serie A con la Pro Vercelli. Quattro partite nella stagione 1929-1930 e due reti nell’amichevole contro il Red Star di Parigi, l’anno dopo era già titolare e andò subito in doppia cifra per reti realizzate. A Vercelli Piola cominciò a mettere in mostra qualità tecniche e umane fuori dal comune.

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La Lazio, il Torino e la Juventus

Dopo cinque stagioni alla Pro Vercelli, Piola passò alla Lazio nel 1934, all’età di appena 21 anni. Il suo trasferimento nella squadra della Capitale per la cifra di 200 mila lire fu fermamente voluto dal segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli, che si impegnò in prima persona per evitare l’intromissione di Ambrosiana e Torino e convincere un restio Piola a firmare un primo contratto da 70 mila lire a stagione poi alzato a 38 mila lire al mese. Alla Lazio avrebbe giocato per nove stagioni, segnando 159 reti, vincendo due volte la classifica cannonieri della Serie A e sfiorando la vittoria dello scudetto e della Coppa dell’Europa Centrale nella stagione 1936-37. Lasciò la Lazio nel 1943 per giocare un anno nel Torino e due nella Juventus, prima di chiudere la carriera con sette anni al Novara. L’11 gennaio del 1945 si era diffusa nel Sud Italia la notizia della sua morte in un bombardamento su Milano. Per mesi si susseguirono messe in suo suffragio prima che arrivasse la smentita definitiva: Piola era vivo, era tornato nel suo Piemonte e avrebbe giocato ancora a lungo, fino al 1954, alle soglie dei 41 anni.

Silvio Piola campione del mondo

In tutta la sua carriera, Piola non vinse mai uno scudetto, fu però protagonista nella Nazionale che conquistò il titolo di campione del Mondo a Francia 1938. Ai precedenti Mondiali, quelli di Italia 1934, Piola non aveva partecipato, ancora troppo giovane e chiuso da Meazza, Schiavio e Borell II. Segnò però 11 reti in sei presenze nella Nazionale B, e le reti realizzate con la maglia della Lazio convinsero uno scettico Vittorio Pozzo a convocarlo per la prima volta in Nazionale nel 1935, per una partita contro l’Austria, in occasione di un infortunio di Meazza. Piola non si aspettava quella chiamata ed era andato a caccia nelle campagne a sud di Roma, fu il compagno di squadra Giacomo Blason a rintracciarlo per comunicargli la notizia della convocazione. Piola non si lasciò sfuggire quell’unica occasione, segnò due gol al Prater, trascinando l’Italia alla vittoria, e conquistò definitivamente la fiducia di Pozzo che decise di portarlo con sé in Francia. Per fargli spazio, Pozzo spostò Meazza mezzala, e Piola segnò 5 gol nel Mondiale vinto dall’Italia con una doppietta nella finale vinta 4-2 contro l’Ungheria. Nel 1939, alle soglie dell’entrata in guerra dell’Italia, Piola segnò un gol di mano all’Inghilterra che lo rese ancora più un eroe nazionale.

[…]

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In anteprima nazionale “Gigi”, il documentario dedicato al campione rossoblu

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OTTOETRENTA.IT (Raffaella Aquino) – Arriva, in anteprima nazionale, al Cinema Citrigno di Cosenza, il prossimo 21 maggio, alle ore 20,00,  il documentario “Gigi”, dedicato al compianto campione e bandiera del Cosenza Calcio Gigi Marulla, scomparso il 19 luglio del 2015.

IL FILM DOCUMENTARIO, DI FRANCESCO GALLO, REALIZZATO CON FRANCESCO VILOTTA, FRANCESCO ABONANTE E GIOVANNI PERFETTI, È PRODOTTO DALLA ROOSTER PRODUZIONI, È PATROCINATO DAL COMUNE DI COSENZA E SOSTENUTO DALLA CALABRIA FILM COMMISSION. I FIGLI KEVIN E YLENIA MARULLA, GLI EX COMPAGNI DI SQUADRA, I TIFOSI E GLI AMICI RACCONTERANNO LA STORIA, NON SOLO SPORTIVA, MA ANCHE UMANA DI UN CAMPIONE DENTRO E FUORI DAL CAMPO CHE HA SCRITTO PAGINE INDIMENTICABILI DELLA STORIA DEL COSENZA CALCIO.

L’intero incasso della serata sarà devoluto in beneficenza all’associazione La Terra di Piero. L’evento è realizzato in collaborazione, tra gli altri, con il Cinema Citrigno, la Calabria Film Commission, MK Records, l’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), la Società Italiana Storia dello Sport e l’Archivio Tucci-Pescatore.

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Un sogno di 56 anni fa

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ULTIMOUOMO.COM (Marco Gaetani)

[…] Il torneo aveva ripreso quota da poco: lo stop bellico aveva frenato lo slancio della competizione, nata di fatto nel 1935 dopo la sua prima versione embrionale, quella vinta dal Vado nel 1922 in pieno scisma del calcio italiano. Soltanto nel 1958, quindici anni dopo l’ultima edizione, vinta dal Torino il 30 maggio del 1943, si era ripartiti con la vittoria della Lazio, proseguendo per tre stagioni con una formula che prevedeva la finale a fine estate, a settembre, per poi riallineare i calendari in occasione della stagione 1960/61, con il successo della Fiorentina. In queste primissime edizioni, la Coppa Italia è un torneo che sa riservare sorprese. Nel 1941 aveva stupito tutti il Venezia, che presentava però due ragazzi niente male in rosa: Ezio Loik e Valentino Mazzola, future colonne del Grande Torino. Il 21 giugno 1962, con una vittoria a sorpresa, il Napoli aveva piegato la resistenza della SPAL, diventando l’unica squadra di Serie B, insieme al Vado nel 1922, a vincere la competizione.

Ai blocchi di partenza della Coppa Italia 1962/63 si presentano trentotto squadre: le diciotto di A e le venti di B. Non sono previsti gironi, e dopo il primo turno ne restano diciannove: delle “big”, vita facile per Juventus, Roma, Fiorentina, Genoa e Inter. Il Torino passa soltanto grazie al lancio della monetina contro la Triestina, lo stesso capita alla Lucchese contro il Mantova. Il Napoli, detentore del trofeo, viene beffato dal Messina, ed esce in fretta anche l’altra finalista, la SPAL, affossata dal Catanzaro. Il Milan arranca ma supera il Parma di misura, l’Atalanta viene citata soltanto marginalmente dalle cronache dell’epoca dopo aver battuto ai supplementari il Como.

Con diciannove club qualificati al turno successivo, per l’organizzazione iniziano i problemi. La soluzione adottata è quella di ben tredici “bye” (termine di origine tennistica che indica il salto direttamente al turno successivo, senza disputare la partita): per il secondo turno scendono in campo solamente sei squadre, scelte tramite sorteggio. Il Genoa supera a domicilio la Fiorentina, la Roma batte 3-1 il Catanzaro, la Juventus è corsara in casa del Foggia & Incedit. L’Atalanta aspetta il Catania negli ottavi di finale e in pochi si preoccupano degli “orobici”, che pure hanno chiuso al sesto posto la stagione precedente, con Ferruccio Valcareggi in panchina.

È stato un triennio di consolidamento, quello agli ordini del tecnico triestino. Un periodo aperto da un buon undicesimo posto in A nell’anno successivo alla promozione e dalla brutta notizia del ritiro prematuro di Stefano Angeleri, rimasto a lungo recordman di presenze in nerazzurro (316, superato in epoca recente soltanto da Gianpaolo Bellini). Una squadra via via ritoccata nel corso degli anni, fino al brillante sesto posto del 1962, anno in cui la “Dea” aveva raggiunto anche la semifinale di Mitropa. A quella cavalcata aveva preso parte anche una futura leggenda del club, Fermo Favini, assente però nella rosa della stagione successiva. Non c’è più nemmeno Valcareggi, sedotto dalla Fiorentina. Al suo posto, dopo un lungo girovagare per l’Italia (Baracca Lugo, Ponte San Pietro, Parma, Sampdoria, SPAL, Bari e Foggia), un vecchio cuore nerazzurro come Paolo Tabanelli. Nel suo piano, Domenghini deve iniziare a ritagliarsi un ruolo di maggiore responsabilità. In porta c’è un nome iconico: Pier Luigi Pizzaballa, destinato a entrare nella storia del calcio un anno più tardi per l’introvabilità della sua figurina Panini. È uno dei tanti bergamaschi di quella squadra, insieme a capitan Gardoni, Pesenti, Roncoli, Rota, Gentili e Nodari, e si è trovato titolare all’improvviso, complice un grave infortunio subito da Cometti.

Per gli ottavi di finale, l’organizzazione non prevede più il lancio di monetina in caso di parità ma i calci di rigore. Vi ricorrono Torino ed Hellas Verona per avere la meglio su Bologna e Lucchese, mentre iniziano a saltare le big. Il Milan perde in casa con la Sampdoria, l’Inter viene eliminata a domicilio dal Padova, formazione di Serie B, e la Roma si fa beffare dal Genoa. L’Atalanta fa il suo dovere contro il Catania, sfruttando anche il palese disinteresse dei siciliani per la competizione. Il tecnico Di Bella lo dichiara apertamente alla vigilia, lasciando fuori Szymaniak, Battaglia e molti altri titolari. «Ma che interesse possiamo avere nella Coppa Italia? Non ci facciamo neppure i soldi per pagare le spese di queste lunghe trasferte, mentre corriamo grossi rischi di rovinare i nostri giocatori migliori». Gli etnei scendono in campo con un sedicenne, tale Malerba. Fa turnover anche Tabanelli, lasciando a riposo Mereghetti, Domenghini, Magistrelli e Calvanese. Decide una doppietta di Christensen, 2-1 il risultato finale, con qualche nube sull’arbitraggio: «Strana direzione di Varazzani, un arbitro che applica approssimativamente il regolamento», scrive Giulio Accatino nella cronaca del match. «Convalida i goal atalantini viziati il primo da un netto fallo di Da Costa ai danni di Benaglia e il secondo da un fuorigioco palese di Christensen».

Restano otto squadre in ballo e gli accoppiamenti dei quarti sono i seguenti: Bari-Genoa, Juventus-Hellas Verona, Sampdoria-Torino, Atalanta-Padova. I primi a scendere in campo sono proprio i bergamaschi: vita facilissima, 2-0 e semifinali in tasca. La notizia clamorosa è l’eliminazione della Juventus (0-1) per mano dell’Hellas. Avanza anche un’altra formazione di B, il Bari, che ha bisogno dei supplementari per eliminare il Genoa. Proprio i pugliesi sono l’avversario dell’Atalanta in semifinale, mentre il Torino pesca il Verona. Stavolta si fa sul serio, non c’è turnover che tenga.

La “Dea” scende in campo con Pizzaballa, Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardoni, Colombo; Domenghini, Da Costa, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli. Il Bari tiene benissimo il campo per un tempo, non mostrando di accusare la differenza di qualità. Nella ripresa, Tabanelli ordina l’assalto, consentendo anche a Colombo di sganciarsi più spesso in avanti. È proprio lui a raccogliere un assist di Nielsen e a colpire il palo con una conclusione potentissima, ribadita in rete da Dino Da Costa a porta sguarnita. Figlio di un autista di filobus, divenuto in fretta stellina del Botafogo, Da Costa ha un passato in un tridente d’attacco atomico, con Garrincha e Luis Vinicio (“‘O lione”, come sarebbe stato chiamato nella sua esperienza napoletana), ed è stato portato in Italia dalla Roma, con cui ha vissuto cinque anni fantastici. Gli osservatori lo avevano visto all’opera in una tournée italiana del club e ne avevano immediatamente suggerito l’acquisto a Renato Sacerdoti nel corso della sua seconda presidenza giallorossa: la prima si era interrotta bruscamente nel 1935 poiché, in quanto ebreo, venne arrestato e mandato al confino, nonostante l’indubbia vicinanza al Partito Nazionale Fascista: non mancano le foto di Sacerdoti che, in alta uniforme, prende parte alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Sfuggito alle deportazioni grazie a un rocambolesco nascondiglio in un convento, Sacerdoti aveva quindi deciso di rifare grande la Roma, e Da Costa era stato un tassello fondamentale nella sua opera di rinascita.

Il campionato finisce il 26 maggio e l’Inter è campione d’Italia, mentre l’Atalanta è ottava, con Da Costa miglior realizzatore della squadra: battendo il Napoli all’ultima giornata, la squadra nerazzurra condanna i partenopei alla retrocessione. È una partita che lascia un’onda polemica, con gli azzurri pronti ad accusare gli avversari di eccessivo impegno: «Nell’ultima gara, per ammissione esplicita di taluni fra i giocatori, l’Atalanta ha messo l’impegno di chi ricordava certe poco simpatiche accoglienze ricevute nel girone d’andata sul campo partenopeo. È strano dover dare questa cruda spiegazione per il comportamento perfettamente in regola con la correttezza sportiva della compagine bergamasca, ma è l’ambiente di una parte del calcio italiano che vuole questo», si legge su La Stampa del 27 maggio 1963. «Vi sono tipi sempre pronti al sospetto: se una squadra non si impegna abbastanza è pagata per perdere, se si impegna a fondo sarà bene che spieghi chiaramente perché lo fa, onde non vedersi accusata di chissà quali intrallazzi a vantaggio di terzi», una fotografia che ci dice quanto poco sia cambiato il modo di interpretare il calcio nonostante il tempo che passa.

La vittoria

Sono giorni caldi per la Lega, che sta cercando disperatamente un modo per dare lustro alla Coppa Italia. Scottato dalle due semifinaliste di Serie B, il presidente della Lega Calcio, Giorgio Perlasca, decide di garantire un posto in semifinale nell’edizione 1963-64 a Milan, Inter, Juventus e alla vincitrice del torneo. Tra gli inviati al seguito per la finale di Milano, ce ne è uno d’eccezione: è Vittorio Pozzo, l’ex commissario tecnico della Nazionale italiana. Già allora, esattamente come oggi, si dibatteva in maniera accesa sul fascino della competizione: «Ogni volta che assistiamo alla finale di Coppa d’Inghilterra, manifestazione fra le più grandiose a cui dia luogo il giuoco della palla rotonda, ci torna naturale alla mente il quesito: perché non sia possibile di portare la consimile competizione italiana a un grado di successo che possa equivalere a quella inglese. Tentativi sono stati fatti, ma da noi la Coppa Italia non è mai andata al di là di una manifestazione di secondaria importanza. Perché?», si chiede una delle menti più illuminate del Novecento calcistico (e non solo) italiano.

Nel ritiro di Canzo, Tabanelli deve fare i conti con il forfait di Da Costa, che alza bandiera bianca nell’ultimo allenamento. Manca anche Nova ma rientra Magistrelli, pronto ad agire da ala sinistra con Domenghini sull’out opposto. L’altra finalista è il Torino, che in campionato ha chiuso con gli stessi punti degli orobici, 34. La gestione di Giacinto Ellena, arrivato a gennaio, non ha convinto più di tanto il nuovo patron, Orfeo Pianelli, futura icona granata. Proprio durante il ritiro prepartita, la squadra fa la conoscenza del tecnico della stagione successiva: si tratta di Nereo Rocco, campione d’Europa alla guida del Milan. Una mossa che, secondo alcune voci dell’epoca, può avere inficiato la serenità del gruppo granata, mentre quello orobico marcia compatto verso la meta.

Tabanelli e i suoi ragazzi vogliono quel trofeo, non lo vivono come una coppa secondaria ma come un grande obiettivo stagionale. In palio, oltre alla gloria, c’è anche la partecipazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. «L’Atalanta è una squadra seria, positiva, sana. Basta considerare il fatto che il sodalizio attinge in loco la maggioranza dei suoi elementi, diventando quindi un centro di produzione come potrebbero o dovrebbero esserlo tanti alti. Bergamo è città, è zona di gente quadrata e forte, nel morale e nel fisico. Questo è un riconoscimento che le va fatto in tono esplicito, anche come conseguenza della politica sportiva che ha voluto seguire», scrive Pozzo nell’analisi post finale. Una caratteristica che l’Atalanta presenterà spesso nella sua storia.

Il primo gol non sembra quasi provenire dal bagaglio tecnico di Domenghini. Punizione di Nielsen dalla trequarti destra, sul secondo palo spunta il numero 7 nerazzurro, in un inserimento di rara prepotenza. Per la velocità dell’arrivo sul pallone e la potenza dell’impatto, è un gol fuori dalla sua epoca. La rete di un giocatore modernissimo, che sta già attirando le attenzioni delle grandi italiane. L’esultanza, quella sì, è perfettamente coerente con i tempi. Non c’è nulla di artefatto nella gioia di “Domingo”, che scalcia il pallone in porta e si concede il saltello di chi non sa cosa fare, travolto soltanto dall’emozione. Nella ripresa, Domenghini raddoppia con una rete da opportunista, intervenendo sul sombrero di Magistrelli ai danni di Buzzacchera con una precisa conclusione mancina. Gli assalti granata sono vani, Pizzaballa è pazzesco su un sinistro al volo di Hitchens e “Domingo” può andare a calare il tris, stavolta con un’azione da ala tipica: dribbling a rientrare sul mancino, prima conclusione respinta, rimpallo fortunato per poi saltare il portiere e depositare in rete senza tanti fronzoli. La sua tripletta in finale di Coppa Italia resta l’unica su azione della storia: soltanto Giannini sarebbe riuscito a siglare tre gol nell’ultimo atto del torneo, ma tutti su calcio di rigore nella finale di ritorno con il Torino del 1993. Inutile, nei minuti conclusivi, la rete di Ferrini.

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Quanto a “Domingo”, la speranza è quella di tornare a sentire squillare il telefono: «Sarebbe anche ora che la vincessimo questa Coppa Italia, son passati 56 anni e continuano a intervistarmi per quei tre gol».

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