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La Penna degli Altri

La calda estate di Paolo Rossi al Perugia

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STORIEDICALCIO.ALTERVISTA.ORG – Estate 1979: Paolo Rossi è il giocatore simbolo della Nazionale di Bearzot che l’anno prima aveva entusiasmato al Mondiale argentino, ma è soprattutto un problema per il Vicenza di Giussy Farina che l’anno prima lo aveva riscattato battendo la Juventus alle buste con un’offerta clamorosa, che aveva dato a Pablito la valutazione di oltre 5 miliardi di lire. Nell’ultima giornata di campionato, domenica 13 maggio, un drammatico alternarsi di risultati manda il Vicenza, battuto 2-0 dall’Atalanta, in serie B insieme proprio ai bergamaschi e al Verona che già era ultimo da tempo.

È subito evidente che uno dei giocatori più forti del mondo non può a 23 anni tornare nella categoria inferiore, di cui due stagioni prima è stato capocannoniere. Problema nel problema: dei due miliardi e mezzo che Farina avrebbe dovuto dare alla Juventus ne sono stati versati nemmeno la metà, quindi bisogna fare cassa subito. Le grandi tradizionali, ma anche il Napoli e la Roma, seguono la vicenda con finto distacco, convinte che il Vicenza con l’acqua alla gola sarà costretto a cedere Rossi per pochissimo.
Ma all’improvviso, nel pieno della calura estiva, esplode la bomba.

Sono le 17,25 di venerdì 13 luglio 1979.Le telescriventi sembrano impazzire quando un comunicato congiunto diramato dall’Agenzia ANSA e attribuito al Lanerossi Vicenza, al Perugia e a Paolo Rossi, ufficializza la notizia. «II giocatore Paolo Rossi», sono le prime parole del comunicato «com’era desiderio della Federazione, degli sportivi, delle società e suo personale, giocherà in serie A il prossimo campionato. Il Vicenza e il Perugia hanno raggiunto oggi a Milano un accordo, con la formula del prestito, in base al quale la società umbra si è assicurata per una stagione sportiva le prestazioni del centravanti della nazionale».

Dopo essersi premurato di ringraziare tutte le società (e in particolare Napoli, Lazio e Bologna) intervenute nella trattativa-Rossi, «il Vicenza», puntualizza il comunicato, «ha ritenuto più idonea la soluzione prospettata dal Perugia: squadra competitiva che lo scorso anno si è classificata al secondo posto; possibilità di tornei europei per il giocatore: città, come Vicenza, non stressante per un uomo che sta pagando in mancata tranquillità un pesante prezzo alla gloria sportiva; prestito per una stagione e quindi apertura massima per il futuro di Paolo Rossi; offerta al Vicenza buona per il presente e interessante per le prospettive in funzione degli obiettivi del Vicenza stesso, che continuano a non prescindere da un rapporto di cordiale collaborazione con Rossi. Queste le clausole del contratto: al Perugia in prestito annuale rinnovabile da parte del Perugia. Al Vicenza 500 milioni, più le prestazioni di Redeghieri e Cacciatori, uno dei quali in comproprietà (entrambi se il Perugia rinnoverà il prestito di Rossi a fine stagione, per l’identica somma di 500 milioni)».

E allora vediamo un poco come andò veramente a finire. Ne vale la pena perché, dopo che la trattativa per la cessione del giocatore sembrava addirittura fosse giunta ad un punto morto (il Vicenza ne aveva già annunciato la riconferma per il campionato si serie B 79-’80), il colpo di scena azzerò il serio rischio di vedere l’uomo di punta del calcio italiano giocare in serie B. Il punto era che il Perugia non voleva il cartellino di Rossi, la trattativa non era impostata su basi patrimoniali. Il giocatore era e doveva restare del Vicenza, ma andava risolta una situazione incresciosa.
Come riuscirci? Il Presidente D’Attoma lo svela.
«Il problema era trovare mezzo miliardo senza andare incontro ad un collasso. Non abbiamo mai pensato di spremere milioni dai tifosi, e abbiamo pensato di battere un’altra strada. Ci siamo rivolti alla C.P.A., un’agenzia perugina di pubblicità, chiedendo una consulenza ed un progetto. Se Rossi fosse venuto a Perugia, la società che benefici ne avrebbe tratto? La C.P.A. ha risposto con una previsione seria e confortante. Potevamo finanziare l’operazione con i proventi che certe iniziative ci avrebbero assicurato».

La C.P.A., in altre parole, si sarebbe occupata di gestire (e quindi di sfruttare) l’immagine della squadra a fini esclusivamente economici: ogni amichevole della squadra valutata almeno 50 milioni; tutte le partite del Perugia vendute a TV private con conseguente incremento della pubblicità allo stadio; uno o più sponsor ad invadere il mercato sfruttando il marchio della squadra di calcio e al Perugia, in cambio, arriveranno 300 milioni.
Fu così che il Perugia concluse il primo affare di mercato italiano secondo un’ottica nuova, già proiettato verso lo svincolo. Sotto questo aspetto, si può dire che con l’operazione Rossi il Perugia aprì una strada assolutamente innovativa per l’epoca, anticipando il quasi analogo affare Zico-Udinese del 1983.

Ma perché il protagonista del calcio italiano degli Anni Ottanta finì proprio al Perugia che, secondo posto della stagione precedente a parte, era squadra destinata a recitare un ruolo non obbligatoriamente di primo piano? Perché le big Juventus e Milan non riuscirono a fare altrettanto?
Non potendo obiettivamente esporsi più di tanto per assicurarsi le prestazioni del fuoriclasse (dissestando un bilancio attivo, nel caso della Juventus, o disastrandone uno già in passivo, nel caso del Milan, pagando dai tre miliardi in su per un giocatore la cui quotazione oltretutto sarebbe stata pesantemente ridimensionata a partire dall’anno 1980/81 quando, salvo contrattempi, si presupponeva fossero riaperte le frontiere) le due squadre big del campionato strinsero un patto di non belligeranza, isolando Farina e lasciando che Rossi o rimanesse a Vicenza, o venisse “conteso” dalle “piccole”.

A questo punto coincisero due volontà: quella di Farina, “punire” il Milan e magari anche la Juventus, rafforzando una formazione che, dopo il rendimento del precedente campionato, con un Paolo Rossi in più avrebbe potuto puntare concretamente allo scudetto; e la volontà di Rossi di preferire una destinazione che gli garantisse di vivere secondo sua scelta, senza peraltro rinunciare in partenza alle proprie ambizioni agonistiche.

Il nome del Perugia era peraltro già stato scritto nel libro del destino e nella carriera di Pablito una prima volta il 9 novembre 1975, nel giorno del suo esordio in serie A, Perugia-Como 2-0. A Perugia, una città giovane e moderna, lontana dal chiasso delle turbolente metropoli, Rossi avrebbe dovuto anche ritrovare la pace e la serenità, la gioia di vivere che gli era stata tolta dal momento in cui Farina ebbe la malaugurata idea di scrivere quei 2 miliardi e 650 milioni nella famosa busta durante l’estate del 1978.

Nessuno mai credette tranquillamente alla valutazione data a Rossi da Vicenza e Perugia. Queste le parole rilasciate all’epoca dal presidente vicentino Farina: «Al giorno d’oggi, di affari, nel mondo del calcio, non ne combina più nessuno. Mezzo miliardo non è comunque una cifra da buttare, e in più c’è da considerare la valutazione data a due ottimi giocatori come Redeghieri e Cacciatori. Lei mi chiede se nel calcio agisca oggi una specie di “mafia”: non le so rispondere. Che qualcosa non funzioni più a dovere è fuori di dubbio, ma forse è sempre stato così…».

La chiosa è per Paolo Rossi, la voce del maggiore interessato nel complesso affare. «La mia», disse Pablito in un intervista al compianto Beppe Viola, «è una storia come tante nel mondo del calcio. Certo mi ha dato enormemente fastidio dover cambiare una maglia al giorno a seconda degli umori della stampa, senza considerare le molte inesattezze scritte a proposito del mio asserito rifiuto di trasferirmi al Napoli, che ha un pubblico che ammiro. Se Dio vuole, adesso è proprio finita. E Perugia mi va stupendamente!».

Sappiamo come andò a finire: il Perugia giocò un campionato mediocre, in Coppa UEFA uscì praticamente subito e dulcis in fundo arrivò lo scandalo del calcioscommesse ad azzerare tutte le innovative idee dell’operazione Perugia-Rossi: cinque punti di penalizzazione per gli umbri (con conseguente retrocessione in serie B nel campionato 1980/81) e squalifica per due anni a Pablito.

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Morto Felice Pulici, storico portiere del primo scudetto della Lazio

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ILMESSAGGERO.IT (Emiliano Bernardini) – Se ne è andato in silenzio. In punta di piedi. Così come ha sempre vissuto. La Lazio piange Felice Pulici, indimenticato portiere del primo scudetto biancoceleste. È morto all’età di 73 anni dopo una lunga malattia. Alla Lazio in cinque campionati ha messo insieme 150 presenze consecutive. «Pu… Pu… Pulici», era un grido che saliva alto, quasi rabbioso. Più che un coro era un’invocazione, una preghiera di aiuto o un grazie urlato in coro da migliaia di laziali. Gli stessi che oggi lo piangono. Un’altra stella che si aggiunge al firmamento biancocelste.

Nel 1972 Pulici passa dal Novara alla Lazio di Tommaso Maestrelli, da poco promossa in Serie A. Per cinque anni non salta neppure una partita e, come detto, vince il campionato nel 1973-74. Si trasferisce quindi al Monza e all’Ascoli. Nel 1982, invece, torna alla Lazio per una sola stagione. Infine si ritira.

Resta comunque nella Lazio come allenatore della Primavera nel 1983. Poi, con l’arrivo di Giorgio Chinaglia alla presidenza biancoceleste, entra nella dirigenza biancoceleste come direttore generale.

Per due volte è il responsabile del settore giovanile laziale: dal 1994 al 1998 e poi dal 2003 al 2004.

Nel 2006 Claudio Lotito lo sceglie come membro della segreteria generale e, nel 2006, è uno degli avvocati che rappresentano il club durante il processo sportivo di Calciopoli. Nell’agosto del 2006 Lotito gli affida la rappresentanza della società.

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16 dicembre 1952, nasce Ciccio Graziani

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Nasce a Subiaco, in provincia di Roma, Francesco Graziani, uno dei primi attaccanti moderni del nostro calcio, in grado di segnare valanghe di gol ma anche di partecipare alla manovra fin dal limite del centrocampo.

Ciccio Graziani non ha i piedi di fata, non è nemmeno velocissimo e acrobatico come il suo gemello granata Pulici, ma è generoso e lotta fino al novantesimo offrendo alla propria squadra sempre il 110 per cento senza mai risparmiarsi.

Tuttavia è stato un ottimo goleador che ha fatto grande il Torino degli anni Settanta (uno scudetto conquistato nel 1976 e uno perso nel 1977 nonostante gli storici 50 punti totalizzati dal Toro); in granata ha giocato 8 Campionati segnando con Pulici quasi 200 reti: è capocannoniere nel 1977 con 21 centri.

Con la maglia della Nazionale ha vissuto momenti contrastanti; 23 gol in 64 partite diluiti in 8 anni non sono pochi anche se sul più bello, ai Mondiali d’Argentina, fu messo da parte da Enzo Bearzot per lanciare Pablito Rossi. Nel 1982 invece è stato titolare fisso in tutte le partite, ma nei primi minuti della finale con la Germania Ovest ha dovuto abbandonare per una lesione alla spalla lasciando il campo a Spillo Altobelli. Resta determinante, ai fini del passaggio del turno, la rete segnata al Camerun durante la terza e ultima gara della prima fase.

Dopo la lunga esperienza granata gioca a ottimi livelli anche nella Fiorentina di Antognoni e nella Roma di Falcao. Quando decide di abbandonare, a 35 anni suonati, gioca in B con i bianconeri dell’Udinese. Superata una breve esperienza dirigenziale con l’Arezzo, intraprende la carriera di allenatore che lo porta alla Fiorentina e al Catania. Come sul campoanche fuori, Ciccio è un personaggio verace che dice sempre quello che gli passa per la testa.

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Pierino Prati, il mestiere di far goal

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IOGIOCOPULITO.IT (Matteo Latini) – Nonostante Cristiano Ronaldo e Lionel Messi abbiano monopolizzato gli ultimi dieci anni di Champions League, c’è un primato che neanche due mostri sacri come loro hanno mai ancora centrato. Né è detto vi riescano in futuro calibri come Neymar o Mbappé. Finora, chi ha messo le mani sulla coppa non ha mai segnato più di due gol. Comunque tanti, ma non abbastanza per eguagliare Pierino Prati, 72 anni pochi giorni fa e ancora quel record mai raggiunto: essere l’unico fare tripletta nell’atto finale sul più importante palcoscenico continentale. Se gli altri si sono riportati a casa il trofeo, in quella notte inglese del 1969, Prati in valigia ci infilò pure il pallone con cui per tre volte aveva fatto male al malcapitato Gerrit Bals.

Le origini di Pierino Prati

Soddisfazioni inscalfibili dal tempo, magari da raccontare ai bambini, gli stessi che ora Pierino allena, con la tuta del Milan, tentando di insegnarli quell’arte del gol che a lui riusciva così bene. Lo soprannominarono la peste e non poteva essere altrimenti. Un po’ perché sul campo gli si ammattivano dietro, un po’ per quel nome di battesimo, Pierino, che rimandava le menti al personaggio disegnato da Antonio Rubino sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Anche se della peste, il ragazzino destinato a prendersi l’Europa, ne aveva poco o nulla. Solo l’amore per il pallone, semmai, calciato nella sua Cinisello Balsamo, in quella provincia milanese fatta di industrie e fumi densi di ciminiera. Prati è un bambino come tanti, figlio di un’Italia in piena ricostruzione, con ancora qualche ferita della guerra da suturare e l’inguaribile ottimismo che dilaga sulle onde del boom economico. Si sogna ancora in bianco e nero, ma si sogna tanto. Spesso di diventare calciatore, come Pierino inizia a pensare di poter essere quando neanche adolescente viene prelevato dal Milan: suo cartellino vale centomila preziosissime lire.

Il Giro d’Italia di Pierino Prati

In rossonero, Prati fa parte della leva del ’46, con lui crescono altri due dal futuro roseo come Luigi Maldera e Nello Santin. Tutti e tre sotto gli occhi di Nils Liedholm, che gli scarpini li ha appesi al chiodo e ora fa apprendistato nelle giovanili milaniste, in attesa di diventare il Barone della panchina. I pupilli crescono bene, ma Pierino ha qualcosa in più. Gioca ala sinistra, vede la porta e anche bene, perché di gol ne segna tanti. Quando nel 1965 arriva a quota diciotto anni, la società decide di spedirlo a Salerno, in C. Insieme al biglietto del treno, un “vai e fatti le ossa della società” e un “che poi ti riprendiamo” come stella polare da seguire. E in Cilento, infatti, il ragazzo cresce, nonostante un infortunio. Ad aspettarlo trova Domenico Rosati, che come lui da Milano ci è passato, ma dalla sponda nerazzurra. Anche se ci è rimasto poco nel grande calcio Rosati, poi tanta C, prima di dedicarsi alla panchina. All’alba della stagione ’65/’66, il tecnico granata ha una squadra per tentare il salto di categoria. In rosa ci sono esperti come suo fratello Franco e Lorenzo Piccoli, ma anche giovani come Giuseppe Corbellini e proprio Prati, entrambi prelevati dal Milan. Ma tra i due sarà Pierino a farsi notare, già alla prima giornata, il 19 settembre, con una doppietta a Lecce che fa iniziare bene un’avventura destinata a progredire in meglio. I gol di Prati arrivano anche contro Siracusa, Chieti, Crotone. Alla fine saranno dieci, con un’altra doppietta, quella dell’ultima giornata alla Sambenedettese, decisiva per blindare il punto di vantaggio sul Cosenza e guadagnarsi la cadetteria. Un bagaglio sufficiente per aggiudicarsi il ritorno a casa, anche se sarà una breve sosta, perché nonostante l’esperienza salernitana, al Milan i frutti non sono ancora maturi. A ottobre altro prestito, stavolta non al Sud. Prati finisce al Savona, dove Ercole Rabitti sta faticando a far ingranare i liguri e ha bisogno di una mano. Pierino sbarca per dar manforte a un altro ragazzo del futuro segnato, Eugenio Fascetti. Neanche a dirlo, il primo gol lo segnerà contro la sua ex Salernitana, poi da lì alla fine altri quattordici. Tanti quanti il compagno di squadra Giampaolo Cominato e un altro col vizio del bomber, Gianni Bui. Meglio aveva fatto solamente il doriano Francesconi. Al Savona tutto quel ben di Dio in zona gol serve a poco, a Prati molto di più. Se i liguri ridiscendono in C, Pierino in estate torna nuovamente a Milano e la terza volta è quella che non scorderà più. Anche perché in rossonero le cose sono cambiate. La presidenza ora tocca a Franco Carraro, che in panchina ha voluto nuovamente Nereo Rocco,reduce dalla parentesi nella mai troppo amata Torino granata. E al Paron quel ragazzo piace, anche se quando glielo presentano non risparmia battute su quei capelli in pieno stile beat generation. “Signor Rocco, questo è Pierino Prati”, “Ti avevo chiesto Pierino Prati il calciatore, non Pierino Prati il cantante. Portalo via ché non lo voglio vedere”. Ma è tutta apparenza.

Pierino Prati al Milan e l’Europeo 1968

La sostanza parla di un Milan che vanta già l’esperienza di gente come Giovanni Trapattoni e Karl-Heinz Schnellinger, oltre al talento italiano più cristallino, Gianni Rivera. A centrocampo c’è Lodetti pronto a correre per tutti, dietro la classe di Roberto Rosato. In più, Rocco ha prelevato dal Lecco la classe argentina di Valentín Angelillo, mentre a Firenze ha spedito Amarildo per farsi dare in cambio l’UccellinoKurt Hamrin. Una squadra fatta per vincere e che finirà col fare quella per cui è stata progettata. Pierino Prati si sblocca a novembre, contro il Cagliari di Gigi Riva, poi da lì in poi non si fermerà più. Con tre doppietta mette in fila Vicenza, Brescia, Bologna e Roma, continuando a mietere vittime illustri come Juventus e soprattutto Napoli. Anche perché la squadra da attere sono proprio i partenopei, che alla fine chiuderanno a nove punti dal Milan. Poco aveva potuto anche l’ex, José Altafini. Il brasiliano ne avrebbe sì segnati 13, ma non quanti Prati: 15, con laurea di capocannoniere. Gioia su gioia, insieme al tricolore. Non bastasse, Pierino aveva saggiato anche l’Europa, in Coppa delle Coppe. Lì aveva giustiziato i modesti magiari del Győri, lo Standard Liegi e soprattutto il Bayern Monaco in semifinale. All’ultimo atto, poi, sarebbe bastato Hamrin portare la coppa nel capoluogo lombardo. Forse potrebbe bastare, ma in più c’è la Nazionale. Perché vero che Gigi Riva è un cono d’ombra su tutti gli attaccanti italiani, ma lì dietro Prati si è riuscito a ritagliare il suo bel posto al sole. E se n’è accorto anche il Ct, Ferruccio Valcareggi, che il ragazzo di Cinisello Balsamo l’ha spedito in campo nelle qualificazione all’Europeo del ’68, quello da giocare in casa. Pierino ovviamente ha ripagato cotante fiducia, segnando al debutto in azzurro, contro la Bulgaria a Sofia e ripetendosi anche nel ritorno di Napoli, in tuffo oltre le gambe dei difensori. È in campo anche quel 5 giugno, Pierino, sempre schierato insieme al compagno Rivera. Semifinale degli Europei. Stavolta non segna e come lui nessun altro. Finisce 0-0, niente neanche ai supplementari. L’Italia si aggrappa a una monetina che la premia e vola in finale, tre giorni dopo, stavolta a Roma. Altro pareggio, ma 1-1. Stavolta si rigioca, ma a quel punto Valcareggi gioca d’astuzia e ne cambia cinque di uomini, compreso Prati, rimpiazzato da Riva. E sarà proprio Rombo di Tuono a incendiare l’Olimpico.

La tripletta di Prati in Coppa dei Campioni

Pierino torna a Milano da campione continentale, definitivamente affermato. Segna anche la sua prima tripletta, al Verona, e il primo sigillo in un derby, quello di ritorno, pareggiando l’iniziale vantaggio di Mario Corso. 14 gol non bastano per impedire che lo scudetto finisce a Firenze, ma di gloria ce n’è in Europa. Stavolta Coppa dei Campioni, quella che Rocco vuole rivincere, dopo essere stato il primo tecnico italiano a farlo. Una bella mano, in quel ’69, gliela sta dando proprio Prati. Con una doppietta, Pierino ha piegato il Malmö, poi ai quarti ha letteralmente fatto impazzire il Celtic Park, tana dell’anima cattolica di Glasgow. Una cavalcata da metà campo fino all’area di rigore scozzese, far volare il Milan a una semifinale dove sarebbero bastati Hamrin e Sormani e regolare il Manchester di due signori a caso: Bobby Charlton e George Best. Sono gol che valgono un biglietto per Madrid, sede della finalissima. Tocca all’Ajax, banda di ragazzi promettenti, destinati a rivoluzionare il un continente calcistico. C’è già Rinus Michels, c’è già Johan Cruyff. Saranno l’avvenire, ma quella notte di fine maggio il presente è il Milan. E soprattutto Prati. Pierino segna già all’8’, spedendo dentro di testa un cross di Sormani, poi alla mezzora riceve il tacco di Rivera e col destro spara da fuori: Bals neanche la vede entrare. L’ultimo sigillo è ancora di testa, nuovamente su assist dell’Abatino. 4-1, prima avevano segnato anche Vasović e Sormani, ma la gloria sarà tutta per Prati. Nessuno aveva mai fatto tanto, nessuno è ancora riuscito a fare anche solo altrettanto.

Una carriera costellata di trofei

I gol continueranno ad arrivare, così come i trofei. Nel ’69 c’è anche l’Intercontinentale, vinta nell’inferno di Buenos Aires, perché all’epoca il regolamento prevede andata e ritorno. Così il Milan regola a San Siro l’Estudiantes di Carlos Bilard e papà Veron, ma al ritorno è un inferno. La squadra di La Plata ha ottenuto di giocare nello stadio del Boca, dove dentro i rossoneri trovano di tutto, compreso il lancio di caffè bollente. L’arbitro invece, il cileno Domingo Massaro, ignora ogni contrasto, compreso quello che costringe Prati ad abbandonare anzitempo il campo e la gomitata che spacca il naso a Nestor Combin, al quale toccherà anche un post partita turbolento: agli argentini non era andato giù che un conterraneo aveva scelto la bandiera francese e decisero di trattenerlo in commissariato per una presunta renitenza alla leva. Solo l’intervento di Franco Carraro avrebbe risolto tutto. Sul campo, invece, la rimonta argentina non sarebbe arrivata e al ritorno a Milano sarebbe stato proprio Prati a scendere dall’aereo con la coppa ben stretta tra le mani.

In campionato, invece, Pierino avrebbe segnato altri 14 gol. Ancora meglio nella stagione successiva, la sua migliore, con 19 centri. Solo Boninsegna aveva fatto meglio, ma con 8 rigori: Prati, invece, dal dischetto si era presentato solamente tre volte.

L’addio al Milan e l’arrivo a Roma

È nel ’71 che qualcosa si inclina e del suo ce lo mette anche la pubalgia. Prati gioca, segna meno. Ne realizza 6, gli stessi dell’anno successivo, dove calano anche le presenze e quantomeno mette lo zampino in un derby. Ma intento la presidenza è cambiata. Al comando si è issato Albino Buticchi, avvocato ligure e di fede juventina. Il nuovo presidente ha portato in rossonero Chiarugi e Prati lo bolla come finito, seppure nel ’70 se ne era volato anche in Messico con la Nazionale. È matrimonio che dura faticosamente una stagione, giusto in tempo per mettere in bacheca un’altra Coppa delle Coppe, poi a fine stagione si consuma il divorzio. Lo vuole il Cagliari, ma la spunta la Roma di Gaetano Anzalone. Il presidente gentiluomo ha idea di rilanciare la squadra, intanto affidata alle mani dell’autore del miracolo Cagliari, Manlio Scopigno. E al tecnico decide di regalare proprio Prati, che in giallorosso ritrova Domenghini,ma soprattutto una seconda casa. Nella Capitale, Prati viene accolto come il grande campione tanto invocato e lui da quell’amore ne viene irretito e travolto. Anche perché a Roma sono anni duri: dall’altra parte del Tevere la Lazio è in rampa di lancio, mentre De Sisti e compagni faticano. Pierino è una speranza romanista, che esplode già estate, quando ai suoi vecchi compagni del Milan rifila due gol in amichevole. I tifosi giallorossi non ci pensano due volte a inventare il coro “Buticchi bambino, grazie pe’ Pierino”, strillato anche più forte alla prima di campionato, quando proprio l’ex rossonero apre la gara col Bologna e alla fine dichiarerà ai giornali: “ogni mio gol è una rivincita su chi mi credeva finito”. Ne segnerà altri otto in quella stagione, ma il meglio lo darà in quella successiva, sotto l’egida del vecchio maestro Liedholm. Saranno 14, di cui uno mai dimenticato. 23 marzo 1975, derby, la Roma culla l’idea del sorpasso. Piove, l’Olimpico è un misto di cerate di fortuna, impermeabili e ombrelli. Al 76’ Peccenini trova spazio per crossare e la mette al centro, Prati piomba sul pallone e batte Felice Pulici, prima di correre a braccia alzate sotto la Sud. Nella Capitale sarà per sempre ricordato come il derby del sorpasso.

La storia in giallorosso proseguirà fino al ’77, poi Fiorentina, un’esperienza statunitense e la scelta di chiudere a Savona, nel 1981, prima di tentare l’avventura in panchina, per la verità poco fortunata. Ora insegna il mestiere di far gol, Pierino Prati, quello che a lui riusciva meglio.

Talmente meglio che come lui, in Coppa dei Campioni, una tripletta ancora nessuno mai.  

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