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Amarcord: Gianluigi Lentini, il talento perduto

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Era considerato il talento più fulgido del calcio italiano, è finito con gli sfottò di quelli che volevano chiamare la trasmissione televisiva Chi L’ha Visto per capire che fine avesse fatto. La storia di Gianluigi Lentini ha toccato l’apice, poi il fondo ed ha quindi proceduto ad una lenta e difficoltosa risalita, col passato e le promesse non mantenute che sembravano volerlo trascinare sempre in un baratro dal quale venir fuori non è stato semplice.

Nato vicino Torino, a Carmagnola, il 27 marzo 1969, Lentini cresce nel settore giovanile del Torino ed esordisce in serie A ad appena 17 anni il 23 novembre 1986 nella sconfitta per 2-0 dei granata a Brescia. Dopo il prestito all’Ancona in serie B, Lentini torna in Piemonte e si fa largo fra i titolari grazie al suo innato talento di cui si accorgono in molti: il ragazzo è alto, veloce, ha dribbling, classe e un discreto senso del gol pur essendo un’ala; parecchi a Torino lo paragonano a Gigi Meroni, un po’ per il look con capelli lunghi e barba incolta, un po’ per il ruolo, un po’ per l’estro ed un po’ per il numero, il 7, spesso sulle spalle dell’indimenticato e compianto ex fuoriclasse degli anni sessanta. L’anno della sua consacrazione è il 1992 quando Lentini è il leader tecnico del Torino che arriva sino alla finale di Coppa Uefa, persa in un mare di sfortuna contro l’Ajax; sul tornante torinista ci sono ormai gli occhi delle grandi d’Italia (i tempi dell’italiano all’estero sono ancora lontani da venire) con Juventus e Milan pronte a sfidarsi a suon di miliardi di lire per quello che è ormai definito il miglior talento della serie A, il futuro del calcio italiano. Lentini, nonostante il cuore granata, preferirebbe la Juventus per restare a vivere a Torino dove ha amici, famiglia ed abitudini, ma il Milan di Berlusconi è la società migliore d’Europa in quel momento, acquista chi vuole e quando vuole, anche il superfluo, forse solo per sottrarlo alla concorrenza.

Col bene placito dell’allenatore rossonero Fabio Capello, Silvio Berlusconi rende inoffensiva la corte della Juventus ed acquista Lentini per la cifra record di quasi 19 miliardi di lire, con ingaggio annuo di 4 per il calciatore che lascia Torino in un caos che ricorda molto quello visto a Firenze nell’estate del 1990 dopo la cessione di Roberto Baggio alla Juventus. I tifosi granata contestano il presidente Borsano e lanciano monetine a Lentini nel momento in cui l’ormai ex idolo lascia la città per firmare col Milan; è il 30 giugno 1992 e la carriera del calciatore sembra alla svolta decisiva: gioca nella squadra più forte d’Europa e che ha appena vinto il campionato senza sconfitte, è considerato il miglior talento italiano ed ha pure conquistato la maglia della Nazionale. Al Milan, lo sa già, non sarà titolare inamovibile, ha davanti a sè fuoriclasse del calibro di Gullit, Van Basten, Papin, Savicevic, ma il suo ruolo Lentini vuole ritagliarselo lo stesso. E così è, perchè l’ex torinista viene impiegato spesso e volentieri da Capello: va in rete nel pirotecnico 5-4 rossonero a Pescara grazie ad una splendida rovesciata volante, poi si ripete nell’altrettanto rocambolesca vittoria di Firenze per 7-3, quindi esalta San Siro con una doppietta nel 4-0 rifilato alla Sampdoria, segna pure nel derby con l’Inter, un gol favoloso dal limite dell’area. Il Milan vince lo scudetto per il secondo anno di fila e Lentini è fra i protagonisti più apprezzati con 7 reti in 30 partite, niente male per chi in fondo era alla prima chiamata importante della carriera. Sembra una strada senza ritorno verso il Paradiso, sarà invece la fine di quella che a tutti appare la carriera di un predestinato.

La sera del 2 agosto 1993 il Milan prende parte ad un torneo amichevole estivo per celebrare il centenario del Genoa, un triangolare con i rossoblu liguri, i campioni d’Italia ed i greci del Panathinaikos. Al termine del torneo i calciatori sono in libera uscita, Lentini si fa la doccia, si riveste con i suoi abiti rigorosamente alla moda e con firme di prima classe, si infila il suo vistoso orecchino al lobo dell’orecchio, poi si chiude in quella Porsche gialla che tanto ha voluto e che tanto gli piace, partendo in direzione di Torino dove va a trovare Rita, da poco ex moglie di Totò Schillaci. Lungo l’autostrada Torino-Piacenza, un tir che viaggia davanti a lui perde improvvisamente parte del carico, la Porsche di Lentini raccoglie qualche detrito ed una gomma ne fa le spese forandosi; il calciatore, fra un’imprecazione e l’altra, si ferma all’autogrill e monta il ruotino di scorta che consente alle automobili di rientrare in corsa ma con l’avvertenza di non aumentare eccessivamente la velocità di percorrenza. Ma Lentini è giovane, spavaldo, ha 23 anni, è bello, ricco e famoso, si ritiene immortale ed invincibile, a lui non può accadere nulla, così, complice la strada libera a notte fonda, accelera sempre di più, tocca i 200 km orari, poi riduce l’andatura a 150, ancora troppi per chi monta un pneumatico più piccolo e meno resistente come il ruotino. La Porsche di Lentini sbanda paurosamente, il calciatore del Milan non può fare più nulla, la sua macchina è ormai comandata dal destino e si schianta con violenza sbalzando il ragazzo fuori dall’abitacolo; Lentini resta sdraiato sull’asfalto, esanime, privo di conoscenza, mentre l’autovettura è distrutta. Sarà un camionista vicentino, accorso poco dopo sul luogo del disastro, a notare il corpo riverso sull’asfalto e a chiamare i soccorsi, senza neanche accorgersi che quell’uomo in fin di vita è un calciatore famoso.

Le condizioni di Gianluigi Lentini appaiono immediatamente gravi, non ha ripreso conoscenza e finisce presto in coma. La notizia fa il giro del mondo, i telegiornali la sparano come lancio di apertura, l’intera dirigenza del Milan si fionda in ospedale: c’è un capitale umano, tecnico ed economico da salvaguardare, c’è soprattutto da capire esattamente cosa potrà succedere, anche più di cosa sia accaduto. Dieci anni esatti dopo l’incidente, Lentini ammetterà le sue colpe: “Sono stato un coglione – dirà senza peli sulla lingua – non ho pensato che potesse accadermi qualcosa di brutto, mi sono giocato il bonus con la vita”. Già, perchè le condizioni dell’ala milanista migliorano, il coma è leggero e Lentini si riveglia presto, tanta paura, una machina distrutta ed una riabilitazione fisica medio lunga, ma vista la situazione, sarebbe potuta finire molto peggio. La stagione 1993-94 scorre veloce e Lentini se la guarda quasi tutta da casa, procedendo col suo recupero fisico e psicologico, mentre il Milan conquista il suo terzo scudetto consecutivo; tornerà in campo per sole 7 partite, vincerà scudetto e Coppa dei Campioni da comprimario, e lo ammetterà a fine anno: “Queste vittorie non le sento mie, non ho dato alcun contributo e mi dispiace”. Ma al Milan lo aspettano, l’incidente dell’estate precedente è stato terribile, gli concedono un anno di ripresa totale, attendono il suo riscatto per la stagione 1994-95, quella che per l’ex torinista dovrà essere quella della rivincita, della rinascita, anche perchè Lentini ha fame di riscossa, il fato avverso lo ha bloccato in rampa di lancio, gli ha fatto perdere anche la convocazione per Usa ’94, nonostante Arrigo Sacchi lo aspetti fino alla fine, salvo poi constatarne la precaria forma fisica per poterlo portare ai mondiali.

Lentini si allena bene, spinge forte nell’estate del 1994, vuole essere il grande protagonista dell’anno, vuole tornare quel che era, dimostrare a tutti che la sua carriera non è finita per colpa di un ruotino di scorta. Ma non è facile riprendersi il posto da titolare, Capello è un sergente di ferro che non guarda in faccia nessuno, in più l’annata del Milan è complicata, il tecnico litiga con Ruud Gullit (che in autunno torna alla Sampdoria in cambio di Alessandro Melli), lo scudetto sta volando verso Torino, sponda bianconera, gli spazi per Lentini si riducono, anche perchè l’ala non riesce a riprendere pienamente la forma fisico-atletica, sembra muoversi al rallentatore, a volte appare distratto. Verso la fine della stagione, però, le cose sembrano migliorare: Lentini segna contro il Foggia, si ripete a Parma, realizza il gol partita contro la Roma a San Siro e si candida verso una maglia da titolare nella finale di Coppa dei Campioni che il Milan giocherà a Vienna contro l’Ajax dieci giorni più tardi. Ci crede, la finale è il suo grande obiettivo, in allenamento suda e sbuffa anche più degli altri, la sua attenzione per l’alimentazione è quasi maniacale, ogni sacrificio è nulla se ripagato dal premio di essere schierato dal primo minuto nella partita più importante dell’anno. Ma Fabio Capello, ancora una volta, ha poca sensibilità e lascia fuori Lentini da una finale che per il Milan sarà sfortunatissima, persa a 4 minuti dalla fine, pochi istanti dopo l’ingresso in campo dell’ex torinista che rompe col tecnico friulano, ci litiga a fine partita, si sente umiliato e vessato, era in forma, aveva dato tutto per esserci e l’allenatore non lo ha premiato, anzi, gli ha concesso appena 6 minuti di gara, coincisi peraltro col gol avversario.

Un rapporto, quello fra Lentini e Capello, che non si rimargina neanche con l’avvio della nuova stagione che riporterà i rossoneri sul tetto d’Italia per la quarta volta negli ultimi cinque anni. Il calciatore è scontento del trattamento ricevuto dal tecnico, il quale a sua volta non ha tempo da perdere coi capricci di Lentini, deve gestire un attacco sontuoso a cui la società ha aggiunto anche Weah e Roberto Baggio, non gli ultimi dei fessi. In occasione di Milan-Cagliari del 5 novembre 1995, Capello schiera Lentini titolare e gli affida il centro dell’attacco con Marco Simone a girargli intorno; il giocatore piemontese non si lascia trovare impreparato ed infila di testa da centravanti puro un cross di Paolo Di Canio dalla sinistra portando in vantaggio in rossoneri che vinceranno poi la gara col punteggio di 3-2. Sarà una delle poche occasioni per Lentini di mettersi in mostra, oltre che l’unico gol di una stagione chiusa con appena 9 apparizioni e la decisione di voler cambiare aria. Per lui a Milano non c’è più posto, ma soprattutto l’impressione generale è che del talento purissimo ammirato ai tempi del Torino e della prima annata milanista non vi sia più traccia; qualcuno sostiene che la delusione per il mancato schieramento in occasione di Milan-Ajax abbia tagliato le gambe psicologicamente ad un giocatore già in difficoltà interiore dopo l’incidente stradale.

Nell’estate del 1996 lo chiama Emiliano Mondonico, suo ex allenatore al Torino ed ora tecnico dell’Atalanta: “Ti vorrei ancora con me – gli dice Mondonico – perchè non ci pensi?”. Lentini ci pensa eccome, anche se l’allenatore lombardo lo ammonisce subito: “Però voglio sapere una cosa: ci stai con la testa o sei ancora rimbambito dall’incidente? Perchè io non ti ho visto bene in questi due anni”. Ma Lentini sta bene, vuole riprendersi quello che ha perso, accetta l’Atalanta e si mette a rigar dritto, aiutato anche da un ambiente che lo accoglie bene, da un allenatore che lo conosce e lo stima, e anche dall’ottimo andamento stagionale dei bergamaschi che in attacco presentano un discreto talento con Morfeo e Lentini ad ispirare un giovane Filippo Inzaghi che diventerà capocannoniere della serie A con 24 reti all’attivo. L’ex milanista gioca bene, a novembre Arrigo Sacchi lo convoca anche per un’amichevole che la Nazionale gioca contro la Bosnia, mentre a fine anno le reti con l’Atalanta saranno 4 in 31 presenze. A 28 anni, Lentini ha ormai capito che il treno del grande calcio è passato definitivamente e che il suo fisico e la sua testa non possono più cullare sogni di gloria, ma qualche soddisfazione in carriera è possibile ancora togliersela; così il richiamo del cuore ha la meglio sulle ambizioni professionali e Lentini accoglie la corte del Torino che è in serie B già da un anno e vuole costruire un organico in grado di centrare la promozione. A 5 anni dal suo addio, il tornante riabbraccia Torino e i colori granata, ormai perdonato da un pubblico di nuovo innamorato del suo vecchio idolo che il 27 settembre 1997 realizza contro il Genoa il primo gol della sua nuova avventura torinista.

A fine anno il Torino perde lo spareggio promozione contro il Perugia a Reggio Emilia dopo i calci di rigore e al termine di una partita che assomiglia più ad una guerriglia, piena di colpi proibiti, provocazioni, reazioni, falli, calci e pugni. Lentini subisce un colpo all’addome da Marco Materazzi e mostrerà il giorno dopo un vistoso segno sul corpo, ricordo dei tacchetti del difensore perugino, mentre a caldo a fine partità dichiarerà con poca sportività ai microfoni di Telepiù: “Non capisco come abbiamo potuto perdere con una squadra di morti come il Perugia”. Un commento da censurare e che diventerà l’emblema della rivalità fra Torino e Perugia, proseguito poi negli anni a venire. Una delusione atroce che però i granata riscatteranno un anno dopo, conquistando il tanto agoniato ritorno in serie A con Mondonico in panchina, al terzo incrocio della carriera con Lentini, autore di 3 reti e che andrà in gol nella sfida della promozione matematica, ovvero il 4-1 rifilato alla Fidelis Andria sul neutro di Benevento. E’ ormai il simbolo maturo del Torino, è il capitano della squadra, ha esperienza e carisma, lui e Mondonico (assieme al bomber Marco Ferrante) sono gli idoli della Maratona, gli uomini a cui il popolo torinista si aggrappa per una salvezza che però il Torino manca clamorosamente nella stagione 1999-2000 quando un andamento troppo alterno condanna i granata ad un’inopinata retrocessione, certificata dopo il ko di Lecce dove un affranto Lentini si toglierà la fascia di capitano rientrando mestamente negli spogliatoi. Sarà la sua ultima immagine con la maglia del Torino, nonchè l’ultima della sua esperienza in serie A, perchè a giugno dirà addio ai granata e si trasferirà in serie B al Cosenza dove aprirà un’altra pagina romantica del suo avvincente libro.

I silani sono un buon gruppo, guidato in panchina da Bortolo Mutti, ma non sembrano attrezzati per la promozione in serie A, categoria che Cosenza non ha mai visto nella sua storia. Lentini, uomo di maggior personalità della squadra rossoblu, prende per mano i compagni ed il Cosenza inanella una serie di risultati utili consecutivi che lo portano in cima alla classifica del torneo cadetto, facendo sognare per un inverno intero l’incredibile salto in serie A. Un vistoso ed inevitabile calo nella seconda parte di stagione rende vano ogni sforzo del Cosenza che chiude il campionato fuori dalla zona promozione e resta in B, un po’ deluso ma un po’ fiero di aver trovato un condottiero carismatico come Lentini, leader dello spogliatoio, classe superiore per la serie B; rimasto a Cosenza anche l’anno successivo, l’ex milanista contribuisce alla sofferta salvezza dei calabresi con un’alternanza rocambolesca in panchina fra Luigi De Rosa ed Emiliano Mondonico che ritrova così sulla sua strada ancora una volta il talento di Carmagnola. Nella stagione 2002-2003 Lentini segna 4 reti, ma il Cosenza è penultimo, retrocede e vede spalancarsi le porte del fallimento che in estate si concretizza facendo sprofondare i silani in serie D. Cambia la società, cambiano le ambizioni, cambiano le dimensioni per il Cosenza, il pubblico teme disaffezione e disinteresse verso il calcio, soprattutto è pronto a salutare Lentini che, nonostante i 34 anni e mezzo, non sembra calciatore da dilettantismo.

Invece l’ex capitano del Torino si assume la responsabilità forse più tosta della sua carriera: firma per il nuovo Cosenza, diventa il simbolo dell’intero campionato di serie D, è il capitano e l’emblema dei calabresi che mancano però il ritorno tra i professionisti chiudendo al settimo posto fra la delusione generale. Lentini, 3 reti in 14 apparizioni, chiude la sua avventura in Calabria e torna a casa accettando di giocare nel Canelli, formazione della provincia di Asti che milita in Eccellenza. 4 stagioni con promozione in serie D al terzo anno ed una ritrovata prolificità sotto porta: 6 reti la prima annata, 19 la seconda, 12 la terza e 12 la quarta, prima di chiudere la carriera sgambando in Promozione ed in Eccellenza con la Saviglianese, la Nicese e il Carmagnola, la squadra della sua città. Nel mezzo il matrimonio con una bellissima ragazza svedese e due figli, Nicholas e Rebecca, nati da un Lentini ormai uomo adulto e con la testa sulle spalle.

Una carriera che si preannunciava sfavillante per un talento purissimo con la faccia da bello e dannato, da uno che faceva cadere donne ed avversari ai suoi piedi, incappato in una notte d’estate in un trabocchetto del destino dal quale probabilmente non è più uscito. Un incidente brutto, grave, pericoloso, che ne ha minato fisico e testa, ridimensionando la vita calcistica di un talento che mai più dopo quel terribile 2 agosto 1993 ha ritrovato lo smalto dei bei tempi. Forse, però, da quello schianto in autostrada, Lentini si è scoperto uomo, lasciando in un cassetto il ragazzino tutto orecchini, abbronzatura e vestiti d’alta moda, e affrontando la vità con più cattiveria e responsabilità. Cosa sarebbe stato di lui senza l’incidente nessuno potrà mai saperlo, cosa è stato è noto: un calciatore di talento, sbocciato, perso e solo parzialmente ritrovato, che nella vita e nel calcio ha sbandato e si è dovuto rimettere in carreggiata. Purtroppo in ogni senso.

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Il 19 marzo 1959 venne inaugurato lo stadio Flaminio: 60 anni tra storia e abbandono

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FANPAGE.IT (Vito Lamorte) – Ci sono alcune domande a cui è difficile dare una risposta. Una di queste è certamente quella che riguarda lo stato di salute e di sicurezza dello stadio Flaminio. Incassato tra viale Tiziano e corso Francia, il secondo impianto sportivo polivalente di Roma è lì fermo e ormai sembra quasi che nessuno si accorga più della sua presenza. Si tratta del secondo impianto sportivo della Capitale per capienza dopo l’Olimpico e fu voluto da Antonio Nervi e il padre Pier Luigi per le Olimpiadi del 1960. Costruito al posto dello stadio Nazionale, che era stato dedicato alla squadra del Grande Torino, i lavori per il Flaminio durarono un anno e poco più  e costò circa 900 milioni di lire dell’epoca.

Oltre al rettangolo verde vi erano una piscina coperta, lunga 25 metri e larga 10; e cinque palestre per pugilato, ginnastica e atletica pesante ma quello che rende il Flaminio una struttura unica è il suo amalgamarsi nel tessuto cittadino come una struttura qualsiasi: tra il PalaTiziano e l’Auditorium Parco della Musica si erge questa costruzione che per tanto, troppo tempo è stata dimenticata dalla politica e dal mondo dello sport ed è diventata lo specchio di incuria e di promesse tradite.

Oggi sono precisamente 60 anni dall’inaugurazione del Flaminio, che venne festeggiata con un incontro amichevole tra le rappresentative dilettantistiche calcistiche di Italia e Paesi Bassi e fu trasmesso in diretta televisiva con la telecronaca del mitico Nicolò Carosio ma, certamente, questo impianto ha vissuto tempi migliori.

Impiegato per molto tempo per fare calcio, nella stagione 1989/’90 Lazio e Roma giocarono l’intero campionato al Flaminio per via dei lavori allo stadio Olimpico in vista di Italia ’90, e rugby; al momento non è possibile utilizzarlo per lo stato in cui è caduto: tra immondizia, vetri rotti e segni di stanziamenti umani lo scorso ottobre è partita ufficialmente la bonifica dell’impianto, già annunciata a luglio 2018 dall’assessore allo Sport di Roma Capitale, Daniele Frongia, ma sembra che tutto si sia fermato lì. Non un passo avanti per una assegnazione o un’opera di riqualificazione seria e pianificata.

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E’ scomparso Giuseppe Malavasi

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PISTOIASPORT.COM – Grande dolore in casa Pistoiese per la tristissima notizia della scomparsa di Giuseppe Malavasi, avvenuta nella giornata di ieri. Malavasi ha lasciato un ricordo indelebile e con lui scompare una persona che ha fatto la storia della grande famiglia arancione.

Malavasi, vedovo da qualche anno dell’amatissima Nicoletta Nanni, faceva il nonno a tempo pieno, in ottima salute, fino a pochi giorni fa. Aveva 81 anni. Lunga la sua permanenza alla Pistoiese, in cui fu protagonista diretto in qualità di allenatore in seconda della grande ascesa arancione durante la presidenza Melani. Successivamente fu anche primo allenatore nella stagione 1984/85.

Prima di iniziare la carriera sulla panchina della Pistoiese, aveva svolto un’ottima carriera da calciatore, giocando anche in serie A nel Bologna, Taranto e Trani. Lasciata Pistoia, è rimasto nel calcio allenando per qualche anno la squadra femminile del Bologna. Ma al nome di Malavasi si lega anche e soprattutto l’arrivo alla Pistoiese di Luis Silvio Danuello, individuato dal tecnico bolognese nel corso di una trasferta brasiliana finalizzata alla firma di un giovane talento verdeoro. Un episodio professionale rimasto nella storia del calcio (ha ispirato la trama del film L’allenatore nel Pallone), con tante aneddotiche – in parte anche frutto della fantasia popolare – che aggiungono senz’altro qualcosa al mito della grande Pistoiese degli anni settanta e ottanta.

Pur essendosi divise le strade, un filo arancione ha sempre legato la società e questo piccolo grande uomo, che ieri se n’è andato in punta di piedi lasciando un gran vuoto nel cuore di tutti. Il cordoglio del presidente Orazio Ferrari, che si rende partecipe del sentimento degli sportivi, è rivolto ai congiunti, in particolare alle figlie Giorgia e Alessandra. La salma di Giuseppe Malavasi sarà esposta giovedì 21, dalle ore 14 alle 16, nella camera mortuaria dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

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Anche MONDOROSSOBLU.IT, il portale che segue le vicende del Taranto ha oggi dato la triste notizia…

“Lutto nel mondo del calcio. E’ scomparso all’età di 81 anni Giuseppe Malavasi, ex centrocampista classe 1938 che ha vestito la maglia del Taranto per tre stagioni. Nel campionato 1968/1969, con la maglia rossoblù, conquistò una promozione in Serie B collezionando 28 presenze e realizzando anche un rete. Giocò con il Taranto anche nelle successive due stagioni di cadetteria, quelle 1969/1970 e 1970/1971, dove collezionò rispettivamente 36 e 29 presenze segnando complessivamente altri 3 gol.”

Si aggiunge al ricordo anche TUTTOBOLOGNAWEB.IT, “Lutto in casa rossoblù: Giuseppe Malavasi, ex attaccante del Bologna, si è spento ieri all’età di 80 anni. In maglia rossoblù ha vissuto il suo giorno di gloria il 6 ottobre 1957, quando realizzò uno dei due gol con cui il Bologna stese per 2-1 il Torino al Comunale. Malavasi era nato il 22 maggio 1938 e si era formato nel settore giovanile rossoblù. Aveva esordito in un Roma-Bologna 2-3 datato 16 giugno 1957, collezionando, in due stagioni dal ‘56 al ‘58, 5 presenze in serie A e 2 in Coppa Italia, condite da quell’unico gol al Torino”.

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Amarcord: penalizzazione e sofferenza, quando Andrea Carnevale salvò il Pescara dalla serie C

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era una volta il Pescara di Giovanni Galeone, una fantastica provinciale che con un gioco brillante e fantasioso aveva stupito la serie A alla fine degli anni ottanta, vincendo, ad esempio, a San Siro contro l’Inter e all’Olimpico con la Roma e destando stupore in tutta Italia. Un Pescara nato e finito nel giro di appena 6 anni, passato dalle stelle alle stalle col rischio di una caduta verticale dalla serie A alla serie C, evitata all’ultimo respiro e grazie alle gesta di un campione.

Il Pescara che si appresta a disputare il campionato di serie B 1993-94 è una squadra del tutto ridimensionata da quella che appena due stagioni prima aveva dominato la serie B con Galeone in panchina e Massimiliano Allegri guida in mezzo al campo, ma retrocesso immediatamente al termine di un’annata, quella 1992-93, con l’ultimo posto occupato in pratica da inizio a fine torneo. Nell’estate del 1993 in riva all’Adriatico, nonostante le premesse di una nuova stagione da protagonisti, si abbatte come una mannaia la pesantissima onta dell’illecito sportivo: per una gara relativa a due anni prima (14 giugno 1992) contro il Taranto, infatti, finita nel mirino della procura, il Pescara viene penalizzato di 3 punti da scontare all’inizio del campionato 1993-94, mentre il tecnico Galeone squalificato. Il Taranto aveva vinto quella partita per 2-1 ottenendo la salvezza, ma alcune intercettazioni fra lo stesso Galeone ed una sua amica in cui venivano fatti chiari riferimenti a combine fra le due squadre, avevano gettato ombre e sospetti sulla gara in questione, sino alla decisione finale di penalizzare entrambe le società.

Con soli 2 punti a vittoria (ultimo campionato prima dell’introduzione dei 3 punti assegnati dopo ogni successo) e con un organico ridimensionato, le ambizioni del nuovo Pescara non possono che essere quelle di ottenere una tranquilla salvezza, riponendo almeno momentaneamente i sogni di gloria. Galeone è stato licenziato e in panchina arriva la conferma di Vincenzo Zucchini, il quale non è però in possesso del patentino e viene così affiancato da Gianni Corelli. In campo non ci sono più alcuni pezzi da novanta della vecchia guardia: da Allegri a Dunga passando per il trio Camplone-Gelsi-Pagano, ceduti in blocco al Perugia, il nuovo Pescara deve riorganizzarsi e lo fa puntando sull’usato sicuro; in Abruzzo sbarcano l’ex milanista Gianluca Gaudenzi, i baresi Loseto e Terracenere, ma soprattutto la conferma di Andrea Carnevale, un passato importante in Nazionale nonchè con le maglie di Napoli e Roma, reduce da un’annata divisa fra Udine e Pescara in serie A. Carnevale, classe 1961, va per i 33 anni, non è mai stato un bomber da 20 reti a stagione, ma la sua esperienza e la sua classe per la serie B possono essere più che sufficienti ad aiutare i pescaresi a centrare l’obiettivo salvezza.

La squadra del duo Corelli-Zucchini non parte benissimo: nelle prime 6 giornate, infatti, il Pescara ottiene appena 5 punti, vincendo solamente contro il neopromosso Acireale alla quinta giornata e perdendo per ben tre volte, in casa contro la Lucchese ed in trasferta contro Padova e Palermo. Al termine di Palermo-Pescara 3-2 del 3 ottobre 1993, il presidente Scibilia opta per l’esonero della strana coppia di allenatori e chiama in panchina il vulcanico ma carismatico Franco Scoglio; il professore si presenta a Pescara sicuro del fatto suo, ma in sole tre settimane si fa cacciare: il Pescara, infatti, prima perde in casa 2-0 contro il Verona, poi ottiene uno scialbo ed inutile pareggio per 1-1 a Monza al cospetto dell’ultima della classe, infine crolla clamorosamente all’Adriatico facendosi travolgere 3-0 dalla Fidelis Andria. E’ la goccia che fa traboccare il vaso per l’ex allenatore del Genoa che non ha trovato la sintonia giusta col gruppo, forse il suo fare un po’ saccente non va d’accordo neanche con Scibilia che perde le staffe e lo esonera senza tanti complimenti e non tralasciando frasi al veleno contro di lui. Serve esperienza, serve un uomo di polso ma con un carattere che possa plasmarsi con uno spogliatoio depresso. Il profilo giusto viene individuato in Giorgio Rumignani che prende il comando delle operazioni, dà un’occhiata al calendario e si accorge che il suo primo impegno sulla panchina pescarese sarà il più duro di tutti, a Firenze contro la Fiorentina capolista.

E’ un caso che la Fiorentina sia in serie B: i viola l’anno precedente hanno commesso una quantità di errori in serie che forse la metà sarebbe bastata a retrocedere nel campionato cadetto dopo oltre 50 anni. La famiglia Cecchi Gori ha chiesto scusa, ha mantenuto gran parte dei calciatori presenti in rosa anche in serie A (compresi gli stranieri Batistuta ed Effenberg) ed ha chiamato in panchina un bravo tecnico come Claudio Ranieri, proveniente da un’avventura agrodolce a Napoli. La Fiorentina è una fuoriserie in serie B, non c’è quota sulla promozione dei toscani che in effetti si issano ben presto al comando della classifica ove rimarranno fino alla fine; cosa può fare il Pescara così in difficoltà di fronte ai colossi gigliati quel 31 ottobre? Sulla carta non c’è partita, ma il calcio, si sa, è solito divertirsi a mescolare le carte rendendolo lo sport più imprevedibile che esista. Gli abruzzesi resistono agli attacchi della Fiorentina, si difendono bene e con ordine, Rumignani ha infuso calma e serenità in settimana, affermando che il campionato è ancora troppo lungo per sentirsi battuti; Fiorentina-Pescara termina così 0-0, i biancoazzurri strappano, peraltro in 9 uomini, un punto utile sia per la loro pericolante classifica che per il morale, risollevato dopo un mese da psicodramma.

Rumignani sembra aver toccato le corde giuste dei calciatori, si è affidato a quelli più esperti, Andrea Carnevale in testa, uno che poco più di tre anni prima era impegnato nella spedizione azzurra di Vicini ad Italia ’90 e che ora si sta rimboccando le maniche per aiutare il Pescara in difficoltà. “Non ce la sentiamo di fare pronostici – dice Carnevale ad una tv locale – ma possiamo affermare con certezza che lotteremo fino all’ultimo per conservare almeno la categoria, non possiamo passare dalla serie A alla C1 in un anno. Io ci metto la faccia e dico che non retrocederemo”. Parole da leader, anche pericolose perchè finiscono col creare aspettative alte nei confronti di una squadra ancora in difficoltà, soprattutto dal punto di vista psicologico. Eppure qualcosa si muove dopo il pungolo del centravanti: gli abruzzesi sfruttano al masssimo i turni casalinghi vincendone tre di fila all’Adriatico contro Ascoli, Pisa e Ancona; in mezzo, il pareggio di Venezia e la sconfitta di Ravenna. La classifica migliora, anche se i bassifondi sono sempre lì ad un passo e il rischio di cadere ancora nelle sabbie mobili della zona retrocessione esiste ed è più vivo che mai. 4 pareggi consecutivi contro Modena, Bari, Vicenza e Cosenza chiudono il 1993 senza che a Pescara si possa ancora tirare un sospiro di sollievo.

La squadra e i tifosi non possono che aggrapparsi all’estro e al fiuto di Andrea Carnevale, l’uomo in più del Pescara, dal cui rendimento verrano con ogni probabilità definite le sorti della compagine adriatica. Il centravanti dal carattere un po’ ribelle, però, vive un momento delicatissimo: a livello professionale sa di essere vicino al capolinea della carriera, mentre la sua vita privata sta incontrando un ostacolo importante con il rapporto con la moglie, la nota presentatrice Paola Perego, ormai in definitiva rottura. E’ proprio Rumignani a gestire la situazione al meglio, diventa coi suoi consigli quasi un secondo padre per Carnevale: “Vi state separando – gli dice in riferimento al matrimonio – ma comportatevi da persone responsabili, mantenete un buon rapporto, soprattutto per i vostri figli”. Un supporto che Carnevale riconoscerà al tecnico in eterno, arrivando a dire “Rumignani è stato il solo allenatore capace di gestirmi e capirmi”. Pescara ha trovato così le due figure principali su cui riporre le speranze di salvezza: da una parte un tecnico saggio, preparato ed intelligente, con tanta esperienza sul groppone, dall’altra un attaccante sul viale del tramonto ma completamente rigenerato.

Sarà un caso, ma il girone di ritorno parte bene per il Pescara che alla prima giornata batte 2-1 il Cesena, prima di incappare in tre ko di fila contro Lucchese, Brescia e Padova. Il ritorno alla vittoria è il soffertissimo 2-1 inflitto al Monza il 13 marzo quando la classifica era già tornata pericolosa. Nel turno successivo gli abruzzesi sbancano Andria grazie al gol in tuffo di Carnevale, forse il più bello della sua annata, mentre una settimana più tardi all’Adriatico arriva l’impresa dell’anno: la Fiorentina scende a Pescara convinta di proseguire la sua inarrestabile marcia al comando della classifica e forse sottovaluta un po’ quella squadra pericolante e schizofrenica nel proprio andamento. A nulla per i viola è servito il campanello d’allarme dell’andata, perchè anche all’Adriatico i biancoazzurri sfoderano una prestazione da incorniciare, un po’ per la classifica, un po’ anche per il prestigio di giocare per la prima volta in diretta televisiva, con la gara che è l’anticipo del sabato sera alle 20:30, novità introdotta proprio in quell’anno. La Fiorentina fa prevalere il suo maggior tasso tecnico, ma il Pescara si difende con ordine rispettando alla lettera i semplici ma chiari dettami del suo tecnico; al 60′, poi, un passaggio dello stopper Di Cara per l’attaccante Massara trova impreparata la difesa dei viola, trafitta dalla punta pescarese. E’ il gol partita che regala al Pescara due punti fondamentali nella rincorsa salvezza.

Continua ad essere lo stadio Adriatico il punto di forza del Pescara: fra le mura amiche, infatti, gli abruzzesi ottengono le vittorie più importanti per mettere in cassaforte la permanenza in serie B: sotto i colpi di Carnevale e compagni cadono prima il Venezia (1-0), poi il Ravenna (4-1) e infine il Modena, sconfitto in rimonta per 4-2 in una gara in cui Carnevale è il protagonista assoluto con due calci di rigore trasformati con freddezza. Tre vittorie in altrettanti scontri diretti, la salvezza è vicina ma occorre blindarla e nelle ultime tre giornate la squadra di Rumignani ottiene due pareggi (3-3 a Bari e 2-2 in casa col Vicenza) e la vittoria finale a Cosenza (2-0) che permette alla formazione pescarese di chiudere il campionato a quota 35 punti, gli stessi di Pisa ed Acireale, ma con la classifica avulsa favorevole, utile ad evitare sia la retrocessione diretta che lo spareggio, coda che andranno invece ad affrontare toscani e siciliani. Un trionfo, viste le premesse, per un Pescara più piccolo rispetto al passato, ma con tanta voglia di non mollare e di non cadere in un anno appena nell’inferno della serie C.

Andrea Carnevale chiude la stagione con 14 reti in 24 partite (a sole 4 lunghezze dal capocannoniere del torneo Agostini), un bottino da goleador di razza, da fuori categoria. Pochi rifornimenti, gol inventati quasi dal nulla, il compito perfettamente assolto di caricarsi il gruppo sulle spalle. L’ex attaccante del Napoli, dopo aver contribuito l’anno successivo a riportare l’Udinese in serie A segnando 7 reti, chiuderà la sua carriera ancora a Pescara nel 95-96 con gli ultimi 10 gol della sua avventura da calciatore. Un rapporto indissolubile fra l’attaccante e la città, il ricordo di quella salvezza quasi miracolosa di un Pescara forse non bello come quello di Giovanni Galeone ma pur sempre entrato nella leggenda.

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