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Amarcord: Gianluigi Lentini, il talento perduto

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Era considerato il talento più fulgido del calcio italiano, è finito con gli sfottò di quelli che volevano chiamare la trasmissione televisiva Chi L’ha Visto per capire che fine avesse fatto. La storia di Gianluigi Lentini ha toccato l’apice, poi il fondo ed ha quindi proceduto ad una lenta e difficoltosa risalita, col passato e le promesse non mantenute che sembravano volerlo trascinare sempre in un baratro dal quale venir fuori non è stato semplice.

Nato vicino Torino, a Carmagnola, il 27 marzo 1969, Lentini cresce nel settore giovanile del Torino ed esordisce in serie A ad appena 17 anni il 23 novembre 1986 nella sconfitta per 2-0 dei granata a Brescia. Dopo il prestito all’Ancona in serie B, Lentini torna in Piemonte e si fa largo fra i titolari grazie al suo innato talento di cui si accorgono in molti: il ragazzo è alto, veloce, ha dribbling, classe e un discreto senso del gol pur essendo un’ala; parecchi a Torino lo paragonano a Gigi Meroni, un po’ per il look con capelli lunghi e barba incolta, un po’ per il ruolo, un po’ per l’estro ed un po’ per il numero, il 7, spesso sulle spalle dell’indimenticato e compianto ex fuoriclasse degli anni sessanta. L’anno della sua consacrazione è il 1992 quando Lentini è il leader tecnico del Torino che arriva sino alla finale di Coppa Uefa, persa in un mare di sfortuna contro l’Ajax; sul tornante torinista ci sono ormai gli occhi delle grandi d’Italia (i tempi dell’italiano all’estero sono ancora lontani da venire) con Juventus e Milan pronte a sfidarsi a suon di miliardi di lire per quello che è ormai definito il miglior talento della serie A, il futuro del calcio italiano. Lentini, nonostante il cuore granata, preferirebbe la Juventus per restare a vivere a Torino dove ha amici, famiglia ed abitudini, ma il Milan di Berlusconi è la società migliore d’Europa in quel momento, acquista chi vuole e quando vuole, anche il superfluo, forse solo per sottrarlo alla concorrenza.

Col bene placito dell’allenatore rossonero Fabio Capello, Silvio Berlusconi rende inoffensiva la corte della Juventus ed acquista Lentini per la cifra record di quasi 19 miliardi di lire, con ingaggio annuo di 4 per il calciatore che lascia Torino in un caos che ricorda molto quello visto a Firenze nell’estate del 1990 dopo la cessione di Roberto Baggio alla Juventus. I tifosi granata contestano il presidente Borsano e lanciano monetine a Lentini nel momento in cui l’ormai ex idolo lascia la città per firmare col Milan; è il 30 giugno 1992 e la carriera del calciatore sembra alla svolta decisiva: gioca nella squadra più forte d’Europa e che ha appena vinto il campionato senza sconfitte, è considerato il miglior talento italiano ed ha pure conquistato la maglia della Nazionale. Al Milan, lo sa già, non sarà titolare inamovibile, ha davanti a sè fuoriclasse del calibro di Gullit, Van Basten, Papin, Savicevic, ma il suo ruolo Lentini vuole ritagliarselo lo stesso. E così è, perchè l’ex torinista viene impiegato spesso e volentieri da Capello: va in rete nel pirotecnico 5-4 rossonero a Pescara grazie ad una splendida rovesciata volante, poi si ripete nell’altrettanto rocambolesca vittoria di Firenze per 7-3, quindi esalta San Siro con una doppietta nel 4-0 rifilato alla Sampdoria, segna pure nel derby con l’Inter, un gol favoloso dal limite dell’area. Il Milan vince lo scudetto per il secondo anno di fila e Lentini è fra i protagonisti più apprezzati con 7 reti in 30 partite, niente male per chi in fondo era alla prima chiamata importante della carriera. Sembra una strada senza ritorno verso il Paradiso, sarà invece la fine di quella che a tutti appare la carriera di un predestinato.

La sera del 2 agosto 1993 il Milan prende parte ad un torneo amichevole estivo per celebrare il centenario del Genoa, un triangolare con i rossoblu liguri, i campioni d’Italia ed i greci del Panathinaikos. Al termine del torneo i calciatori sono in libera uscita, Lentini si fa la doccia, si riveste con i suoi abiti rigorosamente alla moda e con firme di prima classe, si infila il suo vistoso orecchino al lobo dell’orecchio, poi si chiude in quella Porsche gialla che tanto ha voluto e che tanto gli piace, partendo in direzione di Torino dove va a trovare Rita, da poco ex moglie di Totò Schillaci. Lungo l’autostrada Torino-Piacenza, un tir che viaggia davanti a lui perde improvvisamente parte del carico, la Porsche di Lentini raccoglie qualche detrito ed una gomma ne fa le spese forandosi; il calciatore, fra un’imprecazione e l’altra, si ferma all’autogrill e monta il ruotino di scorta che consente alle automobili di rientrare in corsa ma con l’avvertenza di non aumentare eccessivamente la velocità di percorrenza. Ma Lentini è giovane, spavaldo, ha 23 anni, è bello, ricco e famoso, si ritiene immortale ed invincibile, a lui non può accadere nulla, così, complice la strada libera a notte fonda, accelera sempre di più, tocca i 200 km orari, poi riduce l’andatura a 150, ancora troppi per chi monta un pneumatico più piccolo e meno resistente come il ruotino. La Porsche di Lentini sbanda paurosamente, il calciatore del Milan non può fare più nulla, la sua macchina è ormai comandata dal destino e si schianta con violenza sbalzando il ragazzo fuori dall’abitacolo; Lentini resta sdraiato sull’asfalto, esanime, privo di conoscenza, mentre l’autovettura è distrutta. Sarà un camionista vicentino, accorso poco dopo sul luogo del disastro, a notare il corpo riverso sull’asfalto e a chiamare i soccorsi, senza neanche accorgersi che quell’uomo in fin di vita è un calciatore famoso.

Le condizioni di Gianluigi Lentini appaiono immediatamente gravi, non ha ripreso conoscenza e finisce presto in coma. La notizia fa il giro del mondo, i telegiornali la sparano come lancio di apertura, l’intera dirigenza del Milan si fionda in ospedale: c’è un capitale umano, tecnico ed economico da salvaguardare, c’è soprattutto da capire esattamente cosa potrà succedere, anche più di cosa sia accaduto. Dieci anni esatti dopo l’incidente, Lentini ammetterà le sue colpe: “Sono stato un coglione – dirà senza peli sulla lingua – non ho pensato che potesse accadermi qualcosa di brutto, mi sono giocato il bonus con la vita”. Già, perchè le condizioni dell’ala milanista migliorano, il coma è leggero e Lentini si riveglia presto, tanta paura, una machina distrutta ed una riabilitazione fisica medio lunga, ma vista la situazione, sarebbe potuta finire molto peggio. La stagione 1993-94 scorre veloce e Lentini se la guarda quasi tutta da casa, procedendo col suo recupero fisico e psicologico, mentre il Milan conquista il suo terzo scudetto consecutivo; tornerà in campo per sole 7 partite, vincerà scudetto e Coppa dei Campioni da comprimario, e lo ammetterà a fine anno: “Queste vittorie non le sento mie, non ho dato alcun contributo e mi dispiace”. Ma al Milan lo aspettano, l’incidente dell’estate precedente è stato terribile, gli concedono un anno di ripresa totale, attendono il suo riscatto per la stagione 1994-95, quella che per l’ex torinista dovrà essere quella della rivincita, della rinascita, anche perchè Lentini ha fame di riscossa, il fato avverso lo ha bloccato in rampa di lancio, gli ha fatto perdere anche la convocazione per Usa ’94, nonostante Arrigo Sacchi lo aspetti fino alla fine, salvo poi constatarne la precaria forma fisica per poterlo portare ai mondiali.

Lentini si allena bene, spinge forte nell’estate del 1994, vuole essere il grande protagonista dell’anno, vuole tornare quel che era, dimostrare a tutti che la sua carriera non è finita per colpa di un ruotino di scorta. Ma non è facile riprendersi il posto da titolare, Capello è un sergente di ferro che non guarda in faccia nessuno, in più l’annata del Milan è complicata, il tecnico litiga con Ruud Gullit (che in autunno torna alla Sampdoria in cambio di Alessandro Melli), lo scudetto sta volando verso Torino, sponda bianconera, gli spazi per Lentini si riducono, anche perchè l’ala non riesce a riprendere pienamente la forma fisico-atletica, sembra muoversi al rallentatore, a volte appare distratto. Verso la fine della stagione, però, le cose sembrano migliorare: Lentini segna contro il Foggia, si ripete a Parma, realizza il gol partita contro la Roma a San Siro e si candida verso una maglia da titolare nella finale di Coppa dei Campioni che il Milan giocherà a Vienna contro l’Ajax dieci giorni più tardi. Ci crede, la finale è il suo grande obiettivo, in allenamento suda e sbuffa anche più degli altri, la sua attenzione per l’alimentazione è quasi maniacale, ogni sacrificio è nulla se ripagato dal premio di essere schierato dal primo minuto nella partita più importante dell’anno. Ma Fabio Capello, ancora una volta, ha poca sensibilità e lascia fuori Lentini da una finale che per il Milan sarà sfortunatissima, persa a 4 minuti dalla fine, pochi istanti dopo l’ingresso in campo dell’ex torinista che rompe col tecnico friulano, ci litiga a fine partita, si sente umiliato e vessato, era in forma, aveva dato tutto per esserci e l’allenatore non lo ha premiato, anzi, gli ha concesso appena 6 minuti di gara, coincisi peraltro col gol avversario.

Un rapporto, quello fra Lentini e Capello, che non si rimargina neanche con l’avvio della nuova stagione che riporterà i rossoneri sul tetto d’Italia per la quarta volta negli ultimi cinque anni. Il calciatore è scontento del trattamento ricevuto dal tecnico, il quale a sua volta non ha tempo da perdere coi capricci di Lentini, deve gestire un attacco sontuoso a cui la società ha aggiunto anche Weah e Roberto Baggio, non gli ultimi dei fessi. In occasione di Milan-Cagliari del 5 novembre 1995, Capello schiera Lentini titolare e gli affida il centro dell’attacco con Marco Simone a girargli intorno; il giocatore piemontese non si lascia trovare impreparato ed infila di testa da centravanti puro un cross di Paolo Di Canio dalla sinistra portando in vantaggio in rossoneri che vinceranno poi la gara col punteggio di 3-2. Sarà una delle poche occasioni per Lentini di mettersi in mostra, oltre che l’unico gol di una stagione chiusa con appena 9 apparizioni e la decisione di voler cambiare aria. Per lui a Milano non c’è più posto, ma soprattutto l’impressione generale è che del talento purissimo ammirato ai tempi del Torino e della prima annata milanista non vi sia più traccia; qualcuno sostiene che la delusione per il mancato schieramento in occasione di Milan-Ajax abbia tagliato le gambe psicologicamente ad un giocatore già in difficoltà interiore dopo l’incidente stradale.

Nell’estate del 1996 lo chiama Emiliano Mondonico, suo ex allenatore al Torino ed ora tecnico dell’Atalanta: “Ti vorrei ancora con me – gli dice Mondonico – perchè non ci pensi?”. Lentini ci pensa eccome, anche se l’allenatore lombardo lo ammonisce subito: “Però voglio sapere una cosa: ci stai con la testa o sei ancora rimbambito dall’incidente? Perchè io non ti ho visto bene in questi due anni”. Ma Lentini sta bene, vuole riprendersi quello che ha perso, accetta l’Atalanta e si mette a rigar dritto, aiutato anche da un ambiente che lo accoglie bene, da un allenatore che lo conosce e lo stima, e anche dall’ottimo andamento stagionale dei bergamaschi che in attacco presentano un discreto talento con Morfeo e Lentini ad ispirare un giovane Filippo Inzaghi che diventerà capocannoniere della serie A con 24 reti all’attivo. L’ex milanista gioca bene, a novembre Arrigo Sacchi lo convoca anche per un’amichevole che la Nazionale gioca contro la Bosnia, mentre a fine anno le reti con l’Atalanta saranno 4 in 31 presenze. A 28 anni, Lentini ha ormai capito che il treno del grande calcio è passato definitivamente e che il suo fisico e la sua testa non possono più cullare sogni di gloria, ma qualche soddisfazione in carriera è possibile ancora togliersela; così il richiamo del cuore ha la meglio sulle ambizioni professionali e Lentini accoglie la corte del Torino che è in serie B già da un anno e vuole costruire un organico in grado di centrare la promozione. A 5 anni dal suo addio, il tornante riabbraccia Torino e i colori granata, ormai perdonato da un pubblico di nuovo innamorato del suo vecchio idolo che il 27 settembre 1997 realizza contro il Genoa il primo gol della sua nuova avventura torinista.

A fine anno il Torino perde lo spareggio promozione contro il Perugia a Reggio Emilia dopo i calci di rigore e al termine di una partita che assomiglia più ad una guerriglia, piena di colpi proibiti, provocazioni, reazioni, falli, calci e pugni. Lentini subisce un colpo all’addome da Marco Materazzi e mostrerà il giorno dopo un vistoso segno sul corpo, ricordo dei tacchetti del difensore perugino, mentre a caldo a fine partità dichiarerà con poca sportività ai microfoni di Telepiù: “Non capisco come abbiamo potuto perdere con una squadra di morti come il Perugia”. Un commento da censurare e che diventerà l’emblema della rivalità fra Torino e Perugia, proseguito poi negli anni a venire. Una delusione atroce che però i granata riscatteranno un anno dopo, conquistando il tanto agoniato ritorno in serie A con Mondonico in panchina, al terzo incrocio della carriera con Lentini, autore di 3 reti e che andrà in gol nella sfida della promozione matematica, ovvero il 4-1 rifilato alla Fidelis Andria sul neutro di Benevento. E’ ormai il simbolo maturo del Torino, è il capitano della squadra, ha esperienza e carisma, lui e Mondonico (assieme al bomber Marco Ferrante) sono gli idoli della Maratona, gli uomini a cui il popolo torinista si aggrappa per una salvezza che però il Torino manca clamorosamente nella stagione 1999-2000 quando un andamento troppo alterno condanna i granata ad un’inopinata retrocessione, certificata dopo il ko di Lecce dove un affranto Lentini si toglierà la fascia di capitano rientrando mestamente negli spogliatoi. Sarà la sua ultima immagine con la maglia del Torino, nonchè l’ultima della sua esperienza in serie A, perchè a giugno dirà addio ai granata e si trasferirà in serie B al Cosenza dove aprirà un’altra pagina romantica del suo avvincente libro.

I silani sono un buon gruppo, guidato in panchina da Bortolo Mutti, ma non sembrano attrezzati per la promozione in serie A, categoria che Cosenza non ha mai visto nella sua storia. Lentini, uomo di maggior personalità della squadra rossoblu, prende per mano i compagni ed il Cosenza inanella una serie di risultati utili consecutivi che lo portano in cima alla classifica del torneo cadetto, facendo sognare per un inverno intero l’incredibile salto in serie A. Un vistoso ed inevitabile calo nella seconda parte di stagione rende vano ogni sforzo del Cosenza che chiude il campionato fuori dalla zona promozione e resta in B, un po’ deluso ma un po’ fiero di aver trovato un condottiero carismatico come Lentini, leader dello spogliatoio, classe superiore per la serie B; rimasto a Cosenza anche l’anno successivo, l’ex milanista contribuisce alla sofferta salvezza dei calabresi con un’alternanza rocambolesca in panchina fra Luigi De Rosa ed Emiliano Mondonico che ritrova così sulla sua strada ancora una volta il talento di Carmagnola. Nella stagione 2002-2003 Lentini segna 4 reti, ma il Cosenza è penultimo, retrocede e vede spalancarsi le porte del fallimento che in estate si concretizza facendo sprofondare i silani in serie D. Cambia la società, cambiano le ambizioni, cambiano le dimensioni per il Cosenza, il pubblico teme disaffezione e disinteresse verso il calcio, soprattutto è pronto a salutare Lentini che, nonostante i 34 anni e mezzo, non sembra calciatore da dilettantismo.

Invece l’ex capitano del Torino si assume la responsabilità forse più tosta della sua carriera: firma per il nuovo Cosenza, diventa il simbolo dell’intero campionato di serie D, è il capitano e l’emblema dei calabresi che mancano però il ritorno tra i professionisti chiudendo al settimo posto fra la delusione generale. Lentini, 3 reti in 14 apparizioni, chiude la sua avventura in Calabria e torna a casa accettando di giocare nel Canelli, formazione della provincia di Asti che milita in Eccellenza. 4 stagioni con promozione in serie D al terzo anno ed una ritrovata prolificità sotto porta: 6 reti la prima annata, 19 la seconda, 12 la terza e 12 la quarta, prima di chiudere la carriera sgambando in Promozione ed in Eccellenza con la Saviglianese, la Nicese e il Carmagnola, la squadra della sua città. Nel mezzo il matrimonio con una bellissima ragazza svedese e due figli, Nicholas e Rebecca, nati da un Lentini ormai uomo adulto e con la testa sulle spalle.

Una carriera che si preannunciava sfavillante per un talento purissimo con la faccia da bello e dannato, da uno che faceva cadere donne ed avversari ai suoi piedi, incappato in una notte d’estate in un trabocchetto del destino dal quale probabilmente non è più uscito. Un incidente brutto, grave, pericoloso, che ne ha minato fisico e testa, ridimensionando la vita calcistica di un talento che mai più dopo quel terribile 2 agosto 1993 ha ritrovato lo smalto dei bei tempi. Forse, però, da quello schianto in autostrada, Lentini si è scoperto uomo, lasciando in un cassetto il ragazzino tutto orecchini, abbronzatura e vestiti d’alta moda, e affrontando la vità con più cattiveria e responsabilità. Cosa sarebbe stato di lui senza l’incidente nessuno potrà mai saperlo, cosa è stato è noto: un calciatore di talento, sbocciato, perso e solo parzialmente ritrovato, che nella vita e nel calcio ha sbandato e si è dovuto rimettere in carreggiata. Purtroppo in ogni senso.

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Silvio Piola, il primo bomber

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ESQUIRE.COM (Gabriele Lippi) – Nato a Robbio, in provincia di Pavia, il 29 settembre 1913, Silvio Piola è ancora oggi il recordman per gol nel massimo campionato italiano: 290, divisi tra i 16 nella Divisione Nazionale e i 274 in Serie A. Terzo miglior marcatore di sempre nella Nazionale con 30 gol, dietro Gigi Riva e Giuseppe Meazza, è il più grande bomber nella massima categoria per Pro Vercelli, Novara e Lazio. Di quest’ultima è anche il miglior marcatore assoluto di tutti i tempi.

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Gli anni alla Pro Vercelli

Piola aveva 16 anni quando fece il suo esordio in Serie A con la Pro Vercelli. Quattro partite nella stagione 1929-1930 e due reti nell’amichevole contro il Red Star di Parigi, l’anno dopo era già titolare e andò subito in doppia cifra per reti realizzate. A Vercelli Piola cominciò a mettere in mostra qualità tecniche e umane fuori dal comune.

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La Lazio, il Torino e la Juventus

Dopo cinque stagioni alla Pro Vercelli, Piola passò alla Lazio nel 1934, all’età di appena 21 anni. Il suo trasferimento nella squadra della Capitale per la cifra di 200 mila lire fu fermamente voluto dal segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli, che si impegnò in prima persona per evitare l’intromissione di Ambrosiana e Torino e convincere un restio Piola a firmare un primo contratto da 70 mila lire a stagione poi alzato a 38 mila lire al mese. Alla Lazio avrebbe giocato per nove stagioni, segnando 159 reti, vincendo due volte la classifica cannonieri della Serie A e sfiorando la vittoria dello scudetto e della Coppa dell’Europa Centrale nella stagione 1936-37. Lasciò la Lazio nel 1943 per giocare un anno nel Torino e due nella Juventus, prima di chiudere la carriera con sette anni al Novara. L’11 gennaio del 1945 si era diffusa nel Sud Italia la notizia della sua morte in un bombardamento su Milano. Per mesi si susseguirono messe in suo suffragio prima che arrivasse la smentita definitiva: Piola era vivo, era tornato nel suo Piemonte e avrebbe giocato ancora a lungo, fino al 1954, alle soglie dei 41 anni.

Silvio Piola campione del mondo

In tutta la sua carriera, Piola non vinse mai uno scudetto, fu però protagonista nella Nazionale che conquistò il titolo di campione del Mondo a Francia 1938. Ai precedenti Mondiali, quelli di Italia 1934, Piola non aveva partecipato, ancora troppo giovane e chiuso da Meazza, Schiavio e Borell II. Segnò però 11 reti in sei presenze nella Nazionale B, e le reti realizzate con la maglia della Lazio convinsero uno scettico Vittorio Pozzo a convocarlo per la prima volta in Nazionale nel 1935, per una partita contro l’Austria, in occasione di un infortunio di Meazza. Piola non si aspettava quella chiamata ed era andato a caccia nelle campagne a sud di Roma, fu il compagno di squadra Giacomo Blason a rintracciarlo per comunicargli la notizia della convocazione. Piola non si lasciò sfuggire quell’unica occasione, segnò due gol al Prater, trascinando l’Italia alla vittoria, e conquistò definitivamente la fiducia di Pozzo che decise di portarlo con sé in Francia. Per fargli spazio, Pozzo spostò Meazza mezzala, e Piola segnò 5 gol nel Mondiale vinto dall’Italia con una doppietta nella finale vinta 4-2 contro l’Ungheria. Nel 1939, alle soglie dell’entrata in guerra dell’Italia, Piola segnò un gol di mano all’Inghilterra che lo rese ancora più un eroe nazionale.

[…]

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In anteprima nazionale “Gigi”, il documentario dedicato al campione rossoblu

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OTTOETRENTA.IT (Raffaella Aquino) – Arriva, in anteprima nazionale, al Cinema Citrigno di Cosenza, il prossimo 21 maggio, alle ore 20,00,  il documentario “Gigi”, dedicato al compianto campione e bandiera del Cosenza Calcio Gigi Marulla, scomparso il 19 luglio del 2015.

IL FILM DOCUMENTARIO, DI FRANCESCO GALLO, REALIZZATO CON FRANCESCO VILOTTA, FRANCESCO ABONANTE E GIOVANNI PERFETTI, È PRODOTTO DALLA ROOSTER PRODUZIONI, È PATROCINATO DAL COMUNE DI COSENZA E SOSTENUTO DALLA CALABRIA FILM COMMISSION. I FIGLI KEVIN E YLENIA MARULLA, GLI EX COMPAGNI DI SQUADRA, I TIFOSI E GLI AMICI RACCONTERANNO LA STORIA, NON SOLO SPORTIVA, MA ANCHE UMANA DI UN CAMPIONE DENTRO E FUORI DAL CAMPO CHE HA SCRITTO PAGINE INDIMENTICABILI DELLA STORIA DEL COSENZA CALCIO.

L’intero incasso della serata sarà devoluto in beneficenza all’associazione La Terra di Piero. L’evento è realizzato in collaborazione, tra gli altri, con il Cinema Citrigno, la Calabria Film Commission, MK Records, l’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), la Società Italiana Storia dello Sport e l’Archivio Tucci-Pescatore.

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Un sogno di 56 anni fa

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ULTIMOUOMO.COM (Marco Gaetani)

[…] Il torneo aveva ripreso quota da poco: lo stop bellico aveva frenato lo slancio della competizione, nata di fatto nel 1935 dopo la sua prima versione embrionale, quella vinta dal Vado nel 1922 in pieno scisma del calcio italiano. Soltanto nel 1958, quindici anni dopo l’ultima edizione, vinta dal Torino il 30 maggio del 1943, si era ripartiti con la vittoria della Lazio, proseguendo per tre stagioni con una formula che prevedeva la finale a fine estate, a settembre, per poi riallineare i calendari in occasione della stagione 1960/61, con il successo della Fiorentina. In queste primissime edizioni, la Coppa Italia è un torneo che sa riservare sorprese. Nel 1941 aveva stupito tutti il Venezia, che presentava però due ragazzi niente male in rosa: Ezio Loik e Valentino Mazzola, future colonne del Grande Torino. Il 21 giugno 1962, con una vittoria a sorpresa, il Napoli aveva piegato la resistenza della SPAL, diventando l’unica squadra di Serie B, insieme al Vado nel 1922, a vincere la competizione.

Ai blocchi di partenza della Coppa Italia 1962/63 si presentano trentotto squadre: le diciotto di A e le venti di B. Non sono previsti gironi, e dopo il primo turno ne restano diciannove: delle “big”, vita facile per Juventus, Roma, Fiorentina, Genoa e Inter. Il Torino passa soltanto grazie al lancio della monetina contro la Triestina, lo stesso capita alla Lucchese contro il Mantova. Il Napoli, detentore del trofeo, viene beffato dal Messina, ed esce in fretta anche l’altra finalista, la SPAL, affossata dal Catanzaro. Il Milan arranca ma supera il Parma di misura, l’Atalanta viene citata soltanto marginalmente dalle cronache dell’epoca dopo aver battuto ai supplementari il Como.

Con diciannove club qualificati al turno successivo, per l’organizzazione iniziano i problemi. La soluzione adottata è quella di ben tredici “bye” (termine di origine tennistica che indica il salto direttamente al turno successivo, senza disputare la partita): per il secondo turno scendono in campo solamente sei squadre, scelte tramite sorteggio. Il Genoa supera a domicilio la Fiorentina, la Roma batte 3-1 il Catanzaro, la Juventus è corsara in casa del Foggia & Incedit. L’Atalanta aspetta il Catania negli ottavi di finale e in pochi si preoccupano degli “orobici”, che pure hanno chiuso al sesto posto la stagione precedente, con Ferruccio Valcareggi in panchina.

È stato un triennio di consolidamento, quello agli ordini del tecnico triestino. Un periodo aperto da un buon undicesimo posto in A nell’anno successivo alla promozione e dalla brutta notizia del ritiro prematuro di Stefano Angeleri, rimasto a lungo recordman di presenze in nerazzurro (316, superato in epoca recente soltanto da Gianpaolo Bellini). Una squadra via via ritoccata nel corso degli anni, fino al brillante sesto posto del 1962, anno in cui la “Dea” aveva raggiunto anche la semifinale di Mitropa. A quella cavalcata aveva preso parte anche una futura leggenda del club, Fermo Favini, assente però nella rosa della stagione successiva. Non c’è più nemmeno Valcareggi, sedotto dalla Fiorentina. Al suo posto, dopo un lungo girovagare per l’Italia (Baracca Lugo, Ponte San Pietro, Parma, Sampdoria, SPAL, Bari e Foggia), un vecchio cuore nerazzurro come Paolo Tabanelli. Nel suo piano, Domenghini deve iniziare a ritagliarsi un ruolo di maggiore responsabilità. In porta c’è un nome iconico: Pier Luigi Pizzaballa, destinato a entrare nella storia del calcio un anno più tardi per l’introvabilità della sua figurina Panini. È uno dei tanti bergamaschi di quella squadra, insieme a capitan Gardoni, Pesenti, Roncoli, Rota, Gentili e Nodari, e si è trovato titolare all’improvviso, complice un grave infortunio subito da Cometti.

Per gli ottavi di finale, l’organizzazione non prevede più il lancio di monetina in caso di parità ma i calci di rigore. Vi ricorrono Torino ed Hellas Verona per avere la meglio su Bologna e Lucchese, mentre iniziano a saltare le big. Il Milan perde in casa con la Sampdoria, l’Inter viene eliminata a domicilio dal Padova, formazione di Serie B, e la Roma si fa beffare dal Genoa. L’Atalanta fa il suo dovere contro il Catania, sfruttando anche il palese disinteresse dei siciliani per la competizione. Il tecnico Di Bella lo dichiara apertamente alla vigilia, lasciando fuori Szymaniak, Battaglia e molti altri titolari. «Ma che interesse possiamo avere nella Coppa Italia? Non ci facciamo neppure i soldi per pagare le spese di queste lunghe trasferte, mentre corriamo grossi rischi di rovinare i nostri giocatori migliori». Gli etnei scendono in campo con un sedicenne, tale Malerba. Fa turnover anche Tabanelli, lasciando a riposo Mereghetti, Domenghini, Magistrelli e Calvanese. Decide una doppietta di Christensen, 2-1 il risultato finale, con qualche nube sull’arbitraggio: «Strana direzione di Varazzani, un arbitro che applica approssimativamente il regolamento», scrive Giulio Accatino nella cronaca del match. «Convalida i goal atalantini viziati il primo da un netto fallo di Da Costa ai danni di Benaglia e il secondo da un fuorigioco palese di Christensen».

Restano otto squadre in ballo e gli accoppiamenti dei quarti sono i seguenti: Bari-Genoa, Juventus-Hellas Verona, Sampdoria-Torino, Atalanta-Padova. I primi a scendere in campo sono proprio i bergamaschi: vita facilissima, 2-0 e semifinali in tasca. La notizia clamorosa è l’eliminazione della Juventus (0-1) per mano dell’Hellas. Avanza anche un’altra formazione di B, il Bari, che ha bisogno dei supplementari per eliminare il Genoa. Proprio i pugliesi sono l’avversario dell’Atalanta in semifinale, mentre il Torino pesca il Verona. Stavolta si fa sul serio, non c’è turnover che tenga.

La “Dea” scende in campo con Pizzaballa, Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardoni, Colombo; Domenghini, Da Costa, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli. Il Bari tiene benissimo il campo per un tempo, non mostrando di accusare la differenza di qualità. Nella ripresa, Tabanelli ordina l’assalto, consentendo anche a Colombo di sganciarsi più spesso in avanti. È proprio lui a raccogliere un assist di Nielsen e a colpire il palo con una conclusione potentissima, ribadita in rete da Dino Da Costa a porta sguarnita. Figlio di un autista di filobus, divenuto in fretta stellina del Botafogo, Da Costa ha un passato in un tridente d’attacco atomico, con Garrincha e Luis Vinicio (“‘O lione”, come sarebbe stato chiamato nella sua esperienza napoletana), ed è stato portato in Italia dalla Roma, con cui ha vissuto cinque anni fantastici. Gli osservatori lo avevano visto all’opera in una tournée italiana del club e ne avevano immediatamente suggerito l’acquisto a Renato Sacerdoti nel corso della sua seconda presidenza giallorossa: la prima si era interrotta bruscamente nel 1935 poiché, in quanto ebreo, venne arrestato e mandato al confino, nonostante l’indubbia vicinanza al Partito Nazionale Fascista: non mancano le foto di Sacerdoti che, in alta uniforme, prende parte alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Sfuggito alle deportazioni grazie a un rocambolesco nascondiglio in un convento, Sacerdoti aveva quindi deciso di rifare grande la Roma, e Da Costa era stato un tassello fondamentale nella sua opera di rinascita.

Il campionato finisce il 26 maggio e l’Inter è campione d’Italia, mentre l’Atalanta è ottava, con Da Costa miglior realizzatore della squadra: battendo il Napoli all’ultima giornata, la squadra nerazzurra condanna i partenopei alla retrocessione. È una partita che lascia un’onda polemica, con gli azzurri pronti ad accusare gli avversari di eccessivo impegno: «Nell’ultima gara, per ammissione esplicita di taluni fra i giocatori, l’Atalanta ha messo l’impegno di chi ricordava certe poco simpatiche accoglienze ricevute nel girone d’andata sul campo partenopeo. È strano dover dare questa cruda spiegazione per il comportamento perfettamente in regola con la correttezza sportiva della compagine bergamasca, ma è l’ambiente di una parte del calcio italiano che vuole questo», si legge su La Stampa del 27 maggio 1963. «Vi sono tipi sempre pronti al sospetto: se una squadra non si impegna abbastanza è pagata per perdere, se si impegna a fondo sarà bene che spieghi chiaramente perché lo fa, onde non vedersi accusata di chissà quali intrallazzi a vantaggio di terzi», una fotografia che ci dice quanto poco sia cambiato il modo di interpretare il calcio nonostante il tempo che passa.

La vittoria

Sono giorni caldi per la Lega, che sta cercando disperatamente un modo per dare lustro alla Coppa Italia. Scottato dalle due semifinaliste di Serie B, il presidente della Lega Calcio, Giorgio Perlasca, decide di garantire un posto in semifinale nell’edizione 1963-64 a Milan, Inter, Juventus e alla vincitrice del torneo. Tra gli inviati al seguito per la finale di Milano, ce ne è uno d’eccezione: è Vittorio Pozzo, l’ex commissario tecnico della Nazionale italiana. Già allora, esattamente come oggi, si dibatteva in maniera accesa sul fascino della competizione: «Ogni volta che assistiamo alla finale di Coppa d’Inghilterra, manifestazione fra le più grandiose a cui dia luogo il giuoco della palla rotonda, ci torna naturale alla mente il quesito: perché non sia possibile di portare la consimile competizione italiana a un grado di successo che possa equivalere a quella inglese. Tentativi sono stati fatti, ma da noi la Coppa Italia non è mai andata al di là di una manifestazione di secondaria importanza. Perché?», si chiede una delle menti più illuminate del Novecento calcistico (e non solo) italiano.

Nel ritiro di Canzo, Tabanelli deve fare i conti con il forfait di Da Costa, che alza bandiera bianca nell’ultimo allenamento. Manca anche Nova ma rientra Magistrelli, pronto ad agire da ala sinistra con Domenghini sull’out opposto. L’altra finalista è il Torino, che in campionato ha chiuso con gli stessi punti degli orobici, 34. La gestione di Giacinto Ellena, arrivato a gennaio, non ha convinto più di tanto il nuovo patron, Orfeo Pianelli, futura icona granata. Proprio durante il ritiro prepartita, la squadra fa la conoscenza del tecnico della stagione successiva: si tratta di Nereo Rocco, campione d’Europa alla guida del Milan. Una mossa che, secondo alcune voci dell’epoca, può avere inficiato la serenità del gruppo granata, mentre quello orobico marcia compatto verso la meta.

Tabanelli e i suoi ragazzi vogliono quel trofeo, non lo vivono come una coppa secondaria ma come un grande obiettivo stagionale. In palio, oltre alla gloria, c’è anche la partecipazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. «L’Atalanta è una squadra seria, positiva, sana. Basta considerare il fatto che il sodalizio attinge in loco la maggioranza dei suoi elementi, diventando quindi un centro di produzione come potrebbero o dovrebbero esserlo tanti alti. Bergamo è città, è zona di gente quadrata e forte, nel morale e nel fisico. Questo è un riconoscimento che le va fatto in tono esplicito, anche come conseguenza della politica sportiva che ha voluto seguire», scrive Pozzo nell’analisi post finale. Una caratteristica che l’Atalanta presenterà spesso nella sua storia.

Il primo gol non sembra quasi provenire dal bagaglio tecnico di Domenghini. Punizione di Nielsen dalla trequarti destra, sul secondo palo spunta il numero 7 nerazzurro, in un inserimento di rara prepotenza. Per la velocità dell’arrivo sul pallone e la potenza dell’impatto, è un gol fuori dalla sua epoca. La rete di un giocatore modernissimo, che sta già attirando le attenzioni delle grandi italiane. L’esultanza, quella sì, è perfettamente coerente con i tempi. Non c’è nulla di artefatto nella gioia di “Domingo”, che scalcia il pallone in porta e si concede il saltello di chi non sa cosa fare, travolto soltanto dall’emozione. Nella ripresa, Domenghini raddoppia con una rete da opportunista, intervenendo sul sombrero di Magistrelli ai danni di Buzzacchera con una precisa conclusione mancina. Gli assalti granata sono vani, Pizzaballa è pazzesco su un sinistro al volo di Hitchens e “Domingo” può andare a calare il tris, stavolta con un’azione da ala tipica: dribbling a rientrare sul mancino, prima conclusione respinta, rimpallo fortunato per poi saltare il portiere e depositare in rete senza tanti fronzoli. La sua tripletta in finale di Coppa Italia resta l’unica su azione della storia: soltanto Giannini sarebbe riuscito a siglare tre gol nell’ultimo atto del torneo, ma tutti su calcio di rigore nella finale di ritorno con il Torino del 1993. Inutile, nei minuti conclusivi, la rete di Ferrini.

[…]

Quanto a “Domingo”, la speranza è quella di tornare a sentire squillare il telefono: «Sarebbe anche ora che la vincessimo questa Coppa Italia, son passati 56 anni e continuano a intervistarmi per quei tre gol».

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