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La Penna degli Altri

Amarcord: sogni europei, sofferenze e contestazioni. Il particolare 1990 della Fiorentina

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Una cavalcata fra gli ostacoli, un anno vissuto pericolosamente, eppure così emozionante da far rivivere ancora oggi un brivido nei tifosi che l’hanno accompagnato. Nel mezzo, due allenatori e la cessione dell’unico fuoriclasse della squadra: a Firenze, nella convulsa stagione 1989-90, insomma, non sembra proprio essere mancato nulla.

Nella Fiorentina che si appresta ad iniziare la nuova annata nell’estate del 1989 c’è un discreto ottimismo, ma in pochi riescono a sognare in grande: il gran campionato dell’anno precedente con la qualificazione in Coppa Uefa e la coppia d’assi del gol Baggio-Borgonovo appare infatti irripetibile, soprattutto perchè diversi di quei protagonisti non ci sono più; Borgonovo è tornato al Milan, il forte centrocampista Enrico Cucchi è andato all’Inter, al loro posto ci sono il centravanti argentino Oscar Dertycia, il ruvido mediano Giuseppe Iachini ed il talentuoso centrocampista cecoslovacco Lubos Kubik, bravissimo a calciare le punizioni. Per fortuna dei viola c’è ancora Roberto Baggio, ormai pronto per caricarsi sulle spalle l’onere di miglior calciatore italiano e motivatissimo dall’imminente campionato del mondo che si disputerà in Italia, col commissario tecnico Azeglio Vicini che proprio in Baggio ripone molte speranze della nazionale azzurra. L’allenatore della Fiorentina è Bruno Giorgi, uno che non ruba l’occhio, che sembra un papà buono, ma che è in realtà un ottimo tecnico, capace di tirar fuori il meglio dai propri calciatori. Ben figurare in Coppa Uefa e in Coppa Italia, arrivare nella parte sinistra della classifica in campionato: sono questi gli obiettivi che la famiglia Pontello, proprietaria del club, chiede alla squadra per la stagione 1989-90, consapevoli che di formazioni migliori dei viola ce ne sono diverse e competere con loro non sarà semplice.

Giorgi sa di avere in rosa un fuoriclasse assoluto come Baggio e per il resto una schiera di buoni calciatori e nulla più: dal brasiliano Dunga a centrocampo ai difensori Pioli e Faccenda, infatti, l’organico gigliato non appare attrezzato per far molta strada, soprattutto in Coppa Uefa, competizione che può togliere inoltre diverse energie mentali e fisiche ad un gruppo poco abituato al doppio impegno setttimanale. Il campionato parte il 27 agosto 1989 nel vecchio stadio Della Vittoria a Bari: la partita termina 1-1, vanno in gol il futuro viola Pietro Maiellaro e Roberto Baggio che a 12 minuti dal termine agguanta il pareggio, facendo capire fin da subito quale sarà la sua missione stagionale, ovvero togliere le castagne dal fuoco ad una squadra in cui spiccano volontà, grinta e carattere ma poca tecnica. Alla seconda giornata i viola pareggiano in casa contro il Genoa, alla terza vanno ko a Torino contro la Juventus, quindi il 10 settembre arriva la prima vittoria grazie al calcio di rigore di Baggio al 70′ che piega la Lazio; 4 giornate ed una sola vittoria, con la sensazione che le cose possano farsi ancora più dure quando lo stadio Franchi di Firenze verrà chiuso per i lavori di ristrutturazione in vista di Italia ’90 e la Fiorentina sarà costretta ad emigrare a Perugia per le gare casalinghe.

Il 13 settembre inizia anche la Coppa Uefa: inutile dire che il popolo viola è elettrizzato per il ritorno in Europa e poco importa se la squadra di Giorgi non sembra attrezzata per fare molta strada. Il primo avversario non è dei più semplici, l’Atletico Madrid; gli spagnoli vincono 1-0 la gara di andata, ma la Fiorentina non sfigura affatto, anzi, appare ben organizzata e in grado di giocarsi le sue possibilità a Perugia nella gara di ritorno in programma due settimane più tardi. Tra le due sfide di coppa, i viola perdono 3-2 a Napoli dopo essere stati in vantaggio per 2-0, quindi pareggiano 1-1 a San Siro contro il Milan, con il mediano Dell’Oglio a riprendere l’iniziale vantaggio milanista di Tassotti. Ma Fiorentina-Atletico Madrid del 27 settembre 1989 appare sin da subito una gara speciale: forse l’Atletico la sottovaluta, forse i toscani sono iper motivati, fatto sta che prendono d’assalto l’area di rigore spagnola e al 25′ vanno in vantaggio con Renato Buso, poi portano la sfida ai supplementari e quindi ai calci di rigore dove i viola ne sbagliano due col giovane Sereni e il terzino Volpecina, e gli spagnoli tre, due conclusioni altissime ed un miracolo del portiere Landucci. Il rigore decisivo lo calcia Roberto Baggio che segna e poi si inginocchia sotto la curva viola: è ancora una volta lui il salvatore e il protagonista di una squadra che piano piano acquisisce sicurezze e convinzioni per far strada in Europa e diventare protagonista anche in serie A dove però le cose sono abbastanza complicate perchè gli avversari si chiudono in difesa e mettono sovente in difficoltà la difesa gigliata, poco aiutata poi da un attacco nel quale segna solo Baggio, perchè Dertycia ha evidenti problemi di ambientamento e presto si farà anche male saltando gran parte della stagione.

I viola perdono in casa contro l’Udinese, a Lecce e anche col Bologna, riuscendo ad evitare un filotto negativo grazie ai due successi consecutivi ottenuti contro Sampdoria e Cremonese. Eliminati dal Napoli in Coppa Italia, poi, i toscani ripiegano grandi speranze nella Coppa Uefa, consapevoli di poter far strada dopo il successo d’orgoglio contro l’Atletico Madrid; avversario del secondo turno è il Sochaux, ostica formazione francese che blocca sullo 0-0 la Fiorentina in Italia, costringendola a far gol in Francia. Sarà ancora Buso a segnare la rete decisivia che qualifica i toscani con un 1-1 sofferto ma meritato; la squadra di Bruno Giorgi è insomma qualificata agli ottavi di finale di Coppa Uefa dove affronterà i sovietici della Dinamo Kiev, mentre l’andamento in campionato resta altalenante, fra un roboante 5-1 inflitto all’Ascoli con tripletta di Baggio e doppietta di Dertycia, e le due sconfitte di fila contro Roma e Verona. Le due gare di fine novembre e inizio dicembre contro la Dinamo Kiev, però, dimostrano come i viola in Europa abbiano una marcia in più: nell’andata a Perugia la Fiorentina vince grazie ad una rete di Baggio, nel ritorno a Kiev resiste sullo 0-0 che certifica il passaggio del turno ai quarti di finale, forse l’obiettivo massimo a cui il popolo fiorentino poteva pensare ad inizio stagione. La Coppa Uefa si ferma fino a marzo e Giorgi sa che in quel lasso di tempo la sua formazione dovrà mettere fieno in cascina in campionato dove il pericolo di rimanere invischiati nella lotta per non retrocedere non è del tutto passato; i gol di Roberto Baggio non sempre riescono a salvare capra e cavoli, come nel 2-2 casalingo contro il Bari, mentre altre volte suonano la carica, come nel caso della rimonta contro la Juventus, andata sul 2-0 dopo meno di venti minuti e riacciuffata dalle reti di Baggio e Battistini nel finale per il 2-2 definitivo.

Il 4 febbraio 1990 a Perugia la Fiorentina sfida il Milan di Arrigo Sacchi, la squadra migliore d’Europa in quel momento e lanciatissima nel duello scudetto col Napoli. I rossoneri partono malissimo e vanno sotto per 2-0 (reti di Baggio e Kubik); per la Fiorentina sembra un trionfo, una giornata di gloria inattesa, ma ben presto ogni certezza dei viola verrà minata: il Milan, pungolato nell’orgoglio e consapevole di non poter perdere punti a vantaggio del Napoli, si riorganizza, accorcia le distanze con Evani, poi ribalta la partita e vince grazie a due calci di rigore di Van Basten. Un 3-2 che getta nello sconforto la Fiorentina, sempre più impelagata nei bassifondi della classifica, anche perchè i risultati successivi continuano a non mostrare continuità: i gigliati battono 3-0 il Lecce ma perdono con lo stesso punteggio in casa della Sampdoria, quindi non vanno oltre lo 0-0 contro la quasi retrocessa Cremonese, prima di perdere consecutivamente due partite importantissime contro Bologna ed Ascoli che irritano fortemente tifosi e presidenza. Nel frattempo, come se non ci fosse fine al peggio, i giornali iniziano a cavalcare l’onda della possibile (probabile) cessione di Roberto Baggio a fine stagione, con Milan e Juventus pronte a darsi battaglia per il talento vicentino della Fiorentina. Le parti smentiscono, ma il pubblico viola non si fida, minaccia la società che in caso di partenza di Baggio metterà Firenze a ferro e fuoco, pretende una presa di posizione da parte del calciatore che conferma la sua volontà di rimanere in viola. Poi ricomincia la Coppa Uefa e come d’incanto i toscani tornano brillanti ed incisivi: contro i francesi dell’Auxerre, la squadra di Giorgi vince 1-0 sia all’andata (rete di Volpecina) che al ritorno (gol partita di Nappi) e si qualifica per le seminfinali.

Il 25 marzo 1990, a seguito dello 0-0 contro il Cesena, Bruno Giorgi viene esonerato dalla famiglia Pontello e al suo posto arriva Ciccio Graziani, alla prima esperienza da allenatore e chiamato a guidare i viola per le ultime 4 giornate di campionato e nelle due semifinali di Coppa Uefa contro i tedeschi del Werder Brema. Graziani esordisce con un pareggio contro la sua ex Roma, quindi si appresta a vivere l’emozione europea contro un avversario, il Werder Brema, fra i più difficili, campione di Germania due anni prima e ostacolo durissimo per il Milan in Coppa dei Campioni l’annata precedente. Nell’andata a Brema la Fiorentina mostra ancora una volta orgoglio e personalità, va in vantaggio con Nappi a un quarto d’ora dal termine, quindi subisce proprio in zona Cesarini il pareggio, frutto di una carambola che beffa Landucci. Nella sfida di ritorno, poi, il Werder ci prova, ma la Fiorentina resiste, è la serata nella quale Nappi si improvvisa foca partendo dalla propria metà campo e palleggiando di testa durante la corsa; i viola resistono sullo 0-0 e si qualificano alla doppia finale nella quale troveranno gli acerrimi rivali della Juventus per quella che sarà la prima finale europea fra due squadre italiane. Prima della finale, però, c’è la salvezza da portare a casa, Graziani non può permettersi di non centrare l’obiettivo minimo richiesto dal club; le due partite casalinghe contro Verona ed Atalanta, vinte rispettivamente 3-1 e 4-1, consegnano ai viola l’aritmetica permanenza in serie A e rendono anche inutile il ko di San Siro contro l’Inter alla penultima giornata. La Fiorentina è salva al termine di un campionato tribolato nel quale a distinguersi è stato forse il solo Roberto Baggio, autore di ben 17 reti, nel mezzo di 9 mesi di grande ed estrema sofferenza dopo il brillante settimo posto dell’annata precedente.

Ora si può pensare davvero alla doppia finale contro la Juventus, andata a Torino il 2 maggio 1990. Non è la miglior Juventus degli ultimi anni, in panchina c’è Dino Zoff che ha già fatto sapere che a luglio andrà ad allenare la Lazio per lasciare il posto a Maifredi, in campo la squadra bianconera ha buoni calciatori ma nessun fuoriclasse, il bomber è Schillaci, il leader dello spogliatoio il portiere Stefano Tacconi. La Fiorentina è convinta di potersi giocare le sue carte e dopo appena 10 minuti il punteggio è già sull’1-1: al 3′ segna il mediano juventino Galia, al 10′ ecco il pareggio viola con l’ex Buso. I gigliati dominano il primo tempo, collezionano con Baggio, Nappi, lo stesso Buso e Di Chiara un quantitativo elevatissimo di palle gol, tutte sventate da Tacconi; la rete della Fiorentina sembra essere ormai nell’aria, la Juve è alle corde e la sensazione è che nella ripresa la squadra toscana sia in grado di piazzare il colpo forse decisivo per portarsi a casa il trofeo. Ma nel calcio, si sa, a volte la logica va a farsi benedire e le partite cambiano improvvisamente senza un perchè e vengono capovolte senza che gli stessi protagonisti ne capiscano i motivi. Fatto sta che la Juventus stordita ed impacciata del primo tempo lascia spazio ad una squadra trasformata che al 58′ trova il nuovo vantaggio grazie a Casiraghi in un’azione contestatissima dalla Fiorentina che reclama una spinta dello stesso Casiraghi a Pin all’inizio ed un presunto fuorigioco del centravanti bianconero al momento della battuta a rete. Al 73′, poi, la Juve sigla anche il terzo gol grazie ad una conclusione dalla distanza di De Agostini che beffa un non irreprensibile Landucci; nel finale Di Chiara reclama un calcio di rigore rendendo ancor più infuocato il clima del dopo gara e in vista del ritorno.

Gli animi si accendono, la Juventus non commenta le decisioni arbitrali, i calciatori della Fiorentina sono arrabbiatissimi, Pin è sicuro che la sua squadra vincerà 2-0 al ritorno, Di Chiara definisce sconcertante il comportamento del direttore di gara, mentre Graziani prova a fare il pompiere e tenta di prendere le difese dell’arbitro (“Può sbagliare come noi”, dice). La gara di ritorno si gioca il 16 maggio e con lo stadio Franchi ancora indisponibile, la sede viene indicata in Avellino, anche perchè a Perugia i tifosi viola hanno fatto baccano nell’ultima gara di coppa col Werder Brema; ma lo stadio Partenio non convince la Fiorentina, poichè considerato un feudo juventino, loro preferirebbero Salerno o anche una sede più a nord come Genova o Modena dove la squadra ha già giocato in campionato. Alla fine si gioca ad Avellino, il pubblico viola ribolle, crede nella rimonta, ma sin da subito si capisce che il doppio vantaggio bianconero dell’andata sarà assai arduo da scalfire; la Juventus non lascia spazi, la Fiorentina ci prova, attacca ma risulta sterile, inoffensiva, oltre che meno esperta degli avversari a livello europeo, mostrando qualche limite di personalità, mentre la formazione di Zoff amministra con sapienza il risultato, gioca col cronometro, irrita i viola, i quali incominciano ad innervosirsi al passare dei minuti che inesorabilmente li allontanano dalla rimonta. Finisce 0-0 senza particolari sussulti, la Coppa Uefa va alla Juventus che grazie anche al successo in Coppa Italia salva una stagione altrimenti grigia, mentre la Fiorentina perde un trofeo al quale non aveva creduto all’inizio ma che col tempo si era trasformato in una sogno da cullare ed accarezzare.

Il giorno dopo la gara di ritorno con la Juventus, la famiglia Pontello annuncia la cessione di Roberto Baggio proprio ai bianconeri, scatenando un putiferio che a Firenze ricordano perfettamente anche adesso. Il capoluogo toscano viene blindato, la città è presa d’assalto dagli inferociti sostenitori viola che da lì a qualche giorno assediano anche il vicino ritiro di Coverciano dove la Nazionale di Vicini (compreso ovviamente Baggio) prepara i mondiali. Firenze è delusa, ferita, si sente tradita dalla società e dallo stesso fuoriclasse vicentino, si sente beffata due volte dalla Juve che ha strappato ai viola prima la Coppa Uefa e poi anche il calciatore migliore. Sarà un’estate di passione per la Fiorentina, la rabbia farà scendere in piazza i tifosi a festeggiare dopo l’eliminazione dell’Italia dai mondiali contro l’Argentina, mentre il club gigliato verrà acquistato dalla famiglia Cecchi Gori e preparerà una stagione complicata con il brasiliano Lazaroni in panchina. Alle spalle un’annata ricca di emozioni, una salvezza più complicata del previsto ed un’avventura europea che a Firenze non vivevano da decenni; l’ultima finale europea di una Fiorentina bella e sfortunata e a cui, nonostante tutto, i tifosi sono ancora legatissimi.

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La kappa nella storia

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NAPOLIPIU.COM (Luca Pollasto) – Che Kappa abbia fatto la storia del calcio non lo scopriamo oggi, dopo che per più di 40 anni ha vestito le squadre di mezzo mondo e accostando il suo logo ai più grandi calciatori della storia. L’ azienda di Torino oggi sembra ritornata quella meravigliosa macchina innovativa degli anni d’oro, quei meravigliosi anni ’80 e ’90, dove il calcio era pura poesia e non era tutto bianco e nero, ma di mille colori.
Il marchio piemontese, fino agli inizi degli anni ’90, è stato protagonista insieme alla tedesca Adidas e la francese Le Cop Sportif a vestire quasi tutti i club di mezza Europa, basti pensare che Nike è arrivata nel nostro continente solo nel 1983 vestendo le maglie del Sunderland dove aveva aperto il primo stabilimento europeo.

La kappa dalla nazionale al Napoli

Arriviamo all’ ultimo anno del secolo scorso, è il 1999 e Kappa decide di entrare nel nuovo millennio da protagonista. Conquistando per la prima volta la Nazionale.
E’ l’ anno prima degli Europei di Olanda e Belgio del 2000, stiamo ancora piangendo insieme a Bruno Pizzul per il rigore sbagliato da Gigi Di Biagio a Francia ‘98, gli azzurri sono pronti per una nuova avventura, senza sapere che la Francia ci farà nuovamente del male… ma questa è un’altra storia, tanto poi ci vendicheremo con gli interessi a Berlino nel 2006…

Insomma, c’è aria di cambiamento a Coverciano, la FIGC ha appena dato l’ ok per la prima volta nella storia ad uno sponsor di comparire per la prima volta sulla maglia Azzurra. Non era mai accaduto prima.
In passato l’ Italia ha avuto diversi sponsor, ma per una regola della Federazione non potevano “sporcare” la maglia azzurra nelle partite ufficiali. Solo su maglie repliche e in amichevoli.

PRIMO SPONSOR DELLA NAZIONALE

Il primo sponsor della nazionale fu Adidas dal 1974 al 1978, ne il logo a fiore ne le tre strisce sulle spalle furono presenti nei quattro anni azzurri, solo il font dei numeri erano riconducibili allo sponsor, successivamente gli azzurri si affidarono a Le Cop Sportif fino a al 1985, con i francesi gli azzurri di Paolo Rossi portarono a casa la Coppa del Mondo. Gli anni ’90 si passò da una breve parentesi Ennerre e Diadora fino al 1995 dove approdò l’ americana Nike, ma niente da fare, oltre fasce dorate non riuscì a mettere il suo “baffo” sulla maglia italiana, ormai rimasta una delle ultime al mondo a non cedere agli sponsor. Ci riuscì in un importante operazione la Kappa, dove nel 1999 mise per la prima volta il logo sulla maglia della nazionale in una partita ufficiale.

KAPPA NELLA STORIA

Il primo modello fu simile a quello degli anni 70 con il ritorno dello scudetto tricolore e le tre stelle.
Un grandissimo successo, tanto che l’ azienda torinese decise di investire in una maglia molto innovativa per quei tempi, fu presentata in vista degli Europei del 2000 la prima versione della Kombat, una maglia rivoluzionaria sia per il materiale per la vestibilità molto aderente, il primo modello di Kombat riportava il logo sulle maniche e il tricolore sul petto. Quello fu grande europeo, quello del cucchiaio di Totti a Van Der Sar e delle mille parate di Toldo ai rigori, ma anche quello del golden goal di Treseguet. Peccato.

Kappa nella storia, ancora una volta, la maglia dei mondiali di Korea del Sud nel 2002, quella dell’ arbitro Moreno e dell’ ultima partita in Azzurro di Capitan Maldini. Kappa e la Nazionale si dicono addio nel 2003 quando decise di passare a Puma.

[…]

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Giovanni Galeone

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) – E’ il 24° di Pescara-Milan, seconda di campionato stagione 92/93. Frederic Massara ha appena infilato Antonioli e sta esultando dotto la curva di uno stadio Adriatico ebbro di gioia ed incredulità. Il Pescara, il piccolo e modesto Pescara, ha segnato 4 gol al Milan in appena 24 minuti di gioco. La squadra rossonera è allenata da Fabio Capello, e viene da ben 36 risultati utili consecutivi. Eppure questo piccolo Pescara sta mettendo in crisi totale la difesa più forte del mondo. Capello è una furia, e il suo omologo sulla panchina avversaria vede sbigottito quello che accade in campo. Quell’omologo è Giovanni Galeone, napoletano classe ’41, alla seconda esperienza alla guida del Pescara.

Ha l’aria di chi passa di lì per caso, un aspetto vagamente trasandato che durante i 90 minuti si degrada ulteriormente. È uno di quei momenti dove in molti hanno pensato che Galeone fosse un genio della panchina, e non era la prima volta che un’amante del calcio si poneva in contemplazione davanti alla bellezza di una squadra allenata dal mister campano. Quella partita rappresenta probabilmente l’essenza del calcio galeoniano. A Galeone come allenatore, e di riflesso a tutte le sue squadre, manca sempre il famoso soldo per fare una lira. Quella gara, di quel pazzo campionato che rimarrà nella storia come uno dei più prolifici di gol, finisce 5 a 4 per il Milan che continuerà la sua striscia d’imbattibilità fino alla gara numero 58, quando verrà trafitto da una punizione chirurgica di Tino Asprilla sul proprio terreno.

Già alla fine del primo tempo il delfino pescarese aveva dilapidato il proprio vantaggio, permettendo al Milan d’impattare sul 4-4. Nella ripresa annegherà sotto i colpi di uno scatenato Van Basten. Ma le squadre di Galeone sono così. Prendere o lasciare. Sono formazioni che non conoscono l’arte di adattarsi all’avversario oppure ai momenti delle partite. La storia da mister di Galeone del resto è piena di momenti in cui le sue squadre sembrano sul punto di spiccare il volo per poi precipitare amaramente. Dopo gli inizi alla Spal, Galeone trova la sua dimensione in quel di Pescara, ereditando una formazione che si era salvata solo tramite ripescaggio nella stagione precedente. Il suo credo tattico è netto e definito: 4-3-3 schematico, perché a suo parere quello è il modulo che copre meglio il campo ed esalta le qualità dei singoli. In quella prima stagione di B alla guida del delfino, Galeone lancia la sua squadra in ardite scorribande in tutti campi di B, che in quelle stagioni era in pratica il laboratorio tattico del calcio italiano. Non erano pochi i mister abbagliati dalle gioie del bel giuoco a zona, da Sacchi con il suo Parma, a Zeman che avrebbe poi sostituito proprio il mago di Fusignano sulla panchina ducale.

Con una cavalcata esaltante si conquista una promozione in serie A che ha il sapore del miracolo ed il successivo campionato rimarrà l’unico squillo di una carriera che ha regalato soprattutto amarezze in massima serie. Quella stagione, la 87/88, si aprirà con la vittoria inattesa sull’Inter di Trapattoni direttamente a San Siro, e catapulta il Pescara e il suo mister come sorprese del campionato. Con l’arrivo dell’autunno non sfioriscono solo gli alberi ma anche le formazioni di Galeone. Ne prende 6 sul terreno del San Paolo da uno scatenato Napoli, e lo stesso iter sarà seguito nella stagione susseguente con un inizio di campionato sfolgorante interrotto dalla trasferta partenopea dove questa volta ne porta a casa 8, di gol. Segnandone però 2.

In questa seconda stagione di A la squadra di Galeone è addirittura a metà classifica al termine del girone d’andata, e il popolo abruzzese fantastica anche di possibile qualificazione UEFA. Finirà con un Galeone sconvolto all’ultima giornata, che nelle interviste dichiara conclusa la sua prima avventura alla guida del delfino, dopo una clamorosa retrocessione. Tornerà però a Pescara dopo una non felice parentesi al Como, per riportare la squadra in serie A, nella stagione 92/93, quella della partita col Milan citata in precedenza. Qui viene esonerato dopo 24 giornate, con una formazione che come al solito aveva iniziato la stagione con il turbo inserito, andando a vincere all’Olimpico contro la Roma alla prima giornata, prima di crollare miseramente ai primi accenni di autunno. Viene da pensare che Galeone dia fin troppa importanza alla tattica di gioco, un po’ meno alla preparazione fisica vedendo la parabola comune delle sue squadre. Comunque In quella formazione del Pescara ci sono due giocatori, che sono gli interpreti principali, le braccia, o per meglio dire gambe, armate di Giovanni Galeone.

Uno Blaz Sliskovic, che il mister campano si porterà dietro in entrambe le avventure pescaresi. Il giocatore non potrebbe essere più adatto alla figura di Galeone. Si tratta di uno slavo talentuoso ma dannatamente indolente, capace di colpire una lattina a 50 metri di distanza grazie ai piedi che gli ha fornito madre natura, ma assolutamente carente dal punto di vista fisico. Gli piace bere, fumare e tirare le punizioni. Galeone stravede per lui, lo tratta come fosse Maradona, perdonandogli una certa pigrizia negli allenamenti. Gli affida le chiavi della squadra, ma Blaz le perde alla prima sbornia e la squadra naufraga miseramente.

L’altro è nientemeno che Massimiliano Allegri, che dice di aver imparato molto, quasi tutto del mestiere di allenatore da Galeone. Viene difficile da crederlo, vedendo il pragmatismo con cui Allegri ha impostato tutte le sue formazioni, fino alla ferrea Juve degli ultimi anni. Infatti il maestro Galeone non ha perso occasione per elogiare il suo pupillo, sottolineando però ad ogni occasione che la Juve a suo dire gioca male. Questo è probabilmente il limite di Galeone, quello che gli ha impedito di sedere su qualche panchina prestigiosa in carriera. La ricerca ossessiva del bel gioco, del rischio, spronando i propri giocatori a cercare la giocata difficile, il colpo spettacolare da regalare alla platea. Meglio perdere 5-4 che vincere 1-0. Per gli spettatori sicuramente un bel vedere. Ma per i tifosi della squadra in questione una continua sofferenza.

Galeone si porterà con sé Allegri anche nella disastrosa avventura del Napoli targato 97/98. Stimolato dalla possibilità di essere profeta in patria, accetta una sfida che va ben oltre il concetto di disperato, con una squadra ultima e staccata già di svariati punti dalla zona salvezza. Galeone affermerà di essere stato presuntuoso, credendo di poter arrivare dove Mazzone aveva fallito. Un commento amaro, che sta a metà tra l’attestato di stima ad un collega, e la critica a chi gli ha sempre imputato una eccessiva attenzione al bel gioco piuttosto che al risultato.

Tornerà in seria A altre due volte, la prima nel devastato Ancona del 2004. Un’altra scelta di carriera discutibile, stavolta in terra nemica vista la rivalità dei marchigiani con i vicini pescaresi. Qui proverà a portare i dettami della zona del bel calcio in una squadra che schiera in attacco l’asso brasiliano Jardel, sbarcato nelle Marche in condizioni fisiche ben lontane dall’accettabile. Le poche soddisfazioni, delle poche giornate alla guida dell’Ancona, gli saranno date da un giovane Pandev che muove i primi timidi passi in serie A. La seconda volta sarà un’incolore parentesi nell’Udinese condotta ad una salvezza quasi per inerzia. In Friuli Galeone si era tolto anche una bella soddisfazione tempo addietro, portando i bianconeri in serie A nel 94/95. L’anno seguente farà lo stesso col Perugia del vulcanico Gaucci, salvo poi essere esonerato in massima serie. Ma almeno qui le responsabilità si possono trovare soprattutto nella consueta fame di allenatori del presidentissimo perugino, che appena promosso aveva subito messo pressione al tecnico parlando apertamente di qualificazione in Europa.

Galeone non siede oramai su una panchina di calcio professionistico dal 2007. Molti lo chiamano maestro, e ne decantano i pregi di visionario della panchina. Un destino comune a questi personaggi figli di quel calcio che non c’è più, dove anche una singola vittoria contro una formazione blasonata valeva il titolo di scienziato del pallone. Galeone ha probabilmente pagato un suo modo di essere, che si traduceva nelle decisioni prese dalla panchina. Anche nei fallimenti ha sempre interpretato la situazione secondo la lettura che meglio si adattava alle sue teorie. Quando retrocede con il Pescara nella stagione 88/89, in quella che probabilmente è la sua delusione più cocente, imputa alla squadra un’eccessiva prudenza, una ricerca ossessiva del pareggio ai fini della salvezza. Senza questo suo integralismo da trincea non sarebbe stato il Galeone che tutti conosciamo, in grado di divertire ma anche – dannato pragmatismo! – di far divertire gli avversari. Forse è per questo che allenatori così si insinuano nelle pieghe della storia del calcio italiano.

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La prima radiocronaca di una partita di calcio in Italia – 25 marzo 1928

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CALCIONEWS24.COM – Il 25 marzo 1928 rappresenta una svolta per il popolo italiano amante dello sport e del calcio. Quasi un secolo fa, infatti, veniva trasmessa per la prima volta nel nostro Paese la radiocronaca di una partita di calcio.

Il match non fu tra i più importanti della nostra storia, ma si trattava di un’amichevole tra le nazionali di Italia e Ungheria. Le due compagini si confrontarono in un’amichevole volta ad inaugurare lo stadio del Partito Fascista di Roma, nome che aveva a quell’epoca lo stadio Flaminio della Capitale. Il regime, che aveva ben capito l’importanza della radio e del calcio come strumenti di propaganda, aveva avuto la pensata di coniugare le due cose. Un esperimento ideale in vista delle Olimpiadi che di lì a poco si sarebbero tenute ad Amsterdam.

Per la prima volta nella storia, il calcio entrò così nelle case degli italiani, con il cronista della Gazzetta dello Sport Giuseppe Sabelli Fioretti a raccontare le gesta dei giocatori impegnati nella sfida. Fu dunque la prima radiocronaca in diretta di una partita di calcio, frutto di un’idea forse visionaria, ma sicuramente affascinante e che ebbe un seguito incredibile. Sabelli Fioretti, che si occupava principalmente di ciclismo e pugilato, si ritrovò a scrivere forse inconsapevolmente una pagina indelebile della storia italiana, rivoluzionando in maniera definitiva il modo di rapportarsi al calcio per un intero popolo.

Il biglietto della partita del Marzo 1928 tra Italia e Ungheria (Collezione Matteo Melodia)

Il giovane giornalista fu aiutato anche dalla partita, che si rivelò spettacolare e ricca di gol, terminando in un pirotecnico 4-3 per i padroni di casa allenati da Augusto Rangone, sotto di due reti al termine della prima frazione. Fu quella la prima di una storia infinita, di un rapporto, quello tra la radio e il calcio, che dura ancora oggi a distanza di quasi un secolo e che sembra destinato ad aver ancora vita lunga.

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