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Amarcord: sogni europei, sofferenze e contestazioni. Il particolare 1990 della Fiorentina

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Una cavalcata fra gli ostacoli, un anno vissuto pericolosamente, eppure così emozionante da far rivivere ancora oggi un brivido nei tifosi che l’hanno accompagnato. Nel mezzo, due allenatori e la cessione dell’unico fuoriclasse della squadra: a Firenze, nella convulsa stagione 1989-90, insomma, non sembra proprio essere mancato nulla.

Nella Fiorentina che si appresta ad iniziare la nuova annata nell’estate del 1989 c’è un discreto ottimismo, ma in pochi riescono a sognare in grande: il gran campionato dell’anno precedente con la qualificazione in Coppa Uefa e la coppia d’assi del gol Baggio-Borgonovo appare infatti irripetibile, soprattutto perchè diversi di quei protagonisti non ci sono più; Borgonovo è tornato al Milan, il forte centrocampista Enrico Cucchi è andato all’Inter, al loro posto ci sono il centravanti argentino Oscar Dertycia, il ruvido mediano Giuseppe Iachini ed il talentuoso centrocampista cecoslovacco Lubos Kubik, bravissimo a calciare le punizioni. Per fortuna dei viola c’è ancora Roberto Baggio, ormai pronto per caricarsi sulle spalle l’onere di miglior calciatore italiano e motivatissimo dall’imminente campionato del mondo che si disputerà in Italia, col commissario tecnico Azeglio Vicini che proprio in Baggio ripone molte speranze della nazionale azzurra. L’allenatore della Fiorentina è Bruno Giorgi, uno che non ruba l’occhio, che sembra un papà buono, ma che è in realtà un ottimo tecnico, capace di tirar fuori il meglio dai propri calciatori. Ben figurare in Coppa Uefa e in Coppa Italia, arrivare nella parte sinistra della classifica in campionato: sono questi gli obiettivi che la famiglia Pontello, proprietaria del club, chiede alla squadra per la stagione 1989-90, consapevoli che di formazioni migliori dei viola ce ne sono diverse e competere con loro non sarà semplice.

Giorgi sa di avere in rosa un fuoriclasse assoluto come Baggio e per il resto una schiera di buoni calciatori e nulla più: dal brasiliano Dunga a centrocampo ai difensori Pioli e Faccenda, infatti, l’organico gigliato non appare attrezzato per far molta strada, soprattutto in Coppa Uefa, competizione che può togliere inoltre diverse energie mentali e fisiche ad un gruppo poco abituato al doppio impegno setttimanale. Il campionato parte il 27 agosto 1989 nel vecchio stadio Della Vittoria a Bari: la partita termina 1-1, vanno in gol il futuro viola Pietro Maiellaro e Roberto Baggio che a 12 minuti dal termine agguanta il pareggio, facendo capire fin da subito quale sarà la sua missione stagionale, ovvero togliere le castagne dal fuoco ad una squadra in cui spiccano volontà, grinta e carattere ma poca tecnica. Alla seconda giornata i viola pareggiano in casa contro il Genoa, alla terza vanno ko a Torino contro la Juventus, quindi il 10 settembre arriva la prima vittoria grazie al calcio di rigore di Baggio al 70′ che piega la Lazio; 4 giornate ed una sola vittoria, con la sensazione che le cose possano farsi ancora più dure quando lo stadio Franchi di Firenze verrà chiuso per i lavori di ristrutturazione in vista di Italia ’90 e la Fiorentina sarà costretta ad emigrare a Perugia per le gare casalinghe.

Il 13 settembre inizia anche la Coppa Uefa: inutile dire che il popolo viola è elettrizzato per il ritorno in Europa e poco importa se la squadra di Giorgi non sembra attrezzata per fare molta strada. Il primo avversario non è dei più semplici, l’Atletico Madrid; gli spagnoli vincono 1-0 la gara di andata, ma la Fiorentina non sfigura affatto, anzi, appare ben organizzata e in grado di giocarsi le sue possibilità a Perugia nella gara di ritorno in programma due settimane più tardi. Tra le due sfide di coppa, i viola perdono 3-2 a Napoli dopo essere stati in vantaggio per 2-0, quindi pareggiano 1-1 a San Siro contro il Milan, con il mediano Dell’Oglio a riprendere l’iniziale vantaggio milanista di Tassotti. Ma Fiorentina-Atletico Madrid del 27 settembre 1989 appare sin da subito una gara speciale: forse l’Atletico la sottovaluta, forse i toscani sono iper motivati, fatto sta che prendono d’assalto l’area di rigore spagnola e al 25′ vanno in vantaggio con Renato Buso, poi portano la sfida ai supplementari e quindi ai calci di rigore dove i viola ne sbagliano due col giovane Sereni e il terzino Volpecina, e gli spagnoli tre, due conclusioni altissime ed un miracolo del portiere Landucci. Il rigore decisivo lo calcia Roberto Baggio che segna e poi si inginocchia sotto la curva viola: è ancora una volta lui il salvatore e il protagonista di una squadra che piano piano acquisisce sicurezze e convinzioni per far strada in Europa e diventare protagonista anche in serie A dove però le cose sono abbastanza complicate perchè gli avversari si chiudono in difesa e mettono sovente in difficoltà la difesa gigliata, poco aiutata poi da un attacco nel quale segna solo Baggio, perchè Dertycia ha evidenti problemi di ambientamento e presto si farà anche male saltando gran parte della stagione.

I viola perdono in casa contro l’Udinese, a Lecce e anche col Bologna, riuscendo ad evitare un filotto negativo grazie ai due successi consecutivi ottenuti contro Sampdoria e Cremonese. Eliminati dal Napoli in Coppa Italia, poi, i toscani ripiegano grandi speranze nella Coppa Uefa, consapevoli di poter far strada dopo il successo d’orgoglio contro l’Atletico Madrid; avversario del secondo turno è il Sochaux, ostica formazione francese che blocca sullo 0-0 la Fiorentina in Italia, costringendola a far gol in Francia. Sarà ancora Buso a segnare la rete decisivia che qualifica i toscani con un 1-1 sofferto ma meritato; la squadra di Bruno Giorgi è insomma qualificata agli ottavi di finale di Coppa Uefa dove affronterà i sovietici della Dinamo Kiev, mentre l’andamento in campionato resta altalenante, fra un roboante 5-1 inflitto all’Ascoli con tripletta di Baggio e doppietta di Dertycia, e le due sconfitte di fila contro Roma e Verona. Le due gare di fine novembre e inizio dicembre contro la Dinamo Kiev, però, dimostrano come i viola in Europa abbiano una marcia in più: nell’andata a Perugia la Fiorentina vince grazie ad una rete di Baggio, nel ritorno a Kiev resiste sullo 0-0 che certifica il passaggio del turno ai quarti di finale, forse l’obiettivo massimo a cui il popolo fiorentino poteva pensare ad inizio stagione. La Coppa Uefa si ferma fino a marzo e Giorgi sa che in quel lasso di tempo la sua formazione dovrà mettere fieno in cascina in campionato dove il pericolo di rimanere invischiati nella lotta per non retrocedere non è del tutto passato; i gol di Roberto Baggio non sempre riescono a salvare capra e cavoli, come nel 2-2 casalingo contro il Bari, mentre altre volte suonano la carica, come nel caso della rimonta contro la Juventus, andata sul 2-0 dopo meno di venti minuti e riacciuffata dalle reti di Baggio e Battistini nel finale per il 2-2 definitivo.

Il 4 febbraio 1990 a Perugia la Fiorentina sfida il Milan di Arrigo Sacchi, la squadra migliore d’Europa in quel momento e lanciatissima nel duello scudetto col Napoli. I rossoneri partono malissimo e vanno sotto per 2-0 (reti di Baggio e Kubik); per la Fiorentina sembra un trionfo, una giornata di gloria inattesa, ma ben presto ogni certezza dei viola verrà minata: il Milan, pungolato nell’orgoglio e consapevole di non poter perdere punti a vantaggio del Napoli, si riorganizza, accorcia le distanze con Evani, poi ribalta la partita e vince grazie a due calci di rigore di Van Basten. Un 3-2 che getta nello sconforto la Fiorentina, sempre più impelagata nei bassifondi della classifica, anche perchè i risultati successivi continuano a non mostrare continuità: i gigliati battono 3-0 il Lecce ma perdono con lo stesso punteggio in casa della Sampdoria, quindi non vanno oltre lo 0-0 contro la quasi retrocessa Cremonese, prima di perdere consecutivamente due partite importantissime contro Bologna ed Ascoli che irritano fortemente tifosi e presidenza. Nel frattempo, come se non ci fosse fine al peggio, i giornali iniziano a cavalcare l’onda della possibile (probabile) cessione di Roberto Baggio a fine stagione, con Milan e Juventus pronte a darsi battaglia per il talento vicentino della Fiorentina. Le parti smentiscono, ma il pubblico viola non si fida, minaccia la società che in caso di partenza di Baggio metterà Firenze a ferro e fuoco, pretende una presa di posizione da parte del calciatore che conferma la sua volontà di rimanere in viola. Poi ricomincia la Coppa Uefa e come d’incanto i toscani tornano brillanti ed incisivi: contro i francesi dell’Auxerre, la squadra di Giorgi vince 1-0 sia all’andata (rete di Volpecina) che al ritorno (gol partita di Nappi) e si qualifica per le seminfinali.

Il 25 marzo 1990, a seguito dello 0-0 contro il Cesena, Bruno Giorgi viene esonerato dalla famiglia Pontello e al suo posto arriva Ciccio Graziani, alla prima esperienza da allenatore e chiamato a guidare i viola per le ultime 4 giornate di campionato e nelle due semifinali di Coppa Uefa contro i tedeschi del Werder Brema. Graziani esordisce con un pareggio contro la sua ex Roma, quindi si appresta a vivere l’emozione europea contro un avversario, il Werder Brema, fra i più difficili, campione di Germania due anni prima e ostacolo durissimo per il Milan in Coppa dei Campioni l’annata precedente. Nell’andata a Brema la Fiorentina mostra ancora una volta orgoglio e personalità, va in vantaggio con Nappi a un quarto d’ora dal termine, quindi subisce proprio in zona Cesarini il pareggio, frutto di una carambola che beffa Landucci. Nella sfida di ritorno, poi, il Werder ci prova, ma la Fiorentina resiste, è la serata nella quale Nappi si improvvisa foca partendo dalla propria metà campo e palleggiando di testa durante la corsa; i viola resistono sullo 0-0 e si qualificano alla doppia finale nella quale troveranno gli acerrimi rivali della Juventus per quella che sarà la prima finale europea fra due squadre italiane. Prima della finale, però, c’è la salvezza da portare a casa, Graziani non può permettersi di non centrare l’obiettivo minimo richiesto dal club; le due partite casalinghe contro Verona ed Atalanta, vinte rispettivamente 3-1 e 4-1, consegnano ai viola l’aritmetica permanenza in serie A e rendono anche inutile il ko di San Siro contro l’Inter alla penultima giornata. La Fiorentina è salva al termine di un campionato tribolato nel quale a distinguersi è stato forse il solo Roberto Baggio, autore di ben 17 reti, nel mezzo di 9 mesi di grande ed estrema sofferenza dopo il brillante settimo posto dell’annata precedente.

Ora si può pensare davvero alla doppia finale contro la Juventus, andata a Torino il 2 maggio 1990. Non è la miglior Juventus degli ultimi anni, in panchina c’è Dino Zoff che ha già fatto sapere che a luglio andrà ad allenare la Lazio per lasciare il posto a Maifredi, in campo la squadra bianconera ha buoni calciatori ma nessun fuoriclasse, il bomber è Schillaci, il leader dello spogliatoio il portiere Stefano Tacconi. La Fiorentina è convinta di potersi giocare le sue carte e dopo appena 10 minuti il punteggio è già sull’1-1: al 3′ segna il mediano juventino Galia, al 10′ ecco il pareggio viola con l’ex Buso. I gigliati dominano il primo tempo, collezionano con Baggio, Nappi, lo stesso Buso e Di Chiara un quantitativo elevatissimo di palle gol, tutte sventate da Tacconi; la rete della Fiorentina sembra essere ormai nell’aria, la Juve è alle corde e la sensazione è che nella ripresa la squadra toscana sia in grado di piazzare il colpo forse decisivo per portarsi a casa il trofeo. Ma nel calcio, si sa, a volte la logica va a farsi benedire e le partite cambiano improvvisamente senza un perchè e vengono capovolte senza che gli stessi protagonisti ne capiscano i motivi. Fatto sta che la Juventus stordita ed impacciata del primo tempo lascia spazio ad una squadra trasformata che al 58′ trova il nuovo vantaggio grazie a Casiraghi in un’azione contestatissima dalla Fiorentina che reclama una spinta dello stesso Casiraghi a Pin all’inizio ed un presunto fuorigioco del centravanti bianconero al momento della battuta a rete. Al 73′, poi, la Juve sigla anche il terzo gol grazie ad una conclusione dalla distanza di De Agostini che beffa un non irreprensibile Landucci; nel finale Di Chiara reclama un calcio di rigore rendendo ancor più infuocato il clima del dopo gara e in vista del ritorno.

Gli animi si accendono, la Juventus non commenta le decisioni arbitrali, i calciatori della Fiorentina sono arrabbiatissimi, Pin è sicuro che la sua squadra vincerà 2-0 al ritorno, Di Chiara definisce sconcertante il comportamento del direttore di gara, mentre Graziani prova a fare il pompiere e tenta di prendere le difese dell’arbitro (“Può sbagliare come noi”, dice). La gara di ritorno si gioca il 16 maggio e con lo stadio Franchi ancora indisponibile, la sede viene indicata in Avellino, anche perchè a Perugia i tifosi viola hanno fatto baccano nell’ultima gara di coppa col Werder Brema; ma lo stadio Partenio non convince la Fiorentina, poichè considerato un feudo juventino, loro preferirebbero Salerno o anche una sede più a nord come Genova o Modena dove la squadra ha già giocato in campionato. Alla fine si gioca ad Avellino, il pubblico viola ribolle, crede nella rimonta, ma sin da subito si capisce che il doppio vantaggio bianconero dell’andata sarà assai arduo da scalfire; la Juventus non lascia spazi, la Fiorentina ci prova, attacca ma risulta sterile, inoffensiva, oltre che meno esperta degli avversari a livello europeo, mostrando qualche limite di personalità, mentre la formazione di Zoff amministra con sapienza il risultato, gioca col cronometro, irrita i viola, i quali incominciano ad innervosirsi al passare dei minuti che inesorabilmente li allontanano dalla rimonta. Finisce 0-0 senza particolari sussulti, la Coppa Uefa va alla Juventus che grazie anche al successo in Coppa Italia salva una stagione altrimenti grigia, mentre la Fiorentina perde un trofeo al quale non aveva creduto all’inizio ma che col tempo si era trasformato in una sogno da cullare ed accarezzare.

Il giorno dopo la gara di ritorno con la Juventus, la famiglia Pontello annuncia la cessione di Roberto Baggio proprio ai bianconeri, scatenando un putiferio che a Firenze ricordano perfettamente anche adesso. Il capoluogo toscano viene blindato, la città è presa d’assalto dagli inferociti sostenitori viola che da lì a qualche giorno assediano anche il vicino ritiro di Coverciano dove la Nazionale di Vicini (compreso ovviamente Baggio) prepara i mondiali. Firenze è delusa, ferita, si sente tradita dalla società e dallo stesso fuoriclasse vicentino, si sente beffata due volte dalla Juve che ha strappato ai viola prima la Coppa Uefa e poi anche il calciatore migliore. Sarà un’estate di passione per la Fiorentina, la rabbia farà scendere in piazza i tifosi a festeggiare dopo l’eliminazione dell’Italia dai mondiali contro l’Argentina, mentre il club gigliato verrà acquistato dalla famiglia Cecchi Gori e preparerà una stagione complicata con il brasiliano Lazaroni in panchina. Alle spalle un’annata ricca di emozioni, una salvezza più complicata del previsto ed un’avventura europea che a Firenze non vivevano da decenni; l’ultima finale europea di una Fiorentina bella e sfortunata e a cui, nonostante tutto, i tifosi sono ancora legatissimi.

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Gli eroi in bianconero: Alfredo FONI

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TUTTOJUVE.COM (Stefano Bedeschi) – Arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio e il primo e unico della sua carriera di Campione, Olimpionico e Mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni oramai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.

La storia juventina di Foni è legata a quello che è definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità; le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.

La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora, per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.

Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».

La 229ª fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del Grande Torino lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto.

Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don. Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.

Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000 lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.

Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala e il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. Ecco cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».

Quattro anni di Serie A e non più di dodici goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto. Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza – ricorda Rava – lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».

L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai Mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava e Andreolo, a salvare la partita grazie alla qualità e calma gelida del suo gioco. E contro il Brasile, si legge, spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava. Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».

Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen a Hitler, dove era il capitano della squadra) e al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria.

La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.

Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò con il Venezia, Serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (Serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff, che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (Mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).

È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.

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Il calcio è un pezzo da Museo

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IL FOGLIO (Matteo Spaziante) – Non avranno i capolavori degli Uffizi o l’imponenza del Colosseo, ma i musei sul calcio si stanno ritagliando un loro spazio anche in Italia, seppur ancora lontani da quelli delle big straniere. I numeri continuano a crescere, a dimostrazione che nel nostro paese piace anche la storia calcistica. Visite in aumento per il Juventus Museum e il San Siro Museum, i due principali luoghi di culto dei tifosi oggi nel nostro paese. Anche se non bastano ancora per entrare nella top 30 dei siti più visitati (secondo il rapporto Mibact 2017), in cui il museo di Capodimonte, trentesimo, ha accolto oltre 230mila turisti. In testa alla classifica il Colosseo (7 milioni) seguito da Pompei (3,3 milioni) e dalle Gallerie degli Uffizi (2,2 milioni). Nel dettaglio, nel 2018 il Juventus Museum ha avuto complessivamente 183.586 visitatori, in crescita rispetto ai 180.932 del 2017, con un totale (dall’inaugurazione fino ai primi di gennaio) di 1.121.455 persone. Numeri che hanno contribuito a far salire i ricavi che di un settore che, insieme ad altre attività commerciali (Accendi una Stella, Membership, Camp, Club Doc) ha permesso alla Juventus di incassare 11,3 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Sono stati invece 165.557 i tifosi che hanno varcato l’ingresso del San Siro Museum nel 2017/2018, in aumento del 3,5 per cento rispetto ai 164.995 del 2016/2017. Chiuso nei giorni di campionato, il museo del Meazza ha avuto durante la stagione 2,4 milioni di euro di ricavi, in leggero aumento rispetto ai 2,3 milioni del bilancio al 30 giugno 2017. Ben al di sotto del milione invece le entrate per quanto riguarda Mondo Milan, il museo dedicato solo al club rossonero nella sede della società, con ricavi per 671mila euro (535mila euro nel 2017). Situazione decisamente diversa all’estero, soprattutto in Spagna, dove Real Madrid e Barcellona sono in grado di gareggiare con le più importanti attrazioni culturali. Basti pensare che il museo dei blaugrana è stato il più visitato di tutta la Catalogna nel corso del 2017/2018 con quasi 2 milioni di visitatori, davanti anche al museo Picasso. Quello dei blancos nella capitale, invece, con 1,3 milioni di turisti è stato “solo” il terzo più visitato a Madrid, dietro a due istituzioni come il museo Reina Sofia (3,8 milioni di visitatori nelle tre sedi nel 2018) e il museo del Prado (2,8 milioni di ingressi). Juventus, Inter e Milan difficilmente potranno combattere con l’arte italiana, ma la strada è già segnata.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 19 gennaio 2019

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Mazzola, 100 anni del primo Valentino

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AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – Dal Quattrocento in poi, a cominciare dal condottiero Cesare Borgia, nella storia italiana c’è sempre stato un “Valentino”. Il primo grande divo del cinema è stato Rodolfo Valentino. E oggi, quando dici Valentino si sottintende il “Dottore”, Rossi, il fenomeno del Motomondiale. Ma in mezzo al ‘900, c’è stato il “primo” Valentino, quello del pallone. Valentino Mazzola, la cui parabola da fuoriclasse si interruppe lassù, assieme al Grande Torino, sulla collina di Superga. Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 uno schianto epocale, un boato che dalla Basilica di Superga risuonò fin sotto la Mole. L’aereo che da Lisbona riportava a Torino la già leggendaria formazione granata del presidente Ferruccio Novo (che non era sull’aereo) e del mister ungherese, Egri Erbstein (ebreo errante scampato alla deportazione nazista ma non a quella tragedia) si sbriciolò in mille pezzi. A bordo del trimotore G212, dopo un viaggio travagliato (iniziato alle 9 del mattino) per la nebbia e la scarsissima visibilità, persero la vita 31 persone: l’intera rosa del Torino, più i dirigenti e i giornalisti al seguito della spedizione per quella che doveva essere una festa: l’addio al calcio di Ferreira, il capitano del Benfica. Vinsero i portoghesi, 4-3, e la partita finì tra gli abbracci e gli scambi di maglie dei giocatori, felici e sudati. Fine della festa e inizio di un incubo atroce che dura da settant’anni. Settant’anni di solitudine e di pellegrinaggi per i tifosi granata che, ogni 4 maggio, salgono a Superga per onorare la memoria di quella squadra dei sogni. La più forte formazione, negli anni ’40, del Vecchio Continente, fiore all’occhiello e poesia del calcio trascritta per l’ultima volta nella Lisbona di Pessoa. Una «Nazionale in maglia granata», pronta a prestare parte dei suoi eroi esemplari alla causa azzurra al Mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo che vide il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino. In Brasile Valentino non ci andò mai, eppure era già un mito, tanto che l’astro nascente José Altafini per il popolo degli stadi brasileri era “Mazzola”. «Se, nella finale di Rio fosse sceso in campo quel numero “10” assieme ai suoi compagni del GrandeTorino, l’Italia (campione del mondo in carica dal 1938) avrebbe vinto il terzo titolo iridato», recita la vox populi da quel maggio del ’49. E ora nel 2019, è anche il centenario della nascita di Valentino Mazzola. Il capitano del Grande Torino dopo Giuseppe Meazza, venne giudicato dagli storici della pedata «il più forte di sempre». Gianni Brera che considerava Peppìn Meazza «il Fòlber» (il calcio puro) scrisse di Valentino Mazzola: «Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner». Il grande Valentino era nato il 26 gennaio del ’19 nel popolare quartiere Ricetto, a Cassano d’Adda. In casa Mazzola cinque figli maschi da sfamare. Così quando il padre perse il lavoro, Valentino, a dieci anni, già lavorava come garzone in un forno e poi operaio nel lanificio locale. Alla domenica gioca con la squadra del Gruppo Sportivo Tresoldi di Cassano. Ma soldi zero. In compenso gol ed emozioni a fiumi. II salto in C con la maglia dell’Alfa Romeo di Milano per il ragazzo che corre veloce sui campi, così come in bici fa altrettanto il suo grande amico e coscritto (classe ’19) Fausto Coppi. Allo scoppio della guerra Valentino si ritrova militare a Venezia e lì, con Loik, inizia la scalata verso l’approdo al Grande Torino e alla Nazionale del tenente degli Alpini, il ct Vittorio Pozzo. Il nuovo trascinatore dei granata non fa mistero che «da bambino tifavo Juventus», e proprio ai bianconeri segna il suo primo gol in granata in un derby (18 ottobre 1942) vinto 5-2. Roba d’altri tempi, certo, come lo scudetto di guerra 1943-’44 perso – ma mai omologato – contro i Vigili del Fuoco di La Spezia in un campionato di guerra in cui il cecchino Mazzola mette a segno 21 gol, secondo solo dietro al bombardiere Silvio Piola (31 reti). Mentre il Silvio delle risaie segna anche ai tedeschi in una partita da Fuga per la vittoria, Valentino alla fine della guerra diventa il simbolo dell’Italia forte e liberata, pronta per affrontare nuovi orizzonti di gloria. Dal 1945 al ’49 il Torino degli invincibili infila una quattro scudetti consecutivi, l’ultimo il quinto personale per Valentino che, nella stagione 1946′- 47, segna anche più di Piola: capocannoniere con 29 gol. La sua corsa sembra inarrestabile. Neppure il gossip (all’epoca si gridava allo «scandalo») poteva frenarlo. Come Coppi, anche Mazzola ha la sua “dama bianca”, Giuseppina Cutrone. La donna che il giorno dello schianto di Superga prese per mano il piccolo Sandro, il primogenito di Valentino (il secondo è Ferruccio, figli avuti dalla prima moglie, Emilia Ranaldi) per strapparlo all’obiettivo dei fotoreporter dei voraci rotocalchi. «La compagna di mio padre mi caricò su un’auto e partimmo da orino, non so per dove… Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino – ha raccontato ad Avvenire Sandro Mazzola -. Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”. Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Orfani, i due figli d’arte del Campione che da Valentino hanno ereditato una valigia (l’unico oggetto personale ritrovato tra i rottami dell’aereo) e il talento. «Sandro lo ha messo a frutto a pieno, io no», ripeteva Ferruccio, è morto nel 2013. Dietro di sé, la cometa Valentino lasciava una scia infinita di rimpianti, due “vedove” (una denuncia di bigamia che gli sarebbe stata recapitata al ritorno da Lisbona) e cuccioli di 7 (Sandrino) e 4 anni (Ferruccio). Due bambini smarriti che a Milano finirono a «contrabbandare sigarette» (racconta Sandro Mazzola) per le strade di Porta Ticinese e a salvarli dalla miseria ci pensò quel burbero buono di “Veleno”, Benito Lorenzi, il generoso attaccante di quell’Inter che fu l’ultima squadra italiana ad incrociare il Grande Torino la domenica prima delle salme. «Io e Sandro eravamo diventati le mascotte dell’Inter di Masseroni e quando vinceva davano anche a noi il premio partita di 5mila lire», aveva scritto Ferruccio nella sua biografia Il terzo incomodo (Bradipolibri) in cui con un pizzico di rabbia cercava di spiegare il vuoto incolmabile lasciato dal padre. Lo stesso vuoto provato da Sandro che, nonostante i grandi successi ottenuti subito al debutto con l’Inter del “Mago” Helenio Herrera, ha solo parzialmente sanato le conseguenze di quell’amore strappato via troppo in fretta. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più… Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni. Mi rivedo a giocare con lui e nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male” ». Quel che fa male è accorgersi che la memoria collettiva troppo spesso è assai corta. «Quando giocai la prima volta contro il Torino, nessun dirigente mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò… eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in suo onore. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato di me, venne con le sue figlie a farmi festa e disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio”. Aveva conservato il mio stipetto». La memoria delle basse forze, solida come quella del geniale Puskas che conservava nitido il ricordo del grande Valentino, e dopo un Real Madrid-Inter andò incontro al giovane Mazzola per stringergli la mano e dirgli: «Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio Scambiamoci la “camiseta”». Cento anni dopo, tra i nipoti di Sandro c’è un Valentino, e la storia, anche quella di cuoio, magari a volte spalanca la porta alla speranza.

Articolo pubblicato su AVVENIRE il 18 gennaio 2019

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