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La Penna degli Altri

Amarcord: sogni europei, sofferenze e contestazioni. Il particolare 1990 della Fiorentina

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Una cavalcata fra gli ostacoli, un anno vissuto pericolosamente, eppure così emozionante da far rivivere ancora oggi un brivido nei tifosi che l’hanno accompagnato. Nel mezzo, due allenatori e la cessione dell’unico fuoriclasse della squadra: a Firenze, nella convulsa stagione 1989-90, insomma, non sembra proprio essere mancato nulla.

Nella Fiorentina che si appresta ad iniziare la nuova annata nell’estate del 1989 c’è un discreto ottimismo, ma in pochi riescono a sognare in grande: il gran campionato dell’anno precedente con la qualificazione in Coppa Uefa e la coppia d’assi del gol Baggio-Borgonovo appare infatti irripetibile, soprattutto perchè diversi di quei protagonisti non ci sono più; Borgonovo è tornato al Milan, il forte centrocampista Enrico Cucchi è andato all’Inter, al loro posto ci sono il centravanti argentino Oscar Dertycia, il ruvido mediano Giuseppe Iachini ed il talentuoso centrocampista cecoslovacco Lubos Kubik, bravissimo a calciare le punizioni. Per fortuna dei viola c’è ancora Roberto Baggio, ormai pronto per caricarsi sulle spalle l’onere di miglior calciatore italiano e motivatissimo dall’imminente campionato del mondo che si disputerà in Italia, col commissario tecnico Azeglio Vicini che proprio in Baggio ripone molte speranze della nazionale azzurra. L’allenatore della Fiorentina è Bruno Giorgi, uno che non ruba l’occhio, che sembra un papà buono, ma che è in realtà un ottimo tecnico, capace di tirar fuori il meglio dai propri calciatori. Ben figurare in Coppa Uefa e in Coppa Italia, arrivare nella parte sinistra della classifica in campionato: sono questi gli obiettivi che la famiglia Pontello, proprietaria del club, chiede alla squadra per la stagione 1989-90, consapevoli che di formazioni migliori dei viola ce ne sono diverse e competere con loro non sarà semplice.

Giorgi sa di avere in rosa un fuoriclasse assoluto come Baggio e per il resto una schiera di buoni calciatori e nulla più: dal brasiliano Dunga a centrocampo ai difensori Pioli e Faccenda, infatti, l’organico gigliato non appare attrezzato per far molta strada, soprattutto in Coppa Uefa, competizione che può togliere inoltre diverse energie mentali e fisiche ad un gruppo poco abituato al doppio impegno setttimanale. Il campionato parte il 27 agosto 1989 nel vecchio stadio Della Vittoria a Bari: la partita termina 1-1, vanno in gol il futuro viola Pietro Maiellaro e Roberto Baggio che a 12 minuti dal termine agguanta il pareggio, facendo capire fin da subito quale sarà la sua missione stagionale, ovvero togliere le castagne dal fuoco ad una squadra in cui spiccano volontà, grinta e carattere ma poca tecnica. Alla seconda giornata i viola pareggiano in casa contro il Genoa, alla terza vanno ko a Torino contro la Juventus, quindi il 10 settembre arriva la prima vittoria grazie al calcio di rigore di Baggio al 70′ che piega la Lazio; 4 giornate ed una sola vittoria, con la sensazione che le cose possano farsi ancora più dure quando lo stadio Franchi di Firenze verrà chiuso per i lavori di ristrutturazione in vista di Italia ’90 e la Fiorentina sarà costretta ad emigrare a Perugia per le gare casalinghe.

Il 13 settembre inizia anche la Coppa Uefa: inutile dire che il popolo viola è elettrizzato per il ritorno in Europa e poco importa se la squadra di Giorgi non sembra attrezzata per fare molta strada. Il primo avversario non è dei più semplici, l’Atletico Madrid; gli spagnoli vincono 1-0 la gara di andata, ma la Fiorentina non sfigura affatto, anzi, appare ben organizzata e in grado di giocarsi le sue possibilità a Perugia nella gara di ritorno in programma due settimane più tardi. Tra le due sfide di coppa, i viola perdono 3-2 a Napoli dopo essere stati in vantaggio per 2-0, quindi pareggiano 1-1 a San Siro contro il Milan, con il mediano Dell’Oglio a riprendere l’iniziale vantaggio milanista di Tassotti. Ma Fiorentina-Atletico Madrid del 27 settembre 1989 appare sin da subito una gara speciale: forse l’Atletico la sottovaluta, forse i toscani sono iper motivati, fatto sta che prendono d’assalto l’area di rigore spagnola e al 25′ vanno in vantaggio con Renato Buso, poi portano la sfida ai supplementari e quindi ai calci di rigore dove i viola ne sbagliano due col giovane Sereni e il terzino Volpecina, e gli spagnoli tre, due conclusioni altissime ed un miracolo del portiere Landucci. Il rigore decisivo lo calcia Roberto Baggio che segna e poi si inginocchia sotto la curva viola: è ancora una volta lui il salvatore e il protagonista di una squadra che piano piano acquisisce sicurezze e convinzioni per far strada in Europa e diventare protagonista anche in serie A dove però le cose sono abbastanza complicate perchè gli avversari si chiudono in difesa e mettono sovente in difficoltà la difesa gigliata, poco aiutata poi da un attacco nel quale segna solo Baggio, perchè Dertycia ha evidenti problemi di ambientamento e presto si farà anche male saltando gran parte della stagione.

I viola perdono in casa contro l’Udinese, a Lecce e anche col Bologna, riuscendo ad evitare un filotto negativo grazie ai due successi consecutivi ottenuti contro Sampdoria e Cremonese. Eliminati dal Napoli in Coppa Italia, poi, i toscani ripiegano grandi speranze nella Coppa Uefa, consapevoli di poter far strada dopo il successo d’orgoglio contro l’Atletico Madrid; avversario del secondo turno è il Sochaux, ostica formazione francese che blocca sullo 0-0 la Fiorentina in Italia, costringendola a far gol in Francia. Sarà ancora Buso a segnare la rete decisivia che qualifica i toscani con un 1-1 sofferto ma meritato; la squadra di Bruno Giorgi è insomma qualificata agli ottavi di finale di Coppa Uefa dove affronterà i sovietici della Dinamo Kiev, mentre l’andamento in campionato resta altalenante, fra un roboante 5-1 inflitto all’Ascoli con tripletta di Baggio e doppietta di Dertycia, e le due sconfitte di fila contro Roma e Verona. Le due gare di fine novembre e inizio dicembre contro la Dinamo Kiev, però, dimostrano come i viola in Europa abbiano una marcia in più: nell’andata a Perugia la Fiorentina vince grazie ad una rete di Baggio, nel ritorno a Kiev resiste sullo 0-0 che certifica il passaggio del turno ai quarti di finale, forse l’obiettivo massimo a cui il popolo fiorentino poteva pensare ad inizio stagione. La Coppa Uefa si ferma fino a marzo e Giorgi sa che in quel lasso di tempo la sua formazione dovrà mettere fieno in cascina in campionato dove il pericolo di rimanere invischiati nella lotta per non retrocedere non è del tutto passato; i gol di Roberto Baggio non sempre riescono a salvare capra e cavoli, come nel 2-2 casalingo contro il Bari, mentre altre volte suonano la carica, come nel caso della rimonta contro la Juventus, andata sul 2-0 dopo meno di venti minuti e riacciuffata dalle reti di Baggio e Battistini nel finale per il 2-2 definitivo.

Il 4 febbraio 1990 a Perugia la Fiorentina sfida il Milan di Arrigo Sacchi, la squadra migliore d’Europa in quel momento e lanciatissima nel duello scudetto col Napoli. I rossoneri partono malissimo e vanno sotto per 2-0 (reti di Baggio e Kubik); per la Fiorentina sembra un trionfo, una giornata di gloria inattesa, ma ben presto ogni certezza dei viola verrà minata: il Milan, pungolato nell’orgoglio e consapevole di non poter perdere punti a vantaggio del Napoli, si riorganizza, accorcia le distanze con Evani, poi ribalta la partita e vince grazie a due calci di rigore di Van Basten. Un 3-2 che getta nello sconforto la Fiorentina, sempre più impelagata nei bassifondi della classifica, anche perchè i risultati successivi continuano a non mostrare continuità: i gigliati battono 3-0 il Lecce ma perdono con lo stesso punteggio in casa della Sampdoria, quindi non vanno oltre lo 0-0 contro la quasi retrocessa Cremonese, prima di perdere consecutivamente due partite importantissime contro Bologna ed Ascoli che irritano fortemente tifosi e presidenza. Nel frattempo, come se non ci fosse fine al peggio, i giornali iniziano a cavalcare l’onda della possibile (probabile) cessione di Roberto Baggio a fine stagione, con Milan e Juventus pronte a darsi battaglia per il talento vicentino della Fiorentina. Le parti smentiscono, ma il pubblico viola non si fida, minaccia la società che in caso di partenza di Baggio metterà Firenze a ferro e fuoco, pretende una presa di posizione da parte del calciatore che conferma la sua volontà di rimanere in viola. Poi ricomincia la Coppa Uefa e come d’incanto i toscani tornano brillanti ed incisivi: contro i francesi dell’Auxerre, la squadra di Giorgi vince 1-0 sia all’andata (rete di Volpecina) che al ritorno (gol partita di Nappi) e si qualifica per le seminfinali.

Il 25 marzo 1990, a seguito dello 0-0 contro il Cesena, Bruno Giorgi viene esonerato dalla famiglia Pontello e al suo posto arriva Ciccio Graziani, alla prima esperienza da allenatore e chiamato a guidare i viola per le ultime 4 giornate di campionato e nelle due semifinali di Coppa Uefa contro i tedeschi del Werder Brema. Graziani esordisce con un pareggio contro la sua ex Roma, quindi si appresta a vivere l’emozione europea contro un avversario, il Werder Brema, fra i più difficili, campione di Germania due anni prima e ostacolo durissimo per il Milan in Coppa dei Campioni l’annata precedente. Nell’andata a Brema la Fiorentina mostra ancora una volta orgoglio e personalità, va in vantaggio con Nappi a un quarto d’ora dal termine, quindi subisce proprio in zona Cesarini il pareggio, frutto di una carambola che beffa Landucci. Nella sfida di ritorno, poi, il Werder ci prova, ma la Fiorentina resiste, è la serata nella quale Nappi si improvvisa foca partendo dalla propria metà campo e palleggiando di testa durante la corsa; i viola resistono sullo 0-0 e si qualificano alla doppia finale nella quale troveranno gli acerrimi rivali della Juventus per quella che sarà la prima finale europea fra due squadre italiane. Prima della finale, però, c’è la salvezza da portare a casa, Graziani non può permettersi di non centrare l’obiettivo minimo richiesto dal club; le due partite casalinghe contro Verona ed Atalanta, vinte rispettivamente 3-1 e 4-1, consegnano ai viola l’aritmetica permanenza in serie A e rendono anche inutile il ko di San Siro contro l’Inter alla penultima giornata. La Fiorentina è salva al termine di un campionato tribolato nel quale a distinguersi è stato forse il solo Roberto Baggio, autore di ben 17 reti, nel mezzo di 9 mesi di grande ed estrema sofferenza dopo il brillante settimo posto dell’annata precedente.

Ora si può pensare davvero alla doppia finale contro la Juventus, andata a Torino il 2 maggio 1990. Non è la miglior Juventus degli ultimi anni, in panchina c’è Dino Zoff che ha già fatto sapere che a luglio andrà ad allenare la Lazio per lasciare il posto a Maifredi, in campo la squadra bianconera ha buoni calciatori ma nessun fuoriclasse, il bomber è Schillaci, il leader dello spogliatoio il portiere Stefano Tacconi. La Fiorentina è convinta di potersi giocare le sue carte e dopo appena 10 minuti il punteggio è già sull’1-1: al 3′ segna il mediano juventino Galia, al 10′ ecco il pareggio viola con l’ex Buso. I gigliati dominano il primo tempo, collezionano con Baggio, Nappi, lo stesso Buso e Di Chiara un quantitativo elevatissimo di palle gol, tutte sventate da Tacconi; la rete della Fiorentina sembra essere ormai nell’aria, la Juve è alle corde e la sensazione è che nella ripresa la squadra toscana sia in grado di piazzare il colpo forse decisivo per portarsi a casa il trofeo. Ma nel calcio, si sa, a volte la logica va a farsi benedire e le partite cambiano improvvisamente senza un perchè e vengono capovolte senza che gli stessi protagonisti ne capiscano i motivi. Fatto sta che la Juventus stordita ed impacciata del primo tempo lascia spazio ad una squadra trasformata che al 58′ trova il nuovo vantaggio grazie a Casiraghi in un’azione contestatissima dalla Fiorentina che reclama una spinta dello stesso Casiraghi a Pin all’inizio ed un presunto fuorigioco del centravanti bianconero al momento della battuta a rete. Al 73′, poi, la Juve sigla anche il terzo gol grazie ad una conclusione dalla distanza di De Agostini che beffa un non irreprensibile Landucci; nel finale Di Chiara reclama un calcio di rigore rendendo ancor più infuocato il clima del dopo gara e in vista del ritorno.

Gli animi si accendono, la Juventus non commenta le decisioni arbitrali, i calciatori della Fiorentina sono arrabbiatissimi, Pin è sicuro che la sua squadra vincerà 2-0 al ritorno, Di Chiara definisce sconcertante il comportamento del direttore di gara, mentre Graziani prova a fare il pompiere e tenta di prendere le difese dell’arbitro (“Può sbagliare come noi”, dice). La gara di ritorno si gioca il 16 maggio e con lo stadio Franchi ancora indisponibile, la sede viene indicata in Avellino, anche perchè a Perugia i tifosi viola hanno fatto baccano nell’ultima gara di coppa col Werder Brema; ma lo stadio Partenio non convince la Fiorentina, poichè considerato un feudo juventino, loro preferirebbero Salerno o anche una sede più a nord come Genova o Modena dove la squadra ha già giocato in campionato. Alla fine si gioca ad Avellino, il pubblico viola ribolle, crede nella rimonta, ma sin da subito si capisce che il doppio vantaggio bianconero dell’andata sarà assai arduo da scalfire; la Juventus non lascia spazi, la Fiorentina ci prova, attacca ma risulta sterile, inoffensiva, oltre che meno esperta degli avversari a livello europeo, mostrando qualche limite di personalità, mentre la formazione di Zoff amministra con sapienza il risultato, gioca col cronometro, irrita i viola, i quali incominciano ad innervosirsi al passare dei minuti che inesorabilmente li allontanano dalla rimonta. Finisce 0-0 senza particolari sussulti, la Coppa Uefa va alla Juventus che grazie anche al successo in Coppa Italia salva una stagione altrimenti grigia, mentre la Fiorentina perde un trofeo al quale non aveva creduto all’inizio ma che col tempo si era trasformato in una sogno da cullare ed accarezzare.

Il giorno dopo la gara di ritorno con la Juventus, la famiglia Pontello annuncia la cessione di Roberto Baggio proprio ai bianconeri, scatenando un putiferio che a Firenze ricordano perfettamente anche adesso. Il capoluogo toscano viene blindato, la città è presa d’assalto dagli inferociti sostenitori viola che da lì a qualche giorno assediano anche il vicino ritiro di Coverciano dove la Nazionale di Vicini (compreso ovviamente Baggio) prepara i mondiali. Firenze è delusa, ferita, si sente tradita dalla società e dallo stesso fuoriclasse vicentino, si sente beffata due volte dalla Juve che ha strappato ai viola prima la Coppa Uefa e poi anche il calciatore migliore. Sarà un’estate di passione per la Fiorentina, la rabbia farà scendere in piazza i tifosi a festeggiare dopo l’eliminazione dell’Italia dai mondiali contro l’Argentina, mentre il club gigliato verrà acquistato dalla famiglia Cecchi Gori e preparerà una stagione complicata con il brasiliano Lazaroni in panchina. Alle spalle un’annata ricca di emozioni, una salvezza più complicata del previsto ed un’avventura europea che a Firenze non vivevano da decenni; l’ultima finale europea di una Fiorentina bella e sfortunata e a cui, nonostante tutto, i tifosi sono ancora legatissimi.

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Amarcord: Mario Emilio Boyè, l’attaccante fuggito dall’Italia per colpa della moglie

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – […] Mario Emilio Heriberto Boyè nasce a Buenos Aires il 30 luglio 1922, fa l’attaccante esterno, l’ala, anche se il suo fisico e la sua altezza ne potrebbero fare benissimo un perfetto centravanti di sfondamento. […] Fra il 1941 e il 1949 Boyè gioca 190 partite realizzando 108 reti e col Boca conquista anche due titoli nazionali nel 1943 e nel 1944; le sue gesta iniziano a varcare anche i confini sudamericani, non c’è la televisione, non c’è internet, ma ci sono gli occhi degli osservatori, i telefoni, la notizia che in Argentina c’è un attaccante così bravo arriva in Italia, in particolar modo al dirigente del Genoa Mario Tosi che nell’estate del 1949 avvia una difficoltosa ma proficua trattativa col Boca Juniors che porta in Liguria Boyè ed altri due argentini, Alarcon ed Aballay.

Mario Boyè è il colpo del calciomercato estivo italiano: il Genoa lo paga 20 milioni di lire, una cifra esorbitante per l’epoca, candidandosi come una delle pretendenti allo scudetto. L’attaccante argentino si presenta a Genova con la bellissima e giovane moglie Elsa e con la mamma, e per non sentire molto la nostalgia di casa, la famiglia Boyè va a dividere un lussuoso appartamento genovese assieme alle coppie Alarcon ed Aballay. […]

Ma le qualità di Boyè escono presto fuori: la punta sudamericana è intelligente, sveglia, capisce come aggirare le marcature dei rocciosi difensori italiani, prende confidenza coi compagni e con la lingua, poi incomincia a buttarla dentro come un dannato. I tifosi del Genoa ora si spellano le mani per il loro gioiello, sperano che i suoi gol aiutino la squadra rossoblu a risalire in classifica, anche se, a parte Boyè, il resto della formazione non è un granchè e i liguri si staccano velocemente dal vertice della classifica. Al Boyè leader in campo, però, si contrappone quello più timido e taciturno a casa: il calciatore ama la vita tranquilla fuori dal calcio, tutto il contrario della bella moglie che ha un carattere esuberante e che vuole uscire ogni sera, fra locali, vestiti alla moda, feste e cene eleganti. Uno stile di vita che mal si coniuga con l’ambiente genovese, chiuso e ristretto; alla signora Boyè manca la mondanità di Buenos Aires, diventa scontrosa, dice al marito: “En Italia me muero”. L’attaccante argentino la copre di attenzioni e regali, le signore Alarcon e Aballay provano a portarla nei locali più alla moda di Genova o a passeggio sulla costa, ma Elsa Boyè in Italia è sempre più triste.

Ma c’è dell’altro: anche in casa le cose funzionano poco perchè quando Boyè è in ritiro o agli allenamenti, le liti fra sua moglie e sua mamma sono frequenti e non fanno altro che gettare benzina sul fuoco in una situazione già esplosiva. Inoltre, quando il Genoa gioca in trasferta i viaggi sono lunghi, mentre nel campionato argentino la maggior parte delle gare rimaneva circoscritta nei confini di Buenos Aires e in appena due ore dalla fine delle partite, Boyè rincasava, mentre ora spesso rimette piede in casa soltanto il giorno dopo. Elsa Boyè comincia a litigare anche col Genoa dopo che ad inizio dicembre la società convoca in sede tutti i calciatori e la coppia è costretta a rinunciare al già programmato pomeriggio al cinema, lei urla al marito: “In Argentina nessuno si sarebbe permesso una cosa simile, voglio andarmene da qui!”. Lui, che ha un carattere più riflessivo, riesce a calmarla ma sa che la pentola bolle a tal punto che il coperchio non reggerà ancora per molto. […]

La serie A 1949-50 prevede anche un turno di campionato il giorno di Santo Stefano, il Genoa giocherà col Novara e la squadra deve presentarsi al campo di allenamento nel primo pomeriggio del giorno di Natale per il ritiro. Arrivano tutti, ma di Mario Boyè non c’è traccia, è a pranzo al ristorante con la famiglia e si palesa a Nervi (sede del ritiro) solamente intorno alle 18; il club ligure lo multa (25.000 lire), ma l’episodio rientra in fretta poichè il giorno dopo l’argentino sigla la rete del 2-0… […] … il 22 gennaio 1950 il Genoa perde 3-0 in casa della Roma, poi rimane nella capitale per la sera con l’intenzione di ripartire per la Liguria la mattina dopo. Verso le 20 l’intera squadra rossoblu è riunita in albergo per la cena, quando improvvisamente nella portineria dell’hotel si presentano mamma e moglie di Boyè che con armi e bagagli stipati in un taxi intimano al calciatore di andare con loro: “Si torna a Buenos Aires”, dicono le due donne ora alleate. Boyè capisce che deve scegliere fra il Genoa e la famiglia, ci mette un secondo a salutare cordialmente tutti i compagni di squadra e a seguire le sue donne verso l’aeroporto di Ciampino. […]

Mario Emilio Boyè lascia l’Italia dopo appena 6 mesi, 18 presenze e 12 reti, una media ottima per un esordiente in serie A. Le sue prodezze in campo non sono andate di pari passo con la burrascosa vita familiare e con la nostalgia per la vita mondana argentina di sua moglie, accontentata ed anteposta pure alla brillante carriera di calciatore. […] Qualcuno negli anni dirà che il vero motivo per cui l’argentino decise di andarsene dall’Italia fosse la mediocrità del Genoa e le promesse tecniche non mantenute dal presidente rossoblu, mentre le beghe familiari fossero la motivazione marginale dell’addio. Mario Emilio Boyè, chiusa la carriera da giocatore, è diventato allenatore, poi ha aperto a Buenos Aires una pasticceria ed una pizzeria; è morto in Argentina il 21 luglio 1992… […]

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Erbstein, il filosofo prima del filosofo

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Il 14 luglio 1930 Ernesto Egri Erbstein diventa il nuovo allenatore del Cagliari. Mario Fadda, per centotrentuno.com, ne descrive l’uomo e l’allenatore.

CENTOTRENTUNO.COM (Mario Fadda) – […] Vero filosofo del calcio, perfetto conoscitore dell’animo umano e del fisico dei suoi calciatori. Ritorniamo indietro nel tempo fino alla fine degli anni ’20. Erbstein è da poco rientrato dagli Stati Uniti d’America, dove per qualche tempo ha giocato a New York con i Brooklyn Wanderers, in verità egli si trovava negli U.S.A. per via del suo impiego di agente di borsa a Wall Street, ma ai primi sentori della crisi che di lì a breve sarebbe esplosa in tutta la sua drammaticità, decise di rientrare in Europa. Qui dopo una prima annata passata in Puglia, nel 1929-30 passa ad allenare la Nocerina in I Divisione.

[…] Al termine di un combattutissimo campionato il Palermo stacca tutti e conquista la prima piazza, ma a contendersi il secondo posto sono ben 4: il Messina, la Nocerina di Erbstein ed il Foggia chiudono a quota 35, il Cagliari si distacca di appena un punto. Al termine del campionato giunge la svolta, la Nocerina in pieno dissesto economico rinuncia alla I Divisione e così i dirigenti cagliaritani iniziano ad intessere le trattative tese a portare Erbstein in Sardegna. L’accordo viene raggiunto ed Erbstein il 14 luglio 1930 diventa il nuovo allenatore del Cagliari. Naturalmente l’esperto e lungimirante tecnico mitteleuropeo già negli scontri del precedente torneo aveva intravvisto il potenziale rossoblu. Con i suoi accorgimenti la squadra è subito competitiva, ed anche se durante l’inverno 1930 i sardi attraversano una piccola crisi, nella primavera 1931 comincia una cavalcata travolgente che non lascia scampo alle dirette concorrenti per il titolo. Culmine di quell’indimenticabile stagione sarà lo spareggio con la Salernitana per l’accesso alla Serie B. Dopo due aspri scontri il 3 maggio 1931 la squadra di Erbstein conquista la serie cadetta. Seguirà un discreto campionato di Serie B 1931-32, con una salvezza conquistata senza eccessivi affanni, poi anche a Cagliari le finanze cominciano a risentire degli enormi sforzi fatti e nel luglio 1932 Erbstein ritorna a Bari, la sua esperienza sulla panchina biancorossa a dire il vero non sarà proprio esaltante quell’anno, ma avrà modo di rifarsi alla successiva guida della Lucchese. Con i toscani Erbstein conquisterà la Serie B ed a seguire anche una storica promozione in Serie A, con un piazzamento (settimo posto) di tutto rispetto nel 1936-37 e sfornando campioni del calibro di Olivieri, che l’anno successivo sarà Campione del Mondo tra i pali della nazionale italiana. Poi le leggi razziali costringeranno Erbstein a trasferirsi a Torino, questo non basterà perché più tardi dovrà purtroppo lasciare il paese. Ma in quel torneo disputato sotto la Mole, si è guadagnato la totale fiducia del presidente Ferruccio Novo, che proprio a lui, anche in clandestinità, dopo l’avventurosa fuga dal campo di lavoro, si affiderà, tra mille pericoli, per l’acquisto di ogni singolo calciatore che stava andando a comporre la “macchina dei sogni” che poi sarebbe diventato il Torino. Dopo la guerra, il ”Toro” deflagra in tutta la sua armoniosa potenza, i frutti sono sotto gli occhi di tutti. Armonia, potenza e volontà arrestate solo dal fatale terrapieno di Superga […]

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Di Napoli: “Con l’Inter sono stato poco lungimirante…”

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Arturo Di Napoli, Re Artù, racconta passato, presente e futuro della sua carriera, lo fa a ilposticipo.it, di seguito i punti per noi più salienti.

[…] Ai miei tempi se eri nel settore giovanile, prima di esordire o di fare qualche apparizione in prima squadra ne passava di tempo. Oggi invece è cambiato tutto e ci sono metodologie diverse. 

[…] Napoli è una città affamata di calcio, il popolo napoletano è straordinario. Vorrei cambiare molte cose delle mie stagioni: all’epoca non ero propenso ai sacrifici, avevo una testa completamente diversa da quella di oggi. Mi sono tolto le mie soddisfazioni, ho fatto più di 300 presenze in A, ma col senno di poi cambierei qualcosa nel mio atteggiamento. Al primo anno a Napoli sono stato allenato da Vujadin Boskov: nel calcio di oggi manca un personaggio che sdrammatizzi le situazioni come sapeva fare lui. Nel 1996-97 è arrivato Gigi Simoni, ma a gennaio ho lasciato Napoli per andare all’Inter.

[…] nel 1997-98 è arrivato Ronaldo e l’Inter mi ha chiesto di fare la quinta punta, ma io avevo voglia di giocare e ho scelto di andare altrove. Sono stato poco lungimirante, avrei dovuto accettare la proposta che mi era stata fatta da Oriali all’epoca. Poi nel 1999-2000 sono andato a titolo definitivo al Piacenza con Simoni.

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