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Amarcord: Beto, il brasiliano che il Napoli preferì a Ronaldinho

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) a Chiariamolo subito: parlare a posteriori è sempre più facile, ogni scelta valutata col senno del poi è quella giusta, si fa presto a dire “a saperlo avrei agito così“. Però la storia va raccontata anche per quelle decisioni assunte e che si sono rivelate errate, nonostante validi ragionamenti e buona fede; a Napoli, un esempio simile può rappresentarlo il calciatore brasiliano Beto, vittima suo malgrado di una delle scelte più bizzarre nella storia del calcio.

Nel Napoli che si appresta a vivere la stagione 1996-97 c’è come sempre negli ultimi anni un misto di apprensione per una situazione societaria non brillantissima ed entusiasmo perchè le squadre sin qui costruite hanno dato quasi sempre soddisfazioni alla tifoseria partenopea e raggiunto risultati anche migliori delle più rosee aspettative, come la qualificazione in Coppa Uefa raggiunta al termine del campionato 1993-94 con Marcello Lippi in panchina ed un organico per molti da zona retrocessione. Nell’estate del 1996 a Napoli c’è un nuovo allenatore, Luigi Simoni, reduce sì dalla retrocessione in serie B con la Cremonese, ma anche dai precedenti tre campionati in cui i grigiorossi hanno ottenuto una promozione in serie A e due entusiasmanti salvezze in massima serie grazie alla sapiente guida del tecnico bolognese. Il Napoli gli affida la panchina con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile alla zona Uefa, ben figurare in Coppa Italia e valorizzare al meglio i giovani della rosa che sono tanti e tutti promettenti.

In quella stessa estate, poi, gli osservatori del club campano portano nell’ufficio del presidente Ferlaino due relazioni provenienti entrambe dal Brasile: la prima riguarda un fantasista di 21 anni che gioca nel Botafogo, ha talento ed è da circa un anno nel giro della nazionale verdeoro, convocato anche per la Coppa America del 1995 e che si chiama Beto. La seconda relazione, invece, è su un giovanissimo, un sedicenne coi denti sporgenti, un talento smisurato e colpi da giocoliere che hanno ammaliato chiunque lo abbia visto; il dilemma è grande: da una parte c’è una promessa più matura, già nazionale, più pronto per essere gettato nella mischia fin da subito, dall’altra c’è un ragazzino certamente più talentuoso ma con una carta d’identità da campionato Primavera, con tutti i rischi legati all’ambientamento e alla proverbiale nostalgia brasiliana. Stuzzica molto il piccolo Ronaldinho, ma al Napoli non vogliono rischiare troppo, meglio Beto che pure ha una discreta qualità e che al momento offre più garanzie e può essere impiegato da Simoni immediatamente, inserito fra i titolari e pronto ad essere una delle potenziali rivelazioni della serie A.

Joubert Araujo Martins, detto Beto, classe 1975, sbarca così a Napoli, accolto da un’ovazione del pubblico presente al suo arrivo in aeroporto ed omaggiato con la pesantissima maglia numero 10 che per ogni napoletano è ancora la sacra eredità di Diego Maradona. Napoli non riesce proprio a crescere da quel punto di vista, è legata mani e piedi al ricordo del fuoriclasse argentino, ancora una divinità nel capoluogo campano, un po’ perchè a lui sono associati gli unici trionfi della storia del Napoli, gli scudetti e la Coppa Uefa, un po’ perchè dall’addio travagliato di Maradona i partenopei non hanno vinto più nulla e anzi sono scesi dall’Olimpo del calcio italiano tornando ad essere poco più di una comparsa, vivendo nel ricordo dei bei tempi che furono e sognando che un giorno la maglia numero 10 azzurra possa finire sulle spalle di un altro asso come il Pibe de Oro. Anche Beto non può sfuggire a tale rito: i tifosi lo acclamano, lo abbracciano, per loro quel 10 rappresenta molto più di un numero, proprio a Napoli dove i numeri hanno creato la Smorfia e sono importanti molto più che altrove. Il brasiliano tutte queste cose non le sa, o forse le conosce superficialmente, per lui l’importante è riuscire ad affermarsi nel calcio europeo e in un campionato come la serie A che nel 1996 è ancora il più difficile e forse il più temuto del mondo. Beto, inoltre, non arriva a Napoli come un perfetto sconosciuto o come un calciatore da annoverare fra i classici bidoni che si sono succeduti in Italia dalla riapertura delle frontiere ad inizio anni ottanta: il Napoli lo ha strappato al Botafogo per 6 miliardi di lire, in fondo solo uno e mezzo in meno di quelli sborsati dalla Juventus nella stessa estate per prelevare Zinedine Zidane dal Bordeaux.

E la scelta del Napoli sembra davvero azzeccata: Beto pare avere qualità e caratteristiche da calciatore vero ed importante, un fisico imponente e la capacità di calciare bene con entrambi i piedi. Il brasiliano va in rete già alla quarta giornata, il 29 settembre 1996, con una bordata di sinistro che sbanca Genova e permette al Napoli di battere la Sampdoria, quindi segna ancora il 17 novembre nel 4-2 degli azzurri contro il Perugia, trovando la sua prima gioia al San Paolo. La squadra di Simoni, inoltre, è una delle sorprese del campionato, a dicembre è addirittura al secondo posto della classifica assieme a Vicenza ed Inter, alle spalle della Juventus capolista. Sembra tutto apparecchiato per parlare di due rivelazioni, il Napoli brillante e spensierato che sfida le grandi del campionato e il giovane brasiliano che si è preso la squadra sulle spalle abbinando forza fisica, corsa e diventando il fulcro fra centrocampo ed attacco della compagine partenopea; invece all’arrivo delle vacanze natalizie qualcosa si rompe e rimettere in sesto i cocci sarà molto più complicato del previsto. Beto parte infatti per il Brasile dopo che il Napoli nell’ultima gara dell’anno ha battuto la Lazio grazie ad una rete dell’altro brasiliano Cruz in pieno recupero mandando in visibilio il San Paolo; l’ex Botafogo dovrebbe rientrare in Italia il 31 dicembre ma si ripresenta il 2 gennaio senza avvisare nessuno preventivamente. Si giustificherà dicendo che voleva solo trascorrere il capodanno assieme a parenti e fidanzata, ma Simoni ed il Napoli, pur comprendendo la semplicità dell’errore e la buona fede del calciatore, sono giustamente intransigenti: le regole valgono per tutti, Beto si becca una multa e si accomoda in tribuna per Fiorentina-Napoli del 5 gennaio.

Il comportamento del brasiliano non viene accolto troppo negativamente nè dallo spogliatoio e nè dall’allenatore, in fondo il ragazzo è giovane e qualche errore può ancora permetterselo, anche se a Simoni qualcosa comincia a non tornare, da una parte apprezza la schiettezza di Beto che alla domanda se in Brasile si fosse allenato risponde con candore: “Allenarmi? No, però ho giocato tre partitelle in spiaggia con gli amici”, dall’altra ha paura della superficialità di un atleta che rischia di mandare in frantumi sul nascere una carriera potenzialmente di alto livello. Il 12 gennaio Beto la combina grossa in campo facendosi espellere per un ingenuo ed inutile fallo di mano, lasciando così il Napoli in dieci uomini e costretto alla sconfitta casalinga contro l’Inter. Da lì, sarà un caso, ma il campionato degli azzurri prende una piega pessima e la squadra di Simoni perde posizioni in classifica scivolando progressivamente e pericolosamente nella parte destra della graduatoria; sarà così la Coppa Italia l’unico appiglio dei partenopei in una stagione che pare aver preso una china cupa dopo il brillantissimo avvio. Anche Beto, partito bene, si è lentamente spento, le sue prestazioni sono calate e per il brasiliano anche il posto da titolare è diventato precario, del resto Simoni non può permettersi più errori di quelli già commessi e il Napoli non può certo annaspare nei bassifondi della classifica dopo le premesse iniziali.

In Coppa Italia, nel frattempo, i campani hano raggiunto le semifinali e nella gara di andata a San Siro bloccano l’Inter sul’1-1, un ottimo risultato in vista del ritorno al San Paolo in programma per il 26 febbraio. La sfida si mette però subito in salita per il Napoli, con Javier Zanetti che già nel primo tempo infila la porta azzurra portando in vantaggio l’Inter ed annullando di fatto il prezioso gol in trasferta dell’andata. Il Napoli sembra arrancare e l’Inter, in campo con una inconsueta maglia gialla e nera, gestisce lo 0-1. Uno dei migliori in campo è proprio Beto che grazie alle sue giocate manda in difficoltà la difesa interista, costretta ad affidarsi alle prodezze del portiere Pagliuca e ad una solidità di gruppo che però al minuto 77 viene meno: Beto, il più ispirato del Napoli, aggira la retroguardia nerazzurra con un movimento che gli permette di ricevere palla inserendosi da dietro, evitando il fuorigioco e presentandosi solo davanti a Pagliuca che stavolta nulla può; il Napoli pareggia, il San Paolo esplode e Beto diventa uno degli eroi della serata, assieme a Taglialatela che ai calci di rigore sventerà il tiro dell’interista Paganin e al centrocampista francese Boghossian che metterà dentro dal dischetto la rete del decisivo 5-3 che spedisce il Napoli in finale contro il sorprendente Vicenza di Guidolin.

Ad aprile, però, accade di tutto a Napoli: Simoni inizia ad avere frizioni con Ferlaino che ha scoperto che proprio in concomitanza con la semifinale di Coppa Italia, Massimo Moratti ha convinto l’allenatore a firmare con l’Inter per la stagione successiva. Il presidente incomincia ad essere insofferente nei confronti del tecnico di Crevalcore, gli rimprovera gli altalenanti risultati in campionato e non aspetta che un pretesto vagamente valido per punirlo; e la punizione sarà salatissima perchè proprio a ridosso delle due finali di Coppa Italia col Vicenza e al termine della sconfitta casalinga contro l’Atalanta, Simoni viene esonerato e al suo posto arriva il napoletano doc Vincenzo Montefusco. Sarà lui a guidare il Napoli in finale e non Simoni che aveva costruito quel percorso vincente e lastricato di difficoltà, ma che paga severamente il suo accordo con l’Inter. Beto, nel frattempo, ha chiesto di poter volare un paio di giorni in Brasile per farsi visitare da uno specialista di fiducia dopo un leggero infortunio; tornerà con il solito ritardo, stavolta di una decina di giorni, ed accompagnato dalla fidanzata e da un neonato, un figlio di due mesi del quale nessuno sapeva nulla. Montefusco non gli lascia passare l’ennesima bravata e lo tiene fuori per entrambe le finali: all’andata al San Paolo gli azzurri vincono 1-0 (rete di Fabio Pecchia), ma nella gara di ritorno soccombono ad un arrembante Vicenza che dopo i tempi supplementari travolge un inerme Napoli 3-0, si porta a casa il trofeo e lascia fuori dalle coppe i partenopei che chiuderanno il campionato al dodicesimo posto con 41 punti, appena 4 in più sulla zona retrocessione.

La stagione di Beto termina con un gol, forse il più malinconico nella gara più malinconica del Napoli nella stagione 1996-97: ultima giornata, stranezze del destino, si gioca proprio Napoli-Vicenza e i campani vincono 1-0, rete proprio del brasiliano in un San Paolo con poca voglia di festeggiare fra l’inutilità di una partita di fine campionato e i sorrisini gongolanti del Vicenza fresco di sbornia post Coppa Italia. A luglio a Napoli sbarca Bortolo Mutti, nuovo allenatore azzurro, che nella conferenza stampa di presentazione annuncia: “So che si è parlato molto di un arrivo di Roberto Baggio, ma mi risulta che lui voglia giocare il più possibile vicino a casa sua. Nessun problema, il nostro Baggio sarà Beto”. Fiducia e conferma per il brasiliano che meno di 48 ore dopo le dichiarazioni di Mutti verrà ceduto in patria al Gremio senza mai più tornare in Europa e giocando fino al 2009 sempre in Brasile, salvo un paio di parentesi in Giappone.

Ad oggi, pensare che il Napoli lo abbia preferito a Ronaldinho (considerato per anni il miglior calciatore del mondo) fa quasi sorridere, eppure allora la scelta fu considerata forse anche più saggia di acquistare un sedicenne dall’indiscusso talento ma dai tanti punti interrogativi. Impossibile rispondere alla logica domanda: cosa sarebbe stato del Napoli se avesse scelto Ronaldinho al posto di Beto? Più facile pensare che Beto, con un’altra testa ed una maggior serietà nel lavoro, si sarebbe potuto imporre meglio in Italia ed in Europa, nonostante ancora oggi quell’unica stagione in serie A faccia ugualmente parlare di lui.

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La kappa nella storia

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NAPOLIPIU.COM (Luca Pollasto) – Che Kappa abbia fatto la storia del calcio non lo scopriamo oggi, dopo che per più di 40 anni ha vestito le squadre di mezzo mondo e accostando il suo logo ai più grandi calciatori della storia. L’ azienda di Torino oggi sembra ritornata quella meravigliosa macchina innovativa degli anni d’oro, quei meravigliosi anni ’80 e ’90, dove il calcio era pura poesia e non era tutto bianco e nero, ma di mille colori.
Il marchio piemontese, fino agli inizi degli anni ’90, è stato protagonista insieme alla tedesca Adidas e la francese Le Cop Sportif a vestire quasi tutti i club di mezza Europa, basti pensare che Nike è arrivata nel nostro continente solo nel 1983 vestendo le maglie del Sunderland dove aveva aperto il primo stabilimento europeo.

La kappa dalla nazionale al Napoli

Arriviamo all’ ultimo anno del secolo scorso, è il 1999 e Kappa decide di entrare nel nuovo millennio da protagonista. Conquistando per la prima volta la Nazionale.
E’ l’ anno prima degli Europei di Olanda e Belgio del 2000, stiamo ancora piangendo insieme a Bruno Pizzul per il rigore sbagliato da Gigi Di Biagio a Francia ‘98, gli azzurri sono pronti per una nuova avventura, senza sapere che la Francia ci farà nuovamente del male… ma questa è un’altra storia, tanto poi ci vendicheremo con gli interessi a Berlino nel 2006…

Insomma, c’è aria di cambiamento a Coverciano, la FIGC ha appena dato l’ ok per la prima volta nella storia ad uno sponsor di comparire per la prima volta sulla maglia Azzurra. Non era mai accaduto prima.
In passato l’ Italia ha avuto diversi sponsor, ma per una regola della Federazione non potevano “sporcare” la maglia azzurra nelle partite ufficiali. Solo su maglie repliche e in amichevoli.

PRIMO SPONSOR DELLA NAZIONALE

Il primo sponsor della nazionale fu Adidas dal 1974 al 1978, ne il logo a fiore ne le tre strisce sulle spalle furono presenti nei quattro anni azzurri, solo il font dei numeri erano riconducibili allo sponsor, successivamente gli azzurri si affidarono a Le Cop Sportif fino a al 1985, con i francesi gli azzurri di Paolo Rossi portarono a casa la Coppa del Mondo. Gli anni ’90 si passò da una breve parentesi Ennerre e Diadora fino al 1995 dove approdò l’ americana Nike, ma niente da fare, oltre fasce dorate non riuscì a mettere il suo “baffo” sulla maglia italiana, ormai rimasta una delle ultime al mondo a non cedere agli sponsor. Ci riuscì in un importante operazione la Kappa, dove nel 1999 mise per la prima volta il logo sulla maglia della nazionale in una partita ufficiale.

KAPPA NELLA STORIA

Il primo modello fu simile a quello degli anni 70 con il ritorno dello scudetto tricolore e le tre stelle.
Un grandissimo successo, tanto che l’ azienda torinese decise di investire in una maglia molto innovativa per quei tempi, fu presentata in vista degli Europei del 2000 la prima versione della Kombat, una maglia rivoluzionaria sia per il materiale per la vestibilità molto aderente, il primo modello di Kombat riportava il logo sulle maniche e il tricolore sul petto. Quello fu grande europeo, quello del cucchiaio di Totti a Van Der Sar e delle mille parate di Toldo ai rigori, ma anche quello del golden goal di Treseguet. Peccato.

Kappa nella storia, ancora una volta, la maglia dei mondiali di Korea del Sud nel 2002, quella dell’ arbitro Moreno e dell’ ultima partita in Azzurro di Capitan Maldini. Kappa e la Nazionale si dicono addio nel 2003 quando decise di passare a Puma.

[…]

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Giovanni Galeone

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) – E’ il 24° di Pescara-Milan, seconda di campionato stagione 92/93. Frederic Massara ha appena infilato Antonioli e sta esultando dotto la curva di uno stadio Adriatico ebbro di gioia ed incredulità. Il Pescara, il piccolo e modesto Pescara, ha segnato 4 gol al Milan in appena 24 minuti di gioco. La squadra rossonera è allenata da Fabio Capello, e viene da ben 36 risultati utili consecutivi. Eppure questo piccolo Pescara sta mettendo in crisi totale la difesa più forte del mondo. Capello è una furia, e il suo omologo sulla panchina avversaria vede sbigottito quello che accade in campo. Quell’omologo è Giovanni Galeone, napoletano classe ’41, alla seconda esperienza alla guida del Pescara.

Ha l’aria di chi passa di lì per caso, un aspetto vagamente trasandato che durante i 90 minuti si degrada ulteriormente. È uno di quei momenti dove in molti hanno pensato che Galeone fosse un genio della panchina, e non era la prima volta che un’amante del calcio si poneva in contemplazione davanti alla bellezza di una squadra allenata dal mister campano. Quella partita rappresenta probabilmente l’essenza del calcio galeoniano. A Galeone come allenatore, e di riflesso a tutte le sue squadre, manca sempre il famoso soldo per fare una lira. Quella gara, di quel pazzo campionato che rimarrà nella storia come uno dei più prolifici di gol, finisce 5 a 4 per il Milan che continuerà la sua striscia d’imbattibilità fino alla gara numero 58, quando verrà trafitto da una punizione chirurgica di Tino Asprilla sul proprio terreno.

Già alla fine del primo tempo il delfino pescarese aveva dilapidato il proprio vantaggio, permettendo al Milan d’impattare sul 4-4. Nella ripresa annegherà sotto i colpi di uno scatenato Van Basten. Ma le squadre di Galeone sono così. Prendere o lasciare. Sono formazioni che non conoscono l’arte di adattarsi all’avversario oppure ai momenti delle partite. La storia da mister di Galeone del resto è piena di momenti in cui le sue squadre sembrano sul punto di spiccare il volo per poi precipitare amaramente. Dopo gli inizi alla Spal, Galeone trova la sua dimensione in quel di Pescara, ereditando una formazione che si era salvata solo tramite ripescaggio nella stagione precedente. Il suo credo tattico è netto e definito: 4-3-3 schematico, perché a suo parere quello è il modulo che copre meglio il campo ed esalta le qualità dei singoli. In quella prima stagione di B alla guida del delfino, Galeone lancia la sua squadra in ardite scorribande in tutti campi di B, che in quelle stagioni era in pratica il laboratorio tattico del calcio italiano. Non erano pochi i mister abbagliati dalle gioie del bel giuoco a zona, da Sacchi con il suo Parma, a Zeman che avrebbe poi sostituito proprio il mago di Fusignano sulla panchina ducale.

Con una cavalcata esaltante si conquista una promozione in serie A che ha il sapore del miracolo ed il successivo campionato rimarrà l’unico squillo di una carriera che ha regalato soprattutto amarezze in massima serie. Quella stagione, la 87/88, si aprirà con la vittoria inattesa sull’Inter di Trapattoni direttamente a San Siro, e catapulta il Pescara e il suo mister come sorprese del campionato. Con l’arrivo dell’autunno non sfioriscono solo gli alberi ma anche le formazioni di Galeone. Ne prende 6 sul terreno del San Paolo da uno scatenato Napoli, e lo stesso iter sarà seguito nella stagione susseguente con un inizio di campionato sfolgorante interrotto dalla trasferta partenopea dove questa volta ne porta a casa 8, di gol. Segnandone però 2.

In questa seconda stagione di A la squadra di Galeone è addirittura a metà classifica al termine del girone d’andata, e il popolo abruzzese fantastica anche di possibile qualificazione UEFA. Finirà con un Galeone sconvolto all’ultima giornata, che nelle interviste dichiara conclusa la sua prima avventura alla guida del delfino, dopo una clamorosa retrocessione. Tornerà però a Pescara dopo una non felice parentesi al Como, per riportare la squadra in serie A, nella stagione 92/93, quella della partita col Milan citata in precedenza. Qui viene esonerato dopo 24 giornate, con una formazione che come al solito aveva iniziato la stagione con il turbo inserito, andando a vincere all’Olimpico contro la Roma alla prima giornata, prima di crollare miseramente ai primi accenni di autunno. Viene da pensare che Galeone dia fin troppa importanza alla tattica di gioco, un po’ meno alla preparazione fisica vedendo la parabola comune delle sue squadre. Comunque In quella formazione del Pescara ci sono due giocatori, che sono gli interpreti principali, le braccia, o per meglio dire gambe, armate di Giovanni Galeone.

Uno Blaz Sliskovic, che il mister campano si porterà dietro in entrambe le avventure pescaresi. Il giocatore non potrebbe essere più adatto alla figura di Galeone. Si tratta di uno slavo talentuoso ma dannatamente indolente, capace di colpire una lattina a 50 metri di distanza grazie ai piedi che gli ha fornito madre natura, ma assolutamente carente dal punto di vista fisico. Gli piace bere, fumare e tirare le punizioni. Galeone stravede per lui, lo tratta come fosse Maradona, perdonandogli una certa pigrizia negli allenamenti. Gli affida le chiavi della squadra, ma Blaz le perde alla prima sbornia e la squadra naufraga miseramente.

L’altro è nientemeno che Massimiliano Allegri, che dice di aver imparato molto, quasi tutto del mestiere di allenatore da Galeone. Viene difficile da crederlo, vedendo il pragmatismo con cui Allegri ha impostato tutte le sue formazioni, fino alla ferrea Juve degli ultimi anni. Infatti il maestro Galeone non ha perso occasione per elogiare il suo pupillo, sottolineando però ad ogni occasione che la Juve a suo dire gioca male. Questo è probabilmente il limite di Galeone, quello che gli ha impedito di sedere su qualche panchina prestigiosa in carriera. La ricerca ossessiva del bel gioco, del rischio, spronando i propri giocatori a cercare la giocata difficile, il colpo spettacolare da regalare alla platea. Meglio perdere 5-4 che vincere 1-0. Per gli spettatori sicuramente un bel vedere. Ma per i tifosi della squadra in questione una continua sofferenza.

Galeone si porterà con sé Allegri anche nella disastrosa avventura del Napoli targato 97/98. Stimolato dalla possibilità di essere profeta in patria, accetta una sfida che va ben oltre il concetto di disperato, con una squadra ultima e staccata già di svariati punti dalla zona salvezza. Galeone affermerà di essere stato presuntuoso, credendo di poter arrivare dove Mazzone aveva fallito. Un commento amaro, che sta a metà tra l’attestato di stima ad un collega, e la critica a chi gli ha sempre imputato una eccessiva attenzione al bel gioco piuttosto che al risultato.

Tornerà in seria A altre due volte, la prima nel devastato Ancona del 2004. Un’altra scelta di carriera discutibile, stavolta in terra nemica vista la rivalità dei marchigiani con i vicini pescaresi. Qui proverà a portare i dettami della zona del bel calcio in una squadra che schiera in attacco l’asso brasiliano Jardel, sbarcato nelle Marche in condizioni fisiche ben lontane dall’accettabile. Le poche soddisfazioni, delle poche giornate alla guida dell’Ancona, gli saranno date da un giovane Pandev che muove i primi timidi passi in serie A. La seconda volta sarà un’incolore parentesi nell’Udinese condotta ad una salvezza quasi per inerzia. In Friuli Galeone si era tolto anche una bella soddisfazione tempo addietro, portando i bianconeri in serie A nel 94/95. L’anno seguente farà lo stesso col Perugia del vulcanico Gaucci, salvo poi essere esonerato in massima serie. Ma almeno qui le responsabilità si possono trovare soprattutto nella consueta fame di allenatori del presidentissimo perugino, che appena promosso aveva subito messo pressione al tecnico parlando apertamente di qualificazione in Europa.

Galeone non siede oramai su una panchina di calcio professionistico dal 2007. Molti lo chiamano maestro, e ne decantano i pregi di visionario della panchina. Un destino comune a questi personaggi figli di quel calcio che non c’è più, dove anche una singola vittoria contro una formazione blasonata valeva il titolo di scienziato del pallone. Galeone ha probabilmente pagato un suo modo di essere, che si traduceva nelle decisioni prese dalla panchina. Anche nei fallimenti ha sempre interpretato la situazione secondo la lettura che meglio si adattava alle sue teorie. Quando retrocede con il Pescara nella stagione 88/89, in quella che probabilmente è la sua delusione più cocente, imputa alla squadra un’eccessiva prudenza, una ricerca ossessiva del pareggio ai fini della salvezza. Senza questo suo integralismo da trincea non sarebbe stato il Galeone che tutti conosciamo, in grado di divertire ma anche – dannato pragmatismo! – di far divertire gli avversari. Forse è per questo che allenatori così si insinuano nelle pieghe della storia del calcio italiano.

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La prima radiocronaca di una partita di calcio in Italia – 25 marzo 1928

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CALCIONEWS24.COM – Il 25 marzo 1928 rappresenta una svolta per il popolo italiano amante dello sport e del calcio. Quasi un secolo fa, infatti, veniva trasmessa per la prima volta nel nostro Paese la radiocronaca di una partita di calcio.

Il match non fu tra i più importanti della nostra storia, ma si trattava di un’amichevole tra le nazionali di Italia e Ungheria. Le due compagini si confrontarono in un’amichevole volta ad inaugurare lo stadio del Partito Fascista di Roma, nome che aveva a quell’epoca lo stadio Flaminio della Capitale. Il regime, che aveva ben capito l’importanza della radio e del calcio come strumenti di propaganda, aveva avuto la pensata di coniugare le due cose. Un esperimento ideale in vista delle Olimpiadi che di lì a poco si sarebbero tenute ad Amsterdam.

Per la prima volta nella storia, il calcio entrò così nelle case degli italiani, con il cronista della Gazzetta dello Sport Giuseppe Sabelli Fioretti a raccontare le gesta dei giocatori impegnati nella sfida. Fu dunque la prima radiocronaca in diretta di una partita di calcio, frutto di un’idea forse visionaria, ma sicuramente affascinante e che ebbe un seguito incredibile. Sabelli Fioretti, che si occupava principalmente di ciclismo e pugilato, si ritrovò a scrivere forse inconsapevolmente una pagina indelebile della storia italiana, rivoluzionando in maniera definitiva il modo di rapportarsi al calcio per un intero popolo.

Il biglietto della partita del Marzo 1928 tra Italia e Ungheria (Collezione Matteo Melodia)

Il giovane giornalista fu aiutato anche dalla partita, che si rivelò spettacolare e ricca di gol, terminando in un pirotecnico 4-3 per i padroni di casa allenati da Augusto Rangone, sotto di due reti al termine della prima frazione. Fu quella la prima di una storia infinita, di un rapporto, quello tra la radio e il calcio, che dura ancora oggi a distanza di quasi un secolo e che sembra destinato ad aver ancora vita lunga.

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