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Amarcord: Beto, il brasiliano che il Napoli preferì a Ronaldinho

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) a Chiariamolo subito: parlare a posteriori è sempre più facile, ogni scelta valutata col senno del poi è quella giusta, si fa presto a dire “a saperlo avrei agito così“. Però la storia va raccontata anche per quelle decisioni assunte e che si sono rivelate errate, nonostante validi ragionamenti e buona fede; a Napoli, un esempio simile può rappresentarlo il calciatore brasiliano Beto, vittima suo malgrado di una delle scelte più bizzarre nella storia del calcio.

Nel Napoli che si appresta a vivere la stagione 1996-97 c’è come sempre negli ultimi anni un misto di apprensione per una situazione societaria non brillantissima ed entusiasmo perchè le squadre sin qui costruite hanno dato quasi sempre soddisfazioni alla tifoseria partenopea e raggiunto risultati anche migliori delle più rosee aspettative, come la qualificazione in Coppa Uefa raggiunta al termine del campionato 1993-94 con Marcello Lippi in panchina ed un organico per molti da zona retrocessione. Nell’estate del 1996 a Napoli c’è un nuovo allenatore, Luigi Simoni, reduce sì dalla retrocessione in serie B con la Cremonese, ma anche dai precedenti tre campionati in cui i grigiorossi hanno ottenuto una promozione in serie A e due entusiasmanti salvezze in massima serie grazie alla sapiente guida del tecnico bolognese. Il Napoli gli affida la panchina con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile alla zona Uefa, ben figurare in Coppa Italia e valorizzare al meglio i giovani della rosa che sono tanti e tutti promettenti.

In quella stessa estate, poi, gli osservatori del club campano portano nell’ufficio del presidente Ferlaino due relazioni provenienti entrambe dal Brasile: la prima riguarda un fantasista di 21 anni che gioca nel Botafogo, ha talento ed è da circa un anno nel giro della nazionale verdeoro, convocato anche per la Coppa America del 1995 e che si chiama Beto. La seconda relazione, invece, è su un giovanissimo, un sedicenne coi denti sporgenti, un talento smisurato e colpi da giocoliere che hanno ammaliato chiunque lo abbia visto; il dilemma è grande: da una parte c’è una promessa più matura, già nazionale, più pronto per essere gettato nella mischia fin da subito, dall’altra c’è un ragazzino certamente più talentuoso ma con una carta d’identità da campionato Primavera, con tutti i rischi legati all’ambientamento e alla proverbiale nostalgia brasiliana. Stuzzica molto il piccolo Ronaldinho, ma al Napoli non vogliono rischiare troppo, meglio Beto che pure ha una discreta qualità e che al momento offre più garanzie e può essere impiegato da Simoni immediatamente, inserito fra i titolari e pronto ad essere una delle potenziali rivelazioni della serie A.

Joubert Araujo Martins, detto Beto, classe 1975, sbarca così a Napoli, accolto da un’ovazione del pubblico presente al suo arrivo in aeroporto ed omaggiato con la pesantissima maglia numero 10 che per ogni napoletano è ancora la sacra eredità di Diego Maradona. Napoli non riesce proprio a crescere da quel punto di vista, è legata mani e piedi al ricordo del fuoriclasse argentino, ancora una divinità nel capoluogo campano, un po’ perchè a lui sono associati gli unici trionfi della storia del Napoli, gli scudetti e la Coppa Uefa, un po’ perchè dall’addio travagliato di Maradona i partenopei non hanno vinto più nulla e anzi sono scesi dall’Olimpo del calcio italiano tornando ad essere poco più di una comparsa, vivendo nel ricordo dei bei tempi che furono e sognando che un giorno la maglia numero 10 azzurra possa finire sulle spalle di un altro asso come il Pibe de Oro. Anche Beto non può sfuggire a tale rito: i tifosi lo acclamano, lo abbracciano, per loro quel 10 rappresenta molto più di un numero, proprio a Napoli dove i numeri hanno creato la Smorfia e sono importanti molto più che altrove. Il brasiliano tutte queste cose non le sa, o forse le conosce superficialmente, per lui l’importante è riuscire ad affermarsi nel calcio europeo e in un campionato come la serie A che nel 1996 è ancora il più difficile e forse il più temuto del mondo. Beto, inoltre, non arriva a Napoli come un perfetto sconosciuto o come un calciatore da annoverare fra i classici bidoni che si sono succeduti in Italia dalla riapertura delle frontiere ad inizio anni ottanta: il Napoli lo ha strappato al Botafogo per 6 miliardi di lire, in fondo solo uno e mezzo in meno di quelli sborsati dalla Juventus nella stessa estate per prelevare Zinedine Zidane dal Bordeaux.

E la scelta del Napoli sembra davvero azzeccata: Beto pare avere qualità e caratteristiche da calciatore vero ed importante, un fisico imponente e la capacità di calciare bene con entrambi i piedi. Il brasiliano va in rete già alla quarta giornata, il 29 settembre 1996, con una bordata di sinistro che sbanca Genova e permette al Napoli di battere la Sampdoria, quindi segna ancora il 17 novembre nel 4-2 degli azzurri contro il Perugia, trovando la sua prima gioia al San Paolo. La squadra di Simoni, inoltre, è una delle sorprese del campionato, a dicembre è addirittura al secondo posto della classifica assieme a Vicenza ed Inter, alle spalle della Juventus capolista. Sembra tutto apparecchiato per parlare di due rivelazioni, il Napoli brillante e spensierato che sfida le grandi del campionato e il giovane brasiliano che si è preso la squadra sulle spalle abbinando forza fisica, corsa e diventando il fulcro fra centrocampo ed attacco della compagine partenopea; invece all’arrivo delle vacanze natalizie qualcosa si rompe e rimettere in sesto i cocci sarà molto più complicato del previsto. Beto parte infatti per il Brasile dopo che il Napoli nell’ultima gara dell’anno ha battuto la Lazio grazie ad una rete dell’altro brasiliano Cruz in pieno recupero mandando in visibilio il San Paolo; l’ex Botafogo dovrebbe rientrare in Italia il 31 dicembre ma si ripresenta il 2 gennaio senza avvisare nessuno preventivamente. Si giustificherà dicendo che voleva solo trascorrere il capodanno assieme a parenti e fidanzata, ma Simoni ed il Napoli, pur comprendendo la semplicità dell’errore e la buona fede del calciatore, sono giustamente intransigenti: le regole valgono per tutti, Beto si becca una multa e si accomoda in tribuna per Fiorentina-Napoli del 5 gennaio.

Il comportamento del brasiliano non viene accolto troppo negativamente nè dallo spogliatoio e nè dall’allenatore, in fondo il ragazzo è giovane e qualche errore può ancora permetterselo, anche se a Simoni qualcosa comincia a non tornare, da una parte apprezza la schiettezza di Beto che alla domanda se in Brasile si fosse allenato risponde con candore: “Allenarmi? No, però ho giocato tre partitelle in spiaggia con gli amici”, dall’altra ha paura della superficialità di un atleta che rischia di mandare in frantumi sul nascere una carriera potenzialmente di alto livello. Il 12 gennaio Beto la combina grossa in campo facendosi espellere per un ingenuo ed inutile fallo di mano, lasciando così il Napoli in dieci uomini e costretto alla sconfitta casalinga contro l’Inter. Da lì, sarà un caso, ma il campionato degli azzurri prende una piega pessima e la squadra di Simoni perde posizioni in classifica scivolando progressivamente e pericolosamente nella parte destra della graduatoria; sarà così la Coppa Italia l’unico appiglio dei partenopei in una stagione che pare aver preso una china cupa dopo il brillantissimo avvio. Anche Beto, partito bene, si è lentamente spento, le sue prestazioni sono calate e per il brasiliano anche il posto da titolare è diventato precario, del resto Simoni non può permettersi più errori di quelli già commessi e il Napoli non può certo annaspare nei bassifondi della classifica dopo le premesse iniziali.

In Coppa Italia, nel frattempo, i campani hano raggiunto le semifinali e nella gara di andata a San Siro bloccano l’Inter sul’1-1, un ottimo risultato in vista del ritorno al San Paolo in programma per il 26 febbraio. La sfida si mette però subito in salita per il Napoli, con Javier Zanetti che già nel primo tempo infila la porta azzurra portando in vantaggio l’Inter ed annullando di fatto il prezioso gol in trasferta dell’andata. Il Napoli sembra arrancare e l’Inter, in campo con una inconsueta maglia gialla e nera, gestisce lo 0-1. Uno dei migliori in campo è proprio Beto che grazie alle sue giocate manda in difficoltà la difesa interista, costretta ad affidarsi alle prodezze del portiere Pagliuca e ad una solidità di gruppo che però al minuto 77 viene meno: Beto, il più ispirato del Napoli, aggira la retroguardia nerazzurra con un movimento che gli permette di ricevere palla inserendosi da dietro, evitando il fuorigioco e presentandosi solo davanti a Pagliuca che stavolta nulla può; il Napoli pareggia, il San Paolo esplode e Beto diventa uno degli eroi della serata, assieme a Taglialatela che ai calci di rigore sventerà il tiro dell’interista Paganin e al centrocampista francese Boghossian che metterà dentro dal dischetto la rete del decisivo 5-3 che spedisce il Napoli in finale contro il sorprendente Vicenza di Guidolin.

Ad aprile, però, accade di tutto a Napoli: Simoni inizia ad avere frizioni con Ferlaino che ha scoperto che proprio in concomitanza con la semifinale di Coppa Italia, Massimo Moratti ha convinto l’allenatore a firmare con l’Inter per la stagione successiva. Il presidente incomincia ad essere insofferente nei confronti del tecnico di Crevalcore, gli rimprovera gli altalenanti risultati in campionato e non aspetta che un pretesto vagamente valido per punirlo; e la punizione sarà salatissima perchè proprio a ridosso delle due finali di Coppa Italia col Vicenza e al termine della sconfitta casalinga contro l’Atalanta, Simoni viene esonerato e al suo posto arriva il napoletano doc Vincenzo Montefusco. Sarà lui a guidare il Napoli in finale e non Simoni che aveva costruito quel percorso vincente e lastricato di difficoltà, ma che paga severamente il suo accordo con l’Inter. Beto, nel frattempo, ha chiesto di poter volare un paio di giorni in Brasile per farsi visitare da uno specialista di fiducia dopo un leggero infortunio; tornerà con il solito ritardo, stavolta di una decina di giorni, ed accompagnato dalla fidanzata e da un neonato, un figlio di due mesi del quale nessuno sapeva nulla. Montefusco non gli lascia passare l’ennesima bravata e lo tiene fuori per entrambe le finali: all’andata al San Paolo gli azzurri vincono 1-0 (rete di Fabio Pecchia), ma nella gara di ritorno soccombono ad un arrembante Vicenza che dopo i tempi supplementari travolge un inerme Napoli 3-0, si porta a casa il trofeo e lascia fuori dalle coppe i partenopei che chiuderanno il campionato al dodicesimo posto con 41 punti, appena 4 in più sulla zona retrocessione.

La stagione di Beto termina con un gol, forse il più malinconico nella gara più malinconica del Napoli nella stagione 1996-97: ultima giornata, stranezze del destino, si gioca proprio Napoli-Vicenza e i campani vincono 1-0, rete proprio del brasiliano in un San Paolo con poca voglia di festeggiare fra l’inutilità di una partita di fine campionato e i sorrisini gongolanti del Vicenza fresco di sbornia post Coppa Italia. A luglio a Napoli sbarca Bortolo Mutti, nuovo allenatore azzurro, che nella conferenza stampa di presentazione annuncia: “So che si è parlato molto di un arrivo di Roberto Baggio, ma mi risulta che lui voglia giocare il più possibile vicino a casa sua. Nessun problema, il nostro Baggio sarà Beto”. Fiducia e conferma per il brasiliano che meno di 48 ore dopo le dichiarazioni di Mutti verrà ceduto in patria al Gremio senza mai più tornare in Europa e giocando fino al 2009 sempre in Brasile, salvo un paio di parentesi in Giappone.

Ad oggi, pensare che il Napoli lo abbia preferito a Ronaldinho (considerato per anni il miglior calciatore del mondo) fa quasi sorridere, eppure allora la scelta fu considerata forse anche più saggia di acquistare un sedicenne dall’indiscusso talento ma dai tanti punti interrogativi. Impossibile rispondere alla logica domanda: cosa sarebbe stato del Napoli se avesse scelto Ronaldinho al posto di Beto? Più facile pensare che Beto, con un’altra testa ed una maggior serietà nel lavoro, si sarebbe potuto imporre meglio in Italia ed in Europa, nonostante ancora oggi quell’unica stagione in serie A faccia ugualmente parlare di lui.

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Gli eroi in bianconero: Alfredo FONI

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TUTTOJUVE.COM (Stefano Bedeschi) – Arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio e il primo e unico della sua carriera di Campione, Olimpionico e Mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni oramai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.

La storia juventina di Foni è legata a quello che è definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità; le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.

La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora, per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.

Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».

La 229ª fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del Grande Torino lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto.

Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don. Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.

Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000 lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.

Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala e il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. Ecco cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».

Quattro anni di Serie A e non più di dodici goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto. Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza – ricorda Rava – lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».

L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai Mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava e Andreolo, a salvare la partita grazie alla qualità e calma gelida del suo gioco. E contro il Brasile, si legge, spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava. Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».

Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen a Hitler, dove era il capitano della squadra) e al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria.

La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.

Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò con il Venezia, Serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (Serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff, che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (Mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).

È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.

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Il calcio è un pezzo da Museo

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IL FOGLIO (Matteo Spaziante) – Non avranno i capolavori degli Uffizi o l’imponenza del Colosseo, ma i musei sul calcio si stanno ritagliando un loro spazio anche in Italia, seppur ancora lontani da quelli delle big straniere. I numeri continuano a crescere, a dimostrazione che nel nostro paese piace anche la storia calcistica. Visite in aumento per il Juventus Museum e il San Siro Museum, i due principali luoghi di culto dei tifosi oggi nel nostro paese. Anche se non bastano ancora per entrare nella top 30 dei siti più visitati (secondo il rapporto Mibact 2017), in cui il museo di Capodimonte, trentesimo, ha accolto oltre 230mila turisti. In testa alla classifica il Colosseo (7 milioni) seguito da Pompei (3,3 milioni) e dalle Gallerie degli Uffizi (2,2 milioni). Nel dettaglio, nel 2018 il Juventus Museum ha avuto complessivamente 183.586 visitatori, in crescita rispetto ai 180.932 del 2017, con un totale (dall’inaugurazione fino ai primi di gennaio) di 1.121.455 persone. Numeri che hanno contribuito a far salire i ricavi che di un settore che, insieme ad altre attività commerciali (Accendi una Stella, Membership, Camp, Club Doc) ha permesso alla Juventus di incassare 11,3 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Sono stati invece 165.557 i tifosi che hanno varcato l’ingresso del San Siro Museum nel 2017/2018, in aumento del 3,5 per cento rispetto ai 164.995 del 2016/2017. Chiuso nei giorni di campionato, il museo del Meazza ha avuto durante la stagione 2,4 milioni di euro di ricavi, in leggero aumento rispetto ai 2,3 milioni del bilancio al 30 giugno 2017. Ben al di sotto del milione invece le entrate per quanto riguarda Mondo Milan, il museo dedicato solo al club rossonero nella sede della società, con ricavi per 671mila euro (535mila euro nel 2017). Situazione decisamente diversa all’estero, soprattutto in Spagna, dove Real Madrid e Barcellona sono in grado di gareggiare con le più importanti attrazioni culturali. Basti pensare che il museo dei blaugrana è stato il più visitato di tutta la Catalogna nel corso del 2017/2018 con quasi 2 milioni di visitatori, davanti anche al museo Picasso. Quello dei blancos nella capitale, invece, con 1,3 milioni di turisti è stato “solo” il terzo più visitato a Madrid, dietro a due istituzioni come il museo Reina Sofia (3,8 milioni di visitatori nelle tre sedi nel 2018) e il museo del Prado (2,8 milioni di ingressi). Juventus, Inter e Milan difficilmente potranno combattere con l’arte italiana, ma la strada è già segnata.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 19 gennaio 2019

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Mazzola, 100 anni del primo Valentino

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AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – Dal Quattrocento in poi, a cominciare dal condottiero Cesare Borgia, nella storia italiana c’è sempre stato un “Valentino”. Il primo grande divo del cinema è stato Rodolfo Valentino. E oggi, quando dici Valentino si sottintende il “Dottore”, Rossi, il fenomeno del Motomondiale. Ma in mezzo al ‘900, c’è stato il “primo” Valentino, quello del pallone. Valentino Mazzola, la cui parabola da fuoriclasse si interruppe lassù, assieme al Grande Torino, sulla collina di Superga. Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 uno schianto epocale, un boato che dalla Basilica di Superga risuonò fin sotto la Mole. L’aereo che da Lisbona riportava a Torino la già leggendaria formazione granata del presidente Ferruccio Novo (che non era sull’aereo) e del mister ungherese, Egri Erbstein (ebreo errante scampato alla deportazione nazista ma non a quella tragedia) si sbriciolò in mille pezzi. A bordo del trimotore G212, dopo un viaggio travagliato (iniziato alle 9 del mattino) per la nebbia e la scarsissima visibilità, persero la vita 31 persone: l’intera rosa del Torino, più i dirigenti e i giornalisti al seguito della spedizione per quella che doveva essere una festa: l’addio al calcio di Ferreira, il capitano del Benfica. Vinsero i portoghesi, 4-3, e la partita finì tra gli abbracci e gli scambi di maglie dei giocatori, felici e sudati. Fine della festa e inizio di un incubo atroce che dura da settant’anni. Settant’anni di solitudine e di pellegrinaggi per i tifosi granata che, ogni 4 maggio, salgono a Superga per onorare la memoria di quella squadra dei sogni. La più forte formazione, negli anni ’40, del Vecchio Continente, fiore all’occhiello e poesia del calcio trascritta per l’ultima volta nella Lisbona di Pessoa. Una «Nazionale in maglia granata», pronta a prestare parte dei suoi eroi esemplari alla causa azzurra al Mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo che vide il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino. In Brasile Valentino non ci andò mai, eppure era già un mito, tanto che l’astro nascente José Altafini per il popolo degli stadi brasileri era “Mazzola”. «Se, nella finale di Rio fosse sceso in campo quel numero “10” assieme ai suoi compagni del GrandeTorino, l’Italia (campione del mondo in carica dal 1938) avrebbe vinto il terzo titolo iridato», recita la vox populi da quel maggio del ’49. E ora nel 2019, è anche il centenario della nascita di Valentino Mazzola. Il capitano del Grande Torino dopo Giuseppe Meazza, venne giudicato dagli storici della pedata «il più forte di sempre». Gianni Brera che considerava Peppìn Meazza «il Fòlber» (il calcio puro) scrisse di Valentino Mazzola: «Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner». Il grande Valentino era nato il 26 gennaio del ’19 nel popolare quartiere Ricetto, a Cassano d’Adda. In casa Mazzola cinque figli maschi da sfamare. Così quando il padre perse il lavoro, Valentino, a dieci anni, già lavorava come garzone in un forno e poi operaio nel lanificio locale. Alla domenica gioca con la squadra del Gruppo Sportivo Tresoldi di Cassano. Ma soldi zero. In compenso gol ed emozioni a fiumi. II salto in C con la maglia dell’Alfa Romeo di Milano per il ragazzo che corre veloce sui campi, così come in bici fa altrettanto il suo grande amico e coscritto (classe ’19) Fausto Coppi. Allo scoppio della guerra Valentino si ritrova militare a Venezia e lì, con Loik, inizia la scalata verso l’approdo al Grande Torino e alla Nazionale del tenente degli Alpini, il ct Vittorio Pozzo. Il nuovo trascinatore dei granata non fa mistero che «da bambino tifavo Juventus», e proprio ai bianconeri segna il suo primo gol in granata in un derby (18 ottobre 1942) vinto 5-2. Roba d’altri tempi, certo, come lo scudetto di guerra 1943-’44 perso – ma mai omologato – contro i Vigili del Fuoco di La Spezia in un campionato di guerra in cui il cecchino Mazzola mette a segno 21 gol, secondo solo dietro al bombardiere Silvio Piola (31 reti). Mentre il Silvio delle risaie segna anche ai tedeschi in una partita da Fuga per la vittoria, Valentino alla fine della guerra diventa il simbolo dell’Italia forte e liberata, pronta per affrontare nuovi orizzonti di gloria. Dal 1945 al ’49 il Torino degli invincibili infila una quattro scudetti consecutivi, l’ultimo il quinto personale per Valentino che, nella stagione 1946′- 47, segna anche più di Piola: capocannoniere con 29 gol. La sua corsa sembra inarrestabile. Neppure il gossip (all’epoca si gridava allo «scandalo») poteva frenarlo. Come Coppi, anche Mazzola ha la sua “dama bianca”, Giuseppina Cutrone. La donna che il giorno dello schianto di Superga prese per mano il piccolo Sandro, il primogenito di Valentino (il secondo è Ferruccio, figli avuti dalla prima moglie, Emilia Ranaldi) per strapparlo all’obiettivo dei fotoreporter dei voraci rotocalchi. «La compagna di mio padre mi caricò su un’auto e partimmo da orino, non so per dove… Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino – ha raccontato ad Avvenire Sandro Mazzola -. Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”. Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Orfani, i due figli d’arte del Campione che da Valentino hanno ereditato una valigia (l’unico oggetto personale ritrovato tra i rottami dell’aereo) e il talento. «Sandro lo ha messo a frutto a pieno, io no», ripeteva Ferruccio, è morto nel 2013. Dietro di sé, la cometa Valentino lasciava una scia infinita di rimpianti, due “vedove” (una denuncia di bigamia che gli sarebbe stata recapitata al ritorno da Lisbona) e cuccioli di 7 (Sandrino) e 4 anni (Ferruccio). Due bambini smarriti che a Milano finirono a «contrabbandare sigarette» (racconta Sandro Mazzola) per le strade di Porta Ticinese e a salvarli dalla miseria ci pensò quel burbero buono di “Veleno”, Benito Lorenzi, il generoso attaccante di quell’Inter che fu l’ultima squadra italiana ad incrociare il Grande Torino la domenica prima delle salme. «Io e Sandro eravamo diventati le mascotte dell’Inter di Masseroni e quando vinceva davano anche a noi il premio partita di 5mila lire», aveva scritto Ferruccio nella sua biografia Il terzo incomodo (Bradipolibri) in cui con un pizzico di rabbia cercava di spiegare il vuoto incolmabile lasciato dal padre. Lo stesso vuoto provato da Sandro che, nonostante i grandi successi ottenuti subito al debutto con l’Inter del “Mago” Helenio Herrera, ha solo parzialmente sanato le conseguenze di quell’amore strappato via troppo in fretta. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più… Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni. Mi rivedo a giocare con lui e nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male” ». Quel che fa male è accorgersi che la memoria collettiva troppo spesso è assai corta. «Quando giocai la prima volta contro il Torino, nessun dirigente mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò… eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in suo onore. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato di me, venne con le sue figlie a farmi festa e disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio”. Aveva conservato il mio stipetto». La memoria delle basse forze, solida come quella del geniale Puskas che conservava nitido il ricordo del grande Valentino, e dopo un Real Madrid-Inter andò incontro al giovane Mazzola per stringergli la mano e dirgli: «Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio Scambiamoci la “camiseta”». Cento anni dopo, tra i nipoti di Sandro c’è un Valentino, e la storia, anche quella di cuoio, magari a volte spalanca la porta alla speranza.

Articolo pubblicato su AVVENIRE il 18 gennaio 2019

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