Connect with us

La Penna degli Altri

Amarcord: Beto, il brasiliano che il Napoli preferì a Ronaldinho

Published on

MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) a Chiariamolo subito: parlare a posteriori è sempre più facile, ogni scelta valutata col senno del poi è quella giusta, si fa presto a dire “a saperlo avrei agito così“. Però la storia va raccontata anche per quelle decisioni assunte e che si sono rivelate errate, nonostante validi ragionamenti e buona fede; a Napoli, un esempio simile può rappresentarlo il calciatore brasiliano Beto, vittima suo malgrado di una delle scelte più bizzarre nella storia del calcio.

Nel Napoli che si appresta a vivere la stagione 1996-97 c’è come sempre negli ultimi anni un misto di apprensione per una situazione societaria non brillantissima ed entusiasmo perchè le squadre sin qui costruite hanno dato quasi sempre soddisfazioni alla tifoseria partenopea e raggiunto risultati anche migliori delle più rosee aspettative, come la qualificazione in Coppa Uefa raggiunta al termine del campionato 1993-94 con Marcello Lippi in panchina ed un organico per molti da zona retrocessione. Nell’estate del 1996 a Napoli c’è un nuovo allenatore, Luigi Simoni, reduce sì dalla retrocessione in serie B con la Cremonese, ma anche dai precedenti tre campionati in cui i grigiorossi hanno ottenuto una promozione in serie A e due entusiasmanti salvezze in massima serie grazie alla sapiente guida del tecnico bolognese. Il Napoli gli affida la panchina con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile alla zona Uefa, ben figurare in Coppa Italia e valorizzare al meglio i giovani della rosa che sono tanti e tutti promettenti.

In quella stessa estate, poi, gli osservatori del club campano portano nell’ufficio del presidente Ferlaino due relazioni provenienti entrambe dal Brasile: la prima riguarda un fantasista di 21 anni che gioca nel Botafogo, ha talento ed è da circa un anno nel giro della nazionale verdeoro, convocato anche per la Coppa America del 1995 e che si chiama Beto. La seconda relazione, invece, è su un giovanissimo, un sedicenne coi denti sporgenti, un talento smisurato e colpi da giocoliere che hanno ammaliato chiunque lo abbia visto; il dilemma è grande: da una parte c’è una promessa più matura, già nazionale, più pronto per essere gettato nella mischia fin da subito, dall’altra c’è un ragazzino certamente più talentuoso ma con una carta d’identità da campionato Primavera, con tutti i rischi legati all’ambientamento e alla proverbiale nostalgia brasiliana. Stuzzica molto il piccolo Ronaldinho, ma al Napoli non vogliono rischiare troppo, meglio Beto che pure ha una discreta qualità e che al momento offre più garanzie e può essere impiegato da Simoni immediatamente, inserito fra i titolari e pronto ad essere una delle potenziali rivelazioni della serie A.

Joubert Araujo Martins, detto Beto, classe 1975, sbarca così a Napoli, accolto da un’ovazione del pubblico presente al suo arrivo in aeroporto ed omaggiato con la pesantissima maglia numero 10 che per ogni napoletano è ancora la sacra eredità di Diego Maradona. Napoli non riesce proprio a crescere da quel punto di vista, è legata mani e piedi al ricordo del fuoriclasse argentino, ancora una divinità nel capoluogo campano, un po’ perchè a lui sono associati gli unici trionfi della storia del Napoli, gli scudetti e la Coppa Uefa, un po’ perchè dall’addio travagliato di Maradona i partenopei non hanno vinto più nulla e anzi sono scesi dall’Olimpo del calcio italiano tornando ad essere poco più di una comparsa, vivendo nel ricordo dei bei tempi che furono e sognando che un giorno la maglia numero 10 azzurra possa finire sulle spalle di un altro asso come il Pibe de Oro. Anche Beto non può sfuggire a tale rito: i tifosi lo acclamano, lo abbracciano, per loro quel 10 rappresenta molto più di un numero, proprio a Napoli dove i numeri hanno creato la Smorfia e sono importanti molto più che altrove. Il brasiliano tutte queste cose non le sa, o forse le conosce superficialmente, per lui l’importante è riuscire ad affermarsi nel calcio europeo e in un campionato come la serie A che nel 1996 è ancora il più difficile e forse il più temuto del mondo. Beto, inoltre, non arriva a Napoli come un perfetto sconosciuto o come un calciatore da annoverare fra i classici bidoni che si sono succeduti in Italia dalla riapertura delle frontiere ad inizio anni ottanta: il Napoli lo ha strappato al Botafogo per 6 miliardi di lire, in fondo solo uno e mezzo in meno di quelli sborsati dalla Juventus nella stessa estate per prelevare Zinedine Zidane dal Bordeaux.

E la scelta del Napoli sembra davvero azzeccata: Beto pare avere qualità e caratteristiche da calciatore vero ed importante, un fisico imponente e la capacità di calciare bene con entrambi i piedi. Il brasiliano va in rete già alla quarta giornata, il 29 settembre 1996, con una bordata di sinistro che sbanca Genova e permette al Napoli di battere la Sampdoria, quindi segna ancora il 17 novembre nel 4-2 degli azzurri contro il Perugia, trovando la sua prima gioia al San Paolo. La squadra di Simoni, inoltre, è una delle sorprese del campionato, a dicembre è addirittura al secondo posto della classifica assieme a Vicenza ed Inter, alle spalle della Juventus capolista. Sembra tutto apparecchiato per parlare di due rivelazioni, il Napoli brillante e spensierato che sfida le grandi del campionato e il giovane brasiliano che si è preso la squadra sulle spalle abbinando forza fisica, corsa e diventando il fulcro fra centrocampo ed attacco della compagine partenopea; invece all’arrivo delle vacanze natalizie qualcosa si rompe e rimettere in sesto i cocci sarà molto più complicato del previsto. Beto parte infatti per il Brasile dopo che il Napoli nell’ultima gara dell’anno ha battuto la Lazio grazie ad una rete dell’altro brasiliano Cruz in pieno recupero mandando in visibilio il San Paolo; l’ex Botafogo dovrebbe rientrare in Italia il 31 dicembre ma si ripresenta il 2 gennaio senza avvisare nessuno preventivamente. Si giustificherà dicendo che voleva solo trascorrere il capodanno assieme a parenti e fidanzata, ma Simoni ed il Napoli, pur comprendendo la semplicità dell’errore e la buona fede del calciatore, sono giustamente intransigenti: le regole valgono per tutti, Beto si becca una multa e si accomoda in tribuna per Fiorentina-Napoli del 5 gennaio.

Il comportamento del brasiliano non viene accolto troppo negativamente nè dallo spogliatoio e nè dall’allenatore, in fondo il ragazzo è giovane e qualche errore può ancora permetterselo, anche se a Simoni qualcosa comincia a non tornare, da una parte apprezza la schiettezza di Beto che alla domanda se in Brasile si fosse allenato risponde con candore: “Allenarmi? No, però ho giocato tre partitelle in spiaggia con gli amici”, dall’altra ha paura della superficialità di un atleta che rischia di mandare in frantumi sul nascere una carriera potenzialmente di alto livello. Il 12 gennaio Beto la combina grossa in campo facendosi espellere per un ingenuo ed inutile fallo di mano, lasciando così il Napoli in dieci uomini e costretto alla sconfitta casalinga contro l’Inter. Da lì, sarà un caso, ma il campionato degli azzurri prende una piega pessima e la squadra di Simoni perde posizioni in classifica scivolando progressivamente e pericolosamente nella parte destra della graduatoria; sarà così la Coppa Italia l’unico appiglio dei partenopei in una stagione che pare aver preso una china cupa dopo il brillantissimo avvio. Anche Beto, partito bene, si è lentamente spento, le sue prestazioni sono calate e per il brasiliano anche il posto da titolare è diventato precario, del resto Simoni non può permettersi più errori di quelli già commessi e il Napoli non può certo annaspare nei bassifondi della classifica dopo le premesse iniziali.

In Coppa Italia, nel frattempo, i campani hano raggiunto le semifinali e nella gara di andata a San Siro bloccano l’Inter sul’1-1, un ottimo risultato in vista del ritorno al San Paolo in programma per il 26 febbraio. La sfida si mette però subito in salita per il Napoli, con Javier Zanetti che già nel primo tempo infila la porta azzurra portando in vantaggio l’Inter ed annullando di fatto il prezioso gol in trasferta dell’andata. Il Napoli sembra arrancare e l’Inter, in campo con una inconsueta maglia gialla e nera, gestisce lo 0-1. Uno dei migliori in campo è proprio Beto che grazie alle sue giocate manda in difficoltà la difesa interista, costretta ad affidarsi alle prodezze del portiere Pagliuca e ad una solidità di gruppo che però al minuto 77 viene meno: Beto, il più ispirato del Napoli, aggira la retroguardia nerazzurra con un movimento che gli permette di ricevere palla inserendosi da dietro, evitando il fuorigioco e presentandosi solo davanti a Pagliuca che stavolta nulla può; il Napoli pareggia, il San Paolo esplode e Beto diventa uno degli eroi della serata, assieme a Taglialatela che ai calci di rigore sventerà il tiro dell’interista Paganin e al centrocampista francese Boghossian che metterà dentro dal dischetto la rete del decisivo 5-3 che spedisce il Napoli in finale contro il sorprendente Vicenza di Guidolin.

Ad aprile, però, accade di tutto a Napoli: Simoni inizia ad avere frizioni con Ferlaino che ha scoperto che proprio in concomitanza con la semifinale di Coppa Italia, Massimo Moratti ha convinto l’allenatore a firmare con l’Inter per la stagione successiva. Il presidente incomincia ad essere insofferente nei confronti del tecnico di Crevalcore, gli rimprovera gli altalenanti risultati in campionato e non aspetta che un pretesto vagamente valido per punirlo; e la punizione sarà salatissima perchè proprio a ridosso delle due finali di Coppa Italia col Vicenza e al termine della sconfitta casalinga contro l’Atalanta, Simoni viene esonerato e al suo posto arriva il napoletano doc Vincenzo Montefusco. Sarà lui a guidare il Napoli in finale e non Simoni che aveva costruito quel percorso vincente e lastricato di difficoltà, ma che paga severamente il suo accordo con l’Inter. Beto, nel frattempo, ha chiesto di poter volare un paio di giorni in Brasile per farsi visitare da uno specialista di fiducia dopo un leggero infortunio; tornerà con il solito ritardo, stavolta di una decina di giorni, ed accompagnato dalla fidanzata e da un neonato, un figlio di due mesi del quale nessuno sapeva nulla. Montefusco non gli lascia passare l’ennesima bravata e lo tiene fuori per entrambe le finali: all’andata al San Paolo gli azzurri vincono 1-0 (rete di Fabio Pecchia), ma nella gara di ritorno soccombono ad un arrembante Vicenza che dopo i tempi supplementari travolge un inerme Napoli 3-0, si porta a casa il trofeo e lascia fuori dalle coppe i partenopei che chiuderanno il campionato al dodicesimo posto con 41 punti, appena 4 in più sulla zona retrocessione.

La stagione di Beto termina con un gol, forse il più malinconico nella gara più malinconica del Napoli nella stagione 1996-97: ultima giornata, stranezze del destino, si gioca proprio Napoli-Vicenza e i campani vincono 1-0, rete proprio del brasiliano in un San Paolo con poca voglia di festeggiare fra l’inutilità di una partita di fine campionato e i sorrisini gongolanti del Vicenza fresco di sbornia post Coppa Italia. A luglio a Napoli sbarca Bortolo Mutti, nuovo allenatore azzurro, che nella conferenza stampa di presentazione annuncia: “So che si è parlato molto di un arrivo di Roberto Baggio, ma mi risulta che lui voglia giocare il più possibile vicino a casa sua. Nessun problema, il nostro Baggio sarà Beto”. Fiducia e conferma per il brasiliano che meno di 48 ore dopo le dichiarazioni di Mutti verrà ceduto in patria al Gremio senza mai più tornare in Europa e giocando fino al 2009 sempre in Brasile, salvo un paio di parentesi in Giappone.

Ad oggi, pensare che il Napoli lo abbia preferito a Ronaldinho (considerato per anni il miglior calciatore del mondo) fa quasi sorridere, eppure allora la scelta fu considerata forse anche più saggia di acquistare un sedicenne dall’indiscusso talento ma dai tanti punti interrogativi. Impossibile rispondere alla logica domanda: cosa sarebbe stato del Napoli se avesse scelto Ronaldinho al posto di Beto? Più facile pensare che Beto, con un’altra testa ed una maggior serietà nel lavoro, si sarebbe potuto imporre meglio in Italia ed in Europa, nonostante ancora oggi quell’unica stagione in serie A faccia ugualmente parlare di lui.

Vai all’articolo originale

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La Penna degli Altri

Amarcord: Mario Emilio Boyè, l’attaccante fuggito dall’Italia per colpa della moglie

Published on

MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – […] Mario Emilio Heriberto Boyè nasce a Buenos Aires il 30 luglio 1922, fa l’attaccante esterno, l’ala, anche se il suo fisico e la sua altezza ne potrebbero fare benissimo un perfetto centravanti di sfondamento. […] Fra il 1941 e il 1949 Boyè gioca 190 partite realizzando 108 reti e col Boca conquista anche due titoli nazionali nel 1943 e nel 1944; le sue gesta iniziano a varcare anche i confini sudamericani, non c’è la televisione, non c’è internet, ma ci sono gli occhi degli osservatori, i telefoni, la notizia che in Argentina c’è un attaccante così bravo arriva in Italia, in particolar modo al dirigente del Genoa Mario Tosi che nell’estate del 1949 avvia una difficoltosa ma proficua trattativa col Boca Juniors che porta in Liguria Boyè ed altri due argentini, Alarcon ed Aballay.

Mario Boyè è il colpo del calciomercato estivo italiano: il Genoa lo paga 20 milioni di lire, una cifra esorbitante per l’epoca, candidandosi come una delle pretendenti allo scudetto. L’attaccante argentino si presenta a Genova con la bellissima e giovane moglie Elsa e con la mamma, e per non sentire molto la nostalgia di casa, la famiglia Boyè va a dividere un lussuoso appartamento genovese assieme alle coppie Alarcon ed Aballay. […]

Ma le qualità di Boyè escono presto fuori: la punta sudamericana è intelligente, sveglia, capisce come aggirare le marcature dei rocciosi difensori italiani, prende confidenza coi compagni e con la lingua, poi incomincia a buttarla dentro come un dannato. I tifosi del Genoa ora si spellano le mani per il loro gioiello, sperano che i suoi gol aiutino la squadra rossoblu a risalire in classifica, anche se, a parte Boyè, il resto della formazione non è un granchè e i liguri si staccano velocemente dal vertice della classifica. Al Boyè leader in campo, però, si contrappone quello più timido e taciturno a casa: il calciatore ama la vita tranquilla fuori dal calcio, tutto il contrario della bella moglie che ha un carattere esuberante e che vuole uscire ogni sera, fra locali, vestiti alla moda, feste e cene eleganti. Uno stile di vita che mal si coniuga con l’ambiente genovese, chiuso e ristretto; alla signora Boyè manca la mondanità di Buenos Aires, diventa scontrosa, dice al marito: “En Italia me muero”. L’attaccante argentino la copre di attenzioni e regali, le signore Alarcon e Aballay provano a portarla nei locali più alla moda di Genova o a passeggio sulla costa, ma Elsa Boyè in Italia è sempre più triste.

Ma c’è dell’altro: anche in casa le cose funzionano poco perchè quando Boyè è in ritiro o agli allenamenti, le liti fra sua moglie e sua mamma sono frequenti e non fanno altro che gettare benzina sul fuoco in una situazione già esplosiva. Inoltre, quando il Genoa gioca in trasferta i viaggi sono lunghi, mentre nel campionato argentino la maggior parte delle gare rimaneva circoscritta nei confini di Buenos Aires e in appena due ore dalla fine delle partite, Boyè rincasava, mentre ora spesso rimette piede in casa soltanto il giorno dopo. Elsa Boyè comincia a litigare anche col Genoa dopo che ad inizio dicembre la società convoca in sede tutti i calciatori e la coppia è costretta a rinunciare al già programmato pomeriggio al cinema, lei urla al marito: “In Argentina nessuno si sarebbe permesso una cosa simile, voglio andarmene da qui!”. Lui, che ha un carattere più riflessivo, riesce a calmarla ma sa che la pentola bolle a tal punto che il coperchio non reggerà ancora per molto. […]

La serie A 1949-50 prevede anche un turno di campionato il giorno di Santo Stefano, il Genoa giocherà col Novara e la squadra deve presentarsi al campo di allenamento nel primo pomeriggio del giorno di Natale per il ritiro. Arrivano tutti, ma di Mario Boyè non c’è traccia, è a pranzo al ristorante con la famiglia e si palesa a Nervi (sede del ritiro) solamente intorno alle 18; il club ligure lo multa (25.000 lire), ma l’episodio rientra in fretta poichè il giorno dopo l’argentino sigla la rete del 2-0… […] … il 22 gennaio 1950 il Genoa perde 3-0 in casa della Roma, poi rimane nella capitale per la sera con l’intenzione di ripartire per la Liguria la mattina dopo. Verso le 20 l’intera squadra rossoblu è riunita in albergo per la cena, quando improvvisamente nella portineria dell’hotel si presentano mamma e moglie di Boyè che con armi e bagagli stipati in un taxi intimano al calciatore di andare con loro: “Si torna a Buenos Aires”, dicono le due donne ora alleate. Boyè capisce che deve scegliere fra il Genoa e la famiglia, ci mette un secondo a salutare cordialmente tutti i compagni di squadra e a seguire le sue donne verso l’aeroporto di Ciampino. […]

Mario Emilio Boyè lascia l’Italia dopo appena 6 mesi, 18 presenze e 12 reti, una media ottima per un esordiente in serie A. Le sue prodezze in campo non sono andate di pari passo con la burrascosa vita familiare e con la nostalgia per la vita mondana argentina di sua moglie, accontentata ed anteposta pure alla brillante carriera di calciatore. […] Qualcuno negli anni dirà che il vero motivo per cui l’argentino decise di andarsene dall’Italia fosse la mediocrità del Genoa e le promesse tecniche non mantenute dal presidente rossoblu, mentre le beghe familiari fossero la motivazione marginale dell’addio. Mario Emilio Boyè, chiusa la carriera da giocatore, è diventato allenatore, poi ha aperto a Buenos Aires una pasticceria ed una pizzeria; è morto in Argentina il 21 luglio 1992… […]

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Erbstein, il filosofo prima del filosofo

Published on

Il 14 luglio 1930 Ernesto Egri Erbstein diventa il nuovo allenatore del Cagliari. Mario Fadda, per centotrentuno.com, ne descrive l’uomo e l’allenatore.

CENTOTRENTUNO.COM (Mario Fadda) – […] Vero filosofo del calcio, perfetto conoscitore dell’animo umano e del fisico dei suoi calciatori. Ritorniamo indietro nel tempo fino alla fine degli anni ’20. Erbstein è da poco rientrato dagli Stati Uniti d’America, dove per qualche tempo ha giocato a New York con i Brooklyn Wanderers, in verità egli si trovava negli U.S.A. per via del suo impiego di agente di borsa a Wall Street, ma ai primi sentori della crisi che di lì a breve sarebbe esplosa in tutta la sua drammaticità, decise di rientrare in Europa. Qui dopo una prima annata passata in Puglia, nel 1929-30 passa ad allenare la Nocerina in I Divisione.

[…] Al termine di un combattutissimo campionato il Palermo stacca tutti e conquista la prima piazza, ma a contendersi il secondo posto sono ben 4: il Messina, la Nocerina di Erbstein ed il Foggia chiudono a quota 35, il Cagliari si distacca di appena un punto. Al termine del campionato giunge la svolta, la Nocerina in pieno dissesto economico rinuncia alla I Divisione e così i dirigenti cagliaritani iniziano ad intessere le trattative tese a portare Erbstein in Sardegna. L’accordo viene raggiunto ed Erbstein il 14 luglio 1930 diventa il nuovo allenatore del Cagliari. Naturalmente l’esperto e lungimirante tecnico mitteleuropeo già negli scontri del precedente torneo aveva intravvisto il potenziale rossoblu. Con i suoi accorgimenti la squadra è subito competitiva, ed anche se durante l’inverno 1930 i sardi attraversano una piccola crisi, nella primavera 1931 comincia una cavalcata travolgente che non lascia scampo alle dirette concorrenti per il titolo. Culmine di quell’indimenticabile stagione sarà lo spareggio con la Salernitana per l’accesso alla Serie B. Dopo due aspri scontri il 3 maggio 1931 la squadra di Erbstein conquista la serie cadetta. Seguirà un discreto campionato di Serie B 1931-32, con una salvezza conquistata senza eccessivi affanni, poi anche a Cagliari le finanze cominciano a risentire degli enormi sforzi fatti e nel luglio 1932 Erbstein ritorna a Bari, la sua esperienza sulla panchina biancorossa a dire il vero non sarà proprio esaltante quell’anno, ma avrà modo di rifarsi alla successiva guida della Lucchese. Con i toscani Erbstein conquisterà la Serie B ed a seguire anche una storica promozione in Serie A, con un piazzamento (settimo posto) di tutto rispetto nel 1936-37 e sfornando campioni del calibro di Olivieri, che l’anno successivo sarà Campione del Mondo tra i pali della nazionale italiana. Poi le leggi razziali costringeranno Erbstein a trasferirsi a Torino, questo non basterà perché più tardi dovrà purtroppo lasciare il paese. Ma in quel torneo disputato sotto la Mole, si è guadagnato la totale fiducia del presidente Ferruccio Novo, che proprio a lui, anche in clandestinità, dopo l’avventurosa fuga dal campo di lavoro, si affiderà, tra mille pericoli, per l’acquisto di ogni singolo calciatore che stava andando a comporre la “macchina dei sogni” che poi sarebbe diventato il Torino. Dopo la guerra, il ”Toro” deflagra in tutta la sua armoniosa potenza, i frutti sono sotto gli occhi di tutti. Armonia, potenza e volontà arrestate solo dal fatale terrapieno di Superga […]

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Di Napoli: “Con l’Inter sono stato poco lungimirante…”

Published on

Arturo Di Napoli, Re Artù, racconta passato, presente e futuro della sua carriera, lo fa a ilposticipo.it, di seguito i punti per noi più salienti.

[…] Ai miei tempi se eri nel settore giovanile, prima di esordire o di fare qualche apparizione in prima squadra ne passava di tempo. Oggi invece è cambiato tutto e ci sono metodologie diverse. 

[…] Napoli è una città affamata di calcio, il popolo napoletano è straordinario. Vorrei cambiare molte cose delle mie stagioni: all’epoca non ero propenso ai sacrifici, avevo una testa completamente diversa da quella di oggi. Mi sono tolto le mie soddisfazioni, ho fatto più di 300 presenze in A, ma col senno di poi cambierei qualcosa nel mio atteggiamento. Al primo anno a Napoli sono stato allenato da Vujadin Boskov: nel calcio di oggi manca un personaggio che sdrammatizzi le situazioni come sapeva fare lui. Nel 1996-97 è arrivato Gigi Simoni, ma a gennaio ho lasciato Napoli per andare all’Inter.

[…] nel 1997-98 è arrivato Ronaldo e l’Inter mi ha chiesto di fare la quinta punta, ma io avevo voglia di giocare e ho scelto di andare altrove. Sono stato poco lungimirante, avrei dovuto accettare la proposta che mi era stata fatta da Oriali all’epoca. Poi nel 1999-2000 sono andato a titolo definitivo al Piacenza con Simoni.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

Newsletter

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: