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La Penna degli Altri

Amarcord: il Rimini ai piedi della serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Nessuno ne parlava, eppure la speranza esisteva. Nessuno diceva quella parola, eppure il sogno era presente. Inutile nasconderlo, però: a Rimini, in quel forse irripetibile anno 2007, la serie A l’hanno inseguita davvero, fra attese, aspettative, desideri ed un’illusione durata poco ma abbastanza per entrare nel libro dei ricordi romantici del calcio.

Per parlare del più bel Rimini della storia occorre partire da un antefatto, ovvero dall’incredibile ed impronosticabile promozione dalla serie C1 dell’anno 2004-2005. I romagnoli, iscritti al girone B, affrontano un campionato complesso, affidati alle cure della guida tecnica di Leonardo Acori, allenatore in grado di formare un gruppo solido, unito e tecnicamente valido, ma che nessuno ad inizio stagione riesce a vedere come pretendente alla vittoria finale. Anche in città, nonostante il tifo e la passione, i tifosi biancorossi credono al massimo in una qualificazione ai playoff, del resto in un campionato con Napoli, Avellino, Sambenedettese, Foggia, Padova e Reggiana le speranze del Rimini sembrano ridotte al minimo, così come il sogno di riconquistare la serie B, assaporata per la prima volta nel 1976 e persa poi definitivamente nel 1982. La cavalcata dei romagnoli è invece una marcia trionfale, nonostante le rivali e a dispetto di un organico inferiore alle altre che forse sottovalutano quella squadra impertinente e perfettamente organizzata; le difficoltà di un Napoli inizialmente incapace di calarsi nella piccola dimensione della terza serie e i risultati altalenanti dell’Avellino portano il Rimini in testa alla classifica, poi il pareggio nello scontro diretto con gli irpini consegna virtualmente la promozione ai biancorossi di Acori che vincono il campionato con 70 punti, 6 in più dell’Avellino e ben 9 rispetto al Napoli, un risultato inaspettato ma assolutamente meritato per la compagine romagnola.

Il ritorno in serie B dopo 23 anni viene accolto dalla città e dalla tifoseria come una festa, anche se ora alla società si chiede lo sforzo di conservare quella categoria attesa così a lungo e che ora nessuno vuole perdere in un battito di ciglia. Il presidente Vincenzo Bellavista conferma sia Acori che lo zoccolo duro che ha conquistato la promozione, consapevole che il gruppo sia solido e che per ben figurare anche in serie B non sia necessario operare rivoluzioni, ma bastino un paio di colpi giusti che modellino l’organico. In attacco c’è il giovane Sergio Floccari che di gol non ne fa molti ma lavora per la squadra e per l’inserimento dei centrocampisti e del fantasista argentino Adrian Ricchiuti, l’anima della formazione romagnola, il simbolo e l’uomo di maggior talento, oltre che il goleador della compagine di Acori. Il campionato 2005-2006 del Rimini inizia col pareggio per 1-1 in casa contro il Modena il 4 settembre 2005 nel giorno del ritorno della squadra in serie B allo stadio Romeo Neri che accoglie i propri beniamini dopo 23 anni di trepidante attesa, mentre la prima vittoria giunge 6 giorni dopo, sempre in casa, grazie al successo per 4-2 sul Catanzaro con rimonta dopo l’iniziale 2-0 dei calabresi. Alla fine del girone d’andata il Rimini è in piena zona playoff, ha vinto gare importanti contro Torino e Brescia, sembra essersi calato perfettamente nell’atmosfera del torneo cadetto, nonostante sia una matricola composta per lo più da calciatori che fino all’anno prima militavano in serie C. Nel girone di ritorno, però, complice anche un calo fisico, la squadra di Acori entra in un tunnel che la vede incapace di conquistare vittorie per 14 gare di fila con 9 pareggi e 5 ko, e che fa sprofondare i biancorossi in zona retrocessione; il liberatorio successo contro il Crotone ed il pareggio di Vicenza dell’ultima giornata permettono ai romagnoli di acciuffare la salvezza diretta con 48 punti, appena 2 sopra la zona playout, in fondo il risultato che tutti speravano fin dall’avvio della stagione.

Nell’estate del 2006, smaltita la sbornia per il successo dell’Italia ai mondiali tedeschi, Rimini si appresta a vivere il secondo campionato consecutivo in serie B e la società è chiara sin da subito: stavolta le ambizioni possono essere superiori ad una semplice salvezza, anche se la serie B 2006-2007 sarà un campionato anomalo con la Juventus retrocessa per i fatti di Calciopoli, il Napoli, il Genoa, il Verona ed il Bologna. La squadra viene rifondata, l’attacco potenziato dagli arrivi del brasiliano Jeda e di un giovane cannoniere di belle speranze come Alessandro Matri, proveniente dal settore giovanile del Milan e da molti considerato una delle migliori promesse del calcio italiano; a centrocampo c’è un’autentica diga grazie al roccioso mediano ghanese Ahmed Barusso, uno che senza gravissimi infortuni avrebbe potuto sognare una carriera ad alti livelli. L’esordio in campionato è da brividi perchè alla prima giornata al Neri arriva la Juventus, il debutto che nessuno a Rimini avrebbe voluto ma che, in fondo, forse tutti speravano; lo stadio è pieno, a dir poco, e tanti sono anche i sostenitori juventini, giunti da tutta l’Emilia Romagna. E’ il 9 settembre 2006, una data che in Italia nessuno potrà mai dimenticare perchè coincide con la prima partita della Juventus in serie B, evento incredibile, unico, irripetibile; il Rimini sa che tutto il paese, forse tutta Europa, guarda con curiosità quella partita, sa che pian piano ci si abituerà a vedere la Juve in B, ma che quel debutto rimarrà negli annali e nessuno lo dimenticherà, per cui esporsi a brutte figure significherebbe rimanere nella storia come chi si è fatto umiliare dalla Juventus alla prima giornata. No, Acori non ci sta e schiera una squadra battagliera, consapevole anche che l’esordio potrebbe stordire una Juve non ancora al 100% e totalmente all’oscuro di cosa sia la serie B. I bianconeri segnano al 60′ con il centrocampista Paro e tutto lascia presagire al primo successo juventino, ma appena un quarto d’ora dopo Ricchiuti approfitta di un buco della difesa avversaria per lanciarsi verso l’area palla al piede e battere Buffon: 1-1 e a Rimini è andato col sedere per terra il portiere della Nazionale campione del mondo.

E’ un debutto coi fiocchi quello del Rimini, sarà un po’ lo specchio di un campionato che porterà i biancorossi a sognare molto più in grande di quanto sperato. Dopo il pari con la Juventus, la squadra di Acori si ritrova ad affrontare in serie altre gare assai complicate ed esce dal tour de force con la consapevolezza di potersela giocare con qualsiasi avversario: a Genova, infatti, i romagnoli cadono solo di misura, mentre a Bologna arriva un successo per 3-1 che apre gli occhi della serie B su quella squadra capace di giocare un calcio organizzato e piacevole. Anche a Napoli il Rimini perde solo di misura, ma le successive vittorie contro Lecce, Brescia e Crotone rilanciano le ambizioni degli adriatici che fra novembre e dicembre toccano l’apice: il 18 novembre battono 3-0 un Verona in caduta libera, annichilito dalla facilità di gioco e di gol di un Rimini imprendibile, mentre il 2 dicembre la formazione di Acori sale alla ribalta grazie al clamoroso 5-0 ottenuto a Pescara. E’ il preludio al sogno che si concretizza dopo il successo per 2-0 sul Piacenza e il pareggio 2-2 a Bari: è il 22 dicembre 2006 quando i romagnoli superano in casa 2-1 lo Spezia con reti di Jeda su calcio di rigore e Valiani. Alla fine della giornata, guardando i risultati delle altre partite, i tifosi riminesi non riescono a credere ai propri occhi: la classifica li vede in testa con 33 punti alla pari del Piacenza; è la prima volta nella storia del Rimini, in molti fotografano ed incorniciano la pagina del televideo con la classifica, consci di essere di fronte ad un momento storico. Forse non durerà, forse il Rimini non terminerà il campionato al primo posto, ma val la pena vivere quel momento di gloria ed entusiasmo, oltre ad avere la ragionevole certezza che almeno per gli spareggi promozione la squadra di Acori potrà essere presente con tutte le carte in regola per stupire fino in fondo.

Stavolta non c’è il crollo dell’anno prima, anche se il Rimini perde subito la prima posizione dopo il pesante ko di Arezzo (4-1) ed inizia a zoppicare in trasferta dove viene sconfitto anche a Mantova e a Frosinone. Juventus e Napoli hanno nel frattempo preso il largo e i primi due posti sembrano assegnati; la lotta per i playoff, però, resta viva con diverse squadre a giocarsi l’accesso agli spareggi, Rimini compreso. Il pareggio per 0-0 in casa della Juventus il 17 aprile rende il Rimini una delle poche squadre imbattute contro i bianconeri, mentre l’1-1 di Piacenza scontenta tutti perchè in serie B inizia a serpeggiare un atroce timore, ovvero che si possa concretizzare il rischio che fra il Genoa terzo in classifica e la quarta posizione possa esserci un distacco di 10 punti che, regolamento alla mano, spedirebbe direttamente in A i liguri ed annullerebbe la disputa dei playoff. Le ultime tre settimane di campionato sono un inferno per il Rimini: il 21 maggio, due giorni dopo il rocambolesco successo dei biancorossi 4-3 a La Spezia, muore all’improvviso il presidente Bellavista, l’artefice del tanto sospirato ritorno in B, un uomo (prima ancora che un presidente) che a Rimini tutti hanno amato. Poi, l’ultimo successo in campionato della squadra di Acori, l’inutile 2-1 inflitto al Mantova che permette ai romagnoli di chiudere al quinto posto della classifica con 67 punti, ottenere così il miglior risultato della loro storia, ma che li lascia clamorosamente fuori dai playoff perchè lo 0-0 fra Genoa e Napoli manda entrambe a braccetto in serie A con i rossoblu che conservano 10 punti sul quarto posto del Piacenza, togliendo al campionato la coda degli spareggi.

La delusione è forte a Rimini, così come la paura di non saper ripartire dopo una stagione andata forse oltre le previsioni ed una società tutta da riorganizzare. Alla guida della squadra resta Leonardo Acori, mentre Matri torna al Milan e Barusso è ceduto alla Roma; a Rimini vengono così accolti il centravanti Vantaggiato e la talentuosa mezz’ala La Camera, con la speranza di ripetere, almeno in parte, la bella annata precedente. Acori si supera: la sua squadra nel campionato 2007-2008 batte il record di punti dell’anno prima (69 contro 67), all’inizio del girone di ritorno, fra il 2 ed il 23 febbraio, ottiene 5 vittorie consecutive contro Bari, Treviso e Modena in trasferta e contro Ascoli e Grosseto in casa. Tutto lascia presagire ad un Rimini in grado di riprendersi ciò che il regolamento gli ha tolto l’anno prima, ma anche stavolta ecco la beffa sul filo di lana: i 69 punti finali non bastano per accedere ai playoff, perchè il Pisa di Ventura fa ancora meglio, ne incamera 71 ed acciuffa la sesta posizione, l’ultima valida per l’ingresso agli spareggi. E’ la fine del sogno a Rimini, stavolta davvero: Acori va via dopo 6 anni superlativi, al suo posto viene promosso il vice Elvio Selighini, chiamato al durissimo compito di tenere in alto una compagine che sembra invece aver ormai detto tutto e inevitabilmente alla fine di un ciclo eccezionale e forse irripetibile. Il campionato 2008-2009 del Rimini è una sorta di calvario, la squadra relegata nei bassifondi dopo un avvio anche abbastanza promettente, ma con la cessione a gennaio del bomber Vantaggiato (autore di ben 13 reti), mal sostituito dall’acquisto di Paponi e Matteini che in due non segneranno neanche un gol. L’esonero di Selighini ad aprile e l’arrivo in panchina del più esperto Guido Carboni sono il preludio a quanto di peggio possa accadere in Romagna.

Alla vigilia dell’ultima giornata di campionato, il Rimini gioca una sorta di spareggio salvezza in casa del Cittadella dopo aver mancato l’occasione di centrare la permanenza matematica in B facendosi raggiungere sull’1-1 dal Pisa al 93′: pareggio o vittoria garantirebbero ai romagnoli la salvezza, mentre una sconfitta li obbligherebbe quasi certamente alla disputa dei playout. Sin da subito si capisce che il Rimini ha paura, il Cittadella, viceversa, ha poco da perdere e si butta anima e corpo nella gara andando in rete due volte nella ripresa e trovando la vittoria che condanna i biancorossi, a causa anche del concomitante successo del Modena con la Triestina, ai playout dove troveranno l’Ancona. Il Rimini è favorito, poichè quint’ultimo e con a disposizione dunque anche due pareggi per garantirsi la salvezza; la gara di andata ad Ancona avvicina ancor di più i romagnoli al traguardo, perchè l’1-1 finale costringe i marchigiani all’impresa nella partita di ritorno che il 13 giugno 2009 mette in palio l’ultima àncora di salvezza per non finire in serie C. Il Rimini è nervoso, sente tanto, troppo quella partita ed ha paura di osare, consapevole anche che lo 0-0 è sufficiente per rimanere in serie B. L’Ancona se ne sta lì ad aspettare, sembra un serpente paralizzato che attende solo il momento giusto per colpire; e il serpente colpisce per davvero: al 78′ il centravanti anconitano Salvatore Mastronunzio, soprannominato vipera, infila di testa la porta riminese per lo 0-1 che vale un’intera stagione.

L’Ancona capovolge tutto, il Rimini non ha la forza di reagire, butta palloni in avanti a casaccio, ma tanto i suoi attaccanti non ne azzeccano una, per cui alla difesa marchigiana viene fatto appena il solletico. Il fischio finale dell’arbitro sancisce non solo la retrocessione in serie C del Rimini dopo 4 anni, ma anche la fine di un’era, la più gloriosa nella storia riminese che per un attimo ha sognato anche la serie A, sbattendo per due volte contro un muro, quei playoff che si sono sgretolati fra le mani di un popolo mai stato così vicino all’Olimpo del calcio. Sarà per un’altra volta e per un’altra storia. Forse.

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Socrates, il dottore democratico

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CORRIEREDELLOSPORT.IT – Era alto quasi due metri, ma calzava un 38 scarso. Due piedi piccoli, che però esprimevano un grande calcio, spettacoloso ed efficace. Aveva ricevuto un numero imprecisato di soprannomi, il più bello è stato senza dubbio “il colpo di tacco che la palla chiese a Dio”. Troppo lungo, meglio il Dottore, visto che era laureato in pediatria, anche se non eserciterà mai la professione. Aveva tre passioni: due, il calcio e la politica, lo consegneranno alla storia, un altro, l’alcool, lo porterà via da questa mondo. Aveva un carisma senza eguali, perché altrimenti non saresti potuto essere il protagonista del più grande esperimento sociologico della storia del pallone. Si chiamava Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Ma anche qui, un’abbreviazione ci viene in soccorso: Socrates.

IN BRASILE. Questo giovane riccioluto brasiliano però non nasce nell’hinterland di Atene come il suo famoso omonimo greco, bensì a Belém, estremo nord del Brasile, il 19 febbraio 1954. Suo padre era un uomo di sinistra, avido lettore di testi proibiti durante gli anni della dittatura militare. L’educazione ricevuta dal giovane Socrates si farà sentire qualche anno dopo. Nel frattempo lui cresce a Riberao Preto, stato di San Paolo, dove gioca, e bene, nel Botafogo (solo omonimo del blasonato club del Paraiba). È un interno di centrocampo, possiede un’intelligenza calcistica fuori dal comune, e inoltre segna più di un centinaio di gol in quattro anni, un numero enorme per un non attaccante. Uno come lui deve giocare in una grande squadra. L’opportunità arriva tardi, quando ha già 24 anni, ma sarà un’esperienza irripetibile.

“A DEMOCRACIA”. Nel 1978 approda al Corinthians, la squadra del ceto popolare di San Paolo e la seconda più amata in Brasile dopo il Flamengo. Il primo anno vince subito il campionato paulista, ma l’anno da ricordare è il 1981. Il Corinthians viene da una stagione fallimentare, e come direttore tecnico viene scelto un sociologo, Adìlson Monteiro Alves. Alves individua i giocatori che condividono le sue stesse idee politiche – e sono tanti, oltre a Socrates: Casagrande, Zenon, Wladimir – e dà vita alla “Democracia Corinthiana”. Il club si autogestisce: nessun allenatore, comandano i giocatori, ma al momento di prendere delle decisioni si va al voto, naturalmente democratico. Partecipano tutti: il parere del magazziniere vale come quello del presidente. È un esperimento rivoluzionario. Nel calcio di oggi non potrebbe esistere, negli anni ’80 produce la vittoria di altri due scudetti. La Democracia Corinthiana “rischia” di spingersi oltre. Inizia a fare breccia nelle idee della gente, tenta di soverchiare lo status quo della dittatura militare. Socrates è il più coinvolto di tutti. «Se il prossimo presidente del Brasile verrà eletto direttamente dal popolo e non dal parlamento come vuole la dittatura, sono pronto a rifiutare il trasferimento in Europa». Il sogno politico però si interrompe lì, e Socrates in Europa ci va. Se lo aggiudica la Fiorentina. Perché nel frattempo, anche noi italiani abbiamo conosciuto le sue qualità.

L’ADDIO. Ce lo siamo trovati di fronte il 5 luglio del 1982, quando la stella di Paolo Rossi eliminò dal Mundial spagnolo una delle più forti nazionali brasiliane di tutti i tempi. Socrates era il faro di quella squadra, segnò anche a Zoff il gol dell’1-1. A Firenze un amore non sbocciato. Rimase solo una stagione, 1984-85, 25 partite, 6 reti, mai entrato negli schemi dei viola allenati da De Sisti e Valcareggi. Tornerà in Brasile, al Flamengo e al Santos, e si rimetterà in gioco nel 2004 in Inghilterra, al Garforth Town, a 50 anni. Sette anni dopo, l’ennesima birra gli giocherà un brutto scherzo, e un’infezione intestinale gli sarà fatale. Mentre sta per andare via, il suo Corinthians scende in campo contro i rivali del Palmeiras. Al fischio finale, saranno campioni per la quinta volta nella loro storia. I giocatori festeggiano con braccio destro alto e pugno chiuso. Inutile specificare a chi si sono ispirati.

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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