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La Penna degli Altri

Amarcord: il Rimini ai piedi della serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Nessuno ne parlava, eppure la speranza esisteva. Nessuno diceva quella parola, eppure il sogno era presente. Inutile nasconderlo, però: a Rimini, in quel forse irripetibile anno 2007, la serie A l’hanno inseguita davvero, fra attese, aspettative, desideri ed un’illusione durata poco ma abbastanza per entrare nel libro dei ricordi romantici del calcio.

Per parlare del più bel Rimini della storia occorre partire da un antefatto, ovvero dall’incredibile ed impronosticabile promozione dalla serie C1 dell’anno 2004-2005. I romagnoli, iscritti al girone B, affrontano un campionato complesso, affidati alle cure della guida tecnica di Leonardo Acori, allenatore in grado di formare un gruppo solido, unito e tecnicamente valido, ma che nessuno ad inizio stagione riesce a vedere come pretendente alla vittoria finale. Anche in città, nonostante il tifo e la passione, i tifosi biancorossi credono al massimo in una qualificazione ai playoff, del resto in un campionato con Napoli, Avellino, Sambenedettese, Foggia, Padova e Reggiana le speranze del Rimini sembrano ridotte al minimo, così come il sogno di riconquistare la serie B, assaporata per la prima volta nel 1976 e persa poi definitivamente nel 1982. La cavalcata dei romagnoli è invece una marcia trionfale, nonostante le rivali e a dispetto di un organico inferiore alle altre che forse sottovalutano quella squadra impertinente e perfettamente organizzata; le difficoltà di un Napoli inizialmente incapace di calarsi nella piccola dimensione della terza serie e i risultati altalenanti dell’Avellino portano il Rimini in testa alla classifica, poi il pareggio nello scontro diretto con gli irpini consegna virtualmente la promozione ai biancorossi di Acori che vincono il campionato con 70 punti, 6 in più dell’Avellino e ben 9 rispetto al Napoli, un risultato inaspettato ma assolutamente meritato per la compagine romagnola.

Il ritorno in serie B dopo 23 anni viene accolto dalla città e dalla tifoseria come una festa, anche se ora alla società si chiede lo sforzo di conservare quella categoria attesa così a lungo e che ora nessuno vuole perdere in un battito di ciglia. Il presidente Vincenzo Bellavista conferma sia Acori che lo zoccolo duro che ha conquistato la promozione, consapevole che il gruppo sia solido e che per ben figurare anche in serie B non sia necessario operare rivoluzioni, ma bastino un paio di colpi giusti che modellino l’organico. In attacco c’è il giovane Sergio Floccari che di gol non ne fa molti ma lavora per la squadra e per l’inserimento dei centrocampisti e del fantasista argentino Adrian Ricchiuti, l’anima della formazione romagnola, il simbolo e l’uomo di maggior talento, oltre che il goleador della compagine di Acori. Il campionato 2005-2006 del Rimini inizia col pareggio per 1-1 in casa contro il Modena il 4 settembre 2005 nel giorno del ritorno della squadra in serie B allo stadio Romeo Neri che accoglie i propri beniamini dopo 23 anni di trepidante attesa, mentre la prima vittoria giunge 6 giorni dopo, sempre in casa, grazie al successo per 4-2 sul Catanzaro con rimonta dopo l’iniziale 2-0 dei calabresi. Alla fine del girone d’andata il Rimini è in piena zona playoff, ha vinto gare importanti contro Torino e Brescia, sembra essersi calato perfettamente nell’atmosfera del torneo cadetto, nonostante sia una matricola composta per lo più da calciatori che fino all’anno prima militavano in serie C. Nel girone di ritorno, però, complice anche un calo fisico, la squadra di Acori entra in un tunnel che la vede incapace di conquistare vittorie per 14 gare di fila con 9 pareggi e 5 ko, e che fa sprofondare i biancorossi in zona retrocessione; il liberatorio successo contro il Crotone ed il pareggio di Vicenza dell’ultima giornata permettono ai romagnoli di acciuffare la salvezza diretta con 48 punti, appena 2 sopra la zona playout, in fondo il risultato che tutti speravano fin dall’avvio della stagione.

Nell’estate del 2006, smaltita la sbornia per il successo dell’Italia ai mondiali tedeschi, Rimini si appresta a vivere il secondo campionato consecutivo in serie B e la società è chiara sin da subito: stavolta le ambizioni possono essere superiori ad una semplice salvezza, anche se la serie B 2006-2007 sarà un campionato anomalo con la Juventus retrocessa per i fatti di Calciopoli, il Napoli, il Genoa, il Verona ed il Bologna. La squadra viene rifondata, l’attacco potenziato dagli arrivi del brasiliano Jeda e di un giovane cannoniere di belle speranze come Alessandro Matri, proveniente dal settore giovanile del Milan e da molti considerato una delle migliori promesse del calcio italiano; a centrocampo c’è un’autentica diga grazie al roccioso mediano ghanese Ahmed Barusso, uno che senza gravissimi infortuni avrebbe potuto sognare una carriera ad alti livelli. L’esordio in campionato è da brividi perchè alla prima giornata al Neri arriva la Juventus, il debutto che nessuno a Rimini avrebbe voluto ma che, in fondo, forse tutti speravano; lo stadio è pieno, a dir poco, e tanti sono anche i sostenitori juventini, giunti da tutta l’Emilia Romagna. E’ il 9 settembre 2006, una data che in Italia nessuno potrà mai dimenticare perchè coincide con la prima partita della Juventus in serie B, evento incredibile, unico, irripetibile; il Rimini sa che tutto il paese, forse tutta Europa, guarda con curiosità quella partita, sa che pian piano ci si abituerà a vedere la Juve in B, ma che quel debutto rimarrà negli annali e nessuno lo dimenticherà, per cui esporsi a brutte figure significherebbe rimanere nella storia come chi si è fatto umiliare dalla Juventus alla prima giornata. No, Acori non ci sta e schiera una squadra battagliera, consapevole anche che l’esordio potrebbe stordire una Juve non ancora al 100% e totalmente all’oscuro di cosa sia la serie B. I bianconeri segnano al 60′ con il centrocampista Paro e tutto lascia presagire al primo successo juventino, ma appena un quarto d’ora dopo Ricchiuti approfitta di un buco della difesa avversaria per lanciarsi verso l’area palla al piede e battere Buffon: 1-1 e a Rimini è andato col sedere per terra il portiere della Nazionale campione del mondo.

E’ un debutto coi fiocchi quello del Rimini, sarà un po’ lo specchio di un campionato che porterà i biancorossi a sognare molto più in grande di quanto sperato. Dopo il pari con la Juventus, la squadra di Acori si ritrova ad affrontare in serie altre gare assai complicate ed esce dal tour de force con la consapevolezza di potersela giocare con qualsiasi avversario: a Genova, infatti, i romagnoli cadono solo di misura, mentre a Bologna arriva un successo per 3-1 che apre gli occhi della serie B su quella squadra capace di giocare un calcio organizzato e piacevole. Anche a Napoli il Rimini perde solo di misura, ma le successive vittorie contro Lecce, Brescia e Crotone rilanciano le ambizioni degli adriatici che fra novembre e dicembre toccano l’apice: il 18 novembre battono 3-0 un Verona in caduta libera, annichilito dalla facilità di gioco e di gol di un Rimini imprendibile, mentre il 2 dicembre la formazione di Acori sale alla ribalta grazie al clamoroso 5-0 ottenuto a Pescara. E’ il preludio al sogno che si concretizza dopo il successo per 2-0 sul Piacenza e il pareggio 2-2 a Bari: è il 22 dicembre 2006 quando i romagnoli superano in casa 2-1 lo Spezia con reti di Jeda su calcio di rigore e Valiani. Alla fine della giornata, guardando i risultati delle altre partite, i tifosi riminesi non riescono a credere ai propri occhi: la classifica li vede in testa con 33 punti alla pari del Piacenza; è la prima volta nella storia del Rimini, in molti fotografano ed incorniciano la pagina del televideo con la classifica, consci di essere di fronte ad un momento storico. Forse non durerà, forse il Rimini non terminerà il campionato al primo posto, ma val la pena vivere quel momento di gloria ed entusiasmo, oltre ad avere la ragionevole certezza che almeno per gli spareggi promozione la squadra di Acori potrà essere presente con tutte le carte in regola per stupire fino in fondo.

Stavolta non c’è il crollo dell’anno prima, anche se il Rimini perde subito la prima posizione dopo il pesante ko di Arezzo (4-1) ed inizia a zoppicare in trasferta dove viene sconfitto anche a Mantova e a Frosinone. Juventus e Napoli hanno nel frattempo preso il largo e i primi due posti sembrano assegnati; la lotta per i playoff, però, resta viva con diverse squadre a giocarsi l’accesso agli spareggi, Rimini compreso. Il pareggio per 0-0 in casa della Juventus il 17 aprile rende il Rimini una delle poche squadre imbattute contro i bianconeri, mentre l’1-1 di Piacenza scontenta tutti perchè in serie B inizia a serpeggiare un atroce timore, ovvero che si possa concretizzare il rischio che fra il Genoa terzo in classifica e la quarta posizione possa esserci un distacco di 10 punti che, regolamento alla mano, spedirebbe direttamente in A i liguri ed annullerebbe la disputa dei playoff. Le ultime tre settimane di campionato sono un inferno per il Rimini: il 21 maggio, due giorni dopo il rocambolesco successo dei biancorossi 4-3 a La Spezia, muore all’improvviso il presidente Bellavista, l’artefice del tanto sospirato ritorno in B, un uomo (prima ancora che un presidente) che a Rimini tutti hanno amato. Poi, l’ultimo successo in campionato della squadra di Acori, l’inutile 2-1 inflitto al Mantova che permette ai romagnoli di chiudere al quinto posto della classifica con 67 punti, ottenere così il miglior risultato della loro storia, ma che li lascia clamorosamente fuori dai playoff perchè lo 0-0 fra Genoa e Napoli manda entrambe a braccetto in serie A con i rossoblu che conservano 10 punti sul quarto posto del Piacenza, togliendo al campionato la coda degli spareggi.

La delusione è forte a Rimini, così come la paura di non saper ripartire dopo una stagione andata forse oltre le previsioni ed una società tutta da riorganizzare. Alla guida della squadra resta Leonardo Acori, mentre Matri torna al Milan e Barusso è ceduto alla Roma; a Rimini vengono così accolti il centravanti Vantaggiato e la talentuosa mezz’ala La Camera, con la speranza di ripetere, almeno in parte, la bella annata precedente. Acori si supera: la sua squadra nel campionato 2007-2008 batte il record di punti dell’anno prima (69 contro 67), all’inizio del girone di ritorno, fra il 2 ed il 23 febbraio, ottiene 5 vittorie consecutive contro Bari, Treviso e Modena in trasferta e contro Ascoli e Grosseto in casa. Tutto lascia presagire ad un Rimini in grado di riprendersi ciò che il regolamento gli ha tolto l’anno prima, ma anche stavolta ecco la beffa sul filo di lana: i 69 punti finali non bastano per accedere ai playoff, perchè il Pisa di Ventura fa ancora meglio, ne incamera 71 ed acciuffa la sesta posizione, l’ultima valida per l’ingresso agli spareggi. E’ la fine del sogno a Rimini, stavolta davvero: Acori va via dopo 6 anni superlativi, al suo posto viene promosso il vice Elvio Selighini, chiamato al durissimo compito di tenere in alto una compagine che sembra invece aver ormai detto tutto e inevitabilmente alla fine di un ciclo eccezionale e forse irripetibile. Il campionato 2008-2009 del Rimini è una sorta di calvario, la squadra relegata nei bassifondi dopo un avvio anche abbastanza promettente, ma con la cessione a gennaio del bomber Vantaggiato (autore di ben 13 reti), mal sostituito dall’acquisto di Paponi e Matteini che in due non segneranno neanche un gol. L’esonero di Selighini ad aprile e l’arrivo in panchina del più esperto Guido Carboni sono il preludio a quanto di peggio possa accadere in Romagna.

Alla vigilia dell’ultima giornata di campionato, il Rimini gioca una sorta di spareggio salvezza in casa del Cittadella dopo aver mancato l’occasione di centrare la permanenza matematica in B facendosi raggiungere sull’1-1 dal Pisa al 93′: pareggio o vittoria garantirebbero ai romagnoli la salvezza, mentre una sconfitta li obbligherebbe quasi certamente alla disputa dei playout. Sin da subito si capisce che il Rimini ha paura, il Cittadella, viceversa, ha poco da perdere e si butta anima e corpo nella gara andando in rete due volte nella ripresa e trovando la vittoria che condanna i biancorossi, a causa anche del concomitante successo del Modena con la Triestina, ai playout dove troveranno l’Ancona. Il Rimini è favorito, poichè quint’ultimo e con a disposizione dunque anche due pareggi per garantirsi la salvezza; la gara di andata ad Ancona avvicina ancor di più i romagnoli al traguardo, perchè l’1-1 finale costringe i marchigiani all’impresa nella partita di ritorno che il 13 giugno 2009 mette in palio l’ultima àncora di salvezza per non finire in serie C. Il Rimini è nervoso, sente tanto, troppo quella partita ed ha paura di osare, consapevole anche che lo 0-0 è sufficiente per rimanere in serie B. L’Ancona se ne sta lì ad aspettare, sembra un serpente paralizzato che attende solo il momento giusto per colpire; e il serpente colpisce per davvero: al 78′ il centravanti anconitano Salvatore Mastronunzio, soprannominato vipera, infila di testa la porta riminese per lo 0-1 che vale un’intera stagione.

L’Ancona capovolge tutto, il Rimini non ha la forza di reagire, butta palloni in avanti a casaccio, ma tanto i suoi attaccanti non ne azzeccano una, per cui alla difesa marchigiana viene fatto appena il solletico. Il fischio finale dell’arbitro sancisce non solo la retrocessione in serie C del Rimini dopo 4 anni, ma anche la fine di un’era, la più gloriosa nella storia riminese che per un attimo ha sognato anche la serie A, sbattendo per due volte contro un muro, quei playoff che si sono sgretolati fra le mani di un popolo mai stato così vicino all’Olimpo del calcio. Sarà per un’altra volta e per un’altra storia. Forse.

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Sampdoria-Malines trent’anni dopo

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GENOASAMP.COM (Marco Ferrera) – Era caduta tanta pioggia nella notte tra il 18 ed il 19 aprile 1989 ed aveva reso il prato del Ferraris più simile ad un galoppatoio che ad un campo di calcio. Era il Ferraris a metà, per i lavori di Italia 90, ed i ventimila stipati e fasciati di blucerchiato erano pronti come sempre a sospingere la squadra di Boskov a conquistare un sogno , la prima finale europea della storia, quella di Coppe delle Coppe in programma a Berna nel mese di maggio. Gli avversari erano quelli del Malines, i belgi di Aad De Mos, tecnico olandese, imbattuti da sedici incontri, con in porta uno dei più forti interpreti del ruolo a livello mondiale, Michel Preud’Homme, all’andata solo un gol di Vialli nel finale aveva reso possibile la rimonta, dopo l’uno due dei padroni di casa.
Quel pomeriggio di fango , di fatica e di sudore Gianluca era squalificato ed il “labbro di Novi Sad” si affidò in attacco a Loris Pradella, centravanti “razza Piave”, forte fisicamente ma tanto grezzo e dal gol difficile con a fianco Roberto Mancini, in una di quelle giornate in cui il numero dieci “sentiva” troppo la partita , non riuscendo ad esprimere le sue straordinarie qualità, tanto più su un terreno simile ad un pantano.

Per un’ora i fiamminghi furono padroni del match, Vierchowod si immolò per salvare su un avversario lanciato verso Pagliuca, venne ammonito, un giallo pesante, che gli avrebbe fatto saltare l’eventuale finale. Finale? Ben pochi ci speravano, tanto più quando mancavano poco più di venti minuti alla fine, lo zero a zero non si schiodava e cosa ti inventa Vuja ? Fuori proprio Pradella e dentro Bonomi, un centrocampista, ordinato e nemmeno fantasioso, con Dossena sganciato a creare in appoggio al Mancini poco ispirato di quel giorno, che quando mancavano venti minuti alla fine inventò il corridoio vincente per l’inserimento di Cerezo, abbiamo ancora negli occhi le lunghe e scoordinate leve di Toninho che amministrano la sfera, con il numero otto che si presenta davanti all’imbattibile portiere belga e lo supera con un destro preciso, che bacia il palo e si infila nella rete intrisa d’acqua e di fango, con un boato che fa scuotere Marassi, come se invece di ventimila ci fossero centomila voci a gridare la propria gioia.

E da quel momento assistiamo a venti minuti di gioco, di calcio, di passione, di unione , di spirito di squadra come raramente, forse mai, ci è capitato di vedere, Fausto Pari e Victor Munoz sono maschere di fango, corrono e tamponano, i belgi capiscono che devono far gol per non uscire dalla Coppa, cingono con manovre avvolgenti la difesa davanti a Pagliuca, che difende il golletto insieme a tutta la mezza gradinata e quando il cronometro recita l’85’ , con i giallorossi del Mechelen tutti in avanti, cosa succede? Bonomi respinge una palla al limite della propria area, alleggerisce su Dossena che da centravanti (che non è) gliela ritorna e si lancia nella metà campo sguarnita, vai Dossena, vai Beppe, è una fuga verso Preud’Homme, cuore , fatica e fango , non ce la può fare, la vista ti si annebbia, esce il portierone al limite dell’area, sembra in vantaggio ma Beppe cosa fa? Pelé ai mondiali di Messico 70 sfiorò il gol del secolo contro l’Uruguay, contro Mazurkiewicz, palla da una parte e aggiramento dell’avversario per poi concludere verso la porta sguarnita… quel giorno sull’altopiano messicano la battuta di “O rey” terminò fuori, quel pomeriggio del 19 Aprile 1989 Dossena si fece re, anzi imperatore, andò a riprendere la sfera dopo quella giocata e la scaraventò nella porta incustodita, per un due a zero che resterà nei cuori di tutti i tifosi blucerchiati, chi c’era e chi non c’era, a trepidare davanti alla TV con la voce di Ennio Vitanza. E come in un crescendo rossiniano la Samp d’oro di quel pomeriggio fece anche il terzo e a segnarlo fu il più piccolo di tutti, ma in quel momento in cui scoccò il dardo del terzo gol Faustino Salsano diventò un gigante, rendendo indimenticabile quel pomeriggio di fango, di fatica, di sudore e di lacrime, che copiose scendevano in campo e sugli spalti per aver raggiunto in quel modo una finale europea. Poi arrivò Berna, ma quella è un’altra storia, il pomeriggio del 19 aprile ne era stata scritta una davvero indelebile da quei ragazzi in maglia blucerchiata e dal loro condottiero, l’inarrivabile Vujadin Boskov.

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Cartoline ingiallite di un calcio romantico …

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Ci sono foto che solo a vederle ti fanno venire i brividi, perché sono come dei passepartout in grado di aprire quei forzieri in cui sono custoditi i ricordi più preziosi, le sensazioni e le emozioni legate a quel pallone che rotola sul campo e che fin da bambino ti ha regalato gioie e dolori, che ti ha fatto sognare, gioire o piangere. Rovistando in un cassetto in cui sono raccolti vecchi biglietti e abbonamenti, esce fuori una foto ingiallita dal tempo, quasi ridicola rivista a quasi 50 anni di distanza. Insieme a quella, c’è un ritaglio di una pagina di giornale con la cronaca della partita e a una foto del parterre del vecchio Olimpico con un tifoso che corre sventolando la bandiera e sullo sfondo uno striscione con un messaggio (che non sarà raccolto) al ct azzurro Ferruccio Valcareggi: “Chinaglia in Mexico”. Risale tutto al 19 aprile del 1970, il giorno di Lazio-Bari 4-1. E anche se è passato quasi mezzo secolo, vedendo ritagli e foto la mente vola a quei giorni felici e spensierati.

C’è tanta storia in questo collage, ci sono emozioni e sensazioni che riaffiorano e che fanno quasi male pensando non a quanto tempo è passato, ma soprattutto a quante cose sono cambiate e a quanto a volte è ingiusta e cattiva la vita. Quindi, prima di parlare di quel Lazio-Bari del 19 aprile del 1970, parto da quel bambino che sta insieme a me in posa in quella foto, scattata sul piazzale della palla dello Stadio Olimpico tra la Curva Sud e la Tribuna Tevere: è mio cugino Roberto, il figlio del fratello grande di mio padre. O meglio, era… Io e Roberto siamo cresciuti insieme, facevamo tutto insieme perché ci separava un solo anno d’età che era nulla. Mio cugino aveva un dono: aveva i piedi fatati. Avete presente quei talenti che messi in un campo di calcio sono in grado di mandare il pallone dove vogliono? Ecco, lui era uno di quelli. Ma non ha sfondato nel calcio a causa di una delusione da tifoso. Finita la terza media, mio cugino va a giocare un torneo nazionale e gioca da Dio, al punto che dopo pochi giorni mio zio riceve una telefonata da parte della Juventus. A Roma si presenta un signore distinto che chiede a mio zio di firmare il primo cartellino di Roberto con la Juventus, in cambio di vitto e alloggio pagati e della garanzia dell’iscrizione di mio cugino in un collegio in cui la Juventus manda a studiare tutti i ragazzi del settore giovanile che non sono di Torino. Insomma, un posto nella Academy della Juventus (già, era il 1974 e la Juventus aveva già una Academy…) e la possibilità di entrare nel grande calcio dalla porta principale. Il problema, è che mio cugino e mio zio (come tutti i Greco dalla fondazione della Lazio a oggi) sono laziali e la Juventus in quel momento è la grande rivale della Lazio. Certo, c’è anche la distanza tra Roma e Torino a mettere più di un dubbio, aggiunta al fatto che Roberto è figlio unico: e tutto questo non aiuta. Ma quando c’è da decidere, Roberto chiede a zio: “Ma se mi vuole la Juventus, perché non posso giocare nella Lazio?”…

Quella domanda resta come appesa, senza una risposta. Mio zio, in cerca di una risposta e di una soluzione fa qualche telefonata, chiama vecchi amici di mio nonno Tullio che negli anni Venti era stato dirigente della Lazio e sindaco del Consiglio Direttivo che nel 1927 sventò la fusione, nonché amico e consigliere del Generale Vaccaro, in modo da far fare un provino a mio cugino con la Lazio. Il provino si fa ma la Lazio dice di NO, quindi resta solo l’ipotesi Juventus. Ma l’amore per Roma e la Lazio è troppo forte e mio cugino dice NO GRAZIE e da quel momento in poi decide che per lui il calcio è solo un passatempo e una passione da vivere non in campo, ma sugli spalti. Si laurea, entra in RAI (dove diventa vice direttore dell’ufficio del personale) e resta tifoso, nonostante quella grande delusione provata quando si è sentito dire di NO. Ha tutto dalla vita, vede come me la Lazio vincere due scudetti e trionfare in Europa, ma sul più bello la vita gli toglie tutto, all’improvviso, perché nel 2002 a poco più di 41 anni viene sconfitto dallo stesso male infame che si è portato via ancora giovane anche nonno. E che ha attaccato anche il sottoscritto proprio l’anno successivo. Ma io, al contrario di Roberto, oggi ho la fortuna di poterlo raccontare…

Per questo quella foto mi apre il cuore ma al tempo stesso me lo spezza, perché con mio cugino ho condiviso tutto da ragazzo. I pranzi prima di andare allo stadio a casa di nonna a via Aterno, in quel palazzetto nel quartiere Coppedé; le lunghe attese in quella Tribuna Tevere Numerata quasi deserta in cui con le panche numerate vuote io e lui ci sistemavamo sui gradoni di marmo perché l’abbonamento da aquilotto ci dava il diritto all’ingresso in tribuna ma non al posto, quindi dovevamo arrangiarci in qualche modo; le risate sotto il sole; oppure quando l’acqua ci entrava da tutte le parti in quelle ore d’attesa nelle domeniche di pioggia; gli abbracci ai gol di Giorgio Chinaglia; quell’adesivo con lo scudetto strappato dal petto per scaramanzia alla fine del primo tempo di Lazio-Foggia; l’abbraccio il giorno del secondo scudetto in quel “buen retiro” di amanti del calcio che è la Tribuna Tevere Numerata pensando a zio Giorgio che non c’era più; la lite furibonda fatta quando lui, da responsabile dell’ufficio del personale bocciò (per non dare l’idea di favoritismi) il mio contratto d’assunzione in RAI firmato nel 1994 dall’allora direttore dello sport di RAI3… Insomma, di tutto e di più.

Quel Lazio-Bari, lo ricordo in modo particolare perché la Lazio stava vivendo una sorta di sogno. Appena tornata in Serie A e partita per salvarsi, la squadra costruita da Lorenzo battendo il Bari poteva addirittura agguantare per la prima volta nella storia la qualificazione per partecipare ad una Coppa Europea, trascinata dai gol di quel gigante, grezzo,  sgraziato ma incontenibile che rispondeva al nome di Giorgio Chinaglia. Ed ecco che la foto a colori si lega a quella in bianco e nero, a quell’immagine del tifoso che corre nel vecchio parterre dello stadio Olimpico sventolando una bandiera. Un’immagine impossibile oggi, perché quel parterre usato allora nelle lunghe ore di attesa prima della partita addirittura come campo da calcio improvvisato in cui in 100 si contendevano un pallone non esiste più. Ma anche perché con tutti i divieti che ci sono oggi quel tifoso rischierebbe la multa o il daspo immediato per aver abbandonato il suo posto e per aver scorrazzato da un settore all’altro. E poi quello striscione, quell’invito a Valcareggi a portare Chinaglia in Messico per partecipare a quella che è stata una delle avventure più belle nella storia della Nazionale italiana di calcio. Chinaglia quel posto sull’aereo se lo era meritato a suon di gol, perché con 12 reti in classifica dei cannonieri stava insieme a Chiarugi e a Prati e Boninsegna che poi in Messico ci sono andati. Ma la Lazio in quel momento non è una grande del calcio italiano, quindi Chinaglia quel mondiale lo vede alla tv come tutti noi, pur avendo raccolto in quella stagione scalpi importanti segnando a Milan, Fiorentina (che giocava con lo scudetto sul petto), Inter e Juventus, tutte cadute all’Olimpico sotto i colpi di Long John. Chinaglia segna anche in quell’ultima partita all’Olimpico. Un gol inutile allo scadere, quello del 4-1, ma che viene festeggiato come se fosse il gol della vittoria, con i tifosi già in campo per abbracciare e ringraziare la squadra per quell’annata incredibile, da sogno. Pensate cosa scatenerebbe oggi un’invasione di campo, seppur festosa.

Quel giorno, seduto sugli spalti, ho invidiato quei tifosi che scorrazzavano sul prato verde, ma ancora di più quelli entrati in campo con in testa dei cappelli diversi da quelli imposti a noi per ripararci dal sole a picco: erano dei gran sombreri, portati in campo per metterli sulla testa di Giorgio Chinaglia come augurio per la convocazione a Messico 1970. Invece, come ho scritto prima, nonostante le 6 reti segnate nelle ultime sei giornate di campionato e l’inserimento nella lista dei 40 giocatori selezionati da cui tirare fuori i 24 convocati, Giorgio non c’è mai salito su quell’aereo per Città del Messico.

Cartoline di un calcio e di un mondo d’altri tempi, di ricordi indelebili, di anni spensierati che non torneranno più ma che fanno parte di quel patrimonio di emozioni che rende piacevole il ricordo di quel tempo che fu. È ridicola quella foto vista oggi, con quei cappelli e quell’abbigliamento (soprattutto il mio) da americani in vacanza. Ma che gioia aver potuto vivere quegli anni e quel calcio…

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Bettanini e D’Angelo sul Museo Rossoblù: «Naturale portarlo al Ferraris»

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ILSECOLOXIX.IT – La Fondazione Genoa ha da poco compiuto 13 anni e per rilanciarsi torna all’origine. A quel professor Andrea D’Angelo che, insieme al collega Sergio Maria Carbone e al presidente Enrico Preziosi, ebbe l’idea di costituirla, in uno dei momenti più difficile della storia recente del Grifone. «Era una reazione a quel momento così complesso, uno strumento di salvaguardia e di garanzia, uno strumento per raccogliere risorse della genoanità. Nel tempo lo slancio si è un po’ affievolito, per tante difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, tra cui le difficoltà di sinergia con la società. La nascita del Museo è un grande obiettivo che abbiamo raggiunto, ora è il momento di rilanciare l’attività della Fondazione», sottolinea D’Angelo, che al suo fianco ha il professor Antonio Bettanini. «La Fondazione è un’idea di grande lungimiranza, un valore aggiunto in prospettiva anche per il club, che ringrazio per avermi dato la possibilità di lavorare a questo progetto».

Il Museo è il fiore all’occhiello dell’attività della Fondazione, lo scrigno che contiene cimeli e trofei dell’ultracentenaria storia rossoblù. Nei programmi c’è il suo trasferimento allo stadio Ferraris, una volta che saranno terminati i lavori del secondo lotto, quindi non prima del 2020. D’Angelo conferma: «Il Ferraris è la sua collocazione naturale, nel progetto di ristrutturazione dello stadio che la Fondazione aveva preparato anni fa era prevista la presenza del museo. Naturalmente ci sarà da gestire la coabitazione però sotto questo aspetto saranno i due club e il Comune a darci indicazioni. C’è da affrontare però una fase di transizione e quindi vorremmo avere garanzie riguardo a questo periodo, perché non sia compromessa la sua funzionalità anche solo temporaneamente».

Lo Store si sposterà in centro nei prossimi mesi, il Museo dovrebbe restare al Porto Antico ancora per qualche tempo, anche se il contratto scadrà a fine 2019. Così Bettanini: «Credo che l’intenzione sia quella di non muoversi da lì, fino a quando non saranno pronti gli spazi allo stadio. Presto ci incontreremo con l’ad Zarbano, come già avvenuto in passato, per fare il punto della situazione».

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