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Calcio, Arte & Società

Quando il tifo è poesia: Umberto Saba, Trieste e la Triestina

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Il proposito di una narrazione del calcio priva di enfasi forzata e polemiche inutili trova tra i suoi ostacoli l’atteggiamento snobistico che molti hanno verso questo sport e verso l’entusiasmo che suscita.

Non che sia ingiustificato vista l’immagine che il calcio dà di se, ma come tutte le cose che provocano sentimenti e interesse, continuamente nel tempo, non può essere relegato a qualcosa di poco conto.

Woody Allen riassume bene (da americano parla di basket e non di calcio) il concetto in una celebre battuta di “Io e Annie” del 1977:

Alvy, che c’è di tanto affascinante in due branchi di affetti da gigantismo che cercano di ficcare una palla dentro un cesto?

L’affascinante è nel fatto fisico. Sai, gli intellettuali hanno una cosa: sono la prova che puoi essere coltissimo e non afferrare la realtà oggettiva.

Senza dover attendere Woody Allen e gli anni ‘70 c’era chi questa chiusura l’aveva vinta già negli anni ‘30.

Triestino nell’animo Umberto Saba ebbe in regalo da un amico un biglietto per “Triestina – Ambrosiana”. Il Poeta esitò molto: non amava il calcio e forse osservare come le abilità calcistiche degli atleti avessero la notorietà che mancava alla sua arte di scrivere poesie non lo disponeva bene. Se come si racconta, il suo amico gli lasciò il biglietto di quel Triestina-Ambrosiana con l’intento di emozionarlo, questi riuscì pienamente nel suo intento; Umberto Saba rimase affascinato da quell’esperienza, Lo affascinò la partita, il pubblico, la Triestina della quale lui stesso dirà di essere stato tifoso.

“ai poeti resta da fare la poesia onesta”

Nell’epoca in cui si faceva strada il futurismo, Saba non si lascia trasportare da enfasi: “si ubriaca per aumentarsi” dirà di D’ Annunzio; Saba non rimane nei confini di una sua concezione o ideale come a suo dire faceva Manzoni: “l’onestà del Manzoni consiste nella costante e rara cura di non dire una parola che non corrisponda perfettamente alla sua visione”. E’ con questa “onestà” che Saba assiste alla partita, ed è grazie a questa “onestà” che il Poeta fa sì che i suoi preconcetti non gli facciano da schermo, è così che rimane affascinato dall’evento sentendosene pienamente parte:

v’ama anche per questo il poeta, dagli altri

diversamente-ugualmente commosso

Sono i versi che chiudono “Squadra paesana” dove il Poeta parla ai giocatori “Rosso Alabardati”:

sputati

dalla terra natia, da tutto un popolo

amati.

La “sua” Triestina in quegli anni si trovava stabilmente in Serie A, era composta quasi unicamente da giocatori Triestini, Friulani, Istriani, tra i quali Nereo Rocco, Gino Colaussi, Piero Pasinati e con un Rodolfo Wolk a fine carriera. Umberto Saba non ha remore nello scrivere nero su bianco l’emozione che gli suscitano gli atleti, “ignari”:

Trepido seguo il vostro gioco.

 Ignari

esprimete con quello antiche cose

meravigliose

sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari

soli d’inverno.

Umberto Saba non è estraneo alle gioie fugaci del tifo. Nella poesia “Tre momenti” descrive l’orgogliosa consapevolezza del tifoso, che ben conscio di quanto la sua gioia sia effimera, decide di viverla sempre appieno: questa domenica “nessuna offesa” ha varcato la porta, forse questi versi si riferiscono proprio alla partita Triestina Ambrosiana, dove i giuliani pareggiarono contro la corazzata milanese.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.

Se per poco, che importa?

Nessun’offesa varcava la porta,

s’incrociavano grida ch’eran razzi.

La vostra gloria, undici ragazzi,

come un fiume d’amore orna Trieste

Saba descrive sia le emozioni dello spettatore sia quelle degli atleti. “Tredicesima Partita” chiude con dei versi che leggendoli nobilitano il vissuto di ogni tifoso:

Piaceva

essere così pochi intirizziti

uniti,

come ultimi uomini su un monte,

a guardare di là l’ultima gara.

Il distacco tra atleti e pubblico, accennata in quel “ignari” di “Squadra Paesana” viene raccontato in “Fanciulli allo stadio”:

Ai confini del campo una bandiera

sventola solitaria su un muretto.

Su quello alzati, nei riposi, a gara

cari nomi lanciavano i fanciulli,

ad uno ad uno, come frecce. Vive

in me l’immagine lieta; a un ricordo.

si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.

 Odiosi di tanto eran superbi

passavano là sotto i calciatori.

Tutto vedevano, e non quegli acerbi.

Andare allo stadio nell’immaginario di un bambino è un’occasione per avere un contatto con i calciatori, “gli acerbi” sono consapevoli di come lo stadio sia diverso dal campo dell’oratorio per dimensioni e spettatori, ma forse hanno meno chiara la differenza che c’è tra essere chiamati da un genitore mentre si gioca in parrocchia e da un tifoso in tribuna durante una partita di Serie A. Personalmente non avevo chiara questa differenza la prima volta che andai allo stadio: promisi autografi agli amici ed andai carico di blocchetti di carta e di penne. A pochi metri da me che ero nelle prime file, arrivò Bruno Conti, batté in fallo laterale e riprese la corsa in un istante.  A stento mi ero accorto di cosa fosse accaduto, figuriamoci chiedere un autografo. Capii in quell’istante che i miei fogli sarebbero tornati a casa bianchi come ne erano usciti.

Tra le cinque poesie sul calcio quella più centrata sul gioco è “Goal”, dove tra il portiere che ha

pieni di lacrime i suoi occhi

per la rete subita, e l’altro che vede da lontano i suoi compagni esultare…

Si fa baci che manda di lontano.

Della festa – egli dice – anch’io son parte.

…ci dà la sua descrizione dell’emozione di un goal:

Pochi momenti come questo belli,

a quanti l’odio consuma e l’amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.

I versi di Saba non sono una distaccata analisi di un fenomeno, la descrizione “ingenua” del calcio visto come “simbolo” di un qualche sentimento, anche perché la possibilità di conoscere l’ingenuità Saba la perse quando il padre “gaio e leggero” abbandonò la madre prima che lui nascesse.

I versi di Saba sono quelli di una persona che per un breve periodo della sua vita fu ”tifoso”, non fu esperto di calcio e il calcio fu un episodio isolato nella sua produzione. Nei suoi versi vi è una “poesia onesta” che racconta le passioni di un tifoso, di uno stadio, dei giocatori, di una città.

Dovremmo tutti esser grati all’amico del Poeta per quel biglietto che gli regalò, ha regalato ad ogni appassionato di calcio il privilegio di aver avuto in comune con Umberto Saba quella cosa che:

non è cosa

da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome

 ___________________________________

Umberto Saba,

dalla sezione “Parole” de “Il Canzoniere”

 

I – Squadra paesana

 

Anch’io tra i molti vi saluto, rosso-

alabardati,

sputati

dalla terra natia, da tutto un popolo

amati.

Trepido seguo il vostro gioco.

Ignari

esprimete con quello antiche cose

meravigliose

sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari

soli d’inverno.

 

Le angoscie

che imbiancano i capelli all’improvviso,

sono da voi così lontane! La gloria

vi dà un sorriso

fugace: il meglio onde disponga. Abbracci

corrono tra di voi, gesti giulivi.

 

Giovani siete, per la madre vivi;

vi porta il vento a sua difesa. V’ama

anche per questo il poeta, dagli altri

diversamente – ugualmente commosso.

 

~~~~~~~~~~

 

II – Tre momenti

 

Di corsa usciti a mezzo il campo, date

prima il saluto alle tribune.

Poi, quello che nasce poi,

che all’altra parte rivolgete, a quella

che più nera si accalca, non è cosa

da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

 

Il portiere su e giù cammina come sentinella.

Il pericolo lontano è ancora.

Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora

una giovane fiera si accovaccia

e all’erta spia.

 

Festa è nell’aria, festa in ogni via.

Se per poco, che importa?

Nessuna offesa varcava la porta,

s’incrociavano grida ch’eran razzi.

La vostra gloria, undici ragazzi,

come un fiume d’amore orna Trieste.

 

~~~~~~~~~~

 

III – Tredicesima partita

 

Sui gradini un manipolo sparuto

si riscaldava di se stesso.

E quando

– smisurata raggiera – il sole spense

dietro una casa il suo barbaglio, il campo

schiarì il presentimento della notte.

Correvano sue e giù le maglie rosse,

le maglie bianche, in una luce d’una

strana iridata trasparenza. Il vento

deviava il pallone, la Fortuna

si rimetteva agli occhi la benda.

Piaceva

essere così pochi intirizziti

uniti,

come ultimi uomini su un monte,

a guardare di là l’ultima gara.

 

~~~~~~~~~~

 

IV – Fanciulli allo stadio

 

Galletto

è alla voce il fanciullo; estrosi amori

con quella, e crucci, acutamente incide.

Ai confini del campo una bandiera

sventola solitaria su un muretto.

Su quello alzati, nei riposi, a gara

cari nomi lanciavano i fanciulli,

ad uno ad uno, come frecce. Vive

in me l’immagine lieta; a un ricordo

si sposa – a sera – dei miei giorni imberbi.

 

Odiosi di tanto eran superbi

passavano là sotto i calciatori.

Tutto vedevano, e non quegli acerbi.

 

~~~~~~~~~~

 

V – Goal

 

Il portiere caduto alla difesa

ultima vana, contro terra cela

la faccia, a non vedere l’amara luce.

Il compagno in ginocchio che l’induce,

con parole e con la mano, a sollevarsi,

scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

 

La folla – unita ebbrezza- par trabocchi

nel campo: intorno al vincitore stanno,

al suo collo si gettano i fratelli.

Pochi momenti come questi belli,

a quanti l’odio consuma e l’amore,

è dato, sotto il cielo, di vedere.

 

Presso la rete inviolata il portiere

– l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,

con la persona vi è rimasta sola.

 

La sua gioia si fa una capriola,

si fa baci che manda di lontano.

Della festa – egli dice – anch’io son parte.

 

Quattro di queste poesie hanno dato vita ad alltrettante targhe che dal 2005 fanno bella mostra sotto le curve e le tribune dello stadio ‘Nereo Rocco’ di Trieste:

‘Tre momenti’ è stata collocata nella tribuna ‘Pasinati’, ‘Squadra paesana’ posizionata nella tribuna ‘Colaussi’, ‘Tredicesima partita’ sistemata nella curva ‘Trevisan’ e “Goal” e’ stata apposta nella curva ‘Furlan’.

La targa collocata nelle Tribuna Pasinati

 

La targa collocata nelle Curva Trevisan

Nato a Roma nel 1975 si appassiona ben presto al calcio ed allo sport in generale. La prima partita di calcio che vede in diretta è Italia-Germania dell'82, il primo "libro" che consuma è l'Almanacco Illustrato del calcio di quello stesso anno. Vive con la sua compagna ed i suoi 2 figli a Roma e di professione è informatico. A chi sottolinea gli errori altrui o si deprime per i propri risponde con una frase di Newton "Non ho fallito, ho solo scoperto una soluzione che non funziona". Da oltre 10 anni collabora con Wikipedia, da lettore de "Gli Eroi del Calcio" ne diventa collaboratore.

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2 Comments

2 Comments

  1. Massimo

    29 Gennaio 2019 at 9:05

    Buongiorno, grazie del bellissimo articolo. Però al solito compare lo stesso ricorrente errore che fanno molti, quello cioè di definire “friulana” la squadra o generalmente “friulani” i triestini … che invece sono Giuliani un quanto parte della Venezia Giulia. Confido in una correzione o in una presa d’atto per futuri articoli, magari belli come questo

    • Federico Baranello

      29 Gennaio 2019 at 11:48

      Buongiorno,
      grazie per aver letto l’articolo, grazie per il commento, grazie di averci fatto notare l’errore, lo correggiamo subito.
      Ci perdoni
      Federico

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Calcio, Arte & Società

Carlo Brizzi racconta Gaetano Anzalone

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Oggi abbiamo l’onore di poter rendere pubblico un racconto che altrimenti sarebbe rimasto riservato a pochi eletti. Un racconto affidato ad un post su facebook e che abbiamo chiesto all’autore, il nostro amico Carlo Brizzi, di poter pubblicare sulle nostre pagine. Carlo ha acconsentito e oggi siamo orgogliosi di farvelo leggere.

GLIEROIDELCALCIO.COM (Carlo Brizzi) – Oggi non parlo di una celebrità che mi ha mostrato la sua amicizia ma di un carissimo amico che è diventato una celebrità. Conobbi Gaetano Anzalone nel dopo guerra, quando da poco indossavamo i pantaloni lunghi e frequentavamo la 1a liceo. Abitavo in Prati e facevo parte di una banda di ragazzotti che amavano tirare quattro calci al pallone e abbandonarsi a un’allegria sfrenata per rifarsi delle tristezze del recente passato. Gaetano si unì al nostro gruppo come un corpo estraneo perché abitava ai Parioli e veniva al nostro punto d’incontro inforcando con naturalezza l’oggetto della nostra invidia, la Vespa. Noi eravamo figli della borghesia ma Gaetano, che avevamo preso a chiamare Gae, era un po’ più su. La sua paghetta era una paga e vestiva con maggiore ricercatezza di noi ma seppe integrarsi al punto che certe differenze non vennero notate. Per contro fummo noi ad approfittare, anche se in modo contenuto, della generosità del nostro amico. Con il raggiungimento della maggiore età la Vespa era stata sostituita da una Topolino prima e da auto più importanti dopo che consentirono gradevoli variazioni nella nostra vita. In differenti gite improvvisate e divertenti fummo ospiti di Gae nel villone di famiglia a Velletri ed in un appartamento ad Anzio, e toccammo la vetta più alta organizzando un week end a Napoli per il quale avevamo posto regole precise. Non più di 5.000 lire a persona e quello che riuscimmo a ottenere fu adeguato al contenuto impegno di spesa. Finimmo presto il capitale e fummo costretti a trascorrere l’ultima notte in auto nei giardini sul lungomare. Eravamo giovani e forti ma al mattino eravamo pesti e stanchi e allora Gae ci portò al Caffè Caflish dove, tirando fuori da un nascondiglio diecimila lire, offrì a tutti la robusta colazione che ci ricondusse nel mondo dei vivi.

Avevo con Gae un rapporto particolarmente stretto perché nel gruppo ci distinguevamo per essere gli unici portatori della fede giallorossa. Unici lupi tra due o tre agnostici, un simpatizzante della Juve, che quello non manca mai, e due sostenitori del Napoli del comandante Lauro che tra le squadre romane mostravano un particolare trasporto per la Lazio probabilmente per lo stesso azzurro della maglia. Tempi assurdi quelli quando ci si recava allo stadio tutti insieme con sciarpe di diverso colore senza che lo scotto da pagare fosse diverso dalla presa in giro. Tempi cupi per noi romanisti! Un anno dopo l’altro sfiorando il baratro finché la caduta in serie B fu inevitabile e si realizzò con tutti gli aspetti del dramma, campo squalificato per invasione e partita decisiva giocata a L’Aquila. Serie B quindi e a rendere più nero l’immediato futuro nel campionato successivo sarebbe stata promossa in A una sola squadra. Ci trovammo a combattere per quel posto con il Genoa e proprio per la partita del girone di ritorno con quell’avversaria Gae ed io andammo allo stadio, nel senso che effettuammo insieme la strada fino al vecchio Torino, poi lui entrò ed io risparmiai i soldi del biglietto per andare al cinema con una ragazza. Perdemmo la partita ma vincemmo il campionato per un immediato ritorno nella serie A che meritavamo per diritto di censo; la passione giallorossa rimase la stessa mentre le nostre vite presero indirizzi diversi.

Sempre amicissimi ma lentamente il rapporto con la Roma assunse toni di particolare importanza per il mio amico mentre io rimasi confinato nel ruolo del tifoso appassionato. Assistetti con fierezza e un po’ d’invidia all’inserimento di Gae all’interno della dirigenza della squadra e non mi meravigliai che gli fosse stato assegnato un compito nel settore giovanile, anche perché ero a conoscenza di un suo impegno altruistico in favore di un’organizzazione per i ragazzi. Non mancarono occasioni d’incontro con il vecchio gruppo, in riunioni dei ragazzotti divenuti adesso artefici del proprio destino, ma sempre attaccati a un’amicizia indistruttibile. Fummo affettuosamente partecipi ai nostri matrimoni e la vita di coppia, con il corollario dei figli, impresse al nostro percorso direzioni diverse. Seguii con interesse e fierezza il lavoro di Gaetano con il settore giovanile della Roma e proruppi in un urlo di gioia quando nel 1971 assunse la presidenza della Magica. Gli espressi le mie congratulazioni in tutti i modi possibili, mentre mi astenni invece da simili atteggiamenti partecipativi quando anni dopo fu eletto Consigliere Comunale nella lista della DC, della quale ero un fiero quanto inutile oppositore. Non fu un percorso di rose e fiori quello del mio amico quale presidente della Roma per otto anni, dal 1971 al 1979, durante i quali ebbe però modo di mostrare la forza del suo carattere e una gentilezza di modi d’altri tempi. Abbiamo tutti nella memoria il suo impegno di tassinaro per accompagnare alla stazione l’arbitro Michelotti che, a partita quasi finita, ci aveva fischiato un rigore contro che ancora grida vendetta.  A rivivere quel tempo passato mi piace ricordare la valorizzazione dei suoi ragazzi, Di Bartolomei e Bruno Conti su tutti, l’arrivo a Roma del bomber Pruzzo e il colpo da maestro della creazione del Centro Sportivo di Trigoria, un’occasione quella nella quale s’impose il suo estro di costruttore. Lasciò la squadra con autentico dolore e in una intervista piuttosto recente ha dichiarato d’essersi sentito tradito.

Gli anni ‘80 erano stati significativi per tutti noi e il gruppo dei ragazzotti s’era disunito. Aldo era ambasciatore, Paolo era scomparso in giovane età, ed io lavoravo in Toscana e avevo preso a scrivere ma provvide Gaetano a riunire nuovamente il gruppo invitandoci a cena. Ci ritrovammo come se ci fossimo lasciati da pochi giorni mentre erano trascorsi quasi vent’anni che avevano inciso sulla vita di ciascuno, ma l’essersi ritrovati ci ha regalato un lungo periodo di vita in comune rallegrato da un’amicizia indistruttibile. Il gruppo dei ragazzotti, con Gae in testa, ha partecipato alla presentazione dei miei romanzi venendo anche due o tre volte ad Anghiari, il paese della mia famiglia, e soltanto una volta giustificandosi con sincero dispiacere Gaetano si tirò indietro. In occasione della pubblicazione di “Dai tempi di Testaccio, confessioni di un romanista” non accettò di scrivere una prefazione e non volle essere ospite nell’occasione in cui il romanzo fu presentato al pubblico, ma per contro caldeggiò il romanzo con il celebre giornalista Lino Cascioli che mi regalò una splendida prefazione. “Ho sofferto troppo Carlo – mi confidò- amo sempre la Roma ma non sopporto quell’ambiente”. L’ultima occasione di felice incontro avvenne per la mega cena che con mia moglie organizzammo per i miei 80 anni, e dopo fu un susseguirsi di guai, malattie e lutti culminati con l’insopportabile scomparsa della mia adorata moglie Virginia. Anche Gaetano fu colto da una grave malattia dalla quale scampò per miracolo con strascichi gravi. L’ho incontrato l’ultima volta nel Marzo del 2018 per l’intervento di sua figlia Giulia, che adesso è una mia cara amica. Fu un incontro struggente per lo stato di salute del mio amico ma ne fui gratificato per la gioia d’avere intravisto i segni della nostra intesa. Ho partecipato nel mese di Maggio al suo funerale che l’imponente presenza di amici commossi ha tramutato in esequie e ho maturato il pensiero che la nostra sia stata una storia d’amore e d’amicizia. Amicizia tra noi e amore per la Roma.

 

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Calcio, Arte & Società

Figurine Panini – Un gruppo americano pronto a rilevare il nostro sogno da bambini

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GLIEROIDELCALCIO.COM – C’è una rovesciata divenuta icona nel mondo e che ha accompagnato l’infanzia, e non solo, di ognuno di noi: quella di Parola. Sì, la famosa rovesciata divenuta il simbolo della Panini, scatto del fotografo Corrado Banchi in un noioso e banale Fiorentina – Juventus del Gennaio 1950 terminata a reti inviolate. In quell’occasione i bianconeri erano primi in classifica e volavano a undici punti di distanza dalla squadra viola in quarta posizione. Una partita che regala emozioni solo nel finale quando il signor Bernardi di Bologna concede la massima punizione ai padroni di casa. L’incaricato Cervato non prende nemmeno lo specchio della porta e manda la palla a scuotere l’esterno della rete. E allora la rovesciata famosa? La rovesciata non è una rete e nemmeno un’azione portata in attacco con maestria. La rovesciata più famosa al mondo è un intervento difensivo a pochi minuti dal termine di questa partita in cui Parola spazza l’area dopo una mischia. Un gesto famoso ma che nell’immediatezza dell’avvenimento non ha nemmeno una riga di racconto nei quotidiani. Alcune foto di Banchi e di quella partita vennero pubblicate dallo Sport Illustrato, ma non quella. Successivamente i fratelli Panini, che erano soliti acquistare a stock le foto, ne vennero in possesso e dopo qualche tempo la fecero diventare l’icona che è oggi. E’ infatti con l’album del 1965/66 che questa foto, “ridisegnata”, diventa, a nostro giudizio, “patrimonio dell’umanità”.

Ieri la Gazzetta di Modena ha puntato un faro sulla società Panini, pubblicando un’indiscrezione che riferisce di una delegazione americana che avrebbe visitato i quartieri generali dell’azienda modenese molto interessata all’acquisizione. Gli anonimi americani valutano quindi di rilevare il pacchetto azionario in mano a Aldo Hugo Sallustro, attuale a.d., e dalla famiglia bolognese Baroni. L’ad Sallustro ha fatto il suo ingresso in Panini nel 1992 rilevando l’azienda insieme ad un pool di investitori italiani, vorrebbe comunque mantenere l’attuale insediamento produttivo a Modena, cosa che, probabilmente, i cinesi che si erano affacciati da queste parti qualche tempo fa, non erano in grado di garantire.

Il gruppo, valutato un miliardo di euro, ha 450 dipendenti a Modena e altri 700 nel mondo e un fatturato di circa 550 milioni di euro con punte ancora più alte negli anni dove ci sono gli Europei e i Mondiali.

Insomma, di tanto in tanto, qualcuno prova ad accaparrarsi le “nostre” figurine Panini, un’eccellenza italiana famosa nel mondo, il nostro sogno da bambini. Del resto siamo in periodo di “Calcio Mercato”. Speriamo bene.

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Si è chiusa a Perugia la mostra dedicata a Paolo Rossi: grande successo di partecipazione

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Dopo 55 giorni di esposizione, si è chiusa la mostra itinerante PABLITO GREAT ITALIAN EMOTIONS a Perugia. “Un grande successo con più di 8mila le presenze, con un’affluenza giornaliera sempre in crescita e la soddisfazione di aver visto l’emozione negli occhi dei visitatori che si sono spinti al Cerp della Rocca Paolina di Perugia, in Umbria, anche da fuori regione, per vedere i ben 1000 metri quadrati di ricordi indelebili”. Queste le parole degli organizzatori tramite il comunicato sul sito ufficiale della mostra.

Chi ha avuto il piacere di essere presente alla mostra avrà avuto modo di ammirare “il Pallone d’Oro, uno dei soli 4 italiani (con Paolo Rossi, Gianni Rivera, Roberto Baggio e Fabio Cannavaro), la Scarpa d’Oro (legata allo Storico Mondiale 1982), La Scarpa d’Argento (Argentina ’78) ma anche le maglie della storica finale del 1982 contro la Germania, delle partite contro l’Argentina e le altre squadre che hanno sfidato l’Italia, indimenticabile, di Enzo Bearzot. E non sono mancati i trofei della straordinaria carriera della Leggenda del calcio Paolo Rossi: il Collare d’Oro (massima onorificenza per uno sportivo, conferita dal Coni ai giganti del 1982), le medaglie, gli altri trofei. E non sono passate inosservate le sale dedicate alla storia del calcio, dal Subbuteo a Fifa 2019, ma anche quelle con le istallazioni elettroniche che ricostruivano il campo di calcio dei mondiali di Spagna e il cinema ricostruito in una sala dedicata. Storia e leggenda, storia e conoscenza, anche per i tanti ragazzi che hanno in queste settimane hanno visitato la mostra.”

“Per una volta gli italiani scesero in strada tutti quanti, a milioni in tutta Italia, semplicemente perché felici e uniti. Ma oggi, giustamente, non sarebbe più possibile fare i bagni nella Fontana di Trevi. Oggi i 22 mundiales ’82: Dino Zoff, Ivano Bordon, Giovanni Galli, Franco Baresi, Giuseppe Bergomi, Antonio Cabrini, Fulvio Collovati, Claudio Gentile, Pietro Vierchowod, Giancarlo Antognoni, Giuseppe Dossena, Giampiero Marini, Gabriele Oriali, Marco Tardelli, Franco Causio, Bruno Conti, Daniele Massaro, Alessando Altobelli, Francesco Graziani, Franco Selvaggi, insieme a Paolo Rossi, o si sono ritirati dal calcio attivo, o fanno i dirigenti o i commentatori TV. “Ma sono rimasti veri, estremamente legati uno all’altro, hanno una chat comune, e non mancano mai alle rimpatriate. Sono la memoria storica di un’Italia che ha sperato e vinto. Che è rinata dalle sue macerie. Che ce l’ha fatta, nonostante il vento a sfavore.

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