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Il Calcio Racconta

31 gennaio 1944 – Arpad Weisz: la morte dell’uomo, l’inizio del mito

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – La storia del calcio è fatta di uomini e di episodi ma a volte ci sono uomini che, più degli altri, la storia non solo l’hanno fatta, ma l’hanno anche vissuta e ne sono tristemente rimasti vittime.

Questa è la storia di Arpad Weisz, la cui unica colpa è stata quella di nascere ebreo.

Arpad Weisz nasce a Solt, in Ungheria, il 16 aprile 1896. I suoi genitori, Lazzaro e Sofia, sono ebrei. Il giovane Arpad gioca a calcio e nel 1911 entra in un club di Budapest, il Torekves, con cui pochi anni dopo, esordisce in prima squadra. La Prima Guerra Mondiale è però alle porte e il giovane Arpad decide di partire per il fronte arrivando per la prima volta in Italia, dove viene catturato durante la quarta battaglia dell’Isonzo e portato come prigioniero a Trapani.

Terminata la Prima Guerra Mondiale, Weisz riprende a giocare nella squadra che aveva lasciato e nel 1923 si sposta al Maccabi Brno, occasione che gli permetterà poi di giocare con la nazionale ungherese, collezionando 6 presenze, tra cui una partita contro l’Italia il 4 marzo del 1923.

Ma quella non sarà l’unica esperienza nel bel paese, anzi, solo la prima di una lunga serie.

Infatti, solo due anni dopo nel 1925, Arpad Weisz viene acquistato dall’Internazionale Milano, nel quale nonostante i goal, s’infortuna, costringendolo così ad un prematuro addio al calcio giocato a soli 30 anni.

La sua carriera all’Internazionale però non finisce qui. È giovane e pronto a prendersi le sue responsabilità così, dopo una parentesi di apprendistato come vice del c.t. azzurro Rangone all’Alessandria, nella stagione 1926/27 diventa allenatore della prima squadra dell’Internazionale Milano.

Da questo punto ha davvero inizio la sua storia.

Arpad non ha solo una intelligenza calcistica, i suoi modi, le scelte, lo renderanno unico e precursore di tanti in questo mondo.

A differenza di molti allenatori dell’epoca, non solo era sempre a stretto contatto con i suoi giocatori partecipando attivamente agli allenamenti senza indossare abiti eleganti, ma fu anche il primo a introdurre i sistemi di allenamento programmati e a studiare la dieta di ogni singolo componente della squadra.

Proprio per questo legame con questo sport e con i suoi giocatori, non era strano trovarlo mentre osservava attento gli allenamenti della primavera.

Nel 1927, il suo centromediano, un certo “dottore” Fulvio Bernardini, gli consiglia di tenere d’occhio un “Balilla” che sta facendo grandi cose nella squadra primavera, un certo Giuseppe Meazza che fece poi esordire il 30 novembre 1927 nella Coppa Volta, diventando successivamente leader e stella della squadra, entrando nella storia del club.

Sembra l’inizio di un periodo d’oro per Weisz, ma il 7^ posto in finale lo vede esonerato e di ritorno in Ungheria, dove allenerà lo Szonmbathely e dove conoscerà la sua futura moglie. Dopo quattro mesi di tournée in America latina, nell’estate 1929 viene richiamato di nuovo in Italia dalla sua vecchia squadra, che porterà allo scudetto diventando, all’età di 34 anni il più giovane allenatore di sempre a vincere il tricolore.

Nella sua vita arriva anche il matrimonio, che verrà celebrato il 24 settembre 1929 in Ungheria con Ilona Rechnitzer anch’essa di origine ebraiche e un libro, “Il giuoco del calcio” pubblicato con Aldo Molinari nel 1930. Subito dopo diventa padre del suo primogenito Roberto, nato a Milano.

Nonostante il ritorno, il 5^posto nel campionato 1930/31 gli costa il mancato rinnovo del contratto con l’Ambrosiana Inter costringendolo a ripartire dal Bari, dove ancora oggi viene ricordato con affetto e stima grazie alla storica salvezza di cui fu artefice. Ma il suo carattere schivo, poco si adattava al caloroso sud e l’esperienza pugliese è una parentesi di pochi anni.

Nel frattempo, la Juventus di Edoardo Agnelli e Carlo Marcano vince 5 scudetti di fila, dando prova di una superiorità schiacciante rispetto al resto delle squadre del campionato.

Weisz non lo sa e, quando l’Inter lo richiama, decide di tornare di nuovo nella sua Milano per tentare il bis. Arriva però secondo dietro la Juventus due anni consecutivi, perdendo di nuovo la panchina e nel 1934 si ritrova ad allenare il Novara in serie B.

L’esperienza piemontese dura solo sei mesi e nel gennaio 1935 accetta l’offerta del Bologna, trovandosi in un club che segnerà per sempre la sua vita calcistica ed umana. Arpad trova una squadra organizzata da portare alla salvezza, obiettivo che raggiunge con un onesto sesto posto.

Per sua fortuna il ciclo vittorioso della Juventus sta per finire e nonostante si laurei campione di inverno nel campionato 1935/36, il Bologna di Weisz, grazie ad una difesa grandiosa e ad un gioco pragmatico e spettacolare vince il tricolore con diversi punti di vantaggio sulla seconda che era la Roma.

Lo storico presidente del Bologna Dall’Ara gli rinnova il contratto e Weisz porta al club il secondo spettacolare scudetto, dopo un campionato testa a testa con la Lazio di Silvio Piola.

Ma lo scudetto non basta e il tecnico ungherese porta il Bologna al Torneo dell’Esposizione, praticamente la Champions League dell’epoca. Dopo aver eliminato lo Slavia Praga allo stadio Colombes di Parigi, il Bologna batte 4-1 gli inglesi del Chelsea salendo sul trono d’Europa.

La vita di questo giovane e talentuoso tecnico sembra non poter procedere meglio di così, finché non arriva la storia a fare il suo corso.

Il 18 settembre 1938 infatti, Mussolini promulga le tristemente famose Leggi Razziali e a causa del Regio decreto 1381, tutti gli ebrei stranieri che avevano avuto la residenza in Italia dopo il 1 gennaio 1919, come Weisz, hanno sei mesi per lasciare l’Italia, costringendo il tecnico alle dimissioni.

Il suo mondo che fino a poco prima era fatto di gioie, vittorie e bagordi, riceve un duro contraccolpo, crollano tutte le certezze e comincia a sfaldarsi. Il presidente Dall’Ara non fa nulla per aiutarlo e anche la stampa liquida le sue dimissioni con frasi di circostanza, quasi fosse un allenatore di una squadra di seconda categoria. Ma il calcio a quel punto passa in secondo piano. Essere ebrei impedisce ai suoi figli Roberto e Clara di andare a scuola, Arpad e la moglie Ilona vengono abbandonati dagli amici e da tutti quelli che lo avevano osannato, così nel 1939 si trasferiscono a Parigi, sperando di trovare una squadra da allenare. Non la troverà.

Solo dopo un po’ di tempo e dopo un trasferimento in Olanda, riuscirà finalmente a tornare su una panchina per fare quello che amava, allenare.

Si tratta del Dordrecht, piccolo club dell’omonima cittadina con poco più di 50mila abitanti. In un paio d’anni riesce a portare il club, prima alla salvezza e poi ad uno storico 5^ posto.

Purtroppo, di nuovo, la storia non fa sconti. L’Olanda è occupata dai tedeschi e il 29 settembre 1941, dal Commissariato di polizia della piccola cittadina olandese, parte una lettera al club che invita i dirigenti a proibire ad Arpad Weisz “di stare sul terreno dove sono organizzate partite aperte al pubblico” e successivamente lo invita a non tenere o assumere nessun ebreo nell’associazione.

A differenza del club emiliano, gli olandesi sono vicini a Weisz e alla sua famiglia, consentendogli di sopravvivere nonostante non potesse più allenare. Ma i suoi ex dirigenti poterono fare ben poco contro la Gestapo e il 2 agosto 1942 tutta la famiglia Weisz viene arrestata per essere trasferita nel campo olandese di Westerbork e due mesi dopo ad Auschwitz.

Arrivati nel campo di concentramento, Arpad viene immediatamente separato dalla moglie e dai due figli di soli 12 e 8 anni. I tre verranno avviati subito alla camera a gas, morendo insieme il 5 ottobre.

Arpad Weisz invece resiste due anni. Lavorerà in un campo dell’Alta Slesia fino ad arrendersi per fame e stenti ed essere portato anche lui in una camera a gas il 31 gennaio 1944.

Un calciatore, un allenatore talentuoso, un uomo. Arpad Weisz ha fatto la storia e la storia stessa l’ha ucciso, insieme ad altri milioni di persone.

Romana e romanista di nascita, trasferita in Friuli Venezia Giulia per sbaglio. Una laurea in scienze della comunicazione, un lavoro come responsabile marketing e un figlio portiere mi riempiono la vita. La mia grande passione è il calcio, la sua storia e tutto quello che ne fa parte.

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20 aprile 1994, golden gol di Orlandini: l’Italia è campione d’Europa Under 21

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Nel 1994 la UEFA sceglie il Campionato Europeo Under 21 per sperimentare il golden goal, la FIFA lo aveva fatto nei suoi tornei giovanili, e nei quarti di finale di quello under 20 dell’anno prima è l’australiano Anthony Carbone al 99° a segnare il primo in assoluto.

La regola inizialmente denominata “Sudden death” si poneva l’obiettivo di trovare un modo migliore dei tiri di rigore per decretare un vincitore in caso di parità nelle partite ad eliminazione diretta. La questione su come risolvere le partite secche è antica come il calcio, sport che abbina la possibilità del “pari” (cosa piuttosto rara nei giochi) alla “scarsezza” di “punti” mediamente segnati in una partita, cosa questa che rende il pari un risultato piuttosto frequente. La Pallamano, la Pallanuoto o il Rugby prevedono il pareggio ma è molto più raro, lo “zero a zero” è poi un risultato forse solo teorico.

Gli sport che non prevedono il pari risolvono spesso le partite con tempi supplementari ad oltranza o anche con il loro equivalente del rigore, ma per quanto si possano protrarre, prima o poi una squadra primeggia. Il calcio ha sperimentato l’avanzamento ad oltranza della partita, ma la difficoltà di segnare un “punto” nel calcio fa sì che con la stanchezza che avanza la possibilità di segnare una rete si assottiglia sempre più, ne sanno qualcosa Benfica e Bordeaux che nel 1950 giocarono una finale di Coppa Latina fino al 146°, quando i portoghesi segnarono su azione di calcio d’angolo. Ma Torino e Legnano nel 1920/21 fecero di meglio: la parità si prolungò sull’1 a 1 fino al 158° quando venne sospesa per l’oscurità (per la cronaca le squadre rinunciarono allo spareggio venendo eliminate entrambe).

Non essendo percorribile procedere ad oltranza il calcio nelle sue manifestazioni ufficiali (almeno quelle FIFA e UEFA) inizialmente applica con regolarità i supplementari, la ripetizione e, come extrema ratio, il “sorteggio”. Soluzioni come i rigori o il Golden Goal erano state sperimentate in tornei minori, UEFA e FIFA non presero però iniziative fino ai primissimi anni 70’ quando introdussero (gradualmente) i rigori. Come però è facile immaginare mano a mano che si abolirono le ripetizioni si fecero sempre più frequenti le partite decise ai rigori e spesso i supplementari si trasformavano in una stanca attesa della “lotteria”. Se lo spettro della ripetizione e del sorteggio faceva sì che se arrivate ai supplementari la partita si chiudesse spesso nell’extra time, il rifugio dei rigori diventa quasi lo sbocco naturale delle partite che terminano i 90° in parità.

Il Mondiale del ‘90 in Italia non brilla per spettacolarità, il Mondiale americano del 1994 ha “brama” di spettacolarità (e forse evitare le partite con il sole a picco e umidità oltre il 100% avrebbe aiutato), ed il tarlo dei rigori che appiattiscono le partite partorisce l’idea del Golden Goal ma per la Coppa del Mondo è troppo tardi, e l’Europeo under 21 del 1994 è la prima vetrina di rilievo della nuova trovata. L’Italia si presenta da vincitrice in carica in un torneo colmo di futuri campioni che si ritroveranno negli anni a venire nel torneo “dei grandi”. Nei quarti di finale l’Italia accede alla fase finale superando ai quarti la Cecoslovacchia in partita doppia (3-0 / 0-1).

La fase finale si svolgerà in Francia, a Montpellier e a Nimes. Gli Azzurrini in semifinale incontrano i padroni di casa francesi in una partita che si chiude sullo zero a zero, si giocano così per la prima volta i tempi supplementari con la Sudden death ma nessuno segna, il test sarà solo rimandato e per questa volta si va ai rigori, dove per la Francia segnano Carotti e Ouédec poi sbaglia Makélélé e Zidane segna, gli italiani segnano tutti: Panucci, Vieri, Berretta, Marcolin e Carbone, l’Italia è in finale.

Rientrati in patria per giocare la domenica di campionato con le rispettive squadre di club, i ragazzi della “Banda Maldini” torneranno nuovamente a Montpellier per disputare il 20 Aprile la finale del torneo.

La partita con la Francia aveva portato Domenech a criticare gli italiani per il gioco un po’ antico ma certo Maldini non cambiò filosofia per la finale: il Portogallo lo ha già affrontato nelle qualificazioni, 2 a 0 in Portogallo per loro, 2 a 1 in casa per noi, si possono battere. La partita non è particolarmente bella. Il Portogallo va vicino al gol con un “autopalo” di Cannavaro che rischia molto nel liberare la difesa, Scarchilli costringe il portiere portoghese Brassard al miracolo ed al 71° su cross di Rui Costa è il portoghese Toni a colpire la traversa. Si va ai supplementari ed entra in scena Pierluigi Orlandini, classe ‘72, bergamasco di nascita e di maglia.

E’ lui che rischia di far terminare la partita dopo appena un minuto di gioco dei supplementari, ma la palla gli capita sul sinistro che non è il suo piede. La partita prosegue così per altri 8 minuti, con l’Italia più convincente rispetto ai primi 90° di gioco; al 99° è di nuovo Orlandini, e di nuovo il suo piede “sbagliato” a far partire dall’esterno destro dell’area il tiro che regala all’Italia il secondo europeo consecutivo (saranno 3 consecutive, e 5 in 12 anni) e che lo consacra alla storia del calcio come primo calciatore ad aver segnato un golden gol.

Il golden gol dopo la gioia del 1994 ci darà cocenti delusioni (Finale degli Europei del 2000 e gli ottavi del mondiale 2002), e dopo un blando tentativo di tenerlo in vita con il “Silver Goal” (con il quale la Grecia vinse il suo titolo europeo), si ritornò ai calci di rigore. Troppo brutto vedere le partite finire così, dannoso togliere l’emozione dei supplementari che si, talvolta sono melina in attesa dei rigori ma talvolta emozionanti ed imprevedibili, troppa la pressione sull’arbitro e sui guardalinee. Dopo la parentesi dei goal d’oro e d’argento le polemiche sui rigori si sono via via spente, e nell’immaginario collettivo da “lotteria” sono passati ad essere considerati comunque una prova di freddezza dei giocatori e di abilità dei portieri, criterio probabilmente più giusto del “chi segna prima vince”, che rimarrà confinato nei cortili quando si sta facendo buio e bisogna tornare a casa “chi segna il prossimo vince”, in fondo un golden goal lo abbiamo segnato tutti.

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19 aprile 1989, prova di forza: Milan vs Real Madrid 5-0

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GLIEROIDELCALCIO.COM – La Sampdoria si è sbarazzata del Malines, il Napoli del Bayern: blucerchiati in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e i partenopei a contendersi la Coppa Uefa con lo Stoccarda.

E il Milan? I rossoneri sono alle prese con una difficile partita contro un avversario di tutto rispetto, il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, dai più considerato la squadra da battere.

L’andata, finita 1-1, si può considerare un buon risultato indubbiamente ma aveva lasciato molto amaro in bocca sia perché i rossoneri avevano imposto il loro gioco sia a causa di alcune decisioni arbitrali quantomeno discutibili. Una partita dove il gol di Van Basten sarebbe da far vedere in tutte le scuole durante le ore di “Arte”: un colpo di testa a 50 centimetri da terra che arriva a “palombella” all’incrocio dei pali.

Il tagliando d’ingresso della partita (Collezione Matteo Melodia)

Il Milan non ha nessuna intenzione di lasciare scampo agli avversari e mette subito le cose in chiaro partendo forte, fortissimo.

“Dalla curva più rossonera dello stadio è salito, prima timido, poi via via più sicuro, il canto dei tifosi del Liverpool: nel minuto di silenzio per i morti di Sheffield, un canto sommesso, imprevisto, commovente” … quattro giorni prima morirono 96 persone all’Hillsborough Stadium di Sheffield, una strage.

Molta supremazia dei padroni di casa e qualche occasione non sfruttata, poi “Il gol che sbloccava il risultato (17′) partiva da un tenace recupero di palla di Tassotti e Gullit in coppia sul filo del fallo laterale. L’olandese appoggiava al centro per Ancelotti e il regista partiva caracollando: saltato Schuster, evitato Gordillo, bum sotto la traversa, con Buyo due metri avanti a far da spettatore”. E’ 1-0.

Dopo sette minuti il raddoppio: “Da una serie di tre corner è venuta la seconda marcatura. Scambio Donadoni-Tassotti (24′), bel centro lungo, oltre la mischia di centro porta, e Rijkaard che svetta sopra tutti schiacciando in porta”.

Al 45’ la partita, ammesso che fosse ancora aperta, si chiude: Donadoni, ubriaca il suo marcatore diretto e crossa al centro per l’olandese Gullit, che insacca di testa. Si può andare ora a bere un the caldo.

La ripresa inizia come era finito il primo tempo e al 49’ il trio olandese fa tutto da solo: Rijkaard lancia per Gullit che di testa fa da torre a Van Basten in area, il quale con due marcatori vicini a lui, controlla con calma e mette dentro con un gran tiro sotto la traversa.

Esce Gullit e entra Virdis ma la musica non cambia. Al 59′ Donadoni dalla destra si accentra e di sinistro insacca con un diagonale rasoterra che il portiere avversario Buyo sembra non riesca nemmeno a vedere.

È 5-0, una partita impressionante dove il Milan sembra uno schiacciasassi ad una prova di forza. Il Real ne esce sovrastato, accerchiato, surclassato, affannato forse addirittura disperato e spaventato.

 “Tre squadre italiane sono finaliste delle tre Coppe europee. Possiamo gonfiare il petto…”.

Già, bei tempi quelli in cui tre italiane avevano la possibilità di aggiudicarsi un trofeo europeo.

(Le frasi in corsivo tra virgolette sono estrapolate da “La Stampa” del 20 aprile 1989)

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1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

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