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Il Calcio Racconta

31 gennaio 1944 – Arpad Weisz: la morte dell’uomo, l’inizio del mito

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – La storia del calcio è fatta di uomini e di episodi ma a volte ci sono uomini che, più degli altri, la storia non solo l’hanno fatta, ma l’hanno anche vissuta e ne sono tristemente rimasti vittime.

Questa è la storia di Arpad Weisz, la cui unica colpa è stata quella di nascere ebreo.

Arpad Weisz nasce a Solt, in Ungheria, il 16 aprile 1896. I suoi genitori, Lazzaro e Sofia, sono ebrei. Il giovane Arpad gioca a calcio e nel 1911 entra in un club di Budapest, il Torekves, con cui pochi anni dopo, esordisce in prima squadra. La Prima Guerra Mondiale è però alle porte e il giovane Arpad decide di partire per il fronte arrivando per la prima volta in Italia, dove viene catturato durante la quarta battaglia dell’Isonzo e portato come prigioniero a Trapani.

Terminata la Prima Guerra Mondiale, Weisz riprende a giocare nella squadra che aveva lasciato e nel 1923 si sposta al Maccabi Brno, occasione che gli permetterà poi di giocare con la nazionale ungherese, collezionando 6 presenze, tra cui una partita contro l’Italia il 4 marzo del 1923.

Ma quella non sarà l’unica esperienza nel bel paese, anzi, solo la prima di una lunga serie.

Infatti, solo due anni dopo nel 1925, Arpad Weisz viene acquistato dall’Internazionale Milano, nel quale nonostante i goal, s’infortuna, costringendolo così ad un prematuro addio al calcio giocato a soli 30 anni.

La sua carriera all’Internazionale però non finisce qui. È giovane e pronto a prendersi le sue responsabilità così, dopo una parentesi di apprendistato come vice del c.t. azzurro Rangone all’Alessandria, nella stagione 1926/27 diventa allenatore della prima squadra dell’Internazionale Milano.

Da questo punto ha davvero inizio la sua storia.

Arpad non ha solo una intelligenza calcistica, i suoi modi, le scelte, lo renderanno unico e precursore di tanti in questo mondo.

A differenza di molti allenatori dell’epoca, non solo era sempre a stretto contatto con i suoi giocatori partecipando attivamente agli allenamenti senza indossare abiti eleganti, ma fu anche il primo a introdurre i sistemi di allenamento programmati e a studiare la dieta di ogni singolo componente della squadra.

Proprio per questo legame con questo sport e con i suoi giocatori, non era strano trovarlo mentre osservava attento gli allenamenti della primavera.

Nel 1927, il suo centromediano, un certo “dottore” Fulvio Bernardini, gli consiglia di tenere d’occhio un “Balilla” che sta facendo grandi cose nella squadra primavera, un certo Giuseppe Meazza che fece poi esordire il 30 novembre 1927 nella Coppa Volta, diventando successivamente leader e stella della squadra, entrando nella storia del club.

Sembra l’inizio di un periodo d’oro per Weisz, ma il 7^ posto in finale lo vede esonerato e di ritorno in Ungheria, dove allenerà lo Szonmbathely e dove conoscerà la sua futura moglie. Dopo quattro mesi di tournée in America latina, nell’estate 1929 viene richiamato di nuovo in Italia dalla sua vecchia squadra, che porterà allo scudetto diventando, all’età di 34 anni il più giovane allenatore di sempre a vincere il tricolore.

Nella sua vita arriva anche il matrimonio, che verrà celebrato il 24 settembre 1929 in Ungheria con Ilona Rechnitzer anch’essa di origine ebraiche e un libro, “Il giuoco del calcio” pubblicato con Aldo Molinari nel 1930. Subito dopo diventa padre del suo primogenito Roberto, nato a Milano.

Nonostante il ritorno, il 5^posto nel campionato 1930/31 gli costa il mancato rinnovo del contratto con l’Ambrosiana Inter costringendolo a ripartire dal Bari, dove ancora oggi viene ricordato con affetto e stima grazie alla storica salvezza di cui fu artefice. Ma il suo carattere schivo, poco si adattava al caloroso sud e l’esperienza pugliese è una parentesi di pochi anni.

Nel frattempo, la Juventus di Edoardo Agnelli e Carlo Marcano vince 5 scudetti di fila, dando prova di una superiorità schiacciante rispetto al resto delle squadre del campionato.

Weisz non lo sa e, quando l’Inter lo richiama, decide di tornare di nuovo nella sua Milano per tentare il bis. Arriva però secondo dietro la Juventus due anni consecutivi, perdendo di nuovo la panchina e nel 1934 si ritrova ad allenare il Novara in serie B.

L’esperienza piemontese dura solo sei mesi e nel gennaio 1935 accetta l’offerta del Bologna, trovandosi in un club che segnerà per sempre la sua vita calcistica ed umana. Arpad trova una squadra organizzata da portare alla salvezza, obiettivo che raggiunge con un onesto sesto posto.

Per sua fortuna il ciclo vittorioso della Juventus sta per finire e nonostante si laurei campione di inverno nel campionato 1935/36, il Bologna di Weisz, grazie ad una difesa grandiosa e ad un gioco pragmatico e spettacolare vince il tricolore con diversi punti di vantaggio sulla seconda che era la Roma.

Lo storico presidente del Bologna Dall’Ara gli rinnova il contratto e Weisz porta al club il secondo spettacolare scudetto, dopo un campionato testa a testa con la Lazio di Silvio Piola.

Ma lo scudetto non basta e il tecnico ungherese porta il Bologna al Torneo dell’Esposizione, praticamente la Champions League dell’epoca. Dopo aver eliminato lo Slavia Praga allo stadio Colombes di Parigi, il Bologna batte 4-1 gli inglesi del Chelsea salendo sul trono d’Europa.

La vita di questo giovane e talentuoso tecnico sembra non poter procedere meglio di così, finché non arriva la storia a fare il suo corso.

Il 18 settembre 1938 infatti, Mussolini promulga le tristemente famose Leggi Razziali e a causa del Regio decreto 1381, tutti gli ebrei stranieri che avevano avuto la residenza in Italia dopo il 1 gennaio 1919, come Weisz, hanno sei mesi per lasciare l’Italia, costringendo il tecnico alle dimissioni.

Il suo mondo che fino a poco prima era fatto di gioie, vittorie e bagordi, riceve un duro contraccolpo, crollano tutte le certezze e comincia a sfaldarsi. Il presidente Dall’Ara non fa nulla per aiutarlo e anche la stampa liquida le sue dimissioni con frasi di circostanza, quasi fosse un allenatore di una squadra di seconda categoria. Ma il calcio a quel punto passa in secondo piano. Essere ebrei impedisce ai suoi figli Roberto e Clara di andare a scuola, Arpad e la moglie Ilona vengono abbandonati dagli amici e da tutti quelli che lo avevano osannato, così nel 1939 si trasferiscono a Parigi, sperando di trovare una squadra da allenare. Non la troverà.

Solo dopo un po’ di tempo e dopo un trasferimento in Olanda, riuscirà finalmente a tornare su una panchina per fare quello che amava, allenare.

Si tratta del Dordrecht, piccolo club dell’omonima cittadina con poco più di 50mila abitanti. In un paio d’anni riesce a portare il club, prima alla salvezza e poi ad uno storico 5^ posto.

Purtroppo, di nuovo, la storia non fa sconti. L’Olanda è occupata dai tedeschi e il 29 settembre 1941, dal Commissariato di polizia della piccola cittadina olandese, parte una lettera al club che invita i dirigenti a proibire ad Arpad Weisz “di stare sul terreno dove sono organizzate partite aperte al pubblico” e successivamente lo invita a non tenere o assumere nessun ebreo nell’associazione.

A differenza del club emiliano, gli olandesi sono vicini a Weisz e alla sua famiglia, consentendogli di sopravvivere nonostante non potesse più allenare. Ma i suoi ex dirigenti poterono fare ben poco contro la Gestapo e il 2 agosto 1942 tutta la famiglia Weisz viene arrestata per essere trasferita nel campo olandese di Westerbork e due mesi dopo ad Auschwitz.

Arrivati nel campo di concentramento, Arpad viene immediatamente separato dalla moglie e dai due figli di soli 12 e 8 anni. I tre verranno avviati subito alla camera a gas, morendo insieme il 5 ottobre.

Arpad Weisz invece resiste due anni. Lavorerà in un campo dell’Alta Slesia fino ad arrendersi per fame e stenti ed essere portato anche lui in una camera a gas il 31 gennaio 1944.

Un calciatore, un allenatore talentuoso, un uomo. Arpad Weisz ha fatto la storia e la storia stessa l’ha ucciso, insieme ad altri milioni di persone.

Romana e romanista di nascita, trasferita in Friuli Venezia Giulia per sbaglio. Una laurea in scienze della comunicazione, un lavoro come responsabile marketing e un figlio portiere mi riempiono la vita. La mia grande passione è il calcio, la sua storia e tutto quello che ne fa parte.

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Seconda parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – A sei giorni dalla conquista del loro ottavo titolo nazionale, con vittoria nella finalissima a Roma contro la Lazio, la partenza da Genova dei giocatori rossoblù, nella notte del 28 luglio del ’23, a bordo del “Principessa Mafalda”, fu salutata da una marea di tifosi genoani, raccoltasi dapprima, nel pomeriggio, alla Stazione Marittima, e poi, in serata, nella Rotonda di Carignano, quartiere centrale sul mare che si affaccia proprio sopra lo sbocco del porto. Come ricorda, infatti, Pierpaolo Viaggi, nel suo libro, “1923-1925. Il Genoa alla Scoperta del Calcio Sudamericano”, le grida di saluto e incoraggiamento dei tifosi genoani all’indirizzo della squadra in partenza con la nave, furono sentite con una certa emozione da un giocatore del Genoa, che udì quei cori quando già, in piena notte, si trovava all’interno della propria cabina e ne prese nota sul proprio diario. Va forse precisato che il “Principessa Mafalda”, battente regolarmente la rotta Genova-Buenos Aires (con scalo a Rio de Janeiro) e, a periodi alternati, impiegato anche nelle traversate Genova-New York, rappresentava l’eccellenza della marineria italiana e, prima di arrivare alla fine dei suoi giorni con un tragico epilogo nell’ottobre del ’27, poté annoverare tra i suoi passeggeri Arturo Toscanini, Luigi Pirandello e Carlos Gardel.
Di quella spedizione, agli ordini di Mister Garbutt, fecero parte: De Prà, Moruzzi, Bellini, Barbieri, Burlando, Leali, Neri, Sardi, Catto, Santamaria e Bergamino. A loro, si erano aggiunti altri giocatori provenienti da diverse squadre. Atleti coinvolti solo nel progetto di quella specifica impresa sportiva, e quindi in organico solo per la durata della tournée: Giovanni Moscardini, attaccante della Lucchese che sarebbe poi passato al Pisa; Giuseppe Girani, difensore del Padova che quell’anno si rivelò squadra rivelazione, nonché uno dei club finalisti del campionato; Enrico Romano, capitano del Vado che l’anno prima aveva vinto la prima edizione della Coppa Italia ai danni dell’Udinese; ed infine Adolfo Baloncieri, grande giocatore dell’Alessandria (in seguito passato al Torino) che come gli altri tre fu appunto aggregato al Genoa proprio e solo in funzione della tournée sudamericana.

Baloncieri, Romano e Sardi appartenevano a famiglie italiane emigrate in Argentina e, dopo un’esperienza di vita in quella parte dell’America Latina, erano rientrati nel nostro paese. Baloncieri era un piemontese nato ad Alessandria ma era cresciuto a Rosario, nelle pampas della provincia di Santa Fe; Romano era di origine torinese ma era nato a Buenos Aires e si era iniziato al calcio nel Bella Vista Football Club della capitale argentina; e Sardi era nato a Genova ma aveva passato parte della sua infanzia e della sua adolescenza a Buenos Aires, e quindi, per certi aspetti, poteva essere considerato uno “Xeneise”. Dopo vari scali a Barcellona, a San Vicente nelle isole di Capo Verde, a Rio de Janeiro, a Santos, e a Montevideo, il 15 agosto la squadra genovese arrivò in territorio argentino.
Per il resoconto delle partite, possiamo affidarci a Paul Edgerton, e al suo splendido libro dedicato a William Garbutt, da lui definito “il padre del calcio italiano” (onorificenza, a mio parere, da attribuire ad ex-aequo anche al Dottor Spensley). Il 19 agosto, a Buenos Aires, il Genoa perse, per due reti a uno, una prima partita contro la formazione ‘All Stars’, del “Combinado Norte”, composta appunto da giocatori della parte settentrionale della città; poi ne vinse una seconda, il 2 settembre, per uno a zero contro la squadra del “Combinado Sud”; ed in seguito ottenne un pareggio per uno a uno, nel match finale contro la nazionale argentina, giocato davanti ai 30.000 spettatori dello Stadio Barracas, il 9 settembre del ‘23 (secondo altre fonti gli spettatori erano  40.000).

Il pubblico dello Stadio Barracas, in occasione della partita tra la nazionale Argentina e il Genoa, giocata il 9 settembre 1923 a Buenos Aires, e terminata sul punteggio di 1-1

Tra i primi due incontri e l’ultimo, di quelli giocati a Buenos Aires, il viaggio dei rossoblù proseguì, come previsto, con una deviazione a Montevideo, il 5 settembre, dove si registrò esattamente lo stesso entusiasmo tra la comunità genovese di questa città sul Rio della Plata. D’altra parte, perché stupirsi? Ancora oggi in quella metropoli americana, come del resto a Buenos Aires, ci sono negozi di commestibili che vendono la focaccia e la farinata, anche se gli abitanti del posto preferiscono quasi sempre utilizzare i termini di “Fugazza” e “Fainà” che rimandano all’idioma ligure.

Buenos Aires 9 settembre 1923 – Il Presidente Argentino Marcelo de Alvear da il calcio d’inizio di Argentina-Genoa che porterà al vantaggio dei sudamericani. Si tratta di un episodio controverso perchè autorità e fotografi erano ancora in campo. I genoani avevano pensato ad un gesto simbolico, ma i giocatori argentini, ricevuto il passaggio “presidenziale” puntarono la porta ed andarono in gol. Pareggerà poi Aristodemo Santamaria.

Comunque, per tornare agli aspetti calcistici, la sfida con “La Celeste” fu ancora più impegnativa di quelle con gli argentini, e finì con la vittoria uruguagia per due reti a uno. E, a detta di un campione come De Vecchi, al triplice fischio finale i giocatori del Genoa poterono tirare il fiato, estremamente contenti di essere riusciti a contenere le offensive dei loro temuti rivali. Finita la serie di match programmati e, come già anticipato, sfumate le possibilità di disputare una partita contro il Brasile, ai nostri non restò che andare a Rio de Janeiro; non per giocare a pallone ma solo per fare rotta in direzione di Genova. E il rientro nella capitale della Liguria, a bordo di una nave francese, “l’Alsina,” sempre secondo la ricostruzione di Arcuri e Pesce, sarà salutato dai getti d’acqua dei rimorchiatori del porto di Genova e dalle sirene delle navi all’ormeggio ma, soprattutto, da una miriade di bandiere e di fazzoletti, sventolati da una marea di persone raccoltasi su moli, sulle calate e sulle banchine adiacenti alla nave. Il Genoa rientrava a casa, con tutti gli onori del caso, accolto dall’usuale calore del popolo rossoblù. Due anni dopo, come già detto, a ideale chiusura di quel ciclo sudamericano, il Nacional di Montevideo giocò una partita a Marassi, davanti a 22.000 persone che resero omaggio a quella mitica squadra uruguagia. Una squadra avversaria che non solo aveva saputo imporsi con il risultato finale di tre reti a zero, ma che aveva segnato i suoi due primi gol in meno di due minuti. L’evento, all’epoca, fu immortalato in una pellicola, prodotta dalla Pittaluga Film, e quel reportage ancora oggi fa il giro del mondo. Quel filmato è stato, per esempio, trasmesso dalla televisione uruguayana in una puntata celebrativa dei fasti del Nacional e si puó trovare anche nella videocassetta pubblicata nel 1999, in occasione del centenario della squadra di Montevideo.

Quando una squadra diventa un misto di storia e leggenda, il suo mito comincia a vivere di vita propria. E così, della narrazione di quella leggenda, diventa quasi impossibile seguirne gli interi sviluppi e la sua diffusione: dico questo perché è possibile che foto, articoli e filmati di quel periodo siano stati commentati in altre trasmissioni e documentari di cui io non sono a conoscenza.

Il discorso relativo ad una squadra che si pone tra mito e leggenda vale per il Nacional di Montevideo. Ma, allo stesso modo, vale anche per il Genoa. Non a caso, le immagini di repertorio di quegli eventi, in cui le vicende di questi due storici club si sono incrociate, viaggiano ancora oggi via etere, via digitale o tramite il web, dal Golfo di Genova al Rio della Plata.

È anche in ragione di questi antichi legami storici che il Genoa ha avuto, e ha ancora, un rapporto di predilezione con l’Argentina e con l’Uruguay. La tournée del Genoa del ‘23, la partita del Nacional a Marassi del ‘25, i reportage della stampa dell’epoca, i filmati di repertorio di allora, l’accoglienza delle comunità di emigrati di quel periodo, gli attuali servizi televisivi dei media latini, i club argentini di hinchas del Genoa tuttora esistenti, i siti internet del latino-america, i libri di storia del calcio, come quello di Eduardo Galeano: tutto questo è lì a dimostrarlo.

Genova, Aprile 1925, Stadio del Genoa. Davanti a 22.000 spettatori, i giocatori del Nacional di Montevideo fanno il loro ingresso in campo , portando la bandiera tricolore in segno di fratellanza. I giocatori del Genoa contraccambieranno entrando con la bandiera dell’Uruguay.

Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa – Prima parte

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21 agosto 1979 – Il silenzioso addio a Giuseppe Meazza

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Giuseppe Meazza… tanto basta per riempirsi la bocca di leggenda. Tanto basta per riportare la mente ad un calcio fatto di miti, quelli dei mondiali del 1934 e del 1938. Uno dei calciatori più importanti, più forti nella storia del calcio nostrano. Una figura sospesa tra mitologia e fascino pionieristico.

“Il centravanti della Nazionale italiana degli Anni Trenta, è morto a Rapallo, sulla Riviera di Levante, dove si era trasferito da alcuni anni. Meazza era affetto da una grave ed incurabile malattia. I funerali si sono svolti in forma privata. Meazza infatti aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà che l’annuncio della sua morte venisse dato soltanto a funerali avvenuti. La notizia è stata fatta trapelare la notte scorsa da alcuni amici di Rapallo dell’ex giocatore…” (Cit. La Stampa, 23 agosto 1979).

Se ne va così, come aveva voluto, Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn, e più tardi detto Balilla.

Un calciatore che ha dettato la moda, lanciando l’abito blu gessato, imitato nella pettinatura, tra i primi calciatori a concedere autografi. Una “Star”, un “Vip”, forse addirittura “Influencer” … si sarebbe detto anni dopo.

Entra nei ragazzi dell’Ambrosiana a quattordici anni e, due anni più tardi, viene aggregato in prima squadra e disputa la Coppa Volta. In questa occasione l’allenatore Weisz legge nello spogliatoio la formazione annunciando la presenza in campo del giovane Meazza nell’undici iniziale. Uno dei calciatori più anziani, Leopoldo Conti, esclama: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!». L’Opera Nazionale Balilla raccoglie tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni e al “vecchio” Conti viene spontaneo apostrofare in quel modo il giovane Meazza. Lui risponde sul campo: due gol.

Rapidità intellettuale, intuito, fiuto del gol, rappresenta “l’orgogliosa risposta autarchica agli estrosi oriundi importati dal Sud America… Il calcio come invenzione e astuzia, non più come esclusiva possanza atletica e brutalità fisica. Il calcio come arte… Era onnipresente nell’azione esclusivamente per l’innato senso della geometria calcistica” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 23 agosto 1979).

I numeri? 457 partite in campionato e 372 gol, potrebbero bastare questi per esprimere e raccontare la sua grandezza. Due volte campione italiano, nel 1929-30 e nel 1937-38, una Coppa Italia nel 1938-39 con l’Inter. Tre volte capocannoniere, nel 1929-30 (31 gol), nel 1935-36 (25) e nel 1937-’38 (20).

Con la maglia azzurra conta 53 presenze, di cui 17 da Capitano, con 33 reti. L’esordio il 9 febbraio 1930 contro la Svizzera, l’ultima l’11 giugno 1939 davanti alla Romania. Con la Nazionale di Pozzo scrive pagine forse irripetibili: due volte Campione del Mondo, 1934 e 1938, due volte vincitore della Coppa Internazionale.

Nel 1939 è costretto a fermarsi per oltre un anno in seguito a quello che veniva definita “sindrome del piede gelato”, una vasocostrizione di natura traumatica di un’arteria.

Non vuole smettere con il calcio giocato e passa allora al Milan, uno scandalo. Nel 1942 si trasferisce alla Juventus e anche stavolta crea grande scalpore. Poi Varese, Atalanta e di nuovo Inter. A Bergamo e Milano, in queste due ultime esperienze, copre il ruolo di giocatore-allenatore. Appesi gli scarpini al chiodo prova la strada da all’allenatore, anche all’estero con i turchi del Besiktas, esperienza che dura solo pochi mesi. Poi Pro Patria e ancora Inter. In seguito diviene responsabile del settore giovanile dell’Inter.

Ora in silenzio… così come hai voluto.

 

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Prima parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del ’23, il Genoa fece una leggendaria tournée nel Cono Sur de America, affrontando le Selezioni Nazionali di Argentina e Uruguay, ricevendo una calorosissima accoglienza dai liguri di Buenos Aires e Montevideo.  La vicenda, per usare un termine giuridico, “è agli atti”. Nella sua lunga storia, il Grifone ha, per così dire, vissuto una sua “Estate Tanguera”.

Ci sono articoli della stampa italiana e argentina dell’epoca, pubblicazioni e libri a riguardo, che ricostruiscono tutto questo molto dettagliatamente. Un esempio per tutti, è quello tratto dal libro di Camillo Arcuri e Edilio Pesce, “Genoa and Genova. 1893-1993. Una Squadra, una Città, Cento Anni Insieme”; pubblicazione uscita 26 anni fa, in occasione del centenario del Grifo che, tra l’altro, può vantare due contributi preziosi: la copertina ideata dal celebre scenografo e illustratore, candidato due volte all’Oscar, Emanuele Luzzati, e una poesia al suo interno dell’illustre poeta Edoardo Sanguineti, il quale per l’occasione creò appunto un componimento in omaggio a James Spensley.

Alla pagina 65 di questo bellissimo libro, accanto ad una foto scattata a Buenos Aires nell’estate del ’23, si può leggere: “Il corteo delle auto, con la squadra del Genoa, si reca tra due ali di folla a rendere omaggio al monumento del Generale Manuel Belgrano, eroe dell’indipendenza argentina”.  E ” le due ali di folla “non sono certo un’esagerazione del cronista. Chi ha dubbi a riguardo può controllare da solo. Del resto, nel libro in questione, qualche pagina prima si può anche leggere: “È una festa l’arrivo nel porto di Baires, con una gran folla accorsa ad augurare ‘buena suerte’ alla comitiva rossoblù, messaggera di sportività e genovesità, in terre dove la presenza ligure era tanto diffusa quanto apprezzata”. In effetti, in quegli anni, nella parte più meridionale del continente americano, il football era ormai diventato un fenomeno sociale di massa ed aveva raggiunto livelli tecnici davvero notevoli. Tra l’altro, Genova aveva contribuito in modo notevole alla diffusione del calcio nella capitale argentina: il River Plate e il Boca Juniors furono, infatti, fondati da emigrati genovesi, rispettivamente nel 1901 e nel 1905. Basta dare un’occhiata alle generalità dei fondatori, dei dirigenti, e dei primi giocatori per notare subito una serie di nomi dalla chiara impronta ligure che, in alcuni casi, lasciano    anche    intuire   la   località   di provenienza: Pedemonte e Carrega, Salvarezza e Moltedo, Bricchetto, Ratto e Baglietto.

Il Boca Juniors è forse il club che ha conservato più integralmente e più lungamente queste radici genovesi. Infatti, i tifosi di questa squadra amano definirsi “Xeneises”, adattamento ispanizzante della parola “Zeneisi”, che nella lingua genovese indica appunto gli abitanti di Genova.

A riprova di questa mia affermazione, può essere considerato il fatto che sul sito ufficiale del Boca Juniors, nel 2015, oltre all’opzione in spagnolo, e a quella in inglese, per la navigazione delle pagine web si poteva anche scegliere la lingua della città della Lanterna. Ed è questo il motivo per cui, ad esempio, in relazione alla maglia del Boca, nel sito della squadra argentina si poteva leggere che: “O mariolo do Boca o l’è ciù che ‘n sempliçe abito sportivo. O l’è o  tezöo d’ogni tifozo ch’o ghe demanda a-i zugoei de sualo fin a in fondo. O l’è o mantello sacro lödòu da çentenae de cansoin. O simbolo ch’o l’unisce i xeneizes spantegae in gio a-o mundo”. Traduzione per i non genovesi: “La maglia del Boca è qualcosa di più di un semplice abito sportivo. È il tesoro di ogni tifoso e pretende che i giocatori l’impregnino di sudore. È il mantello sacro lodato in centinaia di canzoni.  Il simbolo che unisce i genovesi della Boca sparpagliati in giro per il mondo”. Il genovese, quindi, è forse l’unica lingua di una città italiana ad essere stata utilizzata nel sito ufficiale di una squadra straniera.

Comunque, per tornare alla tournée del Genoa nel ’23, va tenuto presente che, tra il ‘20 ed il ’30 del secolo scorso, il calcio sudamericano, e quello uruguayano in particolare, raggiunse livelli di assoluta eccellenza. La squadra uruguayana di calcio vinse le Olimpiadi del 1924 che, in mancanza del campionato mondiale, a quei tempi non ancora creato, era la massima competizione intercontinentale di football allora esistente; l’anno dopo, il Nacional di Montevideo fece una mitica tournée europea, della durata di circa sei mesi, “la historica gira de 1925”, affrontando, di fronte ad un totale di oltre 800.000 spettatori in 38 partite, storici club europei (tra i quali possiamo citare Barcellona, Deportivo La Coruña, Sporting Lisbona, Porto, Basilea, Rapid Vienna e Genoa), e ottenendo il notevole score di 26 vittorie e sette pareggi; tre anni dopo, nel 1928, il titolo olimpico fu per l’ennesima volta prerogativa dei calciatori uruguagi; e poi, nel ‘30, quando finalmente vennero organizzati i primi mondiali di calcio,  furono  gli  uruguayani,  ancora  una  volta,  ad imporre la loro supremazia, alzando al cielo la Coppa Rimet.

Buenos Aires. Gli emigrati italiani, con tanto di mandolino e chitarra sullo sfondo, rendono omaggio ai giocatori del Genoa. A sinistra si riconosce Luigi Burlando. Al centro Ottavio Barbieri (con cappello chiaro e cravatta), dietro di lui, alla sua sinistra, Renzo de Vecchi. Dietro de Vecchi si riconosce Adolfo Baloncieri (individuabile per il farfallino). A fianco di Baloncieri, si trova Aristodemo Santamaria (anche lui con cappello chiaro e cravatta).

È questa la cornice storica in cui il Genoa, nel 1923, partì in transatlantico da Genova per una tournée, in America Latina; tournée nella quale avrebbe appunto affrontato le più forti nazionali del Sud America. In quella occasione, ci furono anche dei “pour parler” per giocare contro il Brasile.  Ma le trattative non andarono in porto e alla fine furono organizzati solo gli incontri con Argentina e Uruguay.
Va anche detto che il Genoa quell’anno non aveva semplicemente vinto il campionato ma aveva addirittura finito il torneo imbattuto. E il sostegno dei tifosi genoani a quella mitica squadra non era mancato neanche in trasferta. Durante quella stagione fu addirittura organizzato un treno speciale, per la partita col Padova: partenza da Genova alle sei di domenica e rientro previsto per le tre di mattina del giorno dopo. Ma le cronache narrano anche come quella partita, a Padova, non registrò solo l’arrivo del treno genoano. L’entrata dei rossoblù in campo fu infatti accompagnata dal lancio in aria di centinaia di berretti. Erano quelli dei marinai genovesi delle flotte militari, giunti dalle basi navali dei porti di Venezia e Trieste. Fatta quella che per me era una doverosa precisazione storica, possiamo quindi tornare alla tournée in Uruguay e in Argentina.

Continua… 

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