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Il Calcio Racconta

Il campo dei Pionieri – Storia del terreno di gioco dove giocava il Genoa nel 1896

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Un giorno allo scrittore argentino Osvaldo Soriano  capita di entrare in un supermercato insieme ad un suo amico, José Sanfilippo, che era stato un giocatore  di calcio del San Lorenzo. E il caso vuole che l’area in cui era stato costruito quel centro commerciale fosse stata occupata, anni prima, proprio dallo stadio del San Lorenzo.

Così, nel simpaticissimo e divertente racconto di Soriano, girando alla ricerca di un prodotto, piuttosto che un altro, iniziano ad affiorare i ricordi. Là dove si trovano i salami e i formaggi, anni prima c’era stato il campo di gioco.

Ed allora, mentre tutto intorno è un circolare frenetico di clienti con carrelli pieni di scatole, latte e verdure, al vecchio goleador viene in mente una sua mitica rete in un’altrettanto mitica sfida del 1962, contro il Boca Juniors.

Il vecchio bomber indica i tubetti di maionese, nello scaffale a mezza altezza sul muro, e dice  a Soriano: “ Il mio compagno di squadra fece un lancio e mi mise la palla lì”. La gente in coda alla cassa, intanto, incomincia a seguire il racconto, tra l’imbarazzato e lo stupito. Ma l’ex-giocatore continua imperterrito nel suo racconto : “ La palla superò i difensori avversari, rimbalzò là dove ci sono le confezioni di riso e io la colpii molto forte ”.

A quel punto del racconto, la parola passa dal giocatore allo scrittore : “Sanfilippo fece il gesto di calciare, e a noi tutti sembrò di vedere il pallone andare ad insaccarsi vicino ai bilama e alle casse. Ci fu un momento di esaltazione generale che coinvolse tutti, clienti e commessi. E tutti si misero ad applaudire. La vecchia stella del San Lorenzo mi aveva fatto rivivere l’emozione di un gol, segnato anni prima ”.

Inizialmente, la ricostruzione di quel fatto sportivo era una semplice testimonianza, che faceva parte del carteggio tra due grandi scrittori. La storia di quel gol fu infatti raccontata in una lettera scritta da Osvaldo Soriano e inviata all’amico Eduardo Galeano. Ma quest’ultimo decise di pubblicarla nel suo libro Miserie e Splendori del Gioco del Calcio, trasformando così l’aneddoto in breve racconto.

E quel racconto mi era rimasto impresso almeno per due motivi: da un lato per l’originalità dell’ambientazione (la cronaca di un gol a partire dallo shopping in un supermercato), dall’altro perché uno stadio glorioso, teatro di epiche imprese, fagocitato dallo sviluppo urbanistico di una città, mi sembrava un po’ lo specchio dei tempi.

Se penso a Genova e agli odiati rivali, per esempio, mi vengono in mente i due campi della Sampierdarenese: il primo, di fronte a Villa Scassi, costretto negli anni Trenta a lasciare spazio alla costruzione di una strada a scorrimento veloce, Via Antonio Cantore, destinata a collegare il centro alla parte occidentale della città ; l’altro, a Cornigliano, che nel secondo dopoguerra fu trasformato in un deposito per autobus.

Ma quello che non sapevo, e che ho scoperto solo in anni recenti, è che uno dei primi campi di calcio in Italia, se non addirittura il primo in assoluto ce l’ho avuto sotto al naso per quasi cinquant’anni, e non me n’ero accorto.

Tutto è iniziato quando ho deciso di comprare un regalo ai miei nipotini. Giustamente, un tifoso rossoblù una volta ha detto che i bambini genoani devono diventare tali da piccoli, perché se crescono, incominciano a ragionare e a fare due conti, è molto probabile che finiscano per scegliere un’altra squadra. Così, per mettermi al sicuro ho deciso di regalare a Noemi e Mattia l’album  delle figurine del Genoa. E naturalmente, prima di consegnarlo ho deciso di dargli un’occhiata.

Con mio grande piacere, ho scoperto così che i responsabili dell’iniziativa editoriale avevano fatto un lavoro  di ricerca eccellente. Avevano incrociato dati diversi  (testimonianze dei protagonisti di allora, vecchi documenti contabili, planimetrie dell’epoca) per arrivare alla conclusione che il primo campo del Genoa, corrispondeva all’isolato dove ero nato e cresciuto e dove la mia famiglia vive da più di cinquant’anni.

Ad essere precisi, il nostro appartamento, al numero uno, può essere situato in un’area che, approssimativamente, si collocava tra il cerchio di centrocampo e la tre quarti. Con un po’ di compiacimento ed anche una punta d’orgoglio mi è venuto da pensare che avevo tirato il miei primi calci al pallone nello stesso luogo dove avevano giocato i pionieri del football italiano.

Nel cortile davanti a casa ho iniziato a giocare nella seconda metà degli anni Sessanta. Genova è una città avara di spazi, dove i bambini sono costretti a giocare nei vicoli,  in mezzo alle macchine, su strade in pendenza o nei campi sovraffollati di qualche parrocchia. Noi invece, gruppo di una trentina di ragazzini, potevamo considerarci davvero fortunati. Davanti a casa avevamo uno spiazzo enorme per giocare a pallone, talmente grande (100 metri di lunghezza per 30 di larghezza) che, in lunghezza, ne utilizzavamo solo metà, ritrovandoci comunque in un campo di 50×30.

Era un luogo tranquillo, al di fuori del traffico, protetto da 6 palazzi a levante, quattro a ponente, uno a nord ed uno a sud. In quei palazzi abitavano solo famiglie operaie, principalmente ferrovieri ma anche lavoratori siderurgici delle acciaierie Italsider, portuali della Compagnia Unica, operai delle officine meccaniche Ansaldo e qualche marittimo. Queste erano le categorie che rappresentavano quasi esclusivamente gli abitanti dell’isolato ed eccezioni ce n’erano davvero poche. I 6 palazzi dei ferrovieri furono costruiti nel 1919, gli altri edifici circostanti nel 1957. Quindi, ai tempi delle prime partite di football, quell’area era meno edificata e molto più vasta di quanto non lo sia al giorno d’oggi. Era la Piazza d’Armi di Sampierdarena o, ancor meglio, di Campasso. Ma in realtà, più che una piazza vera e propria, era una spianata lunga diverse centinaia di metri e assolutamente priva di edifici. Era chiamata così perchè, a partire dal diciottesimo secolo, era stato un luogo utilizzato per operazioni ed esercitazioni militari. Dopo che il Genoa trasferì nel 1898 il suo campo a Ponte Carrega, in Valbisagno, nella parte opposta della città, la Piazza d’Armi divenne il primo campo della Sampierdarenese. C’è chi nella storia ha sempre il ruolo di apripista e chi, eterno secondo, è destinato a restare nell’ombra ed occupare gli spazi lasciati da altri. Come ricordato in uno striscione in un derby : “ I grandi fanno la storia, gli altri la studiano ”.

In quel campo ho dunque giocato a partire dagli anni Sessanta. E tra quei bambini c’era anche chi aveva talento e in seguito avrebbe giocato nelle giovanili del Genoa e della Sampdoria. C’era un portierino formidabile che a diciott’anni sarebbe stato addirittura ingaggiato dal Milan ; sfortunatamente per lui, le sue indubbie doti tecniche non erano accompagnate dalla sufficiente maturità, e finì per farsi rovinare dai vizi. Altri ancora ingrossarono le file delle squadre genovesi minori (Gruppo C, Don Bosco, Rivarolese). Insomma, si giocava in cortile ma il tasso tecnico era piuttosto elevato. Non c’era nessuno, ma proprio nessuno, interessato allo sci, al tennis, alla pallacanestro o alla pallavolo. Per noi non esisteva che il calcio. Ricordo ancora con quanto entusiasmo e interesse seguivamo (pur essendo dei bambinetti) i mondiali di Messico ’70. Pelé, naturalmente, era la star del torneo, ma rammento che, nella mia mente di bimbo di sette anni, ciò che mi colpiva di più erano i numeri di un giocatore incomprensibilmente finito nel dimenticatoio (almeno in Europa, giacché nel suo paese credo nessuno l’abbia dimenticato). Sto parlando di Rivelino.

Il brasiliano era un vero poeta del calcio. Aveva capacità tecniche, potenza fisica, controllo di palla incredibili ed una buona dose di cattiveria. Ricordo che in una partita “ accarezzò ” la parte superiore della palla con la suola della scarpa destra, facendo rapidamente rimbalzare il pallone in alto, verso la parte interna della sua caviglia e poi scappò sulla sua sinistra mentre l’avversario rimase piantato sul posto, senza avere avuto il tempo di capire cosa fosse successo.  Poco dopo, ebbe un altro colpo di genio : fece una serie di finte ad un avversario per fargli allargare le gambe e provare un tunnel. Ma questo non voleva cadere nel trucchetto e rimaneva con le gambe ravvicinate e ben piantate sul terreno. Allora Rivelino decise intenzionalmente di tirare il pallone sulla gamba destra del giocatore rivale, di farla rimbalzare e d’impossessarne di nuovo, il tutto ovviamente in un batter d’occhio. Il diversivo colse completamente alla sprovvista l’avversario, che ancora una volta rimase piantato sul posto mentre Rivelino stava già puntando la porta.

Il giorno dopo in cortile, durante la solita partita estiva, Sergio di 9 anni provò il numero della parte interna della caviglia e Maurizio di 8 tentò quello del rimbalzo della palla sulla gamba dell’avversario : non ero l’unico ad essere stato impressionato dai numeri del brasilero. Ai giovani che, per evidenti ragioni anagrafiche, non hanno mai sentito parlare di Rivelino, consiglio di scrivere su un motore di ricerca : “ Rivelino – A Patada Atômica ” e di godersi lo spettacolo.

Insomma, naturalmente ho ricordi piacevoli di quel campetto di periferia davanti a casa. Ricordi che oggi si mischiano all’emozione di aver scoperto che molti decenni prima in quello stesso rettangolo di gioco era nato il calcio in Italia. Così, pur essendo una persona piuttosto razionale e poco incline a suggestioni o evocazioni di spiriti ed entità varie, ho deciso di ipotizzare che, a distanza di 125 anni, i protagonisti di quegli epici incontri possano tornare in questo luogo e spiegare a me, e a chi mi ha trasmesso l’amore per il Grifone, come è iniziata la storia.

Allora, provo ad immaginare. Sono nella casa dei miei genitori con il mio prozìo Attilio, portuale genovese nato nel 1900 e primo genoano della famiglia. Nella stanza c’è pure mio padre, portuale anche lui, e poi ci sono io. Tre generazioni di genoani che corrispondono quasi completamente alla storia ultracentenaria del Grifo. Stiamo aspettando George Dormer Fawcus e George Edward Blake. Ci parleranno della prima partita del Genoa.

Eccoli, arrivano, salutano, entrano. Incomincia a parlare George Blake : “ Volevate dunque sapere della prima partita di calcio. Giovedì 7 settembre 1893 fu fondato il club ed il sabato successivo, secondo la tradizione inglese, fu stabilito di giocare il primo incontro nella piazza d’armi del rione Campasso, proprio qua di fronte al vostro portone. Arrivammo tutti in tarda mattinata, verso le undici e trenta, con i giocatori della squadra avversaria. Si andò tutti insieme in trattoria dalla Gina, a duecento metri da qui, all’altezza del primo semaforo, in direzione di Via del Campasso. A quei tempi non si seguivano diete particolari. Al contrario, si mangiava senza badare troppo alle calorie. Per noi, cittadini britannici, i prodotti tipici della vallata erano delle delizie : corzetti alla polceverasca, salame di Sant’Olcese e bianco di Coronata. Si mangiava intorno a mezzogiorno, ma si restava a tavola a chiacchierare ancora un po’, per favorire la digestione. Alle due cominciavano i preparativi : con la calce si tracciavano le linee del terreno di gioco, e poi si sistemavano le sedie ai bordi del campo per gli spettatori e le autorità. Ricordo anche come a volte dall’omnibus o dal tramway scendessero passeggeri incuriositi, che poi decidevano di fermarsi, e seguire interamente l’incontro ”.

A questo punto, George Blake lascia la parola a George Fawcus: “ La prima partita la giocammo contro una formazione mista di tecnici inglesi della fabbrica Wilson e McLaren e operai genovesi che si erano appassionati a quello che allora era uno sport nuovo. Avevano imparato bene e in fretta. Il fair play era più importante del risultato in sé, e se qualcuno di noi sfoggiava un bel numero da un punto di vista tecnico, anche gli avversari italiani si complimentavano in lingua inglese, dicendo ‘nice sir !!’. E quel ‘nice’, nel senso di ‘ bello’  stava  ad intendere ‘ bel tiro !’ oppure ‘ gran bel passaggio !’.

Comunque, gli operai della fabbrica aveva imparato molto bene i fondamentali e, complice la loro giovane età e la conseguente  potenza fisica, quel giorno ci trovammo in difficoltà. Eravamo superiori tecnicamente, visto che praticavamo il football da tempo, ma non riuscivamo a passare in vantaggio. Poi, verso il novantesimo, un rimpallo a nostro favore. La palla arrivò più o meno dove avete appeso quel bel quadro del porto di Genova, qui nell’ingresso di casa vostra. Blake stoppò il pallone di petto e fece un lancio in diagonale sulla tre quarti. Io ero pronto a ricevere. Mi trovavo una dozzina di metri più avanti, cioè dove oggi c’è il vostro salotto, molto vicino a quel tavolino con le bottiglie di vermentino. Controllai di sinistro e calciai forte di destro. Uno a zero per noi. Strette di mano e partita finita”.

E a quel punto mi riprendo da questo viaggio nel tempo. Ho ancora in testa le parole del primo cannoniere del Genoa : “Uno a zero per noi e partita finita”. D’accordo con lei, Mister Fawcus : partita finita. La leggenda però stava solo per cominciare.

N.B: l’articolo è un capitolo del libro “I RACCONTI DEL GRIFO – Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova” di Massimo Prati. Ringraziamo l’autore che ci ha dato la possibilità di pubblicare alcuni capitoli del libro e questo è il terzo appuntamento. Per acquistare il libro, potete rivolgervi all’Associazione Un Cuore Grande Cosi – Onlus (www.uncuoregrandecosi.it – mail: info@uncuoregrandecosi.it)

Qui puoi trovare il primo articolo tratto dal libro “I racconti del Grifo” di Massimo Prati , qui il secondo

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Seconda parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – A sei giorni dalla conquista del loro ottavo titolo nazionale, con vittoria nella finalissima a Roma contro la Lazio, la partenza da Genova dei giocatori rossoblù, nella notte del 28 luglio del ’23, a bordo del “Principessa Mafalda”, fu salutata da una marea di tifosi genoani, raccoltasi dapprima, nel pomeriggio, alla Stazione Marittima, e poi, in serata, nella Rotonda di Carignano, quartiere centrale sul mare che si affaccia proprio sopra lo sbocco del porto. Come ricorda, infatti, Pierpaolo Viaggi, nel suo libro, “1923-1925. Il Genoa alla Scoperta del Calcio Sudamericano”, le grida di saluto e incoraggiamento dei tifosi genoani all’indirizzo della squadra in partenza con la nave, furono sentite con una certa emozione da un giocatore del Genoa, che udì quei cori quando già, in piena notte, si trovava all’interno della propria cabina e ne prese nota sul proprio diario. Va forse precisato che il “Principessa Mafalda”, battente regolarmente la rotta Genova-Buenos Aires (con scalo a Rio de Janeiro) e, a periodi alternati, impiegato anche nelle traversate Genova-New York, rappresentava l’eccellenza della marineria italiana e, prima di arrivare alla fine dei suoi giorni con un tragico epilogo nell’ottobre del ’27, poté annoverare tra i suoi passeggeri Arturo Toscanini, Luigi Pirandello e Carlos Gardel.
Di quella spedizione, agli ordini di Mister Garbutt, fecero parte: De Prà, Moruzzi, Bellini, Barbieri, Burlando, Leali, Neri, Sardi, Catto, Santamaria e Bergamino. A loro, si erano aggiunti altri giocatori provenienti da diverse squadre. Atleti coinvolti solo nel progetto di quella specifica impresa sportiva, e quindi in organico solo per la durata della tournée: Giovanni Moscardini, attaccante della Lucchese che sarebbe poi passato al Pisa; Giuseppe Girani, difensore del Padova che quell’anno si rivelò squadra rivelazione, nonché uno dei club finalisti del campionato; Enrico Romano, capitano del Vado che l’anno prima aveva vinto la prima edizione della Coppa Italia ai danni dell’Udinese; ed infine Adolfo Baloncieri, grande giocatore dell’Alessandria (in seguito passato al Torino) che come gli altri tre fu appunto aggregato al Genoa proprio e solo in funzione della tournée sudamericana.

Baloncieri, Romano e Sardi appartenevano a famiglie italiane emigrate in Argentina e, dopo un’esperienza di vita in quella parte dell’America Latina, erano rientrati nel nostro paese. Baloncieri era un piemontese nato ad Alessandria ma era cresciuto a Rosario, nelle pampas della provincia di Santa Fe; Romano era di origine torinese ma era nato a Buenos Aires e si era iniziato al calcio nel Bella Vista Football Club della capitale argentina; e Sardi era nato a Genova ma aveva passato parte della sua infanzia e della sua adolescenza a Buenos Aires, e quindi, per certi aspetti, poteva essere considerato uno “Xeneise”. Dopo vari scali a Barcellona, a San Vicente nelle isole di Capo Verde, a Rio de Janeiro, a Santos, e a Montevideo, il 15 agosto la squadra genovese arrivò in territorio argentino.
Per il resoconto delle partite, possiamo affidarci a Paul Edgerton, e al suo splendido libro dedicato a William Garbutt, da lui definito “il padre del calcio italiano” (onorificenza, a mio parere, da attribuire ad ex-aequo anche al Dottor Spensley). Il 19 agosto, a Buenos Aires, il Genoa perse, per due reti a uno, una prima partita contro la formazione ‘All Stars’, del “Combinado Norte”, composta appunto da giocatori della parte settentrionale della città; poi ne vinse una seconda, il 2 settembre, per uno a zero contro la squadra del “Combinado Sud”; ed in seguito ottenne un pareggio per uno a uno, nel match finale contro la nazionale argentina, giocato davanti ai 30.000 spettatori dello Stadio Barracas, il 9 settembre del ‘23 (secondo altre fonti gli spettatori erano  40.000).

Il pubblico dello Stadio Barracas, in occasione della partita tra la nazionale Argentina e il Genoa, giocata il 9 settembre 1923 a Buenos Aires, e terminata sul punteggio di 1-1

Tra i primi due incontri e l’ultimo, di quelli giocati a Buenos Aires, il viaggio dei rossoblù proseguì, come previsto, con una deviazione a Montevideo, il 5 settembre, dove si registrò esattamente lo stesso entusiasmo tra la comunità genovese di questa città sul Rio della Plata. D’altra parte, perché stupirsi? Ancora oggi in quella metropoli americana, come del resto a Buenos Aires, ci sono negozi di commestibili che vendono la focaccia e la farinata, anche se gli abitanti del posto preferiscono quasi sempre utilizzare i termini di “Fugazza” e “Fainà” che rimandano all’idioma ligure.

Buenos Aires 9 settembre 1923 – Il Presidente Argentino Marcelo de Alvear da il calcio d’inizio di Argentina-Genoa che porterà al vantaggio dei sudamericani. Si tratta di un episodio controverso perchè autorità e fotografi erano ancora in campo. I genoani avevano pensato ad un gesto simbolico, ma i giocatori argentini, ricevuto il passaggio “presidenziale” puntarono la porta ed andarono in gol. Pareggerà poi Aristodemo Santamaria.

Comunque, per tornare agli aspetti calcistici, la sfida con “La Celeste” fu ancora più impegnativa di quelle con gli argentini, e finì con la vittoria uruguagia per due reti a uno. E, a detta di un campione come De Vecchi, al triplice fischio finale i giocatori del Genoa poterono tirare il fiato, estremamente contenti di essere riusciti a contenere le offensive dei loro temuti rivali. Finita la serie di match programmati e, come già anticipato, sfumate le possibilità di disputare una partita contro il Brasile, ai nostri non restò che andare a Rio de Janeiro; non per giocare a pallone ma solo per fare rotta in direzione di Genova. E il rientro nella capitale della Liguria, a bordo di una nave francese, “l’Alsina,” sempre secondo la ricostruzione di Arcuri e Pesce, sarà salutato dai getti d’acqua dei rimorchiatori del porto di Genova e dalle sirene delle navi all’ormeggio ma, soprattutto, da una miriade di bandiere e di fazzoletti, sventolati da una marea di persone raccoltasi su moli, sulle calate e sulle banchine adiacenti alla nave. Il Genoa rientrava a casa, con tutti gli onori del caso, accolto dall’usuale calore del popolo rossoblù. Due anni dopo, come già detto, a ideale chiusura di quel ciclo sudamericano, il Nacional di Montevideo giocò una partita a Marassi, davanti a 22.000 persone che resero omaggio a quella mitica squadra uruguagia. Una squadra avversaria che non solo aveva saputo imporsi con il risultato finale di tre reti a zero, ma che aveva segnato i suoi due primi gol in meno di due minuti. L’evento, all’epoca, fu immortalato in una pellicola, prodotta dalla Pittaluga Film, e quel reportage ancora oggi fa il giro del mondo. Quel filmato è stato, per esempio, trasmesso dalla televisione uruguayana in una puntata celebrativa dei fasti del Nacional e si puó trovare anche nella videocassetta pubblicata nel 1999, in occasione del centenario della squadra di Montevideo.

Quando una squadra diventa un misto di storia e leggenda, il suo mito comincia a vivere di vita propria. E così, della narrazione di quella leggenda, diventa quasi impossibile seguirne gli interi sviluppi e la sua diffusione: dico questo perché è possibile che foto, articoli e filmati di quel periodo siano stati commentati in altre trasmissioni e documentari di cui io non sono a conoscenza.

Il discorso relativo ad una squadra che si pone tra mito e leggenda vale per il Nacional di Montevideo. Ma, allo stesso modo, vale anche per il Genoa. Non a caso, le immagini di repertorio di quegli eventi, in cui le vicende di questi due storici club si sono incrociate, viaggiano ancora oggi via etere, via digitale o tramite il web, dal Golfo di Genova al Rio della Plata.

È anche in ragione di questi antichi legami storici che il Genoa ha avuto, e ha ancora, un rapporto di predilezione con l’Argentina e con l’Uruguay. La tournée del Genoa del ‘23, la partita del Nacional a Marassi del ‘25, i reportage della stampa dell’epoca, i filmati di repertorio di allora, l’accoglienza delle comunità di emigrati di quel periodo, gli attuali servizi televisivi dei media latini, i club argentini di hinchas del Genoa tuttora esistenti, i siti internet del latino-america, i libri di storia del calcio, come quello di Eduardo Galeano: tutto questo è lì a dimostrarlo.

Genova, 7 aprile 1925, Stadio del Genoa. Davanti a 22.000 spettatori, i giocatori del Nacional di Montevideo fanno il loro ingresso in campo , portando la bandiera tricolore in segno di fratellanza. I giocatori del Genoa contraccambieranno entrando con la bandiera dell’Uruguay.

Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa – Prima parte

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21 agosto 1979 – Il silenzioso addio a Giuseppe Meazza

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Giuseppe Meazza… tanto basta per riempirsi la bocca di leggenda. Tanto basta per riportare la mente ad un calcio fatto di miti, quelli dei mondiali del 1934 e del 1938. Uno dei calciatori più importanti, più forti nella storia del calcio nostrano. Una figura sospesa tra mitologia e fascino pionieristico.

“Il centravanti della Nazionale italiana degli Anni Trenta, è morto a Rapallo, sulla Riviera di Levante, dove si era trasferito da alcuni anni. Meazza era affetto da una grave ed incurabile malattia. I funerali si sono svolti in forma privata. Meazza infatti aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà che l’annuncio della sua morte venisse dato soltanto a funerali avvenuti. La notizia è stata fatta trapelare la notte scorsa da alcuni amici di Rapallo dell’ex giocatore…” (Cit. La Stampa, 23 agosto 1979).

Se ne va così, come aveva voluto, Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn, e più tardi detto Balilla.

Un calciatore che ha dettato la moda, lanciando l’abito blu gessato, imitato nella pettinatura, tra i primi calciatori a concedere autografi. Una “Star”, un “Vip”, forse addirittura “Influencer” … si sarebbe detto anni dopo.

Entra nei ragazzi dell’Ambrosiana a quattordici anni e, due anni più tardi, viene aggregato in prima squadra e disputa la Coppa Volta. In questa occasione l’allenatore Weisz legge nello spogliatoio la formazione annunciando la presenza in campo del giovane Meazza nell’undici iniziale. Uno dei calciatori più anziani, Leopoldo Conti, esclama: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!». L’Opera Nazionale Balilla raccoglie tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni e al “vecchio” Conti viene spontaneo apostrofare in quel modo il giovane Meazza. Lui risponde sul campo: due gol.

Rapidità intellettuale, intuito, fiuto del gol, rappresenta “l’orgogliosa risposta autarchica agli estrosi oriundi importati dal Sud America… Il calcio come invenzione e astuzia, non più come esclusiva possanza atletica e brutalità fisica. Il calcio come arte… Era onnipresente nell’azione esclusivamente per l’innato senso della geometria calcistica” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 23 agosto 1979).

I numeri? 457 partite in campionato e 372 gol, potrebbero bastare questi per esprimere e raccontare la sua grandezza. Due volte campione italiano, nel 1929-30 e nel 1937-38, una Coppa Italia nel 1938-39 con l’Inter. Tre volte capocannoniere, nel 1929-30 (31 gol), nel 1935-36 (25) e nel 1937-’38 (20).

Con la maglia azzurra conta 53 presenze, di cui 17 da Capitano, con 33 reti. L’esordio il 9 febbraio 1930 contro la Svizzera, l’ultima l’11 giugno 1939 davanti alla Romania. Con la Nazionale di Pozzo scrive pagine forse irripetibili: due volte Campione del Mondo, 1934 e 1938, due volte vincitore della Coppa Internazionale.

Nel 1939 è costretto a fermarsi per oltre un anno in seguito a quello che veniva definita “sindrome del piede gelato”, una vasocostrizione di natura traumatica di un’arteria.

Non vuole smettere con il calcio giocato e passa allora al Milan, uno scandalo. Nel 1942 si trasferisce alla Juventus e anche stavolta crea grande scalpore. Poi Varese, Atalanta e di nuovo Inter. A Bergamo e Milano, in queste due ultime esperienze, copre il ruolo di giocatore-allenatore. Appesi gli scarpini al chiodo prova la strada da all’allenatore, anche all’estero con i turchi del Besiktas, esperienza che dura solo pochi mesi. Poi Pro Patria e ancora Inter. In seguito diviene responsabile del settore giovanile dell’Inter.

Ora in silenzio… così come hai voluto.

 

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Prima parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del ’23, il Genoa fece una leggendaria tournée nel Cono Sur de America, affrontando le Selezioni Nazionali di Argentina e Uruguay, ricevendo una calorosissima accoglienza dai liguri di Buenos Aires e Montevideo.  La vicenda, per usare un termine giuridico, “è agli atti”. Nella sua lunga storia, il Grifone ha, per così dire, vissuto una sua “Estate Tanguera”.

Ci sono articoli della stampa italiana e argentina dell’epoca, pubblicazioni e libri a riguardo, che ricostruiscono tutto questo molto dettagliatamente. Un esempio per tutti, è quello tratto dal libro di Camillo Arcuri e Edilio Pesce, “Genoa and Genova. 1893-1993. Una Squadra, una Città, Cento Anni Insieme”; pubblicazione uscita 26 anni fa, in occasione del centenario del Grifo che, tra l’altro, può vantare due contributi preziosi: la copertina ideata dal celebre scenografo e illustratore, candidato due volte all’Oscar, Emanuele Luzzati, e una poesia al suo interno dell’illustre poeta Edoardo Sanguineti, il quale per l’occasione creò appunto un componimento in omaggio a James Spensley.

Alla pagina 65 di questo bellissimo libro, accanto ad una foto scattata a Buenos Aires nell’estate del ’23, si può leggere: “Il corteo delle auto, con la squadra del Genoa, si reca tra due ali di folla a rendere omaggio al monumento del Generale Manuel Belgrano, eroe dell’indipendenza argentina”.  E ” le due ali di folla “non sono certo un’esagerazione del cronista. Chi ha dubbi a riguardo può controllare da solo. Del resto, nel libro in questione, qualche pagina prima si può anche leggere: “È una festa l’arrivo nel porto di Baires, con una gran folla accorsa ad augurare ‘buena suerte’ alla comitiva rossoblù, messaggera di sportività e genovesità, in terre dove la presenza ligure era tanto diffusa quanto apprezzata”. In effetti, in quegli anni, nella parte più meridionale del continente americano, il football era ormai diventato un fenomeno sociale di massa ed aveva raggiunto livelli tecnici davvero notevoli. Tra l’altro, Genova aveva contribuito in modo notevole alla diffusione del calcio nella capitale argentina: il River Plate e il Boca Juniors furono, infatti, fondati da emigrati genovesi, rispettivamente nel 1901 e nel 1905. Basta dare un’occhiata alle generalità dei fondatori, dei dirigenti, e dei primi giocatori per notare subito una serie di nomi dalla chiara impronta ligure che, in alcuni casi, lasciano    anche    intuire   la   località   di provenienza: Pedemonte e Carrega, Salvarezza e Moltedo, Bricchetto, Ratto e Baglietto.

Il Boca Juniors è forse il club che ha conservato più integralmente e più lungamente queste radici genovesi. Infatti, i tifosi di questa squadra amano definirsi “Xeneises”, adattamento ispanizzante della parola “Zeneisi”, che nella lingua genovese indica appunto gli abitanti di Genova.

A riprova di questa mia affermazione, può essere considerato il fatto che sul sito ufficiale del Boca Juniors, nel 2015, oltre all’opzione in spagnolo, e a quella in inglese, per la navigazione delle pagine web si poteva anche scegliere la lingua della città della Lanterna. Ed è questo il motivo per cui, ad esempio, in relazione alla maglia del Boca, nel sito della squadra argentina si poteva leggere che: “O mariolo do Boca o l’è ciù che ‘n sempliçe abito sportivo. O l’è o  tezöo d’ogni tifozo ch’o ghe demanda a-i zugoei de sualo fin a in fondo. O l’è o mantello sacro lödòu da çentenae de cansoin. O simbolo ch’o l’unisce i xeneizes spantegae in gio a-o mundo”. Traduzione per i non genovesi: “La maglia del Boca è qualcosa di più di un semplice abito sportivo. È il tesoro di ogni tifoso e pretende che i giocatori l’impregnino di sudore. È il mantello sacro lodato in centinaia di canzoni.  Il simbolo che unisce i genovesi della Boca sparpagliati in giro per il mondo”. Il genovese, quindi, è forse l’unica lingua di una città italiana ad essere stata utilizzata nel sito ufficiale di una squadra straniera.

Comunque, per tornare alla tournée del Genoa nel ’23, va tenuto presente che, tra il ‘20 ed il ’30 del secolo scorso, il calcio sudamericano, e quello uruguayano in particolare, raggiunse livelli di assoluta eccellenza. La squadra uruguayana di calcio vinse le Olimpiadi del 1924 che, in mancanza del campionato mondiale, a quei tempi non ancora creato, era la massima competizione intercontinentale di football allora esistente; l’anno dopo, il Nacional di Montevideo fece una mitica tournée europea, della durata di circa sei mesi, “la historica gira de 1925”, affrontando, di fronte ad un totale di oltre 800.000 spettatori in 38 partite, storici club europei (tra i quali possiamo citare Barcellona, Deportivo La Coruña, Sporting Lisbona, Porto, Basilea, Rapid Vienna e Genoa), e ottenendo il notevole score di 26 vittorie e sette pareggi; tre anni dopo, nel 1928, il titolo olimpico fu per l’ennesima volta prerogativa dei calciatori uruguagi; e poi, nel ‘30, quando finalmente vennero organizzati i primi mondiali di calcio,  furono  gli  uruguayani,  ancora  una  volta,  ad imporre la loro supremazia, alzando al cielo la Coppa Rimet.

Buenos Aires. Gli emigrati italiani, con tanto di mandolino e chitarra sullo sfondo, rendono omaggio ai giocatori del Genoa. A sinistra si riconosce Luigi Burlando. Al centro Ottavio Barbieri (con cappello chiaro e cravatta), dietro di lui, alla sua sinistra, Renzo de Vecchi. Dietro de Vecchi si riconosce Adolfo Baloncieri (individuabile per il farfallino). A fianco di Baloncieri, si trova Aristodemo Santamaria (anche lui con cappello chiaro e cravatta).

È questa la cornice storica in cui il Genoa, nel 1923, partì in transatlantico da Genova per una tournée, in America Latina; tournée nella quale avrebbe appunto affrontato le più forti nazionali del Sud America. In quella occasione, ci furono anche dei “pour parler” per giocare contro il Brasile.  Ma le trattative non andarono in porto e alla fine furono organizzati solo gli incontri con Argentina e Uruguay.
Va anche detto che il Genoa quell’anno non aveva semplicemente vinto il campionato ma aveva addirittura finito il torneo imbattuto. E il sostegno dei tifosi genoani a quella mitica squadra non era mancato neanche in trasferta. Durante quella stagione fu addirittura organizzato un treno speciale, per la partita col Padova: partenza da Genova alle sei di domenica e rientro previsto per le tre di mattina del giorno dopo. Ma le cronache narrano anche come quella partita, a Padova, non registrò solo l’arrivo del treno genoano. L’entrata dei rossoblù in campo fu infatti accompagnata dal lancio in aria di centinaia di berretti. Erano quelli dei marinai genovesi delle flotte militari, giunti dalle basi navali dei porti di Venezia e Trieste. Fatta quella che per me era una doverosa precisazione storica, possiamo quindi tornare alla tournée in Uruguay e in Argentina.

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