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La Penna degli Altri

Il centenario della Triestina, per 30 anni gloria del calcio italiano

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SPORTHISTORIA.IT (Giovanni Manenti) – Lo Sport da una parte, Storia e Politica dall’altra, dovrebbero appartenere a due mondi separati, ma come in ogni cosa della vita ci sono circostanze in cui ciò si sublima in un’unica entità come nel caso di una delle più gloriose ed amate Società calcistiche del nostro Paese, che proprio grazie ad eventi di tale portata – ancorché, purtroppo tragici riferendosi a Guerre Mondiali – ha potuto scrivere pagine importanti nella storia dell’Italia pallonara.

Il Club a cui ci riferiamo è l’Unione Sportiva Triestina, le cui radici risalgono alla fine del primo conflitto mondiale, al termine del quale il movimento irredentista che aveva spinto l’Italia ad entrare in guerra per ottenere l’annessione di Trento e Trieste – all’epoca sotto l’egida dell’Impero austroungarico – era riuscito nel proprio intento, anche se il Calcio era già praticato in città.

Infatti, esistevano due Società, il Football Club Trieste e la Ponziana, le quali avevano però il problema di dividersi l’unico terreno di gioco, non meglio che la Piazza d’Armi di una Caserma Austroungarica di Piazza Dalmazia, circostanza non gradita al Comando Militare instauratosi a guerra conclusa, tanto da vietarne inizialmente l’uso per poi addivenire, nel dicembre 1918, a poco più di un mese dalla cessazione delle ostilità, ad un compromesso che consentiva l’utilizzo dell’impianto a condizione che i due Club si fondessero in un’unica Società.

Ecco, quindi, che lo storico accordo viene siglato il 19 gennaio 1919 presso il “Caffè Battisti con la costituzione di un triumvirato, composto dai Dirigenti Bertazzoni, Fonda e Vaccari, per poi dare ufficialmente vita, il 2 febbraio successivo al termine di una riunione assembleare, alla nuova Società cui viene assegnato il nome di Unione Sportiva Triestina.

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Stagione, quella 1928-’29, al termine della quale le prime 8 formazioni classificate nei due Gironi A e B della Divisione Nazionale avrebbero dovuto partecipare alla neonata Serie A ipotizzata a 16 squadre, e per la Triestina vi è la beffa di fallire l’obiettivo per un solo punto (30 a 29), giungendo nona alle spalle del Padova …

Fortuna vuole che, nel Girone B l’ottavo posto sia diviso tra Lazio e Napoli a pari merito, circostanza che induce la FIGC ad allargare il nuovo Campionato a 18 squadre, ammettendole entrambe e ripescando i giuliani dall’altro raggruppamento, così che anche gli alabardati possono iscriversi al Torneo che dà inizio ad una fase nuova del Calci in Italia.

Un’opportunità che la Società non si lascia sfuggire, dimostrando sul campo di aver meritato il favore ricevuto, tanto da essere, nel periodo intercorrente tra l’avvio del nuovo format dei Campionati ed il secondo, tragico conflitto mondiale, una delle più belle realtà nel panorama calcistico nostrano.

Difatti, dopo una prima stagione in cui si salva a scapito proprio, ironia della sorte, di quel Padova che le avrebbe impedito di partecipare al Girone unico, la Triestina riesce durante gli anni ’30 – decennio di gloria per il Calcio italiano, con le vittorie ai Campionati del Mondo di Italia ’34 e Francia ’38 e della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino ’36 – a mantenersi nelle posizioni di immediato rincalzo in Classifica, fornendo altresì il proprio contributo alla causa azzurra.

Il primo giocatore alabardato ad avere questo onore è uno dei figli più amati della città giuliana, vale a dire Nereo Rocco, il quale disputa il 25 marzo ’34 a Milano la sua unica gara in Nazionale nel 4-0 rifilato alla Grecia quale qualificazione ai successivi Campionati Mondiali, venendo inserito dal Commissario Tecnico Vittorio Pozzo tra i preselezionati per la rassegna iridata per poi essere escluso dalla definitiva lista dei ventidue azzurri.

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Come ricordato, nel corso del decennio – che vede altresì la costruzione di uno Stadio autonomo, detto “del Littorio”, inaugurato il 25 settembre 1932 e che mantiene detta denominazione sino alla caduta del fascismo – la Triestina inizia a scalare posizioni nelle gerarchie del Calcio nazionale e, dopo altre due sofferte salvezze nel 1931 e ’32, proprio il poter contare su di un nuovo impianto fa sì che, nella stagione della sua inaugurazione la formazione, allenata da Csapkay, concluda ad un lusinghiero ottavo posto.

E’ il decennio in cui si fanno valere i due più famosi giocatori ad aver indossato la maglia alabardata nel corso del suo secolo di vita, vale a dire le ali Pietro Pasinati, prodotto locale dove è nato il 21 luglio 1910, e Luigi “Gino” Colaussi, goriziano di Gradisca d’Isonzo, paese in cui vede la luce il 4 marzo 1914.

In realtà, quest’ultimo farebbe di cognome Colausig, ma le leggi fasciste dell’epoca che imponevano l’italianizzazione dei nomi stranieri – lo stesso Rocco era di origini austriache, Roch per la precisione – ne modificano il dato anagrafico, a differenza di suo nipote Giordano, che potrà far valere negli anni ’60 la sua naturale origine calcando anch’egli i campi della Serie A con Vicenza e Roma.

Questioni fonetiche a parte, le due estreme entrano a far parte del giro azzurro a partire dalla stagione 1935-’36, con alterne fortune, nel senso che dapprima Pozzo dà più fiducia a Colaussi, per poi metterlo in concorrenza con Ferraris II nel ruolo di ala sinistra, mentre Pasinati diviene titolare sull’altra fascia, tanto da scendere in campo come titolare nel match d’esordio ai Mondiali di Francia ’38 contro la Norvegia per quella che, viceversa, rappresenta l’ultima delle sue 11 presenze in azzurro, impreziosite da 5 reti all’attivo.

La sofferta vittoria per 2-1 ai supplementari contro gli scandinavi induce il Commissario Tecnico a cambiare gli estremi, e così, mentre a Pasinati subentra il bolognese Amedeo Biavati, ecco Colaussi riconquistare il posto da titolare, scelta quanto mai azzeccata, visto che il goriziano ripaga Pozzo andando a segno in ognuna delle successive tre gare disputate dagli azzurri, ivi compresa la doppietta nel 4-2 in Finale contro l’Ungheria che conferma per l’Italia il titolo conquistato quattro anni prima a Roma.

 

Colaussi che conclude la propria esperienza in Nazionale nel maggio ’40, realizzando l’ultima delle sue 15 reti in maglia azzurra nel successo per 3-2 a Milano contro la Germania per quella che è la sua 26esima presenza, per una media pertanto tutt’altro che disprezzabile, nel mentre la Stagione che si era conclusa con l’oro olimpico aveva altresì rappresentato, all’epoca, il miglior piazzamento della Triestina in Campionato, un sesto posto frutto di una caratteristica del periodo, vale a dire la forza del proprio campo, unico di tutta la Serie A a restare imbattuto e sul quale avevano dovuto pagare dazio anche formazioni blasonate quali Torino (2-0, Rocco e Colaussi), Ambrosiana-Inter (2-1, reti proprio di Pasinati e Colaussi) ed Juventus (1-0, acuto del 20enne Chizzo).

Piazzamento che la Triestina replica due anni dopo, con Konrad alla guida tecnica, nella stagione che porta al Mondiale di Francia ’38, ma a soli 5 punti di distacco dall’Ambrosiana Campione d’Italia dopo essere stata in lizza per il titolo sino a tre giornate dal termine, allorché alla 27esima giornata, superando per 2-0 in casa la Juventus (di Trevisan e Pasinati le reti …) la Classifica recita: Juventus p.37, Ambrosiana p.36, Bologna, Milan e Triestina p.35, per poi abbandonare ogni velleità di primato con la sconfitta interna (l’unica dell’intera stagione …) per 0-2 contro il Livorno al penultimo turno.

Torneo al quale, l’anno successivo, fa seguito una stagione travagliata – che coincide con il trasferimento di Pasinati al Milan, per poi fare ritorno due anni dopo – con la salvezza ottenuta solo grazie ad un miglior quoziente reti davvero millesimale (0,821 ad 0,816) rispetto al Livorno, piazzamento appena migliorato nel ’40, Campionato alla cui conclusione dà l’addio anche Colaussi, trasferitosi alla Juventus dopo aver dato un contributo costituito da 42 reti nelle 248 occasioni in cui ha indossato la maglia biancorossa.

A compensare queste partenze vi è l’affermazione dell’attaccante Guglielmo Trevisan– 18 reti per lui, a due sole lunghezze dal capocannoniere Meazza, nella stagione 1937-’38 – che debutta in Nazionale proprio nel giorno dell’ultima presenza di Colaussi, per poi andare a segno 7 mesi dopo, nell’1-1 di Genova contro l’Ungheria (sua seconda ed ultima apparizione in maglia azzurra …), nonché del mediano Giuseppe Grezar, il quale debutta il 24 ottobre 1937 ad un mese esatto dal compimento dei 19 anni, per poi disputare cinque stagioni in biancorosso prima del trasferimento al Torino nell’estate ’42 dopo aver anch’egli esordito in azzurro andando anche a segno nel 4-0 del 5 aprile 1942 Genova a spese della Croazia.

Grezar che diviene una delle colonne del “Grande Torino”, perdendo anch’egli la vita a soli 30 anni nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949 ed al quale nel 1967 la città intitola lo Stadio che porta ancora il suo nome, pur se la squadra disputa adesso le sue gare interne nel nuovo impianto “Nereo Rocco”, inaugurato nel 1992 …

Una partenza, quella di Grezar, che incide pesantemente sull’esito della successiva stagione – dopo che la Triestina aveva chiuso in nona ed ottava posizione i Campionati 1941 e ’42 – con la compagine alabardata a dover disputare gli spareggi con Venezia e Bari per evitare la retrocessione (peraltro vincendo entrambe le gare, 2-0 e 3-2 rispettivamente …), nonostante vi avesse fatto ritorno Pasinati che a fine Torneo dà l’addio al Calcio avendo collezionato 331 presenze impreziosite da 32 reti all’attivo.

Problemi calcistici che passano largamente in secondo piano per una città che torna ad essere dilaniata dalle tragedie relative al secondo conflitto mondiale, occupata dalle forze tedesche per poi essere contesa tra la neonata Repubblica Federale di Jugoslavia del Maresciallo Tito e l’Italia, data soprattutto la sua importanza strategica come porto, il che determina che, con il trattato di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947, il territorio di influenza venga suddiviso in due zone, di cui la più settentrionale, comprendente Trieste, amministrata dagli angloamericani e la seconda dall’esercito jugoslavo.

Potete pertanto immaginare quanta poca rilevanza rivestissero, in tali frangenti, le questioni sportive e la Triestina, che aveva concluso all’ottavo posto il Campionato Alta Italia ’46, ne subisce le logiche conseguenze, con l’ultimo posto in Classifica alla definitiva ripresa dell’attività agonistica con il Campionato 1946-’47.

La paradossale stagione vissuta dal Club alabardato, costretto, in attesa della firma del citato trattato, a disputare le sue prime gare in trasferta se non in campo neutro allo “Stadio Moretti” di Udine – dopo 10 turni dall’inizio del Torneo, la Triestina è penultima con 6 punti, avendo giocato due partite interne nel capoluogo friulano ed 8 in trasferta – in quanto un’altra compagine cittadina, l’Amatori Ponziana, si era iscritta al Campionato jugoslavo, fa sì che la FIGC, con delibera del 29 luglio 1947, riammetta la Triestina in Serie A, tenendo altresì conto delle benemerenze sportive acquisite negli anni ’30.

E così, il 14 settembre 1947, prende il via l’unico Campionato di Serie A della sua storia con un numero dispari di squadre, ma che la Triestina onora nel miglior modo possibile, vale a dire classificandosi al secondo posto a pari merito con Juventus e Milan, ancorché a debita distanza (65 punti a 49) dall’imbattibile Torino di quegli anni.

Un risultato che, con il 35enne Nereo Rocco alla sua prima esperienza in panchina,  viene ottenuto ancora una volta grazie al “fortino amico” praticamente inespugnabile, visto che il “Comunale” resta imbattuto per l’intera stagione – al pari del “Filadelfia” granata e del “Comunale” di Bergamo – con la Triestina a conquistarvi 35 punti sui 40 disponibili (15 vittorie e 5 pareggi) e dove sono costrette ad alzare bandiera bianca sia la Juventus (1-0, autorete di Parola) che il Milan (2-0, reti di Lucio Rossetti ed Ispiro), mentre la compagine di Capitan Valentino Mazzola viene anch’essa fermata sullo 0-0, a dimostrazione di una solidità difensiva non indifferente, con sole 10 rete concesse, di cui 3 nel match comunque vinto per 4-3 sull’Inter alla penultima giornata.

Un risultato ottenuto con una formazione autoctona, con il solo attaccante Mario Begni (“Top scorer” stagionale con 11 reti …) a provenire da Somma Lombardo (Va), mentre degli altri 14 scesi in campo nel corso del Torneo, ben 8 sono nati a Trieste, 3 in provincia di Gorizia ed uno ciascuno in provincia di Venezia, Udine e Pola …

Una formazione che Rocco conduce ad altri due lusinghieri piazzamenti sia nel ’49 – un ottavo posto in cui, stavolta, sono gli attaccanti a brillare, con Ispiro, Tosolini e Rossetti ad andare in doppia cifra, con 15. 13 ed 11 centri rispettivamente – che nel ’50, allorché viene confermato l’ottavo posto finale, per poi iniziare la fase calante, anche a causa del trasferimento all’Inter del perno difensivo Ivano Blason (con cui si aggiudica lo Scudetto ’53) e dell’addio di Rocco, approdato sulla panchina del Treviso, sostituito dal “guru” ungherese Bela Guttmann che poi farà fortuna in Portogallo.

Quindicesima nel ’51, la Triestina si salva agli spareggi con Lucchese e Brescia (in quest’ultimo caso con le “Rondinelle” quale classificate seconde in Serie B al fine di ridurre da 20 a 18 il numero delle partecipanti alla Serie A …) l’anno successivo, per poi replicare il 15esimo posto nel ’53, stagione che vede l’esordio in prima squadra di un altro “triestino doc” destinato ad una grande carriera, vale a dire Cesare Maldini, il quale debutta nella delicata trasferta di Palermo, conclusa sullo 0-0 alla penultima giornata.

Neppure il ritorno di Rocco sulla panchina giuliana nell’estate ’53 apporta dei grossi miglioramenti, addirittura con il tecnico esonerato alla 21esima giornata dopo un pesante tracollo interno per 0-6 contro il Milan e con la Triestina penultima in Classifica, rilevato da Severino Feruglio che riesce comunque a salvare la squadra, così come nella stagione successiva, in cui Maldini si aggiudica lo Scudetto al suo primo anno in maglia rossonera …

Ma il palcoscenico della Serie A comincia a dimostrarsi troppo stretto per una Triestina che non può economicamente competere con Società più potenti in grado di accaparrarsi anche stranieri di grido, e così nemmeno l’approdo in panchina della “Vecchia Gloria” Pasinati – tuttora leader della Graduatoria All Time con 344 presenze(comprese quelle del Campionato Alta Italia ’46 …) – può invertire la tendenza, ottenendo una risicata salvezza nel 1956, per poi subire la beffa dell’amara retrocessione l’anno seguente.

Con due sole squadre ad essere condannate alla Serie Cadetta, difatti, ad una giornata dal termine, con il Palermo oramai retrocesso, la Classifica vede nelle parti basse quattro squadre ancora in lotta, con il Vicenza a quota 30, seguito da Triestina ed Atalanta con 29 punti e Genoa con 28, con l’ultimo turno a prevedere lo scontro diretto tra bergamaschi e giuliani da disputarsi in casa di questi ultimi.

E, mentre il Vicenza si mette in salvo superando 3-1 in casa un Milan già da tempo Campione d’Italia, anche il Genoa ottiene la salvezza avendo la meglio 1-0 sul Napoli, mentre lo “spareggio” tra Triestina ed Atalanta vede quest’ultima espugnare il “Comunale” grazie ad una rete di Mion all’8’ della ripresa.

Questo, nonostante che nella formazione alabardata avesse fatto il suo esordio il 20enne Gianfranco Petris e vi avesse disputato il suo secondo Torneo il centravanti Sergio Brighenti proveniente dall’Inter, il quale a fine stagione si trasferisce al Padova per contribuire alle fortune del “Paron” Rocco (il quale, nel frattempo, si era altresì aggiudicato, a dispetto dell’età, le prestazioni di Blason a presidio della difesa …).

Retrocessione che viene ammortizzata con l’immediata risalita in A grazie ad un Torneo Cadetto che, con l’ex Campione Mondiale di Francia ’38 Aldo Olivieri in panchina, vede la Triestina protagonista assoluta grazie alla coppia di attaccanti formata da Aurelio Milani e dal già citato Petris che mette a segno 35 reti (17 e 18 rispettivamente …) in due, con Petris ad essere l’ultimo giocatore biancorosso a vestire la maglia azzurra, debuttando in Nazionale il 23 marzo 1958 ed andando anche a segno nella sconfitta per 2-3 dell’Italia contro l’Austria a Vienna, gara valevole per la Coppa Internazionale.

Ma, non potendo trattenere i propri “gioielli” – Milani si accasa alla Sampdoria, per poi trovare gloria in seguito vincendo la Coppa dei campioni ’64 con l’Inter, e Petris approda alla Fiorentina – il successivo Campionato 1958-‘59 rappresenta a tutt’oggi l’ultimo disputato dalla Triestina nella Massima Serie, con la matematica retrocessione certificata al penultimo turno con lo 0-0 interno con il Vicenza, mentre quella che è, allo stato attuale, l’ultima gara giocata in A dalla compagine alabardata è, ironia della sorte, il pareggio per 2-2 ottenuto a Padova proprio contro la squadra allenata dalla leggenda giuliana Nereo Rocco.

Da ora in avanti, dopo una flebile “fiammella di speranza” per i tifosi costituita dalla Promozione sfiorata l’anno seguente – quarta ad un solo punto dal Catania, terza squadra promossa in A – molte più delusioni che gioie per coloro che vanno a sedersi sulle tribune del “Grezar”, con il Club a non essere capace per quasi 20 anni (dalla retrocessione in Serie C nel ’65 sino al 1983) di uscire dal limbo della terza Divisione, conoscendo anche in due occasioni l’onta della retrocessione in Serie D …

Anni ’80 che fanno tornare l’entusiasmo tra i tifosi, che dopo una prima stagione di assestamento conclusa al nono posto – con protagonista la coppia di attacco composta da De Falco e De Giorgis (14 ed 11 reti rispettivamente …) – vedono sfumare per un niente il ritorno in A nel successivo biennio, concluso al quinto posto nel 1985 a due punti dal Bari promosso (con ancora De Falco sugli scudi, andato 16 volte a segno …), così come nel 1986 con una Classifica peraltro condizionata a seguito di penalizzazioni per uno scandalo scommesse che coinvolge in parte anche la stessa  Triestina.

Retrocessa due anni dopo ed immediatamente risalita la stagione seguente, l’illusione di poter mantenere la Categoria Cadetta dura lo spazio di un biennio, per poi incappare anche in pesanti difficoltà finanziarie che portano la gloriosa Società ad una prima dichiarazione di Fallimento nel ’94 con conseguente iscrizione alla Serie C2 per poi rivedere la luce con l’inizio del nuovo millennio, allorché sotto la guida del Tecnico Ezio Rossi, la Triestina ottiene due Promozioni consecutive – dalla Serie C2 alla C1 nel 2001 aggiudicandosi i Playoff nonostante essersi piazzata quinta nella stagione regolare, e dalla Serie C1 alla B l’anno seguente, compiendo analoga impresa, vale a dire vincere i Playoff nonostante la quinta posizione di partenza – andando vicina ad un tris che avrebbe avuto del clamoroso, piazzandosi quinta a 3 punti (61 a 58) dall’Ancona che occupa l’ultimo posto utile per accedere alla Serie A.

Potrebbe sembrare l’inizio di un nuovo ciclo ad alti livelli, ma invece – con anche la grottesca vicenda del Campionato 2005-’06 in cui la Società cambia 5 allenatori in corso d’opera nonché tre Presidenti, con la controversa figura dell’immobiliarista Flaviano Tonellotto a capo del Club e successivamente indagato dalla Magistratura – nonostante che per un quinquennio la proprietà sia nelle mani dell’imprenditore Stefano Fantinel, la situazione sportiva non migliora sino alla retrocessione in C1 del 2011.

Verdetto del campo che non è niente rispetto a quello che avviene al di fuori del rettangolo di gioco – e più precisamente nelle Aule giudiziarie – con la Triestina dichiarata fallita al termine della Stagione 2012 ed il suo ex Presidente Fantinel indagato per sottrazione indebita di 4milioni di €uro dalle casse della Società, con ciò precipitando nella bolgia della Serie D, da cui non solo non riesce a risalire, ma incappa in un terzo Fallimento nel febbraio 2016 per poi essere ripescata in Serie C a fine 2017 dopo aver concluso al secondo posto il Girone C della Serie D a completamento organici, vista la sparizione di altre Società.

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E’ il “Gronchi rosa” delle figurine Panini: un pensionato alessandrino l’ha trovata in soffitta

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REPUBBLICA.IT – Torino – Il “Gronchi rosa” delle Figurine Panini, la rarissima immagine di Egidio Salvi (calciatore del Brescia nella stagione di serie A 1965-66) diffusa dalla Panini per il suo album dei calciatori in poche copie perché “non doveva essere stampata”, è tornata alla luce in un solaio di Serravalle Scrivia nell’Alessandrino in Piemonte. L’ha trovata, come scrive La Stampa, il pensionato Giuseppe Grosso mentre riordinava alcuni album appartenuti a lui e a suo fratello. “Ho trovato in solaio una serie di figurine di quegli anni e in cima al blocchetto c’era proprio la figurina impossibile da attaccare”, spiega Grosso, nato a Novi ma serravallese di adozione. Ben più rara di Pier Luigi Pizzaballa, ritenuta introvabile alla stregua di quella che ritrae Faustino Goffi (edizione ’67), la figurina di Egidio Salvi è unica perché la Panini ne stampò pochissimi esemplari. Alla casa editrice modenese, infatti, si accorsero di aver fatto un errore: nell’album non c’era spazio per attaccare la figurina perché Salvi nel Brescia compariva nelle riserve, cioè in quella rosa di calciatori per i quali non era prevista la fotografia.

Quando la Panini se ne accorse smise di stamparla, ma alcune bustine erano già state messe in circolazione. Come ricirda sul quotidiano il signor Grosso, “in tanti, non potendola attaccare, la buttarono via o la usarono per giocare. Così, con il tempo, di quella figurina si è persero le tracce. Negli ambienti dei collezionisti sono in pochi a poterla avere e mi risulta talmente rara da non avere un vero valore di mercato”. Giuseppe Grosso, che conserva parecchi album di figurine del periodo della sua gioventù (oggi ha 62 anni) ha fatto una ricerca su Facebook: “Ho chiesto ai gruppi di settore qualche informazione e alcuni massimi esperti mi hanno confermato che è introvabile, alcuni addirittura dicono di non averla mai vista”.

Tra le tante “introvabili” della Panini c’è ancora l’accoppiata Rizzo-Riva al Cagliari nella stagione 1963-64, per lungo tempo la figurina più quotata su Ebay: 110 euro. Altra figurina rarissima è quella di un giovanissimo Gianni Rivera che, dopo l’esordio a 15 anni con l’Alessandria, è passato a 17 anni al Milan: questo primo scatto per l’album Panini in maglia rossonera è considerato introvabile. Ma non finisce qui: tra le ricercatissime c’è quella di Teobaldo Depertini di Casale Monferrato, che nella stagione 1967-68 era il terzino sinistro del Livorno, in Serie B. Dopo Pizzaballa, un altro portiere detiene il primato della rarità nelle figurine Panini: Pietro Battara della Sampdoria: la sua figurina era ricercatissima nella stagione 1968-69. Altro introvabile è Sergio Maddè dell’Hellas Verona: cresciuto nel Milan, tornò a Verona arrivano ad allenare pure la prima squadra nel ’98 e nel 2003. Ci sono poi Antonello Cuccureddu della Juventus (stagione 1973-74); Lamberto Boranga, portiere di Foligno e cresciuto nel Perugia, acquistato a 31 anni dal Cesena; Vinicio Verza, arrivato alla Juve all’inizio degli anni 80 e riserva di Causio: la sua figurina della stagione 1979-80 è una delle più ricercate della storia. Capitolo a parte nella storia delle figurine Panini, infine, meritano quelle realizzate perla stagione 2009-2010 quando la casa editrice modenese ha deciso di far firmare 50 figurine a 12 calciatori di Serie A (per un totale di 600 card autografate): su eBay alcune sono state vendute addirittura a 1.500 euro.

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Quando Helenio Herrera allenava il Rimini

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SOCCERNEWS24.IT (Ernesto Consolo) – Arriva a bordo di una Mini targata Roma. E’ mezzogiorno di sabato 13 novembre 1976. I tifosi lo aspettano, ma lui li pianta e se ne va a Sant’Arcangelo, albergo “Verde Mare”: qui c’è il Rimini in ritiro, momentaneamente in stato confusionale e ultimo in classifica.

Perchè per lui è già il momento di marcare il territorio: “Ho sempre pensato che il destino mi avrebbe portato prima o poi in Romagna, anche se ho avuto altre richieste. Ma ho scelto la Romagna , una regione bellissima e che adoro. La responsabilità tecnica del Rimini sarà tutta mia. Una squadra è malata? Io scelgo la medicina giusta e la rimetto in sesto”.

C’è uno splendido attico pronto in città, vicino al mare. Con lui è sbarcata la moglie Fiora. Tutti sanno che hanno un solo figlio, Helios. Invece dalla Mini ne escono due. La splendida bambina che c’è con loro si chiama Luna, ha tre anni ed è spagnola: Helenio sta ultimando le pratiche per la sua adozione.

E’ un nuovo inizio. Scalda i motori: “A me non fa impressione scendere nella serie cadetta. E poi io ho cominciato in Francia proprio in serie B con il Puteaux. Mi servì moltissimo per fare esperienza. Adesso sono qui per lavorare e basta. Solo per raddrizzare questo Rimini. E la brutta posizione in classifica sarà uno stimolo. Molto peggio guidare una squadra in testa : c’è sempre il rischio di cadere”.

E la prima è Rimini-Brescia, succulenta perché contro uno dei suoi nemici, uno dei primi: il Brescia infatti in panchina ha il signor Antonio Valentin Angelillo: “Saluterò Herrera dandogli del lei e lui mi risponderà sicuramente dandomi del tu. Anche se mi sono davvero meravigliato: un grande come lui accettare di scendere in provincia”. “Angelillo può raccontare quello che vuole. Deve riconoscere che a quei tempi, avevo ragione io. Non appena si è separato dalla donna che lo stava rovinando, è diventato un altro”.

Per fortuna che è già domenica. La mattina Helenio confessa i calciatori. Uno per uno. Ed è lì pronto alle 14,25: li abbraccia, ancora uno per uno. Poi pretende il mischione per darsi l’ultima spinta, mentre lui si accomoda in tribuna. Può seguirla solo da lì per un semplice motivo: perché è squalificato.

Segue la partita impassibile, cappotto blu elegante. Parla poco. Ha un foglietto con la formazione del Brescia e accanto ai nomi tante frecce e freccette. Indica col dito il campo, a destra a sinistra. Poi trasmette gli ordini al direttore sportivo, che gira a una staffetta (con l’ombrello) che raccoglie, fa l’inchino e scende rapido i gradoni fino alla panchina. Lì c’è un dirigente accompagnatore.

Chi si aspettava una brusca smazzata alla formazione, rimane deluso. Anche se Helenio pretende una squadra più lunga , vuole profondità per disarticolare la fase difensiva avversaria. La coppia d’attacco è Fagni-Pellizzaro con Sollier a sostegno . E dopo qualche apprezzabile brano di calcio, inizia un vero assalto. Pellizzaro viene messo giù: Fagni va sul dischetto. Niente, se lo fa parare. Ed Helenio è nervoso. Non sopporta più gli occhiali. Li toglie, li perde. Poi li ritrova. E domanda: “Ma i rigori non li tira Di Maio ?”.

A un quarto d’ora dalla fine, piazzato di Mariolino Russo e Beppe Fagni stacca di testa: Helenio scatta improvvisamente in piedi, Rimini in vantaggio. Tutti gli si buttano al collo. Abbracci. Anche l’uomo-staffetta festeggia. Poi agita l’ombrello e centra in pieno un paio di teste.

La reazione del Brescia non c’è. Angelillo esibisce solo un inutile catenaccio : il primo tiro in porta di Altobelli è all’ottantacinquesimo. Poi ancora Fagni va sul fondo, ne salta uno e rientra : 2-0.  Ed Helenio è in estasi. Lo spingono, lo portano di peso negli spogliatoi , sempre incappottato. E ancora abbracci.

Ma non parla coi cronisti. Non può, c’è la squalifica.

Passano tre quarti d’ora. E cambia idea. Non ce la fa più. Perché adesso proprio non può sottrarsi. Perché lui conosce ogni angolo , ogni taglio di luce del palcoscenico . E la sua non è solo una conferenza stampa , ma prorompe come una sinfonia. Tutta d’un fiato: “Sono molto contento. Ottima squadra, mi è piaciuta.  Ho rettificato alcune cose, ma la miglior tattica è sempre quella che colloca il calciatore nel posto che più gli si addice. Sono stato bravo a trasmettere ai miei giocatori il mio entusiasmo, la mia carica. Stamattina li avevo trovati ben disposti a reagire, a migliorare. L’avvenire sarà radioso perché la squadra è ben preparata ed è merito di Meucci che mi ha preceduto. Perché io non credo nei maghi. Credo nel lavoro, nell’esperienza e nell’intelligenza. I ragazzi sono stati tutti magnifici. E su un terreno pesante. Altrimenti avrebbero vinto con punteggio ben maggiore. Quel gol non arrivava mai e la tensione cresceva sempre più. Io ero convinto che ce l’avrebbero fatta. Anche dopo il rigore mancato”.

Il Rimini aveva segnato un gol soltanto in sette partite e non vinceva una partita di campionato da otto mesi. Dai tempi della C. Helenio esce dallo stadio in trionfo : “In questi anni ho tenuto dei quadernetti , dove ho annotato tutto: calcio italiano, europeo, mondiale. Proprio come una volta. Perché io sono sempre stato all’avanguardia e saprò esserlo ancora. Sono un atleta di sessant’anni, che fa ginnastica, yoga e lunghe camminate. Chi si ferma , è perduto. E il calcio è in piena evoluzione come la vita”.

Prova a rielaborare dati e geometrie. A vedere se ha la stessa inquieta curiosità dei bei tempi. E riprende a parlare di tutto. Della Nazionale per esempio: “Bernardini ha fatto solo perdere tempo. Adesso con Bearzot va meglio. Sottoscrivo la sua formazione per dieci undicesimi. Metterei però Mozzini al posto di Gentile sui centravanti alti e grossi”. “E Italia-Inghilterra per le qualificazioni mondiali come finirà? ” “Vinceremo 2-0 oppure 3-1”.

Buona la prima.

E parla dell’ Inter , of course: “Io chiesi Pulici o Savoldi. Mi comprarono Cerilli, Roselli e compagnia bella. Gente non da Inter e infatti non hanno vinto più niente”.  Il presidente Fraizzoli lo aspettava : “Se Herrera è tanto bravo, perché è finito così in basso, al Rimini ? E’ un uomo malato”.

Per la trasferta di Avellino, la squadra lo trova già sul posto. Helenio è partito il giovedì, con due giorni d’anticipo. Lo accoglie con tutti gli onori l’allenatore avversario , Corrado Viciani. Proprio lui, il profeta del gioco corto: “Herrera ? Lui è rimasto alla sua Inter: è un ritardato tattico”.

Lui non raccoglie provocazioni: “Credo in uno schieramento misto, che tra l’altro, avevo già adottato con la Roma. Le punte si devono marcare in modo implacabile, molto strette. Ma a centrocampo bisogna muoversi a zona. I centrocampisti sono i motori della squadra , ma che motori sarebbero se fossero costretti a correre dietro agli avversari? Questi i concetti basilari che farò applicare al Rimini . In quanto ai rapporti con i calciatori, non sono mai stato rigido. Ho sempre basato tutto sull’amicizia e sulla comprensione. Coi latini un sergente di ferro dura quindici giorni: occorrono invece persuasione e convinzione. Io sono quello che ha cominciato coi cartelli sui muri degli spogliatoi, ma sono anche quello che ha finito con le mogli in ritiro”.

Ancora un campo inzuppato. L’Avellino non fa neanche un graffio alla barriera di Sarti, Raffaeli e Agostinelli . E il Rimini lo infila in contropiede: lungo rinvio proprio di Sarti, che attiva Berlini. Cross e inzuccata di Fagni. Fino al settantesimo, quando l’arbitro decide che è finita: perché il pallone non rimbalza più. Si deve rifare tutto.

Anche se Helenio rimane tranquillo: “La considero vinta oggi. E vinceremo anche la ripetizione”. Si è già acclimatato. Forse rimane a vita e compra un albergo a Riccione. Compare al campo per l’allenamento di buon mattino. Vuole conoscere meglio i calciatori. Ma nella sala attigua agli spogliatoi nessuna scritta a scopo motivazionale. Campeggia invece la foto di una finta calciatrice : biondissima e addosso un micro-slip. Lui fa segni con la testa, approva. Col Taranto, Sollier fuori per infortunio, gioca Carnevali: “Le tre punte sono d’obbligo. Giocheremo a viso aperto. Vogliamo la vittoria”.

Lo sguardo è sempre fisso sul campo. A questa età doveva capitargli ancora: fare l’allenatore senza panchina, come in Nazionale nel dopo-Corea. Ma a quei tempi lui era al top. Il Rimini aspetta l’avversario, si chiude . Dietro è diventata una squadra più che pratica, quasi marmorea. Invulnerabile . E poi riparte: la chiude 2-0 con due contropiedi.

Senza quell’interruzione per pioggia sarebbe la terza vittoria consecutiva. Ma è la conferma che il suo potere ipnotico è intatto, che quel suo calcio di rappresaglia è ancora vincente. Lui, quello dell’epoca della pietra e della fionda. Quello che avevano dato per scaduto, bollito, sorpassato. Anzi, ritardato. In pochi giorni ha trasformato il Rimini a sua immagine e somiglianza. E la città impazzisce. Anche chi non aveva mai messo piede allo stadio, arriva la domenica con bandierina e coccarda biancorossa: “Sapete qual è il più bel complimento che mi hanno fatto ? Quando hanno scritto che penso al calcio trenta ore al giorno. Voglio portare il Rimini ai massimi traguardi”.

“Quando sono venuto in Italia, ho portato il ritmo. Qui le squadre erano lente . Facevano cadere le braccia. Col mio Barcellona avevo fatto otto gol al Milan e otto all’Inter. E ho portato entusiasmo in un ambiente che era moscio. La trovata dei cartelli serviva per dare la scossa ai calciatori italiani. E alla fine ho insegnato come si devono condurre gli allenamenti. Oggi anche i tecnici giovani programmano tutto quanto all’inizio della stagione: il martedì si fa questo, il mercoledì si fa quest’altro, eccetera. I calciatori vanno al campo e sanno già cosa li aspetta. E così , mentre si allenano meccanicamente, pensano al figlio, alla fidanzata . Insomma agli affari loro. Invece con me ogni giorno  c’è una novità”.

Mancano pochi minuti alla partita col Lecce: l’arbitro Menicucci entra nello spogliatoio del Rimini senza bussare. Helenio è dentro, sta parlando. Due dei suoi provano a coprirlo, ma Menicucci lo vede . Non lo saluta . Poi esce e prende nota. Via alla gara e il Rimini carica a testa bassa. Batte quattordici calci d’angolo , ma non passa. C’è un rigore su Fagni, ma non per Menicucci.

E il Lecce segna con un solo tiro in porta: “Purtroppo non posso andare in panchina e quindi quando certe cose non vanno per il meglio, non riesco a fare subito quello che vorrei . E non posso attuare le opportune varianti. La squadra ha bisogno di concentrazione, dell’allenatore sempre vicino. Io invece devo rimanere in tribuna, lontano dai miei ragazzi . E’ stata la voglia di strafare che ci ha fregato: faccio tutto io, faccio tutto io e il collettivo ha pagato. Il cambio di passo oppure di marcatura devono essere immediati. Ogni partita fa storia a sé e questa sconfitta ci farà anche bene dopo tanta euforia. Non fa mai male una lezione di umiltà. Qualcuno si era montato troppo la testa”.

Helenio saluta e parte con Fiora per Milano per un’ospitata alla Domenica Sportiva. Intanto la macchina con la terna arbitrale viene circondata : partono calci e pugni. Arrivano altri tifosi riminesi: la fanno ondeggiare, vogliono rovesciarla. Poi la lasciano scappare. E il referto di Menicucci produce subito i suoi effetti: campo out per due giornate ed Helenio nuovamente squalificato fino al 20 marzo 1977.

“Oltre la sfortuna ci sono altri fattori. Sarebbe ora che la smettessero . Sono perseguitato da qualcuno che mi vuole eliminare dal calcio italiano perché è invidioso dei miei successi” . La direzione della squadra viene affidata al capitano Di Maio. E’ un’autogestione. Helenio dà un’occhiatina dalla tribuna e poi si fa da parte . Anche se l’impronta tattica rimane la sua.  Poi arriva Becchetti, che porta la squadra alla salvezza.

Due anni dopo lo richiamano. Viene da una tonificante vacanza in Svizzera e da tre offerte: la prima dalla Nazionale di calcio femminile, rifiutata per soldi. La seconda dal Monselice in serie C2 : un raid e nulla più, ancora come consulente. Aveva proposto i suoi servigi agli arabi, ma non se n’è fatto nulla. Helenio ritrova il Rimini ancora ultimo in classifica. E ha il solito ruolo ambiguo : “Sono un consulente tecnico. Non andrò in panchina, almeno per il momento. Prima comunque voglio vedere il malato”.

Poi prende tuta e fischietto. Fa giocare una partitella a due porte e ritrova tanti di quella squadra allenata abusivamente per un mese o poco più. C’è anche Beppe Fagni, ormai soggiogato dal suo fascino: “Aspettavo il mago da mesi. La sua personalità è la spinta e la grinta per tutta la squadra. Se lui vuole, faccio gol in qualsiasi momento”.

Ed ecco pronta la diagnosi e la cura: “La squadra manca di velocità e ritmo. E i giovani non hanno personalità e nemmeno idee. Bisogna impostarli. Domenica? Vinciamo e poi andiamo a vincere in trasferta: con me non retrocede nessuno”.

Allo stadio Romeo Neri sono quasi diecimila : l’ultima domenica erano duemila. Ed è solo la Sambenedettese. Anche se ufficialmente l’allenatore del Rimini si chiama Gianni Bonanno. Helenio prende ovviamente posto in tribuna e lì trova la sorpresa più bella: Rinaldo Bianchini ovvero il trombettiere di San Siro, che gl’intona “O mia bella Madunina”.

A sette dalla fine, Fagni scappa via e viene steso in area: Tedoldi trasforma il rigore e tutti ci credono. Via con la tromba: “Me sembra de essere a San Siro. Ho dato una risposta a quelli che sostenevano che io non conosco le squadre di serie B. Non ho la bacchetta magica, neanche io. Ma sono un ottimista e trasmetto ottimismo. Anche l’infarto l’ho superato così”.

Il trombettiere molla l’Inter e segue il Rimini. Anche in trasferta.

“I ragazzi devono correggersi in molte cose , ma ho visto volontà di apprendere e di far bene. Non gli darò tregua: il pallone e i gol devono sognarseli anche la notte. Li voglio più veloci , più precisi . E dovranno essere più squadra. Quando il collettivo è perfetto, anche le pecche individuali non si notano. E quando rientreranno Grezzani in difesa e Ferrara in attacco, sarà ancora meglio. Non faccio tabelle, viviamo alla giornata. Ma, tutto sommato, mi accontenterei di un punto a partita”.

E prove dure in salita per tutti. Poi c’è la lezione di tattica. I calciatori ascoltano. Alla fine dal gruppo si alza una voce. Una sola: “Mi scusi, ma non abbiamo capito proprio niente”.  Mancano quindici partite alla fine.

Due trasferte e zero punti. A Cesena c’è uno strano fenomeno: Raffaeli, Vianello, Mazzoni e Agostinelli cadono a terra come birilli . Sono crampi. Lui attacca: “La preparazione estiva è stata completamente sbagliata”. Gianni Bonanno replica: “Invece è stato traumatico il passaggio al nuovo sistema di allenamento: questo ha provocato i crampi. E poi preferirei che andasse in panchina Herrera, così finisce questa commedia in cui vado io e non decido nulla”.

E’ una sentenza senza appello. Qualcuno intanto affigge ai muri della città manifesti listati a lutto con scritto: “Helenio Herrera”. Perché in fondo lui non è mai stato veramente amato. Idolatrato forse e certamente odiato. Ma adesso per molti è solo un vecchietto patetico che non si rassegna alla fine. Prima lo sopportavano in tv anche con la Zanicchi e Alberto Lupo. Adesso parla solo di calcio. E parla, parla, parla. Così tanto che rischia di somigliare a quel bambino che ha paura del buio.

“Grazie al cielo sono vivo , ma forse è vero quello che pensa Bonanno: ho spinto un po’ troppo nella preparazione. Oppure c’è dell’altro”. Col Foggia la squadra domina, ma pareggia solo al novantatreesimo . Sono quei punti che fanno rabbia e fanno anche tanto retrocessione. Lui prova ancora a sorprendere: dà un giorno di riposo in più alla squadra e, soprattutto, chiede di andare in panchina.

Prontamente autorizzato.

“E’ un ennesimo bagno di calcio attivo, quasi di giovinezza . E mi darà più stimoli. Avrò i ragazzi a portata di voce e potrò stare vicino a Bonanno per scambiare idee e soluzioni. Sono più di cinque anni che non vado in panchina. Forse era un Bologna-Inter di Coppa Italia e perdemmo. Ma quella era la fine di un ciclo. E stavolta ci sarà un risultato positivo”.

Domenica 8 aprile 1979 a Bari è un soporifero 0-0 . Solo una palla gol con Sollier . “Visto com’è vivo anche il Rimini ?” Poi il crollo contro la Ternana in casa. Diventa malinconico: “Tutte le avversarie hanno un tasso tecnico superiore al nostro. Ho fatto tutto quello che si poteva fare. Se fossi arrivato prima , forse non ci si troverebbe in una posizione così drammatica. Ma nemmeno il miglior allenatore del mondo avrebbe salvato questa squadra”.

Ma non scappa: “Adesso credo che per il presidente sia inutile spendere altri soldi per me. Al massimo posso rimanere per preparare subito una grossa squadra e vincere la serie C1”. Forse a lui serve cadere così, fragorosamente. Per ricaricarsi. E anche al Rimini.

E’ mercoledì 2 maggio: quel giorno per la prima volta dopo tanti anni, ad assistere all’allenamento non c’è nessuno. Nemmeno un tifoso. Fagni lo saluta. Poi lo accompagna all’uscita.

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La Penna degli Altri

Nasce Angelo Peruzzi – 16 febbraio 1970

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CALCIONEWS24.COM (Gabriele Montoli) – Il 16 febbraio 1970 nasce a Blera, in provincia di Viterbo, Angelo Peruzzi, da molti considerato uno dei migliori portieri italiani della storia del calcio. L’estremo difensore è stato uno dei massimi esponenti del suo ruolo negli Anni ’90 e 2000, coronando la sua carriera con numerosi titoli e trionfi in patria e in Europa.

Gli esordi e il caso doping

Peruzzi cresce nelle giovanili della Roma, con cui esordisce in prima squadra all’età di appena 17 anni, il 13 dicembre 1987, per sostituire il titolare Tancredicolpito da un petardo lanciati dagli spalti. Nella stagione successiva riesce a ritagliarsi maggior spazio e a collezionare 12 presenze in Serie A e 7 in Coppa Italia. Segue una stagione in prestito al Verona, cui non riesce ad evitare la retrocessione nel campionato cadetto. Torna quindi a Roma per l’annata 1990-91nelle vesti di titolare, ma dopo sole tre giornate viene trovato positivo ad un test antidoping che gli costerà una squalifica di ben 12 mesi.

I trionfi con la Juventus

Tornato a disposizione, viene ingaggiato nel 1991 dalla Juventus per 4,5 miliardi di lire. Con i bianconeri, Peruzzi vincerà tantissimo, complice anche una squadra altamente competitiva in ogni reparto di gioco. Oltre alla Coppa Italia 1995, colleziona in patria 2 Supercoppe italiane e 3 Scudetti, ma soprattutto vivrà da protagonista i trionfi internazionali, con la conquista della Coppa UEFA 1993 e la Champions League 1996, cui seguiranno al Supercoppa UEFA e la Coppa Intercontinentale. Gli Anni ’90 sono sicuramente il periodo di massimo splendore dell’estremo difensore, che ha modo di mostrare tutte le sue grandi qualità. Oltre a senso del piazzamento, esplosività, reattività, con il passare degli anni matura anche tanta esperienza, elemento imprescindibile per un grande portiere.

Gli anni alla Lazio

Lascia la Juventus nel 1999 dopo 208 presenze e approda all’Inter in un’esperienza breve e poco fruttuosa. Solo una stagione più tardi, infatti, Peruzzilascerà Milano per fare ritorno a Roma, sponda biancoceleste. Qui prende il posto dell’anziano Marchegiani e nell’arco di 7 anni colleziona 226 presenze, riuscendo a sollevare altri due trofei: la Supercoppa italiana 2000, vinta proprio contro l’Inter per 4-3, e la Coppa Italia 2004 contro l’ex Juventus. Peruzzi resterà legato alla Lazio fino al 2007, anno del suo ritiro. Gli ultimi anni della sua carriera, però, gli valgono uno dei trionfi più importanti in assoluto, la conquista del Mondiale di Germania 2006 con l’Italia: un’esperienza magica pur non avendo collezionato presenze, essendo vice del titolarissimo Buffon.

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