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La Penna degli Altri

Il centenario della Triestina, per 30 anni gloria del calcio italiano

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SPORTHISTORIA.IT (Giovanni Manenti) – Lo Sport da una parte, Storia e Politica dall’altra, dovrebbero appartenere a due mondi separati, ma come in ogni cosa della vita ci sono circostanze in cui ciò si sublima in un’unica entità come nel caso di una delle più gloriose ed amate Società calcistiche del nostro Paese, che proprio grazie ad eventi di tale portata – ancorché, purtroppo tragici riferendosi a Guerre Mondiali – ha potuto scrivere pagine importanti nella storia dell’Italia pallonara.

Il Club a cui ci riferiamo è l’Unione Sportiva Triestina, le cui radici risalgono alla fine del primo conflitto mondiale, al termine del quale il movimento irredentista che aveva spinto l’Italia ad entrare in guerra per ottenere l’annessione di Trento e Trieste – all’epoca sotto l’egida dell’Impero austroungarico – era riuscito nel proprio intento, anche se il Calcio era già praticato in città.

Infatti, esistevano due Società, il Football Club Trieste e la Ponziana, le quali avevano però il problema di dividersi l’unico terreno di gioco, non meglio che la Piazza d’Armi di una Caserma Austroungarica di Piazza Dalmazia, circostanza non gradita al Comando Militare instauratosi a guerra conclusa, tanto da vietarne inizialmente l’uso per poi addivenire, nel dicembre 1918, a poco più di un mese dalla cessazione delle ostilità, ad un compromesso che consentiva l’utilizzo dell’impianto a condizione che i due Club si fondessero in un’unica Società.

Ecco, quindi, che lo storico accordo viene siglato il 19 gennaio 1919 presso il “Caffè Battisti con la costituzione di un triumvirato, composto dai Dirigenti Bertazzoni, Fonda e Vaccari, per poi dare ufficialmente vita, il 2 febbraio successivo al termine di una riunione assembleare, alla nuova Società cui viene assegnato il nome di Unione Sportiva Triestina.

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Stagione, quella 1928-’29, al termine della quale le prime 8 formazioni classificate nei due Gironi A e B della Divisione Nazionale avrebbero dovuto partecipare alla neonata Serie A ipotizzata a 16 squadre, e per la Triestina vi è la beffa di fallire l’obiettivo per un solo punto (30 a 29), giungendo nona alle spalle del Padova …

Fortuna vuole che, nel Girone B l’ottavo posto sia diviso tra Lazio e Napoli a pari merito, circostanza che induce la FIGC ad allargare il nuovo Campionato a 18 squadre, ammettendole entrambe e ripescando i giuliani dall’altro raggruppamento, così che anche gli alabardati possono iscriversi al Torneo che dà inizio ad una fase nuova del Calci in Italia.

Un’opportunità che la Società non si lascia sfuggire, dimostrando sul campo di aver meritato il favore ricevuto, tanto da essere, nel periodo intercorrente tra l’avvio del nuovo format dei Campionati ed il secondo, tragico conflitto mondiale, una delle più belle realtà nel panorama calcistico nostrano.

Difatti, dopo una prima stagione in cui si salva a scapito proprio, ironia della sorte, di quel Padova che le avrebbe impedito di partecipare al Girone unico, la Triestina riesce durante gli anni ’30 – decennio di gloria per il Calcio italiano, con le vittorie ai Campionati del Mondo di Italia ’34 e Francia ’38 e della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino ’36 – a mantenersi nelle posizioni di immediato rincalzo in Classifica, fornendo altresì il proprio contributo alla causa azzurra.

Il primo giocatore alabardato ad avere questo onore è uno dei figli più amati della città giuliana, vale a dire Nereo Rocco, il quale disputa il 25 marzo ’34 a Milano la sua unica gara in Nazionale nel 4-0 rifilato alla Grecia quale qualificazione ai successivi Campionati Mondiali, venendo inserito dal Commissario Tecnico Vittorio Pozzo tra i preselezionati per la rassegna iridata per poi essere escluso dalla definitiva lista dei ventidue azzurri.

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Come ricordato, nel corso del decennio – che vede altresì la costruzione di uno Stadio autonomo, detto “del Littorio”, inaugurato il 25 settembre 1932 e che mantiene detta denominazione sino alla caduta del fascismo – la Triestina inizia a scalare posizioni nelle gerarchie del Calcio nazionale e, dopo altre due sofferte salvezze nel 1931 e ’32, proprio il poter contare su di un nuovo impianto fa sì che, nella stagione della sua inaugurazione la formazione, allenata da Csapkay, concluda ad un lusinghiero ottavo posto.

E’ il decennio in cui si fanno valere i due più famosi giocatori ad aver indossato la maglia alabardata nel corso del suo secolo di vita, vale a dire le ali Pietro Pasinati, prodotto locale dove è nato il 21 luglio 1910, e Luigi “Gino” Colaussi, goriziano di Gradisca d’Isonzo, paese in cui vede la luce il 4 marzo 1914.

In realtà, quest’ultimo farebbe di cognome Colausig, ma le leggi fasciste dell’epoca che imponevano l’italianizzazione dei nomi stranieri – lo stesso Rocco era di origini austriache, Roch per la precisione – ne modificano il dato anagrafico, a differenza di suo nipote Giordano, che potrà far valere negli anni ’60 la sua naturale origine calcando anch’egli i campi della Serie A con Vicenza e Roma.

Questioni fonetiche a parte, le due estreme entrano a far parte del giro azzurro a partire dalla stagione 1935-’36, con alterne fortune, nel senso che dapprima Pozzo dà più fiducia a Colaussi, per poi metterlo in concorrenza con Ferraris II nel ruolo di ala sinistra, mentre Pasinati diviene titolare sull’altra fascia, tanto da scendere in campo come titolare nel match d’esordio ai Mondiali di Francia ’38 contro la Norvegia per quella che, viceversa, rappresenta l’ultima delle sue 11 presenze in azzurro, impreziosite da 5 reti all’attivo.

La sofferta vittoria per 2-1 ai supplementari contro gli scandinavi induce il Commissario Tecnico a cambiare gli estremi, e così, mentre a Pasinati subentra il bolognese Amedeo Biavati, ecco Colaussi riconquistare il posto da titolare, scelta quanto mai azzeccata, visto che il goriziano ripaga Pozzo andando a segno in ognuna delle successive tre gare disputate dagli azzurri, ivi compresa la doppietta nel 4-2 in Finale contro l’Ungheria che conferma per l’Italia il titolo conquistato quattro anni prima a Roma.

 

Colaussi che conclude la propria esperienza in Nazionale nel maggio ’40, realizzando l’ultima delle sue 15 reti in maglia azzurra nel successo per 3-2 a Milano contro la Germania per quella che è la sua 26esima presenza, per una media pertanto tutt’altro che disprezzabile, nel mentre la Stagione che si era conclusa con l’oro olimpico aveva altresì rappresentato, all’epoca, il miglior piazzamento della Triestina in Campionato, un sesto posto frutto di una caratteristica del periodo, vale a dire la forza del proprio campo, unico di tutta la Serie A a restare imbattuto e sul quale avevano dovuto pagare dazio anche formazioni blasonate quali Torino (2-0, Rocco e Colaussi), Ambrosiana-Inter (2-1, reti proprio di Pasinati e Colaussi) ed Juventus (1-0, acuto del 20enne Chizzo).

Piazzamento che la Triestina replica due anni dopo, con Konrad alla guida tecnica, nella stagione che porta al Mondiale di Francia ’38, ma a soli 5 punti di distacco dall’Ambrosiana Campione d’Italia dopo essere stata in lizza per il titolo sino a tre giornate dal termine, allorché alla 27esima giornata, superando per 2-0 in casa la Juventus (di Trevisan e Pasinati le reti …) la Classifica recita: Juventus p.37, Ambrosiana p.36, Bologna, Milan e Triestina p.35, per poi abbandonare ogni velleità di primato con la sconfitta interna (l’unica dell’intera stagione …) per 0-2 contro il Livorno al penultimo turno.

Torneo al quale, l’anno successivo, fa seguito una stagione travagliata – che coincide con il trasferimento di Pasinati al Milan, per poi fare ritorno due anni dopo – con la salvezza ottenuta solo grazie ad un miglior quoziente reti davvero millesimale (0,821 ad 0,816) rispetto al Livorno, piazzamento appena migliorato nel ’40, Campionato alla cui conclusione dà l’addio anche Colaussi, trasferitosi alla Juventus dopo aver dato un contributo costituito da 42 reti nelle 248 occasioni in cui ha indossato la maglia biancorossa.

A compensare queste partenze vi è l’affermazione dell’attaccante Guglielmo Trevisan– 18 reti per lui, a due sole lunghezze dal capocannoniere Meazza, nella stagione 1937-’38 – che debutta in Nazionale proprio nel giorno dell’ultima presenza di Colaussi, per poi andare a segno 7 mesi dopo, nell’1-1 di Genova contro l’Ungheria (sua seconda ed ultima apparizione in maglia azzurra …), nonché del mediano Giuseppe Grezar, il quale debutta il 24 ottobre 1937 ad un mese esatto dal compimento dei 19 anni, per poi disputare cinque stagioni in biancorosso prima del trasferimento al Torino nell’estate ’42 dopo aver anch’egli esordito in azzurro andando anche a segno nel 4-0 del 5 aprile 1942 Genova a spese della Croazia.

Grezar che diviene una delle colonne del “Grande Torino”, perdendo anch’egli la vita a soli 30 anni nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949 ed al quale nel 1967 la città intitola lo Stadio che porta ancora il suo nome, pur se la squadra disputa adesso le sue gare interne nel nuovo impianto “Nereo Rocco”, inaugurato nel 1992 …

Una partenza, quella di Grezar, che incide pesantemente sull’esito della successiva stagione – dopo che la Triestina aveva chiuso in nona ed ottava posizione i Campionati 1941 e ’42 – con la compagine alabardata a dover disputare gli spareggi con Venezia e Bari per evitare la retrocessione (peraltro vincendo entrambe le gare, 2-0 e 3-2 rispettivamente …), nonostante vi avesse fatto ritorno Pasinati che a fine Torneo dà l’addio al Calcio avendo collezionato 331 presenze impreziosite da 32 reti all’attivo.

Problemi calcistici che passano largamente in secondo piano per una città che torna ad essere dilaniata dalle tragedie relative al secondo conflitto mondiale, occupata dalle forze tedesche per poi essere contesa tra la neonata Repubblica Federale di Jugoslavia del Maresciallo Tito e l’Italia, data soprattutto la sua importanza strategica come porto, il che determina che, con il trattato di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947, il territorio di influenza venga suddiviso in due zone, di cui la più settentrionale, comprendente Trieste, amministrata dagli angloamericani e la seconda dall’esercito jugoslavo.

Potete pertanto immaginare quanta poca rilevanza rivestissero, in tali frangenti, le questioni sportive e la Triestina, che aveva concluso all’ottavo posto il Campionato Alta Italia ’46, ne subisce le logiche conseguenze, con l’ultimo posto in Classifica alla definitiva ripresa dell’attività agonistica con il Campionato 1946-’47.

La paradossale stagione vissuta dal Club alabardato, costretto, in attesa della firma del citato trattato, a disputare le sue prime gare in trasferta se non in campo neutro allo “Stadio Moretti” di Udine – dopo 10 turni dall’inizio del Torneo, la Triestina è penultima con 6 punti, avendo giocato due partite interne nel capoluogo friulano ed 8 in trasferta – in quanto un’altra compagine cittadina, l’Amatori Ponziana, si era iscritta al Campionato jugoslavo, fa sì che la FIGC, con delibera del 29 luglio 1947, riammetta la Triestina in Serie A, tenendo altresì conto delle benemerenze sportive acquisite negli anni ’30.

E così, il 14 settembre 1947, prende il via l’unico Campionato di Serie A della sua storia con un numero dispari di squadre, ma che la Triestina onora nel miglior modo possibile, vale a dire classificandosi al secondo posto a pari merito con Juventus e Milan, ancorché a debita distanza (65 punti a 49) dall’imbattibile Torino di quegli anni.

Un risultato che, con il 35enne Nereo Rocco alla sua prima esperienza in panchina,  viene ottenuto ancora una volta grazie al “fortino amico” praticamente inespugnabile, visto che il “Comunale” resta imbattuto per l’intera stagione – al pari del “Filadelfia” granata e del “Comunale” di Bergamo – con la Triestina a conquistarvi 35 punti sui 40 disponibili (15 vittorie e 5 pareggi) e dove sono costrette ad alzare bandiera bianca sia la Juventus (1-0, autorete di Parola) che il Milan (2-0, reti di Lucio Rossetti ed Ispiro), mentre la compagine di Capitan Valentino Mazzola viene anch’essa fermata sullo 0-0, a dimostrazione di una solidità difensiva non indifferente, con sole 10 rete concesse, di cui 3 nel match comunque vinto per 4-3 sull’Inter alla penultima giornata.

Un risultato ottenuto con una formazione autoctona, con il solo attaccante Mario Begni (“Top scorer” stagionale con 11 reti …) a provenire da Somma Lombardo (Va), mentre degli altri 14 scesi in campo nel corso del Torneo, ben 8 sono nati a Trieste, 3 in provincia di Gorizia ed uno ciascuno in provincia di Venezia, Udine e Pola …

Una formazione che Rocco conduce ad altri due lusinghieri piazzamenti sia nel ’49 – un ottavo posto in cui, stavolta, sono gli attaccanti a brillare, con Ispiro, Tosolini e Rossetti ad andare in doppia cifra, con 15. 13 ed 11 centri rispettivamente – che nel ’50, allorché viene confermato l’ottavo posto finale, per poi iniziare la fase calante, anche a causa del trasferimento all’Inter del perno difensivo Ivano Blason (con cui si aggiudica lo Scudetto ’53) e dell’addio di Rocco, approdato sulla panchina del Treviso, sostituito dal “guru” ungherese Bela Guttmann che poi farà fortuna in Portogallo.

Quindicesima nel ’51, la Triestina si salva agli spareggi con Lucchese e Brescia (in quest’ultimo caso con le “Rondinelle” quale classificate seconde in Serie B al fine di ridurre da 20 a 18 il numero delle partecipanti alla Serie A …) l’anno successivo, per poi replicare il 15esimo posto nel ’53, stagione che vede l’esordio in prima squadra di un altro “triestino doc” destinato ad una grande carriera, vale a dire Cesare Maldini, il quale debutta nella delicata trasferta di Palermo, conclusa sullo 0-0 alla penultima giornata.

Neppure il ritorno di Rocco sulla panchina giuliana nell’estate ’53 apporta dei grossi miglioramenti, addirittura con il tecnico esonerato alla 21esima giornata dopo un pesante tracollo interno per 0-6 contro il Milan e con la Triestina penultima in Classifica, rilevato da Severino Feruglio che riesce comunque a salvare la squadra, così come nella stagione successiva, in cui Maldini si aggiudica lo Scudetto al suo primo anno in maglia rossonera …

Ma il palcoscenico della Serie A comincia a dimostrarsi troppo stretto per una Triestina che non può economicamente competere con Società più potenti in grado di accaparrarsi anche stranieri di grido, e così nemmeno l’approdo in panchina della “Vecchia Gloria” Pasinati – tuttora leader della Graduatoria All Time con 344 presenze(comprese quelle del Campionato Alta Italia ’46 …) – può invertire la tendenza, ottenendo una risicata salvezza nel 1956, per poi subire la beffa dell’amara retrocessione l’anno seguente.

Con due sole squadre ad essere condannate alla Serie Cadetta, difatti, ad una giornata dal termine, con il Palermo oramai retrocesso, la Classifica vede nelle parti basse quattro squadre ancora in lotta, con il Vicenza a quota 30, seguito da Triestina ed Atalanta con 29 punti e Genoa con 28, con l’ultimo turno a prevedere lo scontro diretto tra bergamaschi e giuliani da disputarsi in casa di questi ultimi.

E, mentre il Vicenza si mette in salvo superando 3-1 in casa un Milan già da tempo Campione d’Italia, anche il Genoa ottiene la salvezza avendo la meglio 1-0 sul Napoli, mentre lo “spareggio” tra Triestina ed Atalanta vede quest’ultima espugnare il “Comunale” grazie ad una rete di Mion all’8’ della ripresa.

Questo, nonostante che nella formazione alabardata avesse fatto il suo esordio il 20enne Gianfranco Petris e vi avesse disputato il suo secondo Torneo il centravanti Sergio Brighenti proveniente dall’Inter, il quale a fine stagione si trasferisce al Padova per contribuire alle fortune del “Paron” Rocco (il quale, nel frattempo, si era altresì aggiudicato, a dispetto dell’età, le prestazioni di Blason a presidio della difesa …).

Retrocessione che viene ammortizzata con l’immediata risalita in A grazie ad un Torneo Cadetto che, con l’ex Campione Mondiale di Francia ’38 Aldo Olivieri in panchina, vede la Triestina protagonista assoluta grazie alla coppia di attaccanti formata da Aurelio Milani e dal già citato Petris che mette a segno 35 reti (17 e 18 rispettivamente …) in due, con Petris ad essere l’ultimo giocatore biancorosso a vestire la maglia azzurra, debuttando in Nazionale il 23 marzo 1958 ed andando anche a segno nella sconfitta per 2-3 dell’Italia contro l’Austria a Vienna, gara valevole per la Coppa Internazionale.

Ma, non potendo trattenere i propri “gioielli” – Milani si accasa alla Sampdoria, per poi trovare gloria in seguito vincendo la Coppa dei campioni ’64 con l’Inter, e Petris approda alla Fiorentina – il successivo Campionato 1958-‘59 rappresenta a tutt’oggi l’ultimo disputato dalla Triestina nella Massima Serie, con la matematica retrocessione certificata al penultimo turno con lo 0-0 interno con il Vicenza, mentre quella che è, allo stato attuale, l’ultima gara giocata in A dalla compagine alabardata è, ironia della sorte, il pareggio per 2-2 ottenuto a Padova proprio contro la squadra allenata dalla leggenda giuliana Nereo Rocco.

Da ora in avanti, dopo una flebile “fiammella di speranza” per i tifosi costituita dalla Promozione sfiorata l’anno seguente – quarta ad un solo punto dal Catania, terza squadra promossa in A – molte più delusioni che gioie per coloro che vanno a sedersi sulle tribune del “Grezar”, con il Club a non essere capace per quasi 20 anni (dalla retrocessione in Serie C nel ’65 sino al 1983) di uscire dal limbo della terza Divisione, conoscendo anche in due occasioni l’onta della retrocessione in Serie D …

Anni ’80 che fanno tornare l’entusiasmo tra i tifosi, che dopo una prima stagione di assestamento conclusa al nono posto – con protagonista la coppia di attacco composta da De Falco e De Giorgis (14 ed 11 reti rispettivamente …) – vedono sfumare per un niente il ritorno in A nel successivo biennio, concluso al quinto posto nel 1985 a due punti dal Bari promosso (con ancora De Falco sugli scudi, andato 16 volte a segno …), così come nel 1986 con una Classifica peraltro condizionata a seguito di penalizzazioni per uno scandalo scommesse che coinvolge in parte anche la stessa  Triestina.

Retrocessa due anni dopo ed immediatamente risalita la stagione seguente, l’illusione di poter mantenere la Categoria Cadetta dura lo spazio di un biennio, per poi incappare anche in pesanti difficoltà finanziarie che portano la gloriosa Società ad una prima dichiarazione di Fallimento nel ’94 con conseguente iscrizione alla Serie C2 per poi rivedere la luce con l’inizio del nuovo millennio, allorché sotto la guida del Tecnico Ezio Rossi, la Triestina ottiene due Promozioni consecutive – dalla Serie C2 alla C1 nel 2001 aggiudicandosi i Playoff nonostante essersi piazzata quinta nella stagione regolare, e dalla Serie C1 alla B l’anno seguente, compiendo analoga impresa, vale a dire vincere i Playoff nonostante la quinta posizione di partenza – andando vicina ad un tris che avrebbe avuto del clamoroso, piazzandosi quinta a 3 punti (61 a 58) dall’Ancona che occupa l’ultimo posto utile per accedere alla Serie A.

Potrebbe sembrare l’inizio di un nuovo ciclo ad alti livelli, ma invece – con anche la grottesca vicenda del Campionato 2005-’06 in cui la Società cambia 5 allenatori in corso d’opera nonché tre Presidenti, con la controversa figura dell’immobiliarista Flaviano Tonellotto a capo del Club e successivamente indagato dalla Magistratura – nonostante che per un quinquennio la proprietà sia nelle mani dell’imprenditore Stefano Fantinel, la situazione sportiva non migliora sino alla retrocessione in C1 del 2011.

Verdetto del campo che non è niente rispetto a quello che avviene al di fuori del rettangolo di gioco – e più precisamente nelle Aule giudiziarie – con la Triestina dichiarata fallita al termine della Stagione 2012 ed il suo ex Presidente Fantinel indagato per sottrazione indebita di 4milioni di €uro dalle casse della Società, con ciò precipitando nella bolgia della Serie D, da cui non solo non riesce a risalire, ma incappa in un terzo Fallimento nel febbraio 2016 per poi essere ripescata in Serie C a fine 2017 dopo aver concluso al secondo posto il Girone C della Serie D a completamento organici, vista la sparizione di altre Società.

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Sampdoria-Malines trent’anni dopo

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GENOASAMP.COM (Marco Ferrera) – Era caduta tanta pioggia nella notte tra il 18 ed il 19 aprile 1989 ed aveva reso il prato del Ferraris più simile ad un galoppatoio che ad un campo di calcio. Era il Ferraris a metà, per i lavori di Italia 90, ed i ventimila stipati e fasciati di blucerchiato erano pronti come sempre a sospingere la squadra di Boskov a conquistare un sogno , la prima finale europea della storia, quella di Coppe delle Coppe in programma a Berna nel mese di maggio. Gli avversari erano quelli del Malines, i belgi di Aad De Mos, tecnico olandese, imbattuti da sedici incontri, con in porta uno dei più forti interpreti del ruolo a livello mondiale, Michel Preud’Homme, all’andata solo un gol di Vialli nel finale aveva reso possibile la rimonta, dopo l’uno due dei padroni di casa.
Quel pomeriggio di fango , di fatica e di sudore Gianluca era squalificato ed il “labbro di Novi Sad” si affidò in attacco a Loris Pradella, centravanti “razza Piave”, forte fisicamente ma tanto grezzo e dal gol difficile con a fianco Roberto Mancini, in una di quelle giornate in cui il numero dieci “sentiva” troppo la partita , non riuscendo ad esprimere le sue straordinarie qualità, tanto più su un terreno simile ad un pantano.

Per un’ora i fiamminghi furono padroni del match, Vierchowod si immolò per salvare su un avversario lanciato verso Pagliuca, venne ammonito, un giallo pesante, che gli avrebbe fatto saltare l’eventuale finale. Finale? Ben pochi ci speravano, tanto più quando mancavano poco più di venti minuti alla fine, lo zero a zero non si schiodava e cosa ti inventa Vuja ? Fuori proprio Pradella e dentro Bonomi, un centrocampista, ordinato e nemmeno fantasioso, con Dossena sganciato a creare in appoggio al Mancini poco ispirato di quel giorno, che quando mancavano venti minuti alla fine inventò il corridoio vincente per l’inserimento di Cerezo, abbiamo ancora negli occhi le lunghe e scoordinate leve di Toninho che amministrano la sfera, con il numero otto che si presenta davanti all’imbattibile portiere belga e lo supera con un destro preciso, che bacia il palo e si infila nella rete intrisa d’acqua e di fango, con un boato che fa scuotere Marassi, come se invece di ventimila ci fossero centomila voci a gridare la propria gioia.

E da quel momento assistiamo a venti minuti di gioco, di calcio, di passione, di unione , di spirito di squadra come raramente, forse mai, ci è capitato di vedere, Fausto Pari e Victor Munoz sono maschere di fango, corrono e tamponano, i belgi capiscono che devono far gol per non uscire dalla Coppa, cingono con manovre avvolgenti la difesa davanti a Pagliuca, che difende il golletto insieme a tutta la mezza gradinata e quando il cronometro recita l’85’ , con i giallorossi del Mechelen tutti in avanti, cosa succede? Bonomi respinge una palla al limite della propria area, alleggerisce su Dossena che da centravanti (che non è) gliela ritorna e si lancia nella metà campo sguarnita, vai Dossena, vai Beppe, è una fuga verso Preud’Homme, cuore , fatica e fango , non ce la può fare, la vista ti si annebbia, esce il portierone al limite dell’area, sembra in vantaggio ma Beppe cosa fa? Pelé ai mondiali di Messico 70 sfiorò il gol del secolo contro l’Uruguay, contro Mazurkiewicz, palla da una parte e aggiramento dell’avversario per poi concludere verso la porta sguarnita… quel giorno sull’altopiano messicano la battuta di “O rey” terminò fuori, quel pomeriggio del 19 Aprile 1989 Dossena si fece re, anzi imperatore, andò a riprendere la sfera dopo quella giocata e la scaraventò nella porta incustodita, per un due a zero che resterà nei cuori di tutti i tifosi blucerchiati, chi c’era e chi non c’era, a trepidare davanti alla TV con la voce di Ennio Vitanza. E come in un crescendo rossiniano la Samp d’oro di quel pomeriggio fece anche il terzo e a segnarlo fu il più piccolo di tutti, ma in quel momento in cui scoccò il dardo del terzo gol Faustino Salsano diventò un gigante, rendendo indimenticabile quel pomeriggio di fango, di fatica, di sudore e di lacrime, che copiose scendevano in campo e sugli spalti per aver raggiunto in quel modo una finale europea. Poi arrivò Berna, ma quella è un’altra storia, il pomeriggio del 19 aprile ne era stata scritta una davvero indelebile da quei ragazzi in maglia blucerchiata e dal loro condottiero, l’inarrivabile Vujadin Boskov.

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Cartoline ingiallite di un calcio romantico …

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Ci sono foto che solo a vederle ti fanno venire i brividi, perché sono come dei passepartout in grado di aprire quei forzieri in cui sono custoditi i ricordi più preziosi, le sensazioni e le emozioni legate a quel pallone che rotola sul campo e che fin da bambino ti ha regalato gioie e dolori, che ti ha fatto sognare, gioire o piangere. Rovistando in un cassetto in cui sono raccolti vecchi biglietti e abbonamenti, esce fuori una foto ingiallita dal tempo, quasi ridicola rivista a quasi 50 anni di distanza. Insieme a quella, c’è un ritaglio di una pagina di giornale con la cronaca della partita e a una foto del parterre del vecchio Olimpico con un tifoso che corre sventolando la bandiera e sullo sfondo uno striscione con un messaggio (che non sarà raccolto) al ct azzurro Ferruccio Valcareggi: “Chinaglia in Mexico”. Risale tutto al 19 aprile del 1970, il giorno di Lazio-Bari 4-1. E anche se è passato quasi mezzo secolo, vedendo ritagli e foto la mente vola a quei giorni felici e spensierati.

C’è tanta storia in questo collage, ci sono emozioni e sensazioni che riaffiorano e che fanno quasi male pensando non a quanto tempo è passato, ma soprattutto a quante cose sono cambiate e a quanto a volte è ingiusta e cattiva la vita. Quindi, prima di parlare di quel Lazio-Bari del 19 aprile del 1970, parto da quel bambino che sta insieme a me in posa in quella foto, scattata sul piazzale della palla dello Stadio Olimpico tra la Curva Sud e la Tribuna Tevere: è mio cugino Roberto, il figlio del fratello grande di mio padre. O meglio, era… Io e Roberto siamo cresciuti insieme, facevamo tutto insieme perché ci separava un solo anno d’età che era nulla. Mio cugino aveva un dono: aveva i piedi fatati. Avete presente quei talenti che messi in un campo di calcio sono in grado di mandare il pallone dove vogliono? Ecco, lui era uno di quelli. Ma non ha sfondato nel calcio a causa di una delusione da tifoso. Finita la terza media, mio cugino va a giocare un torneo nazionale e gioca da Dio, al punto che dopo pochi giorni mio zio riceve una telefonata da parte della Juventus. A Roma si presenta un signore distinto che chiede a mio zio di firmare il primo cartellino di Roberto con la Juventus, in cambio di vitto e alloggio pagati e della garanzia dell’iscrizione di mio cugino in un collegio in cui la Juventus manda a studiare tutti i ragazzi del settore giovanile che non sono di Torino. Insomma, un posto nella Academy della Juventus (già, era il 1974 e la Juventus aveva già una Academy…) e la possibilità di entrare nel grande calcio dalla porta principale. Il problema, è che mio cugino e mio zio (come tutti i Greco dalla fondazione della Lazio a oggi) sono laziali e la Juventus in quel momento è la grande rivale della Lazio. Certo, c’è anche la distanza tra Roma e Torino a mettere più di un dubbio, aggiunta al fatto che Roberto è figlio unico: e tutto questo non aiuta. Ma quando c’è da decidere, Roberto chiede a zio: “Ma se mi vuole la Juventus, perché non posso giocare nella Lazio?”…

Quella domanda resta come appesa, senza una risposta. Mio zio, in cerca di una risposta e di una soluzione fa qualche telefonata, chiama vecchi amici di mio nonno Tullio che negli anni Venti era stato dirigente della Lazio e sindaco del Consiglio Direttivo che nel 1927 sventò la fusione, nonché amico e consigliere del Generale Vaccaro, in modo da far fare un provino a mio cugino con la Lazio. Il provino si fa ma la Lazio dice di NO, quindi resta solo l’ipotesi Juventus. Ma l’amore per Roma e la Lazio è troppo forte e mio cugino dice NO GRAZIE e da quel momento in poi decide che per lui il calcio è solo un passatempo e una passione da vivere non in campo, ma sugli spalti. Si laurea, entra in RAI (dove diventa vice direttore dell’ufficio del personale) e resta tifoso, nonostante quella grande delusione provata quando si è sentito dire di NO. Ha tutto dalla vita, vede come me la Lazio vincere due scudetti e trionfare in Europa, ma sul più bello la vita gli toglie tutto, all’improvviso, perché nel 2002 a poco più di 41 anni viene sconfitto dallo stesso male infame che si è portato via ancora giovane anche nonno. E che ha attaccato anche il sottoscritto proprio l’anno successivo. Ma io, al contrario di Roberto, oggi ho la fortuna di poterlo raccontare…

Per questo quella foto mi apre il cuore ma al tempo stesso me lo spezza, perché con mio cugino ho condiviso tutto da ragazzo. I pranzi prima di andare allo stadio a casa di nonna a via Aterno, in quel palazzetto nel quartiere Coppedé; le lunghe attese in quella Tribuna Tevere Numerata quasi deserta in cui con le panche numerate vuote io e lui ci sistemavamo sui gradoni di marmo perché l’abbonamento da aquilotto ci dava il diritto all’ingresso in tribuna ma non al posto, quindi dovevamo arrangiarci in qualche modo; le risate sotto il sole; oppure quando l’acqua ci entrava da tutte le parti in quelle ore d’attesa nelle domeniche di pioggia; gli abbracci ai gol di Giorgio Chinaglia; quell’adesivo con lo scudetto strappato dal petto per scaramanzia alla fine del primo tempo di Lazio-Foggia; l’abbraccio il giorno del secondo scudetto in quel “buen retiro” di amanti del calcio che è la Tribuna Tevere Numerata pensando a zio Giorgio che non c’era più; la lite furibonda fatta quando lui, da responsabile dell’ufficio del personale bocciò (per non dare l’idea di favoritismi) il mio contratto d’assunzione in RAI firmato nel 1994 dall’allora direttore dello sport di RAI3… Insomma, di tutto e di più.

Quel Lazio-Bari, lo ricordo in modo particolare perché la Lazio stava vivendo una sorta di sogno. Appena tornata in Serie A e partita per salvarsi, la squadra costruita da Lorenzo battendo il Bari poteva addirittura agguantare per la prima volta nella storia la qualificazione per partecipare ad una Coppa Europea, trascinata dai gol di quel gigante, grezzo,  sgraziato ma incontenibile che rispondeva al nome di Giorgio Chinaglia. Ed ecco che la foto a colori si lega a quella in bianco e nero, a quell’immagine del tifoso che corre nel vecchio parterre dello stadio Olimpico sventolando una bandiera. Un’immagine impossibile oggi, perché quel parterre usato allora nelle lunghe ore di attesa prima della partita addirittura come campo da calcio improvvisato in cui in 100 si contendevano un pallone non esiste più. Ma anche perché con tutti i divieti che ci sono oggi quel tifoso rischierebbe la multa o il daspo immediato per aver abbandonato il suo posto e per aver scorrazzato da un settore all’altro. E poi quello striscione, quell’invito a Valcareggi a portare Chinaglia in Messico per partecipare a quella che è stata una delle avventure più belle nella storia della Nazionale italiana di calcio. Chinaglia quel posto sull’aereo se lo era meritato a suon di gol, perché con 12 reti in classifica dei cannonieri stava insieme a Chiarugi e a Prati e Boninsegna che poi in Messico ci sono andati. Ma la Lazio in quel momento non è una grande del calcio italiano, quindi Chinaglia quel mondiale lo vede alla tv come tutti noi, pur avendo raccolto in quella stagione scalpi importanti segnando a Milan, Fiorentina (che giocava con lo scudetto sul petto), Inter e Juventus, tutte cadute all’Olimpico sotto i colpi di Long John. Chinaglia segna anche in quell’ultima partita all’Olimpico. Un gol inutile allo scadere, quello del 4-1, ma che viene festeggiato come se fosse il gol della vittoria, con i tifosi già in campo per abbracciare e ringraziare la squadra per quell’annata incredibile, da sogno. Pensate cosa scatenerebbe oggi un’invasione di campo, seppur festosa.

Quel giorno, seduto sugli spalti, ho invidiato quei tifosi che scorrazzavano sul prato verde, ma ancora di più quelli entrati in campo con in testa dei cappelli diversi da quelli imposti a noi per ripararci dal sole a picco: erano dei gran sombreri, portati in campo per metterli sulla testa di Giorgio Chinaglia come augurio per la convocazione a Messico 1970. Invece, come ho scritto prima, nonostante le 6 reti segnate nelle ultime sei giornate di campionato e l’inserimento nella lista dei 40 giocatori selezionati da cui tirare fuori i 24 convocati, Giorgio non c’è mai salito su quell’aereo per Città del Messico.

Cartoline di un calcio e di un mondo d’altri tempi, di ricordi indelebili, di anni spensierati che non torneranno più ma che fanno parte di quel patrimonio di emozioni che rende piacevole il ricordo di quel tempo che fu. È ridicola quella foto vista oggi, con quei cappelli e quell’abbigliamento (soprattutto il mio) da americani in vacanza. Ma che gioia aver potuto vivere quegli anni e quel calcio…

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La Penna degli Altri

Bettanini e D’Angelo sul Museo Rossoblù: «Naturale portarlo al Ferraris»

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ILSECOLOXIX.IT – La Fondazione Genoa ha da poco compiuto 13 anni e per rilanciarsi torna all’origine. A quel professor Andrea D’Angelo che, insieme al collega Sergio Maria Carbone e al presidente Enrico Preziosi, ebbe l’idea di costituirla, in uno dei momenti più difficile della storia recente del Grifone. «Era una reazione a quel momento così complesso, uno strumento di salvaguardia e di garanzia, uno strumento per raccogliere risorse della genoanità. Nel tempo lo slancio si è un po’ affievolito, per tante difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, tra cui le difficoltà di sinergia con la società. La nascita del Museo è un grande obiettivo che abbiamo raggiunto, ora è il momento di rilanciare l’attività della Fondazione», sottolinea D’Angelo, che al suo fianco ha il professor Antonio Bettanini. «La Fondazione è un’idea di grande lungimiranza, un valore aggiunto in prospettiva anche per il club, che ringrazio per avermi dato la possibilità di lavorare a questo progetto».

Il Museo è il fiore all’occhiello dell’attività della Fondazione, lo scrigno che contiene cimeli e trofei dell’ultracentenaria storia rossoblù. Nei programmi c’è il suo trasferimento allo stadio Ferraris, una volta che saranno terminati i lavori del secondo lotto, quindi non prima del 2020. D’Angelo conferma: «Il Ferraris è la sua collocazione naturale, nel progetto di ristrutturazione dello stadio che la Fondazione aveva preparato anni fa era prevista la presenza del museo. Naturalmente ci sarà da gestire la coabitazione però sotto questo aspetto saranno i due club e il Comune a darci indicazioni. C’è da affrontare però una fase di transizione e quindi vorremmo avere garanzie riguardo a questo periodo, perché non sia compromessa la sua funzionalità anche solo temporaneamente».

Lo Store si sposterà in centro nei prossimi mesi, il Museo dovrebbe restare al Porto Antico ancora per qualche tempo, anche se il contratto scadrà a fine 2019. Così Bettanini: «Credo che l’intenzione sia quella di non muoversi da lì, fino a quando non saranno pronti gli spazi allo stadio. Presto ci incontreremo con l’ad Zarbano, come già avvenuto in passato, per fare il punto della situazione».

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