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La Penna degli Altri

Il centenario della Triestina, per 30 anni gloria del calcio italiano

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SPORTHISTORIA.IT (Giovanni Manenti) – Lo Sport da una parte, Storia e Politica dall’altra, dovrebbero appartenere a due mondi separati, ma come in ogni cosa della vita ci sono circostanze in cui ciò si sublima in un’unica entità come nel caso di una delle più gloriose ed amate Società calcistiche del nostro Paese, che proprio grazie ad eventi di tale portata – ancorché, purtroppo tragici riferendosi a Guerre Mondiali – ha potuto scrivere pagine importanti nella storia dell’Italia pallonara.

Il Club a cui ci riferiamo è l’Unione Sportiva Triestina, le cui radici risalgono alla fine del primo conflitto mondiale, al termine del quale il movimento irredentista che aveva spinto l’Italia ad entrare in guerra per ottenere l’annessione di Trento e Trieste – all’epoca sotto l’egida dell’Impero austroungarico – era riuscito nel proprio intento, anche se il Calcio era già praticato in città.

Infatti, esistevano due Società, il Football Club Trieste e la Ponziana, le quali avevano però il problema di dividersi l’unico terreno di gioco, non meglio che la Piazza d’Armi di una Caserma Austroungarica di Piazza Dalmazia, circostanza non gradita al Comando Militare instauratosi a guerra conclusa, tanto da vietarne inizialmente l’uso per poi addivenire, nel dicembre 1918, a poco più di un mese dalla cessazione delle ostilità, ad un compromesso che consentiva l’utilizzo dell’impianto a condizione che i due Club si fondessero in un’unica Società.

Ecco, quindi, che lo storico accordo viene siglato il 19 gennaio 1919 presso il “Caffè Battisti con la costituzione di un triumvirato, composto dai Dirigenti Bertazzoni, Fonda e Vaccari, per poi dare ufficialmente vita, il 2 febbraio successivo al termine di una riunione assembleare, alla nuova Società cui viene assegnato il nome di Unione Sportiva Triestina.

[…]

Stagione, quella 1928-’29, al termine della quale le prime 8 formazioni classificate nei due Gironi A e B della Divisione Nazionale avrebbero dovuto partecipare alla neonata Serie A ipotizzata a 16 squadre, e per la Triestina vi è la beffa di fallire l’obiettivo per un solo punto (30 a 29), giungendo nona alle spalle del Padova …

Fortuna vuole che, nel Girone B l’ottavo posto sia diviso tra Lazio e Napoli a pari merito, circostanza che induce la FIGC ad allargare il nuovo Campionato a 18 squadre, ammettendole entrambe e ripescando i giuliani dall’altro raggruppamento, così che anche gli alabardati possono iscriversi al Torneo che dà inizio ad una fase nuova del Calci in Italia.

Un’opportunità che la Società non si lascia sfuggire, dimostrando sul campo di aver meritato il favore ricevuto, tanto da essere, nel periodo intercorrente tra l’avvio del nuovo format dei Campionati ed il secondo, tragico conflitto mondiale, una delle più belle realtà nel panorama calcistico nostrano.

Difatti, dopo una prima stagione in cui si salva a scapito proprio, ironia della sorte, di quel Padova che le avrebbe impedito di partecipare al Girone unico, la Triestina riesce durante gli anni ’30 – decennio di gloria per il Calcio italiano, con le vittorie ai Campionati del Mondo di Italia ’34 e Francia ’38 e della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino ’36 – a mantenersi nelle posizioni di immediato rincalzo in Classifica, fornendo altresì il proprio contributo alla causa azzurra.

Il primo giocatore alabardato ad avere questo onore è uno dei figli più amati della città giuliana, vale a dire Nereo Rocco, il quale disputa il 25 marzo ’34 a Milano la sua unica gara in Nazionale nel 4-0 rifilato alla Grecia quale qualificazione ai successivi Campionati Mondiali, venendo inserito dal Commissario Tecnico Vittorio Pozzo tra i preselezionati per la rassegna iridata per poi essere escluso dalla definitiva lista dei ventidue azzurri.

[…]

Come ricordato, nel corso del decennio – che vede altresì la costruzione di uno Stadio autonomo, detto “del Littorio”, inaugurato il 25 settembre 1932 e che mantiene detta denominazione sino alla caduta del fascismo – la Triestina inizia a scalare posizioni nelle gerarchie del Calcio nazionale e, dopo altre due sofferte salvezze nel 1931 e ’32, proprio il poter contare su di un nuovo impianto fa sì che, nella stagione della sua inaugurazione la formazione, allenata da Csapkay, concluda ad un lusinghiero ottavo posto.

E’ il decennio in cui si fanno valere i due più famosi giocatori ad aver indossato la maglia alabardata nel corso del suo secolo di vita, vale a dire le ali Pietro Pasinati, prodotto locale dove è nato il 21 luglio 1910, e Luigi “Gino” Colaussi, goriziano di Gradisca d’Isonzo, paese in cui vede la luce il 4 marzo 1914.

In realtà, quest’ultimo farebbe di cognome Colausig, ma le leggi fasciste dell’epoca che imponevano l’italianizzazione dei nomi stranieri – lo stesso Rocco era di origini austriache, Roch per la precisione – ne modificano il dato anagrafico, a differenza di suo nipote Giordano, che potrà far valere negli anni ’60 la sua naturale origine calcando anch’egli i campi della Serie A con Vicenza e Roma.

Questioni fonetiche a parte, le due estreme entrano a far parte del giro azzurro a partire dalla stagione 1935-’36, con alterne fortune, nel senso che dapprima Pozzo dà più fiducia a Colaussi, per poi metterlo in concorrenza con Ferraris II nel ruolo di ala sinistra, mentre Pasinati diviene titolare sull’altra fascia, tanto da scendere in campo come titolare nel match d’esordio ai Mondiali di Francia ’38 contro la Norvegia per quella che, viceversa, rappresenta l’ultima delle sue 11 presenze in azzurro, impreziosite da 5 reti all’attivo.

La sofferta vittoria per 2-1 ai supplementari contro gli scandinavi induce il Commissario Tecnico a cambiare gli estremi, e così, mentre a Pasinati subentra il bolognese Amedeo Biavati, ecco Colaussi riconquistare il posto da titolare, scelta quanto mai azzeccata, visto che il goriziano ripaga Pozzo andando a segno in ognuna delle successive tre gare disputate dagli azzurri, ivi compresa la doppietta nel 4-2 in Finale contro l’Ungheria che conferma per l’Italia il titolo conquistato quattro anni prima a Roma.

 

Colaussi che conclude la propria esperienza in Nazionale nel maggio ’40, realizzando l’ultima delle sue 15 reti in maglia azzurra nel successo per 3-2 a Milano contro la Germania per quella che è la sua 26esima presenza, per una media pertanto tutt’altro che disprezzabile, nel mentre la Stagione che si era conclusa con l’oro olimpico aveva altresì rappresentato, all’epoca, il miglior piazzamento della Triestina in Campionato, un sesto posto frutto di una caratteristica del periodo, vale a dire la forza del proprio campo, unico di tutta la Serie A a restare imbattuto e sul quale avevano dovuto pagare dazio anche formazioni blasonate quali Torino (2-0, Rocco e Colaussi), Ambrosiana-Inter (2-1, reti proprio di Pasinati e Colaussi) ed Juventus (1-0, acuto del 20enne Chizzo).

Piazzamento che la Triestina replica due anni dopo, con Konrad alla guida tecnica, nella stagione che porta al Mondiale di Francia ’38, ma a soli 5 punti di distacco dall’Ambrosiana Campione d’Italia dopo essere stata in lizza per il titolo sino a tre giornate dal termine, allorché alla 27esima giornata, superando per 2-0 in casa la Juventus (di Trevisan e Pasinati le reti …) la Classifica recita: Juventus p.37, Ambrosiana p.36, Bologna, Milan e Triestina p.35, per poi abbandonare ogni velleità di primato con la sconfitta interna (l’unica dell’intera stagione …) per 0-2 contro il Livorno al penultimo turno.

Torneo al quale, l’anno successivo, fa seguito una stagione travagliata – che coincide con il trasferimento di Pasinati al Milan, per poi fare ritorno due anni dopo – con la salvezza ottenuta solo grazie ad un miglior quoziente reti davvero millesimale (0,821 ad 0,816) rispetto al Livorno, piazzamento appena migliorato nel ’40, Campionato alla cui conclusione dà l’addio anche Colaussi, trasferitosi alla Juventus dopo aver dato un contributo costituito da 42 reti nelle 248 occasioni in cui ha indossato la maglia biancorossa.

A compensare queste partenze vi è l’affermazione dell’attaccante Guglielmo Trevisan– 18 reti per lui, a due sole lunghezze dal capocannoniere Meazza, nella stagione 1937-’38 – che debutta in Nazionale proprio nel giorno dell’ultima presenza di Colaussi, per poi andare a segno 7 mesi dopo, nell’1-1 di Genova contro l’Ungheria (sua seconda ed ultima apparizione in maglia azzurra …), nonché del mediano Giuseppe Grezar, il quale debutta il 24 ottobre 1937 ad un mese esatto dal compimento dei 19 anni, per poi disputare cinque stagioni in biancorosso prima del trasferimento al Torino nell’estate ’42 dopo aver anch’egli esordito in azzurro andando anche a segno nel 4-0 del 5 aprile 1942 Genova a spese della Croazia.

Grezar che diviene una delle colonne del “Grande Torino”, perdendo anch’egli la vita a soli 30 anni nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949 ed al quale nel 1967 la città intitola lo Stadio che porta ancora il suo nome, pur se la squadra disputa adesso le sue gare interne nel nuovo impianto “Nereo Rocco”, inaugurato nel 1992 …

Una partenza, quella di Grezar, che incide pesantemente sull’esito della successiva stagione – dopo che la Triestina aveva chiuso in nona ed ottava posizione i Campionati 1941 e ’42 – con la compagine alabardata a dover disputare gli spareggi con Venezia e Bari per evitare la retrocessione (peraltro vincendo entrambe le gare, 2-0 e 3-2 rispettivamente …), nonostante vi avesse fatto ritorno Pasinati che a fine Torneo dà l’addio al Calcio avendo collezionato 331 presenze impreziosite da 32 reti all’attivo.

Problemi calcistici che passano largamente in secondo piano per una città che torna ad essere dilaniata dalle tragedie relative al secondo conflitto mondiale, occupata dalle forze tedesche per poi essere contesa tra la neonata Repubblica Federale di Jugoslavia del Maresciallo Tito e l’Italia, data soprattutto la sua importanza strategica come porto, il che determina che, con il trattato di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947, il territorio di influenza venga suddiviso in due zone, di cui la più settentrionale, comprendente Trieste, amministrata dagli angloamericani e la seconda dall’esercito jugoslavo.

Potete pertanto immaginare quanta poca rilevanza rivestissero, in tali frangenti, le questioni sportive e la Triestina, che aveva concluso all’ottavo posto il Campionato Alta Italia ’46, ne subisce le logiche conseguenze, con l’ultimo posto in Classifica alla definitiva ripresa dell’attività agonistica con il Campionato 1946-’47.

La paradossale stagione vissuta dal Club alabardato, costretto, in attesa della firma del citato trattato, a disputare le sue prime gare in trasferta se non in campo neutro allo “Stadio Moretti” di Udine – dopo 10 turni dall’inizio del Torneo, la Triestina è penultima con 6 punti, avendo giocato due partite interne nel capoluogo friulano ed 8 in trasferta – in quanto un’altra compagine cittadina, l’Amatori Ponziana, si era iscritta al Campionato jugoslavo, fa sì che la FIGC, con delibera del 29 luglio 1947, riammetta la Triestina in Serie A, tenendo altresì conto delle benemerenze sportive acquisite negli anni ’30.

E così, il 14 settembre 1947, prende il via l’unico Campionato di Serie A della sua storia con un numero dispari di squadre, ma che la Triestina onora nel miglior modo possibile, vale a dire classificandosi al secondo posto a pari merito con Juventus e Milan, ancorché a debita distanza (65 punti a 49) dall’imbattibile Torino di quegli anni.

Un risultato che, con il 35enne Nereo Rocco alla sua prima esperienza in panchina,  viene ottenuto ancora una volta grazie al “fortino amico” praticamente inespugnabile, visto che il “Comunale” resta imbattuto per l’intera stagione – al pari del “Filadelfia” granata e del “Comunale” di Bergamo – con la Triestina a conquistarvi 35 punti sui 40 disponibili (15 vittorie e 5 pareggi) e dove sono costrette ad alzare bandiera bianca sia la Juventus (1-0, autorete di Parola) che il Milan (2-0, reti di Lucio Rossetti ed Ispiro), mentre la compagine di Capitan Valentino Mazzola viene anch’essa fermata sullo 0-0, a dimostrazione di una solidità difensiva non indifferente, con sole 10 rete concesse, di cui 3 nel match comunque vinto per 4-3 sull’Inter alla penultima giornata.

Un risultato ottenuto con una formazione autoctona, con il solo attaccante Mario Begni (“Top scorer” stagionale con 11 reti …) a provenire da Somma Lombardo (Va), mentre degli altri 14 scesi in campo nel corso del Torneo, ben 8 sono nati a Trieste, 3 in provincia di Gorizia ed uno ciascuno in provincia di Venezia, Udine e Pola …

Una formazione che Rocco conduce ad altri due lusinghieri piazzamenti sia nel ’49 – un ottavo posto in cui, stavolta, sono gli attaccanti a brillare, con Ispiro, Tosolini e Rossetti ad andare in doppia cifra, con 15. 13 ed 11 centri rispettivamente – che nel ’50, allorché viene confermato l’ottavo posto finale, per poi iniziare la fase calante, anche a causa del trasferimento all’Inter del perno difensivo Ivano Blason (con cui si aggiudica lo Scudetto ’53) e dell’addio di Rocco, approdato sulla panchina del Treviso, sostituito dal “guru” ungherese Bela Guttmann che poi farà fortuna in Portogallo.

Quindicesima nel ’51, la Triestina si salva agli spareggi con Lucchese e Brescia (in quest’ultimo caso con le “Rondinelle” quale classificate seconde in Serie B al fine di ridurre da 20 a 18 il numero delle partecipanti alla Serie A …) l’anno successivo, per poi replicare il 15esimo posto nel ’53, stagione che vede l’esordio in prima squadra di un altro “triestino doc” destinato ad una grande carriera, vale a dire Cesare Maldini, il quale debutta nella delicata trasferta di Palermo, conclusa sullo 0-0 alla penultima giornata.

Neppure il ritorno di Rocco sulla panchina giuliana nell’estate ’53 apporta dei grossi miglioramenti, addirittura con il tecnico esonerato alla 21esima giornata dopo un pesante tracollo interno per 0-6 contro il Milan e con la Triestina penultima in Classifica, rilevato da Severino Feruglio che riesce comunque a salvare la squadra, così come nella stagione successiva, in cui Maldini si aggiudica lo Scudetto al suo primo anno in maglia rossonera …

Ma il palcoscenico della Serie A comincia a dimostrarsi troppo stretto per una Triestina che non può economicamente competere con Società più potenti in grado di accaparrarsi anche stranieri di grido, e così nemmeno l’approdo in panchina della “Vecchia Gloria” Pasinati – tuttora leader della Graduatoria All Time con 344 presenze(comprese quelle del Campionato Alta Italia ’46 …) – può invertire la tendenza, ottenendo una risicata salvezza nel 1956, per poi subire la beffa dell’amara retrocessione l’anno seguente.

Con due sole squadre ad essere condannate alla Serie Cadetta, difatti, ad una giornata dal termine, con il Palermo oramai retrocesso, la Classifica vede nelle parti basse quattro squadre ancora in lotta, con il Vicenza a quota 30, seguito da Triestina ed Atalanta con 29 punti e Genoa con 28, con l’ultimo turno a prevedere lo scontro diretto tra bergamaschi e giuliani da disputarsi in casa di questi ultimi.

E, mentre il Vicenza si mette in salvo superando 3-1 in casa un Milan già da tempo Campione d’Italia, anche il Genoa ottiene la salvezza avendo la meglio 1-0 sul Napoli, mentre lo “spareggio” tra Triestina ed Atalanta vede quest’ultima espugnare il “Comunale” grazie ad una rete di Mion all’8’ della ripresa.

Questo, nonostante che nella formazione alabardata avesse fatto il suo esordio il 20enne Gianfranco Petris e vi avesse disputato il suo secondo Torneo il centravanti Sergio Brighenti proveniente dall’Inter, il quale a fine stagione si trasferisce al Padova per contribuire alle fortune del “Paron” Rocco (il quale, nel frattempo, si era altresì aggiudicato, a dispetto dell’età, le prestazioni di Blason a presidio della difesa …).

Retrocessione che viene ammortizzata con l’immediata risalita in A grazie ad un Torneo Cadetto che, con l’ex Campione Mondiale di Francia ’38 Aldo Olivieri in panchina, vede la Triestina protagonista assoluta grazie alla coppia di attaccanti formata da Aurelio Milani e dal già citato Petris che mette a segno 35 reti (17 e 18 rispettivamente …) in due, con Petris ad essere l’ultimo giocatore biancorosso a vestire la maglia azzurra, debuttando in Nazionale il 23 marzo 1958 ed andando anche a segno nella sconfitta per 2-3 dell’Italia contro l’Austria a Vienna, gara valevole per la Coppa Internazionale.

Ma, non potendo trattenere i propri “gioielli” – Milani si accasa alla Sampdoria, per poi trovare gloria in seguito vincendo la Coppa dei campioni ’64 con l’Inter, e Petris approda alla Fiorentina – il successivo Campionato 1958-‘59 rappresenta a tutt’oggi l’ultimo disputato dalla Triestina nella Massima Serie, con la matematica retrocessione certificata al penultimo turno con lo 0-0 interno con il Vicenza, mentre quella che è, allo stato attuale, l’ultima gara giocata in A dalla compagine alabardata è, ironia della sorte, il pareggio per 2-2 ottenuto a Padova proprio contro la squadra allenata dalla leggenda giuliana Nereo Rocco.

Da ora in avanti, dopo una flebile “fiammella di speranza” per i tifosi costituita dalla Promozione sfiorata l’anno seguente – quarta ad un solo punto dal Catania, terza squadra promossa in A – molte più delusioni che gioie per coloro che vanno a sedersi sulle tribune del “Grezar”, con il Club a non essere capace per quasi 20 anni (dalla retrocessione in Serie C nel ’65 sino al 1983) di uscire dal limbo della terza Divisione, conoscendo anche in due occasioni l’onta della retrocessione in Serie D …

Anni ’80 che fanno tornare l’entusiasmo tra i tifosi, che dopo una prima stagione di assestamento conclusa al nono posto – con protagonista la coppia di attacco composta da De Falco e De Giorgis (14 ed 11 reti rispettivamente …) – vedono sfumare per un niente il ritorno in A nel successivo biennio, concluso al quinto posto nel 1985 a due punti dal Bari promosso (con ancora De Falco sugli scudi, andato 16 volte a segno …), così come nel 1986 con una Classifica peraltro condizionata a seguito di penalizzazioni per uno scandalo scommesse che coinvolge in parte anche la stessa  Triestina.

Retrocessa due anni dopo ed immediatamente risalita la stagione seguente, l’illusione di poter mantenere la Categoria Cadetta dura lo spazio di un biennio, per poi incappare anche in pesanti difficoltà finanziarie che portano la gloriosa Società ad una prima dichiarazione di Fallimento nel ’94 con conseguente iscrizione alla Serie C2 per poi rivedere la luce con l’inizio del nuovo millennio, allorché sotto la guida del Tecnico Ezio Rossi, la Triestina ottiene due Promozioni consecutive – dalla Serie C2 alla C1 nel 2001 aggiudicandosi i Playoff nonostante essersi piazzata quinta nella stagione regolare, e dalla Serie C1 alla B l’anno seguente, compiendo analoga impresa, vale a dire vincere i Playoff nonostante la quinta posizione di partenza – andando vicina ad un tris che avrebbe avuto del clamoroso, piazzandosi quinta a 3 punti (61 a 58) dall’Ancona che occupa l’ultimo posto utile per accedere alla Serie A.

Potrebbe sembrare l’inizio di un nuovo ciclo ad alti livelli, ma invece – con anche la grottesca vicenda del Campionato 2005-’06 in cui la Società cambia 5 allenatori in corso d’opera nonché tre Presidenti, con la controversa figura dell’immobiliarista Flaviano Tonellotto a capo del Club e successivamente indagato dalla Magistratura – nonostante che per un quinquennio la proprietà sia nelle mani dell’imprenditore Stefano Fantinel, la situazione sportiva non migliora sino alla retrocessione in C1 del 2011.

Verdetto del campo che non è niente rispetto a quello che avviene al di fuori del rettangolo di gioco – e più precisamente nelle Aule giudiziarie – con la Triestina dichiarata fallita al termine della Stagione 2012 ed il suo ex Presidente Fantinel indagato per sottrazione indebita di 4milioni di €uro dalle casse della Società, con ciò precipitando nella bolgia della Serie D, da cui non solo non riesce a risalire, ma incappa in un terzo Fallimento nel febbraio 2016 per poi essere ripescata in Serie C a fine 2017 dopo aver concluso al secondo posto il Girone C della Serie D a completamento organici, vista la sparizione di altre Società.

[…]

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La storia dello Stadio “Castellani” – Seconda Parte

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PIANETAEMPOLI.IT (Fabrizio Fioravanti) – […] Alla fine del 1954 il Comune di Empoli pensò di costruire una Palestra vicina allo Stadio. Il CONI, che fu interpellato per un parere, consigliò al Comune di scartare l’idea perché una Palestra in quella zona si sarebbe rivelata insufficiente per soddisfare le esigenze della popolazione e suggerì di provvedere anzi alla costruzione di altri impianti sportivi, ciò anche per l’importanza che la città di Empoli veniva ad assumere. E non aveva torto il CONI perché Empoli conosceva in quegli anni una spinta economica importante, specie grazie ai settori del vetro e delle confezioni, accompagnata pure da un forte incremento demografico: dai 29.368 abitanti del 1951 si era arrivati, alla fine del 1954, a 31.179 che diventeranno 33.037 alla fine del 1957 e addirittura 40.344 alla fine del 1964, un anno prima che la nuova Zona Sportiva fosse inaugurata.

[…] Negli ultimi mesi del 1954 fu perciò incaricato l’Arch. Mario Gambassi, tecnico specializzato in impianti sportivi, di proporre una zona a ciò idonea e di redigere i progetti degli impianti stessi.

L’Arch. Gambassi presentò tre soluzioni:

1) zona attorno allo Stadio esistente in via Puccini, zona però ormai compromessa dallo sviluppo edilizio e da Viale Petrarca;

2) zona a nord del torrente Orme, dove fa un’ansa avvicinandosi al centro urbano;

3) zona a sud ovest della città, oltre il Rio di Bonistallo, a nord della Ferrovia Firenze-Pisa.

La Giunta (delibera n.84 del 20.01.1955) e poi il Consiglio Comunale (delibera n.4 del 18.02.1955) scelsero la seconda soluzione. […]

Ma che cosa prevedeva la proposta dell’arch. Gambassi in materia di impiantistica sportiva? Si può leggere la risposta nella delibera del Consiglio Comunale sopra citata e che riportiamo di seguito.

  • Una palestra, comprendente anche la casa per il custode.
  • Campi da tennis e di pallavolo.
  • Una piscina scoperta, e servizi annessi.
  • Costruzione di un campo di calcio e della pista di atletica.
  • Costruzione di un campo di allenamento da affiancare a quello delle gare tanto che l’Architetto scrive…“per mantenere un campo in efficienza occorre lasciarlo riposare per intere giornate dopo l’uso, in quanto il continuo calpestio impedisce la crescita del prato provocando un alternarsi di radure e ciuffi d’erba che rendono il campo pericoloso e inadatto al gioco”. Sarà quello che si chiamerà “Sussidiario” e che ancora oggi porta quel nome.
  • Costruzione delle tribune est ed ovest.
  • Costruzione degli spogliatoi.
  • Costruzione di un campo di allenamento, muri di cinta e sistemazione con rete metallica.
  • Recinzione esterna palestra e piscina.

La spesa prevista era enorme per quell’epoca: 238.456.000 milioni di lire

 […] Il progetto per la costruzione di una nuova Zona Sportiva sarà approvato nel 1957 dal Ministero dei Lavori Pubblici e da quel momento l’Amministrazione Comunale inizierà le trattative per l’acquisizione (in via amichevole e con espropri) dei terreni necessari.

La realizzazione  delle opere previste ha conosciuto negli anni seguenti varie fasi, vari interventi e modifiche, anche per la lievitazione dei costi delle opere che si andavano facendo. […]

Quello che si può dire è che abbiamo trovato documenti che lasciano supporre l’inizio dei lavori  già nel luglio del 1959 e che già nel 1960 fosse iniziato lo smantellamento del vecchio “Castellani”.

In primo luogo si dovette provvedere alla costruzione del ponte sull’Orme, necessario ad accedere all’area interessata dai lavori. […]

Intanto si lavorava anche alla costruzione della Palestra (oggi “PalAramini”) ed ai relativi servizi e locali annessi: opera che fu completata e resa disponibile nel giugno 1964.

Contemporaneamente si provvide alla costruzione del “Sussidiario”. Il campo fu dotato di una palazzina per gli spogliatoi (ancora in piedi) e che svolgerà questa funzione per oltre 30 anni, fino all’inizio della  Stagione, 1997/98, quando l’Empoli tornò in Serie A per la seconda volta nella sua storia e spostò gli spogliatoi nel sotto Tribuna Coperta.

Lungo il lato del terreno di gioco, dalla parte opposta degli spogliatoi, era stata costruita una gradinata in cemento che è rimasta in piedi, purtroppo molto fatiscente negli ultimi anni, fino al luglio 2016.

Dopo il “trasferimento” della prima squadra al “Castellani” il Sussidiario ha ospitato molte gare del Settore Giovanile dell’Empoli, soprattutto della “Primavera”, fino al 2006, quando verrà aperto il Centro Sportivo di Monteboro.

L’anno successivo fu costruita anche una tribuna in tubi innocenti che rimase per un po’ anche dopo il trasferimento della prima squadra al “Castellani”.

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Buon compleanno a Riccardo Ferri e Giuseppe Giannini, icone azzurre degli anni 80!

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“Soffia su cinquantacinque candeline il “Principe”, storica bandiera della Roma, mentre compie cinquantasei anni l’ex difensore dell’Inter”, in questo modo la F.I.G.C. ricorda due protagonisti di Italia ’90: Giuseppe Giannini e Riccardo Ferri.

Infatti la Federazione sul proprio sito ufficiale scrive a proposito di Giannini:

“… Classico regista davanti alla difesa, risulta spesso decisivo anche in zona gol come dimostrano le 11 reti realizzate nel campionato 1987-’88, che gli valgono il terzo posto nella classifica marcatori. Promosso presto capitano della formazione capitolina, in quindici anni di storia romanista colleziona 318 presenze e 49 reti complessive, contribuendo anche alla conquista di tre Coppe Italia e prendendo parte alla finale di Coppa Uefa ’90-’91, persa proprio contro l’Inter di Ferri. Punto fermo dell’Under 21 di Azeglio Vicini, nel 1986 si laurea vice-campione d’Europa complice la sconfitta nella finale di ritorno contro la Spagna. Nonostante la cocente sconfitta, però, Giannini si consola, come nel caso di Ferri, ricevendo la chiamata dello stesso Vicini, neo ct azzurro, nell’Italia dei grandi. Presente all’Europeo del 1988 nella Germania Ovest, terminato brillantemente con la semifinale persa contro l’URSS, ottiene la sua consacrazione in occasione dei Mondiali di Italia ’90, dove soltanto i calci di rigore contro l’Argentina impediscono all’Italia di giocarsi la finalissima nella sua Roma. Il 12 ottobre del 1991, giorno della gara di qualificazione ad Euro ’92 contro l’URSS, disputa la sua 47esima ed ultima presenza con la maglia della Nazionale, dopo aver messo a segno 6 reti complessive”.

Prosegue poi con Riccardo Ferri:

“…  A 18 anni, infatti, debutta in Serie A con la maglia nerazzurra, casacca con la quale in tredici stagioni conquista lo storico “Scudetto dei record” (1988-1989), una Supercoppa Italiana e due Coppe Uefa, quella del 1990-1991 e l’edizione ’93-’94. Dopo aver totalizzato con l’Inter 418 presenze e 8 reti, nel 1994 si trasferisce alla Sampdoria, dove al termine della seconda stagione dice addio al calcio giocato. Sin da subito nel giro delle Nazionali giovanili, nel 1986 sfiora la vittoria dell’Europeo Under 21, partecipando alla cavalcata degli Azzurrini di Azeglio Vicini conclusa con la finale persa contro la Spagna. Proprio Azeglio Vicini, lo promuove nella Nazionale dei grandi, con la quale prende parte agli Europei del 1988 e soprattutto ai Mondiali del 1990, che vedono gli Azzurri salire sul gradino più basso del podio. Dopo aver vestito per 45 volte la maglia della Nazionale, il 6 gennaio del 1992 disputa la sua ultima gara con l’Italia in occasione del terzo match dell’Usa Cup contro i padroni di casa degli Stati Uniti”.

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Leggende del calcio foggiano: Cosimo Nocera e la sua indimenticabile “Fajola”

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FOGGIAREPORTER.IT […] Vera leggenda del Foggia, Cosimo Nocera è entrato nel cuore di tutti, grandi e piccoli con la sua indimenticabile “Fajola”, quel poderoso tiro che lo caratterizzava.

Il 28 Novembre 2012, all’età di 74 anni, l’indimenticato e indimenticabile bomber degli anni 60′ del Foggia Calcio si è spento.

[…] Con 101 reti in 257 presenze è stato il più prolifico cannoniere del Foggia con il quale ha disputato l’intera carriera agonistica (dieci stagioni) vestendo la maglia rossonera tra il 1958 e il 1969, eccenzion fatta per una breve parentesi alla Massiminiana, club siciliano che milita oggi in prima categoria.

Indimenticabile per i tifosi foggiani la storica vittoria contro l’Inter di Helenio Herrera il 31 Gennaio 1965 nella quale Nocera realizzò una doppietta nel 3-2 finale.

[…] A Foggia invece, quando partiva la palla dai suoi piedi, il pubblico inneggiava a quella che in dialetto veniva indicata “fajòle”, cioè quasi ad un missile lanciato verso la porta avversaria”.

Nocera fu convocato anche in Nazionale nella gara amichevole Italia-Galles disputata a Firenze il 1º maggio 1965, segnando al 90′ il gol del 4-1 e resta a tutt’oggi l’unico giocatore del Foggia ad aver realizzato un gol con la maglia azzurra.

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