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Giancarlo Antognoni: l’ eterno Diez gigliato

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NUMERO-DIEZ.COM (Giuseppe D’Alessandro) – Massimo rappresentante di una Dieci viola da tempo in vagabondaggio, è uno dei giocatori più amati da chi la viola l’ha vissuta e la vive tuttora.

Storico capitanobandiera, emblema di un’ epoca passata. Capostipite di un calcio che rappresentava il popolo, un calcio in cui gli uomini, ancor prima che i calciatori, erano pronti a legarsi in eterno ad una città. Ha giocato con Graziani, Cabrini, con Paolo Rossi e con il primo Baggio. Ha vinto una Coppa Italia ed una Coppa di lega italo-inglese, un Campionato del Mondo con la Nazionale Italiana, nel 2017 gli è stato riconosciuto il ”Collare d’oro al Merito Sportivo”, insieme a tutti gli altri rappresentanti di quello storico ’82.

È ad oggi il giocatore con più presenze in maglia viola nella storia del suo club: 341 gare disputate e con le 73 uscite in Nazionale è anche il giocatore della Fiorentina con più comparse in azzurro. Nel 2010 è stato premiato per la sua carriera con il Golden Foot.

Il Diez di oggi è ”l’uomo che gioca guardando le stelle”, cosi’ lo definì Vladimiro Caminiti sulle pagine di Tuttosport il giorno dopo il suo esordio. Il Diez di oggi è ”Antonio”, il soprannome di una vita a Firenze. Il Diez di oggi è Firenze, è la Fiorentina del decennio ’70-’80 e non solo.

IL ”GIOVANE RIVERA”

Perugino di nascita, Giancarlo Antognoni a 15 anni si ritrovo a giocare in Piemonte, con il Torino, dove però ebbe il tempo di giocare solo un’amichevole, per poi passare all’ Asti Ma.Co.Bi in Serie D.

L’amore con la Fiorentina fu quasi immediato: il presidente viola Ugolino Ugolini lo vide giocare e lo volle subito a Firenze, tanto che nel 1972 lo prelevò per la cifra di 435 milioni di vecchie lire. A Firenze poi, Antognoni ci rimase per sempre.

Era una persona timida, non molto estroversa, ma capì ben presto che era un campo da calcio il luogo in cui avrebbe potuto trovare la sicurezza di fare ciò che volesse lui, non gli altri. Ciò che volesse lo fece, già all’esordio a Verona, con la maglia numero 8. Tanto che il giorno dopo, l’allora diciottenne, fu esaltato dalla critica giornalistica: il Corriere dello Sport lo definì ”Un giovane Rivera”, lui che, milanista di famiglia, quasi ironicamente, Rivera lo sognava:

”Era il mio idolo. A Perugia mio padre gestiva un bar che era anche sede di un Milan Club, squadra in cui da piccolo sognavo di giocare.”

Lo si capiva subito che Antognoni non fosse un giocatore comune: elegante, con la sua corsa leggera ha incantato generazioni. Dai 16/20 metri era letale da calcio piazzato. ”Il piede o ce l’hai o fai fatica a costruirlo” dirà lo stesso Giancarlo anni dopo in un’intervista, e lui il piede ce l’aveva, era una cosa naturale e lo sapeva, tanto che un suo rimpianto è ad oggi quello di non essersi mai allenato bene per perfezionarsi ancor di più.

”Antognoni è uno dei grandi 5 nella storia capaci di passare a 40 metri, non lanciare, il lancio è quasi a casaccio. Lui faceva cadere la palla sui piedi del compagno, come lui solo Puskas, Dino Sani a Milano ed altri pochi. Neanche Cruijff, lui arrivava a 30.”

Marcello Giannini

Nel 1975 Antognoni vinse la Coppa Italia a Roma contro il Milan proprio di Rivera e la Coppa di lega italo-inglese contro il West Ham. Nel ’78 ereditò la fascia da capitano da Ennio Pellegrini, da lì non la tolse più.

Nel 1980 portò dopo un decennio la Fiorentina a lottare per uno scudetto, fermandosi ad un passo dal successo nella stagione ’81/’82, annata in cui a vincere il titolo fu la Juventus, all’ultima giornata.

”Per quel campionato perduto grido ancora vendetta. Arrivammo ad un punto dalla Juve e all’ultima giornata a Cagliari ci annullarono  un gol regolare di Graziani, mentre la Juve vinse a Catanzaro con un rigore, che c’era.

Forse non doveva finire con uno spareggio perchè c’era il Mondiale che incombeva e in Nazionale eravamo in cinque della Fiorentina e in sette o otto della Juventus”

Mondiale che, come vedremo, Giancarlo vivrà da protagonista.

UN GIOCATORE ”SFORTUNATO”

”Nei momenti cruciali la sfortuna mi ha sempre colpito. Vuol dire che era destino…”

Non è stata una carriera fortunata quella di Giancarlo Antognoni: il 22 Novembre del 1981 il primo infortunio, il più grave.

Fiorentina-Genoa, a Firenze, al decimo minuto della ripresa, con i gigliati in vantaggio per 2-1, tutta l’Italia trema. Antognoni è a terra, immobile, per qualche secondo il suo cuore non batte. Era solo dinanzi al portiere genoano Silvano Martina, e con un colpo di testa si era portato in avanti il portiere, proprio per superare l’estremo difensore che, in uno scellerato tentativo di recupero, aveva colpito con un calcio la tempia del 10 viola.

Quel giorno Giancarlo rischiò la vita e di quei dieci maledetti minuti non ricorda nulla, tranne la faccia della moglie al suo risveglio negli spogliatoi. Il Comunale di Firenze è il silenzio, qualcuno piange, qualcuno si mette le mani tra i capelli, i calciatori  capiscono subito la gravità della situazione. Il massaggiatore della Fiorentina, ”Pallino” Raveggi, pratica la respirazione bocca a bocca, mentre il medico del Genoa, il  professor Gatto, tenta un massaggio cardiaco. Il giocatore è salvo, riprende a respirare e viene trasportato in ospedale: trauma cranico, diverse fratture, ma Antognoni si riprende e torna in campo a fine stagione, pronto per il Mondiale dove però, purtroppo, sarà costretto a vive un altro infortunio.

Nostante tutto l’esperienza in Spagna non sarà negativa…

TRIONFO MONDIALE

Spagna ’82, chi l’ha vissuta la ricorda sempre con amore e nostalgia. Quello azzurro era un gruppo unito, costituito già nel ’78: CabriniTardelliRossiAntognoni. Quattro anni dopo, con lo stesso allenatore, Bearzot, un comunicatore, il gruppo nelle partite importanti è venuto fuori.

Era un Mondiale insperato: Brasile ed Argentina nel girone, due delle squadre più forti del monto. Lo stesso Antognoni ammetterà che superati loro, divenne tutto più facile.

Giancarlo fu già titolare stabile in Argentina nel ’78 prima e in Italia per i Campionati Europei dell’ ’80 poi. Nell’ ‘ 82 fu riconfermato. In terra iberica, già contro il Brasile, segnò il suo primo gol, annullato poi per un fuorigioco inesistente. Fu protagonista di una cavalcata colossale, ma, colpito dalla solita sfortuna di cui prima, la sua avventura terminò in semifinale, contro la Polonia, quando un fallo di Waldemar Jozef Matysik lo costrinse alla tribuna: un altro infortunio.

”A parte quella partita di Cagliari che ci costò lo scudetto, la finale del Mundial spagnolo che non mi fu possibile giocare fu la più grande delusione della mia vita. Quella volta mi girarono parecchio le scatole. Vidi Italia-Germania dalla tribuna stampa”

 GLI ULTIMI ANNI A FIRENZE E LA SVIZZERA

Tornato dalla Spagna, nel 1983, Giancarlo Antognoni fu vittima di un altro infortunio: lo scontro con il difensore della Sampdoria Luca Pellegrini gli costa un frattura scomposta di tibia e perone,  il dieci salterà l’intera stagione per tornare solo nell’ ’85, quando l’allora allenatore della Fiorentina, Aldo Agrobbi, fu aspramente criticato ed addirittura aggredito, accusato di aver voluto ratificare il ritorno del capitano viola.

Nell’ ’86, Antognoni, vittima di un altro infortunio in Coppa Italia, rientrò nel girone di ritorno e, con l’aiuto del bomber argentino Ramon Diaz, trascinò la sua Fiorentina ad una salvezza insperata.

Segnò la sua ultima rete in maglia viola nell’ ’87 in un derby contro l’Empoli e lasciò la Fiorentina a fine stagione, giocando la sua ultima partita al fianco del ”primo” Baggio che, proprio in quella partita al San Paolo, segnò il suo primo gol.

Era il classico passaggio di consegne. Entrambi sono la storia del calcio, la storia della Nazionale, la storia della Fiorentina. Entrambi assillati da infortuni gravi.

Giancarlo Antognoni si trasferì, finita la sua avventura a Firenze, a Losanna, in Svizzera:

”A Losanna volevo staccare, avevo bisogno di pace, poi lì è nata mia figlia Rubinia, ci sono legato sia calcisticamente che emotivamente. La Svizzera è tranquilla.”

Tornerà a Firenze nel ’90, ricoprendo diversi incarichi societari, tra cui l’allenatore ad interim nel 1993. Nel 2001 si dimise dal club in seguito all’abbandono della panchina da parte di Fatih Terim e strinse un contratto con la FIGC come collaboratore.

Dal 2017 è club manager della Fiorentina. D’altronde, certi amori non finiscono…

”Sono contento di quello che ho fatto, ho solo il rimpianto di aver vinto poco con la mia squadra, ma dopo 20 anni l’affetto dei tifosi vale come tanti scudetti. Quando vado a Firenze, per i fiorentini è come se giocassi ancora.”

IL DIECI VAGANTE

Con una 10 vagabonda, così avevamo iniziato il racconto.

Da Ruben Oliveira a Pjaca, passando per Aquilani ed Eysseric, con l’unica speranza di poter vedere Bernardeschi in viola a lungo (il seguito è storia conosciuta), il prestigio di quella maglia tanto ambita sembra essere da un paio di anni a questa parte destinato a Federico Chiesa, lui che a Firenze c’è legato con il sangue (il padre Enrico ha lasciato un bel ricordo dei sui anni in viola a cavallo tra i millenni), ma che è ambito in mezza Italia e non solo.

Chi sarà degno di quella maglia ce lo saprà dire solo il futuro, ma ad ora una cosa è certa:

”Antonioni, come numero Dieci, è sopra tutti.”

Marcello Giannini

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Socrates, il dottore democratico

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CORRIEREDELLOSPORT.IT – Era alto quasi due metri, ma calzava un 38 scarso. Due piedi piccoli, che però esprimevano un grande calcio, spettacoloso ed efficace. Aveva ricevuto un numero imprecisato di soprannomi, il più bello è stato senza dubbio “il colpo di tacco che la palla chiese a Dio”. Troppo lungo, meglio il Dottore, visto che era laureato in pediatria, anche se non eserciterà mai la professione. Aveva tre passioni: due, il calcio e la politica, lo consegneranno alla storia, un altro, l’alcool, lo porterà via da questa mondo. Aveva un carisma senza eguali, perché altrimenti non saresti potuto essere il protagonista del più grande esperimento sociologico della storia del pallone. Si chiamava Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Ma anche qui, un’abbreviazione ci viene in soccorso: Socrates.

IN BRASILE. Questo giovane riccioluto brasiliano però non nasce nell’hinterland di Atene come il suo famoso omonimo greco, bensì a Belém, estremo nord del Brasile, il 19 febbraio 1954. Suo padre era un uomo di sinistra, avido lettore di testi proibiti durante gli anni della dittatura militare. L’educazione ricevuta dal giovane Socrates si farà sentire qualche anno dopo. Nel frattempo lui cresce a Riberao Preto, stato di San Paolo, dove gioca, e bene, nel Botafogo (solo omonimo del blasonato club del Paraiba). È un interno di centrocampo, possiede un’intelligenza calcistica fuori dal comune, e inoltre segna più di un centinaio di gol in quattro anni, un numero enorme per un non attaccante. Uno come lui deve giocare in una grande squadra. L’opportunità arriva tardi, quando ha già 24 anni, ma sarà un’esperienza irripetibile.

“A DEMOCRACIA”. Nel 1978 approda al Corinthians, la squadra del ceto popolare di San Paolo e la seconda più amata in Brasile dopo il Flamengo. Il primo anno vince subito il campionato paulista, ma l’anno da ricordare è il 1981. Il Corinthians viene da una stagione fallimentare, e come direttore tecnico viene scelto un sociologo, Adìlson Monteiro Alves. Alves individua i giocatori che condividono le sue stesse idee politiche – e sono tanti, oltre a Socrates: Casagrande, Zenon, Wladimir – e dà vita alla “Democracia Corinthiana”. Il club si autogestisce: nessun allenatore, comandano i giocatori, ma al momento di prendere delle decisioni si va al voto, naturalmente democratico. Partecipano tutti: il parere del magazziniere vale come quello del presidente. È un esperimento rivoluzionario. Nel calcio di oggi non potrebbe esistere, negli anni ’80 produce la vittoria di altri due scudetti. La Democracia Corinthiana “rischia” di spingersi oltre. Inizia a fare breccia nelle idee della gente, tenta di soverchiare lo status quo della dittatura militare. Socrates è il più coinvolto di tutti. «Se il prossimo presidente del Brasile verrà eletto direttamente dal popolo e non dal parlamento come vuole la dittatura, sono pronto a rifiutare il trasferimento in Europa». Il sogno politico però si interrompe lì, e Socrates in Europa ci va. Se lo aggiudica la Fiorentina. Perché nel frattempo, anche noi italiani abbiamo conosciuto le sue qualità.

L’ADDIO. Ce lo siamo trovati di fronte il 5 luglio del 1982, quando la stella di Paolo Rossi eliminò dal Mundial spagnolo una delle più forti nazionali brasiliane di tutti i tempi. Socrates era il faro di quella squadra, segnò anche a Zoff il gol dell’1-1. A Firenze un amore non sbocciato. Rimase solo una stagione, 1984-85, 25 partite, 6 reti, mai entrato negli schemi dei viola allenati da De Sisti e Valcareggi. Tornerà in Brasile, al Flamengo e al Santos, e si rimetterà in gioco nel 2004 in Inghilterra, al Garforth Town, a 50 anni. Sette anni dopo, l’ennesima birra gli giocherà un brutto scherzo, e un’infezione intestinale gli sarà fatale. Mentre sta per andare via, il suo Corinthians scende in campo contro i rivali del Palmeiras. Al fischio finale, saranno campioni per la quinta volta nella loro storia. I giocatori festeggiano con braccio destro alto e pugno chiuso. Inutile specificare a chi si sono ispirati.

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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