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La Penna degli Altri

Giancarlo Antognoni: l’ eterno Diez gigliato

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NUMERO-DIEZ.COM (Giuseppe D’Alessandro) – Massimo rappresentante di una Dieci viola da tempo in vagabondaggio, è uno dei giocatori più amati da chi la viola l’ha vissuta e la vive tuttora.

Storico capitanobandiera, emblema di un’ epoca passata. Capostipite di un calcio che rappresentava il popolo, un calcio in cui gli uomini, ancor prima che i calciatori, erano pronti a legarsi in eterno ad una città. Ha giocato con Graziani, Cabrini, con Paolo Rossi e con il primo Baggio. Ha vinto una Coppa Italia ed una Coppa di lega italo-inglese, un Campionato del Mondo con la Nazionale Italiana, nel 2017 gli è stato riconosciuto il ”Collare d’oro al Merito Sportivo”, insieme a tutti gli altri rappresentanti di quello storico ’82.

È ad oggi il giocatore con più presenze in maglia viola nella storia del suo club: 341 gare disputate e con le 73 uscite in Nazionale è anche il giocatore della Fiorentina con più comparse in azzurro. Nel 2010 è stato premiato per la sua carriera con il Golden Foot.

Il Diez di oggi è ”l’uomo che gioca guardando le stelle”, cosi’ lo definì Vladimiro Caminiti sulle pagine di Tuttosport il giorno dopo il suo esordio. Il Diez di oggi è ”Antonio”, il soprannome di una vita a Firenze. Il Diez di oggi è Firenze, è la Fiorentina del decennio ’70-’80 e non solo.

IL ”GIOVANE RIVERA”

Perugino di nascita, Giancarlo Antognoni a 15 anni si ritrovo a giocare in Piemonte, con il Torino, dove però ebbe il tempo di giocare solo un’amichevole, per poi passare all’ Asti Ma.Co.Bi in Serie D.

L’amore con la Fiorentina fu quasi immediato: il presidente viola Ugolino Ugolini lo vide giocare e lo volle subito a Firenze, tanto che nel 1972 lo prelevò per la cifra di 435 milioni di vecchie lire. A Firenze poi, Antognoni ci rimase per sempre.

Era una persona timida, non molto estroversa, ma capì ben presto che era un campo da calcio il luogo in cui avrebbe potuto trovare la sicurezza di fare ciò che volesse lui, non gli altri. Ciò che volesse lo fece, già all’esordio a Verona, con la maglia numero 8. Tanto che il giorno dopo, l’allora diciottenne, fu esaltato dalla critica giornalistica: il Corriere dello Sport lo definì ”Un giovane Rivera”, lui che, milanista di famiglia, quasi ironicamente, Rivera lo sognava:

”Era il mio idolo. A Perugia mio padre gestiva un bar che era anche sede di un Milan Club, squadra in cui da piccolo sognavo di giocare.”

Lo si capiva subito che Antognoni non fosse un giocatore comune: elegante, con la sua corsa leggera ha incantato generazioni. Dai 16/20 metri era letale da calcio piazzato. ”Il piede o ce l’hai o fai fatica a costruirlo” dirà lo stesso Giancarlo anni dopo in un’intervista, e lui il piede ce l’aveva, era una cosa naturale e lo sapeva, tanto che un suo rimpianto è ad oggi quello di non essersi mai allenato bene per perfezionarsi ancor di più.

”Antognoni è uno dei grandi 5 nella storia capaci di passare a 40 metri, non lanciare, il lancio è quasi a casaccio. Lui faceva cadere la palla sui piedi del compagno, come lui solo Puskas, Dino Sani a Milano ed altri pochi. Neanche Cruijff, lui arrivava a 30.”

Marcello Giannini

Nel 1975 Antognoni vinse la Coppa Italia a Roma contro il Milan proprio di Rivera e la Coppa di lega italo-inglese contro il West Ham. Nel ’78 ereditò la fascia da capitano da Ennio Pellegrini, da lì non la tolse più.

Nel 1980 portò dopo un decennio la Fiorentina a lottare per uno scudetto, fermandosi ad un passo dal successo nella stagione ’81/’82, annata in cui a vincere il titolo fu la Juventus, all’ultima giornata.

”Per quel campionato perduto grido ancora vendetta. Arrivammo ad un punto dalla Juve e all’ultima giornata a Cagliari ci annullarono  un gol regolare di Graziani, mentre la Juve vinse a Catanzaro con un rigore, che c’era.

Forse non doveva finire con uno spareggio perchè c’era il Mondiale che incombeva e in Nazionale eravamo in cinque della Fiorentina e in sette o otto della Juventus”

Mondiale che, come vedremo, Giancarlo vivrà da protagonista.

UN GIOCATORE ”SFORTUNATO”

”Nei momenti cruciali la sfortuna mi ha sempre colpito. Vuol dire che era destino…”

Non è stata una carriera fortunata quella di Giancarlo Antognoni: il 22 Novembre del 1981 il primo infortunio, il più grave.

Fiorentina-Genoa, a Firenze, al decimo minuto della ripresa, con i gigliati in vantaggio per 2-1, tutta l’Italia trema. Antognoni è a terra, immobile, per qualche secondo il suo cuore non batte. Era solo dinanzi al portiere genoano Silvano Martina, e con un colpo di testa si era portato in avanti il portiere, proprio per superare l’estremo difensore che, in uno scellerato tentativo di recupero, aveva colpito con un calcio la tempia del 10 viola.

Quel giorno Giancarlo rischiò la vita e di quei dieci maledetti minuti non ricorda nulla, tranne la faccia della moglie al suo risveglio negli spogliatoi. Il Comunale di Firenze è il silenzio, qualcuno piange, qualcuno si mette le mani tra i capelli, i calciatori  capiscono subito la gravità della situazione. Il massaggiatore della Fiorentina, ”Pallino” Raveggi, pratica la respirazione bocca a bocca, mentre il medico del Genoa, il  professor Gatto, tenta un massaggio cardiaco. Il giocatore è salvo, riprende a respirare e viene trasportato in ospedale: trauma cranico, diverse fratture, ma Antognoni si riprende e torna in campo a fine stagione, pronto per il Mondiale dove però, purtroppo, sarà costretto a vive un altro infortunio.

Nostante tutto l’esperienza in Spagna non sarà negativa…

TRIONFO MONDIALE

Spagna ’82, chi l’ha vissuta la ricorda sempre con amore e nostalgia. Quello azzurro era un gruppo unito, costituito già nel ’78: CabriniTardelliRossiAntognoni. Quattro anni dopo, con lo stesso allenatore, Bearzot, un comunicatore, il gruppo nelle partite importanti è venuto fuori.

Era un Mondiale insperato: Brasile ed Argentina nel girone, due delle squadre più forti del monto. Lo stesso Antognoni ammetterà che superati loro, divenne tutto più facile.

Giancarlo fu già titolare stabile in Argentina nel ’78 prima e in Italia per i Campionati Europei dell’ ’80 poi. Nell’ ‘ 82 fu riconfermato. In terra iberica, già contro il Brasile, segnò il suo primo gol, annullato poi per un fuorigioco inesistente. Fu protagonista di una cavalcata colossale, ma, colpito dalla solita sfortuna di cui prima, la sua avventura terminò in semifinale, contro la Polonia, quando un fallo di Waldemar Jozef Matysik lo costrinse alla tribuna: un altro infortunio.

”A parte quella partita di Cagliari che ci costò lo scudetto, la finale del Mundial spagnolo che non mi fu possibile giocare fu la più grande delusione della mia vita. Quella volta mi girarono parecchio le scatole. Vidi Italia-Germania dalla tribuna stampa”

 GLI ULTIMI ANNI A FIRENZE E LA SVIZZERA

Tornato dalla Spagna, nel 1983, Giancarlo Antognoni fu vittima di un altro infortunio: lo scontro con il difensore della Sampdoria Luca Pellegrini gli costa un frattura scomposta di tibia e perone,  il dieci salterà l’intera stagione per tornare solo nell’ ’85, quando l’allora allenatore della Fiorentina, Aldo Agrobbi, fu aspramente criticato ed addirittura aggredito, accusato di aver voluto ratificare il ritorno del capitano viola.

Nell’ ’86, Antognoni, vittima di un altro infortunio in Coppa Italia, rientrò nel girone di ritorno e, con l’aiuto del bomber argentino Ramon Diaz, trascinò la sua Fiorentina ad una salvezza insperata.

Segnò la sua ultima rete in maglia viola nell’ ’87 in un derby contro l’Empoli e lasciò la Fiorentina a fine stagione, giocando la sua ultima partita al fianco del ”primo” Baggio che, proprio in quella partita al San Paolo, segnò il suo primo gol.

Era il classico passaggio di consegne. Entrambi sono la storia del calcio, la storia della Nazionale, la storia della Fiorentina. Entrambi assillati da infortuni gravi.

Giancarlo Antognoni si trasferì, finita la sua avventura a Firenze, a Losanna, in Svizzera:

”A Losanna volevo staccare, avevo bisogno di pace, poi lì è nata mia figlia Rubinia, ci sono legato sia calcisticamente che emotivamente. La Svizzera è tranquilla.”

Tornerà a Firenze nel ’90, ricoprendo diversi incarichi societari, tra cui l’allenatore ad interim nel 1993. Nel 2001 si dimise dal club in seguito all’abbandono della panchina da parte di Fatih Terim e strinse un contratto con la FIGC come collaboratore.

Dal 2017 è club manager della Fiorentina. D’altronde, certi amori non finiscono…

”Sono contento di quello che ho fatto, ho solo il rimpianto di aver vinto poco con la mia squadra, ma dopo 20 anni l’affetto dei tifosi vale come tanti scudetti. Quando vado a Firenze, per i fiorentini è come se giocassi ancora.”

IL DIECI VAGANTE

Con una 10 vagabonda, così avevamo iniziato il racconto.

Da Ruben Oliveira a Pjaca, passando per Aquilani ed Eysseric, con l’unica speranza di poter vedere Bernardeschi in viola a lungo (il seguito è storia conosciuta), il prestigio di quella maglia tanto ambita sembra essere da un paio di anni a questa parte destinato a Federico Chiesa, lui che a Firenze c’è legato con il sangue (il padre Enrico ha lasciato un bel ricordo dei sui anni in viola a cavallo tra i millenni), ma che è ambito in mezza Italia e non solo.

Chi sarà degno di quella maglia ce lo saprà dire solo il futuro, ma ad ora una cosa è certa:

”Antonioni, come numero Dieci, è sopra tutti.”

Marcello Giannini

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La storia dello Stadio “Castellani” – Seconda Parte

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PIANETAEMPOLI.IT (Fabrizio Fioravanti) – […] Alla fine del 1954 il Comune di Empoli pensò di costruire una Palestra vicina allo Stadio. Il CONI, che fu interpellato per un parere, consigliò al Comune di scartare l’idea perché una Palestra in quella zona si sarebbe rivelata insufficiente per soddisfare le esigenze della popolazione e suggerì di provvedere anzi alla costruzione di altri impianti sportivi, ciò anche per l’importanza che la città di Empoli veniva ad assumere. E non aveva torto il CONI perché Empoli conosceva in quegli anni una spinta economica importante, specie grazie ai settori del vetro e delle confezioni, accompagnata pure da un forte incremento demografico: dai 29.368 abitanti del 1951 si era arrivati, alla fine del 1954, a 31.179 che diventeranno 33.037 alla fine del 1957 e addirittura 40.344 alla fine del 1964, un anno prima che la nuova Zona Sportiva fosse inaugurata.

[…] Negli ultimi mesi del 1954 fu perciò incaricato l’Arch. Mario Gambassi, tecnico specializzato in impianti sportivi, di proporre una zona a ciò idonea e di redigere i progetti degli impianti stessi.

L’Arch. Gambassi presentò tre soluzioni:

1) zona attorno allo Stadio esistente in via Puccini, zona però ormai compromessa dallo sviluppo edilizio e da Viale Petrarca;

2) zona a nord del torrente Orme, dove fa un’ansa avvicinandosi al centro urbano;

3) zona a sud ovest della città, oltre il Rio di Bonistallo, a nord della Ferrovia Firenze-Pisa.

La Giunta (delibera n.84 del 20.01.1955) e poi il Consiglio Comunale (delibera n.4 del 18.02.1955) scelsero la seconda soluzione. […]

Ma che cosa prevedeva la proposta dell’arch. Gambassi in materia di impiantistica sportiva? Si può leggere la risposta nella delibera del Consiglio Comunale sopra citata e che riportiamo di seguito.

  • Una palestra, comprendente anche la casa per il custode.
  • Campi da tennis e di pallavolo.
  • Una piscina scoperta, e servizi annessi.
  • Costruzione di un campo di calcio e della pista di atletica.
  • Costruzione di un campo di allenamento da affiancare a quello delle gare tanto che l’Architetto scrive…“per mantenere un campo in efficienza occorre lasciarlo riposare per intere giornate dopo l’uso, in quanto il continuo calpestio impedisce la crescita del prato provocando un alternarsi di radure e ciuffi d’erba che rendono il campo pericoloso e inadatto al gioco”. Sarà quello che si chiamerà “Sussidiario” e che ancora oggi porta quel nome.
  • Costruzione delle tribune est ed ovest.
  • Costruzione degli spogliatoi.
  • Costruzione di un campo di allenamento, muri di cinta e sistemazione con rete metallica.
  • Recinzione esterna palestra e piscina.

La spesa prevista era enorme per quell’epoca: 238.456.000 milioni di lire

 […] Il progetto per la costruzione di una nuova Zona Sportiva sarà approvato nel 1957 dal Ministero dei Lavori Pubblici e da quel momento l’Amministrazione Comunale inizierà le trattative per l’acquisizione (in via amichevole e con espropri) dei terreni necessari.

La realizzazione  delle opere previste ha conosciuto negli anni seguenti varie fasi, vari interventi e modifiche, anche per la lievitazione dei costi delle opere che si andavano facendo. […]

Quello che si può dire è che abbiamo trovato documenti che lasciano supporre l’inizio dei lavori  già nel luglio del 1959 e che già nel 1960 fosse iniziato lo smantellamento del vecchio “Castellani”.

In primo luogo si dovette provvedere alla costruzione del ponte sull’Orme, necessario ad accedere all’area interessata dai lavori. […]

Intanto si lavorava anche alla costruzione della Palestra (oggi “PalAramini”) ed ai relativi servizi e locali annessi: opera che fu completata e resa disponibile nel giugno 1964.

Contemporaneamente si provvide alla costruzione del “Sussidiario”. Il campo fu dotato di una palazzina per gli spogliatoi (ancora in piedi) e che svolgerà questa funzione per oltre 30 anni, fino all’inizio della  Stagione, 1997/98, quando l’Empoli tornò in Serie A per la seconda volta nella sua storia e spostò gli spogliatoi nel sotto Tribuna Coperta.

Lungo il lato del terreno di gioco, dalla parte opposta degli spogliatoi, era stata costruita una gradinata in cemento che è rimasta in piedi, purtroppo molto fatiscente negli ultimi anni, fino al luglio 2016.

Dopo il “trasferimento” della prima squadra al “Castellani” il Sussidiario ha ospitato molte gare del Settore Giovanile dell’Empoli, soprattutto della “Primavera”, fino al 2006, quando verrà aperto il Centro Sportivo di Monteboro.

L’anno successivo fu costruita anche una tribuna in tubi innocenti che rimase per un po’ anche dopo il trasferimento della prima squadra al “Castellani”.

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Buon compleanno a Riccardo Ferri e Giuseppe Giannini, icone azzurre degli anni 80!

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“Soffia su cinquantacinque candeline il “Principe”, storica bandiera della Roma, mentre compie cinquantasei anni l’ex difensore dell’Inter”, in questo modo la F.I.G.C. ricorda due protagonisti di Italia ’90: Giuseppe Giannini e Riccardo Ferri.

Infatti la Federazione sul proprio sito ufficiale scrive a proposito di Giannini:

“… Classico regista davanti alla difesa, risulta spesso decisivo anche in zona gol come dimostrano le 11 reti realizzate nel campionato 1987-’88, che gli valgono il terzo posto nella classifica marcatori. Promosso presto capitano della formazione capitolina, in quindici anni di storia romanista colleziona 318 presenze e 49 reti complessive, contribuendo anche alla conquista di tre Coppe Italia e prendendo parte alla finale di Coppa Uefa ’90-’91, persa proprio contro l’Inter di Ferri. Punto fermo dell’Under 21 di Azeglio Vicini, nel 1986 si laurea vice-campione d’Europa complice la sconfitta nella finale di ritorno contro la Spagna. Nonostante la cocente sconfitta, però, Giannini si consola, come nel caso di Ferri, ricevendo la chiamata dello stesso Vicini, neo ct azzurro, nell’Italia dei grandi. Presente all’Europeo del 1988 nella Germania Ovest, terminato brillantemente con la semifinale persa contro l’URSS, ottiene la sua consacrazione in occasione dei Mondiali di Italia ’90, dove soltanto i calci di rigore contro l’Argentina impediscono all’Italia di giocarsi la finalissima nella sua Roma. Il 12 ottobre del 1991, giorno della gara di qualificazione ad Euro ’92 contro l’URSS, disputa la sua 47esima ed ultima presenza con la maglia della Nazionale, dopo aver messo a segno 6 reti complessive”.

Prosegue poi con Riccardo Ferri:

“…  A 18 anni, infatti, debutta in Serie A con la maglia nerazzurra, casacca con la quale in tredici stagioni conquista lo storico “Scudetto dei record” (1988-1989), una Supercoppa Italiana e due Coppe Uefa, quella del 1990-1991 e l’edizione ’93-’94. Dopo aver totalizzato con l’Inter 418 presenze e 8 reti, nel 1994 si trasferisce alla Sampdoria, dove al termine della seconda stagione dice addio al calcio giocato. Sin da subito nel giro delle Nazionali giovanili, nel 1986 sfiora la vittoria dell’Europeo Under 21, partecipando alla cavalcata degli Azzurrini di Azeglio Vicini conclusa con la finale persa contro la Spagna. Proprio Azeglio Vicini, lo promuove nella Nazionale dei grandi, con la quale prende parte agli Europei del 1988 e soprattutto ai Mondiali del 1990, che vedono gli Azzurri salire sul gradino più basso del podio. Dopo aver vestito per 45 volte la maglia della Nazionale, il 6 gennaio del 1992 disputa la sua ultima gara con l’Italia in occasione del terzo match dell’Usa Cup contro i padroni di casa degli Stati Uniti”.

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Leggende del calcio foggiano: Cosimo Nocera e la sua indimenticabile “Fajola”

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FOGGIAREPORTER.IT […] Vera leggenda del Foggia, Cosimo Nocera è entrato nel cuore di tutti, grandi e piccoli con la sua indimenticabile “Fajola”, quel poderoso tiro che lo caratterizzava.

Il 28 Novembre 2012, all’età di 74 anni, l’indimenticato e indimenticabile bomber degli anni 60′ del Foggia Calcio si è spento.

[…] Con 101 reti in 257 presenze è stato il più prolifico cannoniere del Foggia con il quale ha disputato l’intera carriera agonistica (dieci stagioni) vestendo la maglia rossonera tra il 1958 e il 1969, eccenzion fatta per una breve parentesi alla Massiminiana, club siciliano che milita oggi in prima categoria.

Indimenticabile per i tifosi foggiani la storica vittoria contro l’Inter di Helenio Herrera il 31 Gennaio 1965 nella quale Nocera realizzò una doppietta nel 3-2 finale.

[…] A Foggia invece, quando partiva la palla dai suoi piedi, il pubblico inneggiava a quella che in dialetto veniva indicata “fajòle”, cioè quasi ad un missile lanciato verso la porta avversaria”.

Nocera fu convocato anche in Nazionale nella gara amichevole Italia-Galles disputata a Firenze il 1º maggio 1965, segnando al 90′ il gol del 4-1 e resta a tutt’oggi l’unico giocatore del Foggia ad aver realizzato un gol con la maglia azzurra.

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