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La Penna degli Altri

Centenario Piacenza Calcio – Alle radici della storia biancorossa: Mario Giumanini, il primo capitano del club

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SPORTPIACENZA.IT (Filippo Lezoli) – E’ solo una fascia. Un pezzo di stoffa, oggi elastico, che negli anni con cadenza irregolare si sposta di braccio in braccio. Eppure un significato che vada più in là del rispetto al regolamento lo deve avere. Perché c’è un momento in cui un uomo viene scelto da chi è attorno a lui. Forse lui stesso non sa bene il perché e neppure il percome. Di mezzo ci sono però la stima che suscita negli altri, l’esperienza che ha maturato, le bravura che dimostra sul campo. E poi c’è anche qualcosa d’altro, di più impalpabile ma altrettanto importante: la capacità di fare ascoltare le sue parole. Si sa, quelle non si contano, si pesano. Le storie che compiono cent’anni cominciano anche così. Magari con un antefatto in una via del centro, come via Garibaldi, dove alla Latteria Moderna, in quel periodo dell’anno dove la primavera si stempera nell’estate, nasce il Piacenza Calcio. Discussioni accese, entusiasmo, strette di mano e qualche firma. Poi la scelta. La prima fascia di capitano sarà di Mario Giumanini. Sopra le teste degli avventori, appeso alla parete, un calendario che mette in bella mostra un numero di quattro cifre: 1919.

Un nome di quelli che oggi sembra si possano leggere solo negli archivi ingialliti di qualche biblioteca, quando gli individui avevano esistenze mutevoli, protagonisti in più campi nell’arco di una sola vita. Giumanini fu primo attore nel calcio, nel ciclismo, nella sua professione e, perché no, sul palcoscenico di un teatro. Ma quella che stiamo per raccontare è soprattutto una storia di sport a tutto tondo. Lo ricorda, dalle pagine del quotidiano Libertà, il giornalista Vincenzo Bertolini in un articolo datato ottobre 1967 dal titolo: “È morto il comm. Giumanini che amò e fece amare lo sport”.

Primo capitano del Piacenza Calcio e non solo. Direttore sportivo della squadra ciclistica dell’Arbos (che sotto la sua guida seppe farsi valere nel mondo professionistico), ma non solo. Mario Giumanini fu anche presidente del Pro Piacenza, membro provinciale della Federcalcio, giudice di gara di atletica leggera, consigliere della società Canottieri Vittorino da Feltre. Fuori dalla dimensione sportiva, poi, i suoi interessi lo portarono a calcare le scene teatrali con la Filodrammatica Piacentina, mentre nel 1953, con altri ventitré fondatori, costituì la “Famiglia Piasinteina”.

I primi calci

Questo per dire che se ci fu mai un piacentino d’adozione, questo fu Mario Giumanini, milanese di nascita, il 30 giugno del 1892, quando ancora mancavano 27 anni all’atto di un’altra nascita, quella della società di cui sarebbe stato il primo capitano.
Nel capoluogo lombardo Giumanini diede i primi calci seguendo le orme del fratello maggiore, Nino Resegotti. Un esempio da seguire, quest’ultimo, per chi voleva dedicarsi al pallone in quegli anni in cui attorno al calcio cresceva in fretta il numero di appassionati. Resegotti fu infatti prima giocatore, poi allenatore e arbitro, sedette sulla panchina dell’Inter quando la squadra nerazzurra vinse lo scudetto 1919-20 e ricoprì il ruolo di commissario tecnico della nazionale prima e dopo la Grande Guerra del 1915-18. I primi passi di Mario nel mondo del pallone furono invece nell’Ausonia di Milano, nel ruolo di ala destra. Al suo fianco c’era Renzo De Vecchi, un fuoriclasse che per la sua bravura e attaccamento alla maglia venne successivamente soprannominato dai tifosi del Milan, squadra nella quale militò per diversi anni, “il figlio di Dio”. Era quello un calcio che oggi faremmo fatica a riconoscere. L’uso della rete dietro alla porta era stato consentito solo da pochi anni e all’occorrenza erano usate quelle dei pescatori, non era poi insolito che i calciatori calzassero sulla testa un berretto – si dice che il carismatico svizzero Walter Aemissegger di Winterthur, capitano del Venezia, ne portasse uno di velluto con un fiocco di fili dorati – oppure vedere l’arbitro assistere alle partite appoggiato al palo di una delle due porte per avere una migliore visuale del gioco. In questo calcio, che sarebbe con il tempo diventato il nostro, cominciò a tirare i primi calci il futuro capitano biancorosso.
La carriera di Giumanini proseguì a Torino, dove si trasferì per adempiere all’obbligo del servizio militare e dove indossò le casacche bianca e azzurra della Vigor e poi quella dell’Unione Sportiva Torinese, scendendo infine in campo anche con la maglia granata del Torino. Trasferito a Bologna, entrò a far parte della formazione del distaccamento del Genio Reale, diventando capitano della Nazionale Emilia.

Nasce il Piacenza, Giumanini è il suo capitano

Nella nostra città giunse nel 1919, anno in cui, insieme ad altri appassionati locali (i vari Dosi, Guffanti, Antoniazzi, Rossetti, ecc.) diede vita al Piacenza Calcio. Per giocare a calcio è sufficiente un pallone, per partecipare a un campionato federale occorre anche un campo omologato. Il tempo stringeva e si affittò per una stagione un prato appena fuori Porta Cavallotti (l’attuale Barriera Roma), verso San Lazzaro, situato lungo il torrente Rifiuto nelle cui acque si racconta a volte finisse il pallone. Giocatori, soci, dirigenti e tifosi si diedero un gran da fare per trasformare quel prato in un campo regolamentare, dove la gente – a partire dall’inaugurazione del 26 ottobre 1919 contro la rappresentativa del 10° artiglieria di stanza a Piacenza – assisteva alla gara da dietro una delle due porte. Verrebbe così da dire che i primi tifosi biancorossi furono ragazzi della curva.

Prima di Gastone Bean, prima di De Vitis. Del Piacenza Giumanini fu il primo centravanti, vero e proprio favorito del manipolo di tifosi che assiepava lo stadio in quella stagione epica perché originaria della storia del Piacenza, famoso anche per la sua caratteristica rovesciata, curiosamente definita “alla Resegotti”, dal momento che Mario veniva chiamato alternativamente sia Giumanini sia Resegotti, il nome del fratellastro più famoso di cui si è già detto.
Quel campionato (dieci giornate in tutto, divise in un girone di andata e uno di ritorno) fu concluso dal Piacenza al primo posto, con 13 punti, guadagnandosi l’accesso alla Prima Categoria. Un successo al quale solo il Parma aveva opposto resistenza, ecco perché quando l’8 febbraio il Piacenza vinse la partita decisiva contro i parmigiani per 1-0 (gol di Boselli), capitan Giumanini – che sposatosi con la piacentina Arcide, per essere presente all’evento aveva interrotto il viaggio di nozze – fu portato in trionfo dai tifosi festanti dalla stazione fino al Bar Santa Margherita, che si trovava in Piazza Cavalli. Il Piacenza s’impose nettamente nel suo girone davanti a Parma e Spal, perdendo un solo incontro (1 a 0 a Bologna), pareggiandone due e vincendo tutti gli altri. E poco importa se la fatica si sarebbe a conti fatti rivelata inutile (l’anno successivo alla categoria superiore vennero ammesse tutte le squadre del girone, dalla prima all’ultima), quello che restano e per cui ci si innamora del calcio sono le emozioni. E quelle furono tante in quel primo anno di storia.
Per Giumanini il calcio giocato fu presto declinato al tempo passato, restò nella società biancorossa in qualità di dirigente, anche se in rare occasioni d’emergenza lo si rivide in campo. Qualche anno dopo, nel luglio 1926, il Piacenza Calcio gli consegnò una medaglia d’oro di benemerenza e nell’articolo sul quotidiano locale, dove ancora si fa confusione tra i nomi Giumanini e Resegotti, viene riportata la motivazione: «per quell’attaccamento e la fattiva opera altamente sportiva che Ella ebbe a dimostrare ed a svolgere nell’interesse del Club, in un primo tempo, in qualità di Capitano della vittoriosa squadra del campionato di promozione, successivamente quale appassionato sportivo e socio affezionato». Ma nella storia del sodalizio che legò Giumanini e lo sport non fu quello l’epilogo. Ci sarebbero state altre pagine da scrivere e altre strade da percorrere. Tinte di rosa.

Al Giro d’Italia (su quattro ruote)

Erano gli anni del dopoguerra e la città, ferita, si stava per rialzare insieme a tutto il Paese. Gli italiani correvano sullo stesso sellino di Coppi e Bartali, che li avrebbe portati al decennio successivo, quello della ricostruzione. Nel 1949, per volontà dell’ingegner Luigi Lodigiani, nuovo presidente dell’Arbos, a Giumanini fu affidata la conduzione tecnica della squadra professionistica piacentina. Giumanini affrontò questa esperienza, per lui completamente nuova, con entusiasmo, affiancando alla competenza del vecchio uomo di sport l’innata umanità del suo carattere. Un’umanità che manifestò anche nell’epilogo, per certi versi drammatico, della sua avventura sull’ammiraglia dell’Arbos nel 1956. Dopo tanti successi ottenuti sulle strade di tutta Europa, quell’anno la formazione bluarancio sembrava ad un passo dalla conquista della vittoria più desiderata, quella del Giro d’Italia. Il suo portacolori Pasquale Fornara, grazie soprattutto al trionfo nella cronometro Livorno-Lucca, a sole tre tappe dal termine si trovava in testa alla classifica generale. Ma nella frazione dolomitica Merano-Monte Bondone avvenne il colpo di scena. In una giornata dalle condizioni meteorologiche impossibili, sotto una vera e propria bufera di neve, lo scalatore lussemburghese Charly Gaul conquistò il traguardo parziale e la maglia rosa. Fornara, reso semincosciente dal freddo e dalla fatica (nonostante il prodigarsi del meccanico Franco Migli che cercò di rifocillarlo), venne fermato proprio da Giumanini quando mancavano appena 500 metri all’arrivo. Ancora scosso per quanto era accaduto, la sera stessa il direttore sportivo piacentino sfogò alla radio tutto il suo sgomento. Non mancarono le polemiche: in molti si chiesero, più che legittimamente, quale valore tecnico potesse avere una corsa disputata in quelle condizioni e quali interessi avessero mosso gli organizzatori nella decisione di non sospendere la tappa. L’episodio segnò profondamente Giumanini che da quel momento, naturalmente in punta di piedi e senza clamori, si allontanò definitivamente da uno sport nel quale ormai non poteva più ritrovarsi.

Di braccio in braccio

È il primo giorno di agosto. Il Piacenza calcio, in mano al presidente Vincenzo Romagnoli, sta correndo a grandi passi verso i suoi primi 50 anni. È il 1967 e in città si presenta la squadra biancorossa, che sotto la guida di Sandro Puppo – poi sostituito da Leo Zavatti – quell’anno partecipa al campionato di serie C. Quella è anche l’ultima volta in cui Mario Giumanini partecipa alla scena pubblica. Immaginiamo il vecchio capitano scherzare con il nuovo, Ottavio Favari, difensore centrale arcigno, di Podenzano, che ancora oggi è sul podio dei giocatori che vantano il maggiore numero di presenze con la maglia biancorossa (273), superato solo da Gianpietro Piovani (342) e Giuseppe Cella II (282), detto Pitìn. Solo due mesi dopo, Giumanini se ne andrà per sempre. La sua presenza al vernissage del Piacenza di quell’anno fu un ultimo attestato dell’affetto che legò l’uomo alla sua maglia e fu benaugurante per colui che indossava allora la fascia di capitano. Infatti, come scriverà qualche anno dopo Luigi Carini sul magazine Piacenza Sport: «… di Favari si ricorda l’annata strepitosa 1967-1968 quando fu il capocannoniere della squadra ed uno dei migliori realizzatori della serie C mettendo a segno ben 13 reti…».

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La storia dello Stadio “Castellani” – Seconda Parte

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PIANETAEMPOLI.IT (Fabrizio Fioravanti) – […] Alla fine del 1954 il Comune di Empoli pensò di costruire una Palestra vicina allo Stadio. Il CONI, che fu interpellato per un parere, consigliò al Comune di scartare l’idea perché una Palestra in quella zona si sarebbe rivelata insufficiente per soddisfare le esigenze della popolazione e suggerì di provvedere anzi alla costruzione di altri impianti sportivi, ciò anche per l’importanza che la città di Empoli veniva ad assumere. E non aveva torto il CONI perché Empoli conosceva in quegli anni una spinta economica importante, specie grazie ai settori del vetro e delle confezioni, accompagnata pure da un forte incremento demografico: dai 29.368 abitanti del 1951 si era arrivati, alla fine del 1954, a 31.179 che diventeranno 33.037 alla fine del 1957 e addirittura 40.344 alla fine del 1964, un anno prima che la nuova Zona Sportiva fosse inaugurata.

[…] Negli ultimi mesi del 1954 fu perciò incaricato l’Arch. Mario Gambassi, tecnico specializzato in impianti sportivi, di proporre una zona a ciò idonea e di redigere i progetti degli impianti stessi.

L’Arch. Gambassi presentò tre soluzioni:

1) zona attorno allo Stadio esistente in via Puccini, zona però ormai compromessa dallo sviluppo edilizio e da Viale Petrarca;

2) zona a nord del torrente Orme, dove fa un’ansa avvicinandosi al centro urbano;

3) zona a sud ovest della città, oltre il Rio di Bonistallo, a nord della Ferrovia Firenze-Pisa.

La Giunta (delibera n.84 del 20.01.1955) e poi il Consiglio Comunale (delibera n.4 del 18.02.1955) scelsero la seconda soluzione. […]

Ma che cosa prevedeva la proposta dell’arch. Gambassi in materia di impiantistica sportiva? Si può leggere la risposta nella delibera del Consiglio Comunale sopra citata e che riportiamo di seguito.

  • Una palestra, comprendente anche la casa per il custode.
  • Campi da tennis e di pallavolo.
  • Una piscina scoperta, e servizi annessi.
  • Costruzione di un campo di calcio e della pista di atletica.
  • Costruzione di un campo di allenamento da affiancare a quello delle gare tanto che l’Architetto scrive…“per mantenere un campo in efficienza occorre lasciarlo riposare per intere giornate dopo l’uso, in quanto il continuo calpestio impedisce la crescita del prato provocando un alternarsi di radure e ciuffi d’erba che rendono il campo pericoloso e inadatto al gioco”. Sarà quello che si chiamerà “Sussidiario” e che ancora oggi porta quel nome.
  • Costruzione delle tribune est ed ovest.
  • Costruzione degli spogliatoi.
  • Costruzione di un campo di allenamento, muri di cinta e sistemazione con rete metallica.
  • Recinzione esterna palestra e piscina.

La spesa prevista era enorme per quell’epoca: 238.456.000 milioni di lire

 […] Il progetto per la costruzione di una nuova Zona Sportiva sarà approvato nel 1957 dal Ministero dei Lavori Pubblici e da quel momento l’Amministrazione Comunale inizierà le trattative per l’acquisizione (in via amichevole e con espropri) dei terreni necessari.

La realizzazione  delle opere previste ha conosciuto negli anni seguenti varie fasi, vari interventi e modifiche, anche per la lievitazione dei costi delle opere che si andavano facendo. […]

Quello che si può dire è che abbiamo trovato documenti che lasciano supporre l’inizio dei lavori  già nel luglio del 1959 e che già nel 1960 fosse iniziato lo smantellamento del vecchio “Castellani”.

In primo luogo si dovette provvedere alla costruzione del ponte sull’Orme, necessario ad accedere all’area interessata dai lavori. […]

Intanto si lavorava anche alla costruzione della Palestra (oggi “PalAramini”) ed ai relativi servizi e locali annessi: opera che fu completata e resa disponibile nel giugno 1964.

Contemporaneamente si provvide alla costruzione del “Sussidiario”. Il campo fu dotato di una palazzina per gli spogliatoi (ancora in piedi) e che svolgerà questa funzione per oltre 30 anni, fino all’inizio della  Stagione, 1997/98, quando l’Empoli tornò in Serie A per la seconda volta nella sua storia e spostò gli spogliatoi nel sotto Tribuna Coperta.

Lungo il lato del terreno di gioco, dalla parte opposta degli spogliatoi, era stata costruita una gradinata in cemento che è rimasta in piedi, purtroppo molto fatiscente negli ultimi anni, fino al luglio 2016.

Dopo il “trasferimento” della prima squadra al “Castellani” il Sussidiario ha ospitato molte gare del Settore Giovanile dell’Empoli, soprattutto della “Primavera”, fino al 2006, quando verrà aperto il Centro Sportivo di Monteboro.

L’anno successivo fu costruita anche una tribuna in tubi innocenti che rimase per un po’ anche dopo il trasferimento della prima squadra al “Castellani”.

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Buon compleanno a Riccardo Ferri e Giuseppe Giannini, icone azzurre degli anni 80!

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“Soffia su cinquantacinque candeline il “Principe”, storica bandiera della Roma, mentre compie cinquantasei anni l’ex difensore dell’Inter”, in questo modo la F.I.G.C. ricorda due protagonisti di Italia ’90: Giuseppe Giannini e Riccardo Ferri.

Infatti la Federazione sul proprio sito ufficiale scrive a proposito di Giannini:

“… Classico regista davanti alla difesa, risulta spesso decisivo anche in zona gol come dimostrano le 11 reti realizzate nel campionato 1987-’88, che gli valgono il terzo posto nella classifica marcatori. Promosso presto capitano della formazione capitolina, in quindici anni di storia romanista colleziona 318 presenze e 49 reti complessive, contribuendo anche alla conquista di tre Coppe Italia e prendendo parte alla finale di Coppa Uefa ’90-’91, persa proprio contro l’Inter di Ferri. Punto fermo dell’Under 21 di Azeglio Vicini, nel 1986 si laurea vice-campione d’Europa complice la sconfitta nella finale di ritorno contro la Spagna. Nonostante la cocente sconfitta, però, Giannini si consola, come nel caso di Ferri, ricevendo la chiamata dello stesso Vicini, neo ct azzurro, nell’Italia dei grandi. Presente all’Europeo del 1988 nella Germania Ovest, terminato brillantemente con la semifinale persa contro l’URSS, ottiene la sua consacrazione in occasione dei Mondiali di Italia ’90, dove soltanto i calci di rigore contro l’Argentina impediscono all’Italia di giocarsi la finalissima nella sua Roma. Il 12 ottobre del 1991, giorno della gara di qualificazione ad Euro ’92 contro l’URSS, disputa la sua 47esima ed ultima presenza con la maglia della Nazionale, dopo aver messo a segno 6 reti complessive”.

Prosegue poi con Riccardo Ferri:

“…  A 18 anni, infatti, debutta in Serie A con la maglia nerazzurra, casacca con la quale in tredici stagioni conquista lo storico “Scudetto dei record” (1988-1989), una Supercoppa Italiana e due Coppe Uefa, quella del 1990-1991 e l’edizione ’93-’94. Dopo aver totalizzato con l’Inter 418 presenze e 8 reti, nel 1994 si trasferisce alla Sampdoria, dove al termine della seconda stagione dice addio al calcio giocato. Sin da subito nel giro delle Nazionali giovanili, nel 1986 sfiora la vittoria dell’Europeo Under 21, partecipando alla cavalcata degli Azzurrini di Azeglio Vicini conclusa con la finale persa contro la Spagna. Proprio Azeglio Vicini, lo promuove nella Nazionale dei grandi, con la quale prende parte agli Europei del 1988 e soprattutto ai Mondiali del 1990, che vedono gli Azzurri salire sul gradino più basso del podio. Dopo aver vestito per 45 volte la maglia della Nazionale, il 6 gennaio del 1992 disputa la sua ultima gara con l’Italia in occasione del terzo match dell’Usa Cup contro i padroni di casa degli Stati Uniti”.

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Leggende del calcio foggiano: Cosimo Nocera e la sua indimenticabile “Fajola”

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FOGGIAREPORTER.IT […] Vera leggenda del Foggia, Cosimo Nocera è entrato nel cuore di tutti, grandi e piccoli con la sua indimenticabile “Fajola”, quel poderoso tiro che lo caratterizzava.

Il 28 Novembre 2012, all’età di 74 anni, l’indimenticato e indimenticabile bomber degli anni 60′ del Foggia Calcio si è spento.

[…] Con 101 reti in 257 presenze è stato il più prolifico cannoniere del Foggia con il quale ha disputato l’intera carriera agonistica (dieci stagioni) vestendo la maglia rossonera tra il 1958 e il 1969, eccenzion fatta per una breve parentesi alla Massiminiana, club siciliano che milita oggi in prima categoria.

Indimenticabile per i tifosi foggiani la storica vittoria contro l’Inter di Helenio Herrera il 31 Gennaio 1965 nella quale Nocera realizzò una doppietta nel 3-2 finale.

[…] A Foggia invece, quando partiva la palla dai suoi piedi, il pubblico inneggiava a quella che in dialetto veniva indicata “fajòle”, cioè quasi ad un missile lanciato verso la porta avversaria”.

Nocera fu convocato anche in Nazionale nella gara amichevole Italia-Galles disputata a Firenze il 1º maggio 1965, segnando al 90′ il gol del 4-1 e resta a tutt’oggi l’unico giocatore del Foggia ad aver realizzato un gol con la maglia azzurra.

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