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La Penna degli Altri

Centenario Piacenza Calcio – Alle radici della storia biancorossa: Mario Giumanini, il primo capitano del club

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SPORTPIACENZA.IT (Filippo Lezoli) – E’ solo una fascia. Un pezzo di stoffa, oggi elastico, che negli anni con cadenza irregolare si sposta di braccio in braccio. Eppure un significato che vada più in là del rispetto al regolamento lo deve avere. Perché c’è un momento in cui un uomo viene scelto da chi è attorno a lui. Forse lui stesso non sa bene il perché e neppure il percome. Di mezzo ci sono però la stima che suscita negli altri, l’esperienza che ha maturato, le bravura che dimostra sul campo. E poi c’è anche qualcosa d’altro, di più impalpabile ma altrettanto importante: la capacità di fare ascoltare le sue parole. Si sa, quelle non si contano, si pesano. Le storie che compiono cent’anni cominciano anche così. Magari con un antefatto in una via del centro, come via Garibaldi, dove alla Latteria Moderna, in quel periodo dell’anno dove la primavera si stempera nell’estate, nasce il Piacenza Calcio. Discussioni accese, entusiasmo, strette di mano e qualche firma. Poi la scelta. La prima fascia di capitano sarà di Mario Giumanini. Sopra le teste degli avventori, appeso alla parete, un calendario che mette in bella mostra un numero di quattro cifre: 1919.

Un nome di quelli che oggi sembra si possano leggere solo negli archivi ingialliti di qualche biblioteca, quando gli individui avevano esistenze mutevoli, protagonisti in più campi nell’arco di una sola vita. Giumanini fu primo attore nel calcio, nel ciclismo, nella sua professione e, perché no, sul palcoscenico di un teatro. Ma quella che stiamo per raccontare è soprattutto una storia di sport a tutto tondo. Lo ricorda, dalle pagine del quotidiano Libertà, il giornalista Vincenzo Bertolini in un articolo datato ottobre 1967 dal titolo: “È morto il comm. Giumanini che amò e fece amare lo sport”.

Primo capitano del Piacenza Calcio e non solo. Direttore sportivo della squadra ciclistica dell’Arbos (che sotto la sua guida seppe farsi valere nel mondo professionistico), ma non solo. Mario Giumanini fu anche presidente del Pro Piacenza, membro provinciale della Federcalcio, giudice di gara di atletica leggera, consigliere della società Canottieri Vittorino da Feltre. Fuori dalla dimensione sportiva, poi, i suoi interessi lo portarono a calcare le scene teatrali con la Filodrammatica Piacentina, mentre nel 1953, con altri ventitré fondatori, costituì la “Famiglia Piasinteina”.

I primi calci

Questo per dire che se ci fu mai un piacentino d’adozione, questo fu Mario Giumanini, milanese di nascita, il 30 giugno del 1892, quando ancora mancavano 27 anni all’atto di un’altra nascita, quella della società di cui sarebbe stato il primo capitano.
Nel capoluogo lombardo Giumanini diede i primi calci seguendo le orme del fratello maggiore, Nino Resegotti. Un esempio da seguire, quest’ultimo, per chi voleva dedicarsi al pallone in quegli anni in cui attorno al calcio cresceva in fretta il numero di appassionati. Resegotti fu infatti prima giocatore, poi allenatore e arbitro, sedette sulla panchina dell’Inter quando la squadra nerazzurra vinse lo scudetto 1919-20 e ricoprì il ruolo di commissario tecnico della nazionale prima e dopo la Grande Guerra del 1915-18. I primi passi di Mario nel mondo del pallone furono invece nell’Ausonia di Milano, nel ruolo di ala destra. Al suo fianco c’era Renzo De Vecchi, un fuoriclasse che per la sua bravura e attaccamento alla maglia venne successivamente soprannominato dai tifosi del Milan, squadra nella quale militò per diversi anni, “il figlio di Dio”. Era quello un calcio che oggi faremmo fatica a riconoscere. L’uso della rete dietro alla porta era stato consentito solo da pochi anni e all’occorrenza erano usate quelle dei pescatori, non era poi insolito che i calciatori calzassero sulla testa un berretto – si dice che il carismatico svizzero Walter Aemissegger di Winterthur, capitano del Venezia, ne portasse uno di velluto con un fiocco di fili dorati – oppure vedere l’arbitro assistere alle partite appoggiato al palo di una delle due porte per avere una migliore visuale del gioco. In questo calcio, che sarebbe con il tempo diventato il nostro, cominciò a tirare i primi calci il futuro capitano biancorosso.
La carriera di Giumanini proseguì a Torino, dove si trasferì per adempiere all’obbligo del servizio militare e dove indossò le casacche bianca e azzurra della Vigor e poi quella dell’Unione Sportiva Torinese, scendendo infine in campo anche con la maglia granata del Torino. Trasferito a Bologna, entrò a far parte della formazione del distaccamento del Genio Reale, diventando capitano della Nazionale Emilia.

Nasce il Piacenza, Giumanini è il suo capitano

Nella nostra città giunse nel 1919, anno in cui, insieme ad altri appassionati locali (i vari Dosi, Guffanti, Antoniazzi, Rossetti, ecc.) diede vita al Piacenza Calcio. Per giocare a calcio è sufficiente un pallone, per partecipare a un campionato federale occorre anche un campo omologato. Il tempo stringeva e si affittò per una stagione un prato appena fuori Porta Cavallotti (l’attuale Barriera Roma), verso San Lazzaro, situato lungo il torrente Rifiuto nelle cui acque si racconta a volte finisse il pallone. Giocatori, soci, dirigenti e tifosi si diedero un gran da fare per trasformare quel prato in un campo regolamentare, dove la gente – a partire dall’inaugurazione del 26 ottobre 1919 contro la rappresentativa del 10° artiglieria di stanza a Piacenza – assisteva alla gara da dietro una delle due porte. Verrebbe così da dire che i primi tifosi biancorossi furono ragazzi della curva.

Prima di Gastone Bean, prima di De Vitis. Del Piacenza Giumanini fu il primo centravanti, vero e proprio favorito del manipolo di tifosi che assiepava lo stadio in quella stagione epica perché originaria della storia del Piacenza, famoso anche per la sua caratteristica rovesciata, curiosamente definita “alla Resegotti”, dal momento che Mario veniva chiamato alternativamente sia Giumanini sia Resegotti, il nome del fratellastro più famoso di cui si è già detto.
Quel campionato (dieci giornate in tutto, divise in un girone di andata e uno di ritorno) fu concluso dal Piacenza al primo posto, con 13 punti, guadagnandosi l’accesso alla Prima Categoria. Un successo al quale solo il Parma aveva opposto resistenza, ecco perché quando l’8 febbraio il Piacenza vinse la partita decisiva contro i parmigiani per 1-0 (gol di Boselli), capitan Giumanini – che sposatosi con la piacentina Arcide, per essere presente all’evento aveva interrotto il viaggio di nozze – fu portato in trionfo dai tifosi festanti dalla stazione fino al Bar Santa Margherita, che si trovava in Piazza Cavalli. Il Piacenza s’impose nettamente nel suo girone davanti a Parma e Spal, perdendo un solo incontro (1 a 0 a Bologna), pareggiandone due e vincendo tutti gli altri. E poco importa se la fatica si sarebbe a conti fatti rivelata inutile (l’anno successivo alla categoria superiore vennero ammesse tutte le squadre del girone, dalla prima all’ultima), quello che restano e per cui ci si innamora del calcio sono le emozioni. E quelle furono tante in quel primo anno di storia.
Per Giumanini il calcio giocato fu presto declinato al tempo passato, restò nella società biancorossa in qualità di dirigente, anche se in rare occasioni d’emergenza lo si rivide in campo. Qualche anno dopo, nel luglio 1926, il Piacenza Calcio gli consegnò una medaglia d’oro di benemerenza e nell’articolo sul quotidiano locale, dove ancora si fa confusione tra i nomi Giumanini e Resegotti, viene riportata la motivazione: «per quell’attaccamento e la fattiva opera altamente sportiva che Ella ebbe a dimostrare ed a svolgere nell’interesse del Club, in un primo tempo, in qualità di Capitano della vittoriosa squadra del campionato di promozione, successivamente quale appassionato sportivo e socio affezionato». Ma nella storia del sodalizio che legò Giumanini e lo sport non fu quello l’epilogo. Ci sarebbero state altre pagine da scrivere e altre strade da percorrere. Tinte di rosa.

Al Giro d’Italia (su quattro ruote)

Erano gli anni del dopoguerra e la città, ferita, si stava per rialzare insieme a tutto il Paese. Gli italiani correvano sullo stesso sellino di Coppi e Bartali, che li avrebbe portati al decennio successivo, quello della ricostruzione. Nel 1949, per volontà dell’ingegner Luigi Lodigiani, nuovo presidente dell’Arbos, a Giumanini fu affidata la conduzione tecnica della squadra professionistica piacentina. Giumanini affrontò questa esperienza, per lui completamente nuova, con entusiasmo, affiancando alla competenza del vecchio uomo di sport l’innata umanità del suo carattere. Un’umanità che manifestò anche nell’epilogo, per certi versi drammatico, della sua avventura sull’ammiraglia dell’Arbos nel 1956. Dopo tanti successi ottenuti sulle strade di tutta Europa, quell’anno la formazione bluarancio sembrava ad un passo dalla conquista della vittoria più desiderata, quella del Giro d’Italia. Il suo portacolori Pasquale Fornara, grazie soprattutto al trionfo nella cronometro Livorno-Lucca, a sole tre tappe dal termine si trovava in testa alla classifica generale. Ma nella frazione dolomitica Merano-Monte Bondone avvenne il colpo di scena. In una giornata dalle condizioni meteorologiche impossibili, sotto una vera e propria bufera di neve, lo scalatore lussemburghese Charly Gaul conquistò il traguardo parziale e la maglia rosa. Fornara, reso semincosciente dal freddo e dalla fatica (nonostante il prodigarsi del meccanico Franco Migli che cercò di rifocillarlo), venne fermato proprio da Giumanini quando mancavano appena 500 metri all’arrivo. Ancora scosso per quanto era accaduto, la sera stessa il direttore sportivo piacentino sfogò alla radio tutto il suo sgomento. Non mancarono le polemiche: in molti si chiesero, più che legittimamente, quale valore tecnico potesse avere una corsa disputata in quelle condizioni e quali interessi avessero mosso gli organizzatori nella decisione di non sospendere la tappa. L’episodio segnò profondamente Giumanini che da quel momento, naturalmente in punta di piedi e senza clamori, si allontanò definitivamente da uno sport nel quale ormai non poteva più ritrovarsi.

Di braccio in braccio

È il primo giorno di agosto. Il Piacenza calcio, in mano al presidente Vincenzo Romagnoli, sta correndo a grandi passi verso i suoi primi 50 anni. È il 1967 e in città si presenta la squadra biancorossa, che sotto la guida di Sandro Puppo – poi sostituito da Leo Zavatti – quell’anno partecipa al campionato di serie C. Quella è anche l’ultima volta in cui Mario Giumanini partecipa alla scena pubblica. Immaginiamo il vecchio capitano scherzare con il nuovo, Ottavio Favari, difensore centrale arcigno, di Podenzano, che ancora oggi è sul podio dei giocatori che vantano il maggiore numero di presenze con la maglia biancorossa (273), superato solo da Gianpietro Piovani (342) e Giuseppe Cella II (282), detto Pitìn. Solo due mesi dopo, Giumanini se ne andrà per sempre. La sua presenza al vernissage del Piacenza di quell’anno fu un ultimo attestato dell’affetto che legò l’uomo alla sua maglia e fu benaugurante per colui che indossava allora la fascia di capitano. Infatti, come scriverà qualche anno dopo Luigi Carini sul magazine Piacenza Sport: «… di Favari si ricorda l’annata strepitosa 1967-1968 quando fu il capocannoniere della squadra ed uno dei migliori realizzatori della serie C mettendo a segno ben 13 reti…».

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Socrates, il dottore democratico

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CORRIEREDELLOSPORT.IT – Era alto quasi due metri, ma calzava un 38 scarso. Due piedi piccoli, che però esprimevano un grande calcio, spettacoloso ed efficace. Aveva ricevuto un numero imprecisato di soprannomi, il più bello è stato senza dubbio “il colpo di tacco che la palla chiese a Dio”. Troppo lungo, meglio il Dottore, visto che era laureato in pediatria, anche se non eserciterà mai la professione. Aveva tre passioni: due, il calcio e la politica, lo consegneranno alla storia, un altro, l’alcool, lo porterà via da questa mondo. Aveva un carisma senza eguali, perché altrimenti non saresti potuto essere il protagonista del più grande esperimento sociologico della storia del pallone. Si chiamava Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Ma anche qui, un’abbreviazione ci viene in soccorso: Socrates.

IN BRASILE. Questo giovane riccioluto brasiliano però non nasce nell’hinterland di Atene come il suo famoso omonimo greco, bensì a Belém, estremo nord del Brasile, il 19 febbraio 1954. Suo padre era un uomo di sinistra, avido lettore di testi proibiti durante gli anni della dittatura militare. L’educazione ricevuta dal giovane Socrates si farà sentire qualche anno dopo. Nel frattempo lui cresce a Riberao Preto, stato di San Paolo, dove gioca, e bene, nel Botafogo (solo omonimo del blasonato club del Paraiba). È un interno di centrocampo, possiede un’intelligenza calcistica fuori dal comune, e inoltre segna più di un centinaio di gol in quattro anni, un numero enorme per un non attaccante. Uno come lui deve giocare in una grande squadra. L’opportunità arriva tardi, quando ha già 24 anni, ma sarà un’esperienza irripetibile.

“A DEMOCRACIA”. Nel 1978 approda al Corinthians, la squadra del ceto popolare di San Paolo e la seconda più amata in Brasile dopo il Flamengo. Il primo anno vince subito il campionato paulista, ma l’anno da ricordare è il 1981. Il Corinthians viene da una stagione fallimentare, e come direttore tecnico viene scelto un sociologo, Adìlson Monteiro Alves. Alves individua i giocatori che condividono le sue stesse idee politiche – e sono tanti, oltre a Socrates: Casagrande, Zenon, Wladimir – e dà vita alla “Democracia Corinthiana”. Il club si autogestisce: nessun allenatore, comandano i giocatori, ma al momento di prendere delle decisioni si va al voto, naturalmente democratico. Partecipano tutti: il parere del magazziniere vale come quello del presidente. È un esperimento rivoluzionario. Nel calcio di oggi non potrebbe esistere, negli anni ’80 produce la vittoria di altri due scudetti. La Democracia Corinthiana “rischia” di spingersi oltre. Inizia a fare breccia nelle idee della gente, tenta di soverchiare lo status quo della dittatura militare. Socrates è il più coinvolto di tutti. «Se il prossimo presidente del Brasile verrà eletto direttamente dal popolo e non dal parlamento come vuole la dittatura, sono pronto a rifiutare il trasferimento in Europa». Il sogno politico però si interrompe lì, e Socrates in Europa ci va. Se lo aggiudica la Fiorentina. Perché nel frattempo, anche noi italiani abbiamo conosciuto le sue qualità.

L’ADDIO. Ce lo siamo trovati di fronte il 5 luglio del 1982, quando la stella di Paolo Rossi eliminò dal Mundial spagnolo una delle più forti nazionali brasiliane di tutti i tempi. Socrates era il faro di quella squadra, segnò anche a Zoff il gol dell’1-1. A Firenze un amore non sbocciato. Rimase solo una stagione, 1984-85, 25 partite, 6 reti, mai entrato negli schemi dei viola allenati da De Sisti e Valcareggi. Tornerà in Brasile, al Flamengo e al Santos, e si rimetterà in gioco nel 2004 in Inghilterra, al Garforth Town, a 50 anni. Sette anni dopo, l’ennesima birra gli giocherà un brutto scherzo, e un’infezione intestinale gli sarà fatale. Mentre sta per andare via, il suo Corinthians scende in campo contro i rivali del Palmeiras. Al fischio finale, saranno campioni per la quinta volta nella loro storia. I giocatori festeggiano con braccio destro alto e pugno chiuso. Inutile specificare a chi si sono ispirati.

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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