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La Penna degli Altri

Centenario Piacenza Calcio – Alle radici della storia biancorossa: Mario Giumanini, il primo capitano del club

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SPORTPIACENZA.IT (Filippo Lezoli) – E’ solo una fascia. Un pezzo di stoffa, oggi elastico, che negli anni con cadenza irregolare si sposta di braccio in braccio. Eppure un significato che vada più in là del rispetto al regolamento lo deve avere. Perché c’è un momento in cui un uomo viene scelto da chi è attorno a lui. Forse lui stesso non sa bene il perché e neppure il percome. Di mezzo ci sono però la stima che suscita negli altri, l’esperienza che ha maturato, le bravura che dimostra sul campo. E poi c’è anche qualcosa d’altro, di più impalpabile ma altrettanto importante: la capacità di fare ascoltare le sue parole. Si sa, quelle non si contano, si pesano. Le storie che compiono cent’anni cominciano anche così. Magari con un antefatto in una via del centro, come via Garibaldi, dove alla Latteria Moderna, in quel periodo dell’anno dove la primavera si stempera nell’estate, nasce il Piacenza Calcio. Discussioni accese, entusiasmo, strette di mano e qualche firma. Poi la scelta. La prima fascia di capitano sarà di Mario Giumanini. Sopra le teste degli avventori, appeso alla parete, un calendario che mette in bella mostra un numero di quattro cifre: 1919.

Un nome di quelli che oggi sembra si possano leggere solo negli archivi ingialliti di qualche biblioteca, quando gli individui avevano esistenze mutevoli, protagonisti in più campi nell’arco di una sola vita. Giumanini fu primo attore nel calcio, nel ciclismo, nella sua professione e, perché no, sul palcoscenico di un teatro. Ma quella che stiamo per raccontare è soprattutto una storia di sport a tutto tondo. Lo ricorda, dalle pagine del quotidiano Libertà, il giornalista Vincenzo Bertolini in un articolo datato ottobre 1967 dal titolo: “È morto il comm. Giumanini che amò e fece amare lo sport”.

Primo capitano del Piacenza Calcio e non solo. Direttore sportivo della squadra ciclistica dell’Arbos (che sotto la sua guida seppe farsi valere nel mondo professionistico), ma non solo. Mario Giumanini fu anche presidente del Pro Piacenza, membro provinciale della Federcalcio, giudice di gara di atletica leggera, consigliere della società Canottieri Vittorino da Feltre. Fuori dalla dimensione sportiva, poi, i suoi interessi lo portarono a calcare le scene teatrali con la Filodrammatica Piacentina, mentre nel 1953, con altri ventitré fondatori, costituì la “Famiglia Piasinteina”.

I primi calci

Questo per dire che se ci fu mai un piacentino d’adozione, questo fu Mario Giumanini, milanese di nascita, il 30 giugno del 1892, quando ancora mancavano 27 anni all’atto di un’altra nascita, quella della società di cui sarebbe stato il primo capitano.
Nel capoluogo lombardo Giumanini diede i primi calci seguendo le orme del fratello maggiore, Nino Resegotti. Un esempio da seguire, quest’ultimo, per chi voleva dedicarsi al pallone in quegli anni in cui attorno al calcio cresceva in fretta il numero di appassionati. Resegotti fu infatti prima giocatore, poi allenatore e arbitro, sedette sulla panchina dell’Inter quando la squadra nerazzurra vinse lo scudetto 1919-20 e ricoprì il ruolo di commissario tecnico della nazionale prima e dopo la Grande Guerra del 1915-18. I primi passi di Mario nel mondo del pallone furono invece nell’Ausonia di Milano, nel ruolo di ala destra. Al suo fianco c’era Renzo De Vecchi, un fuoriclasse che per la sua bravura e attaccamento alla maglia venne successivamente soprannominato dai tifosi del Milan, squadra nella quale militò per diversi anni, “il figlio di Dio”. Era quello un calcio che oggi faremmo fatica a riconoscere. L’uso della rete dietro alla porta era stato consentito solo da pochi anni e all’occorrenza erano usate quelle dei pescatori, non era poi insolito che i calciatori calzassero sulla testa un berretto – si dice che il carismatico svizzero Walter Aemissegger di Winterthur, capitano del Venezia, ne portasse uno di velluto con un fiocco di fili dorati – oppure vedere l’arbitro assistere alle partite appoggiato al palo di una delle due porte per avere una migliore visuale del gioco. In questo calcio, che sarebbe con il tempo diventato il nostro, cominciò a tirare i primi calci il futuro capitano biancorosso.
La carriera di Giumanini proseguì a Torino, dove si trasferì per adempiere all’obbligo del servizio militare e dove indossò le casacche bianca e azzurra della Vigor e poi quella dell’Unione Sportiva Torinese, scendendo infine in campo anche con la maglia granata del Torino. Trasferito a Bologna, entrò a far parte della formazione del distaccamento del Genio Reale, diventando capitano della Nazionale Emilia.

Nasce il Piacenza, Giumanini è il suo capitano

Nella nostra città giunse nel 1919, anno in cui, insieme ad altri appassionati locali (i vari Dosi, Guffanti, Antoniazzi, Rossetti, ecc.) diede vita al Piacenza Calcio. Per giocare a calcio è sufficiente un pallone, per partecipare a un campionato federale occorre anche un campo omologato. Il tempo stringeva e si affittò per una stagione un prato appena fuori Porta Cavallotti (l’attuale Barriera Roma), verso San Lazzaro, situato lungo il torrente Rifiuto nelle cui acque si racconta a volte finisse il pallone. Giocatori, soci, dirigenti e tifosi si diedero un gran da fare per trasformare quel prato in un campo regolamentare, dove la gente – a partire dall’inaugurazione del 26 ottobre 1919 contro la rappresentativa del 10° artiglieria di stanza a Piacenza – assisteva alla gara da dietro una delle due porte. Verrebbe così da dire che i primi tifosi biancorossi furono ragazzi della curva.

Prima di Gastone Bean, prima di De Vitis. Del Piacenza Giumanini fu il primo centravanti, vero e proprio favorito del manipolo di tifosi che assiepava lo stadio in quella stagione epica perché originaria della storia del Piacenza, famoso anche per la sua caratteristica rovesciata, curiosamente definita “alla Resegotti”, dal momento che Mario veniva chiamato alternativamente sia Giumanini sia Resegotti, il nome del fratellastro più famoso di cui si è già detto.
Quel campionato (dieci giornate in tutto, divise in un girone di andata e uno di ritorno) fu concluso dal Piacenza al primo posto, con 13 punti, guadagnandosi l’accesso alla Prima Categoria. Un successo al quale solo il Parma aveva opposto resistenza, ecco perché quando l’8 febbraio il Piacenza vinse la partita decisiva contro i parmigiani per 1-0 (gol di Boselli), capitan Giumanini – che sposatosi con la piacentina Arcide, per essere presente all’evento aveva interrotto il viaggio di nozze – fu portato in trionfo dai tifosi festanti dalla stazione fino al Bar Santa Margherita, che si trovava in Piazza Cavalli. Il Piacenza s’impose nettamente nel suo girone davanti a Parma e Spal, perdendo un solo incontro (1 a 0 a Bologna), pareggiandone due e vincendo tutti gli altri. E poco importa se la fatica si sarebbe a conti fatti rivelata inutile (l’anno successivo alla categoria superiore vennero ammesse tutte le squadre del girone, dalla prima all’ultima), quello che restano e per cui ci si innamora del calcio sono le emozioni. E quelle furono tante in quel primo anno di storia.
Per Giumanini il calcio giocato fu presto declinato al tempo passato, restò nella società biancorossa in qualità di dirigente, anche se in rare occasioni d’emergenza lo si rivide in campo. Qualche anno dopo, nel luglio 1926, il Piacenza Calcio gli consegnò una medaglia d’oro di benemerenza e nell’articolo sul quotidiano locale, dove ancora si fa confusione tra i nomi Giumanini e Resegotti, viene riportata la motivazione: «per quell’attaccamento e la fattiva opera altamente sportiva che Ella ebbe a dimostrare ed a svolgere nell’interesse del Club, in un primo tempo, in qualità di Capitano della vittoriosa squadra del campionato di promozione, successivamente quale appassionato sportivo e socio affezionato». Ma nella storia del sodalizio che legò Giumanini e lo sport non fu quello l’epilogo. Ci sarebbero state altre pagine da scrivere e altre strade da percorrere. Tinte di rosa.

Al Giro d’Italia (su quattro ruote)

Erano gli anni del dopoguerra e la città, ferita, si stava per rialzare insieme a tutto il Paese. Gli italiani correvano sullo stesso sellino di Coppi e Bartali, che li avrebbe portati al decennio successivo, quello della ricostruzione. Nel 1949, per volontà dell’ingegner Luigi Lodigiani, nuovo presidente dell’Arbos, a Giumanini fu affidata la conduzione tecnica della squadra professionistica piacentina. Giumanini affrontò questa esperienza, per lui completamente nuova, con entusiasmo, affiancando alla competenza del vecchio uomo di sport l’innata umanità del suo carattere. Un’umanità che manifestò anche nell’epilogo, per certi versi drammatico, della sua avventura sull’ammiraglia dell’Arbos nel 1956. Dopo tanti successi ottenuti sulle strade di tutta Europa, quell’anno la formazione bluarancio sembrava ad un passo dalla conquista della vittoria più desiderata, quella del Giro d’Italia. Il suo portacolori Pasquale Fornara, grazie soprattutto al trionfo nella cronometro Livorno-Lucca, a sole tre tappe dal termine si trovava in testa alla classifica generale. Ma nella frazione dolomitica Merano-Monte Bondone avvenne il colpo di scena. In una giornata dalle condizioni meteorologiche impossibili, sotto una vera e propria bufera di neve, lo scalatore lussemburghese Charly Gaul conquistò il traguardo parziale e la maglia rosa. Fornara, reso semincosciente dal freddo e dalla fatica (nonostante il prodigarsi del meccanico Franco Migli che cercò di rifocillarlo), venne fermato proprio da Giumanini quando mancavano appena 500 metri all’arrivo. Ancora scosso per quanto era accaduto, la sera stessa il direttore sportivo piacentino sfogò alla radio tutto il suo sgomento. Non mancarono le polemiche: in molti si chiesero, più che legittimamente, quale valore tecnico potesse avere una corsa disputata in quelle condizioni e quali interessi avessero mosso gli organizzatori nella decisione di non sospendere la tappa. L’episodio segnò profondamente Giumanini che da quel momento, naturalmente in punta di piedi e senza clamori, si allontanò definitivamente da uno sport nel quale ormai non poteva più ritrovarsi.

Di braccio in braccio

È il primo giorno di agosto. Il Piacenza calcio, in mano al presidente Vincenzo Romagnoli, sta correndo a grandi passi verso i suoi primi 50 anni. È il 1967 e in città si presenta la squadra biancorossa, che sotto la guida di Sandro Puppo – poi sostituito da Leo Zavatti – quell’anno partecipa al campionato di serie C. Quella è anche l’ultima volta in cui Mario Giumanini partecipa alla scena pubblica. Immaginiamo il vecchio capitano scherzare con il nuovo, Ottavio Favari, difensore centrale arcigno, di Podenzano, che ancora oggi è sul podio dei giocatori che vantano il maggiore numero di presenze con la maglia biancorossa (273), superato solo da Gianpietro Piovani (342) e Giuseppe Cella II (282), detto Pitìn. Solo due mesi dopo, Giumanini se ne andrà per sempre. La sua presenza al vernissage del Piacenza di quell’anno fu un ultimo attestato dell’affetto che legò l’uomo alla sua maglia e fu benaugurante per colui che indossava allora la fascia di capitano. Infatti, come scriverà qualche anno dopo Luigi Carini sul magazine Piacenza Sport: «… di Favari si ricorda l’annata strepitosa 1967-1968 quando fu il capocannoniere della squadra ed uno dei migliori realizzatori della serie C mettendo a segno ben 13 reti…».

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Sampdoria-Malines trent’anni dopo

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GENOASAMP.COM (Marco Ferrera) – Era caduta tanta pioggia nella notte tra il 18 ed il 19 aprile 1989 ed aveva reso il prato del Ferraris più simile ad un galoppatoio che ad un campo di calcio. Era il Ferraris a metà, per i lavori di Italia 90, ed i ventimila stipati e fasciati di blucerchiato erano pronti come sempre a sospingere la squadra di Boskov a conquistare un sogno , la prima finale europea della storia, quella di Coppe delle Coppe in programma a Berna nel mese di maggio. Gli avversari erano quelli del Malines, i belgi di Aad De Mos, tecnico olandese, imbattuti da sedici incontri, con in porta uno dei più forti interpreti del ruolo a livello mondiale, Michel Preud’Homme, all’andata solo un gol di Vialli nel finale aveva reso possibile la rimonta, dopo l’uno due dei padroni di casa.
Quel pomeriggio di fango , di fatica e di sudore Gianluca era squalificato ed il “labbro di Novi Sad” si affidò in attacco a Loris Pradella, centravanti “razza Piave”, forte fisicamente ma tanto grezzo e dal gol difficile con a fianco Roberto Mancini, in una di quelle giornate in cui il numero dieci “sentiva” troppo la partita , non riuscendo ad esprimere le sue straordinarie qualità, tanto più su un terreno simile ad un pantano.

Per un’ora i fiamminghi furono padroni del match, Vierchowod si immolò per salvare su un avversario lanciato verso Pagliuca, venne ammonito, un giallo pesante, che gli avrebbe fatto saltare l’eventuale finale. Finale? Ben pochi ci speravano, tanto più quando mancavano poco più di venti minuti alla fine, lo zero a zero non si schiodava e cosa ti inventa Vuja ? Fuori proprio Pradella e dentro Bonomi, un centrocampista, ordinato e nemmeno fantasioso, con Dossena sganciato a creare in appoggio al Mancini poco ispirato di quel giorno, che quando mancavano venti minuti alla fine inventò il corridoio vincente per l’inserimento di Cerezo, abbiamo ancora negli occhi le lunghe e scoordinate leve di Toninho che amministrano la sfera, con il numero otto che si presenta davanti all’imbattibile portiere belga e lo supera con un destro preciso, che bacia il palo e si infila nella rete intrisa d’acqua e di fango, con un boato che fa scuotere Marassi, come se invece di ventimila ci fossero centomila voci a gridare la propria gioia.

E da quel momento assistiamo a venti minuti di gioco, di calcio, di passione, di unione , di spirito di squadra come raramente, forse mai, ci è capitato di vedere, Fausto Pari e Victor Munoz sono maschere di fango, corrono e tamponano, i belgi capiscono che devono far gol per non uscire dalla Coppa, cingono con manovre avvolgenti la difesa davanti a Pagliuca, che difende il golletto insieme a tutta la mezza gradinata e quando il cronometro recita l’85’ , con i giallorossi del Mechelen tutti in avanti, cosa succede? Bonomi respinge una palla al limite della propria area, alleggerisce su Dossena che da centravanti (che non è) gliela ritorna e si lancia nella metà campo sguarnita, vai Dossena, vai Beppe, è una fuga verso Preud’Homme, cuore , fatica e fango , non ce la può fare, la vista ti si annebbia, esce il portierone al limite dell’area, sembra in vantaggio ma Beppe cosa fa? Pelé ai mondiali di Messico 70 sfiorò il gol del secolo contro l’Uruguay, contro Mazurkiewicz, palla da una parte e aggiramento dell’avversario per poi concludere verso la porta sguarnita… quel giorno sull’altopiano messicano la battuta di “O rey” terminò fuori, quel pomeriggio del 19 Aprile 1989 Dossena si fece re, anzi imperatore, andò a riprendere la sfera dopo quella giocata e la scaraventò nella porta incustodita, per un due a zero che resterà nei cuori di tutti i tifosi blucerchiati, chi c’era e chi non c’era, a trepidare davanti alla TV con la voce di Ennio Vitanza. E come in un crescendo rossiniano la Samp d’oro di quel pomeriggio fece anche il terzo e a segnarlo fu il più piccolo di tutti, ma in quel momento in cui scoccò il dardo del terzo gol Faustino Salsano diventò un gigante, rendendo indimenticabile quel pomeriggio di fango, di fatica, di sudore e di lacrime, che copiose scendevano in campo e sugli spalti per aver raggiunto in quel modo una finale europea. Poi arrivò Berna, ma quella è un’altra storia, il pomeriggio del 19 aprile ne era stata scritta una davvero indelebile da quei ragazzi in maglia blucerchiata e dal loro condottiero, l’inarrivabile Vujadin Boskov.

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Cartoline ingiallite di un calcio romantico …

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Ci sono foto che solo a vederle ti fanno venire i brividi, perché sono come dei passepartout in grado di aprire quei forzieri in cui sono custoditi i ricordi più preziosi, le sensazioni e le emozioni legate a quel pallone che rotola sul campo e che fin da bambino ti ha regalato gioie e dolori, che ti ha fatto sognare, gioire o piangere. Rovistando in un cassetto in cui sono raccolti vecchi biglietti e abbonamenti, esce fuori una foto ingiallita dal tempo, quasi ridicola rivista a quasi 50 anni di distanza. Insieme a quella, c’è un ritaglio di una pagina di giornale con la cronaca della partita e a una foto del parterre del vecchio Olimpico con un tifoso che corre sventolando la bandiera e sullo sfondo uno striscione con un messaggio (che non sarà raccolto) al ct azzurro Ferruccio Valcareggi: “Chinaglia in Mexico”. Risale tutto al 19 aprile del 1970, il giorno di Lazio-Bari 4-1. E anche se è passato quasi mezzo secolo, vedendo ritagli e foto la mente vola a quei giorni felici e spensierati.

C’è tanta storia in questo collage, ci sono emozioni e sensazioni che riaffiorano e che fanno quasi male pensando non a quanto tempo è passato, ma soprattutto a quante cose sono cambiate e a quanto a volte è ingiusta e cattiva la vita. Quindi, prima di parlare di quel Lazio-Bari del 19 aprile del 1970, parto da quel bambino che sta insieme a me in posa in quella foto, scattata sul piazzale della palla dello Stadio Olimpico tra la Curva Sud e la Tribuna Tevere: è mio cugino Roberto, il figlio del fratello grande di mio padre. O meglio, era… Io e Roberto siamo cresciuti insieme, facevamo tutto insieme perché ci separava un solo anno d’età che era nulla. Mio cugino aveva un dono: aveva i piedi fatati. Avete presente quei talenti che messi in un campo di calcio sono in grado di mandare il pallone dove vogliono? Ecco, lui era uno di quelli. Ma non ha sfondato nel calcio a causa di una delusione da tifoso. Finita la terza media, mio cugino va a giocare un torneo nazionale e gioca da Dio, al punto che dopo pochi giorni mio zio riceve una telefonata da parte della Juventus. A Roma si presenta un signore distinto che chiede a mio zio di firmare il primo cartellino di Roberto con la Juventus, in cambio di vitto e alloggio pagati e della garanzia dell’iscrizione di mio cugino in un collegio in cui la Juventus manda a studiare tutti i ragazzi del settore giovanile che non sono di Torino. Insomma, un posto nella Academy della Juventus (già, era il 1974 e la Juventus aveva già una Academy…) e la possibilità di entrare nel grande calcio dalla porta principale. Il problema, è che mio cugino e mio zio (come tutti i Greco dalla fondazione della Lazio a oggi) sono laziali e la Juventus in quel momento è la grande rivale della Lazio. Certo, c’è anche la distanza tra Roma e Torino a mettere più di un dubbio, aggiunta al fatto che Roberto è figlio unico: e tutto questo non aiuta. Ma quando c’è da decidere, Roberto chiede a zio: “Ma se mi vuole la Juventus, perché non posso giocare nella Lazio?”…

Quella domanda resta come appesa, senza una risposta. Mio zio, in cerca di una risposta e di una soluzione fa qualche telefonata, chiama vecchi amici di mio nonno Tullio che negli anni Venti era stato dirigente della Lazio e sindaco del Consiglio Direttivo che nel 1927 sventò la fusione, nonché amico e consigliere del Generale Vaccaro, in modo da far fare un provino a mio cugino con la Lazio. Il provino si fa ma la Lazio dice di NO, quindi resta solo l’ipotesi Juventus. Ma l’amore per Roma e la Lazio è troppo forte e mio cugino dice NO GRAZIE e da quel momento in poi decide che per lui il calcio è solo un passatempo e una passione da vivere non in campo, ma sugli spalti. Si laurea, entra in RAI (dove diventa vice direttore dell’ufficio del personale) e resta tifoso, nonostante quella grande delusione provata quando si è sentito dire di NO. Ha tutto dalla vita, vede come me la Lazio vincere due scudetti e trionfare in Europa, ma sul più bello la vita gli toglie tutto, all’improvviso, perché nel 2002 a poco più di 41 anni viene sconfitto dallo stesso male infame che si è portato via ancora giovane anche nonno. E che ha attaccato anche il sottoscritto proprio l’anno successivo. Ma io, al contrario di Roberto, oggi ho la fortuna di poterlo raccontare…

Per questo quella foto mi apre il cuore ma al tempo stesso me lo spezza, perché con mio cugino ho condiviso tutto da ragazzo. I pranzi prima di andare allo stadio a casa di nonna a via Aterno, in quel palazzetto nel quartiere Coppedé; le lunghe attese in quella Tribuna Tevere Numerata quasi deserta in cui con le panche numerate vuote io e lui ci sistemavamo sui gradoni di marmo perché l’abbonamento da aquilotto ci dava il diritto all’ingresso in tribuna ma non al posto, quindi dovevamo arrangiarci in qualche modo; le risate sotto il sole; oppure quando l’acqua ci entrava da tutte le parti in quelle ore d’attesa nelle domeniche di pioggia; gli abbracci ai gol di Giorgio Chinaglia; quell’adesivo con lo scudetto strappato dal petto per scaramanzia alla fine del primo tempo di Lazio-Foggia; l’abbraccio il giorno del secondo scudetto in quel “buen retiro” di amanti del calcio che è la Tribuna Tevere Numerata pensando a zio Giorgio che non c’era più; la lite furibonda fatta quando lui, da responsabile dell’ufficio del personale bocciò (per non dare l’idea di favoritismi) il mio contratto d’assunzione in RAI firmato nel 1994 dall’allora direttore dello sport di RAI3… Insomma, di tutto e di più.

Quel Lazio-Bari, lo ricordo in modo particolare perché la Lazio stava vivendo una sorta di sogno. Appena tornata in Serie A e partita per salvarsi, la squadra costruita da Lorenzo battendo il Bari poteva addirittura agguantare per la prima volta nella storia la qualificazione per partecipare ad una Coppa Europea, trascinata dai gol di quel gigante, grezzo,  sgraziato ma incontenibile che rispondeva al nome di Giorgio Chinaglia. Ed ecco che la foto a colori si lega a quella in bianco e nero, a quell’immagine del tifoso che corre nel vecchio parterre dello stadio Olimpico sventolando una bandiera. Un’immagine impossibile oggi, perché quel parterre usato allora nelle lunghe ore di attesa prima della partita addirittura come campo da calcio improvvisato in cui in 100 si contendevano un pallone non esiste più. Ma anche perché con tutti i divieti che ci sono oggi quel tifoso rischierebbe la multa o il daspo immediato per aver abbandonato il suo posto e per aver scorrazzato da un settore all’altro. E poi quello striscione, quell’invito a Valcareggi a portare Chinaglia in Messico per partecipare a quella che è stata una delle avventure più belle nella storia della Nazionale italiana di calcio. Chinaglia quel posto sull’aereo se lo era meritato a suon di gol, perché con 12 reti in classifica dei cannonieri stava insieme a Chiarugi e a Prati e Boninsegna che poi in Messico ci sono andati. Ma la Lazio in quel momento non è una grande del calcio italiano, quindi Chinaglia quel mondiale lo vede alla tv come tutti noi, pur avendo raccolto in quella stagione scalpi importanti segnando a Milan, Fiorentina (che giocava con lo scudetto sul petto), Inter e Juventus, tutte cadute all’Olimpico sotto i colpi di Long John. Chinaglia segna anche in quell’ultima partita all’Olimpico. Un gol inutile allo scadere, quello del 4-1, ma che viene festeggiato come se fosse il gol della vittoria, con i tifosi già in campo per abbracciare e ringraziare la squadra per quell’annata incredibile, da sogno. Pensate cosa scatenerebbe oggi un’invasione di campo, seppur festosa.

Quel giorno, seduto sugli spalti, ho invidiato quei tifosi che scorrazzavano sul prato verde, ma ancora di più quelli entrati in campo con in testa dei cappelli diversi da quelli imposti a noi per ripararci dal sole a picco: erano dei gran sombreri, portati in campo per metterli sulla testa di Giorgio Chinaglia come augurio per la convocazione a Messico 1970. Invece, come ho scritto prima, nonostante le 6 reti segnate nelle ultime sei giornate di campionato e l’inserimento nella lista dei 40 giocatori selezionati da cui tirare fuori i 24 convocati, Giorgio non c’è mai salito su quell’aereo per Città del Messico.

Cartoline di un calcio e di un mondo d’altri tempi, di ricordi indelebili, di anni spensierati che non torneranno più ma che fanno parte di quel patrimonio di emozioni che rende piacevole il ricordo di quel tempo che fu. È ridicola quella foto vista oggi, con quei cappelli e quell’abbigliamento (soprattutto il mio) da americani in vacanza. Ma che gioia aver potuto vivere quegli anni e quel calcio…

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Bettanini e D’Angelo sul Museo Rossoblù: «Naturale portarlo al Ferraris»

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ILSECOLOXIX.IT – La Fondazione Genoa ha da poco compiuto 13 anni e per rilanciarsi torna all’origine. A quel professor Andrea D’Angelo che, insieme al collega Sergio Maria Carbone e al presidente Enrico Preziosi, ebbe l’idea di costituirla, in uno dei momenti più difficile della storia recente del Grifone. «Era una reazione a quel momento così complesso, uno strumento di salvaguardia e di garanzia, uno strumento per raccogliere risorse della genoanità. Nel tempo lo slancio si è un po’ affievolito, per tante difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, tra cui le difficoltà di sinergia con la società. La nascita del Museo è un grande obiettivo che abbiamo raggiunto, ora è il momento di rilanciare l’attività della Fondazione», sottolinea D’Angelo, che al suo fianco ha il professor Antonio Bettanini. «La Fondazione è un’idea di grande lungimiranza, un valore aggiunto in prospettiva anche per il club, che ringrazio per avermi dato la possibilità di lavorare a questo progetto».

Il Museo è il fiore all’occhiello dell’attività della Fondazione, lo scrigno che contiene cimeli e trofei dell’ultracentenaria storia rossoblù. Nei programmi c’è il suo trasferimento allo stadio Ferraris, una volta che saranno terminati i lavori del secondo lotto, quindi non prima del 2020. D’Angelo conferma: «Il Ferraris è la sua collocazione naturale, nel progetto di ristrutturazione dello stadio che la Fondazione aveva preparato anni fa era prevista la presenza del museo. Naturalmente ci sarà da gestire la coabitazione però sotto questo aspetto saranno i due club e il Comune a darci indicazioni. C’è da affrontare però una fase di transizione e quindi vorremmo avere garanzie riguardo a questo periodo, perché non sia compromessa la sua funzionalità anche solo temporaneamente».

Lo Store si sposterà in centro nei prossimi mesi, il Museo dovrebbe restare al Porto Antico ancora per qualche tempo, anche se il contratto scadrà a fine 2019. Così Bettanini: «Credo che l’intenzione sia quella di non muoversi da lì, fino a quando non saranno pronti gli spazi allo stadio. Presto ci incontreremo con l’ad Zarbano, come già avvenuto in passato, per fare il punto della situazione».

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