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La Penna degli Altri

Favaro, quando il portiere di riserva non giocava quasi mai

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Oggi la ruota gira, oggi a me domani a te, in futuro forse il giro ed il ricambio sarà ancora più vorticoso con nuove facce tra i pali ma ieri, se eri “dodicesimo”, rimanevi tale, eri marchiato a fuoco. Era la solitudine dei numeri 12, la tua sorte era segnata e se giocavi un paio di partite e qualche spezzone di Coppa Italia era già tanto. Dovevi sperare in un infortunio del titolare, un’indisposizione, dove erano i portieri espulsi? Tale fu la sorte napoletana di molti portieri, dall’era Bandoni in poi dove Cuman riuscì a giocare solo uno spezzone di gara. Con Zoff nemmeno a pensarlo, sempre presente negli anni partenopei tranne nell’ultimo campionato disputato dove Trevisan giocò ben 7 partite consecutive per un infortunio del Dino nazionale. Carmignani, in quattro anni, lasciò una presenza a Nardin, una a Fiore e quattro a Favaro. Anche Castellini non fu da meno dando qualche briciola del suo pane a Fiore, Ceriello e Di Fusco che fu poi l’eterno secondo negli anni di Maradona. Da Napoli sono passati dodicesimi che forse nessuno ricorda più e che, una volta ceduti, hanno continuato a fare la dura vita della riserva o hanno trovato una provinciale che li ha fatti giocare con continuità. Eri stato pur sempre il dodicesimo del Napoli, una garanzia.

Nevio Favaro arrivò a Napoli prendendo il posto di un museo come Da Pozzo, uno che abbiamo visto solo sulle figurine ma mai in campo, un portiere di grossa esperienza ma che aveva già deciso di smettere dopo l’anno trascorso sotto il Vesuvio. Visti i buoni rapporti che esistevano all’epoca con la Fiorentina (Esposito, Orlandini e Clerici, acquistati in due anni, fecero le fortune del Napoli di Vinicio) Ferlaino chiese ed ottenne il dodicesimo che gli serviva, quello che avrebbe fatto la panchina senza fiatare. Favaro alla Viola aveva giocato due anni collezionando una sola presenza e subendo anche una rete. Panchina per panchina, avrà pensato, me ne vado a Napoli, c’è il sole, si mangia bene, ci sono posti stupendi, c’è il mare, mi diverto. A Firenze, con una inattività congenita aveva già visto tutto. Museo degli Uffizi, Piazza della Signoria, Santa Croce, Santa Maria Novella, Ponte Vecchio e Palazzo Pitti, adesso basta. Per uno che arriva da Scorzè, provincia di Venezia, andare a Napoli a fare il turista è il massimo.

Il vice di Superchi

Favaro aveva iniziato la carriera a 20 anni nella sua Venezia, passò poi al Portogruaro in prestito per farsi le ossa e alla fine lo ripresero i neroverdi lagunari, sempre in serie C, dove in due anni mise in saccoccia un buon numero di presenze. Successivamente lo notò la Fiorentina che lo individuò come rincalzo di un monumento come Superchi.Notorietà zero, la foto per le figurine Panini, una presenza. Da qui il passaggio al Napoli dove resta per quattro anni lasciando un ricordo agrodolce. Quando poi chiede a gran voce di giocare e di accontentarsi anche di una categoria inferiore, il Napoli lo spedisce a Salerno dove gioca per due anni con una certa continuità ritrovando un minimo di serenità agonistica. Eppure oggi si ricordano più gli anni finali della sua carriera, quelli trascorsi al Genoa, quelli che lo ritraevano già coi capelli bianchi. Qui rimane per sette anni, fino al 1987, quando a 39 primavere, decide di lasciare il calcio. Coi rossoblù non smentisce la sua media presenze e va in campo solo 16 volte. Però, con lui e sotto la sua ala di esperienza, sono cresciuti portieri come Martina e Cervone, due idoli dei tifosi del Grifone. E poi la soddisfazione di giocare, nel 1983-84, ancora per tre volte in serie A, vuoi mettere?

Ce lo ricordiamo così, Nevio, un volto serio, un uomo che non andava mai sopra le righe, un veneto di altri tempi. Lo abbiamo memorizzato con la tuta azzurra e una certa predilezione per la maglia grigia, che usò dal secondo anno in poi, con il cerchietto della Coppa Italia vinta. A Napoli fece quattro campionati che in realtà sono tre poiché nel 1975-76 non fu mai impiegato pur essendo in rosa.

Come avevamo già scritto su queste pagine, Carmignani lasciò il suo posto solo in un’occasione a Fiore che debuttò approfittando anche dell’infortunio di Favaro, il naturale sostituto del titolare “Gedeone”. Ebbene, quando fu chiamato in causa, rispose sempre ‘presente’ all’appello e diede il massimo in campo. Ovviamente, come tutti i portieri, gli occhi dei tifosi e della critica erano puntati su di lui come un binocolo che scruta l’orizzonte. Si sa, quando il portiere para e compie miracoli, si dice che ha fatto semplicemente il suo dovere. È lì apposta per parare. Quando sbaglia e si può perdere una partita, la lapidazione è alle porte, i giudizi appaiono feroci e spietati. Nelle gare di ordinaria amministrazione, quando tocchi pochi palloni, la critica è capace anche di darti un “s.v.”. Senza voto, è come se tu scendi in campo e nessuno ti guarda, è come essere andato a scuola dopo aver studiato da matti ed il professore non ti interroga. Questa è la vita del portiere, soprattutto quello di riserva. E allora andiamo a raccontare i picchi, i flop e la normalità nella vita napoletana di Nevio Favaro, sei gare in campionato più una in Coppa delle Coppe.

L’esordio contro il Cagliari

Approfittando dell’indisponibilità di Carmignani, il portiere veneto esordisce a Cagliari il 23 marzo del 1975 in una gara che il Napoli sembrava vincere (autorete di Mancin) ma dove fu riacciuffato da un tiro dell’ex Ottavio Bianchi che pareggiò le sorti. Un forte vento, tipico dell’isola, soffiava sulla partita ma Favaro se la cavò benissimo neutralizzando un bolide di Virdis e salvando il pareggio. Nella gara successiva di campionato Vinicio lo rimanda in campo contro il Milan al San Paolo. Bella vittoria di un Napoli spettacolare e dinamico che frantuma i rossoneri con un rigore di Clerici ed un’autorete di Turone in un match dove il punteggio poteva essere anche più largo. Favaro tocca pochi palloni, fa da normale amministratore di fronte ai pochi attacchi dei rossoneri.

Detto delle zero presenze del campionato successivo, diamo uno sguardo al 1976-77. Stessa ed identica situazione di due anni prima. Favaro gioca due partite consecutive per un infortunio occorso a Carmignani. La prima a San Siro contro il Milan il 6 marzo del 1977, maglia gialla. L’esordio in campionato non gli porta fortuna. L’unico intervento impreciso gli costa il gol di Calloni, che gli ruba tempo e palla, dovuto ad un malinteso con Catellani, le solite cose “è mia, è tua” e si viene uccellati. Per sua buona sorte, il portiere non accusa danni psicologici e continua a svolgere il suo compito con sufficiente tranquillità. Anche i compagni mostrano di avere fiducia in lui. Fortunatamente Speggiorin, subentrato a Esposito, riequilibra una partita che gli azzurri controlleranno fino alla fine.

Alla data della partita col Milan è legato forse l’episodio più amaro nella vita ‘non sportiva’ di Favaro in città. Nella notte tra il venerdì ed il sabato, con la squadra a Milano e la moglie a Venezia con la figlia, ignoti ladri penetrarono nella sua casa di Via Petrarca e gli portarono via di tutto. Argenteria, vestiti, televisori, soldi. Al calciatore, per consentirgli di disputare l’incontro di Milano in serenità, la notizia fu taciuta fino al suo rientro in città. La settimana successiva, ancora maglie rossonere a Fuorigrotta. È il Foggia di Puricelli che dà battaglia ai padroni di casa. La spunta il Napoli, anche in virtù di un ottimo primo tempo dove Chiarugi, probabilmente alla sua partita migliore con gli azzurri, fa doppietta prima del terzo gol di Juliano. Per i satanelli pugliesi segnano Bordon e Ulivieri ma la critica stavolta è più impietosa col portiere. I ‘pagellanti’ dicono che il gol subito dal foggiano Bordon è la fotocopia di quello di Calloni a Milano. Leggiamo, in breve: le palle alte non fanno per lui.

Il capolavoro in Polonia

Il capolavoro, però, Favaro lo aveva compiuto prima di subire questi tre gol in campionato, nella gara dei quarti di finale di Coppa delle Coppe con lo Slask Wroclaw. Un Napoli abbottonato, che punta tutto sul ritorno in casa, va ad erigere un muro difensivo in Polonia in un freddissimo giorno di marzo. Serve il pari, poi al ritorno si vedrà. Prima si ragionava così. In campo i padroni di casa, sospinti da 30000 tifosi, sono indemoniati. Il Napoli si difende con i denti, rimane in trincea per quasi tutta la gara. Burgnich, Bruscolotti, Vavassori, Catellani fanno una linea Maginot che manco in guerra. Il protagonista assoluto è, però, Favaro che salva gol fatti in tre occasioni. E’ lui l’eroe di giornata, è lui che convince Pesaola a farlo giocare anche col Milan.

Nell’ultimo anno, giocato da vice di Mattolini, il portiere veneto fa ancora due gare, tanto per non smentire i numeri e le statistiche. Gioca solo tre minuti, subentrando al portiere ‘matto’ titolare, in un clima di tranquillità assoluta, sempre contro il Foggia in casa. Apre un gol di Pellegrino Valente ma è la festa di Savoldi, autore di una quaterna che annichilisce una squadra allo sbando che retrocederà a fine campionato.

L’unica gara da titolare il buon Nevio la gioca contro il Torino al San Paolo. Purtroppo sarà la sua peggiore, il Napoli, debole ed inerme di fronte a due cicloni come Pulici e Graziani, perde 3 a 1 una partita che il rigore di Savoldi, che aveva pareggiato il gol iniziale di Patrizio Sala, aveva solo dato l’illusione di rimettere in gareggiata. Poi i due punteri in granata bucarono un impotente Favaro segnando una superiorità netta. Pensate che in quella gara il Toro di Radice mise gli attaccanti azzurri ben 13 volte in fuorigioco! Triste e brutto finale per lui anche per le dichiarazioni di Mattolini nel dopo gara. Il portiere titolare, quel giorno relegato in panchina, disse : “Anche Favaro è stato una statua sul gol di Pulici”, addolcendo poi la pillola con un: “Sono tiri imparabili, anche io rimasi fermo con Inter e Atalanta”. Non proprio un cioccolatino, anzi. Dall’anno dopo si diede più fiducia a Fiore, fu lui il nuovo, eterno, dodicesimo della storia del Napoli.

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La storia dello Stadio “Castellani” – Seconda Parte

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PIANETAEMPOLI.IT (Fabrizio Fioravanti) – […] Alla fine del 1954 il Comune di Empoli pensò di costruire una Palestra vicina allo Stadio. Il CONI, che fu interpellato per un parere, consigliò al Comune di scartare l’idea perché una Palestra in quella zona si sarebbe rivelata insufficiente per soddisfare le esigenze della popolazione e suggerì di provvedere anzi alla costruzione di altri impianti sportivi, ciò anche per l’importanza che la città di Empoli veniva ad assumere. E non aveva torto il CONI perché Empoli conosceva in quegli anni una spinta economica importante, specie grazie ai settori del vetro e delle confezioni, accompagnata pure da un forte incremento demografico: dai 29.368 abitanti del 1951 si era arrivati, alla fine del 1954, a 31.179 che diventeranno 33.037 alla fine del 1957 e addirittura 40.344 alla fine del 1964, un anno prima che la nuova Zona Sportiva fosse inaugurata.

[…] Negli ultimi mesi del 1954 fu perciò incaricato l’Arch. Mario Gambassi, tecnico specializzato in impianti sportivi, di proporre una zona a ciò idonea e di redigere i progetti degli impianti stessi.

L’Arch. Gambassi presentò tre soluzioni:

1) zona attorno allo Stadio esistente in via Puccini, zona però ormai compromessa dallo sviluppo edilizio e da Viale Petrarca;

2) zona a nord del torrente Orme, dove fa un’ansa avvicinandosi al centro urbano;

3) zona a sud ovest della città, oltre il Rio di Bonistallo, a nord della Ferrovia Firenze-Pisa.

La Giunta (delibera n.84 del 20.01.1955) e poi il Consiglio Comunale (delibera n.4 del 18.02.1955) scelsero la seconda soluzione. […]

Ma che cosa prevedeva la proposta dell’arch. Gambassi in materia di impiantistica sportiva? Si può leggere la risposta nella delibera del Consiglio Comunale sopra citata e che riportiamo di seguito.

  • Una palestra, comprendente anche la casa per il custode.
  • Campi da tennis e di pallavolo.
  • Una piscina scoperta, e servizi annessi.
  • Costruzione di un campo di calcio e della pista di atletica.
  • Costruzione di un campo di allenamento da affiancare a quello delle gare tanto che l’Architetto scrive…“per mantenere un campo in efficienza occorre lasciarlo riposare per intere giornate dopo l’uso, in quanto il continuo calpestio impedisce la crescita del prato provocando un alternarsi di radure e ciuffi d’erba che rendono il campo pericoloso e inadatto al gioco”. Sarà quello che si chiamerà “Sussidiario” e che ancora oggi porta quel nome.
  • Costruzione delle tribune est ed ovest.
  • Costruzione degli spogliatoi.
  • Costruzione di un campo di allenamento, muri di cinta e sistemazione con rete metallica.
  • Recinzione esterna palestra e piscina.

La spesa prevista era enorme per quell’epoca: 238.456.000 milioni di lire

 […] Il progetto per la costruzione di una nuova Zona Sportiva sarà approvato nel 1957 dal Ministero dei Lavori Pubblici e da quel momento l’Amministrazione Comunale inizierà le trattative per l’acquisizione (in via amichevole e con espropri) dei terreni necessari.

La realizzazione  delle opere previste ha conosciuto negli anni seguenti varie fasi, vari interventi e modifiche, anche per la lievitazione dei costi delle opere che si andavano facendo. […]

Quello che si può dire è che abbiamo trovato documenti che lasciano supporre l’inizio dei lavori  già nel luglio del 1959 e che già nel 1960 fosse iniziato lo smantellamento del vecchio “Castellani”.

In primo luogo si dovette provvedere alla costruzione del ponte sull’Orme, necessario ad accedere all’area interessata dai lavori. […]

Intanto si lavorava anche alla costruzione della Palestra (oggi “PalAramini”) ed ai relativi servizi e locali annessi: opera che fu completata e resa disponibile nel giugno 1964.

Contemporaneamente si provvide alla costruzione del “Sussidiario”. Il campo fu dotato di una palazzina per gli spogliatoi (ancora in piedi) e che svolgerà questa funzione per oltre 30 anni, fino all’inizio della  Stagione, 1997/98, quando l’Empoli tornò in Serie A per la seconda volta nella sua storia e spostò gli spogliatoi nel sotto Tribuna Coperta.

Lungo il lato del terreno di gioco, dalla parte opposta degli spogliatoi, era stata costruita una gradinata in cemento che è rimasta in piedi, purtroppo molto fatiscente negli ultimi anni, fino al luglio 2016.

Dopo il “trasferimento” della prima squadra al “Castellani” il Sussidiario ha ospitato molte gare del Settore Giovanile dell’Empoli, soprattutto della “Primavera”, fino al 2006, quando verrà aperto il Centro Sportivo di Monteboro.

L’anno successivo fu costruita anche una tribuna in tubi innocenti che rimase per un po’ anche dopo il trasferimento della prima squadra al “Castellani”.

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Buon compleanno a Riccardo Ferri e Giuseppe Giannini, icone azzurre degli anni 80!

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“Soffia su cinquantacinque candeline il “Principe”, storica bandiera della Roma, mentre compie cinquantasei anni l’ex difensore dell’Inter”, in questo modo la F.I.G.C. ricorda due protagonisti di Italia ’90: Giuseppe Giannini e Riccardo Ferri.

Infatti la Federazione sul proprio sito ufficiale scrive a proposito di Giannini:

“… Classico regista davanti alla difesa, risulta spesso decisivo anche in zona gol come dimostrano le 11 reti realizzate nel campionato 1987-’88, che gli valgono il terzo posto nella classifica marcatori. Promosso presto capitano della formazione capitolina, in quindici anni di storia romanista colleziona 318 presenze e 49 reti complessive, contribuendo anche alla conquista di tre Coppe Italia e prendendo parte alla finale di Coppa Uefa ’90-’91, persa proprio contro l’Inter di Ferri. Punto fermo dell’Under 21 di Azeglio Vicini, nel 1986 si laurea vice-campione d’Europa complice la sconfitta nella finale di ritorno contro la Spagna. Nonostante la cocente sconfitta, però, Giannini si consola, come nel caso di Ferri, ricevendo la chiamata dello stesso Vicini, neo ct azzurro, nell’Italia dei grandi. Presente all’Europeo del 1988 nella Germania Ovest, terminato brillantemente con la semifinale persa contro l’URSS, ottiene la sua consacrazione in occasione dei Mondiali di Italia ’90, dove soltanto i calci di rigore contro l’Argentina impediscono all’Italia di giocarsi la finalissima nella sua Roma. Il 12 ottobre del 1991, giorno della gara di qualificazione ad Euro ’92 contro l’URSS, disputa la sua 47esima ed ultima presenza con la maglia della Nazionale, dopo aver messo a segno 6 reti complessive”.

Prosegue poi con Riccardo Ferri:

“…  A 18 anni, infatti, debutta in Serie A con la maglia nerazzurra, casacca con la quale in tredici stagioni conquista lo storico “Scudetto dei record” (1988-1989), una Supercoppa Italiana e due Coppe Uefa, quella del 1990-1991 e l’edizione ’93-’94. Dopo aver totalizzato con l’Inter 418 presenze e 8 reti, nel 1994 si trasferisce alla Sampdoria, dove al termine della seconda stagione dice addio al calcio giocato. Sin da subito nel giro delle Nazionali giovanili, nel 1986 sfiora la vittoria dell’Europeo Under 21, partecipando alla cavalcata degli Azzurrini di Azeglio Vicini conclusa con la finale persa contro la Spagna. Proprio Azeglio Vicini, lo promuove nella Nazionale dei grandi, con la quale prende parte agli Europei del 1988 e soprattutto ai Mondiali del 1990, che vedono gli Azzurri salire sul gradino più basso del podio. Dopo aver vestito per 45 volte la maglia della Nazionale, il 6 gennaio del 1992 disputa la sua ultima gara con l’Italia in occasione del terzo match dell’Usa Cup contro i padroni di casa degli Stati Uniti”.

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Leggende del calcio foggiano: Cosimo Nocera e la sua indimenticabile “Fajola”

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FOGGIAREPORTER.IT […] Vera leggenda del Foggia, Cosimo Nocera è entrato nel cuore di tutti, grandi e piccoli con la sua indimenticabile “Fajola”, quel poderoso tiro che lo caratterizzava.

Il 28 Novembre 2012, all’età di 74 anni, l’indimenticato e indimenticabile bomber degli anni 60′ del Foggia Calcio si è spento.

[…] Con 101 reti in 257 presenze è stato il più prolifico cannoniere del Foggia con il quale ha disputato l’intera carriera agonistica (dieci stagioni) vestendo la maglia rossonera tra il 1958 e il 1969, eccenzion fatta per una breve parentesi alla Massiminiana, club siciliano che milita oggi in prima categoria.

Indimenticabile per i tifosi foggiani la storica vittoria contro l’Inter di Helenio Herrera il 31 Gennaio 1965 nella quale Nocera realizzò una doppietta nel 3-2 finale.

[…] A Foggia invece, quando partiva la palla dai suoi piedi, il pubblico inneggiava a quella che in dialetto veniva indicata “fajòle”, cioè quasi ad un missile lanciato verso la porta avversaria”.

Nocera fu convocato anche in Nazionale nella gara amichevole Italia-Galles disputata a Firenze il 1º maggio 1965, segnando al 90′ il gol del 4-1 e resta a tutt’oggi l’unico giocatore del Foggia ad aver realizzato un gol con la maglia azzurra.

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