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La Penna degli Altri

Favaro, quando il portiere di riserva non giocava quasi mai

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Oggi la ruota gira, oggi a me domani a te, in futuro forse il giro ed il ricambio sarà ancora più vorticoso con nuove facce tra i pali ma ieri, se eri “dodicesimo”, rimanevi tale, eri marchiato a fuoco. Era la solitudine dei numeri 12, la tua sorte era segnata e se giocavi un paio di partite e qualche spezzone di Coppa Italia era già tanto. Dovevi sperare in un infortunio del titolare, un’indisposizione, dove erano i portieri espulsi? Tale fu la sorte napoletana di molti portieri, dall’era Bandoni in poi dove Cuman riuscì a giocare solo uno spezzone di gara. Con Zoff nemmeno a pensarlo, sempre presente negli anni partenopei tranne nell’ultimo campionato disputato dove Trevisan giocò ben 7 partite consecutive per un infortunio del Dino nazionale. Carmignani, in quattro anni, lasciò una presenza a Nardin, una a Fiore e quattro a Favaro. Anche Castellini non fu da meno dando qualche briciola del suo pane a Fiore, Ceriello e Di Fusco che fu poi l’eterno secondo negli anni di Maradona. Da Napoli sono passati dodicesimi che forse nessuno ricorda più e che, una volta ceduti, hanno continuato a fare la dura vita della riserva o hanno trovato una provinciale che li ha fatti giocare con continuità. Eri stato pur sempre il dodicesimo del Napoli, una garanzia.

Nevio Favaro arrivò a Napoli prendendo il posto di un museo come Da Pozzo, uno che abbiamo visto solo sulle figurine ma mai in campo, un portiere di grossa esperienza ma che aveva già deciso di smettere dopo l’anno trascorso sotto il Vesuvio. Visti i buoni rapporti che esistevano all’epoca con la Fiorentina (Esposito, Orlandini e Clerici, acquistati in due anni, fecero le fortune del Napoli di Vinicio) Ferlaino chiese ed ottenne il dodicesimo che gli serviva, quello che avrebbe fatto la panchina senza fiatare. Favaro alla Viola aveva giocato due anni collezionando una sola presenza e subendo anche una rete. Panchina per panchina, avrà pensato, me ne vado a Napoli, c’è il sole, si mangia bene, ci sono posti stupendi, c’è il mare, mi diverto. A Firenze, con una inattività congenita aveva già visto tutto. Museo degli Uffizi, Piazza della Signoria, Santa Croce, Santa Maria Novella, Ponte Vecchio e Palazzo Pitti, adesso basta. Per uno che arriva da Scorzè, provincia di Venezia, andare a Napoli a fare il turista è il massimo.

Il vice di Superchi

Favaro aveva iniziato la carriera a 20 anni nella sua Venezia, passò poi al Portogruaro in prestito per farsi le ossa e alla fine lo ripresero i neroverdi lagunari, sempre in serie C, dove in due anni mise in saccoccia un buon numero di presenze. Successivamente lo notò la Fiorentina che lo individuò come rincalzo di un monumento come Superchi.Notorietà zero, la foto per le figurine Panini, una presenza. Da qui il passaggio al Napoli dove resta per quattro anni lasciando un ricordo agrodolce. Quando poi chiede a gran voce di giocare e di accontentarsi anche di una categoria inferiore, il Napoli lo spedisce a Salerno dove gioca per due anni con una certa continuità ritrovando un minimo di serenità agonistica. Eppure oggi si ricordano più gli anni finali della sua carriera, quelli trascorsi al Genoa, quelli che lo ritraevano già coi capelli bianchi. Qui rimane per sette anni, fino al 1987, quando a 39 primavere, decide di lasciare il calcio. Coi rossoblù non smentisce la sua media presenze e va in campo solo 16 volte. Però, con lui e sotto la sua ala di esperienza, sono cresciuti portieri come Martina e Cervone, due idoli dei tifosi del Grifone. E poi la soddisfazione di giocare, nel 1983-84, ancora per tre volte in serie A, vuoi mettere?

Ce lo ricordiamo così, Nevio, un volto serio, un uomo che non andava mai sopra le righe, un veneto di altri tempi. Lo abbiamo memorizzato con la tuta azzurra e una certa predilezione per la maglia grigia, che usò dal secondo anno in poi, con il cerchietto della Coppa Italia vinta. A Napoli fece quattro campionati che in realtà sono tre poiché nel 1975-76 non fu mai impiegato pur essendo in rosa.

Come avevamo già scritto su queste pagine, Carmignani lasciò il suo posto solo in un’occasione a Fiore che debuttò approfittando anche dell’infortunio di Favaro, il naturale sostituto del titolare “Gedeone”. Ebbene, quando fu chiamato in causa, rispose sempre ‘presente’ all’appello e diede il massimo in campo. Ovviamente, come tutti i portieri, gli occhi dei tifosi e della critica erano puntati su di lui come un binocolo che scruta l’orizzonte. Si sa, quando il portiere para e compie miracoli, si dice che ha fatto semplicemente il suo dovere. È lì apposta per parare. Quando sbaglia e si può perdere una partita, la lapidazione è alle porte, i giudizi appaiono feroci e spietati. Nelle gare di ordinaria amministrazione, quando tocchi pochi palloni, la critica è capace anche di darti un “s.v.”. Senza voto, è come se tu scendi in campo e nessuno ti guarda, è come essere andato a scuola dopo aver studiato da matti ed il professore non ti interroga. Questa è la vita del portiere, soprattutto quello di riserva. E allora andiamo a raccontare i picchi, i flop e la normalità nella vita napoletana di Nevio Favaro, sei gare in campionato più una in Coppa delle Coppe.

L’esordio contro il Cagliari

Approfittando dell’indisponibilità di Carmignani, il portiere veneto esordisce a Cagliari il 23 marzo del 1975 in una gara che il Napoli sembrava vincere (autorete di Mancin) ma dove fu riacciuffato da un tiro dell’ex Ottavio Bianchi che pareggiò le sorti. Un forte vento, tipico dell’isola, soffiava sulla partita ma Favaro se la cavò benissimo neutralizzando un bolide di Virdis e salvando il pareggio. Nella gara successiva di campionato Vinicio lo rimanda in campo contro il Milan al San Paolo. Bella vittoria di un Napoli spettacolare e dinamico che frantuma i rossoneri con un rigore di Clerici ed un’autorete di Turone in un match dove il punteggio poteva essere anche più largo. Favaro tocca pochi palloni, fa da normale amministratore di fronte ai pochi attacchi dei rossoneri.

Detto delle zero presenze del campionato successivo, diamo uno sguardo al 1976-77. Stessa ed identica situazione di due anni prima. Favaro gioca due partite consecutive per un infortunio occorso a Carmignani. La prima a San Siro contro il Milan il 6 marzo del 1977, maglia gialla. L’esordio in campionato non gli porta fortuna. L’unico intervento impreciso gli costa il gol di Calloni, che gli ruba tempo e palla, dovuto ad un malinteso con Catellani, le solite cose “è mia, è tua” e si viene uccellati. Per sua buona sorte, il portiere non accusa danni psicologici e continua a svolgere il suo compito con sufficiente tranquillità. Anche i compagni mostrano di avere fiducia in lui. Fortunatamente Speggiorin, subentrato a Esposito, riequilibra una partita che gli azzurri controlleranno fino alla fine.

Alla data della partita col Milan è legato forse l’episodio più amaro nella vita ‘non sportiva’ di Favaro in città. Nella notte tra il venerdì ed il sabato, con la squadra a Milano e la moglie a Venezia con la figlia, ignoti ladri penetrarono nella sua casa di Via Petrarca e gli portarono via di tutto. Argenteria, vestiti, televisori, soldi. Al calciatore, per consentirgli di disputare l’incontro di Milano in serenità, la notizia fu taciuta fino al suo rientro in città. La settimana successiva, ancora maglie rossonere a Fuorigrotta. È il Foggia di Puricelli che dà battaglia ai padroni di casa. La spunta il Napoli, anche in virtù di un ottimo primo tempo dove Chiarugi, probabilmente alla sua partita migliore con gli azzurri, fa doppietta prima del terzo gol di Juliano. Per i satanelli pugliesi segnano Bordon e Ulivieri ma la critica stavolta è più impietosa col portiere. I ‘pagellanti’ dicono che il gol subito dal foggiano Bordon è la fotocopia di quello di Calloni a Milano. Leggiamo, in breve: le palle alte non fanno per lui.

Il capolavoro in Polonia

Il capolavoro, però, Favaro lo aveva compiuto prima di subire questi tre gol in campionato, nella gara dei quarti di finale di Coppa delle Coppe con lo Slask Wroclaw. Un Napoli abbottonato, che punta tutto sul ritorno in casa, va ad erigere un muro difensivo in Polonia in un freddissimo giorno di marzo. Serve il pari, poi al ritorno si vedrà. Prima si ragionava così. In campo i padroni di casa, sospinti da 30000 tifosi, sono indemoniati. Il Napoli si difende con i denti, rimane in trincea per quasi tutta la gara. Burgnich, Bruscolotti, Vavassori, Catellani fanno una linea Maginot che manco in guerra. Il protagonista assoluto è, però, Favaro che salva gol fatti in tre occasioni. E’ lui l’eroe di giornata, è lui che convince Pesaola a farlo giocare anche col Milan.

Nell’ultimo anno, giocato da vice di Mattolini, il portiere veneto fa ancora due gare, tanto per non smentire i numeri e le statistiche. Gioca solo tre minuti, subentrando al portiere ‘matto’ titolare, in un clima di tranquillità assoluta, sempre contro il Foggia in casa. Apre un gol di Pellegrino Valente ma è la festa di Savoldi, autore di una quaterna che annichilisce una squadra allo sbando che retrocederà a fine campionato.

L’unica gara da titolare il buon Nevio la gioca contro il Torino al San Paolo. Purtroppo sarà la sua peggiore, il Napoli, debole ed inerme di fronte a due cicloni come Pulici e Graziani, perde 3 a 1 una partita che il rigore di Savoldi, che aveva pareggiato il gol iniziale di Patrizio Sala, aveva solo dato l’illusione di rimettere in gareggiata. Poi i due punteri in granata bucarono un impotente Favaro segnando una superiorità netta. Pensate che in quella gara il Toro di Radice mise gli attaccanti azzurri ben 13 volte in fuorigioco! Triste e brutto finale per lui anche per le dichiarazioni di Mattolini nel dopo gara. Il portiere titolare, quel giorno relegato in panchina, disse : “Anche Favaro è stato una statua sul gol di Pulici”, addolcendo poi la pillola con un: “Sono tiri imparabili, anche io rimasi fermo con Inter e Atalanta”. Non proprio un cioccolatino, anzi. Dall’anno dopo si diede più fiducia a Fiore, fu lui il nuovo, eterno, dodicesimo della storia del Napoli.

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Sampdoria-Malines trent’anni dopo

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GENOASAMP.COM (Marco Ferrera) – Era caduta tanta pioggia nella notte tra il 18 ed il 19 aprile 1989 ed aveva reso il prato del Ferraris più simile ad un galoppatoio che ad un campo di calcio. Era il Ferraris a metà, per i lavori di Italia 90, ed i ventimila stipati e fasciati di blucerchiato erano pronti come sempre a sospingere la squadra di Boskov a conquistare un sogno , la prima finale europea della storia, quella di Coppe delle Coppe in programma a Berna nel mese di maggio. Gli avversari erano quelli del Malines, i belgi di Aad De Mos, tecnico olandese, imbattuti da sedici incontri, con in porta uno dei più forti interpreti del ruolo a livello mondiale, Michel Preud’Homme, all’andata solo un gol di Vialli nel finale aveva reso possibile la rimonta, dopo l’uno due dei padroni di casa.
Quel pomeriggio di fango , di fatica e di sudore Gianluca era squalificato ed il “labbro di Novi Sad” si affidò in attacco a Loris Pradella, centravanti “razza Piave”, forte fisicamente ma tanto grezzo e dal gol difficile con a fianco Roberto Mancini, in una di quelle giornate in cui il numero dieci “sentiva” troppo la partita , non riuscendo ad esprimere le sue straordinarie qualità, tanto più su un terreno simile ad un pantano.

Per un’ora i fiamminghi furono padroni del match, Vierchowod si immolò per salvare su un avversario lanciato verso Pagliuca, venne ammonito, un giallo pesante, che gli avrebbe fatto saltare l’eventuale finale. Finale? Ben pochi ci speravano, tanto più quando mancavano poco più di venti minuti alla fine, lo zero a zero non si schiodava e cosa ti inventa Vuja ? Fuori proprio Pradella e dentro Bonomi, un centrocampista, ordinato e nemmeno fantasioso, con Dossena sganciato a creare in appoggio al Mancini poco ispirato di quel giorno, che quando mancavano venti minuti alla fine inventò il corridoio vincente per l’inserimento di Cerezo, abbiamo ancora negli occhi le lunghe e scoordinate leve di Toninho che amministrano la sfera, con il numero otto che si presenta davanti all’imbattibile portiere belga e lo supera con un destro preciso, che bacia il palo e si infila nella rete intrisa d’acqua e di fango, con un boato che fa scuotere Marassi, come se invece di ventimila ci fossero centomila voci a gridare la propria gioia.

E da quel momento assistiamo a venti minuti di gioco, di calcio, di passione, di unione , di spirito di squadra come raramente, forse mai, ci è capitato di vedere, Fausto Pari e Victor Munoz sono maschere di fango, corrono e tamponano, i belgi capiscono che devono far gol per non uscire dalla Coppa, cingono con manovre avvolgenti la difesa davanti a Pagliuca, che difende il golletto insieme a tutta la mezza gradinata e quando il cronometro recita l’85’ , con i giallorossi del Mechelen tutti in avanti, cosa succede? Bonomi respinge una palla al limite della propria area, alleggerisce su Dossena che da centravanti (che non è) gliela ritorna e si lancia nella metà campo sguarnita, vai Dossena, vai Beppe, è una fuga verso Preud’Homme, cuore , fatica e fango , non ce la può fare, la vista ti si annebbia, esce il portierone al limite dell’area, sembra in vantaggio ma Beppe cosa fa? Pelé ai mondiali di Messico 70 sfiorò il gol del secolo contro l’Uruguay, contro Mazurkiewicz, palla da una parte e aggiramento dell’avversario per poi concludere verso la porta sguarnita… quel giorno sull’altopiano messicano la battuta di “O rey” terminò fuori, quel pomeriggio del 19 Aprile 1989 Dossena si fece re, anzi imperatore, andò a riprendere la sfera dopo quella giocata e la scaraventò nella porta incustodita, per un due a zero che resterà nei cuori di tutti i tifosi blucerchiati, chi c’era e chi non c’era, a trepidare davanti alla TV con la voce di Ennio Vitanza. E come in un crescendo rossiniano la Samp d’oro di quel pomeriggio fece anche il terzo e a segnarlo fu il più piccolo di tutti, ma in quel momento in cui scoccò il dardo del terzo gol Faustino Salsano diventò un gigante, rendendo indimenticabile quel pomeriggio di fango, di fatica, di sudore e di lacrime, che copiose scendevano in campo e sugli spalti per aver raggiunto in quel modo una finale europea. Poi arrivò Berna, ma quella è un’altra storia, il pomeriggio del 19 aprile ne era stata scritta una davvero indelebile da quei ragazzi in maglia blucerchiata e dal loro condottiero, l’inarrivabile Vujadin Boskov.

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Cartoline ingiallite di un calcio romantico …

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Ci sono foto che solo a vederle ti fanno venire i brividi, perché sono come dei passepartout in grado di aprire quei forzieri in cui sono custoditi i ricordi più preziosi, le sensazioni e le emozioni legate a quel pallone che rotola sul campo e che fin da bambino ti ha regalato gioie e dolori, che ti ha fatto sognare, gioire o piangere. Rovistando in un cassetto in cui sono raccolti vecchi biglietti e abbonamenti, esce fuori una foto ingiallita dal tempo, quasi ridicola rivista a quasi 50 anni di distanza. Insieme a quella, c’è un ritaglio di una pagina di giornale con la cronaca della partita e a una foto del parterre del vecchio Olimpico con un tifoso che corre sventolando la bandiera e sullo sfondo uno striscione con un messaggio (che non sarà raccolto) al ct azzurro Ferruccio Valcareggi: “Chinaglia in Mexico”. Risale tutto al 19 aprile del 1970, il giorno di Lazio-Bari 4-1. E anche se è passato quasi mezzo secolo, vedendo ritagli e foto la mente vola a quei giorni felici e spensierati.

C’è tanta storia in questo collage, ci sono emozioni e sensazioni che riaffiorano e che fanno quasi male pensando non a quanto tempo è passato, ma soprattutto a quante cose sono cambiate e a quanto a volte è ingiusta e cattiva la vita. Quindi, prima di parlare di quel Lazio-Bari del 19 aprile del 1970, parto da quel bambino che sta insieme a me in posa in quella foto, scattata sul piazzale della palla dello Stadio Olimpico tra la Curva Sud e la Tribuna Tevere: è mio cugino Roberto, il figlio del fratello grande di mio padre. O meglio, era… Io e Roberto siamo cresciuti insieme, facevamo tutto insieme perché ci separava un solo anno d’età che era nulla. Mio cugino aveva un dono: aveva i piedi fatati. Avete presente quei talenti che messi in un campo di calcio sono in grado di mandare il pallone dove vogliono? Ecco, lui era uno di quelli. Ma non ha sfondato nel calcio a causa di una delusione da tifoso. Finita la terza media, mio cugino va a giocare un torneo nazionale e gioca da Dio, al punto che dopo pochi giorni mio zio riceve una telefonata da parte della Juventus. A Roma si presenta un signore distinto che chiede a mio zio di firmare il primo cartellino di Roberto con la Juventus, in cambio di vitto e alloggio pagati e della garanzia dell’iscrizione di mio cugino in un collegio in cui la Juventus manda a studiare tutti i ragazzi del settore giovanile che non sono di Torino. Insomma, un posto nella Academy della Juventus (già, era il 1974 e la Juventus aveva già una Academy…) e la possibilità di entrare nel grande calcio dalla porta principale. Il problema, è che mio cugino e mio zio (come tutti i Greco dalla fondazione della Lazio a oggi) sono laziali e la Juventus in quel momento è la grande rivale della Lazio. Certo, c’è anche la distanza tra Roma e Torino a mettere più di un dubbio, aggiunta al fatto che Roberto è figlio unico: e tutto questo non aiuta. Ma quando c’è da decidere, Roberto chiede a zio: “Ma se mi vuole la Juventus, perché non posso giocare nella Lazio?”…

Quella domanda resta come appesa, senza una risposta. Mio zio, in cerca di una risposta e di una soluzione fa qualche telefonata, chiama vecchi amici di mio nonno Tullio che negli anni Venti era stato dirigente della Lazio e sindaco del Consiglio Direttivo che nel 1927 sventò la fusione, nonché amico e consigliere del Generale Vaccaro, in modo da far fare un provino a mio cugino con la Lazio. Il provino si fa ma la Lazio dice di NO, quindi resta solo l’ipotesi Juventus. Ma l’amore per Roma e la Lazio è troppo forte e mio cugino dice NO GRAZIE e da quel momento in poi decide che per lui il calcio è solo un passatempo e una passione da vivere non in campo, ma sugli spalti. Si laurea, entra in RAI (dove diventa vice direttore dell’ufficio del personale) e resta tifoso, nonostante quella grande delusione provata quando si è sentito dire di NO. Ha tutto dalla vita, vede come me la Lazio vincere due scudetti e trionfare in Europa, ma sul più bello la vita gli toglie tutto, all’improvviso, perché nel 2002 a poco più di 41 anni viene sconfitto dallo stesso male infame che si è portato via ancora giovane anche nonno. E che ha attaccato anche il sottoscritto proprio l’anno successivo. Ma io, al contrario di Roberto, oggi ho la fortuna di poterlo raccontare…

Per questo quella foto mi apre il cuore ma al tempo stesso me lo spezza, perché con mio cugino ho condiviso tutto da ragazzo. I pranzi prima di andare allo stadio a casa di nonna a via Aterno, in quel palazzetto nel quartiere Coppedé; le lunghe attese in quella Tribuna Tevere Numerata quasi deserta in cui con le panche numerate vuote io e lui ci sistemavamo sui gradoni di marmo perché l’abbonamento da aquilotto ci dava il diritto all’ingresso in tribuna ma non al posto, quindi dovevamo arrangiarci in qualche modo; le risate sotto il sole; oppure quando l’acqua ci entrava da tutte le parti in quelle ore d’attesa nelle domeniche di pioggia; gli abbracci ai gol di Giorgio Chinaglia; quell’adesivo con lo scudetto strappato dal petto per scaramanzia alla fine del primo tempo di Lazio-Foggia; l’abbraccio il giorno del secondo scudetto in quel “buen retiro” di amanti del calcio che è la Tribuna Tevere Numerata pensando a zio Giorgio che non c’era più; la lite furibonda fatta quando lui, da responsabile dell’ufficio del personale bocciò (per non dare l’idea di favoritismi) il mio contratto d’assunzione in RAI firmato nel 1994 dall’allora direttore dello sport di RAI3… Insomma, di tutto e di più.

Quel Lazio-Bari, lo ricordo in modo particolare perché la Lazio stava vivendo una sorta di sogno. Appena tornata in Serie A e partita per salvarsi, la squadra costruita da Lorenzo battendo il Bari poteva addirittura agguantare per la prima volta nella storia la qualificazione per partecipare ad una Coppa Europea, trascinata dai gol di quel gigante, grezzo,  sgraziato ma incontenibile che rispondeva al nome di Giorgio Chinaglia. Ed ecco che la foto a colori si lega a quella in bianco e nero, a quell’immagine del tifoso che corre nel vecchio parterre dello stadio Olimpico sventolando una bandiera. Un’immagine impossibile oggi, perché quel parterre usato allora nelle lunghe ore di attesa prima della partita addirittura come campo da calcio improvvisato in cui in 100 si contendevano un pallone non esiste più. Ma anche perché con tutti i divieti che ci sono oggi quel tifoso rischierebbe la multa o il daspo immediato per aver abbandonato il suo posto e per aver scorrazzato da un settore all’altro. E poi quello striscione, quell’invito a Valcareggi a portare Chinaglia in Messico per partecipare a quella che è stata una delle avventure più belle nella storia della Nazionale italiana di calcio. Chinaglia quel posto sull’aereo se lo era meritato a suon di gol, perché con 12 reti in classifica dei cannonieri stava insieme a Chiarugi e a Prati e Boninsegna che poi in Messico ci sono andati. Ma la Lazio in quel momento non è una grande del calcio italiano, quindi Chinaglia quel mondiale lo vede alla tv come tutti noi, pur avendo raccolto in quella stagione scalpi importanti segnando a Milan, Fiorentina (che giocava con lo scudetto sul petto), Inter e Juventus, tutte cadute all’Olimpico sotto i colpi di Long John. Chinaglia segna anche in quell’ultima partita all’Olimpico. Un gol inutile allo scadere, quello del 4-1, ma che viene festeggiato come se fosse il gol della vittoria, con i tifosi già in campo per abbracciare e ringraziare la squadra per quell’annata incredibile, da sogno. Pensate cosa scatenerebbe oggi un’invasione di campo, seppur festosa.

Quel giorno, seduto sugli spalti, ho invidiato quei tifosi che scorrazzavano sul prato verde, ma ancora di più quelli entrati in campo con in testa dei cappelli diversi da quelli imposti a noi per ripararci dal sole a picco: erano dei gran sombreri, portati in campo per metterli sulla testa di Giorgio Chinaglia come augurio per la convocazione a Messico 1970. Invece, come ho scritto prima, nonostante le 6 reti segnate nelle ultime sei giornate di campionato e l’inserimento nella lista dei 40 giocatori selezionati da cui tirare fuori i 24 convocati, Giorgio non c’è mai salito su quell’aereo per Città del Messico.

Cartoline di un calcio e di un mondo d’altri tempi, di ricordi indelebili, di anni spensierati che non torneranno più ma che fanno parte di quel patrimonio di emozioni che rende piacevole il ricordo di quel tempo che fu. È ridicola quella foto vista oggi, con quei cappelli e quell’abbigliamento (soprattutto il mio) da americani in vacanza. Ma che gioia aver potuto vivere quegli anni e quel calcio…

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Bettanini e D’Angelo sul Museo Rossoblù: «Naturale portarlo al Ferraris»

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ILSECOLOXIX.IT – La Fondazione Genoa ha da poco compiuto 13 anni e per rilanciarsi torna all’origine. A quel professor Andrea D’Angelo che, insieme al collega Sergio Maria Carbone e al presidente Enrico Preziosi, ebbe l’idea di costituirla, in uno dei momenti più difficile della storia recente del Grifone. «Era una reazione a quel momento così complesso, uno strumento di salvaguardia e di garanzia, uno strumento per raccogliere risorse della genoanità. Nel tempo lo slancio si è un po’ affievolito, per tante difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, tra cui le difficoltà di sinergia con la società. La nascita del Museo è un grande obiettivo che abbiamo raggiunto, ora è il momento di rilanciare l’attività della Fondazione», sottolinea D’Angelo, che al suo fianco ha il professor Antonio Bettanini. «La Fondazione è un’idea di grande lungimiranza, un valore aggiunto in prospettiva anche per il club, che ringrazio per avermi dato la possibilità di lavorare a questo progetto».

Il Museo è il fiore all’occhiello dell’attività della Fondazione, lo scrigno che contiene cimeli e trofei dell’ultracentenaria storia rossoblù. Nei programmi c’è il suo trasferimento allo stadio Ferraris, una volta che saranno terminati i lavori del secondo lotto, quindi non prima del 2020. D’Angelo conferma: «Il Ferraris è la sua collocazione naturale, nel progetto di ristrutturazione dello stadio che la Fondazione aveva preparato anni fa era prevista la presenza del museo. Naturalmente ci sarà da gestire la coabitazione però sotto questo aspetto saranno i due club e il Comune a darci indicazioni. C’è da affrontare però una fase di transizione e quindi vorremmo avere garanzie riguardo a questo periodo, perché non sia compromessa la sua funzionalità anche solo temporaneamente».

Lo Store si sposterà in centro nei prossimi mesi, il Museo dovrebbe restare al Porto Antico ancora per qualche tempo, anche se il contratto scadrà a fine 2019. Così Bettanini: «Credo che l’intenzione sia quella di non muoversi da lì, fino a quando non saranno pronti gli spazi allo stadio. Presto ci incontreremo con l’ad Zarbano, come già avvenuto in passato, per fare il punto della situazione».

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