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La Penna degli Altri

Favaro, quando il portiere di riserva non giocava quasi mai

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Oggi la ruota gira, oggi a me domani a te, in futuro forse il giro ed il ricambio sarà ancora più vorticoso con nuove facce tra i pali ma ieri, se eri “dodicesimo”, rimanevi tale, eri marchiato a fuoco. Era la solitudine dei numeri 12, la tua sorte era segnata e se giocavi un paio di partite e qualche spezzone di Coppa Italia era già tanto. Dovevi sperare in un infortunio del titolare, un’indisposizione, dove erano i portieri espulsi? Tale fu la sorte napoletana di molti portieri, dall’era Bandoni in poi dove Cuman riuscì a giocare solo uno spezzone di gara. Con Zoff nemmeno a pensarlo, sempre presente negli anni partenopei tranne nell’ultimo campionato disputato dove Trevisan giocò ben 7 partite consecutive per un infortunio del Dino nazionale. Carmignani, in quattro anni, lasciò una presenza a Nardin, una a Fiore e quattro a Favaro. Anche Castellini non fu da meno dando qualche briciola del suo pane a Fiore, Ceriello e Di Fusco che fu poi l’eterno secondo negli anni di Maradona. Da Napoli sono passati dodicesimi che forse nessuno ricorda più e che, una volta ceduti, hanno continuato a fare la dura vita della riserva o hanno trovato una provinciale che li ha fatti giocare con continuità. Eri stato pur sempre il dodicesimo del Napoli, una garanzia.

Nevio Favaro arrivò a Napoli prendendo il posto di un museo come Da Pozzo, uno che abbiamo visto solo sulle figurine ma mai in campo, un portiere di grossa esperienza ma che aveva già deciso di smettere dopo l’anno trascorso sotto il Vesuvio. Visti i buoni rapporti che esistevano all’epoca con la Fiorentina (Esposito, Orlandini e Clerici, acquistati in due anni, fecero le fortune del Napoli di Vinicio) Ferlaino chiese ed ottenne il dodicesimo che gli serviva, quello che avrebbe fatto la panchina senza fiatare. Favaro alla Viola aveva giocato due anni collezionando una sola presenza e subendo anche una rete. Panchina per panchina, avrà pensato, me ne vado a Napoli, c’è il sole, si mangia bene, ci sono posti stupendi, c’è il mare, mi diverto. A Firenze, con una inattività congenita aveva già visto tutto. Museo degli Uffizi, Piazza della Signoria, Santa Croce, Santa Maria Novella, Ponte Vecchio e Palazzo Pitti, adesso basta. Per uno che arriva da Scorzè, provincia di Venezia, andare a Napoli a fare il turista è il massimo.

Il vice di Superchi

Favaro aveva iniziato la carriera a 20 anni nella sua Venezia, passò poi al Portogruaro in prestito per farsi le ossa e alla fine lo ripresero i neroverdi lagunari, sempre in serie C, dove in due anni mise in saccoccia un buon numero di presenze. Successivamente lo notò la Fiorentina che lo individuò come rincalzo di un monumento come Superchi.Notorietà zero, la foto per le figurine Panini, una presenza. Da qui il passaggio al Napoli dove resta per quattro anni lasciando un ricordo agrodolce. Quando poi chiede a gran voce di giocare e di accontentarsi anche di una categoria inferiore, il Napoli lo spedisce a Salerno dove gioca per due anni con una certa continuità ritrovando un minimo di serenità agonistica. Eppure oggi si ricordano più gli anni finali della sua carriera, quelli trascorsi al Genoa, quelli che lo ritraevano già coi capelli bianchi. Qui rimane per sette anni, fino al 1987, quando a 39 primavere, decide di lasciare il calcio. Coi rossoblù non smentisce la sua media presenze e va in campo solo 16 volte. Però, con lui e sotto la sua ala di esperienza, sono cresciuti portieri come Martina e Cervone, due idoli dei tifosi del Grifone. E poi la soddisfazione di giocare, nel 1983-84, ancora per tre volte in serie A, vuoi mettere?

Ce lo ricordiamo così, Nevio, un volto serio, un uomo che non andava mai sopra le righe, un veneto di altri tempi. Lo abbiamo memorizzato con la tuta azzurra e una certa predilezione per la maglia grigia, che usò dal secondo anno in poi, con il cerchietto della Coppa Italia vinta. A Napoli fece quattro campionati che in realtà sono tre poiché nel 1975-76 non fu mai impiegato pur essendo in rosa.

Come avevamo già scritto su queste pagine, Carmignani lasciò il suo posto solo in un’occasione a Fiore che debuttò approfittando anche dell’infortunio di Favaro, il naturale sostituto del titolare “Gedeone”. Ebbene, quando fu chiamato in causa, rispose sempre ‘presente’ all’appello e diede il massimo in campo. Ovviamente, come tutti i portieri, gli occhi dei tifosi e della critica erano puntati su di lui come un binocolo che scruta l’orizzonte. Si sa, quando il portiere para e compie miracoli, si dice che ha fatto semplicemente il suo dovere. È lì apposta per parare. Quando sbaglia e si può perdere una partita, la lapidazione è alle porte, i giudizi appaiono feroci e spietati. Nelle gare di ordinaria amministrazione, quando tocchi pochi palloni, la critica è capace anche di darti un “s.v.”. Senza voto, è come se tu scendi in campo e nessuno ti guarda, è come essere andato a scuola dopo aver studiato da matti ed il professore non ti interroga. Questa è la vita del portiere, soprattutto quello di riserva. E allora andiamo a raccontare i picchi, i flop e la normalità nella vita napoletana di Nevio Favaro, sei gare in campionato più una in Coppa delle Coppe.

L’esordio contro il Cagliari

Approfittando dell’indisponibilità di Carmignani, il portiere veneto esordisce a Cagliari il 23 marzo del 1975 in una gara che il Napoli sembrava vincere (autorete di Mancin) ma dove fu riacciuffato da un tiro dell’ex Ottavio Bianchi che pareggiò le sorti. Un forte vento, tipico dell’isola, soffiava sulla partita ma Favaro se la cavò benissimo neutralizzando un bolide di Virdis e salvando il pareggio. Nella gara successiva di campionato Vinicio lo rimanda in campo contro il Milan al San Paolo. Bella vittoria di un Napoli spettacolare e dinamico che frantuma i rossoneri con un rigore di Clerici ed un’autorete di Turone in un match dove il punteggio poteva essere anche più largo. Favaro tocca pochi palloni, fa da normale amministratore di fronte ai pochi attacchi dei rossoneri.

Detto delle zero presenze del campionato successivo, diamo uno sguardo al 1976-77. Stessa ed identica situazione di due anni prima. Favaro gioca due partite consecutive per un infortunio occorso a Carmignani. La prima a San Siro contro il Milan il 6 marzo del 1977, maglia gialla. L’esordio in campionato non gli porta fortuna. L’unico intervento impreciso gli costa il gol di Calloni, che gli ruba tempo e palla, dovuto ad un malinteso con Catellani, le solite cose “è mia, è tua” e si viene uccellati. Per sua buona sorte, il portiere non accusa danni psicologici e continua a svolgere il suo compito con sufficiente tranquillità. Anche i compagni mostrano di avere fiducia in lui. Fortunatamente Speggiorin, subentrato a Esposito, riequilibra una partita che gli azzurri controlleranno fino alla fine.

Alla data della partita col Milan è legato forse l’episodio più amaro nella vita ‘non sportiva’ di Favaro in città. Nella notte tra il venerdì ed il sabato, con la squadra a Milano e la moglie a Venezia con la figlia, ignoti ladri penetrarono nella sua casa di Via Petrarca e gli portarono via di tutto. Argenteria, vestiti, televisori, soldi. Al calciatore, per consentirgli di disputare l’incontro di Milano in serenità, la notizia fu taciuta fino al suo rientro in città. La settimana successiva, ancora maglie rossonere a Fuorigrotta. È il Foggia di Puricelli che dà battaglia ai padroni di casa. La spunta il Napoli, anche in virtù di un ottimo primo tempo dove Chiarugi, probabilmente alla sua partita migliore con gli azzurri, fa doppietta prima del terzo gol di Juliano. Per i satanelli pugliesi segnano Bordon e Ulivieri ma la critica stavolta è più impietosa col portiere. I ‘pagellanti’ dicono che il gol subito dal foggiano Bordon è la fotocopia di quello di Calloni a Milano. Leggiamo, in breve: le palle alte non fanno per lui.

Il capolavoro in Polonia

Il capolavoro, però, Favaro lo aveva compiuto prima di subire questi tre gol in campionato, nella gara dei quarti di finale di Coppa delle Coppe con lo Slask Wroclaw. Un Napoli abbottonato, che punta tutto sul ritorno in casa, va ad erigere un muro difensivo in Polonia in un freddissimo giorno di marzo. Serve il pari, poi al ritorno si vedrà. Prima si ragionava così. In campo i padroni di casa, sospinti da 30000 tifosi, sono indemoniati. Il Napoli si difende con i denti, rimane in trincea per quasi tutta la gara. Burgnich, Bruscolotti, Vavassori, Catellani fanno una linea Maginot che manco in guerra. Il protagonista assoluto è, però, Favaro che salva gol fatti in tre occasioni. E’ lui l’eroe di giornata, è lui che convince Pesaola a farlo giocare anche col Milan.

Nell’ultimo anno, giocato da vice di Mattolini, il portiere veneto fa ancora due gare, tanto per non smentire i numeri e le statistiche. Gioca solo tre minuti, subentrando al portiere ‘matto’ titolare, in un clima di tranquillità assoluta, sempre contro il Foggia in casa. Apre un gol di Pellegrino Valente ma è la festa di Savoldi, autore di una quaterna che annichilisce una squadra allo sbando che retrocederà a fine campionato.

L’unica gara da titolare il buon Nevio la gioca contro il Torino al San Paolo. Purtroppo sarà la sua peggiore, il Napoli, debole ed inerme di fronte a due cicloni come Pulici e Graziani, perde 3 a 1 una partita che il rigore di Savoldi, che aveva pareggiato il gol iniziale di Patrizio Sala, aveva solo dato l’illusione di rimettere in gareggiata. Poi i due punteri in granata bucarono un impotente Favaro segnando una superiorità netta. Pensate che in quella gara il Toro di Radice mise gli attaccanti azzurri ben 13 volte in fuorigioco! Triste e brutto finale per lui anche per le dichiarazioni di Mattolini nel dopo gara. Il portiere titolare, quel giorno relegato in panchina, disse : “Anche Favaro è stato una statua sul gol di Pulici”, addolcendo poi la pillola con un: “Sono tiri imparabili, anche io rimasi fermo con Inter e Atalanta”. Non proprio un cioccolatino, anzi. Dall’anno dopo si diede più fiducia a Fiore, fu lui il nuovo, eterno, dodicesimo della storia del Napoli.

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Socrates, il dottore democratico

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CORRIEREDELLOSPORT.IT – Era alto quasi due metri, ma calzava un 38 scarso. Due piedi piccoli, che però esprimevano un grande calcio, spettacoloso ed efficace. Aveva ricevuto un numero imprecisato di soprannomi, il più bello è stato senza dubbio “il colpo di tacco che la palla chiese a Dio”. Troppo lungo, meglio il Dottore, visto che era laureato in pediatria, anche se non eserciterà mai la professione. Aveva tre passioni: due, il calcio e la politica, lo consegneranno alla storia, un altro, l’alcool, lo porterà via da questa mondo. Aveva un carisma senza eguali, perché altrimenti non saresti potuto essere il protagonista del più grande esperimento sociologico della storia del pallone. Si chiamava Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Ma anche qui, un’abbreviazione ci viene in soccorso: Socrates.

IN BRASILE. Questo giovane riccioluto brasiliano però non nasce nell’hinterland di Atene come il suo famoso omonimo greco, bensì a Belém, estremo nord del Brasile, il 19 febbraio 1954. Suo padre era un uomo di sinistra, avido lettore di testi proibiti durante gli anni della dittatura militare. L’educazione ricevuta dal giovane Socrates si farà sentire qualche anno dopo. Nel frattempo lui cresce a Riberao Preto, stato di San Paolo, dove gioca, e bene, nel Botafogo (solo omonimo del blasonato club del Paraiba). È un interno di centrocampo, possiede un’intelligenza calcistica fuori dal comune, e inoltre segna più di un centinaio di gol in quattro anni, un numero enorme per un non attaccante. Uno come lui deve giocare in una grande squadra. L’opportunità arriva tardi, quando ha già 24 anni, ma sarà un’esperienza irripetibile.

“A DEMOCRACIA”. Nel 1978 approda al Corinthians, la squadra del ceto popolare di San Paolo e la seconda più amata in Brasile dopo il Flamengo. Il primo anno vince subito il campionato paulista, ma l’anno da ricordare è il 1981. Il Corinthians viene da una stagione fallimentare, e come direttore tecnico viene scelto un sociologo, Adìlson Monteiro Alves. Alves individua i giocatori che condividono le sue stesse idee politiche – e sono tanti, oltre a Socrates: Casagrande, Zenon, Wladimir – e dà vita alla “Democracia Corinthiana”. Il club si autogestisce: nessun allenatore, comandano i giocatori, ma al momento di prendere delle decisioni si va al voto, naturalmente democratico. Partecipano tutti: il parere del magazziniere vale come quello del presidente. È un esperimento rivoluzionario. Nel calcio di oggi non potrebbe esistere, negli anni ’80 produce la vittoria di altri due scudetti. La Democracia Corinthiana “rischia” di spingersi oltre. Inizia a fare breccia nelle idee della gente, tenta di soverchiare lo status quo della dittatura militare. Socrates è il più coinvolto di tutti. «Se il prossimo presidente del Brasile verrà eletto direttamente dal popolo e non dal parlamento come vuole la dittatura, sono pronto a rifiutare il trasferimento in Europa». Il sogno politico però si interrompe lì, e Socrates in Europa ci va. Se lo aggiudica la Fiorentina. Perché nel frattempo, anche noi italiani abbiamo conosciuto le sue qualità.

L’ADDIO. Ce lo siamo trovati di fronte il 5 luglio del 1982, quando la stella di Paolo Rossi eliminò dal Mundial spagnolo una delle più forti nazionali brasiliane di tutti i tempi. Socrates era il faro di quella squadra, segnò anche a Zoff il gol dell’1-1. A Firenze un amore non sbocciato. Rimase solo una stagione, 1984-85, 25 partite, 6 reti, mai entrato negli schemi dei viola allenati da De Sisti e Valcareggi. Tornerà in Brasile, al Flamengo e al Santos, e si rimetterà in gioco nel 2004 in Inghilterra, al Garforth Town, a 50 anni. Sette anni dopo, l’ennesima birra gli giocherà un brutto scherzo, e un’infezione intestinale gli sarà fatale. Mentre sta per andare via, il suo Corinthians scende in campo contro i rivali del Palmeiras. Al fischio finale, saranno campioni per la quinta volta nella loro storia. I giocatori festeggiano con braccio destro alto e pugno chiuso. Inutile specificare a chi si sono ispirati.

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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