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La Penna degli Altri

Napoli, ti ricordi Piedino Palanca?

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E’ un Massimo Palanca rammaricato e preoccupato quello che rilascia l’intervista a “Il Mattino”: rammaricato per come è andata la sua carriera che passa dall’essere voluto da tutti alla solitudine e preoccupato ora invece per la situazione di Camerino dopo il terremoto del 2016. È nella cittadina in provincia di Macerata infatti che Palanca aveva un negozio di abbigliamento devastato dal terremoto, una cittadina la cui ricostruzione tarda a partire.

Palanca arrivò al Napoli nell’estate del 1981 per 1,5 miliardi di lire…

“Sì, allora con i miei tiri da calcio d’angolo risolvevo le partite”, le sue parole a “Il Mattino”, “Ne feci tredici prima di arrivare in azzurro e mi hanno dedicato anche un libro per questo. Ecco, adesso avrei bisogno di uno di quei colpi magici per tirar fuori la mia gente da questo momento drammatico».

Di seguito uno stralcio…

Peccato che a Napoli non ha lasciato un ricordo di gol.
«Macché. Appena due e nessuno al San Paolo. Assurdo».

Anche sfortunato: due rigori sbagliati nelle prime due gare in casa. Chissà i tifosi…
«No, i tifosi mi davano coraggio anche dopo gli errori dal dischetto in Coppa Italia prima con la Cremonese e poi con l’Ascoli. Figurati, Massimi’, nun ce pensa’ mi urlavano… Mai contestato, mai una parola contro. Il gol però divenne un incubo. E poi non tutti la pensavano allo stesso modo».

Ecco. I rapporti con Marchesi, il suo allenatore?
«Mi ripeteva di stare tranquillo, perché sarei rimasto io il rigorista. Ci ho creduto, ma al primo rigore in campionato calciò Guidetti. Lì ho sentito il rumore dei vetri in frantumi. Non chiesi nemmeno spiegazioni. Ma la prova che si era rotto tutto la ebbi in Jugoslavia, nella gara di ritorno di Coppa Uefa con il Radnicki Nis. Avevamo fatto 2-2 all’andata e dovevamo vincere: entrai sullo 0-0 ma un delinquente mi diede una ginocchiata dolorosissima. Io continuai nonostante la sofferenza. Finì la gara e Marchesi davanti a tutti mi accusò di non aver chiesto la sostituzione e in pratica mi diede la colpa della qualificazione fallita».

E i compagni?
«Ma no, con loro non c’era invidia. Io ero stato il vice capocannoniere l’anno prima, dietro a Pruzzo e davanti a Pellegrini. Tutti aspettavano i miei gol per lo scudetto, ma purtroppo non si crearono le condizioni per poter dare il mio apporto. Ma con Claudio (Pellegrini, ndr) ci vediamo ancora adesso, perché viviamo non molto distanti. Prima del terremoto i rapporti erano più costanti, ma la bestia non ha lesionato solo le case, ma anche le relazioni sociali. Ha delocalizzato i nostri sentimenti e le nostre amicizie».

Prima stagione al Napoli, nel 1981-1982 e un solo gol. Al Cesena. È l’inizio del tunnel?
«Sì, all’improvviso tutto va storto. L’estate del 1981, a 28 anni, avevo toccato il cielo con un dito quando il ds del Catanzaro Landini mi aveva chiamato per dirmi che avevano raggiunto l’intesa con il Napoli. Incontrai Janich ed ero l’uomo più felice della terra. Non avrei mai lasciato la mia Calabria per un posto dove non ci fosse stato il mare e il sole. Napoli era la grande città, la grande squadra: era un sogno che si realizzava».

Dodici mesi dopo…
«Mi scaricano in serie B. Incredibile, ma vero; l’estate prima avevo mezza serie A che mi cercava e poi finisco a Como. Senza spiegazioni. Vabbé, ricomincio daccapo, chi se ne importa. Firmo per due anni, ma senza saperlo c’è una clausola nel contratto di cessione: una opzione che il Napoli aveva fatto per prendere Galia. A fine anno, Juliano rinuncia a Galia, io apro i giornali e scopro che devo tornare a Napoli. Trovo Santin, mi pare l’uomo giusto per il mio rilancio. Poche settimane e viene esonerato. E chi torna? Marchesi. E lì capisco che sono al capolinea».

E tutti si scordano di lei?
«Tutti. A fine stagione, il Napoli mi lascia a piedi. È l’estate di Maradona, figurarsi se pensano a me. Penso che una squadra, in ogni caso, l’avrei trovata. Macché. Non mi arriva una telefonata, neppure per sbaglio. Chiedo a quelli del Foligno, in C2 di allenarmi con loro perché sono vicino casa. Accettano. Il silenzio continua e allora resto. Finché due anni dopo mi richiama il Catanzaro».

Che storia assurda.
«Dalle stelle alle stalle senza mai capire perché. Il calcio non ha cuore, non ha passione, non ha valori. Tritatutto. Pruzzo quando l’ho incontrato di nuovo se lo chiedeva esterrefatto: ma come è possibile che sei sparito nel nulla? Non sapevo che dirgli».

Il rimpianto?
«Quel gol dalla bandierina che non ho mai segnato al San Paolo. Lo sogno ancora di notte».

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Il più grande museo di Maradona in un seminterrato

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MUNDODEPORTIVO.COM (Sergi Sole’) – “El mayor museo de Maradona, en un sótano de Nápoles”… così il Mundo Deportivo, quotidiano sportivo spagnolo,  esprime incredulità e meraviglia per questo fantastico luogo dedicato a Maradona.

“In un seminterrato, a quattro chilometri dall’aeroporto, nel sobborgo settentrionale di Secondigliano in cui disoccupazione e insicurezza raggiungono picchi molto alti, si nasconde il più grande museo dedicato a Diego Armando Maradona mai conosciuto. Un santuario …”

Decine di maglie del Napoli, del Barcellona, del Boca Juniors, del Siviglia, scarpini, guanti per resistere al freddo di Mosca contro lo Spartak, fasce da capitano, foto, autografi, borse, sciarpe, libri, ritagli di giornale, il tutto tra pareti azzurre.

La famiglia Vignati ha raccolto tutto il materiale durante i sette anni, dal 1984 al 1991, di Diego a Napoli. In particolare, Massimo, sesto di undici fratelli, mantiene vivo il ricordo e la passione per il Pibe de Oro in memoria del padre, Mario Silvio Vignati, custode al San Paolo per 37 anni. Sua madre Lucia, invece, era la cuoca di Diego, e sua sorella Raffaella che invece seguiva Dalma e Gianinna, le figlie di Maradona.

“Diego era come un fratello per me. Il lunedì giocavamo a “calcetto” e il martedì mi portava all’allenamento. Utilizzavamo la sua Ferrari. Avevo 10 anni quando è arrivato. Ho trascorso molto tempo insieme a lui…” ricorda Massimo, che dice anche che ha rifiutato parecchi soldi per le “reliquie” di Maradona.

Il Museo è “Inesistente nelle guide turistiche di una città colorata con i graffiti del volto argentino, la collezione costringerebbe a trascorrere un’intera mattinata scoprendo cosa c’è dietro gli oltre 300 oggetti regalati quasi tutti dallo stesso Diego”, prosegue il quotidiano spagnolo.

Alla domanda se teme per la sicurezza della sua collezione quando lascia la sua casa per lavoro, Massimo Vignati è chiarissimo: “Non ho paura e nessuno ha mai cercato di derubarci. Maradona è rispettato a Napoli. Diego non lo tocca nessuno”.

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Storia di Levratto, l’attaccante italiano che sfondava (davvero) le reti

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ESQUIRE.COM (Luigi Ippoliti) – […] la memoria collettiva tende troppo spesso a scordarsi di un nome a cui è legato un soprannome tanto semplice quanto emblematico: Virgilio Felice Levratto, detto Sfondareti.

Un vero bomber che tirava così forte da sfondare veramente le reti. Nato a Carcare in provincia di Savona, è passato alla storia per un paio di episodi incredibili e per una canzone scritta molti anni dopo, nel 1949.

Allora, siamo tra gli anni ’20 e gli anni ’40, i palloni erano dozzinali e di cuoio e non iper sofisticati come lo sono ora, e la cosa può aver inciso sul fatto che lui abbia potuto sfondare realmente le porte.

[…] In un’intervista rilasciata al Secolo XIX, alla domanda “Come faceva ad avere quel tiro così potente?”, il nipote di Virgilio Felice Levratto risponde: “Da piccolo si allenava con una palla durissima creata con le frattaglie del macellaio da cui lavorava”.

[…] Virgilio Felice Levratto era alto, muscoloso, imponente. Dominava gli avversari.

Nel 1922 si gioca la prima finale di Coppa Italia, tra il Vado Ligure e l’Udinese. È una partita tosta, difficile, che non si sblocca. Siamo ai tempi supplementari, momenti concitati. È il ‘118esimo. Virgilio Felice Levratto ha diciotto anni, è un ragazzino. Riceve palla da fuori aria e calcia un tiro potentissimo di sinistro. La palla entra in rete. Qui accade per la prima volta la magia che lo renderà immortale: la rete si sfonda, il pubblico non crede a ciò che ha appena visto. Il Vado Ligure vince la sua prima e unica Coppa Italia. Virgilio Felice Levratto diventa mito.

Due anni dopo, nel 1924, ci sono le Olimpiadi a Parigi. Levratto […] viene convocato in Nazionale. Sul due a zero per l’Italia contro il Lussemburgo, tira una bordata assurda verso la porta e la palla colpisce in faccia Etienne Bausch, che cade a terra […] con la lingua tranciata in due. I medici riescono a riattaccargli la lingua in qualche modo.

[…] Andiamo più avanti nel tempo. Levratto ha smesso di giocare ed è il vice allenatore della Fiorentina per cinque anni. Conosce il Quartetto Cedra, che nel 1959 scrive una canzone dal nome Che centrattacco, dove si narrano le gesta di un immaginario Spartaco della quinta b, che arriva a giocare in Serie A e in Nazionale […] Levratto viene preso come paragone positivo, come modello che puoi solo sognare di superare […]

Il ritornello iper orecchiabile dice: “Oh, Oh, oh, oh che centrattacco / Oh oh oh oh, tu sei un cerbiatto / Sei meglio di Levratto ogni tiro va nel sacco / Oh, oh, oh, oh, che centrattacco”. Nella coscienza degli italiani di quegli anni, Levratto era davvero qualcosa di unico. Un giocatore che, nonostante non abbia avuto una carriera folgorante, è stato circondato da un’epica che purtroppo con lo scorrere dei decenni si è rarefatta.

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La trattativa per Maradona tra retroscena, intrighi e bluff

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CORRIERE DEL MEZZOGIORNO (Carmelo Prestisimone) – […] Che cosa non è successo per quel sentiero romantico, tribolato che ha portato Diego Armando Maradona a spogliarsi della maglia blaugrana dei catalani e a vestire quella azzurra? Di tutto e di più. Una pagina di storia del calcio moderno, che ha un prologo lunghissimo […]

Franco Esposito è stato il segugio ideale che ha raccontato per 28 giorni in quel lontano giugno del 1984 dalle colonne de Il Mattino […] «Ero a Montreal al Varsity Stadium nel Quebec al seguito della Nazionale Italiana di calcio – comincia a raccontare Esposito […] Dalla tribuna stampa ascolto l’annuncio dello speaker che mi richiama in sala stampa, nel ventre dello stadio, per una comunicazione urgente. Vado alla cornetta e c’è il collega Romolo Acampora dalla redazione di via Chiatamone. Mi segnala che il Napoli ha avviato la trattativa per l’acquisto di Maradona. L’argentino è a New York con il Barcellona e tu domani sarai lì, facci una bella intervista», mi dice. In realtà Dieguito è nel New Jersey allo Sheraton. “Io entusiasta lascio il Canada e volo per la Grande Mela […] ho un vero e proprio colpo di fortuna: becchiamo Maradona all’ingresso dell’hotel. Ci avviciniamo con una password: Gianni Di Marzio (che lo scoprì per primo e lo propose al Napoli due anni prima), ci ha detto di salutarti, gli diciamo. Diego si concede, l’intervista è ricchissima. All’epoca non c’erano telefonini e faccio una collect call, una chiamata a pagamento del destinatario, al giornale. Riccardo Cassero è felice, Acampora esulta».

[…] «Io e i miei colleghi diventiamo trottole […] Ci sono fax fasulli o trabocchetti, le attuali fake news da verificare con il tesoriere del Barcellona Tusquets a firmare comunicati stampa […] Dino Celentano da Napoli incoraggia la trattativa per il Pibe e il tandem Juliano-Ferlaino non demorde».

[…] “È il trenta giugno dell’84, anzi no è il primo luglio, sono le 2,30 del mattino. Ferlaino tira fuori il colpo di genio, l’invenzione all’alba. Il plico fasullo contenente cartaccia con quello contenente il contratto vero che ci mostra. Dodici miliardi al Barcellona e ottocento milioni all’anno per il Pibe de Oro. Diego Armando Maradona è del Napoli…”

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