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Il Calcio Racconta

23 febbraio 1999 – Grazie Careca: sei anni di Napoli … e non solo

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Antônio de Oliveira Filho, detto “Careca” è tra i maggiori rappresentanti della” colonia” di brasiliani che popola il campionato Italiano degli anni ’80, un elenco che comprende tra gli altri Junior, Alemao, Juary, Dirceu, Zico, Falcao, Casagrande, Cerezo, Socrates, Alemao, Dunga, nazionali brasiliani che giocavano tra Verona, Napoli, Ascoli, Roma, Avellino.

Careca nasce nel 1960 a Araraquara, nello stato di San Paolo, deve il suo soprannome alla madre ed alla zia che lo trovavano simile al clown “Carequinha”. Esordisce nel Guarani, nella città di Campinas, non lontano dalla sua città natale, e non è un esordio qualsiasi: il Guarani vince uno storico Titolo Nazionale, storico non solo perché l’unico della società, ma perché oltre al blasonato Santos ad oggi il Guarani è l’unico club di una città non “capitale di stato” ad aver vinto un titolo nazionale.

Il calcio brasiliano alla fine degli anni ‘60 è in una situazione simile a quella che l’Italia visse sotto il fascismo: una dittatura che riforma campionati al fine di dargli un carattere nazionale. Ancora nel 1978 il formato ed i regolamenti somigliano però più a quelli che avevamo in Italia agli albori; si parte con un primo turno eliminatorio composto da 74 squadre divise in 6 gironi regionali alcuni da 12 ed altri da 13 squadre con partite di sola andata. I due turni successivi sono sempre a gironi che una volta terminati decretano le 8 squadre che si affrontano ad eliminazione diretta partendo dai quarti di finale.

La vera particolarità di queste prime edizioni forse ci aiuta a comprendere meglio il calcio brasiliano di quegli anni: l’edizione del 1978-79 è l’ultima nella quale si assegnano 3 punti anziché 2 per le vittorie con almeno 3 gol di scarto (nelle precedenti edizioni ne erano sufficienti 2).

Il giovanissimo Careca con 13 reti (4 doppiette) ed il gol vittoria nella finale di ritorno vinta per 1 a 0 contro il Palmeiras (l’andata si era chiusa con lo stesso risultato), è un protagonista di questa impresa e si confermerà nei campionati immediatamente successivi. Tele Santana nel 1981 lo convoca e l’anno seguente sembra intenzionato ad inserirlo nei 22 che andranno in Spagna per i Mondiali, ma un infortunio lo ferma. Nel 1986 sempre con Tele Santana è tra i titolari e tra i protagonisti e sarà il secondo marcatore dietro Lineker nel mondiale del 1986. Nel 1983 si era trasferito al San Paolo con il quale sempre nel 1986 vince il suo secondo campionato brasiliano (al quale si sommano due vittorie nel campionato Paulista).

E’ questo il curriculum che porta il Napoli a trovare in lui il compagno ideale per Maradona così da difendere il titolo nazionale e provare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

Se i tifosi napoletani accolgono con motivato entusiasmo la notizia di mercato lo stesso non si può dire per i giocatori che non vedono di buon occhio la presenza di Careca il 10 maggio al San Paolo per la partita con la Fiorentina decisiva per lo scudetto (al Napoli basta un punto in due partite). Le voci di mercato giravano già da molti mesi prima e la cosa non fu particolarmente gradita allo spogliatoio, che si schierò con Carnevale, che con Careca avrebbe fatto fatica ad essere titolare.

Il Napoli parte con i favori del pronostico e sembra volerlo confermare con un cammino che lo vede capolista solitario già alla terza giornata e mantenere un discreto vantaggio sulle inseguitrici. In Coppa invece la sorte non arride ai partenopei che pescano il Real Madrid al primo turno e non riescono a sfruttare il vantaggio di giocare in un Bernabeu senza pubblico, forse anche per l’assenza di Careca infortunato.

Careca trova la sua prima rete alla V giornata sua prima rete nel 6 a 0 inflitto al Pescara e a fine stagione sarà secondo solo a Maradona nella classifica marcatori, senza rigori all’attivo; sarà poi tra gli ultimi ad arrendersi in quel finale di stagione nel quale il Napoli quasi si spense perdendo la testa della classifica dopo averla mantenuta dalla 3a alla 27a giornata, a 3 turni dalla fine del torneo.

Per lasciare un segno indelebile nella storia degli “Azzurri” Careca aspetta l’anno seguente, quando sarà protagonista nella vittoria in Coppa Uefa. Nel primo turno una sua rete nel ritorno in Grecia contro il Paok mise il Napoli al sicuro dopo l’uno a zero dell’andata.  Nei turni finali però le sue firme si fecero ancor più consistenti. Nel “derby” italiano contro la Juventus nei quarti di finale si procura il rigore ad inizio partita ed al 119° dopo un caparbio recupero palla su calcio d’angolo riesce a mettere in mezzo il cross che permette a Renica di segnare il 3 a 0 evitando così i rigori e ribaltando il 2 a 0 dell’andata.

In semifinale contro il Bayern Monaco segna 3 reti tra andata e ritorno, all’andata apre le marcature al 40°, al ritorno in Germania pone fine al discorso qualificazione con il gol dell’1 a 0 al 63° e dell’1-2 al 76°

Nella doppia finale contro lo Stoccarda il Napoli riesce ad aver ragione dei tedeschi dopo essere passato in svantaggio al 17°, un (discusso) rigore di Maradona e ad un rocambolesco e caparbio gol di Careca ribaltano il risultato, con il San Paolo che esplode e si riempie di fumogeni anche nelle tribune.

Il ritorno grazie al gol iniziale di Alemao sembra essere in discesa, il pari dello Stoccarda tiene vive le speranze dei tedeschi e le ansie degli italiani, ma prima De Napoli poi il solito Careca segnano l’1-2 ed il 2-3 che rendono il finale di partita quasi una passerella per gli uomini di Ottavio Bianchi.

Il marchio di Careca sugli anni d’oro del Napoli non si esaurisce con la Coppa UEFA, nella stagione 1988-89, quella del secondo Tricolore partenopeo, nonostante una serie di infortuni darà il suo decisivo apporto al successo, così come con una doppietta lascia un segno importante nel successo per 5 a 1 sulla Juventus nella Supercoppa.

Gli anni d’oro del Napoli si chiudono idealmente con l’addio di Maradona nel 1991, Careca sarà tra i principali artefici del buon quarto posto ottenuto dal Napoli nella stagione seguente, per poi avviarsi nel 1992-93 al suo addio per andare in Giappone al Kashiwa Reysol dove rimarrà fino al 1997 segnando 31 reti in 60 presenze.

Tornato in Brasile a 37 anni dopo un stagione al Santos ha ancora voglia di giocare e si trasferisce al Campinas ed al São José nelle serie minori.

Il 23 febbraio del 1999 giocherà la sua partita di addio al calcio al San Paolo, mista brasiliana contro mista Napoli degli anni d’oro (assente Maradona), la partita è anche l’occasione per commemorare il portiere del secondo scudetto Giuliani, morto tre anni prima. La partita termina con il risultato di 3 a 1 per il Napoli e passerà alla storia per aver ospitato l’esperimento del doppio arbitro (Longhi e Fucci) e dei guardalinee sulla linea di fondo campo, “cacciatori impettiti e vigili dei gol fantasma” che avranno invece maggior successo.

Careca in realtà non si fermò quel giorno, nel 2004 a 44 anni tornò a giocare qualche partita con il Campinas nella serie B2 del campionato Paulista, a dimostrazione della tenacia e dalla voglia di giocare che ha fatto sognare tifoserie ed appassionati di calcio.

Nato a Roma nel 1975 si appassiona ben presto al calcio ed allo sport in generale. La prima partita di calcio che vede in diretta è Italia-Germania dell'82, il primo "libro" che consuma è l'Almanacco Illustrato del calcio di quello stesso anno. Vive con la sua compagna ed i suoi 2 figli a Roma e di professione è informatico. A chi sottolinea gli errori altrui o si deprime per i propri risponde con una frase di Newton "Non ho fallito, ho solo scoperto una soluzione che non funziona". Da oltre 10 anni collabora con Wikipedia, da lettore de "Gli Eroi del Calcio" ne diventa collaboratore.

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20 marzo 1994 – Il Brescia trionfa in Europa

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Tornei come la Mitropa Cup del dopoguerra, il Torneo Anglo-Italiano, la Coppa di Lega Italo-Inglese non si disputano più da decenni. Sebbene questi tornei dopo un iniziale successo hanno spesso perso l’interesse nel pubblico, rimangono pietre miliari per molte società che senza di questi non avrebbe mai potuto disputare incontri internazionali al di fuori di qualche amichevole estiva.

Tra queste società figura il Brescia Calcio, che 25 anni fa a Wembley si aggiudicò il Torneo Anglo-Italiano in finale contro il Notts County. Il Brescia disputò il torneo dopo essere retrocessa l’anno prima in una lotta salvezza estremamente avvincente ricordata anche per il coinvolgimento della Fiorentina che, arrivata a pari punti con Brescia ed Udinese, retrocesse per la classifica avulsa. Il Brescia perse poi lo spareggio salvezza con l’Udinese e qui è il paradosso dei tornei riservati alle squadre retrocesse: sarebbe stato meglio non parteciparvi, ma una volta che si partecipa vincerlo può essere un riscatto.

Il Torneo Anglo-Italiano conobbe varie fasi, è curioso ricordare come ai suoi albori venisse dato un punto in più per ogni rete segnata e il fuorigioco fosse applicato solo negli ultimi 16 metri. La sua organizzazione si deve ad un manager italiano, Gigi Peronace, che nel 1969 volle far sì che lo Swindon Town potesse disputare un torneo internazionale; la vittoria nella “English Football League Cup” avrebbe dato allo Swindon il diritto di disputare la Coppa delle Fiere, ma la partecipazione a questa era riservata alle squadre di “First Divsion” e lo Swindon nel 1969 disputava la “Third Division”.

Seguirono varie edizioni alternate da qualche interruzione e per un periodo la partecipazione venne riservata a squadre semi-professionistiche. L’edizione vinta dal Brescia fa parte dell’ultimo periodo, quando tornò ad essere appannaggio di squadre professionistiche ed il torneo intitolato al fondatore Peronace.

La strada che portò il Brescia a scrivere il suo nome nell’Albo d’Oro non è affatto banale; il regolamento prevede due gironi misti di squadre Italiane ed Inglesi nei quali però si incontrano solo squadre di diverse nazionalità, le migliori classificate per nazione in ogni girone disputeranno le semifinali. Il Brescia deve quindi far meglio di Ancona, Pisa ed Ascoli nelle tre partite contro Bolton, Charlton, Notts County. Con tre vittorie ed un pareggio il Brescia chiude al primo posto e disputa così la semifinale con il Pescara a sua volta vincitore del suo girone, qualificatasi grazie alle reti in trasferta (1-0 a Brescia, 3-2 a Pescara). L’obiettivo di disputare la Finale a Wembley è così raggiunto, ed i 2.000 tifosi che raggiungono Londra si toglieranno lo sfizio di vedere la loro squadra alzare il Trofeo nel tempio del calcio per eccellenza.

Una partita finita 1-0 con gol di Ambrosetti al 64′ ispirato da un assist del rumeno Sabau che, dopo aver saltato il portiere avversario arpionando il pallone lo porge all’attaccante.

Non è probabilmente un caso che tra le altre fu proprio il Brescia ad aggiudicarsi il torneo nel periodo in cui questo era riservato alle squadre di Serie B. Il Brescia è il club Italiano con il maggior numero di partecipazioni al Torneo Cadetto, ne ha 18 consecutive tra il 1947 ed il 1965. Nel 1994 è già il Brescia di Lucescu ed Hagi, che frequenta costantemente la Serie A e si appresta a vivere il suo periodo d’oro dei primi anni 2000 con varie partecipazioni consecutive alla “Massima Serie”, un ottavo posto, una semifinale di Coppa Italia ed una Finale di Coppa Intertoto.

Difficile dire quanto la vittoria di Wembley influì nei successivi fasti delle Rondinelle, forse poco o nulla, ma volendo credere ad un Dio del Calcio non è un caso che abbia voluto regalare questa soddisfazione al club lombardo. Un club che dalla sua fondazione ha costantemente frequentato i quartieri più alti del calcio italiano raggiungendo il 14º posto nella graduatoria della tradizione sportiva italiana della FIGC.

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16 marzo 1969 – Viene a mancare Giuliano Taccola. L’On. Roberto Morassut ce ne racconta la storia (Video)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – In occasione della partita contro la Spal ricorderemo Giuliano Taccola, morto nel 1969. Io lo ricordo molto bene perché, oltre ad essere tifoso, quell’anno entrai nella Roma. Lui è stato una persona di riferimento e mi colpì molto la sua morte.

Sono queste le parole pronunciate da Claudio Ranieri nell’ultima conferenza stampa dove ha annunciato che sabato pomeriggio allo Stadio “Paolo Mazza” la Roma ricorderà Giuliano Taccola, l’attaccante giallorosso scomparso il 16 marzo 1969, cinquanta anni fa, all’età di 25 anni, indossando una maglia speciale in sua memoria.  

Anche noi abbiamo voluto dedicare un servizio speciale allo sfortunato calciatore giallorosso, incontrando l’On. Roberto Morassut che ha dedicato molte risorse alla ricerca della verità in merito a questo triste accadimento. Morassut ha studiato tutti gli atti processuali e ha intervistato alcuni protagonisti dell’epoca. Ha poi raccolto il tutto nel libro “La punta spezzata”. Lo abbiamo raggiunto e vi proponiamo la Video-intervista dove parleremo di cartelle cliniche macerate, analisi e controlli medici non fatti, e pasticche …
Ma sopratutto ricorderemo un ragazzo che stava diventando un campione … Giuliano Taccola

Buona visione

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Memorie del Trap

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Giovanni Trapattoni domenica compirà ottant’anni e voltandosi a guardare indietro “… vedo la bellezza di un quadro nel suo complesso” afferma nell’intervista rilasciata a Repubblica e pubblicata oggi, “…Nessun rimpianto o rammarico. Ogni particolare ha contribuito al risultato finale sulla tela. Non potevo sperare di meglio e mi considero molto fortunato per il mio percorso di calciatore, allenatore, uomo, marito, padre e nonno. Sono credente, ringrazio Dio per questa vita che mi ha donato. Per la partita che mi resta da giocare io non me la sento di chiedere proprio niente. Ho già avuto tantissimo. Diciamo che è come se i due tempi regolamentari si fossero conclusi. Ora inizia il golden goal e sicuramente non sono uno che si arrende”.

Che fosse un personaggio che non si arrende lo sapevamo… tanti i successi in carriera a conferma di ciò. Un Palmares da fare invidia anche a tanti idolatrati giocatori: due scudetti, una Coppa Italia, due Coppe dei Campioni, una coppa delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. E da allenatore? … sette scudetti, due Coppe Italia e una Supercoppa in Italia. Ma ha vinto il campionato anche in Germania, oltre a due coppe nazionali, uno in Portogallo e ancora uno in Austria. Sempre da allenatore poi ha conquistato tre Coppe Uefa, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Insomma stiamo parlando dell’allenatore italiano più vittorioso a livello di club nonché uno dei più titolati al mondo.

“Come allenatore”, ribadisce nell’intervista a Repubblica, “ho sempre cercato l’equilibrio con la E maiuscola e il gioco che si adattasse meglio agli uomini che avevo a disposizione. Juve, Inter, Bayern, Salisburgo, sono squadre in cui sono riuscito a concludere il campionato con il miglior attacco e la miglior difesa. Ho prediletto un gioco concreto, orientato al risultato, privo di fronzoli non necessari».

Definisce il Milan come la prima famiglia, la Juve come una lunga storia d’amore e l’Inter una inarrestabile emozione, “Facendo un paragone con la vita, il Milan è stato l’adolescenza, la Juve il matrimonio, l’Inter il cambiamento della mezza età». Torna anche su Byron Moreno e la partita contro la Corea del Sud… “Dall’arbitro ci si aspetta un comportamento super partes. Lui ha commesso una grande ingiustizia e ha colpito tutta l’Italia […] se proprio dovesse esserci una partita che rigiocherei, sarebbe Italia-Corea”.

Riferendosi poi a una delle migliori nazionali azzurre di sempre, da Argentina ’78 a Spagna ’82, che presentavano il suo “blocco” Juve dice: “Non era solo una squadra, ma un gruppo eccezionale, affiatato, che aveva trovato il suo equilibrio strutturale dentro e fuori dal campo. Ognuno era complementare ai suoi compagni. Ma il merito non lo reputo assolutamente come mio, è di Enzo Bearzot, l’uomo che è riuscito ad unire alla perfezione quel gruppo, come fosse una famiglia, infischiandosene delle critiche”.

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