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Un coro di lunga durata: “Vegnivan a quattro a quattro…”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Quando dico coro di lunga durata non intendo un coro che dura tanto ma, prendendo a prestito un termine della storiografia di Fernand Braudel, un coro che ha una storia di lunga durata. E quello di cui voglio parlare è un coro da stadio la cui storia si snoda per circa tre secoli, dalla seconda metà del Settecento ai giorni nostri.

Di solito i tifosi ricavano i cori da stadio riadattando i grandi successi discografici del momento. Nel 1972, quando ero un bambino di 9 anni, la Nord utilizzava una canzone dei Delirium, sostituendo  la  parola  “ Genoa ”  a “Jesahel ”. Ne avevamo ben diritto, visto che quella canzone era stata composta dal genovese e genoano Oscar Prudente, che proprio quell’anno aveva portato i Delirium al Festival di Sanremo con il pullman del Genoa.  L’anno dopo, in un altro coro rossoblù, la Fossa dei Grifoni, riadattava il testo di Jesus Christ Superstar , cambiandolo in “ Genoa, superstar, devi restare in serie A ”. Il che dimostra appunto quanto stavo dicendo, sul rapporto tra cori da stadio e successi musicali del tempo ma, purtroppo, dimostra anche che sono ormai passati davvero tanti anni da quando ero bambino.

Ma c’è un altro coro genoano con testo in genovese, “ Vegnivan a quattro a quattro ”, cantato anch’esso negli anni Settanta, e pure in anni precedenti, che ha sicuramente almeno un secolo di vita e, forse, potrebbe avere addirittura origini risalenti ai tempi di Balilla.

La vicenda storica di Balilla è conosciuta. Si tratta di un evento sfruttato prima dalla retorica risorgimentale e poi da quella fascista. Lunedì 5 dicembre 1746, a Genova, un carro trainato da buoi, che portava un mortaio dell’esercito d’occupazione, s’impantanò, in un greto di un rio del quartiere di Portoria, nel centro della città. I soldati obbligarono i passanti, in modo brutale e aggressivo, a rimettere il mezzo in carreggiata. Fu allora che un ragazzino genovese, Giovanni Battista Perasso, detto appunto Balilla, diede inizio alla rivolta incominciando una sassaiola al grido di “Che l’inse”, (che cominci!), nel senso di: “che la rivolta abbia inizio”.

La vicenda, come dicevo, è conosciuta. Ma, forse, è meno nota l’ampiezza sociale della rivolta che vide la partecipazione di tutti gli strati popolari. Nei quadri di un pittore che partecipò alla sommossa, Giuseppe Comotto, e che riprodusse su tela gli avvenimenti, non solo si vedono donne in procinto d’usare armi da fuoco ma si vede addirittura un religioso, un prete o forse un frate, che impugna un fucile per sparare contro il nemico.

Dicembre 1746. Dipinto originale di Giuseppe Comotto raffigurante la rivolta popolare contro gli austriaci nella zona di San Tommaso. In basso a destra si possono notare un frate e una donna che sparano contro gli austriaci.

E, a dimostrazione del fatto che la rivolta dilagò in tutta Genova, non restando circoscritta ad un solo quartiere del centro, c’è proprio quel quadro in cui è ben visibile la Porta di San Tommaso, ubicata sul lato opposto della città, verso ponente ; un varco che era approssimativamente situato in un tratto intermedio tra la Commenda di Pré e l’attuale Stazione Marittima. Da lì, nei giorni successivi, la lotta contro gli austriaci si estese e coinvolse anche buona parte delle periferie : la Valbisagno e, soprattutto, la Valpolcevera, che era il passaggio obbligato per le truppe di occupazione in ritirata.

Comunque quella battaglia e quella vittoria furono forse celebrate anche con una canzone “ Emmo vinto unâ battaggia ” (abbiamo vinto una battaglia) che, a mia conoscenza, non è arrivata ai giorni nostri nella sua forma originale. Questo a causa delle sue costanti trasformazioni e dei suoi frequenti riadattamenti dovuti alle vicende storiche successive : guerre risorgimentali, guerre mondiali, rivolte operaie del dopoguerra, e altro ancora.

Non c’è niente di strano in tutto questo. Anzi, si tratta di cosa piuttosto normale nella storia della canzone popolare italiana. Per anni, per esempio, si è pensato che la canzone partigiana “ Bella Ciao ” derivasse da una precedente canzone delle mondine. Alla fine gli specialisti in materia hanno escluso questa possibilità. Ma hanno comunque scoperto che il canto partigiano derivava da precedenti canzoni come “ Il Fiore della Tomba ” e “ Il Fiore della Teresina ”. I riadattamenti e le rivisitazioni di testi e canzoni sono dunque fenomeni piuttosto frequenti nella tradizione della musica popolare italiana.

Questa canzone di lotta genovese ci è giunta, credo, nella sua forma più antica come canto militare degli alpini genovesi della Prima Guerra Mondiale. Trattandosi di una canzone che parla della lotta di un esercito contro un altro esercito, nel suo testo le schiere di nemici sono più numerose. Non solo “ a quattro a quattro ”, come nel canto da stadio, ma anche a otto a otto, a dodici a dodici ed a sedici a sedici. Riporto qui di seguito poche strofe, giusto a mo’ di esempio, scusandomi in anticipo per eventuali errori. Ho una buona capacità di comprensione del genovese. Mi sfuggono solo alcuni termini più arcaici. Ma purtroppo non sono abituato a parlarlo e ancor meno a scriverlo.

“ Emmo vinto unâ battaggia, l’emmo vinta in scia giaea, i nemixi co-a bandea, l’emmo missi a prionnae…   ….sciortì a êutto a êutto, sciortì a duzze a duzze che ôa sei da unze, ciappae di scoppassoin”. Abbiamo vinto la battaglia, l’abbiamo vinta sulla riva del fiume, i nemici con la bandiera li abbiamo presi a pietrate. Uscite a otto a otto, uscite a dodici a dodici che adesso vi ungiamo come si deve, prendete dei ceffoni.

Tra l’altro, ho citato questi versi in particolare perché rinforzano l’idea che il testo originale possa essere stato in qualche modo riconducibile alla vicenda di Balilla, come giustamente segnalato, da un membro del coro alpino, in una presentazione di questa canzone al Teatro Gilberto Govi di Genova-Bolzaneto qualche anno fa. Difficile pensare che si ci limiti a tirare della pietre, o a dare delle sberle, quando si dispone di fucili, come l’Esercito Italiano nella Prima Guerra Mondiale. Insomma, queste strofe non rendono completamente l’idea di un contesto bellico. Mentre un nemico straniero che ha quindi una sua bandiera, la rissa, la conseguente sassaiola ed il greto di un rio sono esattamente lo scenario iniziale della rivolta di Balilla del 1746.

Nella versione dei portuali del giugno Sessanta, quella che celebra la lotta contro il Governo Tambroni, le schiere di nemici arrivano ad un massimo di otto. Fatto comprensibile perché non si parla di un vero e proprio esercito, come nel caso della Prima Guerra Mondiale, ma dei reparti della Celere o al limite di Carabinieri, che sono comunque armati di mitra, di manganello, cioè “ o bacco”, e di fucile, “o ssciêuppo”.

Come abbiamo appena visto, è interessante notare che nella versione degli alpini, pur essendoci una serie di riferimenti per così dire “scenografici” che richiamano la vicenda di Portoria, non si fa esplicitamente cenno a Balilla, mentre nella versione operaia della canzone il ragazzino ribelle viene chiaramente e ripetutamente citato. Viene quasi da pensare che, col mutare degli eventi, cambia il testo e cambia il copione, ma qualcosa rievoca sempre il personaggio o il luogo che sono all’origine di questa canzone.

“L’emmo vinta a battaggia, l’emmo vinta a De Ferrari, i fascisti co-i compari l’emmo missi a prionnae. Vegnivan a quattro a quattro co-o mitra e co-o bacco, vegnivan a êutto a êutto co-o mitra e co-o ssciêuppo. Ma poi l’arria o Balilla e l’è sätou a scintilla … …Valanghe de prionnae che l’emmo assotterae ”. Abbiamo vinto la battaglia, l’abbiamo vinta a De Ferrari, i fascisti con i compari li abbiamo presi a pietrate. Venivano a quattro a quattro, con il mitra e col bastone, venivano a otto a otto, con il mitra e col fucile. Ma poi è arrivato Balilla ed è scattata la scintilla … …Valanghe di pietrate, che li abbiamo sotterrati.

Nell’era di internet e dei network sociali, queste due versioni, quella degli alpini e quella dei portuali, sono facilmente reperibili, come del resto la versione da stadio[1].

Nella versione da stadio, però, trattandosi non di un esercito o di un reparto nemico, ma di una squadra rivale, le schiere di avversari si sono ridotte di numero : non più sedici o dodici come nella canzone degli alpini, e neppure otto come nella canzone dei portuali ma, appunto, quattro. Tanto più che la canzone non è nata nel periodo attuale del calcio totale di movimento, in cui a volte si ci difende in undici e si attacca in undici (in qualche caso estremo, attacca anche il portiere). Si tratta invece di una canzone che risale ad un periodo più tradizionale del calcio, con un attacco composto da due ali, un centravanti ed eventualmente una mezza punta, sostenuta alle spalle da un paio di centrocampisti e di mediani. Per cui le linee nemiche al massimo avanzano a quattro a quattro.

“ Vegnivan a quattro a quattro, vegnivan a l’attacco. Vegnivan comme matti che squaddra de ravatti. Ma o l’è arrivou o Griffon co-e balle in scio cannon. Con quattro cannonae te l’ha disintegrae. O serie A, o serie B, o Griffon l’è sempre chi. A l’è a squaddra do mae chêu, viva Zena Rossa e Bleu”.

Venivano a quattro a quattro, venivano all’attacco. Venivano come dei matti che squadra di scartine. Ma è arrivato il Grifone con le palle nel cannone e con quattro cannonate te li ha disintegrati. O serie A o serie B, il Grifone è sempre qui. È la squadra del mio cuore. Viva Genova Rossa e Blu.

Ed è emozionante pensare che quasi sicuramente la maggior parte dei genoani, ovviamente, non conosce tutti le implicazioni ed i risvolti storici di questo coro. Ma tutti sentono e sanno che quando si canta quella canzone allo stadio, si canta qualcosa dal sapore antico; un canto passato di generazione in generazione, e che continuerà ad essere tramandato ai genoani che verranno, fino a quando Genova ed il Genoa esisteranno.

 

[1] Su youtube dovrebbero essere facilmente reperibili tutti i video citati in queste pagine. La versione degli alpini si trova sotto il titolo : “ Emmu vintu ‘na battaggia (Teatro Govi Bolzaneto Ge) ”. La versione risalente alla lotta contro il governo Tambroni si trova nel video dal titolo “ 30 giugno ” ; in questo caso la canzone è preceduta da un’introduzione in genovese, della durata di due minuti circa, in cui si ricostruiscono gli avvenimenti di quelle giornate. Della versione da stadio, si possono facilmente trovare numerosi filmati, basta scrivere : “ venivan 4 a 4 ”.

 

N.B: l’articolo è un capitolo del libro “I RACCONTI DEL GRIFO – Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova” di Massimo Prati. Ringraziamo l’autore che ci ha dato la possibilità di pubblicare alcuni capitoli del libro e questo è il quarto appuntamento. Per acquistare il libro, potete rivolgervi all’Associazione Un Cuore Grande Cosi – Onlus (www.uncuoregrandecosi.it – mail: info@uncuoregrandecosi.it)

Qui puoi trovare il primo articolo tratto dal libro “I racconti del Grifo” di Massimo Prati , qui il secondo e qui il terzo.

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli, e “I racconti del Grifo”, pubblicato nel 2017 da Nuova Editrice Genovese, oltre ad articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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18 maggio 1994 – Il Milan sale sul tetto d’Europa

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GLIEROIDELCALCIO.COM – 1994, una stagione trionfale per la compagine rossonera di Fabio Capello. Il Milan, infatti, dopo aver messo in cassaforte lo scudetto, il terzo consecutivo, e aver strapazzato il Monaco in Semifinale si prepara per la finalissima di Atene contro il Barcellona: in palio la Coppa dalle grandi orecchie.

Baresi e Costacurta sono squalificati e Mister Capello è costretto a ridisegnare la difesa; questo fa pendere, almeno sulla carta, l’ago della bilancia verso i catalani, gli spagnoli sono convinti infatti di fare una “passeggiata”. La leggenda narra addirittura che il tecnico Johann Cruijff si sia fatto immortalare mentre bacia la Coppa. Sicuramente le dichiarazioni del tecnico blaugrana nei giorni precedenti la gara non lasciano spazio alle interpretazioni: il Barcellona vincerà l’incontro, il Milan è inferiore. Un errore fatale per chi crede alla scaramanzia.

Il 10 maggio, otto giorni prima della finale i rossoneri raggiungono Firenze per affrontare la Fiorentina appena promossa in serie A dopo un anno di cadetteria; una bella occasione per fare delle prove proprio in difesa. Forse la vittoria viene costruita qui, da dove Capello esce con una convinzione, dopo aver fatto alcune prove: in Grecia ci saranno Galli e Maldini centrali, con Tassotti a destra e Panucci a sinistra.

Il Barcellona è una squadra fortissima, è il “Dream Team” di Stoichkov e Romario, di Zubizarreta, Guardiola e Koeman, che ha vinto la Liga e anche la sua prima Coppa dei Campioni due anni prima contro la Sampdoria a Wembley.

La squadra meneghina e il suo condottiero Don Fabio Capello si presentano concentratissimi e pronti per la grande notte di Atene e sfoderano la partita perfetta: pressing, aggressività, corsa, ripartenze. Il tutto in un meccanismo che si muove alla perfezione.

Per chi ha seguito la partita in Tv ricorderà la splendida telecronaca di Bruno Pizzul che accompagna il Milan verso la vittoria finale. Due gol di Daniele Massaro, nel primo tempo, piegano la vanità degli avversari. Il primo gol parte da Savicevic che si allunga la palla, poi la alza con una classica palombella sulla quale si avventa Massaro e la infila in rete. Il raddoppio è da applausi: circa una quindicina di passaggi con i catalani fermi a guardare, poi un assist di Donadoni e Massaro che spara in fondo al sacco. Finisce la prima frazione di gioco e Capello fa il pompiere invitando tutti alla calma.

A inizio ripresa gli orchestrali continuano a suonare la stessa musica: Dejan Savicevic ruba palla a Nadal e con un incredibile pallonetto di sinistro, da posizione defilata, sorprende Zubizarreta e spegne sul nascere ogni speranza del Barcellona e dei suoi tifosi al seguito. C’è ancora tempo per regalare a Marcel Desailly la possibilità di fissare il risultato sul 4-0 e festeggiare così il suo successo personale di vincere la seconda Coppa dei Campioni consecutiva con due maglie diverse. Il “Dream Team” è scomparso e il Milan è Campione d’Europa. In assenza di Baresi è Tassotti ad alzare al cielo la quinta Coppa dei Campioni della storia rossonera.

Una serata da incorniciare per chi, come noi, ha il calcio nel cuore.

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17 maggio 1989 – Quando il Napoli vinse sotto il cielo di Stoccarda

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La bacheca del Napoli, ahimè per i tifosi azzurri, non è molto nutrita, anzi. Tralasciando qualche titolo minore conquistato nel passato, ci troviamo due scudetti, cinque Coppe Italia, due Supercoppe italiane ed unico trofeo internazionale, una Coppa UEFA vinta nella stagione 1988/89.

A trenta anni esatti da quel 17 maggio 1989, ci appare doveroso regalare un tributo ad una grande club che, proprio quel giorno, vince l’unico, ma prestigiosissimo, trofeo internazionale della sua storia.

La Coppa UEFA, quella che pensiamo, impropriamente, essere l’antenata dell’attuale Europa League è una competizione molto importante in quegli anni, molto di più di quella che oggi, almeno in linea di principio, la rimpiazza.

Alla Coppa UEFA accedono tutte le migliori squadre dei campionati nazionali europei, fatta eccezione per la vincitrice del torneo nazionale, che approda alla gloriosa Coppa dei Campioni. La disputano, quindi, le squadre che si piazzano nei primissimi posti nella stagione precedente e che, magari nella stagione in corso, dominano, addirittura, il torneo nazionale di appartenenza.

In virtù di quanto appena detto, Il cammino del Napoli nella competizione è, come da aspettative, molto impegnativo, al pari di quello che avrebbe condotto ad una finale della Coppa dei Campioni, anzi, quello che porta alla finale di UEFA è anche più estenuante.

Il Napoli quell’anno è una squadra fortissima, che può contare sull’apporto di giocatori come Ferrara, Alemao, De Napoli, Careca, Carnevale e soprattutto sull’apporto del Dio del pallone, sua maestà Diego Armando Maradona. Al timone c’è il burbero, ma preparato allenatore di origini bresciane Ottavio Bianchi, destinato, nonostante la sua figura non esattamente spendibile a livello mediatico, a rimanere per questa, ed atre imprese, nei cuori della gente napoletana.

Al primo turno l’avversario è il modesto, seppur combattivo Paok di Salonicco, al secondo la compagine (all’epoca Germania Est) della Lokomotiv Lipsia. Il Napoli, dopo avere spazzato via greci e tedeschi, trova qualche difficoltà, invece, agli ottavi di finale, contro i francesi del Bordeaux. I partenopei espugnano di misura, all’andata, il campo dei girondini mentre, si accontentano del minimo sforzo in casa: con un pareggio a reti inviolate approdano ai quarti di finale.

Come detto, la Coppa UEFA del tempo assomiglia molto ad una Coppa dei Campioni e non è per niente difficile trovarsi di fronte, come succede al Napoli, una super corazzata come la Juventus. Si incontrano due giganti in un derby italiano molto sentito, per via dell’importanza della posta in palio, e per la storica rivalità tra i due club.

L’andata si gioca al comunale di Torino e per il Napoli finisce male, un brutta, bruttissima sconfitta per due a zero, che nelle competizioni europee, spesso, seppur avendo il retour match da giocare in casa, sa tanto di eliminazione dal torneo. Al ritorno, seppure ci siano poche possibilità nel compimento dell’impresa, il San Paolo ci crede e si veste a festa, il pubblico delle grandissime occasioni lo popola in ogni ordine di posto, per spingere la propria squadra verso le semifinali della Coppa UEFA. Il match inizia alla grande per i padroni di casa, ed al decimo minuto Maradona trasforma un calcio di rigore che spalanca le porte verso la remuntada che si completa al minuto quarantacinque, quando Andrea Carnevale sigla il due a zero, che è anche il risultato con cui terminano i novanta minuti regolamentari.

Tra il Napoli e il raggiungimento delle semifinali si frappongono, quindi, ancora i tempi supplementari, che risultano essere molto equilibrati, e che sembrano destinati a concludersi con lo stesso risultato del match di Torino. Proprio nel momento in cui già si pensa alla lotteria dei rigori, e cresce la paura di vedere sfumare un sogno oramai a portata di mano, irrompe in scena l’eroe inaspettato (oddio lui il vizietto del goal lo ha sempre avuto, però), il precursore di Fabio Grosso, che al minuto ‘119 spezza gli equilibri a favore dei partenopei: Alessandro Renica, di ruolo libero (molti giovani probabilmente chiederanno “ma il libero che razza di ruolo è?” e noi sorrideremo, con retrogusto amaro però). Il celeberrimo “Manca un minuto e siamo sopra” riecheggia, questa volta al San Paolo, con qualche lustro di anticipo rispetto all’originale.

La partita termina così e il Napoli vola in semifinale, dove l’ostacolo da superare per i ragazzi di mister Bianchi è forse ancora più alto del precedente: c’è da duellare col titolatissimo Bayern Monaco, una delle squadre di club più forti e titolate al mondo. L’andata si gioca a Napoli, ed ancora una volta il pubblico del San Paolo fa valere il fattore campo, la partita finisce 2-0, e permette agli azzurri di acquisire una bella dote in vista del ritorno all’Olimpiastadiom di Monaco (anche qui qualche millennial controbatterà: “guarda che lo stadio del Bayern è bellissimo, l’ho visto, e si chiama Allianz Arena”, e noi, anche qui, faremo buon viso a cattivo gioco, e capiremo). Siamo nella tana dei tedeschi che partono subito aggressivi (del resto non hanno molte alternative), si gioca soltanto nella metà campo del Napoli, che viene schiacciato sempre di più, sembra profilarsi una giornata molto complicata per i ragazzi di Ottavio Bianchi ma alla fine non è così, anzi, per ben due volte la corazzata capitanata dal forte difensore Klaus Augenthaler è costretta a rimontare lo svantaggio, propiziato da Maradona e realizzato dal brasiliano Careca, che fa doppietta.

Si schiudono le porte del paradiso, il Napoli è in finale e trova lo Stoccarda, paradossalmente il meno quotato degli avversari fino a quel momento incontrati. È una finale tra matricole, infatti per i tedeschi, così come per il Napoli, si tratta della prima finale in una competizione europea. Una curiosità: tra le file della squadra tedesca, si destreggia un certo Maurizio Gaudino, papà del casertano e mamma del napoletano, tutti trapiantati in Germania. Al suo fianco, in attacco, giostra l’agguerritissimo Jurgen Kllinsmann destinato a diventare in seguito uno dei più forti centroavanti del mondo.

Il cammino dei ragazzi di mister Haan nella competizione è più agevole di quello affrontato dai napoletani, infatti, le prove più ardue sono quella con gli spagnoli della Real Sociedad, e il derby contro i cugini dell’est della Dinamo Dresda (squadra in cui milita un giovane Matthias Sammer, futuro pallone d’oro).

Il prezioso tagliando di ingresso della partita di andata a Napoli

Nel 1989, a differenza di oggi, anche la finale si gioca sulla base del doppio confronto. La partita di andata si disputa e Napoli, e come si può facilmente immaginare lo stadio straborda di tifo, quasi 80.000 persone che sognano il primo trofeo europeo.

Seppure col favore del pronostico il Napoli non parte benissimo, lo Stoccarda si dimostra da subito un osso duro e, a sorpresa, è proprio il “compaesano” Gaudino che apre le marcature al 17′ con un gran tiro da fuori, complice, però, una papera del compianto e grandissimo Giuliano Giuliani. Lo Stoccarda una volta in vantaggio si rintana in difesa e arretra il suo baricentro. Il Napoli cresce e attacca con più convinzione fino al raggiungimento del meritato pareggio di Diego Maradona che arriva su calcio di rigore, ma solo nel secondo tempo (al minuto ’60). Il punteggio di parità va, comunque, benissimo ai tedeschi che cercano di resistere fino alla fine della partita. Quando ormai il punteggio di parità appare acquisito è Antonio Careca, imbeccato da Diego, a fare centro; siamo al minuto ’87 e il Napoli ribalta la partita, è 2-1, e con questo punteggio la squadra di mister Bianchi si presenta al Neckarstadion, la roccaforte dello Stoccarda. I tedeschi hanno tutte le possibilità di poter rimediare alla sconfitta di misura dell’andata, e ci credono anche i quasi 70.000 sugli spalti (ci sono anche un numero imprecisato, ma enorme, di tifosi azzurri). Le speranze di Aughentaler & Co. vengono ridimensionate quando un altro campionissimo azzurro sale in cattedra, Ricardo Rogério de Brito, al secolo Alemao (“il tedesco”, in portoghese, per via dei suoi colori chiari), che realizza il goal del vantaggio al diciottesimo. A rimettere in corsa lo Stoccarda ci pensa, però, il cecchino Klinsmann al minuto ventisette. Servono però appena altri dieci minuti al Napoli, per ipotecare la coppa: ancora un eroe inaspettato fa saltare il banco, parliamo di un giovane Ciro Ferrara che riporta i suoi in vantaggio, la sua gioia ed esultanza passano agli annali. A chiudere il discorso nel secondo tempo (’62) è il solito Careca imbeccato indovinate da chi? Beh si, è chiaro, sempre dal piccoletto con il dieci sulle spalle. Il trofeo è nelle mani degli azzurri, rimane solo il tempo allo Stoccarda di segnare due goal che portano ad un pareggio finale, più importante per l’orgoglio degli uomini di Haan, che per la sostanza.

Si ringrazia Giuseppe Montanino, Presidente dell’Associazione Momenti Azzurri – Museo del Calcio Napoli, per il materiale gentilmente messo a disposizione dei nostri lettori

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Scomparso Mario Mazzoni, da allenatore con la Fiorentina vinse la Coppa Italia nel 1975

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ANSA – Lutto nel mondo del calcio: all’età di 88 anni si è spento Mario Mazzoni, figura storica della Fiorentina in cui è cresciuto come giocatore e che ha poi allenato nella stagione ’74-75, subentrando a Nereo Rocco e conquistando una Coppa Italia dopo aver sconfitto il Milan in finale per 3-2. Mazzoni, che ha giocato anche a Empoli, Siena, Ascoli e per 10 anni nel Bari di cui è stato capitano, è stato considerato un grande maestro di calcio: tanti i giovani calciatori che hanno attinto ai suoi consigli e alla sua esperienza, fra questi Antognoni, Merlo, Orlandini, Caso, Roggi, Guerini. ”La Fiorentina si unisce al dolore della famiglia Mazzoni per la scomparsa di Mario – il messaggio di cordoglio della società viola – Prima calciatore poi allenatore, ha lavorato a lungo nel settore giovanile viola contribuendo a formare i talenti che avrebbero vinto lo scudetto del 1968/1969 e non solo. Nel ’75, da tecnico della prima squadra, vinse la Coppa Italia. Tutto il club lo ricorda con grande commozione”.

Anche sul sito ufficiale della società gigliata, ViolaChannel, è comparso un messaggio a ricordo dello scomparso Mazzoni: “Ci ha lasciato Mario Mazzoni: una perdita enorme, incolmabile. Lo avevamo visto, emozionato e presente come sempre, nei giorni scorsi per i festeggiamenti del 50° anniversario dello scudetto 1968-1969.

Mario, per tutti noi, è stato l’esempio vivente di quanta umanità ci possa essere in un mondo come quello del calcio continuamente piegato ad interessi economici.
Mazzoni, oltre ad essere stato un grande protagonista della storia viola, è stato un uomo animato da profondi valori, capace di dare lezioni di vita prima che di calcio.
La sua pungente ironia, la risata schietta, la battuta con cui apostrofava un personaggio o una situazione, era l’inizio di un racconto, di una riflessione, di un’esperienza che … faceva bene!…..”

Vai al comunicato integrale della società Viola

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