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Enrico Guaita, il corsaro in fuga

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Molti tifosi se la prendono con quei calciatori che da un giorno all’altro cambiano squadra, attirati da un progetto tecnico migliore, o forse solamente da uno stipendio più alto. “E’ scappato”, dicono i sostenitori più accaniti, considerando il cuore e mai la professionalità degli atleti. Ad Enrico Guaita, invece, detto il Corsaro Nero, la fuga fu quasi indotta, in un’epoca complicata, dominata da un timore che neanche il calcio riusciva a lenire.

E’ un calcio d’altri tempi quello degli anni trenta, senza televisioni, senza quel clamore che accompagna invece lo sport moderno. E’ il calcio che da poco si sta affacciando e proponendo alla ribalta in Italia dove è ancora il ciclismo la disciplina più seguita dalla gente e più commentata nei bar e nei dopolavoro. Enrique Guaita, detto Enrico, fa parte di quel calcio, è nato in Argentina a Nogoyà il 15 luglio 1910 da una famiglia povera nella quale il papà ha tentato con poca fortuna l’avventura da calciatore, senza però andare oltre il campionato riserve con la maglia del Racing Avellaneda. Enrico è pero di tutt’altra pasta: ha talento, tanto talento, una classe purissima nei piedi ed una testa adatta al professionismo, anche se all’epoca non è il sogno di tutti i ragazzini fare il calciatore, motivo per cui risulta forse più semplice affermarsi per chi ha doti naturali come lui.

Scovato nei sobborghi di Buenos Aires e notato come ottima promessa, Guaita finisce a La Plata nelle giovanili dell’Estudiantes, una delle formazioni più forti dell’Argentina. A nemmeno diciott’anni sigla una tripletta nel 4-4 della sua squadra contro l’Independiente e di lui si accorge tutto il paese, perchè quell’ala veloce, tecnica ed efficace non sfugge alla vista e ai taccuini degli osservatori; Guaita finisce anche in nazionale, ma soprattutto diventa l’oggetto del desiderio di numerosi club sudamericani. L’Estudiantes, però, non molla il suo gioiello, fino al 1933 quando una curiosa combinazione lo porta in Italia: il presidente della Roma Renato Sacerdoti, infatti, incarica un ex calciatore giallorosso italo argentino, Nicola Lombardo, di andare a scovare qualche talento da poter far esplodere in serie A, consapevole che da Lombardo ci si potesse aspettare di tutto, dalla possibilità che rintracciasse un fuoriclasse a quella di tornare a Roma con un barista spacciato per centravanti. Inoltre, al suo arrivo in Argentina, Lombardo viene riconosciuto e scoperto per “cacciatore di calciatori“, nonchè minacciato qualora portasse via al paese qualche futuro campione.

Ma l’ex calciatore non è tipo da farsi intimidire, del resto Sacerdoti gli ha commissionato un compito delicato perchè vuole rendere la sua Roma una delle migliori compagini del campionato e portare nella capitale quello scudetto che ha gia sfiorato la Lazio e che i giallorossi potrebbero conquistare a pochi anni dalla loro fondazione. Lombardo va a visionare, fra le altre, l’Estudiantes e resta folgorato dal duo Guaita-Scopelli, due attacccanti veloci e in totale sintonia fra loro; non c’è altro da vedere per lui, sono questi i profili giusti per far grande la Roma ed è con loro che tornerà in Italia. Dopo un complicato dialogo con i dirigenti argentini, Lombardo riesce a strappare all’Estudiantes i due talenti e a ripartire per Roma con loro e col mediano Stagnaro, acquistato dal Racing Avellaneda. La Roma ha i suoi tre nuovi acquisti ed il presidente Sacerdoti si frega le mani contento: “Ora possiamo puntare al titolo”, dice ai suoi più stretti collaboratori.

E’ difficile inquadrare oggi la serie A degli anni trenta: il campionato, composto da 16 squadre, non ha nulla a che vedere con gli sfarzi odierni, i club sembrano andare avanti più per diletto e passione che per obbligo; certo, Genoa, Juventus, Milan, Inter, Pro Vercelli, Torino e Lazio sono società che fanno sul serio e la Roma vuole aggiungersi al treno dei pretendenti al titolo che è l’unico obiettivo possibile, vista l’assenza di coppe europee e nazionali che verranno introdotte solo qualche anno più tardi. Guaita, Scopelli e Stagnaro hanno tutti e tre chiare origini italiane e per loro vale il detto secondo cui gli argentini altro non sono che italiani di lingua spagnola. Il loro arrivo in Italia è del 1 maggio 1933 al porto di Genova e la sera stessa alla stazione Termini di Roma, accolti da diversi tifosi romanisti in festa. L’esordio dei tre argentini è in un’amichevole contro il Bayern Monaco nel celebre Campo Testaccio: Guaita delude, apparendo impacciato nei movimenti e per nulla concreto, mentre a destare la maggior impressione è Stagnaro che, viceversa, si rivelerà un flop.

Ma Enrico Guaita ci mette assai poco a conquistare Roma: il 24 settembre 1933 la Roma vince a Firenze per 3-1 e l’argentino, oltre a realizzare una doppietta, manda in visibilio il pubblico con giocate da fuoriclasse. Altro che bidone, Guaita diventa immediatamente il Corsaro Nero per i tifosi giallorossi, estasiati dai colpi dell’attaccante, eccitati dalla possibilità di competere con le rivali per la vittoria dello scudetto. La Roma ingrana in campionato e Guaita si afferma come uno dei migliori attaccanti della serie A, tanto che il commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, in virtù delle leggi vigenti in Italia all’epoca, lo arruola fra gli azzurri nonostante le 14 presenze già collezionate con la selezione argentina. Guaita diventa uno dei famosi oriundi della nazionale italiana, una scelta vincente che porterà l’Italia al successo ai mondiali del 1934, grazie al gol di Guaita in semifinale contro l’Austria e al suo assist per Schiavio nella rete decisiva in finale con la Cecoslovacchia.

L’argentino è ormai l’idolo indiscusso del popolo romanista, l’architrave di una squadra che progressivamente vuole diventare la protagonista numero uno del calcio italiano. Dopo un’epica sfida in Inghilterra con la Nazionale, Guaita rimedia così tante botte alla caviglia da dover dare forfait nell’importantissimo Ambrosiana Inter-Roma del novembre 1934; ma la voglia e il carisma dell’attaccante sono più forti di tutto: con due infiltrazioni e imbottito di analgesici, Guaita monta sul treno notturno che lo conduce ugualmente a Milano e lo catapulta direttamente in campo il giorno dopo. Gli stessi calciatori dell’Ambrosiana se lo ritrovano davanti a sorpresa, qualcuno chiede anche ai colleghi giallorossi: “Ma non era malato?”. Altro che malato, Guaita sembra rifiorito e un suo bolide dalla distanza regala alla Roma l’ennesima vittoria di un campionato che la porterà al quarto posto, eleggendo proprio Enrico Guaita come capocannoniere del torneo con 28 reti in 29 partite (record imbattuto nei tornei a 16 squadre), alla faccia dei dubbi iniziali e dell’originario ruolo di ala, perchè l’allenatore romanista Barbesino lo ha da tempo trasformato in centravanti, un antenato del recente Dries Mertens napoletano. La Roma è ormai matura e in molti la candidano come grande favorita del campionato che sta per incominciare, quando improvvisamente la favola arriva ai titoli di coda.

Guaita, assieme agli altri due oriundi Stagnaro e Scopelli, sostiene le rituali visite per il servizio di leva. Nulla di preoccupante, è e sarà per sempre la prassi per ogni calciatore, fino alla scomparsa dell’obbligo di leva nei primi anni duemila. I tre vengono arruolati nel corpo dei Bersaglieri e da lì iniziano ad aver timori, chissà poi quanto fondati: il rischio è infatti il possibile coinvolgimento delle nuove leve militari nella famosa “questione etiopica”, con l’Italia pronta ad inviare in Africa un proprio contingente. Sui giornali, del resto, non si parla d’altro e Guaita, Stagnaro e Scopelli sono terrorizzati dall’idea di dover riporre gli scarpini da calcio in borsa e dover indossare abiti di guerra. I tre si parlano, confabulano fra di loro, alla fine parlano con il direttore sportivo della Roma, Vincenzo Biancone, il quale li rassicura: “Ma quale partenza per l’Africa – gli risponde quasi divertito il dirigente giallorosso – voi, come tutti gli altri calciatori, non finirete sotto le armi”. Ma i tre giocatori non sono convinti affatto e rilanciano: “Abbiamo paura, vogliamo consultarci col consolato argentino a Roma per capire se esistano maggiori garanzie su come evitare un’eventuale chiamata”.

La situazione in casa Roma sta precipitando e ci sono problemi anche più gravi: il vecchio presidente Sacerdoti, ebreo, ha lasciato la carica e il nuovo proprietario romanista è Vittorio Scialoja che il giorno della discussione fra i tre argentini e Biancone accetta la richiesta di Guaita che vuole 10.000 lire di stipendio, un record per l’Italia. Lo stesso Guaita, Scopelli e Stagnaro si fanno accompagnare da Biancone e da un altro consigliere della Roma davanti al consolato argentino dove però non entreranno mai. L’appuntamento per la seduta di allenamento pomeridiana, infatti, viene disertato dai tre, senza che la cosa desti particolare preoccupazione nè nell’allenatore e nè nella società, tutti convinti che i calciatori siano stati trattenuti per beghe burocratiche e Whatsapp non esiste ancora per una veloce comunicazione circa il ritardo. L’ansia sale verso sera quando i calciatori non si vedono ancora e quando, soprattutto, un paio di tifosi raggiungono la sede della Roma per comunicare che hanno visto Guaita salire con bagagli e famiglia sulla propria macchina e partire a tutta velocità. Ma c’è di più: il giorno dopo un altro testimone racconta che Guaita ha raggiunto Scopelli e Stagnaro e che con le rispettive mogli sono partiti, scappati, diranno poi.

I tre calciatori romanisti, verrà accertato nei giorni successivi, lasciano l’Italia raggiungendo la Liguria in macchina e salpando su una nave diretta in Francia e tornando poi in Sudamerica con una bastimento merci. Non hanno creduto alle rassicurazioni della Roma, hanno preferito la fuga al rischio (poi infondato) di dover partire per l’Africa nel contingente italiano diretto in Etiopia ed Eritrea, scegliendo di risultare come disertori; l’Italia li addita immediatamente come traditori della patria, i giornali del regime Fascista parlano di pecore travestite da leoni, di incoscienti, di esempi di viltà nei quali i veri italiani non si riconoscono. Qualcuno, in seguito, parlerà di maligni che, non vedendo di buon occhio la Roma, avrebbero consigliato i tre argentini male, spingendoli ad abbandonare il paese, sottraendo così ai giallorossi tre pedine importanti di una squadra forse destinata al successo. Il regime, inoltre, bandirà un possibile ritorno dei disertori accusandoli di traffico illecito di valuta nazionale, tirando nella vicenda anche l’ex presidente Sacerdoti che, oltretutto di religione ebraica, finirà per essere costretto all’espatrio.

Enrico Guaita termina in pratica qui una carriera calcistica dalle prospettive luminose: dopo la fuga dall’Italia, infatti, non riuscirà ad affermarsi in Argentina, probabilmente anche perchè mal sopportato da una parte del paese che non aveva apprezzato il ritorno da quasi clandestino e la paura di essere arruolato in Italia, oltre che, forse, detestando quel talento che dall’Argentina era andato via per cercare fortuna altrove, giocando pure con la nazionale di un altro paese, tradendo così la natia patria. Storia di un traditore, si potrebbe definire così la vita di Guaita, in realtà solo troppo prudente in un’epoca in cui, evidentemente, la cautela non era mai troppa. Calcisticamente, l’attaccante sudamericano verrà ingaggiato dal Racing Avellaneda prima e dall’Estudiantes poi, segnando ancora qualche rete e chiudendo la carriera alla soglia dei trent’anni, nell’indifferenza generale di un mondo che avrebbe potuto avere ai suoi piedi. Guaita lascerà il calcio, deluso e forse pentito di una scelta che di fatto gli ha rovinato carriera ed esistenza.

Viene assunto come direttore del carcere di Bahia Bianca ma dopo poco perde il posto a causa di motivi mai realmente accertati ma riconducibili a questioni politiche legate ai moti argentini, ritrovandosi in ristrettezze economiche senza riuscir più a trovare un lavoro stabile anche a causa di condizioni di salute che incominciano a indebolirlo. Povero e minato nel fisico, Enrico Guaita passerà gli ultimi anni della sua vita in casa di amici, ospitato per carità e benevolenza, dove morirà il 18 maggio 1959 a neanche cinquant’anni, ormai debole e malato, dimenticato da tutti. Alejandro Scopelli è invece diventato allenatore ed è morto nel 1987 a 79 anni, mentre di Andrès Stagnaro, dopo il ritorno in Argentina, si sono perse per sempre le tracce. Roma, ancora oggi, rimpiange quel trio di argentini che avrebbe potuto anticipare quello scudetto vinto poi nel 1942; in particolare, la fuga di Enrico Guaita è ritenuta mitologica dall’ambiente giallorosso, per sempre innamorato del suo Corsaro Nero.

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Silvio Piola, il primo bomber

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ESQUIRE.COM (Gabriele Lippi) – Nato a Robbio, in provincia di Pavia, il 29 settembre 1913, Silvio Piola è ancora oggi il recordman per gol nel massimo campionato italiano: 290, divisi tra i 16 nella Divisione Nazionale e i 274 in Serie A. Terzo miglior marcatore di sempre nella Nazionale con 30 gol, dietro Gigi Riva e Giuseppe Meazza, è il più grande bomber nella massima categoria per Pro Vercelli, Novara e Lazio. Di quest’ultima è anche il miglior marcatore assoluto di tutti i tempi.

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Gli anni alla Pro Vercelli

Piola aveva 16 anni quando fece il suo esordio in Serie A con la Pro Vercelli. Quattro partite nella stagione 1929-1930 e due reti nell’amichevole contro il Red Star di Parigi, l’anno dopo era già titolare e andò subito in doppia cifra per reti realizzate. A Vercelli Piola cominciò a mettere in mostra qualità tecniche e umane fuori dal comune.

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La Lazio, il Torino e la Juventus

Dopo cinque stagioni alla Pro Vercelli, Piola passò alla Lazio nel 1934, all’età di appena 21 anni. Il suo trasferimento nella squadra della Capitale per la cifra di 200 mila lire fu fermamente voluto dal segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli, che si impegnò in prima persona per evitare l’intromissione di Ambrosiana e Torino e convincere un restio Piola a firmare un primo contratto da 70 mila lire a stagione poi alzato a 38 mila lire al mese. Alla Lazio avrebbe giocato per nove stagioni, segnando 159 reti, vincendo due volte la classifica cannonieri della Serie A e sfiorando la vittoria dello scudetto e della Coppa dell’Europa Centrale nella stagione 1936-37. Lasciò la Lazio nel 1943 per giocare un anno nel Torino e due nella Juventus, prima di chiudere la carriera con sette anni al Novara. L’11 gennaio del 1945 si era diffusa nel Sud Italia la notizia della sua morte in un bombardamento su Milano. Per mesi si susseguirono messe in suo suffragio prima che arrivasse la smentita definitiva: Piola era vivo, era tornato nel suo Piemonte e avrebbe giocato ancora a lungo, fino al 1954, alle soglie dei 41 anni.

Silvio Piola campione del mondo

In tutta la sua carriera, Piola non vinse mai uno scudetto, fu però protagonista nella Nazionale che conquistò il titolo di campione del Mondo a Francia 1938. Ai precedenti Mondiali, quelli di Italia 1934, Piola non aveva partecipato, ancora troppo giovane e chiuso da Meazza, Schiavio e Borell II. Segnò però 11 reti in sei presenze nella Nazionale B, e le reti realizzate con la maglia della Lazio convinsero uno scettico Vittorio Pozzo a convocarlo per la prima volta in Nazionale nel 1935, per una partita contro l’Austria, in occasione di un infortunio di Meazza. Piola non si aspettava quella chiamata ed era andato a caccia nelle campagne a sud di Roma, fu il compagno di squadra Giacomo Blason a rintracciarlo per comunicargli la notizia della convocazione. Piola non si lasciò sfuggire quell’unica occasione, segnò due gol al Prater, trascinando l’Italia alla vittoria, e conquistò definitivamente la fiducia di Pozzo che decise di portarlo con sé in Francia. Per fargli spazio, Pozzo spostò Meazza mezzala, e Piola segnò 5 gol nel Mondiale vinto dall’Italia con una doppietta nella finale vinta 4-2 contro l’Ungheria. Nel 1939, alle soglie dell’entrata in guerra dell’Italia, Piola segnò un gol di mano all’Inghilterra che lo rese ancora più un eroe nazionale.

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In anteprima nazionale “Gigi”, il documentario dedicato al campione rossoblu

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OTTOETRENTA.IT (Raffaella Aquino) – Arriva, in anteprima nazionale, al Cinema Citrigno di Cosenza, il prossimo 21 maggio, alle ore 20,00,  il documentario “Gigi”, dedicato al compianto campione e bandiera del Cosenza Calcio Gigi Marulla, scomparso il 19 luglio del 2015.

IL FILM DOCUMENTARIO, DI FRANCESCO GALLO, REALIZZATO CON FRANCESCO VILOTTA, FRANCESCO ABONANTE E GIOVANNI PERFETTI, È PRODOTTO DALLA ROOSTER PRODUZIONI, È PATROCINATO DAL COMUNE DI COSENZA E SOSTENUTO DALLA CALABRIA FILM COMMISSION. I FIGLI KEVIN E YLENIA MARULLA, GLI EX COMPAGNI DI SQUADRA, I TIFOSI E GLI AMICI RACCONTERANNO LA STORIA, NON SOLO SPORTIVA, MA ANCHE UMANA DI UN CAMPIONE DENTRO E FUORI DAL CAMPO CHE HA SCRITTO PAGINE INDIMENTICABILI DELLA STORIA DEL COSENZA CALCIO.

L’intero incasso della serata sarà devoluto in beneficenza all’associazione La Terra di Piero. L’evento è realizzato in collaborazione, tra gli altri, con il Cinema Citrigno, la Calabria Film Commission, MK Records, l’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), la Società Italiana Storia dello Sport e l’Archivio Tucci-Pescatore.

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Un sogno di 56 anni fa

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ULTIMOUOMO.COM (Marco Gaetani)

[…] Il torneo aveva ripreso quota da poco: lo stop bellico aveva frenato lo slancio della competizione, nata di fatto nel 1935 dopo la sua prima versione embrionale, quella vinta dal Vado nel 1922 in pieno scisma del calcio italiano. Soltanto nel 1958, quindici anni dopo l’ultima edizione, vinta dal Torino il 30 maggio del 1943, si era ripartiti con la vittoria della Lazio, proseguendo per tre stagioni con una formula che prevedeva la finale a fine estate, a settembre, per poi riallineare i calendari in occasione della stagione 1960/61, con il successo della Fiorentina. In queste primissime edizioni, la Coppa Italia è un torneo che sa riservare sorprese. Nel 1941 aveva stupito tutti il Venezia, che presentava però due ragazzi niente male in rosa: Ezio Loik e Valentino Mazzola, future colonne del Grande Torino. Il 21 giugno 1962, con una vittoria a sorpresa, il Napoli aveva piegato la resistenza della SPAL, diventando l’unica squadra di Serie B, insieme al Vado nel 1922, a vincere la competizione.

Ai blocchi di partenza della Coppa Italia 1962/63 si presentano trentotto squadre: le diciotto di A e le venti di B. Non sono previsti gironi, e dopo il primo turno ne restano diciannove: delle “big”, vita facile per Juventus, Roma, Fiorentina, Genoa e Inter. Il Torino passa soltanto grazie al lancio della monetina contro la Triestina, lo stesso capita alla Lucchese contro il Mantova. Il Napoli, detentore del trofeo, viene beffato dal Messina, ed esce in fretta anche l’altra finalista, la SPAL, affossata dal Catanzaro. Il Milan arranca ma supera il Parma di misura, l’Atalanta viene citata soltanto marginalmente dalle cronache dell’epoca dopo aver battuto ai supplementari il Como.

Con diciannove club qualificati al turno successivo, per l’organizzazione iniziano i problemi. La soluzione adottata è quella di ben tredici “bye” (termine di origine tennistica che indica il salto direttamente al turno successivo, senza disputare la partita): per il secondo turno scendono in campo solamente sei squadre, scelte tramite sorteggio. Il Genoa supera a domicilio la Fiorentina, la Roma batte 3-1 il Catanzaro, la Juventus è corsara in casa del Foggia & Incedit. L’Atalanta aspetta il Catania negli ottavi di finale e in pochi si preoccupano degli “orobici”, che pure hanno chiuso al sesto posto la stagione precedente, con Ferruccio Valcareggi in panchina.

È stato un triennio di consolidamento, quello agli ordini del tecnico triestino. Un periodo aperto da un buon undicesimo posto in A nell’anno successivo alla promozione e dalla brutta notizia del ritiro prematuro di Stefano Angeleri, rimasto a lungo recordman di presenze in nerazzurro (316, superato in epoca recente soltanto da Gianpaolo Bellini). Una squadra via via ritoccata nel corso degli anni, fino al brillante sesto posto del 1962, anno in cui la “Dea” aveva raggiunto anche la semifinale di Mitropa. A quella cavalcata aveva preso parte anche una futura leggenda del club, Fermo Favini, assente però nella rosa della stagione successiva. Non c’è più nemmeno Valcareggi, sedotto dalla Fiorentina. Al suo posto, dopo un lungo girovagare per l’Italia (Baracca Lugo, Ponte San Pietro, Parma, Sampdoria, SPAL, Bari e Foggia), un vecchio cuore nerazzurro come Paolo Tabanelli. Nel suo piano, Domenghini deve iniziare a ritagliarsi un ruolo di maggiore responsabilità. In porta c’è un nome iconico: Pier Luigi Pizzaballa, destinato a entrare nella storia del calcio un anno più tardi per l’introvabilità della sua figurina Panini. È uno dei tanti bergamaschi di quella squadra, insieme a capitan Gardoni, Pesenti, Roncoli, Rota, Gentili e Nodari, e si è trovato titolare all’improvviso, complice un grave infortunio subito da Cometti.

Per gli ottavi di finale, l’organizzazione non prevede più il lancio di monetina in caso di parità ma i calci di rigore. Vi ricorrono Torino ed Hellas Verona per avere la meglio su Bologna e Lucchese, mentre iniziano a saltare le big. Il Milan perde in casa con la Sampdoria, l’Inter viene eliminata a domicilio dal Padova, formazione di Serie B, e la Roma si fa beffare dal Genoa. L’Atalanta fa il suo dovere contro il Catania, sfruttando anche il palese disinteresse dei siciliani per la competizione. Il tecnico Di Bella lo dichiara apertamente alla vigilia, lasciando fuori Szymaniak, Battaglia e molti altri titolari. «Ma che interesse possiamo avere nella Coppa Italia? Non ci facciamo neppure i soldi per pagare le spese di queste lunghe trasferte, mentre corriamo grossi rischi di rovinare i nostri giocatori migliori». Gli etnei scendono in campo con un sedicenne, tale Malerba. Fa turnover anche Tabanelli, lasciando a riposo Mereghetti, Domenghini, Magistrelli e Calvanese. Decide una doppietta di Christensen, 2-1 il risultato finale, con qualche nube sull’arbitraggio: «Strana direzione di Varazzani, un arbitro che applica approssimativamente il regolamento», scrive Giulio Accatino nella cronaca del match. «Convalida i goal atalantini viziati il primo da un netto fallo di Da Costa ai danni di Benaglia e il secondo da un fuorigioco palese di Christensen».

Restano otto squadre in ballo e gli accoppiamenti dei quarti sono i seguenti: Bari-Genoa, Juventus-Hellas Verona, Sampdoria-Torino, Atalanta-Padova. I primi a scendere in campo sono proprio i bergamaschi: vita facilissima, 2-0 e semifinali in tasca. La notizia clamorosa è l’eliminazione della Juventus (0-1) per mano dell’Hellas. Avanza anche un’altra formazione di B, il Bari, che ha bisogno dei supplementari per eliminare il Genoa. Proprio i pugliesi sono l’avversario dell’Atalanta in semifinale, mentre il Torino pesca il Verona. Stavolta si fa sul serio, non c’è turnover che tenga.

La “Dea” scende in campo con Pizzaballa, Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardoni, Colombo; Domenghini, Da Costa, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli. Il Bari tiene benissimo il campo per un tempo, non mostrando di accusare la differenza di qualità. Nella ripresa, Tabanelli ordina l’assalto, consentendo anche a Colombo di sganciarsi più spesso in avanti. È proprio lui a raccogliere un assist di Nielsen e a colpire il palo con una conclusione potentissima, ribadita in rete da Dino Da Costa a porta sguarnita. Figlio di un autista di filobus, divenuto in fretta stellina del Botafogo, Da Costa ha un passato in un tridente d’attacco atomico, con Garrincha e Luis Vinicio (“‘O lione”, come sarebbe stato chiamato nella sua esperienza napoletana), ed è stato portato in Italia dalla Roma, con cui ha vissuto cinque anni fantastici. Gli osservatori lo avevano visto all’opera in una tournée italiana del club e ne avevano immediatamente suggerito l’acquisto a Renato Sacerdoti nel corso della sua seconda presidenza giallorossa: la prima si era interrotta bruscamente nel 1935 poiché, in quanto ebreo, venne arrestato e mandato al confino, nonostante l’indubbia vicinanza al Partito Nazionale Fascista: non mancano le foto di Sacerdoti che, in alta uniforme, prende parte alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Sfuggito alle deportazioni grazie a un rocambolesco nascondiglio in un convento, Sacerdoti aveva quindi deciso di rifare grande la Roma, e Da Costa era stato un tassello fondamentale nella sua opera di rinascita.

Il campionato finisce il 26 maggio e l’Inter è campione d’Italia, mentre l’Atalanta è ottava, con Da Costa miglior realizzatore della squadra: battendo il Napoli all’ultima giornata, la squadra nerazzurra condanna i partenopei alla retrocessione. È una partita che lascia un’onda polemica, con gli azzurri pronti ad accusare gli avversari di eccessivo impegno: «Nell’ultima gara, per ammissione esplicita di taluni fra i giocatori, l’Atalanta ha messo l’impegno di chi ricordava certe poco simpatiche accoglienze ricevute nel girone d’andata sul campo partenopeo. È strano dover dare questa cruda spiegazione per il comportamento perfettamente in regola con la correttezza sportiva della compagine bergamasca, ma è l’ambiente di una parte del calcio italiano che vuole questo», si legge su La Stampa del 27 maggio 1963. «Vi sono tipi sempre pronti al sospetto: se una squadra non si impegna abbastanza è pagata per perdere, se si impegna a fondo sarà bene che spieghi chiaramente perché lo fa, onde non vedersi accusata di chissà quali intrallazzi a vantaggio di terzi», una fotografia che ci dice quanto poco sia cambiato il modo di interpretare il calcio nonostante il tempo che passa.

La vittoria

Sono giorni caldi per la Lega, che sta cercando disperatamente un modo per dare lustro alla Coppa Italia. Scottato dalle due semifinaliste di Serie B, il presidente della Lega Calcio, Giorgio Perlasca, decide di garantire un posto in semifinale nell’edizione 1963-64 a Milan, Inter, Juventus e alla vincitrice del torneo. Tra gli inviati al seguito per la finale di Milano, ce ne è uno d’eccezione: è Vittorio Pozzo, l’ex commissario tecnico della Nazionale italiana. Già allora, esattamente come oggi, si dibatteva in maniera accesa sul fascino della competizione: «Ogni volta che assistiamo alla finale di Coppa d’Inghilterra, manifestazione fra le più grandiose a cui dia luogo il giuoco della palla rotonda, ci torna naturale alla mente il quesito: perché non sia possibile di portare la consimile competizione italiana a un grado di successo che possa equivalere a quella inglese. Tentativi sono stati fatti, ma da noi la Coppa Italia non è mai andata al di là di una manifestazione di secondaria importanza. Perché?», si chiede una delle menti più illuminate del Novecento calcistico (e non solo) italiano.

Nel ritiro di Canzo, Tabanelli deve fare i conti con il forfait di Da Costa, che alza bandiera bianca nell’ultimo allenamento. Manca anche Nova ma rientra Magistrelli, pronto ad agire da ala sinistra con Domenghini sull’out opposto. L’altra finalista è il Torino, che in campionato ha chiuso con gli stessi punti degli orobici, 34. La gestione di Giacinto Ellena, arrivato a gennaio, non ha convinto più di tanto il nuovo patron, Orfeo Pianelli, futura icona granata. Proprio durante il ritiro prepartita, la squadra fa la conoscenza del tecnico della stagione successiva: si tratta di Nereo Rocco, campione d’Europa alla guida del Milan. Una mossa che, secondo alcune voci dell’epoca, può avere inficiato la serenità del gruppo granata, mentre quello orobico marcia compatto verso la meta.

Tabanelli e i suoi ragazzi vogliono quel trofeo, non lo vivono come una coppa secondaria ma come un grande obiettivo stagionale. In palio, oltre alla gloria, c’è anche la partecipazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. «L’Atalanta è una squadra seria, positiva, sana. Basta considerare il fatto che il sodalizio attinge in loco la maggioranza dei suoi elementi, diventando quindi un centro di produzione come potrebbero o dovrebbero esserlo tanti alti. Bergamo è città, è zona di gente quadrata e forte, nel morale e nel fisico. Questo è un riconoscimento che le va fatto in tono esplicito, anche come conseguenza della politica sportiva che ha voluto seguire», scrive Pozzo nell’analisi post finale. Una caratteristica che l’Atalanta presenterà spesso nella sua storia.

Il primo gol non sembra quasi provenire dal bagaglio tecnico di Domenghini. Punizione di Nielsen dalla trequarti destra, sul secondo palo spunta il numero 7 nerazzurro, in un inserimento di rara prepotenza. Per la velocità dell’arrivo sul pallone e la potenza dell’impatto, è un gol fuori dalla sua epoca. La rete di un giocatore modernissimo, che sta già attirando le attenzioni delle grandi italiane. L’esultanza, quella sì, è perfettamente coerente con i tempi. Non c’è nulla di artefatto nella gioia di “Domingo”, che scalcia il pallone in porta e si concede il saltello di chi non sa cosa fare, travolto soltanto dall’emozione. Nella ripresa, Domenghini raddoppia con una rete da opportunista, intervenendo sul sombrero di Magistrelli ai danni di Buzzacchera con una precisa conclusione mancina. Gli assalti granata sono vani, Pizzaballa è pazzesco su un sinistro al volo di Hitchens e “Domingo” può andare a calare il tris, stavolta con un’azione da ala tipica: dribbling a rientrare sul mancino, prima conclusione respinta, rimpallo fortunato per poi saltare il portiere e depositare in rete senza tanti fronzoli. La sua tripletta in finale di Coppa Italia resta l’unica su azione della storia: soltanto Giannini sarebbe riuscito a siglare tre gol nell’ultimo atto del torneo, ma tutti su calcio di rigore nella finale di ritorno con il Torino del 1993. Inutile, nei minuti conclusivi, la rete di Ferrini.

[…]

Quanto a “Domingo”, la speranza è quella di tornare a sentire squillare il telefono: «Sarebbe anche ora che la vincessimo questa Coppa Italia, son passati 56 anni e continuano a intervistarmi per quei tre gol».

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