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Enrico Guaita, il corsaro in fuga

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Molti tifosi se la prendono con quei calciatori che da un giorno all’altro cambiano squadra, attirati da un progetto tecnico migliore, o forse solamente da uno stipendio più alto. “E’ scappato”, dicono i sostenitori più accaniti, considerando il cuore e mai la professionalità degli atleti. Ad Enrico Guaita, invece, detto il Corsaro Nero, la fuga fu quasi indotta, in un’epoca complicata, dominata da un timore che neanche il calcio riusciva a lenire.

E’ un calcio d’altri tempi quello degli anni trenta, senza televisioni, senza quel clamore che accompagna invece lo sport moderno. E’ il calcio che da poco si sta affacciando e proponendo alla ribalta in Italia dove è ancora il ciclismo la disciplina più seguita dalla gente e più commentata nei bar e nei dopolavoro. Enrique Guaita, detto Enrico, fa parte di quel calcio, è nato in Argentina a Nogoyà il 15 luglio 1910 da una famiglia povera nella quale il papà ha tentato con poca fortuna l’avventura da calciatore, senza però andare oltre il campionato riserve con la maglia del Racing Avellaneda. Enrico è pero di tutt’altra pasta: ha talento, tanto talento, una classe purissima nei piedi ed una testa adatta al professionismo, anche se all’epoca non è il sogno di tutti i ragazzini fare il calciatore, motivo per cui risulta forse più semplice affermarsi per chi ha doti naturali come lui.

Scovato nei sobborghi di Buenos Aires e notato come ottima promessa, Guaita finisce a La Plata nelle giovanili dell’Estudiantes, una delle formazioni più forti dell’Argentina. A nemmeno diciott’anni sigla una tripletta nel 4-4 della sua squadra contro l’Independiente e di lui si accorge tutto il paese, perchè quell’ala veloce, tecnica ed efficace non sfugge alla vista e ai taccuini degli osservatori; Guaita finisce anche in nazionale, ma soprattutto diventa l’oggetto del desiderio di numerosi club sudamericani. L’Estudiantes, però, non molla il suo gioiello, fino al 1933 quando una curiosa combinazione lo porta in Italia: il presidente della Roma Renato Sacerdoti, infatti, incarica un ex calciatore giallorosso italo argentino, Nicola Lombardo, di andare a scovare qualche talento da poter far esplodere in serie A, consapevole che da Lombardo ci si potesse aspettare di tutto, dalla possibilità che rintracciasse un fuoriclasse a quella di tornare a Roma con un barista spacciato per centravanti. Inoltre, al suo arrivo in Argentina, Lombardo viene riconosciuto e scoperto per “cacciatore di calciatori“, nonchè minacciato qualora portasse via al paese qualche futuro campione.

Ma l’ex calciatore non è tipo da farsi intimidire, del resto Sacerdoti gli ha commissionato un compito delicato perchè vuole rendere la sua Roma una delle migliori compagini del campionato e portare nella capitale quello scudetto che ha gia sfiorato la Lazio e che i giallorossi potrebbero conquistare a pochi anni dalla loro fondazione. Lombardo va a visionare, fra le altre, l’Estudiantes e resta folgorato dal duo Guaita-Scopelli, due attacccanti veloci e in totale sintonia fra loro; non c’è altro da vedere per lui, sono questi i profili giusti per far grande la Roma ed è con loro che tornerà in Italia. Dopo un complicato dialogo con i dirigenti argentini, Lombardo riesce a strappare all’Estudiantes i due talenti e a ripartire per Roma con loro e col mediano Stagnaro, acquistato dal Racing Avellaneda. La Roma ha i suoi tre nuovi acquisti ed il presidente Sacerdoti si frega le mani contento: “Ora possiamo puntare al titolo”, dice ai suoi più stretti collaboratori.

E’ difficile inquadrare oggi la serie A degli anni trenta: il campionato, composto da 16 squadre, non ha nulla a che vedere con gli sfarzi odierni, i club sembrano andare avanti più per diletto e passione che per obbligo; certo, Genoa, Juventus, Milan, Inter, Pro Vercelli, Torino e Lazio sono società che fanno sul serio e la Roma vuole aggiungersi al treno dei pretendenti al titolo che è l’unico obiettivo possibile, vista l’assenza di coppe europee e nazionali che verranno introdotte solo qualche anno più tardi. Guaita, Scopelli e Stagnaro hanno tutti e tre chiare origini italiane e per loro vale il detto secondo cui gli argentini altro non sono che italiani di lingua spagnola. Il loro arrivo in Italia è del 1 maggio 1933 al porto di Genova e la sera stessa alla stazione Termini di Roma, accolti da diversi tifosi romanisti in festa. L’esordio dei tre argentini è in un’amichevole contro il Bayern Monaco nel celebre Campo Testaccio: Guaita delude, apparendo impacciato nei movimenti e per nulla concreto, mentre a destare la maggior impressione è Stagnaro che, viceversa, si rivelerà un flop.

Ma Enrico Guaita ci mette assai poco a conquistare Roma: il 24 settembre 1933 la Roma vince a Firenze per 3-1 e l’argentino, oltre a realizzare una doppietta, manda in visibilio il pubblico con giocate da fuoriclasse. Altro che bidone, Guaita diventa immediatamente il Corsaro Nero per i tifosi giallorossi, estasiati dai colpi dell’attaccante, eccitati dalla possibilità di competere con le rivali per la vittoria dello scudetto. La Roma ingrana in campionato e Guaita si afferma come uno dei migliori attaccanti della serie A, tanto che il commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, in virtù delle leggi vigenti in Italia all’epoca, lo arruola fra gli azzurri nonostante le 14 presenze già collezionate con la selezione argentina. Guaita diventa uno dei famosi oriundi della nazionale italiana, una scelta vincente che porterà l’Italia al successo ai mondiali del 1934, grazie al gol di Guaita in semifinale contro l’Austria e al suo assist per Schiavio nella rete decisiva in finale con la Cecoslovacchia.

L’argentino è ormai l’idolo indiscusso del popolo romanista, l’architrave di una squadra che progressivamente vuole diventare la protagonista numero uno del calcio italiano. Dopo un’epica sfida in Inghilterra con la Nazionale, Guaita rimedia così tante botte alla caviglia da dover dare forfait nell’importantissimo Ambrosiana Inter-Roma del novembre 1934; ma la voglia e il carisma dell’attaccante sono più forti di tutto: con due infiltrazioni e imbottito di analgesici, Guaita monta sul treno notturno che lo conduce ugualmente a Milano e lo catapulta direttamente in campo il giorno dopo. Gli stessi calciatori dell’Ambrosiana se lo ritrovano davanti a sorpresa, qualcuno chiede anche ai colleghi giallorossi: “Ma non era malato?”. Altro che malato, Guaita sembra rifiorito e un suo bolide dalla distanza regala alla Roma l’ennesima vittoria di un campionato che la porterà al quarto posto, eleggendo proprio Enrico Guaita come capocannoniere del torneo con 28 reti in 29 partite (record imbattuto nei tornei a 16 squadre), alla faccia dei dubbi iniziali e dell’originario ruolo di ala, perchè l’allenatore romanista Barbesino lo ha da tempo trasformato in centravanti, un antenato del recente Dries Mertens napoletano. La Roma è ormai matura e in molti la candidano come grande favorita del campionato che sta per incominciare, quando improvvisamente la favola arriva ai titoli di coda.

Guaita, assieme agli altri due oriundi Stagnaro e Scopelli, sostiene le rituali visite per il servizio di leva. Nulla di preoccupante, è e sarà per sempre la prassi per ogni calciatore, fino alla scomparsa dell’obbligo di leva nei primi anni duemila. I tre vengono arruolati nel corpo dei Bersaglieri e da lì iniziano ad aver timori, chissà poi quanto fondati: il rischio è infatti il possibile coinvolgimento delle nuove leve militari nella famosa “questione etiopica”, con l’Italia pronta ad inviare in Africa un proprio contingente. Sui giornali, del resto, non si parla d’altro e Guaita, Stagnaro e Scopelli sono terrorizzati dall’idea di dover riporre gli scarpini da calcio in borsa e dover indossare abiti di guerra. I tre si parlano, confabulano fra di loro, alla fine parlano con il direttore sportivo della Roma, Vincenzo Biancone, il quale li rassicura: “Ma quale partenza per l’Africa – gli risponde quasi divertito il dirigente giallorosso – voi, come tutti gli altri calciatori, non finirete sotto le armi”. Ma i tre giocatori non sono convinti affatto e rilanciano: “Abbiamo paura, vogliamo consultarci col consolato argentino a Roma per capire se esistano maggiori garanzie su come evitare un’eventuale chiamata”.

La situazione in casa Roma sta precipitando e ci sono problemi anche più gravi: il vecchio presidente Sacerdoti, ebreo, ha lasciato la carica e il nuovo proprietario romanista è Vittorio Scialoja che il giorno della discussione fra i tre argentini e Biancone accetta la richiesta di Guaita che vuole 10.000 lire di stipendio, un record per l’Italia. Lo stesso Guaita, Scopelli e Stagnaro si fanno accompagnare da Biancone e da un altro consigliere della Roma davanti al consolato argentino dove però non entreranno mai. L’appuntamento per la seduta di allenamento pomeridiana, infatti, viene disertato dai tre, senza che la cosa desti particolare preoccupazione nè nell’allenatore e nè nella società, tutti convinti che i calciatori siano stati trattenuti per beghe burocratiche e Whatsapp non esiste ancora per una veloce comunicazione circa il ritardo. L’ansia sale verso sera quando i calciatori non si vedono ancora e quando, soprattutto, un paio di tifosi raggiungono la sede della Roma per comunicare che hanno visto Guaita salire con bagagli e famiglia sulla propria macchina e partire a tutta velocità. Ma c’è di più: il giorno dopo un altro testimone racconta che Guaita ha raggiunto Scopelli e Stagnaro e che con le rispettive mogli sono partiti, scappati, diranno poi.

I tre calciatori romanisti, verrà accertato nei giorni successivi, lasciano l’Italia raggiungendo la Liguria in macchina e salpando su una nave diretta in Francia e tornando poi in Sudamerica con una bastimento merci. Non hanno creduto alle rassicurazioni della Roma, hanno preferito la fuga al rischio (poi infondato) di dover partire per l’Africa nel contingente italiano diretto in Etiopia ed Eritrea, scegliendo di risultare come disertori; l’Italia li addita immediatamente come traditori della patria, i giornali del regime Fascista parlano di pecore travestite da leoni, di incoscienti, di esempi di viltà nei quali i veri italiani non si riconoscono. Qualcuno, in seguito, parlerà di maligni che, non vedendo di buon occhio la Roma, avrebbero consigliato i tre argentini male, spingendoli ad abbandonare il paese, sottraendo così ai giallorossi tre pedine importanti di una squadra forse destinata al successo. Il regime, inoltre, bandirà un possibile ritorno dei disertori accusandoli di traffico illecito di valuta nazionale, tirando nella vicenda anche l’ex presidente Sacerdoti che, oltretutto di religione ebraica, finirà per essere costretto all’espatrio.

Enrico Guaita termina in pratica qui una carriera calcistica dalle prospettive luminose: dopo la fuga dall’Italia, infatti, non riuscirà ad affermarsi in Argentina, probabilmente anche perchè mal sopportato da una parte del paese che non aveva apprezzato il ritorno da quasi clandestino e la paura di essere arruolato in Italia, oltre che, forse, detestando quel talento che dall’Argentina era andato via per cercare fortuna altrove, giocando pure con la nazionale di un altro paese, tradendo così la natia patria. Storia di un traditore, si potrebbe definire così la vita di Guaita, in realtà solo troppo prudente in un’epoca in cui, evidentemente, la cautela non era mai troppa. Calcisticamente, l’attaccante sudamericano verrà ingaggiato dal Racing Avellaneda prima e dall’Estudiantes poi, segnando ancora qualche rete e chiudendo la carriera alla soglia dei trent’anni, nell’indifferenza generale di un mondo che avrebbe potuto avere ai suoi piedi. Guaita lascerà il calcio, deluso e forse pentito di una scelta che di fatto gli ha rovinato carriera ed esistenza.

Viene assunto come direttore del carcere di Bahia Bianca ma dopo poco perde il posto a causa di motivi mai realmente accertati ma riconducibili a questioni politiche legate ai moti argentini, ritrovandosi in ristrettezze economiche senza riuscir più a trovare un lavoro stabile anche a causa di condizioni di salute che incominciano a indebolirlo. Povero e minato nel fisico, Enrico Guaita passerà gli ultimi anni della sua vita in casa di amici, ospitato per carità e benevolenza, dove morirà il 18 maggio 1959 a neanche cinquant’anni, ormai debole e malato, dimenticato da tutti. Alejandro Scopelli è invece diventato allenatore ed è morto nel 1987 a 79 anni, mentre di Andrès Stagnaro, dopo il ritorno in Argentina, si sono perse per sempre le tracce. Roma, ancora oggi, rimpiange quel trio di argentini che avrebbe potuto anticipare quello scudetto vinto poi nel 1942; in particolare, la fuga di Enrico Guaita è ritenuta mitologica dall’ambiente giallorosso, per sempre innamorato del suo Corsaro Nero.

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Il 19 marzo 1959 venne inaugurato lo stadio Flaminio: 60 anni tra storia e abbandono

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FANPAGE.IT (Vito Lamorte) – Ci sono alcune domande a cui è difficile dare una risposta. Una di queste è certamente quella che riguarda lo stato di salute e di sicurezza dello stadio Flaminio. Incassato tra viale Tiziano e corso Francia, il secondo impianto sportivo polivalente di Roma è lì fermo e ormai sembra quasi che nessuno si accorga più della sua presenza. Si tratta del secondo impianto sportivo della Capitale per capienza dopo l’Olimpico e fu voluto da Antonio Nervi e il padre Pier Luigi per le Olimpiadi del 1960. Costruito al posto dello stadio Nazionale, che era stato dedicato alla squadra del Grande Torino, i lavori per il Flaminio durarono un anno e poco più  e costò circa 900 milioni di lire dell’epoca.

Oltre al rettangolo verde vi erano una piscina coperta, lunga 25 metri e larga 10; e cinque palestre per pugilato, ginnastica e atletica pesante ma quello che rende il Flaminio una struttura unica è il suo amalgamarsi nel tessuto cittadino come una struttura qualsiasi: tra il PalaTiziano e l’Auditorium Parco della Musica si erge questa costruzione che per tanto, troppo tempo è stata dimenticata dalla politica e dal mondo dello sport ed è diventata lo specchio di incuria e di promesse tradite.

Oggi sono precisamente 60 anni dall’inaugurazione del Flaminio, che venne festeggiata con un incontro amichevole tra le rappresentative dilettantistiche calcistiche di Italia e Paesi Bassi e fu trasmesso in diretta televisiva con la telecronaca del mitico Nicolò Carosio ma, certamente, questo impianto ha vissuto tempi migliori.

Impiegato per molto tempo per fare calcio, nella stagione 1989/’90 Lazio e Roma giocarono l’intero campionato al Flaminio per via dei lavori allo stadio Olimpico in vista di Italia ’90, e rugby; al momento non è possibile utilizzarlo per lo stato in cui è caduto: tra immondizia, vetri rotti e segni di stanziamenti umani lo scorso ottobre è partita ufficialmente la bonifica dell’impianto, già annunciata a luglio 2018 dall’assessore allo Sport di Roma Capitale, Daniele Frongia, ma sembra che tutto si sia fermato lì. Non un passo avanti per una assegnazione o un’opera di riqualificazione seria e pianificata.

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E’ scomparso Giuseppe Malavasi

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PISTOIASPORT.COM – Grande dolore in casa Pistoiese per la tristissima notizia della scomparsa di Giuseppe Malavasi, avvenuta nella giornata di ieri. Malavasi ha lasciato un ricordo indelebile e con lui scompare una persona che ha fatto la storia della grande famiglia arancione.

Malavasi, vedovo da qualche anno dell’amatissima Nicoletta Nanni, faceva il nonno a tempo pieno, in ottima salute, fino a pochi giorni fa. Aveva 81 anni. Lunga la sua permanenza alla Pistoiese, in cui fu protagonista diretto in qualità di allenatore in seconda della grande ascesa arancione durante la presidenza Melani. Successivamente fu anche primo allenatore nella stagione 1984/85.

Prima di iniziare la carriera sulla panchina della Pistoiese, aveva svolto un’ottima carriera da calciatore, giocando anche in serie A nel Bologna, Taranto e Trani. Lasciata Pistoia, è rimasto nel calcio allenando per qualche anno la squadra femminile del Bologna. Ma al nome di Malavasi si lega anche e soprattutto l’arrivo alla Pistoiese di Luis Silvio Danuello, individuato dal tecnico bolognese nel corso di una trasferta brasiliana finalizzata alla firma di un giovane talento verdeoro. Un episodio professionale rimasto nella storia del calcio (ha ispirato la trama del film L’allenatore nel Pallone), con tante aneddotiche – in parte anche frutto della fantasia popolare – che aggiungono senz’altro qualcosa al mito della grande Pistoiese degli anni settanta e ottanta.

Pur essendosi divise le strade, un filo arancione ha sempre legato la società e questo piccolo grande uomo, che ieri se n’è andato in punta di piedi lasciando un gran vuoto nel cuore di tutti. Il cordoglio del presidente Orazio Ferrari, che si rende partecipe del sentimento degli sportivi, è rivolto ai congiunti, in particolare alle figlie Giorgia e Alessandra. La salma di Giuseppe Malavasi sarà esposta giovedì 21, dalle ore 14 alle 16, nella camera mortuaria dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

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Anche MONDOROSSOBLU.IT, il portale che segue le vicende del Taranto ha oggi dato la triste notizia…

“Lutto nel mondo del calcio. E’ scomparso all’età di 81 anni Giuseppe Malavasi, ex centrocampista classe 1938 che ha vestito la maglia del Taranto per tre stagioni. Nel campionato 1968/1969, con la maglia rossoblù, conquistò una promozione in Serie B collezionando 28 presenze e realizzando anche un rete. Giocò con il Taranto anche nelle successive due stagioni di cadetteria, quelle 1969/1970 e 1970/1971, dove collezionò rispettivamente 36 e 29 presenze segnando complessivamente altri 3 gol.”

Si aggiunge al ricordo anche TUTTOBOLOGNAWEB.IT, “Lutto in casa rossoblù: Giuseppe Malavasi, ex attaccante del Bologna, si è spento ieri all’età di 80 anni. In maglia rossoblù ha vissuto il suo giorno di gloria il 6 ottobre 1957, quando realizzò uno dei due gol con cui il Bologna stese per 2-1 il Torino al Comunale. Malavasi era nato il 22 maggio 1938 e si era formato nel settore giovanile rossoblù. Aveva esordito in un Roma-Bologna 2-3 datato 16 giugno 1957, collezionando, in due stagioni dal ‘56 al ‘58, 5 presenze in serie A e 2 in Coppa Italia, condite da quell’unico gol al Torino”.

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Amarcord: penalizzazione e sofferenza, quando Andrea Carnevale salvò il Pescara dalla serie C

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era una volta il Pescara di Giovanni Galeone, una fantastica provinciale che con un gioco brillante e fantasioso aveva stupito la serie A alla fine degli anni ottanta, vincendo, ad esempio, a San Siro contro l’Inter e all’Olimpico con la Roma e destando stupore in tutta Italia. Un Pescara nato e finito nel giro di appena 6 anni, passato dalle stelle alle stalle col rischio di una caduta verticale dalla serie A alla serie C, evitata all’ultimo respiro e grazie alle gesta di un campione.

Il Pescara che si appresta a disputare il campionato di serie B 1993-94 è una squadra del tutto ridimensionata da quella che appena due stagioni prima aveva dominato la serie B con Galeone in panchina e Massimiliano Allegri guida in mezzo al campo, ma retrocesso immediatamente al termine di un’annata, quella 1992-93, con l’ultimo posto occupato in pratica da inizio a fine torneo. Nell’estate del 1993 in riva all’Adriatico, nonostante le premesse di una nuova stagione da protagonisti, si abbatte come una mannaia la pesantissima onta dell’illecito sportivo: per una gara relativa a due anni prima (14 giugno 1992) contro il Taranto, infatti, finita nel mirino della procura, il Pescara viene penalizzato di 3 punti da scontare all’inizio del campionato 1993-94, mentre il tecnico Galeone squalificato. Il Taranto aveva vinto quella partita per 2-1 ottenendo la salvezza, ma alcune intercettazioni fra lo stesso Galeone ed una sua amica in cui venivano fatti chiari riferimenti a combine fra le due squadre, avevano gettato ombre e sospetti sulla gara in questione, sino alla decisione finale di penalizzare entrambe le società.

Con soli 2 punti a vittoria (ultimo campionato prima dell’introduzione dei 3 punti assegnati dopo ogni successo) e con un organico ridimensionato, le ambizioni del nuovo Pescara non possono che essere quelle di ottenere una tranquilla salvezza, riponendo almeno momentaneamente i sogni di gloria. Galeone è stato licenziato e in panchina arriva la conferma di Vincenzo Zucchini, il quale non è però in possesso del patentino e viene così affiancato da Gianni Corelli. In campo non ci sono più alcuni pezzi da novanta della vecchia guardia: da Allegri a Dunga passando per il trio Camplone-Gelsi-Pagano, ceduti in blocco al Perugia, il nuovo Pescara deve riorganizzarsi e lo fa puntando sull’usato sicuro; in Abruzzo sbarcano l’ex milanista Gianluca Gaudenzi, i baresi Loseto e Terracenere, ma soprattutto la conferma di Andrea Carnevale, un passato importante in Nazionale nonchè con le maglie di Napoli e Roma, reduce da un’annata divisa fra Udine e Pescara in serie A. Carnevale, classe 1961, va per i 33 anni, non è mai stato un bomber da 20 reti a stagione, ma la sua esperienza e la sua classe per la serie B possono essere più che sufficienti ad aiutare i pescaresi a centrare l’obiettivo salvezza.

La squadra del duo Corelli-Zucchini non parte benissimo: nelle prime 6 giornate, infatti, il Pescara ottiene appena 5 punti, vincendo solamente contro il neopromosso Acireale alla quinta giornata e perdendo per ben tre volte, in casa contro la Lucchese ed in trasferta contro Padova e Palermo. Al termine di Palermo-Pescara 3-2 del 3 ottobre 1993, il presidente Scibilia opta per l’esonero della strana coppia di allenatori e chiama in panchina il vulcanico ma carismatico Franco Scoglio; il professore si presenta a Pescara sicuro del fatto suo, ma in sole tre settimane si fa cacciare: il Pescara, infatti, prima perde in casa 2-0 contro il Verona, poi ottiene uno scialbo ed inutile pareggio per 1-1 a Monza al cospetto dell’ultima della classe, infine crolla clamorosamente all’Adriatico facendosi travolgere 3-0 dalla Fidelis Andria. E’ la goccia che fa traboccare il vaso per l’ex allenatore del Genoa che non ha trovato la sintonia giusta col gruppo, forse il suo fare un po’ saccente non va d’accordo neanche con Scibilia che perde le staffe e lo esonera senza tanti complimenti e non tralasciando frasi al veleno contro di lui. Serve esperienza, serve un uomo di polso ma con un carattere che possa plasmarsi con uno spogliatoio depresso. Il profilo giusto viene individuato in Giorgio Rumignani che prende il comando delle operazioni, dà un’occhiata al calendario e si accorge che il suo primo impegno sulla panchina pescarese sarà il più duro di tutti, a Firenze contro la Fiorentina capolista.

E’ un caso che la Fiorentina sia in serie B: i viola l’anno precedente hanno commesso una quantità di errori in serie che forse la metà sarebbe bastata a retrocedere nel campionato cadetto dopo oltre 50 anni. La famiglia Cecchi Gori ha chiesto scusa, ha mantenuto gran parte dei calciatori presenti in rosa anche in serie A (compresi gli stranieri Batistuta ed Effenberg) ed ha chiamato in panchina un bravo tecnico come Claudio Ranieri, proveniente da un’avventura agrodolce a Napoli. La Fiorentina è una fuoriserie in serie B, non c’è quota sulla promozione dei toscani che in effetti si issano ben presto al comando della classifica ove rimarranno fino alla fine; cosa può fare il Pescara così in difficoltà di fronte ai colossi gigliati quel 31 ottobre? Sulla carta non c’è partita, ma il calcio, si sa, è solito divertirsi a mescolare le carte rendendolo lo sport più imprevedibile che esista. Gli abruzzesi resistono agli attacchi della Fiorentina, si difendono bene e con ordine, Rumignani ha infuso calma e serenità in settimana, affermando che il campionato è ancora troppo lungo per sentirsi battuti; Fiorentina-Pescara termina così 0-0, i biancoazzurri strappano, peraltro in 9 uomini, un punto utile sia per la loro pericolante classifica che per il morale, risollevato dopo un mese da psicodramma.

Rumignani sembra aver toccato le corde giuste dei calciatori, si è affidato a quelli più esperti, Andrea Carnevale in testa, uno che poco più di tre anni prima era impegnato nella spedizione azzurra di Vicini ad Italia ’90 e che ora si sta rimboccando le maniche per aiutare il Pescara in difficoltà. “Non ce la sentiamo di fare pronostici – dice Carnevale ad una tv locale – ma possiamo affermare con certezza che lotteremo fino all’ultimo per conservare almeno la categoria, non possiamo passare dalla serie A alla C1 in un anno. Io ci metto la faccia e dico che non retrocederemo”. Parole da leader, anche pericolose perchè finiscono col creare aspettative alte nei confronti di una squadra ancora in difficoltà, soprattutto dal punto di vista psicologico. Eppure qualcosa si muove dopo il pungolo del centravanti: gli abruzzesi sfruttano al masssimo i turni casalinghi vincendone tre di fila all’Adriatico contro Ascoli, Pisa e Ancona; in mezzo, il pareggio di Venezia e la sconfitta di Ravenna. La classifica migliora, anche se i bassifondi sono sempre lì ad un passo e il rischio di cadere ancora nelle sabbie mobili della zona retrocessione esiste ed è più vivo che mai. 4 pareggi consecutivi contro Modena, Bari, Vicenza e Cosenza chiudono il 1993 senza che a Pescara si possa ancora tirare un sospiro di sollievo.

La squadra e i tifosi non possono che aggrapparsi all’estro e al fiuto di Andrea Carnevale, l’uomo in più del Pescara, dal cui rendimento verrano con ogni probabilità definite le sorti della compagine adriatica. Il centravanti dal carattere un po’ ribelle, però, vive un momento delicatissimo: a livello professionale sa di essere vicino al capolinea della carriera, mentre la sua vita privata sta incontrando un ostacolo importante con il rapporto con la moglie, la nota presentatrice Paola Perego, ormai in definitiva rottura. E’ proprio Rumignani a gestire la situazione al meglio, diventa coi suoi consigli quasi un secondo padre per Carnevale: “Vi state separando – gli dice in riferimento al matrimonio – ma comportatevi da persone responsabili, mantenete un buon rapporto, soprattutto per i vostri figli”. Un supporto che Carnevale riconoscerà al tecnico in eterno, arrivando a dire “Rumignani è stato il solo allenatore capace di gestirmi e capirmi”. Pescara ha trovato così le due figure principali su cui riporre le speranze di salvezza: da una parte un tecnico saggio, preparato ed intelligente, con tanta esperienza sul groppone, dall’altra un attaccante sul viale del tramonto ma completamente rigenerato.

Sarà un caso, ma il girone di ritorno parte bene per il Pescara che alla prima giornata batte 2-1 il Cesena, prima di incappare in tre ko di fila contro Lucchese, Brescia e Padova. Il ritorno alla vittoria è il soffertissimo 2-1 inflitto al Monza il 13 marzo quando la classifica era già tornata pericolosa. Nel turno successivo gli abruzzesi sbancano Andria grazie al gol in tuffo di Carnevale, forse il più bello della sua annata, mentre una settimana più tardi all’Adriatico arriva l’impresa dell’anno: la Fiorentina scende a Pescara convinta di proseguire la sua inarrestabile marcia al comando della classifica e forse sottovaluta un po’ quella squadra pericolante e schizofrenica nel proprio andamento. A nulla per i viola è servito il campanello d’allarme dell’andata, perchè anche all’Adriatico i biancoazzurri sfoderano una prestazione da incorniciare, un po’ per la classifica, un po’ anche per il prestigio di giocare per la prima volta in diretta televisiva, con la gara che è l’anticipo del sabato sera alle 20:30, novità introdotta proprio in quell’anno. La Fiorentina fa prevalere il suo maggior tasso tecnico, ma il Pescara si difende con ordine rispettando alla lettera i semplici ma chiari dettami del suo tecnico; al 60′, poi, un passaggio dello stopper Di Cara per l’attaccante Massara trova impreparata la difesa dei viola, trafitta dalla punta pescarese. E’ il gol partita che regala al Pescara due punti fondamentali nella rincorsa salvezza.

Continua ad essere lo stadio Adriatico il punto di forza del Pescara: fra le mura amiche, infatti, gli abruzzesi ottengono le vittorie più importanti per mettere in cassaforte la permanenza in serie B: sotto i colpi di Carnevale e compagni cadono prima il Venezia (1-0), poi il Ravenna (4-1) e infine il Modena, sconfitto in rimonta per 4-2 in una gara in cui Carnevale è il protagonista assoluto con due calci di rigore trasformati con freddezza. Tre vittorie in altrettanti scontri diretti, la salvezza è vicina ma occorre blindarla e nelle ultime tre giornate la squadra di Rumignani ottiene due pareggi (3-3 a Bari e 2-2 in casa col Vicenza) e la vittoria finale a Cosenza (2-0) che permette alla formazione pescarese di chiudere il campionato a quota 35 punti, gli stessi di Pisa ed Acireale, ma con la classifica avulsa favorevole, utile ad evitare sia la retrocessione diretta che lo spareggio, coda che andranno invece ad affrontare toscani e siciliani. Un trionfo, viste le premesse, per un Pescara più piccolo rispetto al passato, ma con tanta voglia di non mollare e di non cadere in un anno appena nell’inferno della serie C.

Andrea Carnevale chiude la stagione con 14 reti in 24 partite (a sole 4 lunghezze dal capocannoniere del torneo Agostini), un bottino da goleador di razza, da fuori categoria. Pochi rifornimenti, gol inventati quasi dal nulla, il compito perfettamente assolto di caricarsi il gruppo sulle spalle. L’ex attaccante del Napoli, dopo aver contribuito l’anno successivo a riportare l’Udinese in serie A segnando 7 reti, chiuderà la sua carriera ancora a Pescara nel 95-96 con gli ultimi 10 gol della sua avventura da calciatore. Un rapporto indissolubile fra l’attaccante e la città, il ricordo di quella salvezza quasi miracolosa di un Pescara forse non bello come quello di Giovanni Galeone ma pur sempre entrato nella leggenda.

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