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Il Calcio Racconta

16 marzo 1969 – Viene a mancare Giuliano Taccola. L’On. Roberto Morassut ce ne racconta la storia (Video)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – In occasione della partita contro la Spal ricorderemo Giuliano Taccola, morto nel 1969. Io lo ricordo molto bene perché, oltre ad essere tifoso, quell’anno entrai nella Roma. Lui è stato una persona di riferimento e mi colpì molto la sua morte.

Sono queste le parole pronunciate da Claudio Ranieri nell’ultima conferenza stampa dove ha annunciato che sabato pomeriggio allo Stadio “Paolo Mazza” la Roma ricorderà Giuliano Taccola, l’attaccante giallorosso scomparso il 16 marzo 1969, cinquanta anni fa, all’età di 25 anni, indossando una maglia speciale in sua memoria.  

Anche noi abbiamo voluto dedicare un servizio speciale allo sfortunato calciatore giallorosso, incontrando l’On. Roberto Morassut che ha dedicato molte risorse alla ricerca della verità in merito a questo triste accadimento. Morassut ha studiato tutti gli atti processuali e ha intervistato alcuni protagonisti dell’epoca. Ha poi raccolto il tutto nel libro “La punta spezzata”. Lo abbiamo raggiunto e vi proponiamo la Video-intervista dove parleremo di cartelle cliniche macerate, analisi e controlli medici non fatti, e pasticche …
Ma sopratutto ricorderemo un ragazzo che stava diventando un campione … Giuliano Taccola

Buona visione

Gli Eroi del Calcio

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Dicembre 1969 – L’influenza “Spaziale” colpisce (anche) molti calciatori

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“L’influenza che colpisce in questi giorni milioni di italiani è arrivata anche nell’ambiente del calcio. […] Ieri, purtroppo, gli effetti dell’influenza «spaziale» si sono fatti sentire. La Juventus, al momento attuale, è la più danneggiata. Otto bianconeri, reduci dalla vittoriosa trasferta di San Siro contro il Milan, hanno avvertito i sintomi del malessere (mal di testa, brividi, lieve febbre) per cui si sono messi a letto oppure sono rimasti prudenzialmente a riposo. Si tratta di Vieri, Haller, Leonardi, Roveta, Tancredi, Leoncini, Zigoni e Anastasi. Vieri è quello che desta le maggiori preoccupazioni: stamane aveva 38,2 di febbre, nel pomeriggio le sue condizioni erano stazionarie. È stato visitato dal dott. Della Neve, che gli ha ordinato le cure e riposo per almeno quattro giorni. Difficilmente l’ex sampdoriano potrà essere in campo nella trasferta di Brescia. Haller, Leonardi, Roveta e Tancredi sono rimasti “a letto con alcune linee di febbre: tutti e quattro sperano di guarire in tempo per completare la preparazione. Leoncini, Zigoni e Anastasi, infine, si sono presentati ieri mattina al “Combi” dicendo però che avrebbero preferito riposare avvertendo anch’essi sintomi dell’influenza. L’allenatore Rabitti, naturalmente, li ha subito rimandati a casa dove più tardi avrebbero ricevuto la visita del medico Della Neve. Anche lo stesso trainer è rimasto contagiato dall’influenza. Il tecnico bianconero è riuscito ugualmente a dirigere l’allenamento dei pochi giocatori presentatisi in campo, fra cui Del Sol. Ha poi dichiarato: «Anch’io ho un po’ di febbre ma non me la sentivo di lasciare la squadra proprio ora che stiamo assaporando le prime soddisfazioni, per cui occorre la massima concentrazione. Purtroppo mi sono trovato con pochissimi giocatori: il medico mi ha tranquillizzato nel senso che gli attuali influenzati dovrebbero essere recuperabili. Ora, scusatemi, ma devo proprio correre a casa e mettermi a letto” (Cit. La Stampa, 10 dicembre 1969).

L’epidemia sta colpendo tutto il paese, i quotidiani sono zeppi di articoli e foto in cui si documentano scuole e uffici chiusi e disagi per la popolazione.

L’articolo, che analizza il problema riferendolo al calcio, prosegue con la situazione del Torino che, a parte gli infortuni sul campo, non registra attacchi influenzali. Poi un bollettino…

Lazio: sette malati – L’epidemia influenzale che ha colpito nei giorni scorsi molti giocatori della Lazio non accenna a diminuire: il trainer Lorenzo è ancora a letto, l’allenamento di oggi è stato diretto, pertanto, dal “vice” Lovati. Erano assenti Ghio, Polentes e Wilson; Mazzola, Papadopulo e Morrone, risentendo dei postumi influenzali, hanno dovuto limitare la loro attività.

A Genova la situazione degli influenzati è abbastanza buona: il sampdoriano Spanio, colpito la settimana scorsa dal virus, si è ripreso e oggi si è allenato. L’unico influenzato è il genoano Benvenuto.

A Verona due giocatori Stenti e Ranghino, sono a letto influenzati; Clerici soffre di uno stiramento alla coscia sinistra, Battistoni ha una distorsione ad una caviglia. Il Verona, pertanto, affronterà domani lo Slavia di Praga (Coppa Mitropa: sedicesimi di finale) priva di queste importanti pedine.

A Bari invece solo il secondo portiere, Gianni Colombo, è influenzato. Domenica lo sostituirà in panchina l’estremo difensore della De Martino, Sibillano, oppure il giovanissimo Del Bianco.

A Cagliari situazione ottima: nessun giocatore, per il momento, ha contratto l’influenza spaziale.

Ma perché questa influenza si chiama spaziale? E’ la stessa testata, La Stampa, a rispondere al quesito il giorno successivo…

“Viene davvero dalla Luna il virus? Certo che no. E allora? Non si sa bene perché ma, fin dai tempi della “spagnola”, è diventato quasi obbligatorio che ogni epidemia di virus influenzale porti, accanto a quello scientifico, anche un appellativo da marchio di fabbrica o da certificato d’origine. E cosi, questa volta, anche se il virus A2 la Luna non l’ha mai vista, l’aggettivo “spaziale” ha fatto subito fortuna: perché è tanto all’altezza dei tempi; perché è moderno, fantascientifico e persino un po’ snob; e perché, anche se è improprio, mai nessuno, dalla Luna, verrà a darci -querela. Ma più che altro perché, quando si è così indifesi e sprovveduti, è più facile dar la colpa a un nemico che vien di lontano che riconoscere la propria debolezza contro gli abituali nemici di casa. Chiamiamola come vogliamo, se ci piace, questa ondata di-virus. Ma restiamo d’accordo ch’è solo per gioco che scomodiamo pianeti e stelle lontane: perché questo malanno che si diverte a far mettere a letto, quando vuole, quanta più gente che può, è la solita vecchia cosa nostrana […]”.

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La collezione di Eriksson

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Nel nostro solito sfogliare giornali del passato abbiamo incontrato questo articolo pubblicato su La Gazzetta dello Sport del 9 dicembre 1999 a firma Marco Pastonesi. L’articolo intende omaggiare l’attacco della Lazio a disposizione di Mr Eriksson. Inizia così…”Capelli con cerchietto, fisico tosto, grinta da urlo, rapidità da giungla, passaporto cileno, cognome che si può leggere anche al contrario ed è sempre lo stesso: Salas”. Per ogni componente dell’attacco biancoceleste c’è una descrizione tra humor e sacrosanta verità…”Capelli corti, fisico longilineo, cattiveria da guerriglia urbana, progressione da savana, passaporto croato, cognome che si può leggere nelle enciclopedie del calcio: Boksic”.

E’ ora il turno dell’attuale Ct della Nazionale “Capelli da pubblicità di uno shampoo, fisico ragionevole, classe da vendere, passaporto italiano, cognome che sembra limitare le sue capacità, ma non i suoi tiri: Mancini”.

Poi è il turno di Simone Inzaghi e … il suo DNA …”Capelli sugli occhi, fisico in espansione, bell’animale ancora tutto da scoprire, passaporto italiano, cognome che la dice lunga sul codice genetico che guida i suoi piedi: Inzaghi”.

Si prosegue con lo Jugoslavo, all’epoca, Dejan Stankovic… “E, volendo, capelli corti, fisico da carrarmato, andatura da galoppo, passaporto jugoslavo, un cognome che inganna sulle sue infaticabili caratteristiche di podista e goleador: Stankovic”.

L’articolo continua con la sua vena sarcastica e si conclude con una profezia… “Con Salas, Boksic, Mancini, Inzaghi (nel senso di Simone) e Stankovic, così, a occhio, la Lazio vanta il più forte attacco del mondo. Per non uccidere campionato e coppe, Eriksson ha deciso di ridurre a due il numero degli attaccanti nella stessa partita.

Per questo, quando è arrivata la notizia dell’ingaggio di un altro attaccante, si è pensato a uno scherzo. Invece no. Capelli bianchi, fisico da palestra, passaporto italiano, cognome pronunciato correttamente anche da tifosi inglesi e francesi: Ravanelli. Ravanelli verrà buono in primavera, quando i nuovi compagni sudamericani (Salas, Simeone, Veron, Almeyda) saranno impegnati con le loro nazionali. Verrà buono in primavera, quando si vince, o si perde, lo scudetto”.

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7 dicembre 1989 – Il bolide di Evani conquista la Supercoppa Europea e manda il Milan a Tokyo

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Il 7 Dicembre 1989, nel giorno della festa patronale milanese, il Milan disputò a San Siro la finale di ritorno della Supercoppa Europea. Avversario il temuto Barcellona detentore della Coppa delle Coppe, allenato da Johan Cruijff, che un paio di settimane prima, precisamente il 23 novembre, davanti ai 55 mila spettatori del Camp Nou, stadio tanto caro ai colori rossoneri, aveva bloccato la corazzata allenata da Arrigo Sacchi sull’1-1: Van Basten su rigore e Amor. Il diavolo partì dunque, in quella sfida di ritorno, in una posizione di vantaggio. Tutto stava nel contenere i contropiedisti “azulgrana”, Beguiristain e Roberto, bloccare i rifornimenti per “El Torpe”, Julio Salinas, mostrando una particolare attenzione alle giocate di Jose Mari Bakero, giocatore capace di accendere la luce. Naturalmente obiettivo dei rossoneri, come in tutte le partite disputate nel periodo Sacchiano, imporre il proprio gioco agli avversari, sempre, in modo ossessivo, per quanto difficile, sempre e comunque provarci. In quella fredda e umida serata, lo stadio intitolato a Giuseppe Meazza, si mostrò con un pubblico di circa 52mila unità, corse ad assistere a quello che fu presentato come una sorta di derby della zona e del calcio totale. Un’orgia di pressing e tattica del fuorigioco che avrebbe preparato il Milan al meglio per la supersfida di Tokyo del 17 dello stesso mese, con un altro maestro di tattica e fanatico di quel tipo di calcio. Francisco Maturana e il suo Atletico Nacional de Medellin, campione del Sudamerica. Nella prima mezz’ora di gioco i rossoneri faticarono e molto a trovare spazi ma senza correre particolari rischi. La pericolosità del Barcellona si sintetizzò in una incursione di Soler, subentrato all’infortunato Roura, che chiamò all’uscita provvidenziale al limite dell’area di rigore del Milan l’attento Giovanni Galli. Poi la forza del centrocampo rossonero, con Rijkaard e Donadoni in cattedra, cominciò a produrre assist e tiri da lontano e quando anche il giovane Diego Fuser, prelevato in estate dal Torino, seminò un paio di avversari sulla destra, le sensazioni divennero più che positive. Seppur il primo tempo si chiuse sullo 0-0, il Milan sembrò in crescita costante e il Barcellona in crescente difficoltà. Le paure palesate da Sacchi alla vigilia del match, circa un possibile eccesso di fiducia dei suoi giocatori, in seguito alle 4 vittorie consecutive in campionato, decisamente non facile da ottenere nel calcio d’epoca, furono smentite sul campo. Vincere aiuta a vincere. E al rientro dagli spogliatoi i diavoli suonarono la carica, palesando però scarsa concretezza nella bellezza di qualche giocata e un tandem Van Basten-Massaro piuttosto evanescente e impreciso. Ma al 53° minuto una nuova serpentina di Donadoni, decisamente il più ispirato fra i suoi, provocò il fallo di Milla a circa 20 metri dalla porta difesa da Andoni Zubizarreta. In barriera nervi tesi, qualche gomitata. Eusebio, non rispettando la distanza, si prese un cartellino giallo dall’arbitro austriaco Kohl. Sul pallone da calciare Rijkaard, Donadoni e Alberigo Evani, per tutti “Chicco”, per qualcuno “Bubu”, come il piccolo amico dell’orso Yoghi. Zubizarreta sembrava oscurato dalla corposa presenza di uomini in barriera e disposti al limite dell’area di rigore. Tensione sempre più alta, come se nell’aria si avvertisse il momento decisivo, un momento che sarebbe rimasto scolpito nella storia di quella partita. Kohl fischiò, ma ancora una volta interruppe il gioco per fare rispettare la distanza della barriera, rimproverando i giocatori rei di scorrettezze. Poi finalmente, la regolarità stabilita, permise a Kohl di portare il fischietto alle labbra e fischiare il via alla ripresa del gioco. Mentre Rijkaard si defilò velocemente, Donadoni appoggiò il pallone ad Evani, che indossava quella maglia numero 10 orfana di Ruud Gullit. Il potente esterno sinistro di “Chicco” si andò a infilare imparabilmente nell’angolino in basso alla destra della porta difesa da Zubizarreta. Una meravigliosa prodezza balistica che lo consegnò alla storia, in quel dicembre 1989, per sempre, il mese di Evani. “Chicco”, per favore non chiamatelo “Bubu”, un nomignolo che proprio non gli piace, diede ad Arrigo Sacchi il quarto trofeo della sua gestione, in quel match, poi comodamente controllato senza correre rischi, fino alla fine. Ma soprattutto, quel potente tiro dalla distanza di Evani, permise al Milan di mettere in bacheca la prima Supercoppa Europea della storia del club rossonero. Il tutto, pochi giorni prima della partenza per Tokyo, dove Evani, sarebbe divenuto per tutti, l’eroe dei due mondi.

SOTTO IL TABELLINO

MILAN vs BARCELLONA    1-0
Reti: 55′ Evani

MILAN: G. Galli, Carobbi, P. Maldini, Fuser, Tassotti, Costacurta, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Evani, Massaro (65′ Simone) – All.: Sacchi

BARCELLONA: Zubizarreta, Lopez Rekarte (70′ Onesimo), Alexanco, Milla, Serna, Bakero, Roura (10′ Soler), Eusebio, Julio Salinas, Roberto, Begiristain – All.: Cruijff

Arbitro: Kohl

Ammoniti: – Eusebio, Tassotti, Alexanco

Espulsi: –

Spettatori: 52.093

la foto principale è tratta dal sito magliarossonera.it

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