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Calcio, Arte & Società

Il calcio “Freestyle”, tra Arte & Acrobazia. Ne parliamo con Dario Piantadosi del gruppo Zero Flow

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Dopo i primi match relativi alle qualificazioni è ufficialmente iniziato Euro 2020. I prossimi europei si caratterizzano per essere la prima edizione itinerante dove non ci saranno nazionali qualificate d’ufficio e dove il meccanismo di qualificazione è diverso dal passato.

Davanti a 55mila spettatori, quelli presenti a Olanda-Germania di qualche giorno fa, è stata presentata la mascotte della kermesse continentale: si chiama Skillzy e s’ispira al freestyle del calcio, dove skill significa appunto abilità.

“Il calcio freestyle è l’arte del palleggio acrobatico, eseguita con un pallone da calcio. La disciplina consiste nell’eseguire acrobazie con tutto il corpo eccetto che con le mani…” ci illustra wikipedia. In effetti trattasi di una disciplina acrobatica molto spettacolare, basata sulla tecnica, in voga tra i giovani e che esce dalla competizione del campo di calcio dove sport e arte si fondono con la passione e la dedizione.

I gesti tecnici sono i “trick”, detti anche “combo” se effettuati a ripetizione, nei quali si usano le parti del corpo: testa, gambe, petto, collo, schiena. I trick possono essere eseguiti in posizione eretta, seduti o da sdraiati creando la necessità di classificarli in tre sottoclassi principali: Lower body, Upper body e Sitdown. Insomma dietro questa passione c’è un vero mondo

Ma cosa spinge a cimentarsi in questo sport? Ne parliamo con Dario “BAMBI” Piantadosi del gruppo Zero Flow e maestro fondatore della scuola di freestyle SCF – Scuola Calcio Freestyle di Roma. Lo avrete sicuramente visto insieme a Antonio “ANTO” Colella negli spot della “Serie A Tim”, ma anche nell’ultimo di EURO 2020.

Bambi & Anto

“Da bambino mi addormentavo con il pallone”, ci dice Dario… e dai primi palleggi a freestyler… “sì, ne è passato di tempo, ma con quei primi palleggi da bambino è iniziato tutto. Un percorso importante anche a livello personale perché ho avuto la possibilità di confrontarmi con tanti ragazzi e ragazze. Devo tanto anche a Anto, amico, fratello, socio. Abbiamo trasformato una passione in uno stile di vita”.

La passione è nelle parole di Dario, è forte e si sente, la trasmette: “Ho iniziato a cercare di replicare quanto faceva Edgar Davids nella pubblicità… ore e ore di allenamento. Le doti di un freestyler? Bisogna avere tanta testa e forza di volontà. Avete idea di quanto ci voglia per imparare a completare un trick? Mesi! Ovviamente il fattore tecnico è importante, ma non è necessario aver giocato a calcio. La tecnica si acquisisce con la pratica. E proprio sulla tecnica individuale si lavora molto, con esercizi per le parti del corpo spesso inutilizzate nel calcio tradizionale, come suola tacco, punta, ginocchio, stinco, collo, spalle. Lasciatemi passare il termine: è come se dessimo “armi” in più da usare in campo per “ingannare” l’avversario. Quindi è sicuramente utile anche in campo”.

Ma quanto ci si allena? “Personalmente io mi alleno almeno 3h al giorno per tutti i giorni della settimana. Se vuoi che sia anche un lavoro, oltre che una passione, bisogna essere perfetti durante gli show. Devi sacrificarti, e la perfezione va in parallelo con il sacrificio e l’allenamento costante”.

“Tra i nostri obiettivi c’è quello di creare una rete di scuole di calcio freestyle in tutta Roma” prosegue Dario, “e perché no in tutta Italia. Sarebbe bello ci fosse una Federazione. Con il freestyle ho vissuto emozioni forti, che non sapevo nemmeno esistessero. Si passa dalla rabbia per il trick che non riesce alla gioia di vincere una gara, dall’adrenalina di un palco alle ansie del backstage, dalla sala prove al boato di 20mila persone in uno stadio, dalle critiche al sorriso dei bambini che ci guardano estasiati. Ho viaggiato, ho trovato persone, ho visto posti, ho guadagnato esperienze, ed è stato meraviglioso. Ho ricevuto tanto, tantissimo dal pallone ed è per questo che voglio insegnarlo ai ragazzi, per far provare loro stessi sentimenti ed emozioni. Questa è la nostra missione”.

Il calcio che da tattico, schematico e attento al risultato diventa invece “Free” …, dove l’invenzione e il genio si fondono. Una performance che diventa un linguaggio espressivo, uno stile di vita tra accorgimenti tecnici ed abilità. Non dimenticando la passione.

Stiamo solo parlando di Arte.

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Libri: “Gli svizzeri, pionieri del football italiano – 1887-1915″. Intervista all’autore Massimo Prati

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Massimo Prati, scrittore e autore del libro “Gli svizzeri, pionieri del football italiano – 1887-1915″ edito da “Urbone Publishing”. Un doppio appuntamento con l’autore, oggi l’intervista e nei prossimi giorni un estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio. Un libro che è un omaggio ai primi svizzeri che hanno contribuito alla creazione e alla diffusione del calcio in Italia. La nascita del football in Italia è tradizionalmente associata all’Inghilterra. In realtà, il periodo degli albori del calcio tricolore è caratterizzato molto dalla presenza di una seconda comunità di stranieri: quella elvetica appunto. Molte squadre italiane assai blasonate come per esempio Milan, Juve, Inter, Torino e Genoa e altre ancora, devono infatti i loro primi trionfi proprio a molti svizzeri, dirigenti o calciatori.  Lo racconta in un libro l’esperto di storia calcistica Massimo Prati, un professore italiano che vive e lavora a Ginevra, e che noi conosciamo bene per aver già pubblicato alcuni articoli con la sua prestigiosa firma.

Cerchiamo allora di capire, con alcune domande, di cosa tratta il libro.

  • Massimo, come nasce l’idea di narrare questa storia?

L’idea di scrivere questa storia è legata a due aspetti della mia vita. Da un lato un forte interesse per la storia del calcio italiano, soprattutto quello delle origini; dall’altro il fatto che vivendo in Svizzera da più di 15 anni, ho sentito il bisogno di approfondire i legami tra il paese che mi ha accolto e quello di origine. Naturalmente, in ragione delle mie letture e dei miei studi, avevo già una buona conoscenza di una serie di elementi che mi permettevano di intuire che, in effetti, anche a livello calcistico i legami tra questi due paesi erano piuttosto importanti, ma, come sempre accade nella ricerca, questo lavoro mi ha permesso di fare ulteriori scoperte e approfondimenti.

  • Qual è il metodo utilizzato per la narrazione?

Il libro ha l’ambizione di proporsi come un testo che racchiude una commistione di generi: compendio di storia sociale ed economica, con le sezioni d’inquadramento storico dedicate ad ogni città e ad ogni regione; testo di storia calcistica, con le vicende riguardanti la nascita e i primi anni di vita dei football club più antichi d’Italia; diario personale, con i riferimenti alla mia vita e a quella della mia famiglia, soprattutto nell’introduzione e in un capitolo finale del libro, dove parlo di alcune partite e di alcuni eventi sportivi che ho visto personalmente; lavoro con spunti sociologici, con la lettura guidata della stampa dell’epoca, grazie ad una dozzina di chiavi interpretative da me fornite al lettore; testo ricapitolativo di una vasta mole di dati, in precedenza frammentati e dispersi, con i tabellini delle partite di quel periodo e le schede biografiche di giocatori e dirigenti svizzeri, o di origine svizzera.

  • Sullo sfondo, e nemmeno troppo, c’è una Italia che attraversa un determinato periodo storico. Come viene descritta?

Gli anni presi in considerazione sono, principalmente, quelli tra il 1887 e il 1915, e le città chiamate in causa sono quelle del cosiddetto “triangolo industriale”: Milano, Torino, Genova. Il libro tratteggia, a grandi linee, la vita sociale ed economica di quella parte del nostro paese. Ma, nell’intento di spiegare come, sul lungo periodo, si sia verificata la formazione di queste comunità elvetiche nell’Italia Settentrionale, ho sentito il bisogno di fornire al lettore una serie di elementi che, andando a ritroso nei secoli, permettono di inquadrare meglio lo sviluppo di questo fenomeno in termini di lunga durata storica.

  • Quanta ricerca c’è in un libro come questo?

Il lavoro di ricerca, in termini quantitativi, ha coperto un periodo di circa una trentina di mesi. Mi ci sono voluti più o meno due anni per leggere i libri che parlavano della storia dei singoli club italiani, citati nel mio lavoro, o libri che parlavano della storia del calcio in generale, non solo da un punto di vista sportivo ma anche da quello sociale. In alcuni casi, poi, ho dovuto leggere libri che parlavano di club svizzeri, come il Servette di Ginevra, o della nazionale elvetica. Si è trattato di un lavoro importante per “incrociare” i dati elvetici con le fonti italiane. Lavoro che, tra l’altro, mi ha permesso di scoprire inesattezze o imprecisioni che erano riportate nella pubblicistica italiana. Infine, c’è stato il lavoro di lettura dei quotidiani dell’epoca, un lavoro che mi ha preso circa tre mesi. Essendo insegnante, ho la fortuna di avere lunghe vacanze estive, e la scorsa estate ho passato almeno due o tre ore al giorno a leggere resoconti di partite amichevoli tra svizzeri e italiani, nel periodo di tempo che va dal 1899 al 1915.

  • Quali sono i luoghi che hai visitato per fare questa ricerca?

Da quello che ho appena detto, si può intuire che uno dei luoghi è stata la biblioteca; in particolare quella di Genova, mia città natale, dove rientro spesso in occasione dei periodi di festa. In effetti, la consultazione dei giornali, di cui ho appena parlato, ha avuto luogo alla Civica Biblioteca Berio di Genova, che possiede le collezioni complete di alcuni quotidiani dell’epoca, cioè La Stampa, Il Secolo XIX, Il Caffaro e La Gazzetta dello Sport. Anzi, approfitto della domanda per ringraziare i collaboratori della sezione periodici di quella biblioteca genovese. In quei giorni di ricerca, ho avuto modo di apprezzare la loro gentilezza, la loro disponibilità e la loro competenza. Poi, ci sono state altre biblioteche svizzere, soprattutto quelle di Ginevra, a cominciare dalla biblioteca centrale: la Bibliothèque de la Cité. La Biblioteca Nazionale Svizzera di Berna, invece, non l’ho mai visitata. Ma mi è stata di grande aiuto: ogni volta che richiedevo materiale via internet, lo ricevevo sotto forma di allegati mail nel giro di 24 ore. Per cui vorrei ringraziare pubblicamente anche loro.

  • Quali misteri svela il libro?

Prima di parlare dei misteri che il libro svela, vorrei parlare dei suoi piani di lettura. Il libro ha un aspetto, per così dire, divulgativo. Infatti, esso ricostruisce le vicende fondative dei più antichi club italiani di calcio, e del ruolo svolto in questi processi dagli svizzeri, o dagli italiani di origine svizzera. Si tratta di un ruolo sconosciuto, o poco conosciuto al grande pubblico. Un ruolo che è sicuramente degno di interesse. Non a caso, il mio libro è stato oggetto di due servizi al Tg svizzero, di sabato 30 marzo, e di un reportage in una trasmissione sportiva, nella giornata di domenica 31. Detto questo, il libro ha anche un secondo piano di lettura, per un pubblico più competente, o più appassionato, che conosce già la maggior parte dei risvolti di quelle vicende. Per questo tipo di lettori, potrà essere interessante scoprire una serie di inesattezze, che magari hanno letto nel corso dei loro studi sull’argomento. Come, per esempio, che il giocatore di Milan e Genoa, Alfred Cartier, non è mai stato imparentato ai gioiellieri parigini; oppure che Franz Calì prima di giocare nella nazionale italiana non aveva mai giocato nella nazionale svizzera. Affermazioni, queste, che si trovano su alcune pubblicazioni italiane, o su siti tematici, e che ho dimostrato non essere vere. Così come non era vero, ciò che è stato affermato da pubblicazioni anche autorevoli e cioè che nel 1907 il Torino avesse giocato contro lo Young Boys. Si trattava in realtà di un’altra squadra bernese: il F.C. Bern. A proposito del Torino, nel libro si può anche apprezzare una foto della nazionale svizzera del 1908, in cui ho individuato due giocatori del Toro (cosa, credo, fino ad allora mai attestata neanche nei libri che parlano della storia di quel glorioso club). In un’altra foto, ancora più vecchia (del 1899), molti storici del calcio segnalavano la presenza di pionieri del calcio come Edoardo Bosio, James Spensley e Herbert Kilpin. Ma l‘incrocio di dati con fonti svizzere, di cui parlavo prima, mi ha permesso di stabilire che in quella foto c’era anche il fondatore della sezione calcio del Servette di Ginevra, François Dégerine (ad essere precisi, la presenza di Dégerine era stata riportata nella pubblicistica italiana, perché segnalata nella formazione riprodotta dagli articoli dell’epoca. Ma nessuno si era mai accorto, che questo svizzero aveva lo stesso “status” di fondatore, o figura guida, che avevano gli altri pionieri citati). E, poi, nel libro, si trovano anche altri dati inediti su Edoardo Pasteur, Henri Dapples, Etienne Bugnion e molti altri giocatori del Genoa, dell’Andrea Doria, della Juventus, del Torino, dell’Inter e del Milan. Insomma, senza grandi scoperte eclatanti, il libro fornisce un ampio ventaglio di correzioni, rettifiche, notizie inedite che contribuiscono ad una ricostruzione storica più rispondente ai fatti reali. Aspetto, questo, che dovrebbe essere molto apprezzato dagli specialisti in materia e dagli appassionati di storia del calcio.

  • Che “Cosa” è questo libro per te, cosa rappresenta?

Amo scrivere. È una cosa che faccio da quasi trent’anni. Mi sono cimentato anche nella narrativa, con un breve romanzo che partecipa, proprio in questi giorni, ad un importante premio letterario. Ho scritto saggi di carattere storico, sportivo, sociale e culturale che sono anche stati tradotti all’estero, e poi articoli presenti su blog, siti internet, forum e giornali online. Da qualche mese faccio parte anche degli autori de “Gli Eroi del Calcio” che, a mio parere, per autorevolezza, ventaglio di tematiche e varietà di autori è un “laboratorio” che si contraddistingue in positivo nel panorama italiano. Nel 2004 avevo scritto un racconto, “Nella Tana del Nemico”, pubblicato dalla Frilli Editori, che parlava della mia passione per la mia squadra del cuore: il Genoa. Nel 2017, per la Nuova Editrice Genovese, ho pubblicato una raccolta dal titolo “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”. In questi 18 racconti, a fianco di capitoli basati su rigorose ricostruzioni storiche, si trovavano anche momenti più “leggeri”, di dileggio e contrapposizione, basati sulla rivalità cittadina con la Sampdoria. Questo mio nuovo libro, dal mio punto di vista, rappresenta un testo con un approccio più accademico (un giornalista, in un servizio televisivo, l’ha paragonato ad una ricerca universitaria). E voglio ringraziare l’editore, Gianluca Iuorio, per il suo decisivo sostegno a questo progetto editoriale. Per me questo libro rappresenta, quindi, un lavoro di ampio respiro, forse un po’ meno partigiano rispetto a quelli che lo hanno preceduto, anche se poi, come è giusto che sia, la mia fede calcistica traspare a più riprese anche in questa ricerca.

  • Perché andrebbe letto?

È un libro che andrebbe letto perché c’è molta fatica, passione e amore per il calcio, soprattutto quello di un periodo che si potrebbe definire “romantico”; un libro che penso possa piacere a tutti gli amanti e gli appassionati di questo sport.

Ringraziamo Massimo per la disponibilità e attendiamo, con grande curiosità, di leggere nei prossimi giorni l’estratto del libro.

Grazie

Editore: Urbone Publishing – Via Monacacchio 36 Sant’Andrea di Conza 83 53 Avellino

              Tel. +420 605 378 706

 

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“Io, Valerio. Il mio tempo”, la mostra dedicata a Bacigalupo

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Il sentimento che accompagna il percorso sino al 4 maggio, verso il triste anniversario della tragedia di Superga, non conosce confine. E’ un fiume di amore che si manifesta con dediche, intitolazioni, dibattiti, video e mostre. In questo settantesimo anniversario della tragedia anche il comune di Vado Ligure vuole ricordare uno dei suoi cittadini, tra i più illustri e famosi, con la mostra “Io, Valerio. Il mio tempo” – Frammenti per Valerio Bacigalupo e il Grande Torino.

Si, perché tra le tante vite interrotte quel 4 maggio del 1949 c’era anche il vadese Valerio Bacigalupo, portiere di quel “Grande Torino” e della Nazionale.

La mostra a lui dedicata sarà inaugurata sabato 18 maggio nella prestigiosa Villa Groppallo…”Racconterà la storia prima di tutto di un Uomo, poi quella di un Campione e infine quella di una Leggenda scolpita nella memoria collettiva dell’intera Nazione” recita il comunicato odierno sul sito ufficiale del Torino.

Una mostra ma anche una richiesta di partecipazione attiva all’intera comunità, come riportato nel comunicato stesso, ”di presentare quante più testimonianze possibili, raccogliendo anche memorie personali o familiari che solitamente non entrano nella storia “ufficiale. Ogni contributo, ogni ricordo materiale o immateriale diventa quindi importante per ricostruire una memoria che è di tutti e fatta da tutti. Articoli, fotografie, aneddoti, cartoline, ritagli, testimonianze e racconti da registrare, magari tramandati di generazione in generazione conservati da sportivi, colleghi di lavoro, amici, vicini di casa, avversari, abitanti della vecchia Vado, col campo delle Traversine ora scomparso e gli stabilimenti balneari gomito a gomito con quelli industriali, conoscenti, vecchi compagni, appassionati… Ogni frammento è prezioso e merita di essere conosciuto”.

Chiunque abbia oggetti materiali o ricordi su Valerio Bacigalupo, sulla sua famiglia e sulla sua vita può scrivere a raccontami@iovalerio.it e/o visitare il sito www.iovalerio.it per ulteriori informazioni.

Un altro appuntamento da non dimenticare. Il Grande Torino sempre nei nostri cuori.

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Calcio, Arte & Società

Monumenti, vie, giardini: le intitolazioni al Grande Torino proseguono

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Siamo a pochi giorni dal 70° anniversario della tragedia di Superga, una data e un anniversario doloroso. Tante le iniziative e le commemorazioni in tutta Italia. A Gennaio avevamo raccontato della speciale emissione di poste di due francobolli commemorativi, poi a Marzo avevamo registrato l’iniziativa della società granata denominata “Superga 70” che coinvolgeva le scuole. Sempre a Marzo abbiamo raccontato dell’iniziativa e della relativa intesa firmata tra la Città di Torino e il Circolo Soci Torino FC 1906 per collaborare nella pulizia, manutenzione e cura delle lapidi commemorative presenti al Cimitero Monumentale e nella Basilica di Superga. Proprio domenica scorsa vi abbiamo invece raccontato dell’inaugurazione di “Strada Grande Torino” in quel di Sanremo.

Il monumento inaugurato a Crescentino

L’altro ieri poi, a Crescentino (Vercelli), è stato inaugurato un monumento dedicato al Grande Torino in presenza degli esordienti 2006 di mister Garella e del Responsabile del Settore Giovanile del club granata Massimo Bava. Poi abbiamo scoperto il Verbale n. 59 di deliberazione della giunta comunale della Città di Nichelino dal seguente titolo: “INTITOLAZIONE DEL GIARDINO DI VIA TRENTO A “VALENTINO MAZZOLA”.

Maggio si avvicina, i preparativi per la commemorazione sono quasi al termine e questo è il modo migliore di arrivarci.

Il Grande Torino sempre nei nostri cuori.

 

 

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