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La Penna degli Altri

San Siro: la storia di un tempio del calcio

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PANORAMA.IT (Edoardo Frittoli) – Tutto comincia alle ore 16 del 19 settembre 1926, quando l’arbitro fischia l’inizio del match amichevole tra Milan e Inter nel nuovo “stadio calcistico di San Siro”, la struttura nata per le partite in casa dei rossoneri e cresciuta tra i prati della periferia ovest della città.

Per i cugini ospiti, i nerazzurri, il nuovo impianto che condivideranno anni più tardi con il Milan porta bene: la vittoria dell’Inter è netta (6 a 3). Pochi giorni dopo la partita inaugurale, le rivali cittadine si rivedranno sull’erba del nuovo impianto da 35 mila posti. Questa volta per formare una squadra unica e incontrare in un’amichevole i cecoslovacchi del DFC Praga. A pochi metri di distanza dalle tribune (parzialmente coperte) di un vero “stadio per il football” privo della consueta pista di atletica gli 8 nerazzurri e i 3 rossoneri scelti si impongono per 4-1.

Uno stadio “all’inglese”

Il nuovo stadio era stato fortemente voluto dall’allora presidente del Milan, l’industriale della gomma Pietro Pirelli, che sborsò 5 milioni di lire per sostituire l’ormai inadeguato impianto di viale Lombardia . In un solo anno di lavoro la struttura progettata da Ulisse Stacchini (lo stesso che progettò il ristorante Savini e poi la Stazione Centrale) assieme al collega Alberto Cugini viene terminata in tempo record dalla posa della prima pietra il 1 agosto 1925. Fino ad allora il Milan aveva giocato in piccole strutture, da Porta Vittoria al Trotter fino alla struttura di viale Lombardia ormai pericolante ed inadeguata, mentre l’Inter (rinominata durante il fascismo Ambrosiana) giocava all’Arena Civica.

Lo stadio di San Siro, costruito “all’inglese”, rimarrà di proprietà del patron Pirelli fino al 1935 quando sarà ceduto al Comune di Milano. Durante lo stesso anno partiranno i lavori del primo ampliamento con la costruzione delle curve di raccordo con le tribune, l’anno successivo alla prima vittoria dell’Italia ai Mondiali, la cui semifinale Italia-Austria (1-0) si era svolta proprio di fronte allo stadio milanese gremito al limite della capienza, che sarà destinata a crescere di ben 20.000 posti. Disegnato dagli ingegneri Perlasca e Bertera ospiterà la Nazionale dopo l’ampliamento nel match Italia-Inghilterra del 13 maggio 1939, dove tra gli azzurri due volte campioni del mondo scese in campo Giuseppe Meazza.

Dopo lo stop imposto dalla guerra, la prima partita sul prato di San Siro si giocherà il 1 dicembre 1946 in una giornata nebbiosa. In campo l’Italia affronta l’Austria in un match che durerà 95 minuti a causa del temporaneo malfunzionamento del cronometro dell’arbitro davanti a 60.000 spettatori stipati nell’unico anello dello stadio sopravvissuto alla guerra. Il risultato finale sarà a favore degli azzurri, che vincono per 3 reti a 2 (reti di Castigliano, Mazzola e Piola).

L’anno successivo, il 1947, vedrà San Siro accogliere un nuovo ed illustre inquilino, l’Inter, che lascia definitivamente l’Arena Civica diventata ormai inadeguata per capienza e logistica. La prima partita del campionato 1947-48 giocata dai nerazzurri nello stadio condiviso con i cugini fu Inter-Modena del 14 settembre, terminata 1-1.

San Siro, il “signore dei due anelli”

Passano pochi anni dalla ripresa del campionato dopo la tragedia della guerra che il Comune di Milano già pensa all’ampliamento della struttura. Sono i primi anni del boomquando viene presentato un progetto più che ambizioso, reso noto dalle prime indiscrezioni dei media che lo presentarono ai lettori come il nuovo “stadio dei centomila”, dalla capienza massima prevista dal progetto.  I primi lavori di scavo del nuovo perimetro iniziarono il 12 luglio 1954, portando subito alla luce la difficile natura del terreno argilloso che impediva un corretto drenaggio. Durante il campionato 1953-54 le due squadre milanesi torneranno ad allenarsi all’Arena, mentre giocheranno a San Siro le partite di campionato con gli spalti dalla capienza sensibilmente ridotta per fare spazio agli imponenti lavori del secondo anello, che caratterizzerà l’immagine dello stadio milanese fino alla trasformazione dei Mondiali di Italia 1990. Lo stadio è per i tempi una meraviglia del progresso: divisori di vetro, postazioni telefoniche per la stampa, nuovi servizi pubblici e soprattutto gran parte delle gradinate coperte. I lavori proseguirono per due stagioni di campionato con la capienza limitata a 40mila posti, teatro di due scudetti delle milanesi (l’Inter nel 1954 e il Milan nel 1955). I collaudi della nuova struttura da 100.000 posti iniziarono nel settembre del 1955, dopo che la Giunta comunale ebbe stanziato 26 milioni di lire per la sistemazione del piazzale antistante lo stadio con i nuovi parcheggi, la modifica della viabilità e il rondò dei tram.

“Luci di gloria a San Siro”: la grande stagione delle milanesi

La prima partita nel rinnovato impianto si giocò il 3 settembre 1955 e non portò bene ai rossoneri, che persero per 4 a 1 contro la Dinamo Mosca. Il secondo test per il nuovo entusiasmante stadio dei milanesi soltanto una settimana dopo con un derby amichevole terminato 6 a 4 per i rossoneri. L’impianto quasi raddoppiato (e in seguito limitato ad 85.000 posti per ragioni di sicurezza) regge bene l’impatto della folla. Un po’ meno il deflusso del traffico a causa della viabilità di accesso non ancora del tutto sistemata. L’illuminazione notturna arriverà due anni più tardi quando 180 riflettori illumineranno a giorno l’erba dell’amichevole del 28 agosto 1957. Alle 21:30 si affrontarono Milan e Fiorentina, con i rossoneri in campo con lo scudetto cucito sulla maglia. Le luci a San Siro resteranno accese da quella sera in poi.

L’illuminazione dello stadio milanese sarà il preludio ad un raggiante decennio per le milanesi, gli anni ’60, con le conquiste della Grande Inter di Herrera e del Milan di Nereo Rocco e Josè Altafini.

I nerazzurri del Presidente Angelo Moratti festeggeranno sotto i riflettori di San Siro lo scudetto del 1963 conquistato dall’Inter di Burgnich, Picchi, Mazzola, Facchetti, Jair, Suarez e Corso. L’anno successivo arriverà la Coppa dei Campioni con gli uomini di Herrera a fare il giro del campo di San Siro alzando il trofeo dopo la vittoria nella finale di Vienna contro il Real Madrid (3-1).

Ancora più entusiasmante la stagione 1964-65con 90.000 tifosi nerazzurri ad assistere all’epica rimonta sul Benfica e alla conquista della seconda Coppa dei Campioni, affiancata dallo scudetto vinto al rush finale proprio contro i cugini del Milan. San Siro ospiterà anche la finale della coppa Intercontinentale, vinta contro gli argentini dell’Indipendiente. L’anno successivo sugli spalti di San Siro l’Inter festeggerà lo scudetto della stella e di nuovo la coppa Intercontinentale sempre contro l’Indipendiente.

Il Milan del paròn Nereo Rocco entusiasma i tifosi rossoneri dello stadio rinnovato già nel 1962 con i record di Altafini e Rivera. Anticipando i trionfi dell’Inter, i rossoneri conquistano la Coppa dei Campioni (primi nella storia delle società italiane) dopo la vittoria di Wermbley contro il Benfica. La doppietta del Milan arriverà nella stagione 1967-68 con un altro tricolore ad esaltare gli spalti di San Siro, mentre l’anno successivo arriverà al seconda Coppa dei Campioniconquistata dal Milan del bomber Pierino Prati contro l’Ajax.

Anni ’70: il buio delle milanesi, i riflettori sui grandi concerti

Il decennio successivo ai trionfi di Inter e Milan fu magro di risultati per le cittadine di casa a San Siro. Per il Milan di Rivera l’unico scudetto del decennio arriverà nella stagione 1978-79 (quello della stella), mentre i nerazzurri del presidente Fraizzoli andò un po’ meglio, con gli scudetti vinti agli estremi del decennio nel 1970-71 e 1979-80. Poco dopo gli ultimi trionfi, lo scandalo delle scommesse e la retrocessione del Milan in serie B getterà ombra sui fasti calcistici degli anni precedenti.

Se i riflettori si spensero momentaneamente per il calcio milanese, lo stadio accese la stagione dei grandi concerti inaugurati dall’esibizione del re del reggae Bob Marley. Era la sera del 27 giugno 1980 (la stessa della strage di Ustica)  quando una folla record di circa 100.000 persone invade il manto erboso (che rimarrà definitivamente compromesso) e gremisce i due anelli. Poco dopo toccherà a Edoardo Bennato, che attira ben 60 mila fans. Era la notte del 20 luglio 1980 e la grande stagione dei concerti di San Siro era cominciata in trionfo. Di lì a poco il gothadella musica internazionale si sarebbe esibito nello stadio dei milanesi, dal tour di “Born in the Usa” di Bruce Springsteen (una delle star più affezionate al Meazza) nel giugno 1985. quindi Madonna, Michael Jackson, David Bowie e tra gli italiani gli ospiti d’onore Vasco Rossi e poi Luciano Ligabue.

1990: il terzo anello e le “notti magiche”

La ripresa del grande calcio a San Siro iniziò nella seconda metà degli anni ottanta, con il Milan stellare di Silvio Berlusconi e degli olandesi e con l’esaltante scudetto dei record dell’Inter allenata da Giovanni Trapattoni.

Ma l’appuntamento calcistico che avrebbe ancora una volta cambiato la storia e il volto dello stadio (che era stato intitolato al campione del passato Giuseppe Meazza nel 1980) era quello dei Campionati Mondiali di Calcio dell’estate 1990 ospitati dall’Italia. Il piano di riqualificazione di San Siro fu approvato dalla proprietà nella seduta del Consiglio Comunale della giunta Pillitteri l’11 febbraio 1987, che stabilì il tetto massimo di spesa a 64 miliardi di lire (di cui 49 di contributi dallo Stato). Il nuovo progetto prevedeva la costruzione del terzo anello, per la capienza massima di 85.000 spettatoriottenuta per la riduzione dei posti al primo e secondo anello (con la sparizione definitiva dei “parterre”). Il nuovo San Siro, secondo il progetto dell’architetto di fiducia di Silvio Berlusconi Giancarlo Ragazzi, si sarebbe elevato fino a 50 metri dal suolo, con il nuovo anello sovrastato da una copertura in travi d’acciaio. Inizialmente Silvio Berlusconi con la sua Edilnord aveva caldeggiato la costruzione di un nuovo stadio, progetto rientrato per l’opposizione del Comune di Milano e per la perplessità della dirigenza dell’Inter. La società del biscione presentò allora un secondo e definitivo piano di ampliamento della struttura esistente, ed i lavori ebbero inizio naufragando poco dopo nelle polemiche per la crescita esponenziale dei costi (dagli iniziali 64 ai quasi 170 miliardi del gennaio 1990) dovuta soprattutto all’incidenza delle cosiddette riserve di cantiere e a perizie suppletive. Non migliore si presentava la situazione delle infrastrutture legate allo stadio, con il naufragio del progettto di una metropolitana leggera e la mancata realizzazione di nuovi alberghi.

Con i cantieri ancora aperti attorno al perimetro di San Siro l’inaugurazione ufficiale avvenne il 2 giugno 1990 dopo un esborso finale di oltre 180 miliardi. Pochi giorni dopo, il primo fischio d’inizio dei Campionati riecheggerà tra i nuovi spalti con le poltroncine colorate la sera dell’8 giugno. L’arbitro francese Vautrot dava inizio alla prima partita giocata al Meazza tra Argentina e Camerun.

San Siro, la “Oxford degli appalti”: gli anni di Tangentopoli

L’ultima partita dei Mondiali giocata davanti al pubblico del Meazza si giocò il 1 luglio 1990(Germania Ovest- Cecoslovacchia 1-0). Quando i riflettori si spensero, San Siro piombò nel buio della bufera di tangentopoli, che investì anche gli appalti di Italia ’90. L’inchiesta guidata dai magistrati del pool di Mani Pulite coinvolse in particolare il ruolo del manager di Edilmediolanum Clemente Rovati. Poco dopo l’arresto del manager del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa, i Carabinieri ammanettavano Rovati che fu a capo di un maxi-consorzio comprendente costruttori del calibro di Torno e Frabboni. Al vaglio degli inquirenti, un’intercettazione telefonica fortemente compromettente in cui l’allora assessore socialista al Demanio Bruno Falconieri dichiarò di aver fatto di San Siro la “Oxford degli appalti”. Fu dagli interrogatori di Rovati e degli altri imprenditori coinvolti nella fitta rete della corruzione che emersero le irregolarità che avevano portato al raddoppio dei costi per l’ammodernamento del Meazza, fatto che contribuirà in maniera determinante alla scomparsa dalla scena politica dell’amministrazione socialista milanese. Alla fine di quel “terribile” 1992, sul prato dello stadio più chiacchierato d’Italia il Milan di Fabio Capello e dell’ultimo Van Basten conquistava il suo 12° scudetto.

Il Terzo millennio e il futuro (incerto) di San Siro

Il sistema delle tangenti sui lavori a San Siro danneggiò non soltanto le tasche dei contribuenti ma anche la qualità della struttura stessa, vanto di una ex Milano spazzata via dall’opera dei magistrati. Le coperture trasparenti delle travi perimetrali ad esempio furono realizzate con materiali più scadenti rispetto al progetto originario (e meno trasparenti). La minore filtrazione dei raggi solari e l’imperfetta sistemazione del sistema di drenaggio del terreno di gioco crearono quello che negli anni successivi si rivelò un problema molto grave: quello dell’erba, la cui crescita e manutenzione sembrava in quegli anni impossibile. Saranno dunque necessarie per tutto il decennio frequentissime (e costosissime) “ri-zollature” dei 7.200 metri quadrati del campo per garantire una praticabilità sufficiente ad Inter, Milan e squadre ospiti. Nel 2002 fu avanzato il primo progetto per la realizzazione di un terreno sintetico, che naufragherà per la perplessità di giocatori e società a causa delle caratteristiche del manto che rendevano la corsa più faticosa e per la maggiore durezza dell’erba artificiale, possibile causa di seri infortuni.

Medicato negli anni con centinaia di interventi, il prato di San Siro vedrà gli scudetti del Milan(1995-1996,1998-99, 2003-2004 e 2010-2011) ed il ritorno nel terzo millennio della Grande Inter (5 scudetti consecutivi dal 2005 e apoteosi del Triplete con Mourinho nella stagione 2009-2010).

Alla vigilia dei 30 anni dall’ultima ristrutturazione per il mitico stadio meneghino si apre una nuova partita: il contratto tra il Comune di Milano e le società calcistiche cittadine sarà in essere fino al 2030, ma il dibattito degli ultimi anni riguarda l’ipotesi della costruzione di un nuovo stadio ad uso esclusivo (come lo Juventus Stadium di Torino) oppure una nuova ristrutturazione del Meazza (il Comune è attualmente più propenso alla seconda ipotesi). Chi invece prevede una prossima demolizione del tempio del calcio milanese asserisce che i vantaggi sarebbero più degli ostacoli. Un nuovo stadio verrebbe costruito in tempi brevi e sarebbe già concepito per garantire introiti rapidi con le infrastrutture commerciali e alberghiere incluse nel progetto. La questione sicurezza sarebbe poi un altro punto a vantaggio dei fautori dell’impianto ex-novo in quanto, nonostante gli adeguamenti realizzati negli anni (l’ultimo nel 2016) lo stadio rinnovato nel 1990 risulta carente da un punto di vista del deflusso dalle uscite di sicurezza. Anche la questione della capienza è uno degli argomenti più dibattuti riguardo al futuro del Meazza: le società milanesi vorrebbero un impianto da circa 60mila posti per garantire il pieno funzionamento di stadio e servizi.

Per molti altri, invece, un tempio della storia mondiale del calcio nonché simbolo di Milano non si deve abbattere (è risultato da un sondaggio che il Meazza è attualmente uno tra i simboli più conosciuti della città a livello internazionale). I vantaggi sarebbero -oltre che turistici- anche urbanistici per il minore impatto ambientale di una nuova struttura. In attesa di una decisione da parte di Milan e Inter in molti si chiedono se le luci di San Siro rimarranno accese ancora a lungo o verranno spente per sempre.

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Quel 18 giugno nel quale la Ternana scrisse la storia del calcio umbro

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CALCIOFERE.IT – Un articolo di Emanuele Lombardini per calciofere.it ci ricorda come il 18 giugno 1972 la Ternana, battendo il Novara per 3-1, conquistava per la prima volta nella sua storia la serie A.

La squadra di Corrado Viciani e del presidente Giorgio Taddei era “senza stelle, ma con giocatori capaci di vincere con la forza del gruppo”.

La Ternana è la prima squadra umbra a raggiungere la serie A, il Perugia dovrà attendere la stagione 1974/75. L’autore poi cita un articolo dell’epoca tratto da Tuttosport …“Ha vinto la Ternana, ha vinto Viciani il meraviglioso pubblico ternano. Quel pubblico che è stato vicinissimo alla squadra sin dall’inizio ed ha invaso gli stadi di tutta Italia per sostenere il proprio undici. Corrado Viciani, il tecnico che ha sempre tenuto i piedi in terra e che  è riuscito a caricare gli atleti al punto giusto, è stato di una compostezza esemplare. Al suo posto, qualcuno avrebbe potuto perdere la testa”.

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Il 17 giugno 1970 la partita del secolo, Italia-Germania 4-3

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ILVALOREITALIANO.IT (Carlo Saccomando) – Una partita universalmente nota come “la partita del secolo”… parliamo ovviamente di Italia – Germania 4-3 giocata esattamente 49 anni fa allo stadio Atzeca di Città del Messico. Un incontro valevole come semifinale mondiale del 1970, in Messico, davanti ad un pubblico di ben 102.444 spettatori e oltre 30 milioni di telespettatori. Insomma il primo mondiale davvero “live”. Perché è considerata la “partita del secolo“?  … si chiede Carlo Saccomando nell’articolo, splendido, pubblicato oggi da ilvaloreitaliano.it…

“Le componenti che hanno reso questo evento epico sono diverse e nello stesso tempo complicate da spiegare tutte. Sicuramente il risultato finale di 4-3, per la maniera nel quale è maturato, ha contributo in gran parte alla straordinarietà dell’accaduto. In più si consideri la rivalità calcistica, che aumenterà sempre di più negli anni a venire, oltre che a quella politica, figlia di rapporti diplomatici instaurati tra i due stati dalla loro nascita, nella seconda metà dell’Ottocento, sino all’alleanza durante la seconda guerra mondiale. Una collaborazione arenata prima della fine del conflitto mondiale e terminata amaramente, come i fatti di storia insegnano. È molto calzante una frase apparsa sul quotidiano Repubblica nel 2016, che dice così: ” “Loro, si dice, ci amano ma non ci stimano. Noi, si dice, li stimiamo ma non possiamo amarli.”

Nell’articolo si ripercorre il cammino delle due squadre sino alla storica sfida, avvenuta alla nostra mezzanotte “con 25 gradi di temperatura, un’umidità da tenerti incollata la maglietta al corpo come una seconda pelle e si giocava ad un’altitudine di circa 2.200 mt , tale da fiaccarti il respiro e renderti poco lucido se non sei abituato. Altri particolari che arricchiscono il significato di questo incontro”. 

Poi l’autore si concentra sulla descrizione della gara e racconta la fantastica girandola di emozione e di reti: prima Boninsegna, poi il pareggio di Schnellinger, lasciato incredibilmente da solo in pieno recupero al 93′. Quindi i supplementari, dove la Germania si porta in vantaggio, con gol di Gerd Müller. Dopo solo quattro minuti arriva il pareggio Burgnich e, un minuto prima del termine del primo supplementare, una straordinaria azione di Gigi Riva in contropiede regala ancora all’Italia il vantaggio. Al”inizio del secondo tempo supplementare la Germania Ovest trova con Seeler. Dopo neanche un minuto sigla il definitivo 4-3…. “Fu un’azione corale, la più bella della competizione per gli azzurri, a far scaturire il gol vittoria: palla rimessa in gioco dal centro campo, undici passaggi, nessun intervento dei tedeschi e conclusione di Gianni Rivera, che da centro area di piatto destro spiazzò Maier. La partita nonostante non venga ricordata negli annali tra le più spettacolari a livello di gioco, viene considerata ancora oggi tra le più emozionanti ed influenti nella storia del calcio professionistico. Non a caso i tifosi messicani per onorare l’avvenimento decisero di murare una lapide all’esterno dello Stadio Azteca per ricordare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo spettacolo e la battaglia”.

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La triste storia del portiere Giuliani

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SPORTVITERBO.IT – Giuliano Giuliani era il solitario della compagnia, non solo per il ruolo che aveva in campo. Sulla Coppa Uefa del Napoli (17 maggio 1989) e sullo scudetto del 1990 ci sono anche i suoi guantoni. Ma pochi anni dopo oggi sono 20 da quel 14 novembre 1996 – “Giulio” è morto al reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. A 38 anni se l’è portato via una complicazione polmonare, dopo che aveva accompagnato a scuola la figlia Gessica. Giuliani aveva l’Aids- contagio forse verificatosi in Argentina – e il suo fisico era già minato dal 1994, quando si era ritirato sui colli bolognesi. Il calcio italiano lo ha rimosso ancora prima della sua morte, come sua unica vittima per il virus killer. Era un buonissimo portiere secondo l’allenatore Osvaldo Bagnoli, che lo aveva allenato al Verona per tre anni. Sia a Verona che a Napoli, Giuliani aveva rimpiazzato Garella, in una sorta di rincorsa che nella seconda metà degli anni 80 lo aveva consacrato come uno dei migliori, subito dopo la coppia Zenga-Tacconi. Aveva fatto la riserva dello juventino all’Olimpiade di Seul 1988, prima di finire alla corte di Maradona. Le sue idee sempre avanti: voleva creare un raggio laser per misurare la distanza della barriera, aveva un negozio di abbigliamento, disegnava le maglie con cui giocava e le commercializzava. Sul campo era tra i 4-5 migliori: non era uno showman che si atteggiava, ma era un portiere essenziale. Ha lasciato un bel ricordo tra i suoi compagni. I calcio lo ha dimenticato perché in quegli anni si scappava da quella malattia.

Giuliani era stato cresciuto dagli zii ad Arezzo e aveva iniziato per emulare Albertosi. Diplomato geometra, era esploso nel Como, frequentava la Milano da bere ed era sposato con Raffaella, modella e conduttrice tv.

Tutti si sono dimenticati di quel portiere morto da solo – nel novembre del 1996- nel reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Emarginato non solo da tutto il mondo del calcio, che aveva lasciato, ma anche dai suoi ex compagni e amici come ha denunciato la moglie. Un destino triste, come quello probabilmente di tante altre persone meno famose che negli anni 90 pagarono sulla loro pelle il dilagarsi di quella malattia sconosciuta. Giuliani a Napoli non fu una comparsa: vinse l’Uefa nell’89 e lo scudetto del 90. Si fece apprezzare per essere l’esatto opposto del suo predecessore Garella. Amato dai compagni anche per la sua sobrietà. Avrebbe pagato una sola notte di follia, l’unica in cui, disse, tradi la moglie. Insieme a tutta la squadra azzurra partecipò al matrimonio di Maradona. La moglie lo lasciò quando lui confessò di aver contratto la malattia, salvo riavvicinarsi a lui quando il male divenne sempre più invasivo.

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