Connect with us

La Penna degli Altri

San Siro: la storia di un tempio del calcio

Published on

PANORAMA.IT (Edoardo Frittoli) – Tutto comincia alle ore 16 del 19 settembre 1926, quando l’arbitro fischia l’inizio del match amichevole tra Milan e Inter nel nuovo “stadio calcistico di San Siro”, la struttura nata per le partite in casa dei rossoneri e cresciuta tra i prati della periferia ovest della città.

Per i cugini ospiti, i nerazzurri, il nuovo impianto che condivideranno anni più tardi con il Milan porta bene: la vittoria dell’Inter è netta (6 a 3). Pochi giorni dopo la partita inaugurale, le rivali cittadine si rivedranno sull’erba del nuovo impianto da 35 mila posti. Questa volta per formare una squadra unica e incontrare in un’amichevole i cecoslovacchi del DFC Praga. A pochi metri di distanza dalle tribune (parzialmente coperte) di un vero “stadio per il football” privo della consueta pista di atletica gli 8 nerazzurri e i 3 rossoneri scelti si impongono per 4-1.

Uno stadio “all’inglese”

Il nuovo stadio era stato fortemente voluto dall’allora presidente del Milan, l’industriale della gomma Pietro Pirelli, che sborsò 5 milioni di lire per sostituire l’ormai inadeguato impianto di viale Lombardia . In un solo anno di lavoro la struttura progettata da Ulisse Stacchini (lo stesso che progettò il ristorante Savini e poi la Stazione Centrale) assieme al collega Alberto Cugini viene terminata in tempo record dalla posa della prima pietra il 1 agosto 1925. Fino ad allora il Milan aveva giocato in piccole strutture, da Porta Vittoria al Trotter fino alla struttura di viale Lombardia ormai pericolante ed inadeguata, mentre l’Inter (rinominata durante il fascismo Ambrosiana) giocava all’Arena Civica.

Lo stadio di San Siro, costruito “all’inglese”, rimarrà di proprietà del patron Pirelli fino al 1935 quando sarà ceduto al Comune di Milano. Durante lo stesso anno partiranno i lavori del primo ampliamento con la costruzione delle curve di raccordo con le tribune, l’anno successivo alla prima vittoria dell’Italia ai Mondiali, la cui semifinale Italia-Austria (1-0) si era svolta proprio di fronte allo stadio milanese gremito al limite della capienza, che sarà destinata a crescere di ben 20.000 posti. Disegnato dagli ingegneri Perlasca e Bertera ospiterà la Nazionale dopo l’ampliamento nel match Italia-Inghilterra del 13 maggio 1939, dove tra gli azzurri due volte campioni del mondo scese in campo Giuseppe Meazza.

Dopo lo stop imposto dalla guerra, la prima partita sul prato di San Siro si giocherà il 1 dicembre 1946 in una giornata nebbiosa. In campo l’Italia affronta l’Austria in un match che durerà 95 minuti a causa del temporaneo malfunzionamento del cronometro dell’arbitro davanti a 60.000 spettatori stipati nell’unico anello dello stadio sopravvissuto alla guerra. Il risultato finale sarà a favore degli azzurri, che vincono per 3 reti a 2 (reti di Castigliano, Mazzola e Piola).

L’anno successivo, il 1947, vedrà San Siro accogliere un nuovo ed illustre inquilino, l’Inter, che lascia definitivamente l’Arena Civica diventata ormai inadeguata per capienza e logistica. La prima partita del campionato 1947-48 giocata dai nerazzurri nello stadio condiviso con i cugini fu Inter-Modena del 14 settembre, terminata 1-1.

San Siro, il “signore dei due anelli”

Passano pochi anni dalla ripresa del campionato dopo la tragedia della guerra che il Comune di Milano già pensa all’ampliamento della struttura. Sono i primi anni del boomquando viene presentato un progetto più che ambizioso, reso noto dalle prime indiscrezioni dei media che lo presentarono ai lettori come il nuovo “stadio dei centomila”, dalla capienza massima prevista dal progetto.  I primi lavori di scavo del nuovo perimetro iniziarono il 12 luglio 1954, portando subito alla luce la difficile natura del terreno argilloso che impediva un corretto drenaggio. Durante il campionato 1953-54 le due squadre milanesi torneranno ad allenarsi all’Arena, mentre giocheranno a San Siro le partite di campionato con gli spalti dalla capienza sensibilmente ridotta per fare spazio agli imponenti lavori del secondo anello, che caratterizzerà l’immagine dello stadio milanese fino alla trasformazione dei Mondiali di Italia 1990. Lo stadio è per i tempi una meraviglia del progresso: divisori di vetro, postazioni telefoniche per la stampa, nuovi servizi pubblici e soprattutto gran parte delle gradinate coperte. I lavori proseguirono per due stagioni di campionato con la capienza limitata a 40mila posti, teatro di due scudetti delle milanesi (l’Inter nel 1954 e il Milan nel 1955). I collaudi della nuova struttura da 100.000 posti iniziarono nel settembre del 1955, dopo che la Giunta comunale ebbe stanziato 26 milioni di lire per la sistemazione del piazzale antistante lo stadio con i nuovi parcheggi, la modifica della viabilità e il rondò dei tram.

“Luci di gloria a San Siro”: la grande stagione delle milanesi

La prima partita nel rinnovato impianto si giocò il 3 settembre 1955 e non portò bene ai rossoneri, che persero per 4 a 1 contro la Dinamo Mosca. Il secondo test per il nuovo entusiasmante stadio dei milanesi soltanto una settimana dopo con un derby amichevole terminato 6 a 4 per i rossoneri. L’impianto quasi raddoppiato (e in seguito limitato ad 85.000 posti per ragioni di sicurezza) regge bene l’impatto della folla. Un po’ meno il deflusso del traffico a causa della viabilità di accesso non ancora del tutto sistemata. L’illuminazione notturna arriverà due anni più tardi quando 180 riflettori illumineranno a giorno l’erba dell’amichevole del 28 agosto 1957. Alle 21:30 si affrontarono Milan e Fiorentina, con i rossoneri in campo con lo scudetto cucito sulla maglia. Le luci a San Siro resteranno accese da quella sera in poi.

L’illuminazione dello stadio milanese sarà il preludio ad un raggiante decennio per le milanesi, gli anni ’60, con le conquiste della Grande Inter di Herrera e del Milan di Nereo Rocco e Josè Altafini.

I nerazzurri del Presidente Angelo Moratti festeggeranno sotto i riflettori di San Siro lo scudetto del 1963 conquistato dall’Inter di Burgnich, Picchi, Mazzola, Facchetti, Jair, Suarez e Corso. L’anno successivo arriverà la Coppa dei Campioni con gli uomini di Herrera a fare il giro del campo di San Siro alzando il trofeo dopo la vittoria nella finale di Vienna contro il Real Madrid (3-1).

Ancora più entusiasmante la stagione 1964-65con 90.000 tifosi nerazzurri ad assistere all’epica rimonta sul Benfica e alla conquista della seconda Coppa dei Campioni, affiancata dallo scudetto vinto al rush finale proprio contro i cugini del Milan. San Siro ospiterà anche la finale della coppa Intercontinentale, vinta contro gli argentini dell’Indipendiente. L’anno successivo sugli spalti di San Siro l’Inter festeggerà lo scudetto della stella e di nuovo la coppa Intercontinentale sempre contro l’Indipendiente.

Il Milan del paròn Nereo Rocco entusiasma i tifosi rossoneri dello stadio rinnovato già nel 1962 con i record di Altafini e Rivera. Anticipando i trionfi dell’Inter, i rossoneri conquistano la Coppa dei Campioni (primi nella storia delle società italiane) dopo la vittoria di Wermbley contro il Benfica. La doppietta del Milan arriverà nella stagione 1967-68 con un altro tricolore ad esaltare gli spalti di San Siro, mentre l’anno successivo arriverà al seconda Coppa dei Campioniconquistata dal Milan del bomber Pierino Prati contro l’Ajax.

Anni ’70: il buio delle milanesi, i riflettori sui grandi concerti

Il decennio successivo ai trionfi di Inter e Milan fu magro di risultati per le cittadine di casa a San Siro. Per il Milan di Rivera l’unico scudetto del decennio arriverà nella stagione 1978-79 (quello della stella), mentre i nerazzurri del presidente Fraizzoli andò un po’ meglio, con gli scudetti vinti agli estremi del decennio nel 1970-71 e 1979-80. Poco dopo gli ultimi trionfi, lo scandalo delle scommesse e la retrocessione del Milan in serie B getterà ombra sui fasti calcistici degli anni precedenti.

Se i riflettori si spensero momentaneamente per il calcio milanese, lo stadio accese la stagione dei grandi concerti inaugurati dall’esibizione del re del reggae Bob Marley. Era la sera del 27 giugno 1980 (la stessa della strage di Ustica)  quando una folla record di circa 100.000 persone invade il manto erboso (che rimarrà definitivamente compromesso) e gremisce i due anelli. Poco dopo toccherà a Edoardo Bennato, che attira ben 60 mila fans. Era la notte del 20 luglio 1980 e la grande stagione dei concerti di San Siro era cominciata in trionfo. Di lì a poco il gothadella musica internazionale si sarebbe esibito nello stadio dei milanesi, dal tour di “Born in the Usa” di Bruce Springsteen (una delle star più affezionate al Meazza) nel giugno 1985. quindi Madonna, Michael Jackson, David Bowie e tra gli italiani gli ospiti d’onore Vasco Rossi e poi Luciano Ligabue.

1990: il terzo anello e le “notti magiche”

La ripresa del grande calcio a San Siro iniziò nella seconda metà degli anni ottanta, con il Milan stellare di Silvio Berlusconi e degli olandesi e con l’esaltante scudetto dei record dell’Inter allenata da Giovanni Trapattoni.

Ma l’appuntamento calcistico che avrebbe ancora una volta cambiato la storia e il volto dello stadio (che era stato intitolato al campione del passato Giuseppe Meazza nel 1980) era quello dei Campionati Mondiali di Calcio dell’estate 1990 ospitati dall’Italia. Il piano di riqualificazione di San Siro fu approvato dalla proprietà nella seduta del Consiglio Comunale della giunta Pillitteri l’11 febbraio 1987, che stabilì il tetto massimo di spesa a 64 miliardi di lire (di cui 49 di contributi dallo Stato). Il nuovo progetto prevedeva la costruzione del terzo anello, per la capienza massima di 85.000 spettatoriottenuta per la riduzione dei posti al primo e secondo anello (con la sparizione definitiva dei “parterre”). Il nuovo San Siro, secondo il progetto dell’architetto di fiducia di Silvio Berlusconi Giancarlo Ragazzi, si sarebbe elevato fino a 50 metri dal suolo, con il nuovo anello sovrastato da una copertura in travi d’acciaio. Inizialmente Silvio Berlusconi con la sua Edilnord aveva caldeggiato la costruzione di un nuovo stadio, progetto rientrato per l’opposizione del Comune di Milano e per la perplessità della dirigenza dell’Inter. La società del biscione presentò allora un secondo e definitivo piano di ampliamento della struttura esistente, ed i lavori ebbero inizio naufragando poco dopo nelle polemiche per la crescita esponenziale dei costi (dagli iniziali 64 ai quasi 170 miliardi del gennaio 1990) dovuta soprattutto all’incidenza delle cosiddette riserve di cantiere e a perizie suppletive. Non migliore si presentava la situazione delle infrastrutture legate allo stadio, con il naufragio del progettto di una metropolitana leggera e la mancata realizzazione di nuovi alberghi.

Con i cantieri ancora aperti attorno al perimetro di San Siro l’inaugurazione ufficiale avvenne il 2 giugno 1990 dopo un esborso finale di oltre 180 miliardi. Pochi giorni dopo, il primo fischio d’inizio dei Campionati riecheggerà tra i nuovi spalti con le poltroncine colorate la sera dell’8 giugno. L’arbitro francese Vautrot dava inizio alla prima partita giocata al Meazza tra Argentina e Camerun.

San Siro, la “Oxford degli appalti”: gli anni di Tangentopoli

L’ultima partita dei Mondiali giocata davanti al pubblico del Meazza si giocò il 1 luglio 1990(Germania Ovest- Cecoslovacchia 1-0). Quando i riflettori si spensero, San Siro piombò nel buio della bufera di tangentopoli, che investì anche gli appalti di Italia ’90. L’inchiesta guidata dai magistrati del pool di Mani Pulite coinvolse in particolare il ruolo del manager di Edilmediolanum Clemente Rovati. Poco dopo l’arresto del manager del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa, i Carabinieri ammanettavano Rovati che fu a capo di un maxi-consorzio comprendente costruttori del calibro di Torno e Frabboni. Al vaglio degli inquirenti, un’intercettazione telefonica fortemente compromettente in cui l’allora assessore socialista al Demanio Bruno Falconieri dichiarò di aver fatto di San Siro la “Oxford degli appalti”. Fu dagli interrogatori di Rovati e degli altri imprenditori coinvolti nella fitta rete della corruzione che emersero le irregolarità che avevano portato al raddoppio dei costi per l’ammodernamento del Meazza, fatto che contribuirà in maniera determinante alla scomparsa dalla scena politica dell’amministrazione socialista milanese. Alla fine di quel “terribile” 1992, sul prato dello stadio più chiacchierato d’Italia il Milan di Fabio Capello e dell’ultimo Van Basten conquistava il suo 12° scudetto.

Il Terzo millennio e il futuro (incerto) di San Siro

Il sistema delle tangenti sui lavori a San Siro danneggiò non soltanto le tasche dei contribuenti ma anche la qualità della struttura stessa, vanto di una ex Milano spazzata via dall’opera dei magistrati. Le coperture trasparenti delle travi perimetrali ad esempio furono realizzate con materiali più scadenti rispetto al progetto originario (e meno trasparenti). La minore filtrazione dei raggi solari e l’imperfetta sistemazione del sistema di drenaggio del terreno di gioco crearono quello che negli anni successivi si rivelò un problema molto grave: quello dell’erba, la cui crescita e manutenzione sembrava in quegli anni impossibile. Saranno dunque necessarie per tutto il decennio frequentissime (e costosissime) “ri-zollature” dei 7.200 metri quadrati del campo per garantire una praticabilità sufficiente ad Inter, Milan e squadre ospiti. Nel 2002 fu avanzato il primo progetto per la realizzazione di un terreno sintetico, che naufragherà per la perplessità di giocatori e società a causa delle caratteristiche del manto che rendevano la corsa più faticosa e per la maggiore durezza dell’erba artificiale, possibile causa di seri infortuni.

Medicato negli anni con centinaia di interventi, il prato di San Siro vedrà gli scudetti del Milan(1995-1996,1998-99, 2003-2004 e 2010-2011) ed il ritorno nel terzo millennio della Grande Inter (5 scudetti consecutivi dal 2005 e apoteosi del Triplete con Mourinho nella stagione 2009-2010).

Alla vigilia dei 30 anni dall’ultima ristrutturazione per il mitico stadio meneghino si apre una nuova partita: il contratto tra il Comune di Milano e le società calcistiche cittadine sarà in essere fino al 2030, ma il dibattito degli ultimi anni riguarda l’ipotesi della costruzione di un nuovo stadio ad uso esclusivo (come lo Juventus Stadium di Torino) oppure una nuova ristrutturazione del Meazza (il Comune è attualmente più propenso alla seconda ipotesi). Chi invece prevede una prossima demolizione del tempio del calcio milanese asserisce che i vantaggi sarebbero più degli ostacoli. Un nuovo stadio verrebbe costruito in tempi brevi e sarebbe già concepito per garantire introiti rapidi con le infrastrutture commerciali e alberghiere incluse nel progetto. La questione sicurezza sarebbe poi un altro punto a vantaggio dei fautori dell’impianto ex-novo in quanto, nonostante gli adeguamenti realizzati negli anni (l’ultimo nel 2016) lo stadio rinnovato nel 1990 risulta carente da un punto di vista del deflusso dalle uscite di sicurezza. Anche la questione della capienza è uno degli argomenti più dibattuti riguardo al futuro del Meazza: le società milanesi vorrebbero un impianto da circa 60mila posti per garantire il pieno funzionamento di stadio e servizi.

Per molti altri, invece, un tempio della storia mondiale del calcio nonché simbolo di Milano non si deve abbattere (è risultato da un sondaggio che il Meazza è attualmente uno tra i simboli più conosciuti della città a livello internazionale). I vantaggi sarebbero -oltre che turistici- anche urbanistici per il minore impatto ambientale di una nuova struttura. In attesa di una decisione da parte di Milan e Inter in molti si chiedono se le luci di San Siro rimarranno accese ancora a lungo o verranno spente per sempre.

Vai all’articolo originale

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La Penna degli Altri

Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Quale il suo significato

Published on

EROICAFENICE.COM (Emilia Cirillo) – In molti, tifosi e non, ancora si chiedono quale sia il profondo ed autentico motivo per cui il simbolo del Napoli calcio sia l’asino, un animale così poco fiero ed indolente.

Come mai una squadra, che da tempo è riconosciuta come una delle migliori nella serie A in Italia e che si è distinta spesso in Europa, grazie al gioco spettacolare offerto, viene rappresentata da un animale così poco nobile come “’o ciuccio”? Ricordiamo che, proprio in riferimento al tipo di gioco, è stato anche coniato il termine “sarrismo”, inteso come concezione del gioco propugnata dall’ex allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva, e, per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri è diventata espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo.

Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Storia e simbologia

La storia che ha portato la Napoli calcistica a riconoscersi in un somaro, ‘o ciuccio appunto, affonda le sue radici nell’orgoglio  partenopeo.

Tutto ha origine nel 1926, quando l’Internaples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, nato nel 1922 e catapultato nella Divisione Nazionale dalla riforma del CONI fascista (che non accettava la separazione tra campionati del Nord e del Sud voluta dalla FIGC milanese-torinese), cambia nome, abbandonando l’inglesismo sgradito al regime e preferendo “Associazione Calcio Napoli”, antesignana della “Società Sportiva Calcio Napoli” (l’attuale SSC). Ma qui l’asino, ‘o ciuccio, non fa ancora la sua comparsa.

Il simbolo della squadra nel suo primo anno di militanza nel campionato nazionale (stagione 1926-1927) era di tutto rispetto: un ovale azzurro (colore ufficiale borbonico) dai contorni dorati, con all’interno un cavallo bianco rampante, posizionato su un pallone e circondato dalle lettere A, C, N (Associazione Calcio Napoli). Un simbolo che trasudava fierezza e nobiltà. “Il Corsiero del Sole”, così chiamato in epoca borbonica, simboleggiava Napoli durante il Regno delle Due Sicilie. Poi fu scelto dagli Svevi per testimoniare l’indomabilità e l’impeto del popolo napoletano. Carlo di Borbone, affascinato dal cavallo e da ciò che simboleggiava per la città di Napoli, ne fece una vera e propria razza: puntò all’accoppiamento tra fattrici orientali e stalloni arabi, andalusi e inglesi ricevuti in dono. Nacque così la pregiata stirpe equina del “Cavallo Persano”, una delle più apprezzate razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia. Ciò fino al 1874, quando, dopo l’ultima e definitiva invasione del Sud operata dai Savoia, la razza del Cavallo Persano fu fatta sopprimere per decreto del nuovo governo, invidioso dell’eccellenza altrui.

Intanto il cavallo rampante perdeva dunque il suo spessore simbolico per Napoli. La prima stagione del Napoli nel campionato nazionale, il primissimo davvero nazionale della storia, fu una catastrofe, dipanata tra 17 sconfitte in 18 partite e un misero pareggio con il Cagliari, senza peraltro riuscire a “gonfiare la rete”. Ora l’asino comincia a fare la sua comparsa.

Si racconta che nel bar Brasiliano (poi Pippone), sito in Via Santa Brigida, dove peraltro era prima situato lo Stadio del Napoli, un tale tifoso partenopeo Raffaele Riano, amareggiato per l’esito deludente di quel campionato, esasperato urlò ai presenti: «Ato ca cavallo sfrenato, a me me pare ‘o ciuccio ‘e Fichella, trentatré chiaje e a coda fraceta!». (Altro che cavallo sfrenato! A me pare l’asino di Fichella, trentatré piaghe ed una coda marcia!).

Ma chi è questo Fichella? Ebbene, Via Santa Brigida era ubicata nel Rione Luzzatti. Qui era noto un certo Don Domenico Ascione, un uomo magro e smunto, che per vivere raccoglieva fichi di notte, rivendendoli di giorno. Da qui il suo soprannome “’O Fichella”. Tale personaggio aveva con sé un asino in condizioni peggiori delle sue, emaciato, coperto di piaghe e con la coda in cancrena. Il povero animale provava a rendersi utile trasportando qualcosa, ma dopo pochi passi stramazzava al suolo, esausto. Ecco il chiaro simbolo partenopeo di Napoli calcistica.

In quell’annata calcisticamente negativa, il Napoli somigliava per quel tifoso all’asino di Fichella, distrutto ad ogni occasione. Mentre Raffaele Riano pronunciava a gran voce quella battuta di spirito per strappare una risata ai presenti, mangiava nello stesso locale un giornalista, che riportò la battuta sulle pagine del suo giornale satirico “Vaco ‘e pressa”, e cominciò a diffondere anche vignette sul tema Napoli-Asino, dov’era raffigurato proprio un asinello tutto incerottato, che in brevissimo tempo contribuì a diffondere la goliardica espressione. Finché il ciuccio in carne ed ossa non fece il suo primo vero ingresso allo stadio nel 1930, in occasione della partita Napoli-Juventus. I partenopei perdevano 0-2, ma incredibilmente riuscirono in una rimonta storica, terminando l’incontro 2-2. Al termine della partita, così, un piccolo asinello infiocchettato con un nastro azzurro fu portato in trionfo accompagnato da un cartello con su scritto “Ciuccio fa tu”. Ecco dunque il significato compiuto che incarna ancora oggi ‘o ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Come l’asinello, stanco e bistrattato per le fatiche, il Napoli, nel momento di amarezza e sconfitta, riesce infine a rialzarsi con orgoglio, dimostrando passione, forza ed amore, grazie al gioco straordinario che spesso riesce a donare ai suoi tifosi.

Nel 1982 il ciucciariello fa la sua prima comparsa sulle maglie ufficiali della squadra. La “N” di Napoli viene utilizzata come fosse il corpo dell’asino, su cui campeggia la testa del somaro. Nasce così, dalla prorompente allegria di un popolo in grado di sdrammatizzare, come nessuno riesce, i fallimenti e le ferite, uno dei simboli più cari ai napoletani.

Oggi tuttavia sembra che lo storico simbolo del ciuccio della squadra azzurra ceda il posto ad un felino, la pantera. Situazione rivoluzionaria, come rivoluzionaria sembra la nuova filosofia di gioco dell’allenatore Carlo Ancelotti. Nonostante si parli di scelta puramente commerciale, i ruggiti e le zampate, che suggerisce la pantera, stampata sulla nuova maglia della squadra, dello sponsor tecnico Kappa, sferrano un colpo micidiale al conservatorismo legato alla tenace e passionale iconografia azzurra. Sembra che la pantera voglia suggerire l’idea di maggior aggressività rispetto alla remissività e fatica dell’asinello, anche spesso associato all’ignoranza. Tuttavia i partenopei sono un popolo di fedeli sognatori e il sogno è una delle componenti essenziali per affrontare la vita tra lotte, sconfitte e umiliazioni. Pertanto non sarà semplice sradicare dal cuore dei napoletani l’idea di lotta e tenacia per superare ostacoli e vincere l’apparente impossibilità. E tutto questo resta e sarà storicamente e appassionatamente impersonato da “’o ciuccio”.

Del resto un vecchio proverbio recita: «Chi nasce asino non può morire cavallo». Nel caso del Napoli, è successo esattamente il contrario.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Sampdoria-Malines trent’anni dopo

Published on

GENOASAMP.COM (Marco Ferrera) – Era caduta tanta pioggia nella notte tra il 18 ed il 19 aprile 1989 ed aveva reso il prato del Ferraris più simile ad un galoppatoio che ad un campo di calcio. Era il Ferraris a metà, per i lavori di Italia 90, ed i ventimila stipati e fasciati di blucerchiato erano pronti come sempre a sospingere la squadra di Boskov a conquistare un sogno , la prima finale europea della storia, quella di Coppe delle Coppe in programma a Berna nel mese di maggio. Gli avversari erano quelli del Malines, i belgi di Aad De Mos, tecnico olandese, imbattuti da sedici incontri, con in porta uno dei più forti interpreti del ruolo a livello mondiale, Michel Preud’Homme, all’andata solo un gol di Vialli nel finale aveva reso possibile la rimonta, dopo l’uno due dei padroni di casa.
Quel pomeriggio di fango , di fatica e di sudore Gianluca era squalificato ed il “labbro di Novi Sad” si affidò in attacco a Loris Pradella, centravanti “razza Piave”, forte fisicamente ma tanto grezzo e dal gol difficile con a fianco Roberto Mancini, in una di quelle giornate in cui il numero dieci “sentiva” troppo la partita , non riuscendo ad esprimere le sue straordinarie qualità, tanto più su un terreno simile ad un pantano.

Per un’ora i fiamminghi furono padroni del match, Vierchowod si immolò per salvare su un avversario lanciato verso Pagliuca, venne ammonito, un giallo pesante, che gli avrebbe fatto saltare l’eventuale finale. Finale? Ben pochi ci speravano, tanto più quando mancavano poco più di venti minuti alla fine, lo zero a zero non si schiodava e cosa ti inventa Vuja ? Fuori proprio Pradella e dentro Bonomi, un centrocampista, ordinato e nemmeno fantasioso, con Dossena sganciato a creare in appoggio al Mancini poco ispirato di quel giorno, che quando mancavano venti minuti alla fine inventò il corridoio vincente per l’inserimento di Cerezo, abbiamo ancora negli occhi le lunghe e scoordinate leve di Toninho che amministrano la sfera, con il numero otto che si presenta davanti all’imbattibile portiere belga e lo supera con un destro preciso, che bacia il palo e si infila nella rete intrisa d’acqua e di fango, con un boato che fa scuotere Marassi, come se invece di ventimila ci fossero centomila voci a gridare la propria gioia.

E da quel momento assistiamo a venti minuti di gioco, di calcio, di passione, di unione , di spirito di squadra come raramente, forse mai, ci è capitato di vedere, Fausto Pari e Victor Munoz sono maschere di fango, corrono e tamponano, i belgi capiscono che devono far gol per non uscire dalla Coppa, cingono con manovre avvolgenti la difesa davanti a Pagliuca, che difende il golletto insieme a tutta la mezza gradinata e quando il cronometro recita l’85’ , con i giallorossi del Mechelen tutti in avanti, cosa succede? Bonomi respinge una palla al limite della propria area, alleggerisce su Dossena che da centravanti (che non è) gliela ritorna e si lancia nella metà campo sguarnita, vai Dossena, vai Beppe, è una fuga verso Preud’Homme, cuore , fatica e fango , non ce la può fare, la vista ti si annebbia, esce il portierone al limite dell’area, sembra in vantaggio ma Beppe cosa fa? Pelé ai mondiali di Messico 70 sfiorò il gol del secolo contro l’Uruguay, contro Mazurkiewicz, palla da una parte e aggiramento dell’avversario per poi concludere verso la porta sguarnita… quel giorno sull’altopiano messicano la battuta di “O rey” terminò fuori, quel pomeriggio del 19 Aprile 1989 Dossena si fece re, anzi imperatore, andò a riprendere la sfera dopo quella giocata e la scaraventò nella porta incustodita, per un due a zero che resterà nei cuori di tutti i tifosi blucerchiati, chi c’era e chi non c’era, a trepidare davanti alla TV con la voce di Ennio Vitanza. E come in un crescendo rossiniano la Samp d’oro di quel pomeriggio fece anche il terzo e a segnarlo fu il più piccolo di tutti, ma in quel momento in cui scoccò il dardo del terzo gol Faustino Salsano diventò un gigante, rendendo indimenticabile quel pomeriggio di fango, di fatica, di sudore e di lacrime, che copiose scendevano in campo e sugli spalti per aver raggiunto in quel modo una finale europea. Poi arrivò Berna, ma quella è un’altra storia, il pomeriggio del 19 aprile ne era stata scritta una davvero indelebile da quei ragazzi in maglia blucerchiata e dal loro condottiero, l’inarrivabile Vujadin Boskov.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Cartoline ingiallite di un calcio romantico …

Published on

SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Ci sono foto che solo a vederle ti fanno venire i brividi, perché sono come dei passepartout in grado di aprire quei forzieri in cui sono custoditi i ricordi più preziosi, le sensazioni e le emozioni legate a quel pallone che rotola sul campo e che fin da bambino ti ha regalato gioie e dolori, che ti ha fatto sognare, gioire o piangere. Rovistando in un cassetto in cui sono raccolti vecchi biglietti e abbonamenti, esce fuori una foto ingiallita dal tempo, quasi ridicola rivista a quasi 50 anni di distanza. Insieme a quella, c’è un ritaglio di una pagina di giornale con la cronaca della partita e a una foto del parterre del vecchio Olimpico con un tifoso che corre sventolando la bandiera e sullo sfondo uno striscione con un messaggio (che non sarà raccolto) al ct azzurro Ferruccio Valcareggi: “Chinaglia in Mexico”. Risale tutto al 19 aprile del 1970, il giorno di Lazio-Bari 4-1. E anche se è passato quasi mezzo secolo, vedendo ritagli e foto la mente vola a quei giorni felici e spensierati.

C’è tanta storia in questo collage, ci sono emozioni e sensazioni che riaffiorano e che fanno quasi male pensando non a quanto tempo è passato, ma soprattutto a quante cose sono cambiate e a quanto a volte è ingiusta e cattiva la vita. Quindi, prima di parlare di quel Lazio-Bari del 19 aprile del 1970, parto da quel bambino che sta insieme a me in posa in quella foto, scattata sul piazzale della palla dello Stadio Olimpico tra la Curva Sud e la Tribuna Tevere: è mio cugino Roberto, il figlio del fratello grande di mio padre. O meglio, era… Io e Roberto siamo cresciuti insieme, facevamo tutto insieme perché ci separava un solo anno d’età che era nulla. Mio cugino aveva un dono: aveva i piedi fatati. Avete presente quei talenti che messi in un campo di calcio sono in grado di mandare il pallone dove vogliono? Ecco, lui era uno di quelli. Ma non ha sfondato nel calcio a causa di una delusione da tifoso. Finita la terza media, mio cugino va a giocare un torneo nazionale e gioca da Dio, al punto che dopo pochi giorni mio zio riceve una telefonata da parte della Juventus. A Roma si presenta un signore distinto che chiede a mio zio di firmare il primo cartellino di Roberto con la Juventus, in cambio di vitto e alloggio pagati e della garanzia dell’iscrizione di mio cugino in un collegio in cui la Juventus manda a studiare tutti i ragazzi del settore giovanile che non sono di Torino. Insomma, un posto nella Academy della Juventus (già, era il 1974 e la Juventus aveva già una Academy…) e la possibilità di entrare nel grande calcio dalla porta principale. Il problema, è che mio cugino e mio zio (come tutti i Greco dalla fondazione della Lazio a oggi) sono laziali e la Juventus in quel momento è la grande rivale della Lazio. Certo, c’è anche la distanza tra Roma e Torino a mettere più di un dubbio, aggiunta al fatto che Roberto è figlio unico: e tutto questo non aiuta. Ma quando c’è da decidere, Roberto chiede a zio: “Ma se mi vuole la Juventus, perché non posso giocare nella Lazio?”…

Quella domanda resta come appesa, senza una risposta. Mio zio, in cerca di una risposta e di una soluzione fa qualche telefonata, chiama vecchi amici di mio nonno Tullio che negli anni Venti era stato dirigente della Lazio e sindaco del Consiglio Direttivo che nel 1927 sventò la fusione, nonché amico e consigliere del Generale Vaccaro, in modo da far fare un provino a mio cugino con la Lazio. Il provino si fa ma la Lazio dice di NO, quindi resta solo l’ipotesi Juventus. Ma l’amore per Roma e la Lazio è troppo forte e mio cugino dice NO GRAZIE e da quel momento in poi decide che per lui il calcio è solo un passatempo e una passione da vivere non in campo, ma sugli spalti. Si laurea, entra in RAI (dove diventa vice direttore dell’ufficio del personale) e resta tifoso, nonostante quella grande delusione provata quando si è sentito dire di NO. Ha tutto dalla vita, vede come me la Lazio vincere due scudetti e trionfare in Europa, ma sul più bello la vita gli toglie tutto, all’improvviso, perché nel 2002 a poco più di 41 anni viene sconfitto dallo stesso male infame che si è portato via ancora giovane anche nonno. E che ha attaccato anche il sottoscritto proprio l’anno successivo. Ma io, al contrario di Roberto, oggi ho la fortuna di poterlo raccontare…

Per questo quella foto mi apre il cuore ma al tempo stesso me lo spezza, perché con mio cugino ho condiviso tutto da ragazzo. I pranzi prima di andare allo stadio a casa di nonna a via Aterno, in quel palazzetto nel quartiere Coppedé; le lunghe attese in quella Tribuna Tevere Numerata quasi deserta in cui con le panche numerate vuote io e lui ci sistemavamo sui gradoni di marmo perché l’abbonamento da aquilotto ci dava il diritto all’ingresso in tribuna ma non al posto, quindi dovevamo arrangiarci in qualche modo; le risate sotto il sole; oppure quando l’acqua ci entrava da tutte le parti in quelle ore d’attesa nelle domeniche di pioggia; gli abbracci ai gol di Giorgio Chinaglia; quell’adesivo con lo scudetto strappato dal petto per scaramanzia alla fine del primo tempo di Lazio-Foggia; l’abbraccio il giorno del secondo scudetto in quel “buen retiro” di amanti del calcio che è la Tribuna Tevere Numerata pensando a zio Giorgio che non c’era più; la lite furibonda fatta quando lui, da responsabile dell’ufficio del personale bocciò (per non dare l’idea di favoritismi) il mio contratto d’assunzione in RAI firmato nel 1994 dall’allora direttore dello sport di RAI3… Insomma, di tutto e di più.

Quel Lazio-Bari, lo ricordo in modo particolare perché la Lazio stava vivendo una sorta di sogno. Appena tornata in Serie A e partita per salvarsi, la squadra costruita da Lorenzo battendo il Bari poteva addirittura agguantare per la prima volta nella storia la qualificazione per partecipare ad una Coppa Europea, trascinata dai gol di quel gigante, grezzo,  sgraziato ma incontenibile che rispondeva al nome di Giorgio Chinaglia. Ed ecco che la foto a colori si lega a quella in bianco e nero, a quell’immagine del tifoso che corre nel vecchio parterre dello stadio Olimpico sventolando una bandiera. Un’immagine impossibile oggi, perché quel parterre usato allora nelle lunghe ore di attesa prima della partita addirittura come campo da calcio improvvisato in cui in 100 si contendevano un pallone non esiste più. Ma anche perché con tutti i divieti che ci sono oggi quel tifoso rischierebbe la multa o il daspo immediato per aver abbandonato il suo posto e per aver scorrazzato da un settore all’altro. E poi quello striscione, quell’invito a Valcareggi a portare Chinaglia in Messico per partecipare a quella che è stata una delle avventure più belle nella storia della Nazionale italiana di calcio. Chinaglia quel posto sull’aereo se lo era meritato a suon di gol, perché con 12 reti in classifica dei cannonieri stava insieme a Chiarugi e a Prati e Boninsegna che poi in Messico ci sono andati. Ma la Lazio in quel momento non è una grande del calcio italiano, quindi Chinaglia quel mondiale lo vede alla tv come tutti noi, pur avendo raccolto in quella stagione scalpi importanti segnando a Milan, Fiorentina (che giocava con lo scudetto sul petto), Inter e Juventus, tutte cadute all’Olimpico sotto i colpi di Long John. Chinaglia segna anche in quell’ultima partita all’Olimpico. Un gol inutile allo scadere, quello del 4-1, ma che viene festeggiato come se fosse il gol della vittoria, con i tifosi già in campo per abbracciare e ringraziare la squadra per quell’annata incredibile, da sogno. Pensate cosa scatenerebbe oggi un’invasione di campo, seppur festosa.

Quel giorno, seduto sugli spalti, ho invidiato quei tifosi che scorrazzavano sul prato verde, ma ancora di più quelli entrati in campo con in testa dei cappelli diversi da quelli imposti a noi per ripararci dal sole a picco: erano dei gran sombreri, portati in campo per metterli sulla testa di Giorgio Chinaglia come augurio per la convocazione a Messico 1970. Invece, come ho scritto prima, nonostante le 6 reti segnate nelle ultime sei giornate di campionato e l’inserimento nella lista dei 40 giocatori selezionati da cui tirare fuori i 24 convocati, Giorgio non c’è mai salito su quell’aereo per Città del Messico.

Cartoline di un calcio e di un mondo d’altri tempi, di ricordi indelebili, di anni spensierati che non torneranno più ma che fanno parte di quel patrimonio di emozioni che rende piacevole il ricordo di quel tempo che fu. È ridicola quella foto vista oggi, con quei cappelli e quell’abbigliamento (soprattutto il mio) da americani in vacanza. Ma che gioia aver potuto vivere quegli anni e quel calcio…

Vai all’articolo originale

Continue Reading

Newsletter

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: