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Calcio, Arte & Società

“Dinamismo di un footballer” di Umberto Boccioni. La prima grande opera d’arte italiana dedicata al calcio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Danilo Comino) – Dinamismo di un footballer di Umberto Boccioni (Reggio Calabria, 19 ottobre 1882 – Verona, 17 agosto 1916) è una delle più famose opere d’arte del futurismo, il movimento d’avanguardia fondato nel 1909 a Milano dal poeta Filippo Tommaso Marinetti. È un quadro di grandi dimensioni (misura cm 195 x 200) dipinto nella seconda metà del 1913, oggi esposto in uno dei musei più importanti del mondo: il Museum of Modern Art di New York. Dinamismo di un footballer non è solo la prima grande opera d’arte italiana dedicata al calcio, ma è anche il più celebre dipinto su questo sport ed è immancabilmente citato nei libri che trattano della relazione tra football e arte, tanto in Italia come all’estero.

Uno spettatore poco abituato all’arte d’avanguardia potrebbe essere intimorito dal quadro, perché non è certo di comprensione immediata. Qui di seguito proporrò possibili chiavi di lettura nella speranza di rendere accessibile a quanti più appassionati di calcio quest’opera maestra dell’arte italiana del secolo XX.

Partiamo illustrando brevemente le caratteristiche del futurismo, la corrente d’avanguardia di cui Boccioni fu uno dei massimi interpreti tra il 1909 e il 1916. I futuristi si contrapponevano nettamente a ciò che chiamavano il “passatismo”, ossia la cultura tradizionale.

“Noi vogliamo distruggere il culto del passato, l’ossessione dell’antico, il pedantismo e il formalismo accademico” (U. Boccioni, C. Carrà, L. Russolo, G. Balla, G. Severini, Manifesto dei pittori futuristi, 1910).

I futuristi sapevano bene che la moderna civiltà industriale era un’epoca della storia dell’umanità totalmente diversa dalle precedenti. Le macchine avevano moltiplicato la forza dell’uomo; le fabbriche e l’espansione edilizia avevano trasformato le periferie urbane; nei centri cittadini, la diffusione dell’elettricità aveva aumentato le occasioni di “vita notturna” in bar, sale da ballo o nei cinematografi. I tram, le metropolitane, i treni e le automobili avevano velocizzato i contatti, mentre i primi aerei annunciavano che presto l’uomo avrebbe dominato anche il cielo. Inoltre, la scienza aveva fatto grandi scoperte e invenzioni come, ad esempio, i raggi X (Wilhelm Röntgen), la teoria della relatività (Albert Einstein), la radio (Guglielmo Marconi), ecc. L’arte moderna non poteva ignorare tutte queste cose.

“È vitale solo quell’arte che trova i propri elementi nell’ambiente che la circonda (…) Noi vogliamo rendere e magnificare la vita odierna, incessantemente e tumultuosamente trasformata dalla scienza vittoriosa” (U. Boccioni, C. Carrà, L. Russolo, G. Balla, G. Severini, Manifesto dei pittori futuristi, 1910).

Nel nuovo mondo industrializzato, in cui “tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido”, dominavano i miti della velocità e della “macchina”, che i futuristi proponevano come nuovo modello estetico.

“Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile (sic) da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo … un automobile (sic) ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia” (F.T. Marinetti, Fondazione e manifesto del futurismo, 1909).

Compito della nuova arte era raffigurare la “sensazione dinamica” generata dalla velocità. “Sensazioni dinamiche” particolarmente forti si potevano provare nello sport, che per i futuristi era un simbolo di modernità al pari delle macchine e delle scoperte scientifiche.

“Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno” (F.T. Marinetti, Fondazione e manifesto del futurismo, 1909).

“Le piste, le gare atletiche, le corse ci esaltano! Il traguardo è per noi il meraviglioso simbolo della modernità” (U. Boccioni, Pittura scultura futuriste. Dinamismo plastico, 1914)

Boccioni dipinse due quadri a tema sportivo e li dedicò ai due sport più seguiti dagli italiani del suo tempo, il ciclismo e, in seconda battuta, il calcio: qui ci occupiamo ovviamente solo di quello sul football. Che cos’era il calcio italiano sul finire del 1913 – quando fu dipinto Dinamismo di un footballer – e che importanza aveva Milano, la città in cui Boccioni viveva? Le prime squadre erano nate tra il 1889 e il 1891 a Torino, dove fu fondata, nel 1898, la Federazione Italiana del Football (FIF), che in quello stesso anno organizzò il primo campionato. Nel 1912-13, quindi, il campionato italiano era giunto al suo sedicesimo anno di vita; il club con più titoli era il Genoa, campione in sei occasioni, seguito dalla Pro Vercelli, la squadra del momento, che aveva vinto cinque delle ultime sei edizioni del torneo. Nel 1912-13, Milano era la terza città italiana per numero di titoli vinti (dopo Genova e Vercelli) ed era rappresentata nella massima seria da ben quattro squadre: il Milan (campione d’Italia nel 1901, 1906 e 1907), l’Internazionale (campione tra le polemiche nel 1910), il Racing Libertas Club (che si sarebbe sciolto nel 1915) e l’Unione Sportiva Milanese (fusasi nel 1927 con l’Internazionale). Va notato che alle prime quindici edizioni del campionato avevano partecipato solo club dell’Italia settentrionale; le regioni rappresentate erano Piemonte, Liguria, Lombardia, in seguito Veneto ed Emilia Romagna. La stagione 1912-13 segnò una svolta nella storia del campionato italiano di calcio: per la prima volta la Federazione aprì la competizione anche alle squadre del centro sud; il nuovo torneo prevedeva ora un girone piemontese, uno ligure-lombardo, uno veneto-emiliano, uno toscano, uno laziale e uno campano. In sostanza, nel 1912-13 il campionato di calcio italiano divenne un fenomeno nazionale. Fu proprio allora che Boccioni dipinse il suo grande quadro sul calcio; del resto la stessa biografia del nostro artista aveva un carattere, per così dire, “nazionale”: nato a Reggio Calabria da genitori emiliani, visse a Forlì, Genova, Padova e Catania prima di trasferirsi a Roma nel 1901 e di stabilirsi a Milano dal 1907.

Futuristi a Parigi nel 1912

Può sorprendere che Boccioni, fervente patriota come molti artisti e intellettuali del suo tempo, abbia intitolato il quadro Dinamismo di un footballer e non Dinamismo di un calciatore. Ciò sembra ancora più strano se si ricorda che nel 1908 la FIF aveva avviato una campagna di italianizzazione del football e del suo linguaggio, ancora pieno di termini inglesi, e che nel 1909 aveva cambiato il suo nome in Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Con queste mosse i vertici del calcio nostrano, animati da spirito patriottico, cercavano di far passare l’idea che il football fosse un’elaborazione inglese di un antico gioco italiano: il “calcio fiorentino”. È questa la ragione per cui in italiano lo sport più seguito nel mondo ha un nome che non ha niente a che fare con l’inglese football, mentre in altre lingue si chiama con la stessa parola inglese (football in francese), spesso adattata all’idioma locale (fútbol in spagnolo, futebol in portoghese, fotbal in rumeno, futbol in turco), o con una traduzione letterale dall’inglese (Fußball in tedesco, voetbal in olandese, fodbold in danese, balompié in spagnolo). Tuttavia, nell’Italia del 1913 la maggioranza degli sportivi continuava a usare parole inglesi e a chiamare i calciatori footballer; Boccioni ne era ben cosciente.

Umberto Boccioni, Dinamismo di un footballer, 1913

Veniamo al quadro: che cosa raffigura esattamente Dinamismo di un footballer? Ricordiamo, innanzitutto, che i futuristi volevano raffigurare la “sensazione dinamica” generata dalla velocità; pertanto, possiamo dire che il quadro di Boccioni raffiguri la “sensazione dinamica” prodotta da un calciatore che corre. In altri termini, il nostro artista non ha voluto dipingere semplicemente un footballer in corsa, cosa che avrebbe potuto fare con un linguaggio realistico tradizionale, ma il suo “dinamismo” e la sensazione che questo provoca in noi; e per far questo ha dovuto utilizzare un linguaggio innovativo, prossimo all’astrazione.

Boccioni ha scomposto il calciatore e l’ambiente che lo circonda in un insieme di linee e figure geometriche di aspetto, colore e dimensioni diversi; non ha però raggiunto la completa astrazione. Infatti, se osserviamo il quadro con attenzione, riconosciamo chiaramente il corpo del calciatore; al centro c’è la sua coscia destra, in basso a sinistra il resto della gamba; quella mancina occupa la metà inferiore opposta del dipinto; il braccio destro forma un arco che si estende in tutta l’area superiore sinistra, mentre quello mancino è nascosto dal corpo. Come si può vedere, il footballer non ha la testa. Perché? Il motivo è semplice: Boccioni si rese conto che il volto avrebbe individualizzato troppo l’atleta, cosa che voleva evitare. Il suo obiettivo era, infatti, dipingere una “sensazione dinamica” universale e non voleva distrarre con dettagli inutili chi osserva il quadro. Per tale motivo, “tagliò la testa” al suo footballer seguendo l’esempio di Rodin che nella sua celebre scultura L’homme qui marche del 1907 raffigurò un corpo senza testa e senza braccia per concentrare l’attenzione dello spettatore sul movimento. I colori sono importanti per comprendere un altro obiettivo di Boccioni: rappresentare l’interazione di un corpo in movimento con l’ambiente che lo circonda. In corrispondenza del calciatore trionfa il rosso – colore che i futuristi associavano a “tutto il mondo meccanico e sportivo” – intorno dominano l’azzurro dell’aria e il bianco della luce; non mancano aree di giallo, che può rappresentare il calore, e di verde, il colore dell’erba. Questi colori si intersecano creando un arabesco di linee e forme che vuole comunicare la sensazione della corsa del calciatore e dei suoi effetti sull’ambiente: il gesto dell’atleta provoca uno spostamento d’aria, il suo calore corporeo interagisce con la temperatura del luogo, il suo passaggio lascia tracce sul terreno di gioco e incide sulle condizioni di luce generali producendo ombre, riflessi, ecc. Boccioni poneva all’arte obiettivi piuttosto complessi, quindi.

Auguste Rodin, L’homme qui marche, 1907

In conclusione, in Dinamismo di un footballer Boccioni si è servito del calcio, il nuovo sport nazionale dell’Italia del suo tempo, per comunicare una “sensazione dinamica” universale che potesse essere rivissuta in qualsiasi luogo o epoca. Boccioni si aspettava che di fronte all’opera lo spettatore avesse un ruolo attivo, che non si limitasse a osservarla passivamente, ma che interagisse con lei per intuirne il contenuto: in altri termini, per Boccioni lo spettatore deve provare a entrare nel gioco di forme e colori che il quadro esibisce. Del resto, in uno dei loro primi manifesti i pittori futuristi così dichiaravano:

“Noi porremo lo spettatore nel centro del quadro” (U. Boccioni, C. Carrà, L. Russolo, G. Balla, G. Severini, La pittura futurista. Manifesto tecnico, 1910).

“Per saperne di più” vai sul sito ArteFootball.com

 

Storico dell’arte con la passione per il calcio e lo sport. Ha all’attivo diverse pubblicazioni sulla storia dell’arte. Nel suo blog Art&Football si occupa di opere d’arte dedicate al calcio, al rugby e al football americano. È sempre disponibile per giocare a calcetto o a calcio con gli amici.

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Libri: “Gli svizzeri, pionieri del football italiano – 1887-1915″. Intervista all’autore Massimo Prati

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Massimo Prati, scrittore e autore del libro “Gli svizzeri, pionieri del football italiano – 1887-1915″ edito da “Urbone Publishing”. Un doppio appuntamento con l’autore, oggi l’intervista e nei prossimi giorni un estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio. Un libro che è un omaggio ai primi svizzeri che hanno contribuito alla creazione e alla diffusione del calcio in Italia. La nascita del football in Italia è tradizionalmente associata all’Inghilterra. In realtà, il periodo degli albori del calcio tricolore è caratterizzato molto dalla presenza di una seconda comunità di stranieri: quella elvetica appunto. Molte squadre italiane assai blasonate come per esempio Milan, Juve, Inter, Torino e Genoa e altre ancora, devono infatti i loro primi trionfi proprio a molti svizzeri, dirigenti o calciatori.  Lo racconta in un libro l’esperto di storia calcistica Massimo Prati, un professore italiano che vive e lavora a Ginevra, e che noi conosciamo bene per aver già pubblicato alcuni articoli con la sua prestigiosa firma.

Cerchiamo allora di capire, con alcune domande, di cosa tratta il libro.

  • Massimo, come nasce l’idea di narrare questa storia?

L’idea di scrivere questa storia è legata a due aspetti della mia vita. Da un lato un forte interesse per la storia del calcio italiano, soprattutto quello delle origini; dall’altro il fatto che vivendo in Svizzera da più di 15 anni, ho sentito il bisogno di approfondire i legami tra il paese che mi ha accolto e quello di origine. Naturalmente, in ragione delle mie letture e dei miei studi, avevo già una buona conoscenza di una serie di elementi che mi permettevano di intuire che, in effetti, anche a livello calcistico i legami tra questi due paesi erano piuttosto importanti, ma, come sempre accade nella ricerca, questo lavoro mi ha permesso di fare ulteriori scoperte e approfondimenti.

  • Qual è il metodo utilizzato per la narrazione?

Il libro ha l’ambizione di proporsi come un testo che racchiude una commistione di generi: compendio di storia sociale ed economica, con le sezioni d’inquadramento storico dedicate ad ogni città e ad ogni regione; testo di storia calcistica, con le vicende riguardanti la nascita e i primi anni di vita dei football club più antichi d’Italia; diario personale, con i riferimenti alla mia vita e a quella della mia famiglia, soprattutto nell’introduzione e in un capitolo finale del libro, dove parlo di alcune partite e di alcuni eventi sportivi che ho visto personalmente; lavoro con spunti sociologici, con la lettura guidata della stampa dell’epoca, grazie ad una dozzina di chiavi interpretative da me fornite al lettore; testo ricapitolativo di una vasta mole di dati, in precedenza frammentati e dispersi, con i tabellini delle partite di quel periodo e le schede biografiche di giocatori e dirigenti svizzeri, o di origine svizzera.

  • Sullo sfondo, e nemmeno troppo, c’è una Italia che attraversa un determinato periodo storico. Come viene descritta?

Gli anni presi in considerazione sono, principalmente, quelli tra il 1887 e il 1915, e le città chiamate in causa sono quelle del cosiddetto “triangolo industriale”: Milano, Torino, Genova. Il libro tratteggia, a grandi linee, la vita sociale ed economica di quella parte del nostro paese. Ma, nell’intento di spiegare come, sul lungo periodo, si sia verificata la formazione di queste comunità elvetiche nell’Italia Settentrionale, ho sentito il bisogno di fornire al lettore una serie di elementi che, andando a ritroso nei secoli, permettono di inquadrare meglio lo sviluppo di questo fenomeno in termini di lunga durata storica.

  • Quanta ricerca c’è in un libro come questo?

Il lavoro di ricerca, in termini quantitativi, ha coperto un periodo di circa una trentina di mesi. Mi ci sono voluti più o meno due anni per leggere i libri che parlavano della storia dei singoli club italiani, citati nel mio lavoro, o libri che parlavano della storia del calcio in generale, non solo da un punto di vista sportivo ma anche da quello sociale. In alcuni casi, poi, ho dovuto leggere libri che parlavano di club svizzeri, come il Servette di Ginevra, o della nazionale elvetica. Si è trattato di un lavoro importante per “incrociare” i dati elvetici con le fonti italiane. Lavoro che, tra l’altro, mi ha permesso di scoprire inesattezze o imprecisioni che erano riportate nella pubblicistica italiana. Infine, c’è stato il lavoro di lettura dei quotidiani dell’epoca, un lavoro che mi ha preso circa tre mesi. Essendo insegnante, ho la fortuna di avere lunghe vacanze estive, e la scorsa estate ho passato almeno due o tre ore al giorno a leggere resoconti di partite amichevoli tra svizzeri e italiani, nel periodo di tempo che va dal 1899 al 1915.

  • Quali sono i luoghi che hai visitato per fare questa ricerca?

Da quello che ho appena detto, si può intuire che uno dei luoghi è stata la biblioteca; in particolare quella di Genova, mia città natale, dove rientro spesso in occasione dei periodi di festa. In effetti, la consultazione dei giornali, di cui ho appena parlato, ha avuto luogo alla Civica Biblioteca Berio di Genova, che possiede le collezioni complete di alcuni quotidiani dell’epoca, cioè La Stampa, Il Secolo XIX, Il Caffaro e La Gazzetta dello Sport. Anzi, approfitto della domanda per ringraziare i collaboratori della sezione periodici di quella biblioteca genovese. In quei giorni di ricerca, ho avuto modo di apprezzare la loro gentilezza, la loro disponibilità e la loro competenza. Poi, ci sono state altre biblioteche svizzere, soprattutto quelle di Ginevra, a cominciare dalla biblioteca centrale: la Bibliothèque de la Cité. La Biblioteca Nazionale Svizzera di Berna, invece, non l’ho mai visitata. Ma mi è stata di grande aiuto: ogni volta che richiedevo materiale via internet, lo ricevevo sotto forma di allegati mail nel giro di 24 ore. Per cui vorrei ringraziare pubblicamente anche loro.

  • Quali misteri svela il libro?

Prima di parlare dei misteri che il libro svela, vorrei parlare dei suoi piani di lettura. Il libro ha un aspetto, per così dire, divulgativo. Infatti, esso ricostruisce le vicende fondative dei più antichi club italiani di calcio, e del ruolo svolto in questi processi dagli svizzeri, o dagli italiani di origine svizzera. Si tratta di un ruolo sconosciuto, o poco conosciuto al grande pubblico. Un ruolo che è sicuramente degno di interesse. Non a caso, il mio libro è stato oggetto di due servizi al Tg svizzero, di sabato 30 marzo, e di un reportage in una trasmissione sportiva, nella giornata di domenica 31. Detto questo, il libro ha anche un secondo piano di lettura, per un pubblico più competente, o più appassionato, che conosce già la maggior parte dei risvolti di quelle vicende. Per questo tipo di lettori, potrà essere interessante scoprire una serie di inesattezze, che magari hanno letto nel corso dei loro studi sull’argomento. Come, per esempio, che il giocatore di Milan e Genoa, Alfred Cartier, non è mai stato imparentato ai gioiellieri parigini; oppure che Franz Calì prima di giocare nella nazionale italiana non aveva mai giocato nella nazionale svizzera. Affermazioni, queste, che si trovano su alcune pubblicazioni italiane, o su siti tematici, e che ho dimostrato non essere vere. Così come non era vero, ciò che è stato affermato da pubblicazioni anche autorevoli e cioè che nel 1907 il Torino avesse giocato contro lo Young Boys. Si trattava in realtà di un’altra squadra bernese: il F.C. Bern. A proposito del Torino, nel libro si può anche apprezzare una foto della nazionale svizzera del 1908, in cui ho individuato due giocatori del Toro (cosa, credo, fino ad allora mai attestata neanche nei libri che parlano della storia di quel glorioso club). In un’altra foto, ancora più vecchia (del 1899), molti storici del calcio segnalavano la presenza di pionieri del calcio come Edoardo Bosio, James Spensley e Herbert Kilpin. Ma l‘incrocio di dati con fonti svizzere, di cui parlavo prima, mi ha permesso di stabilire che in quella foto c’era anche il fondatore della sezione calcio del Servette di Ginevra, François Dégerine (ad essere precisi, la presenza di Dégerine era stata riportata nella pubblicistica italiana, perché segnalata nella formazione riprodotta dagli articoli dell’epoca. Ma nessuno si era mai accorto, che questo svizzero aveva lo stesso “status” di fondatore, o figura guida, che avevano gli altri pionieri citati). E, poi, nel libro, si trovano anche altri dati inediti su Edoardo Pasteur, Henri Dapples, Etienne Bugnion e molti altri giocatori del Genoa, dell’Andrea Doria, della Juventus, del Torino, dell’Inter e del Milan. Insomma, senza grandi scoperte eclatanti, il libro fornisce un ampio ventaglio di correzioni, rettifiche, notizie inedite che contribuiscono ad una ricostruzione storica più rispondente ai fatti reali. Aspetto, questo, che dovrebbe essere molto apprezzato dagli specialisti in materia e dagli appassionati di storia del calcio.

  • Che “Cosa” è questo libro per te, cosa rappresenta?

Amo scrivere. È una cosa che faccio da quasi trent’anni. Mi sono cimentato anche nella narrativa, con un breve romanzo che partecipa, proprio in questi giorni, ad un importante premio letterario. Ho scritto saggi di carattere storico, sportivo, sociale e culturale che sono anche stati tradotti all’estero, e poi articoli presenti su blog, siti internet, forum e giornali online. Da qualche mese faccio parte anche degli autori de “Gli Eroi del Calcio” che, a mio parere, per autorevolezza, ventaglio di tematiche e varietà di autori è un “laboratorio” che si contraddistingue in positivo nel panorama italiano. Nel 2004 avevo scritto un racconto, “Nella Tana del Nemico”, pubblicato dalla Frilli Editori, che parlava della mia passione per la mia squadra del cuore: il Genoa. Nel 2017, per la Nuova Editrice Genovese, ho pubblicato una raccolta dal titolo “I Racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”. In questi 18 racconti, a fianco di capitoli basati su rigorose ricostruzioni storiche, si trovavano anche momenti più “leggeri”, di dileggio e contrapposizione, basati sulla rivalità cittadina con la Sampdoria. Questo mio nuovo libro, dal mio punto di vista, rappresenta un testo con un approccio più accademico (un giornalista, in un servizio televisivo, l’ha paragonato ad una ricerca universitaria). E voglio ringraziare l’editore, Gianluca Iuorio, per il suo decisivo sostegno a questo progetto editoriale. Per me questo libro rappresenta, quindi, un lavoro di ampio respiro, forse un po’ meno partigiano rispetto a quelli che lo hanno preceduto, anche se poi, come è giusto che sia, la mia fede calcistica traspare a più riprese anche in questa ricerca.

  • Perché andrebbe letto?

È un libro che andrebbe letto perché c’è molta fatica, passione e amore per il calcio, soprattutto quello di un periodo che si potrebbe definire “romantico”; un libro che penso possa piacere a tutti gli amanti e gli appassionati di questo sport.

Ringraziamo Massimo per la disponibilità e attendiamo, con grande curiosità, di leggere nei prossimi giorni l’estratto del libro.

Grazie

Editore: Urbone Publishing – Via Monacacchio 36 Sant’Andrea di Conza 83 53 Avellino

              Tel. +420 605 378 706

 

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“Io, Valerio. Il mio tempo”, la mostra dedicata a Bacigalupo

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Il sentimento che accompagna il percorso sino al 4 maggio, verso il triste anniversario della tragedia di Superga, non conosce confine. E’ un fiume di amore che si manifesta con dediche, intitolazioni, dibattiti, video e mostre. In questo settantesimo anniversario della tragedia anche il comune di Vado Ligure vuole ricordare uno dei suoi cittadini, tra i più illustri e famosi, con la mostra “Io, Valerio. Il mio tempo” – Frammenti per Valerio Bacigalupo e il Grande Torino.

Si, perché tra le tante vite interrotte quel 4 maggio del 1949 c’era anche il vadese Valerio Bacigalupo, portiere di quel “Grande Torino” e della Nazionale.

La mostra a lui dedicata sarà inaugurata sabato 18 maggio nella prestigiosa Villa Groppallo…”Racconterà la storia prima di tutto di un Uomo, poi quella di un Campione e infine quella di una Leggenda scolpita nella memoria collettiva dell’intera Nazione” recita il comunicato odierno sul sito ufficiale del Torino.

Una mostra ma anche una richiesta di partecipazione attiva all’intera comunità, come riportato nel comunicato stesso, ”di presentare quante più testimonianze possibili, raccogliendo anche memorie personali o familiari che solitamente non entrano nella storia “ufficiale. Ogni contributo, ogni ricordo materiale o immateriale diventa quindi importante per ricostruire una memoria che è di tutti e fatta da tutti. Articoli, fotografie, aneddoti, cartoline, ritagli, testimonianze e racconti da registrare, magari tramandati di generazione in generazione conservati da sportivi, colleghi di lavoro, amici, vicini di casa, avversari, abitanti della vecchia Vado, col campo delle Traversine ora scomparso e gli stabilimenti balneari gomito a gomito con quelli industriali, conoscenti, vecchi compagni, appassionati… Ogni frammento è prezioso e merita di essere conosciuto”.

Chiunque abbia oggetti materiali o ricordi su Valerio Bacigalupo, sulla sua famiglia e sulla sua vita può scrivere a raccontami@iovalerio.it e/o visitare il sito www.iovalerio.it per ulteriori informazioni.

Un altro appuntamento da non dimenticare. Il Grande Torino sempre nei nostri cuori.

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Calcio, Arte & Società

Monumenti, vie, giardini: le intitolazioni al Grande Torino proseguono

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Siamo a pochi giorni dal 70° anniversario della tragedia di Superga, una data e un anniversario doloroso. Tante le iniziative e le commemorazioni in tutta Italia. A Gennaio avevamo raccontato della speciale emissione di poste di due francobolli commemorativi, poi a Marzo avevamo registrato l’iniziativa della società granata denominata “Superga 70” che coinvolgeva le scuole. Sempre a Marzo abbiamo raccontato dell’iniziativa e della relativa intesa firmata tra la Città di Torino e il Circolo Soci Torino FC 1906 per collaborare nella pulizia, manutenzione e cura delle lapidi commemorative presenti al Cimitero Monumentale e nella Basilica di Superga. Proprio domenica scorsa vi abbiamo invece raccontato dell’inaugurazione di “Strada Grande Torino” in quel di Sanremo.

Il monumento inaugurato a Crescentino

L’altro ieri poi, a Crescentino (Vercelli), è stato inaugurato un monumento dedicato al Grande Torino in presenza degli esordienti 2006 di mister Garella e del Responsabile del Settore Giovanile del club granata Massimo Bava. Poi abbiamo scoperto il Verbale n. 59 di deliberazione della giunta comunale della Città di Nichelino dal seguente titolo: “INTITOLAZIONE DEL GIARDINO DI VIA TRENTO A “VALENTINO MAZZOLA”.

Maggio si avvicina, i preparativi per la commemorazione sono quasi al termine e questo è il modo migliore di arrivarci.

Il Grande Torino sempre nei nostri cuori.

 

 

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