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Il Calcio Racconta

1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

Innamorato del calcio, tifoso della Roma e di professione bancario. Sono qui perché mi hanno sempre appassionato il giornalismo e la scrittura. Ad maiora.

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19 giugno 1919, nasce la Salernitana

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GLIEROIDELCALCIO.COM – 19 giugno 1919, in Corso Umberto I n. 67 Matteo Schiavone, ex calciatore e dirigente del Foot-Ball Club Campania, insieme ad altri soci, costituisce l’Unione Sportiva Salernitana, società polisportiva. Primo presidente è Adalgiso Onesti e la prima divisa della squadra di calcio è una maglia a strisce verticali bianche e celesti. Il primo logo della società fu una corona con l’acronimo societario “U.S.S.”. Tra le attività del club la corsa, il nuoto, il ciclismo l’atletica, il canottaggio, il pugilato la lotta e poi il calcio. Quest’ultimo veniva praticato inizialmente in campi non regolamentari come quello in Piazza dei Martiri e quello di Piazza del Vecchio Mercato in attesa delle necessarie migliorie al campo di Piazza d’Armi.

Nel 1920 partecipò al suo primo campionato nel torneo di Promozione del Comitato Regionale Campano. Inserita nel girone B esordì nel match in trasferta contro lo Stabia, vinto per 1-0 con gol di Aliberti al 75′. La Salernitana vinse 6 gare su 6, concludendo al primo posto del girone e venne ammessa nel campionato di Prima Categoria della Campania.

Tante le iniziative per ricordare la fatidica data, quella dove tutto ebbe inizio…un programma ricco, che coinvolgerà decine e decine di personaggi che hanno fatto la storia del cavalluccio marino.

Il programma:

Mercoledì 19 giugno, ore 18.00, Cattedrale di Salerno: Messa di commemorazione per calciatori e tifosi scomparsi
Mercoledì 19 giugno, ore 19.19, Partenza dallo Stadio Vestuti: Corteo
Mercoledì 19 giugno, ore 20.45, Piazza della Concordia: Festa del Centenario
Giovedì 20 giugno, ore 18.00, Spiaggia di Santa Teresa: Torneo vecchie glorie

13-23 giugno, Parco dell’Irno – Fornace Ex Salid: Mostra Ufficiale Salernitana 100.

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“Il numero 1” – Giovanni De Prà

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto del libro “Il numero 1 – Storia e aneddoti dei grandi portieri del XX secolo” di Leonardo Colapietro, edito da “Porto Seguro”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi la storia di Giovanni De Prà, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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GIOVANNI DE PRA’

«Sportivo di schietta tempra ligure tenne sempre vivi l’onesto agonismo e l’alto valore morale dello sport, esaltandoli, nel gioco del calcio, in vittorie prestigiose, affermazione ed esempio, non solo in Italia, di una nobile passione sportiva vissuta in purezza e con sacrificio» (premio ‘La fronda d’oro 1972). Italia-Spagna a Milano, è il 1924. Al ventesimo del primo tempo il portiere della nazionale italiana si frattura un braccio in uno scontro di gioco. Ancora non esistevano le sostituzioni. Il portiere decide eroicamente di proseguire la partita col braccio fasciato fino al novantesimo, parando il parabile e anche qualcosa in più. Finì 0-0. Questo per spiegare quale tipo di portiere fosse Giovanni De Prà come atleta e come uomo. Calcio d’altri tempi, uomini d’altri tempi. Mischie furibonde, parate a mani nude. Per fare il portiere serviva, oltre alle doti tecniche, tanto coraggio e un pizzico di follia. Per quel gesto gli fu consegnata, in seguito a una sottoscrizione del Guerin Sportivo, una medaglia d’oro, a memoria perenne. Nato a Genova, vestì nella sua carriera solo la maglia della squadra della sua città rifiutando le offerte principesche della Juventus che lo voleva acquistare in tutti i modi e scegliendo così di rimanere dilettante a vita. Si presentò nella sede della squadra torinese, ringraziando e spiegando che era genoano e non avrebbe militato in altre squadre che non fosse quella. Nel 1926 il fascismo aveva approvato la Carta di Viareggio che divideva i calciatori in dilettanti e non dilettanti. I primi non potevano essere trasferiti. De Prà non vuole lasciare Genova per nessun motivo e sceglie di rimanere dilettante. Giovanni inizia a tuffarsi da piccolo nel giardino di casa parando palloni di stracci. Lo aspetta, appena ne avesse avuto l’età, il lavoro in cantiere col padre, veneziano fuggito dal Regno Austro-ungarico e dal colera due anni prima della sua nascita, l’anno del primo campionato di calcio italiano vinto proprio dal Genoa nel 1898. La sua carriera inizia nelle file della Spes, nel ’17. In una amichevole con la nazionale italiana para tutto e di più. In tribuna c’è l’allenatore William Garbutt, uno degli storici mister del Genoa C.F.C. che viene letteralmente folgorato dal talento di quel giovane portiere e lo fa acquistare immediatamente. Nel 1922-23 e 1923-24 De Prà vinse due scudetti. Il primo dei due titoli giunse al termine di una serie di trentatré partite consecutive senza sconfitte, un record che rimase tale per lunghissimo tempo. Con la maglia azzurra, vestita per diciannove volte, conquistò la medaglia di bronzo alle olimpiadi di Amsterdam del 1928. Celebre la sua rivalità con l’altro portiere fenomeno del suo tempo, Giampiero Combi. Nel 1929 viene premiato come miglior portiere internazionale assieme allo spagnolo Zamora, componendo una delle più forti difese dell’ante guerra: De Prà-Bellini-De Vecchi. Raccontava come avesse imparato l’arte del piazzamento sui calci piazzati dal mitico portiere del Liverpool, Scott: «Un giorno, arrivò a Marassi con alcuni chilometri di nastri e in una ventina di minuti li sistema nell’area di rigore, stendendoli dalla porta in diverse direzioni e fissandoli a terra con picchetti. Pareva d’essere a carnevale e invece si trattava di una lezione elementare e universitaria a un tempo. Quel giorno compresi tante cose, e soprattutto l’arte del piazzamento». In tutta la sua carriera mai una ammonizione o una espulsione. Dopo aver attaccato le scarpe al chiodo fece il dirigente della sua squadra per molti anni e fino alla sua scomparsa, anche per il Panathlon Club (ex Azzurri d’Italia). Nel 1979, pochi mesi dopo la sua morte, su sua disposizione, la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Amsterdam fu interrata sotto la sua porta, allo stadio Marassi. «Avevo una presa d’acciaio dovuta alla ginnastica», raccontava fiero il portiere azzurro che osò sfidare il Duce. Di ritorno da vero eroe nazionale dalle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, De Prà non solo fu l’unico degli azzurri che non mostrò il braccio destro teso al passaggio di Benito Mussolini, ma rifiutò anche di indossare l’alta uniforme. Una “prodezza” che il Duce non gli perdonò. Niente bronzo per De Prà. Una punizione alla quale, molti anni dopo, pose fine Artemio Franchi con una medaglia personalizzata. De Prà accettò, ma a una condizione, che dopo la sua morte voglio venisse sotterrata, sotto la Nord di Marassi. Con i lavori di Italia ’90 il campo venne stravolto e la medaglia sparita forse per sempre. A gran voce i suoi concittadini vollero che gli fosse intitolata la strada che corre tra il torrente e lo stadio di Genova. Per ricordare le sue gesta gli è stata dedicata una biografia, C’è anche una società di calcio giovanile, la ASD Valerio Bacigalupo, fondata nel 1950 in suo ricordo, fallita nel 1999 e risorta poco dopo”.

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15 giugno 1974 – L’Italia, l’Haiti e Chinaglia

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Quarantacinque anni fa, il 15 giugno 1974, iniziava per l’Italia il mondiale tedesco. Il girone, oltre all’Italia, si compone di Polonia, Argentina e Haiti. Ed è proprio contro la compagine caraibica, alla sua prima partecipazione alla fase finale di un mondiale, che inizia l’avventura, un match che non sembra possa regalare particolari sorprese.

“… l’Italia era un complesso standardizzato, stanco nelle idee, senza iniziativa, a pezzi, con uomini abituati a giocare lentamente e con sistemi superati: del calcio totale, del collettivo, del gioco olandese, nessuno aveva un’idea chiara” (Cit. La Nazionale Italiana, m’litograph edizioni Firenze – 1978). Questo lo si scriverà dopo…in realtà l’Italia di Valcareggi è composta da alcuni che avevano vinto l’Europeo del ’68, arrivati in finale del mondiale messicano del ’70, e poi c’era stata la vittoria a Wembley firmata Fabio Capello di qualche mese prima. Insomma in realtà si spera di fare davvero una bella figura.

Rivera e Mazzola non “staffettano” più, ora coesistono, e in attacco c’è Giorgio Chinaglia, fresco campione d’Italia con la Lazio. Una difesa di ferro composta da giocatori del calibro di Burgnich, Facchetti, Benetti e un Dino Zoff imbattuto da 12 partite. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per far bene.

All’Olympiastadion di Monaco di Baviera quindi, agli ordini del venezuelano Llobregat, inizia la gara con l’Haiti. Il primo tempo vede i caraibici eregere un muro; 0-0 e tutti negli spogliatoi. Certo, qualcuno avrà rivisto l’ombra della Corea…

Nella ripresa il fattaccio, l’Haiti passa in vantaggio: Vorbe la passa in profondità a Sanon che s’incunea nella difesa azzurra e da posizione defilata infila Zoff e la sua imbattibilità. Quella che era l’ombra della Corea ora è qualcosa di più…

L’Italia esce dal torpore e, per fortuna, Rivera riesce a pareggiare al 53′. Poi sarà un autogol su conclusione di Benetti a regalarci il vantaggio al 66′.

Valcareggi vuole qualcosa di diverso e Chinaglia, dopo una gara non buona e qualche errore di troppo, viene richiamato per far posto a Anastasi. Giorgione non la prende benissimo, tutt’altro. Rientra direttamente verso gli spogliatoi e, in diretta Mondovisione, manda “affanc…” Valcareggi. Un gesto eloquente, ripetuto con la mano ad accompagnare il labiale per ben tre volte.

Anastasi entra e segna un gran gol per il 3-1 definitivo. Gli azzurri escono vittoriosi, ma mettono in mostra una grande debolezza sia tecnica, sia atletica.

“Chinaglia ha fatto in pieno il suo dovere. Non ha affatto fallito la prova. È stato sostituito perché Anastasi ha altre caratteristiche e in quel momento c’era bisogno di un giocatore guizzante come lo juventino in quella difesa stretta”, dirà a fine partita Valcareggi.

Il dopo partita è pesante per parecchie ore. Poi sembra che la pace venga fatta, ma è solo una smorfia da fare in pubblico. La frattura rimane.

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