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La Penna degli Altri

La leggenda del Grande Torino raccontata dagli artisti

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ARTEFOOTBALL.COM (Danilo Comino) – Oggi si compiono settant’anni da quando, il 4 maggio del 1949, l’aereo su cui viaggiava il Grande Torino di ritorno da un’amichevole giocata a Lisbona contro il Benfica si schiantò vicino alla basilica di Superga. Morirono sul colpo tutte le persone a bordo: diciotto calciatori, sei tra dirigenti e tecnici del club, tre giornalisti e i quattro membri dell’equipaggio. Finiva così la storia della squadra che dal 1942-43 aveva vinto tutti i titoli in palio in Italia – cinque campionati consecutivi (quelli del 1943-44 e del 1944-45 non furono disputati a causa della Seconda Guerra Mondiale) e una coppa Italia (torneo sospeso dal 1943 al 1957) – e che non poté vincere competizioni internazionali solo perché negli anni Quaranta non si giocarono.

Una formazione del Grande Torino nella stagione 1948-49

L’incidente del 4 maggio 1949 fu un trauma non solo per i tifosi del Torino, ma per tutti gli italiani. Una tragedia aerea è sempre un evento sconvolgente, ma nell’Italia del 1949 lo fu in modo particolare. In primo luogo perché negli italiani era ancora ben vivo il ricordo dei bombardamenti aerei della Seconda Guerra Mondiale (terminata nel 1945); la notizia di un altro aereo che provocava decine di vittime li faceva ritornare improvvisamente ai terribili tempi del conflitto.

In secondo luogo perché a Superga morì la squadra di calcio di cui erano fieri non solo i tifosi del Torino, ma gli appassionati di calcio italiani in generale. Per capire l’importanza del Grande Torino in quegli anni bisogna descrivere brevemente la situazione dell’Italia nell’immediato dopoguerra. Innanzitutto, va ricordato che il paese era uscito sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale; inoltre, i governi stranieri non dimenticavano che l’Italia di Mussolini era stata alleata della Germania nazista e la consideravano complice non solo dei piani di conquista di Hitler, ma anche di crimini contro l’umanità come l’Olocausto. In sostanza, finito il conflitto, l’Italia si ritrovò con una reputazione internazionale ai minimi storici. Ciò ebbe conseguenze anche in campo calcistico giacché molte federazioni non volevano avere rapporti con quella italiana: non sorprende che le prime partite della nazionale nel dopoguerra fossero con la Svizzera, rimasta neutrale, e con l’Austria, che allora era ancor più mal vista dell’Italia. Col passare degli anni l’ostilità nei confronti dell’Italia si attenuò e, dal 1947, anche altre federazioni accettarono di organizzare partite di calcio con quella italiana. All’epoca la nazionale azzurra schierava numerosi giocatori del Torino e giunse quasi a identificarsi con il club granata: nella partita con l’Ungheria dell’11 maggio 1947 scesero in campo a difendere i colori dell’Italia ben dieci giocatori del Torino su undici. Le vittorie della nazionale targata Grande Torino facevano sperare gli italiani di poter vincere di nuovo i mondiali di calcio, che – dopo dodici anni d’interruzione a causa della Seconda Guerra Mondiale – si sarebbero giocati in Brasile nel 1950. A tutto ciò va aggiunto che il Torino fu il primo club italiano a giocare una partita all’estero nel dopoguerra (il 17 settembre 1945 in Svizzera) e che negli anni seguenti organizzò numerose sfide oltre confine con l’obiettivo di aumentare le entrate. Grazie al suo gioco spettacolare, il Grande Torino si fece conoscere in tutta Europa e anche in America, dove la sua fama era enorme: basti ricordare che nella tournée in Brasile dell’estate del 1948 i granata furono accolti come vere e proprie star.

In sostanza, il Grande Torino, che giocasse con la maglia granata o con quella azzurra della nazionale, esportava finalmente un’immagine bella e vincente dell’Italia dopo anni di sconfitte e umiliazioni:

“La squadra incarna il desiderio diffusissimo di tornare a essere belli, forti, accettati. I successi granata rappresentano per molti il miglior biglietto di presentazione della nuova Italia” (Alfio Caruso, Un secolo azzurro. Cent’anni di Italia raccontati dalla nazionale di calcio, 2013, p. 189).

La tragedia di Superga commosse il mondo del calcio anche fuori dell’Italia perché la fama del Grande Torino era internazionale come abbiamo visto. Dopo il 4 maggio 1949, vari club, italiani e stranieri, offrirono supporto alla società granata per aiutarla nella ricostruzione della squadra; il River Plate di Buenos Aires, solo poche settimane dopo l’incidente, viaggiò a Torino per giocare, il 26 maggio 1949, un’amichevole con una selezione in maglia granata, il cui incasso fu donato alle famiglie dei calciatori periti a Superga.

La storia del Grande Torino ha assunto connotati leggendari; in questa sede vediamo come questa leggenda è stata raccontata dagli artisti. Il primo a dedicare un’opera d’arte alla squadra fu il pittore toscano Ovidio Gragnoli (Grosseto 1893 – Firenze 1953) già nel 1949. Il dipinto si intitola semplicemente  Il Grande Torino e raffigura tutti i membri del club deceduti nell’incidente aereo: al centro vediamo undici calciatori in divisa da gioco con lo scudetto tricolore dei campioni d’Italia, intorno ci sono gli altri sette giocatori, i dirigenti e i tecnici.

Ovidio Gragnoli, Il Grande Torino, 1949. Collezione privata.

Il quadro fu dipinto poche settimane dopo la tragedia di Superga e riflette la commozione del momento; infatti, è evidente la volontà del pittore di rappresentare tutte le vittime del Grande Torino per tramandarne la memoria. Per dipingere i ritratti degli undici titolari si servì della più famosa fotografia del Grande Torino e imitò con minime varianti la disposizione e gli atteggiamenti dei giocatori. Dietro le persone in primo piano domina un cielo grigio come quello del giorno dell’incidente; a sinistra si vede la sagoma della basilica di Superga e, al centro, un aereo con la coda spezzata; questo dettaglio ricorda la più drammatica delle foto scattate sul luogo del disastro. Il dipinto esibisce un linguaggio realistico coerente con la produzione di Gragnoli, specializzato in scene di vita quotidiana e in ritratti. Per ricordare lo stretto legame del Grande Torino con la nazionale italiana, Gragnoli ha raffigurato nell’angolo inferiore sinistro un giocatore con una tuta nera su cui si legge “Italia”.

La relazione con la selezione azzurra è il tema centrale di Quando il Torino era l’Italia di Giampaolo Muliari (Besana in Brianza, 1965). L’immagine si può dividere in quattro sezioni che raccontano quattro aspetti della storia che lega il Grande Torino alla nazionale azzurra e agli appassionati di calcio italiani.

Giampaolo Muliari, Quando il Torino era l’Italia, 2006. Pastello e china su cartoncino, cm 70 x 80. Collezione privata

In basso a destra sono rappresentati tre giocatori in maglia granata accosciati in posa da foto, da sinistra a destra sono Franco Ossola, Guglielmo Gabetto ed Ezio Loik. In alto è raffigurato il capitano del Grande Torino, Valentino Mazzola, in azione con la maglia della nazionale italiana nella su ricordata partita con l’Ungheria del 1947. A sinistra vediamo un altro giocatore del Torino in maglia azzurra, Aldo Ballarin, abbracciato a Vittorio Pozzo, commissario tecnico della nazionale italiana fino al 1948. Il nome di Pozzo è legato al periodo più brillante della nazionale italiana, che con lui vinse i mondiali di calcio del 1934 in Italia, la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936 e ancora i mondiali in Francia nel 1938. A destra vediamo l’anello di congiunzione tra le vittorie della nazionale e il popolo italiano: Nicolò Carosio, primo radiocronista del calcio italiano. Le sue radiocronache delle partite della nazionale entusiasmavano migliaia di sportivi riuniti nei locali pubblici provvisti di radio. Pittore realista con interesse per temi sociali, Muliari ha dedicato varie opere al Torino ed è direttore del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata.

Anche artisti che non hanno niente a che fare con Torino e con l’Italia hanno dato la loro versione della leggenda del Grande Torino. È il caso, ad esempio, dell’artista/illustratrice giapponese Yuko Shimizu (da non confondersi con l’omonima inventrice di Hello Kitty), autrice di Tragedy of Il Grande Torino.

Yuko Shimizu, Tragedy of Il Grande Torino 2014

L’immagine è tra quelle che la Shimizu ha selezionato sul suo sito per presentare al meglio il suo lavoro di artista; è stata creata per l’articolo sul Grande Torino pubblicato nel 2014 da Adam Digby su 8×8, una rivista di calcio statunitense che suole accompagnare articoli giornalistici con opere d’illustratori affermati. La Shimizu risiede da anni a New York e ha lavorato come illustratrice per varie riviste, tra le quali Time, Rolling Stone e GQ; ha eseguito anche numerose copertine di fumetti DC, in particolare della serie The Unwritten.  Nelle sue opere unisce la grande tradizione statunitense nel campo dell’illustrazione alla non meno importante tradizione giapponese; infatti, il suo stile lineare ricorda le stampe ottocentesche di Katsushika Hokusai. In Tragedy of Il Grande Torino la Shimizu mostra di conoscere anche i maestri dell’arte europea, giacché i due angeli in alto a destra sono simili a quelli di alcune xilografie di Albrecht Dürer. Nell’opera vediamo in basso a sinistra la basilica di Superga e l’aereo avvolti dalle fiamme (si tratta di una “licenza poetica” perché l’incidente del 1949 non coinvolse l’edificio); il fuoco forma come una corrente che trasporta in cielo i calciatori in maglia granata. In sostanza, in questa immagine i giocatori del Grande Torino sono come eroi che ascendono tra gli immortali; osservando l’opera viene in mente quanto scrisse Indro Montanelli poco dopo la tragedia di Superga:

“Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta” (Indro Montanelli, dal Corriere della sera del 7 maggio 1949).

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L’altro Carlo Mazzone

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) – Carlo Mazzone è un uomo che veleggia verso gli 83 anni. Un allenatore che può vantare più di mille panchine ufficiali e un numero record per quello che riguarda la Serie A. Nonostante sia rimasto ai margini delle grandi piazze, e delle conseguenti vittorie, dove è passato ha lasciato il segno. Il motivo è semplice, quanto terribilmente crudele. La figura di Carlo Mazzone come allenatore è stata assassinata dalla retorica.  Non si parla mai di un mister che nonostante la mancanza di attitudine tattica è riuscito in qualche impresa mirabile, come detenere il record di punti in una sola stagione di Serie B con l’Ascoli o qualificare il piccolo Cagliari per la Coppa UEFA nel 1993. Numeri finiti nel dL0imenticatoio. Mazzone è e sarà sempre intrappolato nel personaggio di sor Carletto, l’allenatore del popolo, quello semplice, che alle alchimie tattiche preferisce gestire i suoi uomini, e che viene amato dai suoi tifosi quasi a prescindere dai risultati, per via di quella sua veracità tutta romana che conquista ed inganna allo stesso tempo.

[…] Un mister concreto, per come mette la squadra in campo e per come riesce a gestire il gruppo di calciatori a disposizione. Il pragmatismo di ferro, eccessivo ed ostentato, è la sua cifra stilistica. Alla continua ricerca di un calcio semplice, dove non servono strane formule per emergere. […] Quando nella sua favola bresciana, il presidentissimo Corioni gli regala Baggio, sor Carletto ha il merito di capire che quello è un giocatore speciale, e che deve ricevere un trattamento speciale. […] Affida le sorti della squadra ai piedi fatati di Baggio, già diventato una sorta di Papa pallonaro. Questa ricerca ossessiva del buon senso in campo è il pregio e al contempo il maggiore limite di Carlo Mazzone. Infatti quando servirebbe un guizzo, un’idea geniale da mettere sul rettangolo verde per scardinare la gara e invertire il piano inclinato della partita manca sempre il famoso centesimo per completare la lira. Non esistono contromisure in corsa, non esiste (ancora) la fisima tattica: in campo vincono i più bravi e basta.

[…] Il passaggio da allenatore di provincia a venerabile santino di un calcio nostalgico ha una linea di demarcazione ben precisa. Parliamo naturalmente dell’episodio più conosciuto, quello della corsa sotto la curva atalantina durante un derby tra i nerazzurri e il suo Brescia nel settembre del 2001.

Si tratta di un episodio che rappresenta plasticamente quello che è l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Mazzone, e segna per il mister romano il definitivo distacco da professionista della panchina, per entrare nella galassia delle icone pop di un’epoca, svuotando praticamente di contenuto un’intera carriera

[…] Ridurre la figura di Carletto Mazzone ad una paonazza corsa sotto la curva è però ingeneroso: come allenatore si è potuto togliere qualche soddisfazione sparsa. Se fosse un ciclista si direbbe che ha vinto qualche tappa, senza mai però avvicinarsi al trionfo completo.

Come quando il suo Perugia annega le speranze di scudetto della Juve nella celebre piscina del Renato Curi, consegnando di fatto il tricolore alla Lazio di Cragnotti. Mazzone, fedele alla sua immagine di uomo verace e con la battuta pronta, in sala stampa dirà come prima cosa che ci voleva un romanista per far vincere lo scudetto alla Lazio. Battuta fulminante e francamente riuscita, che descrive appieno il personaggio. […]

[…] Guardiola, che è stato suo giocatore nella miglior edizione della storia del Brescia, lo invita alle finali di Champions, lo omaggia appena possibile. Non si azzarda a dire che deve molto del suo calcio a quello che gli ha insegnato Mazzone. Lo chiama “maestro” più per rispetto che per reale convinzione tecnica. Sembra quasi che questo sperticato apprezzamento lo renda più umano, e lo aiuti a sfumare la naturale antipatia che le vittorie attirano. Le sue squadre infatti sono l’esatto contrario della filosofia di gioco di sor Carletto, che di certo non ha mai lanciato i suoi terzini in ardite scorribande offensive, al contrario. Accade così per Amedeo Carboni ai tempi della Roma: “‘ndo cazzo vai”, gli grida Mazzone, quando lo vede intento all’avanzata.

Fuori dallo spettacolo del gioco, fuori da ogni motivazione tecnica, la gente ama Mazzone proprio per questa natura verace. […]

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Roberto Baggio, storia di un trasferimento shock

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METROPOLITANMAGAZINE.IT (Andrea Mari) – […] Questa rivalità sportiva è nata negli anni ’80 ma il trasferimento di un singolo calciatore ha decretato lo strappo definitivo tra le due tifoserie: parliamo dell’addio alla maglia viola di Roberto Baggio, ceduto dai fiorentini ai piemontesi dei potenti Agnelli.

In quel di Firenze, il 18 maggio è marchiato da un bollino nero. Giorno nefasto e foriero di brutte notizie. il diciottesimo giorno del quinto mese in calendario del 1990, Roberto Baggio si trasferì dalla Fiorentina alla Juventus sancendo la contrapposizione definitiva tra tifosi viola e bianconeri. Fu la trattativa che riscrisse le regole del gioco: il “Divin Codino” abbandonò l’ombra di Palazzo della Signoria approdando sotto la Mole per 25 miliardi di lire, cifra astronomica per l’epoca.

[…] I tifosi della Fiorentina, increduli ed arrabbiati, misero a ferro e fuoco le strade di Firenze. Si registrarono ingenti danni e ci furono numerosi scontri tra la polizia ed i supporters della Viola.

Fu un vero e proprio moto rivoluzionario che coinvolse tutto il popolo fiorentino che scese in piazza per manifestare il suo dissenso. Un fiume in piena color viola che non risparmiò nessuno: un pezzo di cuore era stato asportato dall’organismo della Fiorentina e donato, su un vassoio d’argento, agli odiati rivali della Juventus. Troppo per un tifo passionale come quello toscano.

[…] In quegli anni, Juventus Fiorentina si contesero lo scettro della Serie A incontrandosi, spesso e volentieri, nelle competizioni europee.

Nel 1982, i bianconeri vinsero lo scudetto battendo nel rush finale proprio la compagine viola. Una sola lunghezza separò, alla fine del torneo, le due formazioni. Da quel momento, fu odio. La frustrazione della Fiorentina si infuocò nuovamente nel 1990: la “Vecchia Signora” vinse la Coppa Uefa ai danni della Viola in un doppio confronto che generò diverse polemiche. Nell’occhio del ciclone terminò l’arbitraggio, considerato troppo di parte dai toscani.

La goccia che fece traboccare il vaso cadde pochi giorni dopo la delusione europea: Caliendo, procuratore di Roberto Baggio, annunciò il passaggio del “Divin Codino” alla corte di Agnelli. Fu il caos.

Guerra civile. Per un calciatore, per il simbolo dell’amore verso la fede calcistica. In mezzo, la città di Firenze. Si registrarono diversi danni e numerosi scontri tra tifosi e polizia. Il popolo viola chiese, a gran voce, la testa del presidente Pontello mentre assaltava, con ferocia e rancore, la sede della Fiorentina. Non insorsero dei facinorosi, bensì dei cittadini follemente innamorati della propria squadra e di quel numero dieci che disegnava calcio e magia in campo.

Intanto, Roberto Baggio si rifiutò di indossare la sciarpa della Juventus durante la conferenza stampa di presentazione, in segno di rispetto verso i suoi ex tifosi. Non bastò questo nobile gesto a placare il rancore: il neo juventino, che aveva risposto alla chiamata della Nazionale, ricevette sputi, insulti e minacce a Coverciano. Tornò a Firenze il 7 aprile del 1991, quasi un anno dopo dall’ultima volta. Con addosso il marchio dell’infamia: la maglietta degli acerrimi rivali piemontesi.

L’accoglienza non fu delle migliori e la situazione rischiò di degenerare quando venne assegnato un calcio di rigore alla Juventus: il rigorista bianconero era proprio l’ex di turno. Roberto Baggio si rifiutò di calciarlo perché Mareggini, suo vecchio compagno alla Fiorentina, lo conosceva troppo bene. Una nobile scusa per non accoltellare nuovamente i suoi antichi tifosi.

Al momento della sostituzione, il fuoriclasse della Juventus salutò tutto il pubblico di Firenze e prese in mano una sciarpa della Fiorentina arrivata dagli spalti. Il “Franchi” si spaccò in due correnti: i traditi fischiarono ed insultarono mentre gli innamorati applaudirono con le lacrime agli occhi.

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Chiarugi, Lulù e quel ricordo senza fine

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L’ARENA.IT (Gianluca Tavellin) – […] Luciano Chiarugi l’eroe della Coppa delle Coppe vinta dal Milan quattro giorni prima della Fatal Verona, ricorda così quel 20 maggio 1973. […] “Ho letto che Zigoni disse che vedendo lo stadio tutto rossonero si innervosì a tal punto da trascinare la squadra al successo. Ognuno disse la sua. La verità è che Bigon e Rivera sbagliarono subito due occasioni, Pizzaballa e il giovane Bergamaschi furono protagonisti e poi dopo il gol di Sirena ci furono anche delle autoreti, via doveva andare così». […] “. Niente da fare a me brucia ancora e con me anche altri rossoneri dell’epoca. Era lo scudetto della stella, avrebbe portato benefici a tutti. Ricordo che Nereo Rocco negli spogliatoi sul 3 a 1 per loro ci disse: “Ragazzi ma che vi succede?“. Una cosa inusuale per lui che aveva sempre la battuta pronta e sapeva motivarci. Mi crede, non l’ho capito neppure oggi» […] «Garonzi, il loro presidente, aveva una concessionaria della Fiat, ma non voglio insinuare nulla. Però qualche chiacchiera uscì, visto che il torneo lo vinse la Juve. La verità è che eravamo pronti ma anche ad inizio secondo tempo, quando provavamo a far gol, loro ne facevano un altro. Vi ricordo che il Milan ne fece tre, non eravamo cotti. Ricordo che alla fine non dicemmo nulla. In molti piansero. […]

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