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La Penna degli Altri

Arrigo Sacchi: «Vendevo scarpe, al calcio sono arrivato grazie a un bibliotecario»

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CORRIERE.IT (Gaia Piccardi) – […] Metà Anni Sessanta, provincia di Ravenna. L’Arrigo figlio di Augusto Sacchi e Lucia Montanari frequenta la quinta ragioneria. «Un giorno, all’improvviso, papà viene ricoverato in ospedale con un grave problema al fegato. E’ accomandatario e socio dell’Iper, calzaturificio a Fusignano». Al primo bivio della vita Sacchi svolta deciso: «Non ci penso su due volte. Interrompo la scuola per entrare in fabbrica: lo faccio per senso del dovere, certo, ma anche perché so che a papà farà piacere».

Come il capitale umano che allenerà in un futuro di cui ancora non sospetta l’esistenza, Arrigo prende le scarpe di petto. «Ho una certa dimestichezza con la contabilità, ma divento responsabile senza una preparazione specifica. Il grande esempio da seguire è mio padre: ex calciatore di Gallaratese e Spal, lombardo del Nord nato a Mandello del Lario, così nordista che i milanesi per lui sono terroni. Ha fatto la guerra sugli aerei siluranti ed è stato fortunato: è uno dei pochi ad essere tornato a casa». Quando Augusto rientra in fabbrica, trova una sorpresa: Arrigo ne ha comprata un’altra e, quando il capofamiglia torna al suo posto di comando, va a dirigerla. «Si tratta dell’Iperflex, sempre scarpe: in Romagna non abbiamo grande fantasia!». Nel frattempo, il giovane Sacchi assolve gli obblighi di leva. «Mi spediscono nell’ufficio dell’Ospedale militare di Torino. E’ vicino al vecchio stadio, vado spesso a vedere allenamenti e partite. Il Colonnello è un grande tifoso della Juve: mi lascia uscire a patto che poi gli faccia il resoconto degli incontri». Come chiedere allo sposo di andare a nozze.

L’agenzia

Tornato a Fusignano, Arrigo scopre che c’è un problema. Di abbondanza, ma pur sempre una grana: «I nostri due calzaturifici si fanno concorrenza. Allora propongo a papà di aprire noi stessi un’agenzia di vendite. Ma io ho un animo stanziale: detesto viaggiare. Mio fratello Gilberto, invece, ha un’empatia straordinaria: fa amicizia con tutti». L’agenzia apre il primo ottobre. L’8 ottobre, a due chilometri da casa, Gilberto esce in curva e muore a 27 anni. Un contropiede micidiale.Il secondo bivio della vita è vicino, nascosto dietro una curva a gomito. «Scomparso Gilberto, chiudo l’agenzia o ci vado io? Ho 21 anni, scelgo la seconda strada. Mi ci tuffo con il solito impegno però ogni volta che devo partire è un dispiacere enorme. Cerco di abbreviare i viaggi ma il 90% delle scarpe lo vendiamo in Europa: sono costretto ad andare in Germania quasi tutte le settimane. Una volta vado e torno da Francoforte in giornata, mi presento puntuale a cena da mamma che trasecola: e tu come fai a essere già qui? A 11 anni, in viaggio con mio padre, avevo avuto una visione: in Germania i lavori più umili li facevano i turchi, gli italiani, i portoghesi mentre i tedeschi giravano in Mercedes. Mi viene il dubbio che la furbizia sia un valore. Mi appunto quel pensiero mentalmente. Mi tornerà utile: nella mia carriera di allenatore lo rispolvererò sempre».

La svolta

A 25 anni l’Arrigo sposa la Giovanna. «E le mie giornate diventano più ordinate. Il bibliotecario del paese, Alfredo Belletti, uomo di cultura e intelligenza infinite, è anche il direttore del Fusignano Calcio, che lotta per non retrocedere dalla seconda categoria. Dai Sacchi, dacci una mano, vieni a giocare, mi dice. Perché bisogna sapere che da ragazzo ho anche giocato difensore; male ma ho giocato. Torno in campo e ci salviamo. L’anno dopo Belletti mi chiede di allenare. E’ il 1973. Per tre anni lavoro e alleno». Fusignano, Alfonsine («dove percepisco il primo stipendio da tecnico»), Bellaria, Cesena. Arriva il momento di riunire moglie e padre. «Devo parlarvi, dico loro. Ho capito che vivrò una volta sola e vorrei fare quello che più mi piace: vi comunico che smetto di lavorare». Seguono il Rimini, il supercorso a Coverciano (grazie a Italo Allodi, un mentore), Parma e lo sbarco sul pianeta Milan, illuminato dall’intuizione di un certo Silvio Berlusconi. Il resto è storia. Campionato, Supercoppa, due Coppe Campioni, due Uefa, due Intercontinentali. Lo scorso marzo France Football ha stilato la classifica dei migliori allenatori nella storia del calcio: dopo Rinus Michels e Alex Ferguson, c’è l’ex rappresentante di scarpe.

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Quel 18 giugno nel quale la Ternana scrisse la storia del calcio umbro

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CALCIOFERE.IT – Un articolo di Emanuele Lombardini per calciofere.it ci ricorda come il 18 giugno 1972 la Ternana, battendo il Novara per 3-1, conquistava per la prima volta nella sua storia la serie A.

La squadra di Corrado Viciani e del presidente Giorgio Taddei era “senza stelle, ma con giocatori capaci di vincere con la forza del gruppo”.

La Ternana è la prima squadra umbra a raggiungere la serie A, il Perugia dovrà attendere la stagione 1974/75. L’autore poi cita un articolo dell’epoca tratto da Tuttosport …“Ha vinto la Ternana, ha vinto Viciani il meraviglioso pubblico ternano. Quel pubblico che è stato vicinissimo alla squadra sin dall’inizio ed ha invaso gli stadi di tutta Italia per sostenere il proprio undici. Corrado Viciani, il tecnico che ha sempre tenuto i piedi in terra e che  è riuscito a caricare gli atleti al punto giusto, è stato di una compostezza esemplare. Al suo posto, qualcuno avrebbe potuto perdere la testa”.

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Il 17 giugno 1970 la partita del secolo, Italia-Germania 4-3

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ILVALOREITALIANO.IT (Carlo Saccomando) – Una partita universalmente nota come “la partita del secolo”… parliamo ovviamente di Italia – Germania 4-3 giocata esattamente 49 anni fa allo stadio Atzeca di Città del Messico. Un incontro valevole come semifinale mondiale del 1970, in Messico, davanti ad un pubblico di ben 102.444 spettatori e oltre 30 milioni di telespettatori. Insomma il primo mondiale davvero “live”. Perché è considerata la “partita del secolo“?  … si chiede Carlo Saccomando nell’articolo, splendido, pubblicato oggi da ilvaloreitaliano.it…

“Le componenti che hanno reso questo evento epico sono diverse e nello stesso tempo complicate da spiegare tutte. Sicuramente il risultato finale di 4-3, per la maniera nel quale è maturato, ha contributo in gran parte alla straordinarietà dell’accaduto. In più si consideri la rivalità calcistica, che aumenterà sempre di più negli anni a venire, oltre che a quella politica, figlia di rapporti diplomatici instaurati tra i due stati dalla loro nascita, nella seconda metà dell’Ottocento, sino all’alleanza durante la seconda guerra mondiale. Una collaborazione arenata prima della fine del conflitto mondiale e terminata amaramente, come i fatti di storia insegnano. È molto calzante una frase apparsa sul quotidiano Repubblica nel 2016, che dice così: ” “Loro, si dice, ci amano ma non ci stimano. Noi, si dice, li stimiamo ma non possiamo amarli.”

Nell’articolo si ripercorre il cammino delle due squadre sino alla storica sfida, avvenuta alla nostra mezzanotte “con 25 gradi di temperatura, un’umidità da tenerti incollata la maglietta al corpo come una seconda pelle e si giocava ad un’altitudine di circa 2.200 mt , tale da fiaccarti il respiro e renderti poco lucido se non sei abituato. Altri particolari che arricchiscono il significato di questo incontro”. 

Poi l’autore si concentra sulla descrizione della gara e racconta la fantastica girandola di emozione e di reti: prima Boninsegna, poi il pareggio di Schnellinger, lasciato incredibilmente da solo in pieno recupero al 93′. Quindi i supplementari, dove la Germania si porta in vantaggio, con gol di Gerd Müller. Dopo solo quattro minuti arriva il pareggio Burgnich e, un minuto prima del termine del primo supplementare, una straordinaria azione di Gigi Riva in contropiede regala ancora all’Italia il vantaggio. Al”inizio del secondo tempo supplementare la Germania Ovest trova con Seeler. Dopo neanche un minuto sigla il definitivo 4-3…. “Fu un’azione corale, la più bella della competizione per gli azzurri, a far scaturire il gol vittoria: palla rimessa in gioco dal centro campo, undici passaggi, nessun intervento dei tedeschi e conclusione di Gianni Rivera, che da centro area di piatto destro spiazzò Maier. La partita nonostante non venga ricordata negli annali tra le più spettacolari a livello di gioco, viene considerata ancora oggi tra le più emozionanti ed influenti nella storia del calcio professionistico. Non a caso i tifosi messicani per onorare l’avvenimento decisero di murare una lapide all’esterno dello Stadio Azteca per ricordare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo spettacolo e la battaglia”.

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La triste storia del portiere Giuliani

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SPORTVITERBO.IT – Giuliano Giuliani era il solitario della compagnia, non solo per il ruolo che aveva in campo. Sulla Coppa Uefa del Napoli (17 maggio 1989) e sullo scudetto del 1990 ci sono anche i suoi guantoni. Ma pochi anni dopo oggi sono 20 da quel 14 novembre 1996 – “Giulio” è morto al reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. A 38 anni se l’è portato via una complicazione polmonare, dopo che aveva accompagnato a scuola la figlia Gessica. Giuliani aveva l’Aids- contagio forse verificatosi in Argentina – e il suo fisico era già minato dal 1994, quando si era ritirato sui colli bolognesi. Il calcio italiano lo ha rimosso ancora prima della sua morte, come sua unica vittima per il virus killer. Era un buonissimo portiere secondo l’allenatore Osvaldo Bagnoli, che lo aveva allenato al Verona per tre anni. Sia a Verona che a Napoli, Giuliani aveva rimpiazzato Garella, in una sorta di rincorsa che nella seconda metà degli anni 80 lo aveva consacrato come uno dei migliori, subito dopo la coppia Zenga-Tacconi. Aveva fatto la riserva dello juventino all’Olimpiade di Seul 1988, prima di finire alla corte di Maradona. Le sue idee sempre avanti: voleva creare un raggio laser per misurare la distanza della barriera, aveva un negozio di abbigliamento, disegnava le maglie con cui giocava e le commercializzava. Sul campo era tra i 4-5 migliori: non era uno showman che si atteggiava, ma era un portiere essenziale. Ha lasciato un bel ricordo tra i suoi compagni. I calcio lo ha dimenticato perché in quegli anni si scappava da quella malattia.

Giuliani era stato cresciuto dagli zii ad Arezzo e aveva iniziato per emulare Albertosi. Diplomato geometra, era esploso nel Como, frequentava la Milano da bere ed era sposato con Raffaella, modella e conduttrice tv.

Tutti si sono dimenticati di quel portiere morto da solo – nel novembre del 1996- nel reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Emarginato non solo da tutto il mondo del calcio, che aveva lasciato, ma anche dai suoi ex compagni e amici come ha denunciato la moglie. Un destino triste, come quello probabilmente di tante altre persone meno famose che negli anni 90 pagarono sulla loro pelle il dilagarsi di quella malattia sconosciuta. Giuliani a Napoli non fu una comparsa: vinse l’Uefa nell’89 e lo scudetto del 90. Si fece apprezzare per essere l’esatto opposto del suo predecessore Garella. Amato dai compagni anche per la sua sobrietà. Avrebbe pagato una sola notte di follia, l’unica in cui, disse, tradi la moglie. Insieme a tutta la squadra azzurra partecipò al matrimonio di Maradona. La moglie lo lasciò quando lui confessò di aver contratto la malattia, salvo riavvicinarsi a lui quando il male divenne sempre più invasivo.

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