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Amarcord: dall’Inferno al Paradiso e ritorno. Ascesa e discesa del Como di Preziosi

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Nello sport esistono i cicli, lunghi o brevi che siano, positivi o negativi, gli appassionati sanno che prima o poi il vento cambierà. A Como, fra il 2000 e il 2004 è successo di tutto, di cicli e capovolgimenti di fronte ne hanno gustati a volontà, scalando una vetta ripidissima e scendendo di nuovo in picchiata a tutta velocità.

E’ l’estate del 2000 quando il presidente del Como, Enrico Preziosi, proprietario dell’omonima catena di giocattoli, decide che è il momento di riportare i lombardi almeno in serie B. La compagine comasca è infatti impelagata in terza serie da oltre 5 anni ed il piccolo stadio Sinigaglia è ormai popolato da pochi affezionati, stanchi e rassegnati, tutto il contrario di quanto accadeva negli anni ottanta quando gli azzurri erano una presenza fissa e costante in serie A. Preziosi non vuole spendere e spandere, preferisce programmare, partire a fari spenti ma costruendo un’ossatura di squadra solida e compatta che possa lottare dall’inizio alla fine per la promozione; sceglie un allenatore giovane, giovanissimo, che si chiama Loris Dominissini che nel 2000 non ha ancora compiuto 40 anni, ha allenato fino al 1999 gli Allievi dell’Udinese e che nel mondo del calcio i più appassionati ricordano come giocatore a Udine ad inizio anni ottanta. Nato proprio in Friuli, Dominissini ha colpito Preziosi e il direttore generale Giorgio Vitali per la sua preparazione tattica quasi maniacale e per la sua calma: è un po’ taciturno, quasi timido, ma non ha paura di guidare una squadra storica e blasonata come il Como, anche se la pressione è tanta e per lui si tratti della prima avventura fra i professionisti.

E’ un gran lavoratore, però, Dominissini, si applica, studia, coinvolge il gruppo, fa capire allo spogliatoio che insieme si possono raggiungere grandi traguardi. La società lo sostiene, in rosa c’è un centravanti come Eupremio Carruezzo che in serie C è una garanzia, a centrocampo ci sono gli esperti Ferrigno ed Olivares, in porta uno come Alex Brunner che ha militato per diverse stagioni anche in serie A. L’avvio di campionato è buono per il Como che vince all’esordio a Carrara e resta imbattuto per le prime 5 giornate prima di cadere a Varese, salvo poi riprendersi immediatamente col 4-0 rifilato ai cugini del Lecco nel sentitissimo derby del Lario. Si capisce sin da subito che la formazione comasca ha le carte in regola per lottare per la promozione, la squadra è organizzata, rilascia una sensazione di freschezza in campo, i calciatori si ritrovano alla meraviglia, Dominissini parla poco ma produce parecchio. Al comando della classifica si issa ben presto il Modena, il Como segue gli emiliani a breve distanza; il 19 novembre va in scena al Sinigaglia lo scontro diretto: lo stadio che affaccia sul lago è gremito come ai bei tempi della serie A, la partita è però brutta, spigolosa, maschia, il Como la vincerà per 1-0 ma l’epilogo sarà drammatico per il pugno sferrato da Ferrigno al modenese Bertolotti che costerà al calciatore emiliano il coma per diverse settimane e il ritiro dall’attività agonistica. Il Como perderà il suo simbolo Ferrigno, squalificato per 3 anni, la rivalità fra lombardi e gialloblu si accenderà non solo per il duello in campionato che durerà sino alla fine.

[…] 

La festa di Como è una liberazione, la squadra ha centrato quell’obiettivo che per troppe stagioni era stato fallito e, pur senza brillare nei playoff, la formazione lombarda è riuscita in quell’impresa sognata ed inseguita. Il presidente Preziosi è al settimo cielo, i tifosi lo portano in trionfo, qualcuno gli chiede di non spezzare quel sogno, lui non risponde, ma sotto sotto sogghigna, perchè è un imprenditore ambizioso, uno che vuole vincere ed ha in mente di regalare a Como un’altra annata da sogno. Per la serie B, il patron azzurro non vuole sbagliare nulla: in panchina resta Dominissini che ha convinto tutti, club, calciatori e tifosi, mentre in rosa arrivano elementi esperti come il centrocampista Fabio Gallo ed il tornante Nicola Zanini, uniti a profili giovani come il bosniaco Vedin Music che si rivelerà come una delle sorprese del campionato; ma il colpo da novanta è in attacco dove arriva Luis Oliveira, centravanti belga di origini brasiliane, tanti anni di esperienza in serie A con Cagliari e Firoentina, un lusso per il torneo cadetto. Il debutto è una beffa, nonostante lo stadio gremito: fa caldo il pomeriggio del 26 agosto 2001, il Como ospita il Crotone e la partita non è un granchè, fino al minuto 83 quando i padroni di casa vanno in vantaggio col primo centro stagionale di Oliveira. Sembra fatta per i comaschi, trafitti invece proprio in pieno recupero dal crotonese Sarli: 1-1, vittoria rimandata. Alla seconda giornata, però, le cose sembrano mettersi male, il Como perde 4-1 a Reggio Calabria apparendo fragile e timoroso, una settimana più tardi cade anche a Genova contro il Genoa, 2-1. In molti in riva al lago sostengono che Como-Salernitana della domenica successiva sarà determinante per il futuro di Dominissini sulla panchina azzurra.

Il tecnico si mostra però tranquillo, in conferenza stampa dice: “Io conosco il mio lavoro, so benissimo che contano i risultati, ma più che lavorare non posso fare. Siamo una neopromossa, il campionato è lungo, sono convinto che ci riprenderemo”. Sembrano frasi di circostanza di un allentore sull’orlo dell’esonero, invece è un discorso premonitore perchè il Como da lì in avanti non si fermerà più: una rete di Oliveira, infatti, basta a piegare la Salernitana e a regalare la prima vittoria stagionale ai lariani che poi dilagano 7 giorni dopo a Cosenza vincendo 4-1 e battono anche l’Ancona nel turno successivo, 1-0. La sconfitta di Modena è pesante (3-0) ma non scalfisce le sicurezze di un Como che vincerà 9 delle successive 10 partite, pareggiando solo a Bari e lanciandosi all’inseguimento di una promozione che avrebbe dell’incredibile ma che, settimana dopo settimana, appare invece sempre più possibile. Oliveira segna con una regolarità impressionante e il Como sembra una squadra in grado di battere chiunque; curiosamente, i lariani ingaggiano un altro duello col Modena, come l’anno precedente in serie C. Nel girone di ritorno, dopo il ko casalingo contro la Reggina, causato da una doppietta dell’ex di turno Davide Dionigi, i lariani innestano la marcia giusta e vincono le partite giuste al momento giusto, come a Salerno ad inizio febbraio e come col Modena il 3 marzo, forse la spallata decisiva al campionato. Oliveira stende il Bari con una doppietta il 28 aprile, poi una settimana più tardi decide la gara di Cagliari proprio davanti ai suoi vecchi sostenitori: è la vittoria decisiva perchè il 12 maggio 2002, battendo 2-0 l’Empoli in uno stadio Sinigaglia vestito a vesta, il Como ritrova la serie A dopo 13 anni di assenza, nell’incredulità generale di una città rimasta ad ammuffire per oltre un decennio ed ora chiamata a festeggiare un doppio salto dalla C1 alla A che in pochi avrebbero potuto anche lontanamente immaginare.

E a Como fremono tutti nell’estate del 2002 perchè l’ultima volta che gli azzurri hanno calcato i campi della massima serie era il 1989, altro calcio, un’epoca lontana che ora può essere vissuta nuovamente grazie a quel presidente che sta riportando una città a quei fasti che tutti temevano di non poter vedere più. Un presidente acclamato dal suo popolo e che, forse inconsciamente, pensa di poter ormai far diventare oro qualsiasi cosa, commettendo così un errore che a Como ancora oggi maledicono.

[…]

L’esordio del Como in serie A dopo 13 anni di assenza è paradossalmente il proseguimento della festa promozione perchè sabato 14 settembre 2002 al Sinigaglia arriva l’Empoli, proprio la formazione battuta nel giorno della festa di circa tre mesi prima. Ma la serie A è un’altra storia ed il pubblico lariano se ne accorge presto: l’Empoli, più frizzante e quadrato, gioca meglio del Como, è organizzato e concreto, mentre i padroni di casa si muovono male, appaiono slegati, non hanno un leader in mezzo al campo ed anche Dominissini in panchina sembra in difficoltà. L’Empoli vince 2-0 e per il Como inizia un calvario che diverrà la normalità di una stagione disgraziata; dopo il ko iniziale, infatti, gli azzurri perdono anche a Parma, poi strappano due pareggi, il primo in casa contro la Reggina (rigori di Benito Carbone e del giapponese Nakamura), il secondo addirittura a Torino con la Juventus quando l’ex di turno Pecchia spaventa i campioni d’Italia a metà ripresa, prima dell’1-1 firmato da Zalayeta quasi al 90′. Potrebbe essere un’ottima iniezione di fiducia per un Como che invece non riesce proprio a ritrovarsi, anzi, continua a fallire l’appuntamento con la prima vittoria in campionato, pareggia contro Piacenza e Brescia, poi perde 5 partite consecutive contro Inter, Bologna, Lazio, Perugia e Udinese; a referto un solo gol all’attivo (di Corrent nell’1-3 con la Lazio) e ben 11 al passivo. Il 18 dicembre 2002, dopo il ko contro la sua ex Udinese, Loris Dominissini viene esonerato, senza aver vinto neanche una gara in serie A e con l’ultimo posto in classifica che è la logica conseguenza di un avvio di campionato da incubo per l’ex rivelazione della serie B.

Preziosi sceglie così la via dell’esperienza anche in panchina e chiama al capezzale del Como Eugenio Fascetti, fermo dopo le ottime stagioni a Bari e il fallimento a Vicenza con la mancata promozione in A. Il tecnico toscano ha carisma e capacità per risollevare la classifica dei lariani e nella prima intervista da allenatore del Como fa capire subito quali saranno le sue linee guida: “Qua c’è poco da scherzare – dice Fascetti – la squadra è ultima e con zero vittorie, se non invertiamo subito la rotta per noi è finita”. Secco ma sincero, Fascetti si presenta a Como con la fama del duro e l’avventura non parte neanche male: a Modena, tanto per cambiare, i lombardi vanno sotto a un quarto d’ora dalla fine; sembra l’ennesimo capitolo di un libro dall’esito scontato, e invece al 90′ il guizzo del centravanti croato Bjelanovic regala al Como un pareggio utile forse più per il morale che per la classifica, ma pur sempre un discreto punto di partenza. Ma il destino non ha preso evidentemente i comaschi sotto la sua buona stella: dopo il pari in Emilia, la squadra di Fascetti cade contro il Milan (1-2 in casa) e poi 2-0 a Verona contro il Chievo. Fascetti scuote la testa, Preziosi è su tutte le furie e parla di congiura del potere contro di lui e contro il Como, dopo ogni partita recrimina su episodi arbitrali a sfavore dei lariani, dice che se dovrà retrocedere vorrà farlo senza il subentro di fattori esterni. In più, i disordini causati dai tifosi durante la gara contro l’Udinese, portano alla squalifica del Sinigaglia ed i lombardi da gennaio a marzo sono costretti ad emigrare a Piacenza e a Reggio Emilia. Fatto sta che a Natale il Como è ancora ultimo in classifica e senza lo straccio di una vittoria in un girone d’andata che ormai volge al termine.

Il 2002 si chiude con due pareggi malinconici: l’1-1 contro l’Atalanta a Reggio Emilia e lo 0-0 in casa del Torino, altra formazione con la retrocessione ormai quasi in tasca. Sabato 25 gennaio 2003 il Como ospita (per così dire) la Roma sul campo neutro di Piacenza; freddo e mestizia per una partita che vede i lariani ultimi e senza vittorie all’attivo ed i giallorossi di Capello incappati in una stagione anonima dopo uno scudetto ed un secondo posto nelle due annate precedenti. La gara è ricordata per l’esordio in serie A di Daniele De Rossi e fino all’82’ ha poco da dire, poi il Como ha quel sussulto d’orgoglio che tutti aspettano da mesi: il bosniaco Music porta in vantaggio i lombardi, quindi in pieno recupero arriva il 2-0 firmato da Carbone. Il Como toglie lo zero alla voce vittorie, resta ultimo ma si prende una soddisfazione che potrebbe regalargli una seconda parte di campionato meno travagliata della prima. Fascetti esulta ma non può cantare vittoria troppo forte: “Abbiamo vinto e siamo contenti – dice dopo la partita – ma se non ne vinciamo altre 2-3 di fila, anche questo successo avrà meno importanza”. Ha ragione l’allenatore, il Como deve infilare un filotto di vittorie che lo riavvicinino alla zona salvezza, altrimenti il 2-0 sulla Roma assumerà un mero valore statistico e poco più. A Empoli una settimana più tardi finisce solo 0-0, contro il Parma, invece, i lariani si porteranno sul 2-1 prima del pareggio di Mutu su rigore al 90′; non è neanche fortunato il Como, col Brescia (nel giorno della riapertura del Sinigaglia) segna ad inizio ripresa e viene raggiunto 50 secondi dopo, giusto a 7 giorni dalla seconda vittoria in campionato, la prima in trasferta, ottenuta a Piacenza grazie ad un gol di Nicola Amoruso dopo pochi minuti.

Troppo poco anche solo per pensare di potersi salvare, perchè a Como manca quasi tutto: carisma, grinta, potenzialità tecniche e continuità, persino il pubblico è ormai scoraggiato. Dopo il roboante e sorprendente 5-1 inflitto al Bologna, Fascetti non si esalta: “Quante possibilità abbiamo di salvarci? Bah, forse il 2%”. Non ci crede più nessuno, insomma, gli azzurri perdono 3-0 contro la Lazio, poi l’emblema della loro stagione è nel pareggio casalingo contro il Perugia: Amoruso porta avanti la squadra lariana nel primo tempo, il Como gioca pure discretamente ma non chiude la partita, commettendo in pieno recupero l’ingenuità che costa un rigore, trasformato da Miccoli e che condanna i lombardi ad una retrocessione ormai irrimediabile. Nelle ultime 6 giornate il Como non riesce infatti a cavare un ragno dal buco, perde contro Udinese, Milan, Chievo ed Atalanta, poi all’ultima giornata, col campionato ormai in vacanza, batte 1-0 il Torino in una sfida deprimente fra le ultime due della classe, togliendosi però la magra soddisfazione di lasciare l’ultimo posto della classifica proprio ai granata. Il Como chiude l’annata in 17.ma posizione, 4 vittorie, 12 pareggi e 18 sconfitte, 29 reti realizzate e 57 subite, i migliori marcatori stagionali sono Amoruso e Pecchia con 6 gol a testa. E’ l’ultimo acuto del Como in serie A, ma soprattutto è l’ultimo acuto di Enrico Preziosi alla guida del club.

In estate, infatti, a Como iniziano a circolare brutte voci: il patron vuole cedere la società ed acquistare il Genoa che nel frattempo è retrocesso in C1 e verrà ripescato in serie B per il rotto della cuffia. A Preziosi la città di Como e la squadra lariana vanno ormai troppo strette, vuole qualcosa di più, una piazza con più visibilità e maggior blasone; a Como ha dato tanto, ma il prezzo che in riva al lago stanno per pagare forse non vale neanche le tre stagioni appena vissute e quella serie A ritrovata dopo 13 anni. Preziosi è ormai deciso a cedere il Como, non pensa più a come rinforzare la squadra, anzi, la indebolisce a tal punto che ai nastri di partenza della serie B 2003-2004 gli azzurri vengono inseriti fra le compagini che lotteranno per non retrocedere. Il 1 ottobre 2003, col Como già impelagato nei bassifondi della classifica cadetta, Preziosi cede il club ad Aleardo Dall’Oglio: sarà l’inizio della fine, perchè i lariani finiscono subito in C1, ultimi e con l’onta di subire 12 sconfitte nelle ultime 13 giornate di campionato. Ma se il ritorno in serie C è rapido quanto lo era stato riprendersi la serie A, a Como l’incubo è solo iniziato: in men che non si dica arriva pure la caduta in C2 dopo i playout persi contro il Novara, ma soprattutto il fallimento che obbligherà la nuova società a ripartire dalla serie D con una nuova proprietà.

Il 17 settembre 2005, quando in uno stadio Sinigaglia mezzo vuoto, il Como esordisce nel girone B della serie D battendo 2-1 i corregionali del Turate dopo 68 anni consecutivi tra i professionisti, le deluse menti dei sostenitori lariani vanno forse alle feste promozione contro Livorno ed Empoli, o a quel nuovo debutto in serie A dopo 13 anni, nonchè a quel presidente che li ha sedotti ed abbandonati, ma anche a quel tecnico, Loris Dominissini, che dopo Como ha vinto una Coppa Italia di serie C allo Spezia per poi essere dimenticato dal mondo del calcio. Un’avventura esaltante ma di breve durata: meglio bruciare in un attimo che spegnersi lentamente, diceva qualcuno. A Como fra il 2000 ed il 2003 hanno fatto proprio così.

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Leggenda Schiavio: l’Inter provò a strapparlo al Bologna, la sua risposta fu una perla di saggezza

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CALCIOMERCATO.COM (Alessandro Bassi) – […] Schiavio nasce nell’ottobre del 1905 da una famiglia della buona borghesia bolognese, il padre è un noto commerciante di tessuti proprietario di una serie di rinomati negozi

[…] Gioca diverse partite con la squadra riserve sino a quando sul finire del novembre 1922 Felsner, l’allenatore austriaco dei rossoblù, decide di provarlo in una squadra mista contro la Fortitudo. Schiavio gioca molto bene, segna la prima rete dell’incontro e Felsner decide di concedergli un’altra occasione, questa volta contro un avversario ben più ostico. La vigilia di Natale del 1922 Schiavio gioca contro gli austriaci del Wiener. Gioca bene, ma non riesce ad incidere come vorrebbe. Il giorno di San Silvestro altra amichevole prestigiosa contro i magiari del Ujpest e Schiavio questa seconda occasione non se la lascia sfuggire: dribbling secco e angolato tiro di destro che va ad insaccarsi alle spalle del portiere ungherese. 1 a 0 per i rossoblù, è nata una stella, i tifosi bolognesi hanno un nuovo idolo.

[…] … domenica 28 gennaio 1923 contro la Juventus Schiavio debutto in campionato, il primo passo di un cammino lunghissimo e luminoso, sedici anni durante i quali Schiavio e il Bologna vincono tutto. Quattro campionati italiani, due Coppe dell’Europa Centrale, il prestigioso Torneo dell’Esposizione Universale del 1937 battendo in finale i “maestri” inglesi del Chelsea per 4-1, e il titolo di capocannoniere nel campionato di serie A del 1931/32.

[…]… l’Inter nella tarda estate del 1934 prova a convincere Schiavio a lasciare il Bologna e manda nientemeno che Meazza come ambasciatore[…] Meazza lo avverte che al pomeriggio sarebbe stato chiamato dal presidente nerazzurro, quest’ultimo cerca di convincere Schiavio che invece è piuttosto dubbioso, tanto che arriva a fare una super offerta. […]

Schiavio, so che al momento tu possiedi a Bologna tre negozi, questo pomeriggio ti prego di misurarne la superficie (si trattava di centinaia di metri quadrati) e di comunicarmela domani mattina quando ti ritelefonerò. Se accetterai di venire a giocare all’Inter, dopodomani ti ritroverai proprietario di un’uguale superficie commerciale in Galleria a Milano. E ciò senza grossi impegni da parte tua; dovrai soltanto restare all’Inter per tutto il tempo che continuerai a giocare”.

Insomma l’offerta interista è davvero allettante, sono tantissimi soldi. Ma non per Schiavio che il giorno dopo declina gentilmente l’offerta rispondendo in questo modo:
“Qui a Bologna lavoro con la mia famiglia e gioco nella mia squadra; i soldi non me li porterò all’altro mondo ed a quelli che verranno dopo di me, se avranno voglia di lavorare, resterà quanto necessario per continuare ed il mio augurio di una buona salute che è quella che conta di più“.

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L’altro Carlo Mazzone

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) – Carlo Mazzone è un uomo che veleggia verso gli 83 anni. Un allenatore che può vantare più di mille panchine ufficiali e un numero record per quello che riguarda la Serie A. Nonostante sia rimasto ai margini delle grandi piazze, e delle conseguenti vittorie, dove è passato ha lasciato il segno. Il motivo è semplice, quanto terribilmente crudele. La figura di Carlo Mazzone come allenatore è stata assassinata dalla retorica.  Non si parla mai di un mister che nonostante la mancanza di attitudine tattica è riuscito in qualche impresa mirabile, come detenere il record di punti in una sola stagione di Serie B con l’Ascoli o qualificare il piccolo Cagliari per la Coppa UEFA nel 1993. Numeri finiti nel dL0imenticatoio. Mazzone è e sarà sempre intrappolato nel personaggio di sor Carletto, l’allenatore del popolo, quello semplice, che alle alchimie tattiche preferisce gestire i suoi uomini, e che viene amato dai suoi tifosi quasi a prescindere dai risultati, per via di quella sua veracità tutta romana che conquista ed inganna allo stesso tempo.

[…] Un mister concreto, per come mette la squadra in campo e per come riesce a gestire il gruppo di calciatori a disposizione. Il pragmatismo di ferro, eccessivo ed ostentato, è la sua cifra stilistica. Alla continua ricerca di un calcio semplice, dove non servono strane formule per emergere. […] Quando nella sua favola bresciana, il presidentissimo Corioni gli regala Baggio, sor Carletto ha il merito di capire che quello è un giocatore speciale, e che deve ricevere un trattamento speciale. […] Affida le sorti della squadra ai piedi fatati di Baggio, già diventato una sorta di Papa pallonaro. Questa ricerca ossessiva del buon senso in campo è il pregio e al contempo il maggiore limite di Carlo Mazzone. Infatti quando servirebbe un guizzo, un’idea geniale da mettere sul rettangolo verde per scardinare la gara e invertire il piano inclinato della partita manca sempre il famoso centesimo per completare la lira. Non esistono contromisure in corsa, non esiste (ancora) la fisima tattica: in campo vincono i più bravi e basta.

[…] Il passaggio da allenatore di provincia a venerabile santino di un calcio nostalgico ha una linea di demarcazione ben precisa. Parliamo naturalmente dell’episodio più conosciuto, quello della corsa sotto la curva atalantina durante un derby tra i nerazzurri e il suo Brescia nel settembre del 2001.

Si tratta di un episodio che rappresenta plasticamente quello che è l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Mazzone, e segna per il mister romano il definitivo distacco da professionista della panchina, per entrare nella galassia delle icone pop di un’epoca, svuotando praticamente di contenuto un’intera carriera

[…] Ridurre la figura di Carletto Mazzone ad una paonazza corsa sotto la curva è però ingeneroso: come allenatore si è potuto togliere qualche soddisfazione sparsa. Se fosse un ciclista si direbbe che ha vinto qualche tappa, senza mai però avvicinarsi al trionfo completo.

Come quando il suo Perugia annega le speranze di scudetto della Juve nella celebre piscina del Renato Curi, consegnando di fatto il tricolore alla Lazio di Cragnotti. Mazzone, fedele alla sua immagine di uomo verace e con la battuta pronta, in sala stampa dirà come prima cosa che ci voleva un romanista per far vincere lo scudetto alla Lazio. Battuta fulminante e francamente riuscita, che descrive appieno il personaggio. […]

[…] Guardiola, che è stato suo giocatore nella miglior edizione della storia del Brescia, lo invita alle finali di Champions, lo omaggia appena possibile. Non si azzarda a dire che deve molto del suo calcio a quello che gli ha insegnato Mazzone. Lo chiama “maestro” più per rispetto che per reale convinzione tecnica. Sembra quasi che questo sperticato apprezzamento lo renda più umano, e lo aiuti a sfumare la naturale antipatia che le vittorie attirano. Le sue squadre infatti sono l’esatto contrario della filosofia di gioco di sor Carletto, che di certo non ha mai lanciato i suoi terzini in ardite scorribande offensive, al contrario. Accade così per Amedeo Carboni ai tempi della Roma: “‘ndo cazzo vai”, gli grida Mazzone, quando lo vede intento all’avanzata.

Fuori dallo spettacolo del gioco, fuori da ogni motivazione tecnica, la gente ama Mazzone proprio per questa natura verace. […]

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Roberto Baggio, storia di un trasferimento shock

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METROPOLITANMAGAZINE.IT (Andrea Mari) – […] Questa rivalità sportiva è nata negli anni ’80 ma il trasferimento di un singolo calciatore ha decretato lo strappo definitivo tra le due tifoserie: parliamo dell’addio alla maglia viola di Roberto Baggio, ceduto dai fiorentini ai piemontesi dei potenti Agnelli.

In quel di Firenze, il 18 maggio è marchiato da un bollino nero. Giorno nefasto e foriero di brutte notizie. il diciottesimo giorno del quinto mese in calendario del 1990, Roberto Baggio si trasferì dalla Fiorentina alla Juventus sancendo la contrapposizione definitiva tra tifosi viola e bianconeri. Fu la trattativa che riscrisse le regole del gioco: il “Divin Codino” abbandonò l’ombra di Palazzo della Signoria approdando sotto la Mole per 25 miliardi di lire, cifra astronomica per l’epoca.

[…] I tifosi della Fiorentina, increduli ed arrabbiati, misero a ferro e fuoco le strade di Firenze. Si registrarono ingenti danni e ci furono numerosi scontri tra la polizia ed i supporters della Viola.

Fu un vero e proprio moto rivoluzionario che coinvolse tutto il popolo fiorentino che scese in piazza per manifestare il suo dissenso. Un fiume in piena color viola che non risparmiò nessuno: un pezzo di cuore era stato asportato dall’organismo della Fiorentina e donato, su un vassoio d’argento, agli odiati rivali della Juventus. Troppo per un tifo passionale come quello toscano.

[…] In quegli anni, Juventus Fiorentina si contesero lo scettro della Serie A incontrandosi, spesso e volentieri, nelle competizioni europee.

Nel 1982, i bianconeri vinsero lo scudetto battendo nel rush finale proprio la compagine viola. Una sola lunghezza separò, alla fine del torneo, le due formazioni. Da quel momento, fu odio. La frustrazione della Fiorentina si infuocò nuovamente nel 1990: la “Vecchia Signora” vinse la Coppa Uefa ai danni della Viola in un doppio confronto che generò diverse polemiche. Nell’occhio del ciclone terminò l’arbitraggio, considerato troppo di parte dai toscani.

La goccia che fece traboccare il vaso cadde pochi giorni dopo la delusione europea: Caliendo, procuratore di Roberto Baggio, annunciò il passaggio del “Divin Codino” alla corte di Agnelli. Fu il caos.

Guerra civile. Per un calciatore, per il simbolo dell’amore verso la fede calcistica. In mezzo, la città di Firenze. Si registrarono diversi danni e numerosi scontri tra tifosi e polizia. Il popolo viola chiese, a gran voce, la testa del presidente Pontello mentre assaltava, con ferocia e rancore, la sede della Fiorentina. Non insorsero dei facinorosi, bensì dei cittadini follemente innamorati della propria squadra e di quel numero dieci che disegnava calcio e magia in campo.

Intanto, Roberto Baggio si rifiutò di indossare la sciarpa della Juventus durante la conferenza stampa di presentazione, in segno di rispetto verso i suoi ex tifosi. Non bastò questo nobile gesto a placare il rancore: il neo juventino, che aveva risposto alla chiamata della Nazionale, ricevette sputi, insulti e minacce a Coverciano. Tornò a Firenze il 7 aprile del 1991, quasi un anno dopo dall’ultima volta. Con addosso il marchio dell’infamia: la maglietta degli acerrimi rivali piemontesi.

L’accoglienza non fu delle migliori e la situazione rischiò di degenerare quando venne assegnato un calcio di rigore alla Juventus: il rigorista bianconero era proprio l’ex di turno. Roberto Baggio si rifiutò di calciarlo perché Mareggini, suo vecchio compagno alla Fiorentina, lo conosceva troppo bene. Una nobile scusa per non accoltellare nuovamente i suoi antichi tifosi.

Al momento della sostituzione, il fuoriclasse della Juventus salutò tutto il pubblico di Firenze e prese in mano una sciarpa della Fiorentina arrivata dagli spalti. Il “Franchi” si spaccò in due correnti: i traditi fischiarono ed insultarono mentre gli innamorati applaudirono con le lacrime agli occhi.

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