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Il Calcio Racconta

“Il numero 1” – Ricky Enrico Albertosi

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GLIEROIDELCALCIO.COM  – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Il numero 1 – Storia e aneddoti dei grandi portieri del XX secolo” di Leonardo Colapietro, edito da “Porto Seguro”. Abbiamo scelto per voi la storia di Enrico Albertosi, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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RICKY ALBERTOSI

È il 18 maggio 1959. Roma – Fiorentina si disputa in campo neutro all’Ardenza di Livorno. La squadra viola è seconda in classifica ad un solo punto dal Milan di Schiaffino, Liedholm e Maldini. Sarti, il portierone dei gigliati, si infortuna ed in campo, per sostituirlo, entra un ragazzo di Pontremoli, ridente cittadina accerchiata dalla Alpi Apuane, di appena diciannove anni, figlio del maestro elementare del paese: si chiama Enrico Albertosi. Il famoso radiocronista Nicolò Carosio descrisse così quell’esordio alla sua impareggiabile maniera: «Niente scorpacciata viola con la Roma, ma un buon primo tempo, un secondo alquanto opaco, e zero al passivo soprattutto per merito del diciannovenne portiere Albertosi, debuttante, nato a Pontremoli e proveniente dalle file dello Spezia. A partita conclusa l’ottimo Albertosi, che in trasmissione ci aveva fatto provare emozioni, vertigini, stupore, tanto arditi, tanto plastici e sicuri erano stati molti suoi interventi, appariva come uno qualunque al termine di una comune giornata lavorativa. Niente emozionato, per nulla commosso, guardava stupito tutta quella gente che si occupava di lui, che lo festeggiava, che gli faceva auguri a non finire per una brillante e proficua carriera.» Brillante e proficua la sua carriera lo fu davvero. In maglia viola Albertosi vi rimane dieci anni. Ma il suo primo campionato da titolare, Ricky lo disputò solo nel campionato 1963-64, quasi cinque anni dopo, quando la Fiorentina decise di cedere Sarti all’Inter e puntare su di lui. Ciò nonostante, pur avendo giocato pochissimo, era talmente evidente a tutti il suo talento, un portiere tanto estroso quanto spettacolare, che venne già convocato in nazionale, a ventidue anni, nel 1961, in occasione di Italia-Argentina, finita quattro a uno. L’avventura in azzurro sarà lunga e ricca di emozioni, arrivando a disputare ben quattro campionati mondiali (1962, 1966, 1970, 1974) tra grandi soddisfazioni ma anche tragedie sportive. Il primo da titolare quello del 1966, in Inghilterra, rimasto nella memoria di tutti come una delle pagine più nere del calcio italiano. L’Italia, dopo un avvio alquanto deludente nel primo girone, si gioca la qualificazione all’Ayresome Park di Middlesbrough contro la Corea del Nord. Perde uno a zero per il gol dello sconosciuto sergente dentista Pak Doo Ik e Albertosi passa alla storia come uno degli undici coreani. Dopo il mondiale è uno dei pochi a non venire colpito dall’epurazione, anche se paga lo stesso quell’insulto all’orgoglio nazionale venendo momentaneamente scavalcato nelle gerarchie da Dino Zoff. L’orgoglio azzurro ferito sarà presto riscattato due anni più tardi, nel 1968, quando l’Italia conquista il Campionato Europeo battendo in finale la Jugoslavia. Ma Albertosi il torneo lo guarda dalla panchina. In più la Fiorentina, quella stessa estate, decide di cederlo al Cagliari e la squadra viola va a vincere subito il suo secondo scudetto. Una beffa. Ma la rivincita per lui è dietro l’angolo. L’anno dopo difende la porta di quel formidabile Cagliari stagione 1969-70, quello di Gigi Rombo di tuono Riva, che vince il suo primo tricolore battendo il record di gol subiti, appena 11, in un campionato a 16 squadre. È il preludio al Campionato del Mondo di Messico 1970. Albertosi ha disputato una stagione perfetta, si riprende la maglia da titolare in nazionale e diventa vice campione del mondo. Ma non è per quel secondo posto che Albertosi passerà di nuovo alla storia, quanto per essere tra i ventidue protagonisti della madre di tutte le partite, la partita del secolo: Italia-Germania 4-3. La sua carriera in azzurro si chiude due anni dopo, 21 giugno 1972, allo stadio Levski di Sofia, con l’amichevole Bulgaria-Italia. Albertosi ha ora trentacinque anni, già undici campionati alle spalle e molti lo ritengono finito. Nel 1974 Ricky passa al Milan, che dai tempi di Cudicini non ha più un portiere all’altezza. Con le sue prestazioni salva i rossoneri dalla prima retrocessione della sua storia e chiude a Milano una carriera fantastica vincendo pure uno scudetto nel 1979 (che il Milan inseguiva da dodici anni) a quarant’anni d’età, un vero record: «Che vi devo dire? confessa Ricky, anche un po’ divertito. Zoff, per esempio, se faceva l’amore il venerdì la domenica aveva le gambe molli. Io potevo farlo anche di sabato, ma la domenica facevo ugualmente il fenomeno. Questione di fisico.» Il finale però è di quelli da dimenticare. Esce male di scena, campionato 1979-80, costretto a smettere perché ritenuto coinvolto nel primo scandalo di calcioscommesse del calcio italiano, per cui fu squalificato due anni e il Milan retrocesso in serie B. Chiuse con due scudetti, tre Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, un Campionato Europeo. Nel 2004 è stato colpito da una grave forma di tachicardia ventricolare dopo aver disputato una corsa di trotto all’ippodromo di Montecatini, riservata ai giornalisti. Dopo alcuni giorni di coma si è risvegliato senza complicazioni gravi e successivamente si è ripreso completamente. Di se stesso e del ruolo di portiere ebbe a dire in una lontana intervista del 1975: «Cerco di essere principalmente un galvanizzatore, cerco di dare ottimismo a tutti. Mai farsi vincere dai nervi; anche se perdiamo per due gol di scarto i miei compagni mi vedono sempre tranquillissimo; fingo ovviamente anche se mi costa moltissimo perché sono guai seri se un difensore si accorge che il portiere non è ‘in palla’, se perde fiducia in lui durante la partita o peggio se si sta perdendo. Noi portieri siamo in via di estinzione. È un ruolo che sta morendo. Non ci sono più vocazioni, perché proprio di vocazioni si tratta.» Considerati i tanti portieri stranieri che oggi militano nel campionato italiano, non gli si può dare torto”.

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25 febbraio 1965 – Nasce il “Cobra” Sandro Tovalieri

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Susanna Marcellini) – Compie 55 anni ma se ne sente ancora 20, il Cobra, Sandro Tovalieri. Se gli chiedi di parlare della sua carriera parte da una notte speciale quella di Roma Ascoli di Coppa Italia. Era il 1985 finì 3 a 0 e Sandro ne fece proprio 3 davanti a quasi 50mila spettatori. “Una serata incredibile, feci tre gol e il giorno seguente mi trovai su tutti i giornali. Ti cambia la vita e se non hai la testa sulle spalle rischi di fare cazzate. Non che io non ne abbia fatte” aggiunge sorridendo dopo un momento di pausa.

Della sua carriera ricorda tante cose e non potrebbe che essere diverso visto le piazze in cui ha militato: Roma, certo. Ma anche, e forse soprattutto, Pescara, Arezzo, Avellino, Ancona, Bari, Bergamo, Reggio Emilia, Cagliari, Genova, Perugia, Terni. Sono queste, in rigoroso ordine di apparizione, le dodici città in cui il Cobra ha lasciato il segno. A lui sono dedicate canzoni rap, pizze speciali e birre artigianali. Ha amato ogni squadra di cui ricorda tutto, ed è stato amato da tutti i tifosi che lo ricordano ancora con affetto. D’altra parte, 143 gol fra i professionisti non sono numeri da tutti. Ma non è certo solo per la sua spiccata propensione a mordere mortalmente le difese avversarie che il Cobra è ancora un mito per tanti tifosi.  È innanzitutto per la sua umanità schietta e vera, quella che, con il suo aspetto un po’ guascone Tovalieri comunica subito, a chiunque lo incontri, e che è forse il dono più bello.

“A 50 anni ho voluto scrivere un libro autobiografico un po’ perché arrivato al traguardo dei 50 si sente il bisogno di raccontarsi veramente senza alibi, un po’ per far conoscere quello che c’è dietro il Cobra.”  La vita di Sandro è stata piena di episodi indimenticabili e di gioie esplosive, di affetti profondi ma anche di dolori lancinanti, di battaglie sportive e personali vinte e perse, ma sempre giocate col cuore, fino all’ultimo minuto di recupero. Il primo Tovalieri quello calciatore era intelligente in area di rigore, furbo, esuberante, anche incazzoso se i compagni non gli passavano la palla. Era sempre in agguato, e non solo dentro al campo era cosi anche fuori. Uno che mordeva la vita senza pensare troppo alle conseguenze. “Mi fossi chiamato Tovalierich avrei militato in squadre più importanti. Purtroppo ho sempre avuto l’etichetta del giocatore di serie B, forse anche per il mio carattere non sempre facile” ammette. “Oggi a 55 anni mi sono calmato, ho trovato un equilibrio. La mia vita si divide in due parti. C’è il prima e il dopo la morte di mia moglie Laura, una morte che ancora oggi non sono riuscito a superare. Chi mi dà la forza di andare avanti sono i miei due figli Ilaria e Simone, tutto quello che faccio è per loro.” Quando parla della moglie lo sguardo è duro, quasi estraneo a quello che gli succede intorno, poi torna il sorriso quando pensa a come da solo è riuscito a crescere due figli e ne va orgoglioso. La sensazione è quella che adesso nel giorno del suo compleanno avesse più voglia di parlare della sua vita privata che del calcio. “Forse si hai ragione, ma parlare della Roma in questo momento mi fa venire l’ulcera. Vedere la Lazio seconda in classifica è un dolore per un tifoso come me. E poi – confida- crede che alla gente piaccia conoscere di più l’uomo che c’è dietro il calciatore. Le parole danno realtà ai tempi, ai luoghi, ai sentimenti. E oggi mi piace ricordarli. La vita è così, va come va. L’importante è non dimenticare. Io non dimentico i gol, me li ricordo tutti cosi come non dimentico la mia vita privata, ogni momento che ho vissuto mi ha fatto diventare quello che sono oggi. Un po’ Cobra un po’ Sandro”.

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Bearzot confermato sino al Mundial ’82

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Enzo Bearzot è stato confermato ufficialmente, all’unanimità, alla guida della Nazionale sino a dopo il Mondiale dell’82 in Spagna. Manca la sua accettazione, per altro scontata. Questa la decisione più importante presa ieri a Roma dal «consiglio” della Federcalcio, che ha autorizzato la presidenza a discutere ed a concludere un nuovo contratto con Allodi come direttore del settore tecnico, e con i collaboratori di Bearzot per le squadre nazionali” (Cit. La Stampa, 24 febbraio 1980).

Al momento nessuno lo sa, ma questo è il primo atto di una avventura chiamata Spagna ‘82, una avventura che cambierà il corso della storia del calcio, e non solo, del nostro paese.

“La conferma di Bearzot non è certo una sorpresa, ma è tempestiva la comunicazione ufficiale della Federcalcio: viene a troncare voci dell’attesa di un «esame», rappresentato dai campionati d’Europa, prima di rinnovargli il contratto. Competenza ed onestà sono le doti di Bearzot, le uniche valide per suo ruolo. Né ci sono timori che la sicurezza del posto (discorso già fatto per i giocatori azzurri) lo ammorbidisca. Bearzot è uno che vorrebbe vincere sempre” (Cit. La Stampa, 24 febbraio 1980).

Un’assemblea importante questa in cui si è confermato Bearzot; nella stessa giornata infatti si è discusso anche della “riapertura delle frontiere”, nel campionato successivo saranno uno per squadra, di vietare ai calciatori di giocare al gioco clandestino pena squalifica, e una modifica regolamentare che consenta, in caso di sospensione di una gara, nebbia pioggia etc., dopo l’inizio del secondo tempo, di andare verso un interesse dello spettatore che al momento non ha diritto ad alcun rimborso.

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Fiorentina – Milan, storie di ex … in pillole

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GLIEROIELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – Anche Fiorentina-Milan è un viaggio nel tempo che tocca ogni settore del campo. Enrico Albertosi e Giovanni Galli rimettono in gioco per Sergio Battistini e Saul Malatrasi. Dopo quattro stagioni rossonere, il ‘Professore’ svedese Gunnar Gren indossò la casacca gigliata per due campionati. Quattro annate con la maglia viola e una con quella del Diavolo per Romeo Menti: a Campo di Marte fu compagno di squadra anche di Carlo Piccardi, il quale vestì per la prima volta i colori milanisti proprio in una partita a Firenze. In rossonero venne allenato da Giuseppe Bigogno, ex giocatore ed ex tecnico della Viola. A Milanello Malatrasi ritrovò Kurt Hamrin, due stagioni e tre trofei con il Diavolo. Quando nel 1969 il Milan festeggiava la Coppa Campioni, la Fiorentina celebrava lo scudetto: tra i protagonisti di quel tricolore gli ex rossoneri Amarildo e Mario Maraschi. Senza dimenticare Luciano Chiarugi, il quale vestirà la casacca rossonera per quattro stagioni. Centrocampista in viola (anche) Daniele Massaro si trasferiva a Milanello nel 1986 e nel Diavolo diventò centravanti. Ha chiuso la carriera con la Fiorentina Aldo Maldera, il quale realizzò nove reti nel campionato del decimo scudetto rossonero. Roberto Baggio ha vinto uno scudetto con il Milan e sfiorato una Coppa Uefa in maglia viola (nell’ultima stagione a Campo di Marte). Nereo Rocco ha allenato la Viola per un campionato, uno in meno di Nils Liedholm. Da giocatore Giovanni Trapattoni è ricordato come un pilastro del Milan e proprio con il Diavolo ha iniziato la carriera da allenatore; il tecnico dell’ultima Fiorentina sul podio (terza nella stagione 1998-’99). Ha guidato il Diavolo e la Viola anche Gigi Radice, ex calciatore rossonero. Dopo aver conquistato il terzo trofeo (la Coppa Italia) con la maglia gigliata, nel 2001 Manuel Rui Costa si trasferiva al Milan.

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