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Calcio, Arte & Società

Omaggio di un Genoano al Ponte Morandi, alle vittime, alla vita vissuta e alle origini del calcio…

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Sul Ponte Morandi ci sono passato migliaia di volte da ragazzo, facendo la spola per il trasporto giornali. Negli ultimi anni, invece, visto che vivo all’estero, mi capitava di passarci solo due volte al mese, rientrando da Ginevra per fare visita alla mia famiglia. Era un viaggio di ore: Savoia, Val d’Aosta, Piemonte, Liguria. Arrivare al viadotto era sentirsi a casa. Il Ponte Morandi era come una meta, ritorno agli affetti, incontro di amici. Ma era anche viaggio nel tempo: nel vederlo, rivivevo pagine della mia vita.

La mia famiglia ha casa in quella zona dal 1962. Io sono nato nel ‘63 (anno d’inizio lavori del Ponte Morandi). Lì ho vissuto per circa trent’anni. Quel viadotto è parte della mia infanzia: io e il ponte siamo cresciuti insieme, perlomeno nei nostri primi anni di vita. Dal terrazzo, guardavo la chiesa di Coronata, volgevo lo sguardo verso in Santuario della Guardia e vedevo un ponte che mi colpiva, per l’originalità delle forme e per l’ampiezza delle campate. Molti l’accostavano al ponte di Brooklyn. A me ricordava il Golden Gate. Insomma, la sua vista risvegliava in me pensieri piacevoli, e mai avrei immaginato che un giorno, al suo posto, avrei visto il vuoto.

Purtroppo il ponte è ormai diventato un luogo che associo alla morte, però non posso fare a meno di pensare alla vita che, per decenni, si è sviluppata giù a valle, intorno alle sue fondamenta.

Questi ricordi nascono dalla lettura di alcune righe, apparse su un sito, il giorno seguente al crollo del ponte. L’autore di quelle righe, che aveva vissuto tre anni in via Fillak, esprimeva concetti per me poco condivisibili e rimuoveva la storia dei luoghi che menzionava. Nel suo commento, pubblicato appunto su internet, lasciava intendere che quella parte di Genova era da sempre simbolo di decadenza e, per citare le sue testuali parole, “non aveva mai avuto colore”. Così, l’ingiusto riferimento a un ambiente incolore ha risvegliato in me questi ricordi.

Di colori, invece, il Campasso ne ha avuto parecchi. Prima di tutto, ha avuto i colori delle divise e delle tute di chi nel quartiere viveva: ferrovieri, portuali, marittimi, operai dell’Ansaldo, e quelli dell’Italsider di Campi che invadevano via Fillak a fine turno. Operai che arrivavano da via Chiusone, strada in cui, nonostante spazi ristretti, avevano sede due scuole: il Giuseppe Cesare Abba, per ragionieri, ed il biennio del chimico dell’Istituto Industriale.

E poi le centinaia di altri lavoratori: alla Feltrinelli, in via Fillak, dove si immagazzinava e lavorava il legname, e al Mercato Generale di uova e pollame, al Campasso, di fronte a un asilo e ad un campetto di calcio.

Foto tratta da “I racconti del Grifo – Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, di Massimo Prati, Nuova Editrice Genovese

Il calcio che, tra l’altro, al Campasso ha nobili origini. Qui, su quella che era la Piazza d’Armi, si disputarono le prime partite del Genoa, nel 1896, forse anche prima, sopra un terreno in cui si giocava anche al tamburello, sport – a quei tempi – praticato anche da molti operai. Infatti, negli anni Settanta, si poteva ancora ascoltare il racconto di qualche abitante del posto, che su quel campo, allora integro, aveva giocato a tamburello da ragazzino. Io, il campo, lo ricordo invece nelle sue dimensioni ridotte, circondato da nuovi edifici. Ma, pur se rimpicciolito, nella seconda metà anni Sessanta, e fino alla prima metà dei Settanta, parte di quel vecchio campo era ancora un’area sterrata. E noi, bambini dell’isolato, utilizzavamo quel terreno di gioco per fare qualche partita, proprio come, a fine Ottocento, avevano fatto i pionieri del calcio italiano.

In via Fillak c’erano ritrovi, società, circoli Arci, uno dei quali, ‘La Ciclistica, a dispetto del nome, aveva una squadra di calcio di prima categoria, tra i suoi ragazzi ce n’era anche uno che fece carriera, giocando per anni nel campionato di B, in una squadra lombarda; il secondo circolo, che si chiamava ‘Spataro’, col suo biliardo era un ritrovo frequentato dai giocatori di ‘stecca’; infine c’era la società della ‘Fratellanza e Amicizia’. Dai suoi campi da bocce, passando per una mulattiera chiamata “ Creuza di Rompicollo”, si saliva alla collina del Belvedere, sopra al Ponte Morandi.

Il Forte del Belvedere offriva subito un cambio di prospettiva, perché il ponte, che solitamente ci sovrastava, era invece giù in basso ai nostri piedi. Erano gli anni del boom, e dall’alto si vedeva la coda di mezzi che si formava in ogni momento della giornata. Da lì, in estate, noi ragazzini andavamo ancora più su: a Forte Tenaglia o alla Chiesa del Garbo, da dove il ponte era una presenza costante, visibile da molti crinali. Era un vagare imprudente lungo le vecchie mura e i bastioni, che terminava al tramonto, tornando a Campasso, andando a ritroso per ‘Rompicollo’ o, facendo in discesa la creuza che arriva a Certosa, in via della Pietra.

In quei quartieri, Campasso e Certosa, c’erano locali, angoli, luoghi dal gusto antico: penso, per esempio, ai tavoli scolpiti nel marmo, della tripperia di piazza Masnata, che la gente del posto chiamava ancora la piazza di San Martino. E penso all’altro lato di quella piazza, dove, a pochi metri, c’era la fonderia dei pallini, il vecchio stabilimento del piombo con la sua torre, costruita alla fine dell’Ottocento, forse anche prima.

E poi, poco più a monte, ‘I Lupi’, pizzeria frequentata anche da molti clienti di altri quartieri o, ancora, il farinotto di piazza Palmetta, nell’antica area appartenuta a due tecnici e industriali britannici: John Wilson e Alexander McClaren. Andando ancora più nord, oltre i piloni del Ponte Morandi si arrivava al «Circolo degli Amici di Certosa», dove c’era la sede di un’altra squadra di calcio.

Ma in zona c’erano anche discoteche e locali moderni. Ricordo il ‘Topsi’, locale underground nel vero senso della parola, perché aveva sede sotto il livello stradale, nella zona centrale del nostro rione. Lì ho sentito dal vivo il reggae di Pato Banton, musicista che aveva collaborato con gli UB40. E come dimenticare un locale che fa parte della storia della nostra città: il ‘Massimo’, grande cinema, ma anche grande teatro, luogo di culto del rock italiano e tempio dell’allora emergente New Wave inglese. Vado a memoria e potrei sbagliarmi, ma mi sembra di ricordare che, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta al ‘Massimo’ suonarono le band della PFM, di Gianna Nannini e del Banco del Mutuo Soccorso o formazioni straniere, del calibro di Siouxsie and the Banshees e degli XTC.

A pochi metri da via Walter Fillak c’erano anche due club del Genoa. Uno, all’inizio di via Rolando, intitolato a Felice Levratto, il bomber che sfondava le reti.
L’altro a Certosa, dedicato a Luigi Burlando, leggendario campione d’Italia, nel ’23 e nel ’24.
A mezza via, c’era anche un club blucerchiato, il club dei Tigrotti. E per me, genoano, era bello pensare che, pur essendo a Sampierdarena, a pochi metri da casa c’era un numero doppio di club della mia squadra, rispetto a quelli dei miei rivali.

Il quartiere si colorava ogni anno anche col Giro dell’Appennino. In quella occasione, lungo via Walter Fillak, tra due ali di folla, si vedevano sfrecciare Gimondi e Battaglin, Moser o Baronchelli che, in fuga dal gruppo d’inseguimento, passavano proprio sotto il Ponte Morandi.
E poi le settembrate in via Paolo Reti, i falò di San Giovanni Battista in via Porro, le raccolte di sangue con l’unità mobile, sempre davanti alla Ciclistica, che aveva anche una sezione dell’Avis.

Insomma, di colore ce n’era. E quel senso di comunità andrà riscoperto, in nuove forme, per conservare il ricordo di chi sul ponte ha trovato la morte e per rispetto di chi sotto al ponte ancora ci vive.

Adesivo anni ’70 del Genoa Club Luigi Burlando

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019 e "Rivoluzione Inglese. Paradigma della Modernità", Mimesis Edizioni, 2020. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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Libri: “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”. La stagione 1942/43

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto del libro “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”, edito da Bradipolibri per la collana Unasci. L’estratto, scelto di concerto con l’autore, è il racconto della stagione 1942/43 tra guerra e sospensioni.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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“Il protrarsi della guerra, però, aveva creato una drammatica situazione economica in Italia. L’ordine del regime fascista fu quello di continuare i campionati di calcio, nella vana intenzione di trasmettere alla popolazione un senso di normalità ma nelle serie inferiori fu necessaria una riforma dei tornei che alleviasse i gravi disagi finanziari ed organizzativi a cui dovevano sopperire le piccole società, già costrette a far fronte alla chiamata alle armi dei giocatori sia volontari che in età militare. La soluzione fu trovata distribuendo le squadre su di un maggior numero di gironi, riducendo in tal modo la lunghezza delle trasferte e la durata del torneo. La Sicilia costituì un bel grattacapo perché vi erano solo tre società aventi diritto a partecipare alla serie C (AFC Catania, GS 58° Comando Vigili del Fuoco Palermo e AS Siracusa) a cui si aggiunse il Marsala di mister Enrico Scioscia, la cui domanda di ammissione in un primo momento era stata respinta. Per ovviare a tale problema la Federazione è costretta a ripescare alcune squadre di Prima Divisione per raggiungere un numero consistente di squadre che desse la possibilità alla vincente di presentarsi pronta ai gironi finali che si disputavano ad aprile ed in cui ci si giocava la promozione in serie B. La stampa locale e le tre società siciliane più blasonate non nascosero il loro disappunto, temendo che il livello qualitativo del campionato si sarebbe abbassato a tal punto da renderlo quasi un torneo della Sezione propaganda. Per tranquillizzare gli animi Ottorino Barassi fece tante promesse garantendo la presenza di dodici squadre, tra cui anche delle calabresi, e la disputa anche di un torneo pre-finali tra le migliori quattro, oltre a degli investimenti nel settore giovanile. Ma alla fine gli impegni presi non furono rispettati. Così il Girone N fu costituito solamente da nove formazioni siciliane con l’aggiunta dell’inesperto Siderno.

In serie B il Palermo esordì il 4 ottobre con il pareggio casalingo per 2-2 contro l’Udinese. All’undicesima giornata, in programma il 13 dicembre, l’Alessandria non riesce a raggiungere il capoluogo siculo e così viene assegnata la vittoria a tavolino ai rosanero. La situazione diventa insostenibile nel girone di ritorno. Le partite interne con Siena, Napoli, Mater, Anconitana e Novara vengono rinviate per il mancato arrivo degli avversari. Frattanto ai primi di febbraio il Palermo esonera Nigiotti e richiama in panchina Giuseppe Cutrera. Ad aprile 1943 la FIGC è costretta a constatare che non vi sono più le condizioni per poter raggiungere la Sicilia. Così il 23 aprile in Coppa Italia assegna partita vinta al Venezia contro il Palermo e poi l’indomani, pur riconoscendo “gli sforzi encomiabili delle società sicule”, decide l’esclusione di Palermo e Catania dai campionati nazionali, ritenendo non possibile il recupero delle tante partite rinviate entro la conclusione dei campionati. Le promesse del comunicato della FIGC risultano al contempo lontane e vuote di significato: “La Federazione si riserva di tenere presente, agli effetti sportivi, la posizione delle due società siciliane in vista della definitiva sistemazione dei campionati nazionali nell’immediato dopoguerra”. Così il Palermo fu escluso dal campionato alla 29a giornata e i risultati delle 24 gare che erano state disputate fino a quel momento furono annullati. Naturalmente ciò alterò gli equilibri sia nella parte alta della classifica sia nella zona retrocessione. Il Catania, invece, si trovava impegnato nel raggruppamento A delle finali per la promozione nel torneo cadetto. Infatti la squadra etnea si era piazzata al primo posto nel suo girone di serie C.”

 

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Libri: “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”. La stagione 1914/15

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”, edito da Bradipolibri per la collana Unasci. L’estratto, scelto di concerto con l’autore, è il racconto della stagione 1914/15 in Sicilia, durante la guerra, “La Grande Guerra”.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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Il Palermo nel 1915 (foto messinastory1900.altervista.org/)

“La stagione calcistica 1914/15 era iniziata il 4 ottobre 1914 ma seppur l’Italia avesse inizialmente scelto di rimanere neutrale, la mobilitazione preventiva dell’esercito, decisa da Vittorio Emanuele III, aveva messo in seria difficoltà i numerosi club già economicamente traballanti. Il Savoia Milano rinunciò già dalla prima gara e l’Itala Firenze addirittura prima della redazione dei calendari mentre un mese di giocò bastò per indurre il Piemonte ad alzare bandiera bianca. Naturalmente la situazione precipitò dopo l’ingresso ufficiale dell’Italia nel conflitto. Il 23 maggio sarebbe dovuto svolgersi l’ultima giornata del girone finale dell’Alta Italia. Eventi politici di ben più alta levatura investirono, tuttavia, i giorni precedenti tale data.

Il Parlamento italiano aveva votato giovedì 20 maggio i pieni poteri al governo per poter entrare in guerra. Sabato 22 maggio venne dichiarata la mobilitazione generale e così, assai precipitosamente, il 23 maggio la Federazione decise “l’immediata sospensione del campionato”: invece di fischiare l’inizio delle partite, gli arbitri lessero ai giocatori in campo un comunicato che ordinava il rinvio di ogni gara. Il provvedimento fu molto criticato, in particolare dal Genoa (prima in classifica), che emanò la seguente nota: «vista l’improvvisa delibera della FIGC, pur considerando che necessità alcuna, dopo la mobilitazione già da tempo iniziata, imponeva tale provvedimento draconiano, delibera di fronte alla imponenza e mobilità dell’attuale movimento patriottico di soprassedere per ora a quelle fondate proteste cui in tempo di vita sportiva avrebbe dovuto ricorrere». Anche il Torino (secondo in classifica), tuttavia, ebbe ragioni per protestare. Vittorio Pozzo, che era dirigente granata, scrisse: «Quindici giorni prima della sospensione, il Genoa lo avevamo battuto in casa nostra per il notevole risultato di 6-1. Avevamo, in quel giorno, scoperto varie debolezze del sistema difensivo genoano, e con un giuoco tutto d’attacco le avevamo sfruttate appieno. Se noi battevamo il Genoa anche nella partita di ritorno il Torino passava in testa, e il campionato era nostro. Questa la convinzione di tutti noi granata, quando, come su comando del fato, cessammo di giuocare e partimmo soldati». Infatti il campionato a un solo turno dal termine risulta molto incerto: in caso di vittoria del Torino sul Genoa e di mancato successo dell’Inter nel derby, si sarebbe dovuto disputare uno spareggio tra le due compagini per stabilire il campione del Nord; non solo, se l’Inter fosse riuscita a battere il Milan all’ultima giornata, avrebbe raggiunto Torino e Genoa in vetta, rendendo necessari addirittura un triangolare di spareggi. Inoltre restava ancora da disputare la Finalissima con il campione del Centro-Sud, anche se il divario del livello dei club tra le due parti della Penisola la rendeva quasi una formalità. Nelle settimane seguenti i dirigenti della FIGC discussero su come gestire l’interruzione del torneo. Poiché la dirigenza era convinta che il conflitto si sarebbe concluso vittoriosamente nel giro di poche settimane, si decise che il campionato si sarebbe ultimato alla cessazione delle ostilità. La Sicilia rimase estranea a tutte queste polemiche dal momento che nessuna società isolana partecipava alla Prima Categoria. Infatti la più importante competizione calcistica a cui prendevano parte le squadre sicule era la Lipton Challenge Cup. Il torneo, che aveva preso il posto della Whitaker Challenge Cup, era stato istituito nel 1909 dal magnate inglese del tè Sir Thomas Lipton.

Il regolamento prevedeva una fase regionale e successivamente una finale in partita unica fra le vincenti delle eliminatorie siciliane e campane. La prima squadra che fosse riuscita a vincere cinque edizioni della manifestazione si sarebbe aggiudicata definitivamente il trofeo, un’imponente coppa d’argento alta 80 cm e pesante 5 kg. Domenica 4 aprile 1915, allo stadio “Ranchibile”, il Palermo affronta l’Internazionale Napoli, che comunque era formata dai giocatori del Naples FBC. I rosa vincono di misura per 2-1 ed ottengono la quinta affermazione (la quarta consecutiva) che gli vale la conquista definitiva della coppa.

Per i rosa segnano Wood e Candrilli mentre i biancoazzurri vanno in rete grazie ad un calcio di rigore. Questa, dunque, passa alla storia come l’ultima edizione della Coppa Lipton. I giornali dell’epoca, che utilizzavano molti termini inglesi per indicare i ruoli (backs = difensori, forwards = attaccanti ecc), riportano che c’era poca gente sugli spalti, addirittura sottolineano che non vi fosse alcuna donna, e che l’incasso venne donato al Comitato Regionale della Croce Rossa.”

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Libri: “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”. Intervista all’autore Giovanni Di Salvo

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto e intervistato Giovanni Di Salvo, scrittore e autore del libro “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”, edito da Bradipolibri per la collana Unasci.

Nel novembre del 1918 si concludeva l’immane tragedia ricordata come la “Prima Guerra Mondiale” o “Grande Guerra”. Quando si stava ancora cercando di ripartire ecco che, nel 1939, i principali stati mondiali ripiombarono nuovamente nella spirale di sangue e orrore generata da un nuovo conflitto mondiale. Anche il pallone andò al fronte e le sue vicende ed aneddoti si intrecciarono con quelle dei campi di battaglia. Storie che Giovanni Di Salvo ha voluto riportare alla luce, dopo un lungo periodo di ricerche. Abbiamo incontrato l’autore per permettere a tutti noi di meglio comprendere il contenuto del libro. Un triplo appuntamento, oggi l’intervista e nei prossimi giorni due estratti.

Buona Lettura.

 

Giovanni, dopo alcuni libri sulla storia del calcio femminile, possiamo dire tua specializzazione, ecco “Il pallone al fronte”, cosa ti ha ispirato…

Come era stato per i miei primi due libri dedicati al calcio femminile, “Quando le ballerine danzavano col pallone” e “Le pioniere del calcio”, l’ispirazione mi è venuta dalla mancanza di testi ed informazioni su questo argomento. Infatti qualche anno fa mi ero incuriosito sul rapporto particolare, a causa della sua insularità, tra la Sicilia ed i due conflitti mondiali e pertanto volevo conoscere meglio il contesto sportivo dell’epoca. Su internet si trovava ben poco e le informazioni spesso erano lacunose, frammentarie ed errate. Ho letto alcuni libri sulla storia delle principali squadre calcistiche siciliane ed ho notato che questi periodi, soprattutto dal 1943 al 1945, venivano saltati o trattatati in maniera molto sintetica. Ho anche provato a contattare qualcuno di quegli autori e mi è stato risposto che a causa della difficoltà nel reperire giornali o cronache del periodo era quasi impossibile riuscire a ricostruire in maniera approfondita i campionati di quel periodo. Quindi mi sono chiesto: Perché non provarci? È stata una bella sfida e credo che alla fine il risultato sia stato soddisfacente.

“Sport” e “Guerra”, sono due termini che spesso nella storia abbiamo visto “vicini”; cosa hanno “raccontato” nella storia della Sicilia …

I due conflitti mondiali in Sicilia hanno due storie completamente diverse. Nel periodo 1914-18 il football non era ancora molto diffuso nell’isola e lo si praticava soprattutto nelle grandi città. Così la Trinacria praticamente non ne risentì della decisione della Federazione di sospendere i campionati. L’attività calcistica siciliana, che naturalmente soffrì per i costi in termini di uomini e di ristrettezze economiche che comportava il conflitto, fu costituita da tornei per beneficenza e da partite contro i membri delle navi militari che attraccavano ai porti.

La situazione fu completamente diversa in occasione della Seconda Guerra Mondiale. Ormai le società sicule erano perfettamente integrate nel tessuto calcistico nazionale. A dispetto di quanto avvenuto durante la Grande Guerra, l’ingresso dell’Italia nel conflitto non comportò la sospensione dei campionati. Dalla serie A fino ai tornei regionali, l’ordine imperativo del Regime fu quello di giocare.

Tra difficoltà sempre più crescenti si andò avanti per un paio di stagioni. Finché ad aprile del 1943, a campionati in corso, la FIGC fu costretta a constatare che non vi erano più le condizioni per poter raggiungere la Sicilia: il Palermo venne escluso dalla serie B e il Catania dalle finali di serie C per la promozione in cadetteria.

A metà agosto del 1943 le forze Alleate liberarono l’isola dalle truppe italo-tedesche e il fronte del combattimento si spostò sulla penisola. Dunque la Trinacria era stata la prima regione in cui il calcio si era fermato ma sarà anche la prima in cui riparte.

Quale il metodo utilizzato per la narrazione…

I fatti vengono raccontati cronologicamente esaminando il contesto generale e poi soffermandosi sulle vicende in Sicilia. Ho scelto di dividere l’opera in dieci capitoli. I primi cinque sono dedicati alla Grande Guerra mentre i restanti cinque al secondo conflitto mondiale. Infine c’è la sezione almanacco con risultati, classifiche e tabellini delle partite – dai campionati nazionali in cui erano impegnate le squadre siciliane fino ai campionati regionali – dalla stagione 1940/41 a quella 1944/45. Insomma ho cercato di venire incontro a tutte le tipologie di lettore. Chi è appassionato di storia o un semplice tifoso troverà la risposta a tutte le sue curiosità leggendo i dieci capitoli del libro. I giornalisti ed i ricercatori del settore, invece, potranno approfondire ulteriormente gli argomenti trattati tramite la sezione almanacco, che risulterà un prezioso strumento per i loro lavori.

Lega Arsenale 1944/45 (Squadra di Messina)

Quanta ricerca c’è in un libro come questo e quali i luoghi che hai visitato per fare ricerche…

I miei libri solitamente hanno un periodo di “gestazione” di circa 3-4 anni. Infatti non mi limito a svolgere le ricerche nei principali giornali del periodo ma setaccio tutte le pubblicazioni uscite e la stessa notizia, ove possibile, la confronto con fonti diverse. Ho consultato i testi delle Biblioteche di Palermo, Messina, Trapani e Catania. Inoltre, per comprendere meglio il contesto storico, ho partecipato a mostre ed eventi sulle Guerre Mondiali nonché ho visitato personalmente alcuni luoghi dove si sono verificati alcuni degli eventi che narro. A titolo di esempio basti dire che sono stato in tutti i rifugi antiaerei della mia città.

Quali misteri svela il libro…

Ne accenno due, poi saranno i lettori a scoprire tutti i dettagli tra le pagine del libro.  Il primo riguarda dei cannoli ed è avvenuto durante la Grande Guerra. Il secondo è un incontro che ebbe la carovana del Palermo con un personaggio “particolare” in occasione di una trasferta nel Campionato Regionale Misto.

Bene, stai creando suspence…che “cosa” è questo libro per te, cosa rappresenta…

Un mio caro amico, Gaetano Sconzo, proprio l’altro giorno mi ha detto: “Quando esce un libro è una grande gioia perché è come se fosse nato un bambino”. Devo dire che è una frase molto calzante. Infatti ogni mio libro lo considero come se fosse un figlio.

Adesso devi convincere i nostri lettori a leggerlo…

“Il Pallone al fronte” è un libro scritto da un appassionato di sport per degli appassionati di sport. Ma anche per tutti quelli che vogliono conoscere meglio le vicende sportive delle loro squadre del cuore durante quegli anni bui. Ed ancora per chi si interessa di storia e potrà ripercorrere le vicende dei due conflitti mondiali attraverso il punto di vista dei siciliani e del loro mondo sportivo.

Questo testo permette di dare il giusto valore e credito a tante storie “perse”, di cui quasi nessuno si ricorda più.

Ad esempio quella del 58° GS Vigili del Fuoco di Palermo, che nel giugno del 1941 venne promosso in serie C dove disputò due grandi campionati o ancora dell’Aviosicula, la squadra dell’aviazione militare. Ed ancora della SPAL Caltanissetta, che faceva capo al Colonnello Chiapponi, ferrarese e tifoso della ben più nota formazione estense. Senza dimenticare Lega Arsenale, Peloro e Liberi Provinciale che fecero rinascere il calcio a Messina così come avvenne a Catania con Elefante, Etna, Catanese e Virtus Catania.

E di tante altre squadre ormai scomparse e di cui il lettore potrà apprezzare le imprese sportive.

Grazie Giovanni

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