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Calcio, Arte & Società

Libri: “Poveri ma belli”, il Pescara di Galeone … intervista all’autore Lucio Biancatelli

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Lucio Biancatelli, autore del libro “Poveri ma belli – Il Pescara di Galeone dalla polvere al sogno”, edito da “Ultra Sport”. Un triplo appuntamento con l’autore, oggi l’intervista e nei prossimi giorni due estratti in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio. Un libro dedicato a quel piccolo capolavoro del Pescara della seconda metà degli anni Ottanta. Un’avventura nata quasi per caso e un epilogo davvero irripetibile. Abbiamo incontrato l’autore, di seguito le sue parole che ci consentono di meglio capire il contenuto del libro.

“E’ una storia che ho sempre avuto nel cuore, questa del Pescara di Galeone”, ci dice l’autore, “Dopo due libri dedicati al glorioso tennis italiano degli anni 70 volevo misurarmi con una storia di calcio anni ’80 e dopo alcune proposte di biografia, una proprio a Galeone, non andate in porto, ho proposto all’editore di raccontare questa storia, grazie anche al mio “debole” per l’Abruzzo, che frequento fin da bambino e dove ho casa, amici e parenti da parte materna. Galeone poi è sempre stato un mio mito, come Liedholm e, nel tennis, Panatta”.

Un libro e una storia dove sono i protagonisti a raccontarla… “Si, ho fatto parlare i protagonisti. Ho iniziato un vero e proprio giro d’Italia per recuperare tutti i calciatori di quel gruppo, alcuni dei quali per fortuna sono rimasti a vivere a Pescara. Ad ognuno ho chiesto di raccontare la sua storia, e a seconda dell’interesse che questa poteva avere ai miei occhi, gli ho dato più o meno spazio. Inevitabilmente ad emergere dai racconti era sempre il personaggio Galeone: istrionico, anticonformista. Non mi sono preoccupato di far “quadrare” i racconti, non mi interessava che tutto collimasse. Ad esempio sul “come” e “quando” quel Pescara iniziò a giocare a zona con Galeone ci sono tanti aneddoti anche diversi e divertenti raccontati dagli ex giocatori. Ho deciso di approfondire la prima promozione di Galeone, che è quella che “ha fatto storia” perché parliamo di una squadra che l’anno prima (con Catuzzi allenatore, uno dei primi a fare la zona) era retrocessa in C (con un portiere squalificato e radiato per il calcioscommesse), e che fu ripescata a pochi giorni dall’inizio del campionato di B, al quale si presentò con una banda di ragazzini, qualche reduce dalla sfortunata stagione precedente (tra i quali Giampiero Gasperini) e un allenatore esordiente ma tutt’altro che rassegnato a fare la parte della vittima predestinata”. 

“All’inizio è stato un po’ come partire per una caccia al tesoro”, continua a raccontare Lucio, ormai ci permettiamo di chiamarlo per nome, “con l’obiettivo di recuperare gli ex giocatori dei quali si sono perse le tracce. Il primo problema è stato, banalmente, entrare in contatto con loro. All’inizio è stato prezioso Facebook, perché è lì che sono riuscito a contattare il primo degli ex giocatori di Galeone, Felice Mancini. Quel gruppo è ancora oggi, dopo 30 anni, in collegamento attraverso un gruppo Whatsapp che si chiama “Pescara la salvezza 1987-88”. Fu quella infatti l’unica salvezza in A nella storia degli adriatici. Sono stato a Verona per incontrare Stefano Rebonato (il bomber, 21 gol senza rigori in serie B) a Milano ho visto Primo Berlinghieri, l’ala sinistra, e Beppe Gatta, il portiere, e ho titolato il capitolo a loro dedicato “Attenti a quei due”; sono stato a S. Giovanni in Persiceto per Gigi Ciarlantini, a Bracciano per Cristiano Bergodi, finalmente a Roma (è stato in realtà il primo incontro) per Roberto Bosco (che oggi è nello staff di Allegri come osservatore) e Giorgio Benini, che è stato meno fortunato e lavora nella vigilanza privata di un supermercato di Roma Sud. Tanti i viaggi a Pescara, dove sono rimasti a vivere molti di quel gruppo, da Rocco Pagano a Franco Marchegiani, Andrea Camplone, Giacomo Di Cara. Il mister dell’Atalanta l’ho intervistato al telefono ma poi ci siamo visti a Roma, alla vigilia della finale di Coppa Italia, quando gli ho consegnato la prima copia del libro prima ancora che uscisse in libreria. Sono stati preziosi, per i loro contributi e per il materiale d’archivio i cronisti dell’epoca come Antonio De Leonardis, Claudio Carella (sua la foto di copertina) ed Enrico Rocchi”.

Una storia particolare e difficilmente ripetibile …” Per chi non conosce la storia credo sia gustoso scoprirla passo dopo passo, perché è veramente speciale. Speciale come tutte le storie di sport dove vince l’ultimo, quello che nessuno alla vigilia avrebbe mai potuto pronosticare vincente. E’ come la favola di Cenerentola che diventa principessa, o del brutto anatroccolo che diventa cigno. Per chi la conosce, per i tifosi abruzzesi di quella generazione, e dico abruzzesi e non pescaresi perché quella squadra trascinava anche 10mila persone in trasferta, credo sia l’occasione di un vero e proprio tuffo nel passato, un passato che per i tifosi di quegli anni è impossibile dimenticare. Quella squadra è rimasta nel cuore di tutti. Si, irripetibile… e sono del mio stesso parere anche i protagonisti che mi hanno aperto il libro dei ricordi. “Oggi sarebbe impossibile” mi ripetevano come un mantra. Troppo grandi ora le cifre che girano nel mondo del calcio per lasciare spazio a una “cenerentola”, troppo ampia oggi la forbice tra le grandi e le piccole squadre. Troppo esasperato il professionismo. Certo, poi capitano favole come quella dei Leicester di Ranieri e allora … Comunque resta il fatto che in quegli anni vinsero lo scudetto la Roma (1983), il Verona (1985) e la Sampdoria (1990). C’era spazio anche per le outsider”.

“Questo libro, tra quelli che ho scritto, mi è rimasto più nel cuore”, prosegue Lucio non senza emozione nella voce, “Come un figlio voluto quando intorno senti un po’ di scetticismo. E’ “facile” farsi accettare la biografia di un ex campione (come è stato per Bertolucci) meno scontato portare a un editore nazionale (Ultra sport) la storia del Pescara di Galeone. Ricordo che all’inizio non ci fu particolare entusiasmo. Ma sono convinto che si siano ricreduti. Oggi, a un mese dall’uscita in libreria e pochi giorni dopo la presentazione di Pescara con Galeone e 8 ex giocatori (tra cui Sliskovic, venuto da Mostar!) posso dire di essere orgoglioso di aver portato a termine questo lavoro, e gratificato dagli attestati ricevuti, dai lettori e dai media. E ti dico un’altra cosa: questa storia, e un personaggio come Galeone, meriterebbero secondo me anche un film. O un documentario. Il calcio degli anni 80 era un’altra cosa. Aveva un fascino unico, non solo perché o lo vedevi allo stadio o lo ascoltavi alla radio e per vedere i gol aspettavamo 90° minuto. C’erano valori umani di attaccamento alla maglia oggi scomparsi e personaggi eccentrici, sui generis. Oggi è tutto appiattito e dominato dalle lobby. Per i più giovani leggere questo libro è secondo me l’occasione per scoprire qual era il calcio che ha fatto innamorare del pallone i loro genitori, prima dei fenomeni social, della pay tv e dei giocatori gestiti dalle fidanzate manager. I giocatori dell’epoca erano più autentici”.

Il libro è un po’ così, come questa intervista, da leggere tutto d’un fiato. Lucio ci fa vedere un messaggio ricevuto da Primo Berlinghieri, uno dei giocatori di Galeone: “Ciao Lucio voglio ringraziarti perché con il tuo libro, bellissimo, hai riportato dentro me ricordi di un calcio fatto da ragazzi, che io definisco ‘dalla faccia pulita’. Quella squadra rimarrà eterna, anche grazie a te! “

Niente di più vero.

Grazie Lucio

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Il video di presentazione del libro

 

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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“Stop in corsa” di Mario Moschi. Un monumento al calcio oltre le ideologie

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Danilo Comino) – A Berlino, nel Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark, si trova il più antico monumento al calcio della Germania: su un piedistallo in pietra di circa tre metri domina la statua di bronzo Stop in corsa dello scultore italiano Mario Moschi. Il luogo è uno dei più importanti per la storia del calcio a Berlino perché fu proprio qui che, negli anni Ottanta del secolo XIX, fece la sua prima comparsa questo sport importato dall’Inghilterra. La statua di Moschi raggiunse la sua attuale ubicazione nel 1937, in piena epoca nazista, ma fu creata in Italia nel 1932, quando il fascismo celebrava il suo decennale. Richiamiamo brevemente alla memoria il contesto culturale da cui proviene.

Partiamo col dire che in Italia il fascismo aveva instaurato una relazione stretta con lo sport, come del resto era da aspettarsi da un regime, che tra i suoi temi cardine aveva la giovinezza, il dinamismo, la forza, l’audacia, lo spirito combattivo e la prestanza fisica. Allo sport fu affidato il compito di temprare gli italiani a livello fisico e morale, per trasformarli in un popolo ordinato, disciplinato, pronto a lottare per la vittoria – anche in un’eventuale guerra – seguendo Mussolini, che la propaganda presentava come “il primo sportivo d’Italia”. Mediante l’Opera Nazionale Balilla, l’Opera Nazionale Dopolavoro e il CONI, il fascismo promosse lo sport a tutti i livelli nella convinzione che la salute fisica e mentale dell’individuo avrebbe beneficiato l’intero organismo sociale. Lo sport su cui il regime investì più risorse fu il calcio perché era “tipicamente italiano”, era un gioco di squadra e aveva già un vasto seguito. Già da prima della Grande Guerra gli ambienti più patriottici dello sport italiano sostenevano che il gioco che gli inglesi avevano chiamato football derivasse dall’antico calcio fiorentino; nell’Italia fascista quest’origine italiana divenne una verità che nessuno metteva in discussione. Il fatto che si trattasse di un gioco di squadra significava che un gruppo d’individui “lottava” a beneficio del collettivo agli ordini di un “capo”, l’allenatore; il calcio rifletteva quindi perfettamente la visione fascista di una società organica, in cui l’individuo è subordinato alla collettività e questa all’autorità del “capo”, il duce. Il regime intuì che il calcio poteva essere un prezioso canale attraverso cui creare un’identità italiana fascista; per questo motivo pretese che le squadre facessero il saluto romano prima dell’inizio delle partite e che il fascio littorio accompagnasse lo scudo sabaudo sulle magliette della nazionale. Inoltre, il fascismo fece costruire stadi grandi e moderni per aumentare il già numeroso pubblico del calcio e attirare così enormi folle di “fedeli” nella grande “chiesa profana” dello stadio, dove ogni domenica si celebrava il “rito” della partita dopo l’immancabile saluto romano dei calciatori. Ovviamente, affinché tutto ciò funzionasse, erano necessarie le vittorie; e queste non mancarono di certo. Gli anni Trenta furono l’epoca d’oro della nazionale italiana, che vinse la Coppa Internazionale – la massima competizione europea del tempo – nel 1927-30 e nel 1933-35, la coppa del mondo nel 1934 e nel 1938 e la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936. Anche a livello di club l’Italia trionfava all’estero grazie al Bologna, che si aggiudicò nel 1932 e nel 1934 la Coppa dell’Europa Centrale e, nel 1937, il Torneo Internazionale dell’Expo di Parigi sconfiggendo in finale il Chelsea – nientemeno che una squadra inglese! – con un pesante 4 a 1. I successi calcistici erano abilmente sfruttati dal fascismo per proiettare in Italia e all’estero l’immagine di un paese giovane, forte e vincente. Questo ciclo di vittorie era da poco iniziato quando Moschi creò Stop in corsa.

Come dichiara il titolo, Stop in corsa rappresenta un calciatore lanciato in velocità che controlla il pallone. Il movimento era uno dei temi centrali del primo futurismo come abbiamo visto in Dinamismo di un footballer di Boccioni del 1913; Moschi però preferì concentrarsi sul punto di equilibrio tra due movimenti, quello dell’atleta e quello della sfera; il suo obiettivo non era dare allo spettatore una sensazione dinamica, ma comunicare visivamente le qualità fisiche e morali del perfetto calciatore. Un’opera d’arte può esprimere i suoi contenuti ricorrendo a un linguaggio astratto, come il quadro di Boccioni, o con un realistico, come la statua di Moschi. Ciò non significa però che Stop in corsa si limiti a imitare la realtà; anzi, sotto quest’aspetto la nostra statua è ben poco realistica: provate a correre e a stoppare il pallone con la suola come fa il calciatore di Moschi senza cadere a terra! Pertanto, possiamo dire che Stop in corsa, usando uno stile realistico, viene incontro alle nostre abitudini visive per raggiungere nel modo più chiaro possibile il suo obiettivo che, come si è detto, è raffigurare le virtù fisiche e morali del calciatore ideale. Una di questa qualità è senz’altro la prestanza fisica, che Moschi ci comunica modellando in modo essenziale, senza inutili frivolezze, il corpo e gli arti possenti dell’atleta. La disposizione irrealistica del pallone, delle gambe e delle braccia – astrattamente parallele al suolo – risponde all’esigenza di creare un insieme indipendente, un’architettura di forme che suggerisca allo spettatore virtù come l’autocontrollo e l’equilibrio, mentale oltre che fisico. Come si è detto, la statua rappresenta un calciatore in corsa che controlla il pallone, un gesto apparentemente semplice, che però richiede una grande tecnica calcistica, la qualità che Moschi considerava probabilmente più importante.

Il volto dell’atleta è concentrato sull’azione e i suoi obiettivi, che sono il gol e la vittoria; anche in questo caso, con una sintesi formale degna dell’arte classica Moschi suggerisce qualità essenziali per uno sportivo vincente come la determinazione e lo spirito competitivo.

Nel 1934 il CONI bandì un concorso di arte a tema sportivo per stabilire quali opere avrebbero rappresentato l’Italia all’esposizione prevista per i Giochi Olimpici di Berlino del 1936; alla Biennale di Venezia del 1934, il CONI premiò proprio Stop in corsa, che di conseguenza fu inviata alla mostra berlinese del 1936. Qui fu acquistata dal consiglio municipale della città che, il 17 agosto 1937, la dispose nella sua attuale ubicazione; all’inaugurazione erano presenti delegati del partito nazionalsocialista e dell’ambasciata italiana (si ricordi che Italia e Germania avevano da poco firmato un’intesa politica). Con il suo stile classico di facile comprensione, Stop in corsa appariva conforme alle direttive sull’arte imposte dal nazismo sebbene non si identificasse con esse; infatti, raffigurava uno sport che per i tedeschi continuava a essere d’origine inglese e che non aveva nulla del “mito di Olimpia”; inoltre, lo faceva “alla moderna”, ossia rappresentando un atleta in tenuta da calciatore e non nudo come gli antichi atleti olimpici (per Hitler il modello più alto d’arte sportiva era il Discobolo di Mirone del V secolo a.C.).

Terminata la Seconda Guerra Mondiale, la statua di Moschi si ritrovò nell’area di Berlino controllata dall’Unione Sovietica. Come altri paesi comunisti, la Germania Est diede grande risalto all’attività fisica. Il parco che ospita Stop in corsa divenne sede di un’importante manifestazione sportiva annuale, i “Giorni Olimpici dell’Atletica Leggera”; inoltre, a poca distanza dalla statua fu costruito lo stadio in cui giocava il Berliner Fußball Club Dynamo, il club della STASI, il temibile Ministero per la Sicurezza dello Stato della DDR. Nella Berlino Est comunista nessuno vedeva in Stop in corsa un retaggio del nazi/fascismo; per tutti era solo una bella statua sul calcio in un luogo importante per la storia di questo sport in città; altrettanto può dirsi della Berlino odierna. Pertanto, possiamo terminare col dire che Stop in corsa è un monumento al calcio che, proprio come questo sport, trasmette valori universali che si sono dimostrati compatibili sia con i regimi dittatoriali del secolo scorso, sia con le democrazie.

 

“Per saperne di più” su Danilo Comino e il suo blog: https://artefootball.com/

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Mostre – I pionieri granata a Poirino

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Il Comune di Poirino e il Toro Club Poirino Granata in occasione della commemorazione del Grande Torino nel 70° anniversario della tragedia di Superga organizza la mostra “I pionieri granata – Il calcio nella storia”. Tanti i cimeli presentati che narrano la nascita e il periodo pionieristico della compagine granata.
La mostra verrà inaugurata sabato 19 ottobre alle ore 10.30 presso la Sala Consiliare di via Rossi 12 e rimarrà aperta fino al 27 ottobre.

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Fede e passione dell’ultima religione: storia degli ultras italiani

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Nelle ultime settimane in più occasioni la cronaca nera dei quotidiani e dei telegiornali è tornata ad occuparsi del fenomeno Ultras: omicidi, estorsioni, misteriosi suicidi hanno riempito le pagine dedicate al tifo organizzato. Una minoranza criminale ha monopolizzato il racconto del fenomeno, rendendo esplicita l’incapacità del mondo della comunicazione di descrivere i tratti salienti e le caratteristiche fondanti di una sottocultura autoctona, ovvero della parte più “calda” dei tifosi organizzati. Per analizzare in maniera scevra da pregiudizi un fenomeno che coinvolge migliaia di cittadini italiani, dalle Alpi alle isole, di qualsiasi estrazione sociale, occorre anzitutto descriverne chiaramente i protagonisti.

Andando per punti, dobbiamo partire dal significato dei termini in gioco. Con tifoso indichiamo comunemente colui che coltiva una passione sportiva accesa ed entusiastica. Sul finire degli anni Venti fa comparsa questo neologismo, diffuso dalla penna dei giornalisti sportivi. L’origine sembra sia dovuta al termine greco thypos: fumo, vapore. Altra ipotesi, forse più probabile, vuole che la parola sia nata dal gergo degli spalti, operando una trasformazione del termine medico tifico in quello sportivo di tifoso, per descrivere l’atteggiamento smodato dei nuovi supporters, assimilando il tifo sportivo a una sorta di epidemia mentale, il cui contagio produceva effetti di offuscamento, tipici degli eccessi della malattia tragicamente familiare agli italiani dei primi decenni del ‘900.

Con il termine ultras, vengono descritti comunemente, i tifosi più passionali delle squadre di calcio. L’origine sembra risalire alla Francia dell’800 con il significato di “intransigente, oltranzista”. Il termine viene utilizzato, nella sua accezione moderna, per la prima volta a Genova sul finire degli anni ’60 dai sostenitori della Sampdoria (anche come acronimo alla frase minacciosa rivolta agli avversari genoani: “Uniti Legneremo Tutti i Rossoblù a Sangue”). Tale componente violenta ne caratterizza immediata la sfera semantica: in effetti sin dagli esordi della partecipazione popolare alle partite di calcio sono poche le stracittadine, o le partite segnate da accesa rivalità, che non abbiano fatto registrare disordini tra i tifosi delle due squadre, prima o dopo la partita, o anche sugli spalti durante l’incontro.

Tale situazione conflittuale trova ragione anche nel fatto che i comportamenti più assurdi, le ire più violente, le delusioni più cocenti sono dettati dalla passione per il calcio; lo spettatore sente di dover partecipare attivamente al gioco, alla sfida, allo scontro. Se per molti lettori sembrerà impossibile capire la motivazione che porta allo scontro fisico per un semplice gioco, può aiutare nella comprensione decifrarne l’importanza nella vita di così tante persone.  Per molti “il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”, come recitò il grande Arrigo Sacchi, ma per altri forse è anche di più.

Nel secolo scorso, il calcio ha assunto il ruolo di punto fermo, in tempi di profondi mutamenti politici e sociali. Con il crollo delle grandi ideologie e la crisi della religiosità, il calcio si erge a fenomeno religioso. Come osservò Pier Paolo Pasolini “il calcio diventa l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”.  I comportamenti della folla adunata all’evento sportivo hanno un sapore cerimoniale: i fedeli esprimono la loro partecipazione emotiva e scandiscono le azioni che si svolgono in campo con parole, canti convenzionali, gesti, atteggiamenti codificati. L’abbigliamento (sciarpe, capelli, maglie, bandiere) contribuisce alla metamorfosi delle apparenze e dei comportamenti che caratterizzano il tempo rituale. Il calcio diventa rito, teatro della modernità. La partita è la celebrazione, ecumenicamente condivisa via etere, con tanto di liturgia cantata.

E nel periodo di massimo mutamento religioso, politico, sociale ed economico nasce il fenomeno ultras: è la fine degli anni ’60, gli anni della grande contestazione quando a Milano nasce la Fossa dei Leoni (1968), che si riuniva nell’attuale secondo anello arancio (solo qualche anno dopo nell’anello superiore della Curva Sud). Nei primi giorni del 1969 nascono invece i Boys furie nerazzurre (divenuti nel 1981 Boys San, squadre azione nerazzurre con una più marcata collocazione politica di destra)

Fino a quel momento, si erano formate aggregazioni più o meno organizzate di appassionati: nei primi anni ’50 nacque a Torino il club dei “Fedelissimi Granata”, a Roma videro la luce in contemporanea i Circoli Biancocelesti e l’associazione giallorossa “Attilio Ferraris” mentre a Firenze i giocatori in maglia viola potevano contare sul sostegno del Club Viesseux e del club Settebello. Ma la comparsa del modello Ultras cambia i connotati alle tifoserie italiane: nel 1969 nascono i gruppi ultras di Sampdoria e Torino. I sampdoriani sono i primi ad utilizzarne l’espressione nel nome (Ultras Tito Cucchiaroni). A Torino i più esagitati dei Fedelissimi Granata fondano la sezione Commandos (dal 1971 adottando il nome Ultras Granata).

Nel 1971 fanno la loro comparsa altri gruppi che entrano di diritto in questa particolare storia: a Verona nascono le Brigate Gialloblù dell’Hellas da alcuni militanti dell’area movimentista di Borgo Venezia. I veronesi portano nel panorama italiano un nuovo stile che prende spunto dal mito del tifo inglese tanto nell’estetica quanto nei cori (anche grazie al gemellaggio con la tifoseria inglese del Chelsea). In questi anni lo stile ultras fiorisce anche nel centro sud: nel 1971 si costituisce in maniera pionieristica il Commando Monteverde Lazio, diventato una realtà nel 1974 (nello striscione, CML’74, viene riportata proprio quest’ultima come data di fondazione). Sempre a Roma, sulla sponda giallorossa del Tevere, nel 1972 nascono altri due storici gruppi ancora attivi, inizialmente agli antipodi: I Boys nati per iniziativa di Antonio Bongi, gruppo di estrazione borghese e politicamente destroide, dei quartieri bene della città (come Vigna Clara, Parioli e Balduina) ed i Fedayn guidati da Roberto Rulli, con tendenze di sinistra e anarchiche ed origini popolari (principalmente dal Quadraro e Cinecittà).  Più a sud, Nel 1972 nasce il Commando Ultrà Curva B a Napoli, da Gennaro Montuori, detto Palummella, uno dei capi tifosi più celebri della storia italiana, da uno zoccolo duro di tifosi dei rioni Sanità e Cavour.

A cavallo dell’Appenino nascono negli stessi anni i primi gruppi ultras della Fiorentina (i Superstars Supporters, che a seguito di un’ondata di arresti per incidenti con i tifosi romanisti, cederanno presto le redini del tifo al Collettivo Autonomo Viola nato nel 1978) e gli Ultras del Bologna (1974). Infine a Genova i sampdoriani trovano un degno avversario con la Fossa dei Grifoni del Genoa, esempio negli anni di tifo di matrice britannica e di scenografie mozzafiato. Inoltre in molte città i modelli si rafforzano immediatamente grazie a processi di aggregazione tre le neonate formazioni ultras: oltre all’ascesa del nuovo modello a Milano con la rapida espansione dei gruppi originari in sponda rossonera e nerazzurra, dall’esperienza iniziale del 1975 con i Panthers della Juventus, si svolta nel tifo bianconero con la nascita dei Black and White Fighters di Beppe Rossi nel 1977); Nello stesso anno a Roma i due gruppi ultras originari si uniscono ad altri di minor importanza (i Guerriglieri, la Fossa dei Lupi e le Pantere) e fondano il Commando Ultrà Curva Sud, esempio di stile e passione nel decennio successivo. Nella sponda biancoceleste al CML si affiancano gli Eagles (progenitori dei successivi gruppi della curva nord biancoceleste).

Alla fine degli anni ’70 quindi tutte le grandi città hanno un gruppo ultras organizzato che ne caratterizza il rituale domenicale. Seppur nelle differenze di colori e cori, tutte le piazze condividevano un nuovo stile di militanza. Le caratteristiche comuni erano la partecipazione, militanza, fede, all’ortodossia. Nel nuovo “rito” domenicale, ogni tifoso, specialmente se radicalizzato sceglieva di esserlo in maniera acritica, fideistica, istintiva e passionale. Il successo dello stile italiano del tifo si contrappose al modello nord europeo: nel resto d’Europa, si avvicendavano il modello ultrà italiano (Spagna, Olanda, Francia meridionale, Portogallo, Jugoslavia) e quello Inglese, (Germania, Francia settentrionale, Belgio, Grecia, Svezia, Ungheria, Polonia).

Ciò che caratterizzava il modello italiano, era la concezione politica, antagonista e conflittuale del tifo, che rivendicava una sorta di “proprietà morale della squadra, una sorta di cittadinanza del tifo”. Il modello inglese si presentava invece come una forma conflittuale essenzialmente impolitica, basata essenzialmente sullo scontro fisico e sul tifo durante la partita. Nell’evento sportivo il gruppo hooligan tendeva ad aggregarsi in piccole formazioni e le attività collettive (cori e sciarpate) non implicavano un particolare impegno extra-partita, né tantomeno gruppi di lavoro o responsabili di settore per le varie attività. Nel modello da torcida all’italiana, l’ultras (o meglio, ultrà) esalta la sua militanza in forme aggregative mutuate dall’esperienza politica di quegli anni (gli stessi gruppi ultras ne portano chiari riferimenti nei nomi come brigate, commandos, collettivo, nuclei d’azione ecc.). Queste strutture organizzative consentirono un tipo di attività superiori in termini di spettacolo (ad esempio con coreografie che coinvolgevano l’intera curva), comportando un forte carico economico e di lavoro.

Queste caratteristiche, strutture organizzative metapolitiche e sforzo economico, porteranno al successo negli anni ’70 e ’80 del modello italiano. Ma saranno anche una delle cause della degenerazione di tale modello negli anni ’90. Infatti se negli ultimi anni “il dodicesimo uomo in campo” (come amano definirsi i sostenitori di una squadra di calcio), ha subito un forte crollo iconografico nella società, questo è dovuto anche all’insostenibile peso di tali strutture. Ad aggravare la situazione ci sono stati poi anche dei fattori esogeni: infiltrazioni di formazioni politiche estreme e di ampi settori della criminalità hanno portato a cambiare il ruolo del 12° da aiutante della propria squadra a, in alcuni casi particolari, pericoloso antagonista. Ma questa è un’altra storia.

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