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Calcio, Arte & Società

Libri: “Poveri ma belli”, il Pescara di Galeone … intervista all’autore Lucio Biancatelli

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Lucio Biancatelli, autore del libro “Poveri ma belli – Il Pescara di Galeone dalla polvere al sogno”, edito da “Ultra Sport”. Un triplo appuntamento con l’autore, oggi l’intervista e nei prossimi giorni due estratti in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio. Un libro dedicato a quel piccolo capolavoro del Pescara della seconda metà degli anni Ottanta. Un’avventura nata quasi per caso e un epilogo davvero irripetibile. Abbiamo incontrato l’autore, di seguito le sue parole che ci consentono di meglio capire il contenuto del libro.

“E’ una storia che ho sempre avuto nel cuore, questa del Pescara di Galeone”, ci dice l’autore, “Dopo due libri dedicati al glorioso tennis italiano degli anni 70 volevo misurarmi con una storia di calcio anni ’80 e dopo alcune proposte di biografia, una proprio a Galeone, non andate in porto, ho proposto all’editore di raccontare questa storia, grazie anche al mio “debole” per l’Abruzzo, che frequento fin da bambino e dove ho casa, amici e parenti da parte materna. Galeone poi è sempre stato un mio mito, come Liedholm e, nel tennis, Panatta”.

Un libro e una storia dove sono i protagonisti a raccontarla… “Si, ho fatto parlare i protagonisti. Ho iniziato un vero e proprio giro d’Italia per recuperare tutti i calciatori di quel gruppo, alcuni dei quali per fortuna sono rimasti a vivere a Pescara. Ad ognuno ho chiesto di raccontare la sua storia, e a seconda dell’interesse che questa poteva avere ai miei occhi, gli ho dato più o meno spazio. Inevitabilmente ad emergere dai racconti era sempre il personaggio Galeone: istrionico, anticonformista. Non mi sono preoccupato di far “quadrare” i racconti, non mi interessava che tutto collimasse. Ad esempio sul “come” e “quando” quel Pescara iniziò a giocare a zona con Galeone ci sono tanti aneddoti anche diversi e divertenti raccontati dagli ex giocatori. Ho deciso di approfondire la prima promozione di Galeone, che è quella che “ha fatto storia” perché parliamo di una squadra che l’anno prima (con Catuzzi allenatore, uno dei primi a fare la zona) era retrocessa in C (con un portiere squalificato e radiato per il calcioscommesse), e che fu ripescata a pochi giorni dall’inizio del campionato di B, al quale si presentò con una banda di ragazzini, qualche reduce dalla sfortunata stagione precedente (tra i quali Giampiero Gasperini) e un allenatore esordiente ma tutt’altro che rassegnato a fare la parte della vittima predestinata”. 

“All’inizio è stato un po’ come partire per una caccia al tesoro”, continua a raccontare Lucio, ormai ci permettiamo di chiamarlo per nome, “con l’obiettivo di recuperare gli ex giocatori dei quali si sono perse le tracce. Il primo problema è stato, banalmente, entrare in contatto con loro. All’inizio è stato prezioso Facebook, perché è lì che sono riuscito a contattare il primo degli ex giocatori di Galeone, Felice Mancini. Quel gruppo è ancora oggi, dopo 30 anni, in collegamento attraverso un gruppo Whatsapp che si chiama “Pescara la salvezza 1987-88”. Fu quella infatti l’unica salvezza in A nella storia degli adriatici. Sono stato a Verona per incontrare Stefano Rebonato (il bomber, 21 gol senza rigori in serie B) a Milano ho visto Primo Berlinghieri, l’ala sinistra, e Beppe Gatta, il portiere, e ho titolato il capitolo a loro dedicato “Attenti a quei due”; sono stato a S. Giovanni in Persiceto per Gigi Ciarlantini, a Bracciano per Cristiano Bergodi, finalmente a Roma (è stato in realtà il primo incontro) per Roberto Bosco (che oggi è nello staff di Allegri come osservatore) e Giorgio Benini, che è stato meno fortunato e lavora nella vigilanza privata di un supermercato di Roma Sud. Tanti i viaggi a Pescara, dove sono rimasti a vivere molti di quel gruppo, da Rocco Pagano a Franco Marchegiani, Andrea Camplone, Giacomo Di Cara. Il mister dell’Atalanta l’ho intervistato al telefono ma poi ci siamo visti a Roma, alla vigilia della finale di Coppa Italia, quando gli ho consegnato la prima copia del libro prima ancora che uscisse in libreria. Sono stati preziosi, per i loro contributi e per il materiale d’archivio i cronisti dell’epoca come Antonio De Leonardis, Claudio Carella (sua la foto di copertina) ed Enrico Rocchi”.

Una storia particolare e difficilmente ripetibile …” Per chi non conosce la storia credo sia gustoso scoprirla passo dopo passo, perché è veramente speciale. Speciale come tutte le storie di sport dove vince l’ultimo, quello che nessuno alla vigilia avrebbe mai potuto pronosticare vincente. E’ come la favola di Cenerentola che diventa principessa, o del brutto anatroccolo che diventa cigno. Per chi la conosce, per i tifosi abruzzesi di quella generazione, e dico abruzzesi e non pescaresi perché quella squadra trascinava anche 10mila persone in trasferta, credo sia l’occasione di un vero e proprio tuffo nel passato, un passato che per i tifosi di quegli anni è impossibile dimenticare. Quella squadra è rimasta nel cuore di tutti. Si, irripetibile… e sono del mio stesso parere anche i protagonisti che mi hanno aperto il libro dei ricordi. “Oggi sarebbe impossibile” mi ripetevano come un mantra. Troppo grandi ora le cifre che girano nel mondo del calcio per lasciare spazio a una “cenerentola”, troppo ampia oggi la forbice tra le grandi e le piccole squadre. Troppo esasperato il professionismo. Certo, poi capitano favole come quella dei Leicester di Ranieri e allora … Comunque resta il fatto che in quegli anni vinsero lo scudetto la Roma (1983), il Verona (1985) e la Sampdoria (1990). C’era spazio anche per le outsider”.

“Questo libro, tra quelli che ho scritto, mi è rimasto più nel cuore”, prosegue Lucio non senza emozione nella voce, “Come un figlio voluto quando intorno senti un po’ di scetticismo. E’ “facile” farsi accettare la biografia di un ex campione (come è stato per Bertolucci) meno scontato portare a un editore nazionale (Ultra sport) la storia del Pescara di Galeone. Ricordo che all’inizio non ci fu particolare entusiasmo. Ma sono convinto che si siano ricreduti. Oggi, a un mese dall’uscita in libreria e pochi giorni dopo la presentazione di Pescara con Galeone e 8 ex giocatori (tra cui Sliskovic, venuto da Mostar!) posso dire di essere orgoglioso di aver portato a termine questo lavoro, e gratificato dagli attestati ricevuti, dai lettori e dai media. E ti dico un’altra cosa: questa storia, e un personaggio come Galeone, meriterebbero secondo me anche un film. O un documentario. Il calcio degli anni 80 era un’altra cosa. Aveva un fascino unico, non solo perché o lo vedevi allo stadio o lo ascoltavi alla radio e per vedere i gol aspettavamo 90° minuto. C’erano valori umani di attaccamento alla maglia oggi scomparsi e personaggi eccentrici, sui generis. Oggi è tutto appiattito e dominato dalle lobby. Per i più giovani leggere questo libro è secondo me l’occasione per scoprire qual era il calcio che ha fatto innamorare del pallone i loro genitori, prima dei fenomeni social, della pay tv e dei giocatori gestiti dalle fidanzate manager. I giocatori dell’epoca erano più autentici”.

Il libro è un po’ così, come questa intervista, da leggere tutto d’un fiato. Lucio ci fa vedere un messaggio ricevuto da Primo Berlinghieri, uno dei giocatori di Galeone: “Ciao Lucio voglio ringraziarti perché con il tuo libro, bellissimo, hai riportato dentro me ricordi di un calcio fatto da ragazzi, che io definisco ‘dalla faccia pulita’. Quella squadra rimarrà eterna, anche grazie a te! “

Niente di più vero.

Grazie Lucio

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Il video di presentazione del libro

 

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Fede e passione dell’ultima religione: storia degli ultras italiani

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Nelle ultime settimane in più occasioni la cronaca nera dei quotidiani e dei telegiornali è tornata ad occuparsi del fenomeno Ultras: omicidi, estorsioni, misteriosi suicidi hanno riempito le pagine dedicate al tifo organizzato. Una minoranza criminale ha monopolizzato il racconto del fenomeno, rendendo esplicita l’incapacità del mondo della comunicazione di descrivere i tratti salienti e le caratteristiche fondanti di una sottocultura autoctona, ovvero della parte più “calda” dei tifosi organizzati. Per analizzare in maniera scevra da pregiudizi un fenomeno che coinvolge migliaia di cittadini italiani, dalle Alpi alle isole, di qualsiasi estrazione sociale, occorre anzitutto descriverne chiaramente i protagonisti.

Andando per punti, dobbiamo partire dal significato dei termini in gioco. Con tifoso indichiamo comunemente colui che coltiva una passione sportiva accesa ed entusiastica. Sul finire degli anni Venti fa comparsa questo neologismo, diffuso dalla penna dei giornalisti sportivi. L’origine sembra sia dovuta al termine greco thypos: fumo, vapore. Altra ipotesi, forse più probabile, vuole che la parola sia nata dal gergo degli spalti, operando una trasformazione del termine medico tifico in quello sportivo di tifoso, per descrivere l’atteggiamento smodato dei nuovi supporters, assimilando il tifo sportivo a una sorta di epidemia mentale, il cui contagio produceva effetti di offuscamento, tipici degli eccessi della malattia tragicamente familiare agli italiani dei primi decenni del ‘900.

Con il termine ultras, vengono descritti comunemente, i tifosi più passionali delle squadre di calcio. L’origine sembra risalire alla Francia dell’800 con il significato di “intransigente, oltranzista”. Il termine viene utilizzato, nella sua accezione moderna, per la prima volta a Genova sul finire degli anni ’60 dai sostenitori della Sampdoria (anche come acronimo alla frase minacciosa rivolta agli avversari genoani: “Uniti Legneremo Tutti i Rossoblù a Sangue”). Tale componente violenta ne caratterizza immediata la sfera semantica: in effetti sin dagli esordi della partecipazione popolare alle partite di calcio sono poche le stracittadine, o le partite segnate da accesa rivalità, che non abbiano fatto registrare disordini tra i tifosi delle due squadre, prima o dopo la partita, o anche sugli spalti durante l’incontro.

Tale situazione conflittuale trova ragione anche nel fatto che i comportamenti più assurdi, le ire più violente, le delusioni più cocenti sono dettati dalla passione per il calcio; lo spettatore sente di dover partecipare attivamente al gioco, alla sfida, allo scontro. Se per molti lettori sembrerà impossibile capire la motivazione che porta allo scontro fisico per un semplice gioco, può aiutare nella comprensione decifrarne l’importanza nella vita di così tante persone.  Per molti “il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”, come recitò il grande Arrigo Sacchi, ma per altri forse è anche di più.

Nel secolo scorso, il calcio ha assunto il ruolo di punto fermo, in tempi di profondi mutamenti politici e sociali. Con il crollo delle grandi ideologie e la crisi della religiosità, il calcio si erge a fenomeno religioso. Come osservò Pier Paolo Pasolini “il calcio diventa l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”.  I comportamenti della folla adunata all’evento sportivo hanno un sapore cerimoniale: i fedeli esprimono la loro partecipazione emotiva e scandiscono le azioni che si svolgono in campo con parole, canti convenzionali, gesti, atteggiamenti codificati. L’abbigliamento (sciarpe, capelli, maglie, bandiere) contribuisce alla metamorfosi delle apparenze e dei comportamenti che caratterizzano il tempo rituale. Il calcio diventa rito, teatro della modernità. La partita è la celebrazione, ecumenicamente condivisa via etere, con tanto di liturgia cantata.

E nel periodo di massimo mutamento religioso, politico, sociale ed economico nasce il fenomeno ultras: è la fine degli anni ’60, gli anni della grande contestazione quando a Milano nasce la Fossa dei Leoni (1968), che si riuniva nell’attuale secondo anello arancio (solo qualche anno dopo nell’anello superiore della Curva Sud). Nei primi giorni del 1969 nascono invece i Boys furie nerazzurre (divenuti nel 1981 Boys San, squadre azione nerazzurre con una più marcata collocazione politica di destra)

Fino a quel momento, si erano formate aggregazioni più o meno organizzate di appassionati: nei primi anni ’50 nacque a Torino il club dei “Fedelissimi Granata”, a Roma videro la luce in contemporanea i Circoli Biancocelesti e l’associazione giallorossa “Attilio Ferraris” mentre a Firenze i giocatori in maglia viola potevano contare sul sostegno del Club Viesseux e del club Settebello. Ma la comparsa del modello Ultras cambia i connotati alle tifoserie italiane: nel 1969 nascono i gruppi ultras di Sampdoria e Torino. I sampdoriani sono i primi ad utilizzarne l’espressione nel nome (Ultras Tito Cucchiaroni). A Torino i più esagitati dei Fedelissimi Granata fondano la sezione Commandos (dal 1971 adottando il nome Ultras Granata).

Nel 1971 fanno la loro comparsa altri gruppi che entrano di diritto in questa particolare storia: a Verona nascono le Brigate Gialloblù dell’Hellas da alcuni militanti dell’area movimentista di Borgo Venezia. I veronesi portano nel panorama italiano un nuovo stile che prende spunto dal mito del tifo inglese tanto nell’estetica quanto nei cori (anche grazie al gemellaggio con la tifoseria inglese del Chelsea). In questi anni lo stile ultras fiorisce anche nel centro sud: nel 1971 si costituisce in maniera pionieristica il Commando Monteverde Lazio, diventato una realtà nel 1974 (nello striscione, CML’74, viene riportata proprio quest’ultima come data di fondazione). Sempre a Roma, sulla sponda giallorossa del Tevere, nel 1972 nascono altri due storici gruppi ancora attivi, inizialmente agli antipodi: I Boys nati per iniziativa di Antonio Bongi, gruppo di estrazione borghese e politicamente destroide, dei quartieri bene della città (come Vigna Clara, Parioli e Balduina) ed i Fedayn guidati da Roberto Rulli, con tendenze di sinistra e anarchiche ed origini popolari (principalmente dal Quadraro e Cinecittà).  Più a sud, Nel 1972 nasce il Commando Ultrà Curva B a Napoli, da Gennaro Montuori, detto Palummella, uno dei capi tifosi più celebri della storia italiana, da uno zoccolo duro di tifosi dei rioni Sanità e Cavour.

A cavallo dell’Appenino nascono negli stessi anni i primi gruppi ultras della Fiorentina (i Superstars Supporters, che a seguito di un’ondata di arresti per incidenti con i tifosi romanisti, cederanno presto le redini del tifo al Collettivo Autonomo Viola nato nel 1978) e gli Ultras del Bologna (1974). Infine a Genova i sampdoriani trovano un degno avversario con la Fossa dei Grifoni del Genoa, esempio negli anni di tifo di matrice britannica e di scenografie mozzafiato. Inoltre in molte città i modelli si rafforzano immediatamente grazie a processi di aggregazione tre le neonate formazioni ultras: oltre all’ascesa del nuovo modello a Milano con la rapida espansione dei gruppi originari in sponda rossonera e nerazzurra, dall’esperienza iniziale del 1975 con i Panthers della Juventus, si svolta nel tifo bianconero con la nascita dei Black and White Fighters di Beppe Rossi nel 1977); Nello stesso anno a Roma i due gruppi ultras originari si uniscono ad altri di minor importanza (i Guerriglieri, la Fossa dei Lupi e le Pantere) e fondano il Commando Ultrà Curva Sud, esempio di stile e passione nel decennio successivo. Nella sponda biancoceleste al CML si affiancano gli Eagles (progenitori dei successivi gruppi della curva nord biancoceleste).

Alla fine degli anni ’70 quindi tutte le grandi città hanno un gruppo ultras organizzato che ne caratterizza il rituale domenicale. Seppur nelle differenze di colori e cori, tutte le piazze condividevano un nuovo stile di militanza. Le caratteristiche comuni erano la partecipazione, militanza, fede, all’ortodossia. Nel nuovo “rito” domenicale, ogni tifoso, specialmente se radicalizzato sceglieva di esserlo in maniera acritica, fideistica, istintiva e passionale. Il successo dello stile italiano del tifo si contrappose al modello nord europeo: nel resto d’Europa, si avvicendavano il modello ultrà italiano (Spagna, Olanda, Francia meridionale, Portogallo, Jugoslavia) e quello Inglese, (Germania, Francia settentrionale, Belgio, Grecia, Svezia, Ungheria, Polonia).

Ciò che caratterizzava il modello italiano, era la concezione politica, antagonista e conflittuale del tifo, che rivendicava una sorta di “proprietà morale della squadra, una sorta di cittadinanza del tifo”. Il modello inglese si presentava invece come una forma conflittuale essenzialmente impolitica, basata essenzialmente sullo scontro fisico e sul tifo durante la partita. Nell’evento sportivo il gruppo hooligan tendeva ad aggregarsi in piccole formazioni e le attività collettive (cori e sciarpate) non implicavano un particolare impegno extra-partita, né tantomeno gruppi di lavoro o responsabili di settore per le varie attività. Nel modello da torcida all’italiana, l’ultras (o meglio, ultrà) esalta la sua militanza in forme aggregative mutuate dall’esperienza politica di quegli anni (gli stessi gruppi ultras ne portano chiari riferimenti nei nomi come brigate, commandos, collettivo, nuclei d’azione ecc.). Queste strutture organizzative consentirono un tipo di attività superiori in termini di spettacolo (ad esempio con coreografie che coinvolgevano l’intera curva), comportando un forte carico economico e di lavoro.

Queste caratteristiche, strutture organizzative metapolitiche e sforzo economico, porteranno al successo negli anni ’70 e ’80 del modello italiano. Ma saranno anche una delle cause della degenerazione di tale modello negli anni ’90. Infatti se negli ultimi anni “il dodicesimo uomo in campo” (come amano definirsi i sostenitori di una squadra di calcio), ha subito un forte crollo iconografico nella società, questo è dovuto anche all’insostenibile peso di tali strutture. Ad aggravare la situazione ci sono stati poi anche dei fattori esogeni: infiltrazioni di formazioni politiche estreme e di ampi settori della criminalità hanno portato a cambiare il ruolo del 12° da aiutante della propria squadra a, in alcuni casi particolari, pericoloso antagonista. Ma questa è un’altra storia.

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Febbraio 1968 – Al Barbera va di scena il calcio femminile per beneficenza. Un arbitro d’eccezione: Franco Franchi

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – La nazionale femminile l’8 ottobre fa il suo esordio casalingo nella fase di Qualificazione al Campionato Europeo di calcio femminile (in programma in Inghilterra nel 2021) affrontando al “Renzo Barbera” di Palermo la Bosnia Erzegovina. Infatti le azzurre guidate da Milena Bertolini, finora hanno giocato sempre in trasferta raccogliendo tre vittorie su altrettante partite disputate.

I precedenti a Palermo sono cinque e vede le azzurre sempre vittoriose (Italia- Austria 6-0 del 06/06/1971, Italia- Jugoslavia 2-0 del 30/06/1973, Italia- Germania Ovest 3-2 dts del 01/07/1973, Italia- Messico 2-1 del 07/09/1975 e Italia-Portogallo 3-0 del 18/10/2000).

Lo stadio della Favorita, dunque, ritorna ad ospitare, dopo tantissimi anni, una partita di calcio femminile. Ma tra le sfide giocatasi nel “Comunale” del capoluogo siculo, quella che certamente sarà rimasta più impressa nella mente dei palermitani è datata 17 febbraio 1968 perché a dirigerla c’era un arbitro d’eccezione: Franco Franchi.

Quel giorno scesero in campo le squadre “Speron di Ferro”, formata da studentesse dell’ISEF (che corrispondeva all’attuale facoltà di Scienze Motorie), e “Stella del Mare” (composta da ragazze che frequentavano l’Università di Palermo) per raccogliere fondi in favore degli studenti universitari della zona colpita dal terremoto del Belice. Il comitato organizzatore, formato dai membri del Supremo Ordine Goliardico dell’Università, per attirare più persone sugli spalti decise di affidare il fischietto, per l’appunto, al mitico Franco Franchi. Il noto comico palermitano (protagonista di numerosi film insieme a Ciccio Ingrassia), munito di ombrello, diresse l’incontro in maniera “allegra”, dispensando punizioni e rigori a destra e a manca per “pilotare” il risultato verso il pareggio. Nessuno scandalo per carità, perché piuttosto che di una partita si trattava quasi di uno spettacolo in quanto l’obiettivo era quello di allietare il pubblico accorso sugli spalti.

Pina Arculeo, una delle ventidue ragazze scese in campo, ancora oggi ricorda nitidamente quella giornata di febbraio: “Quel giorno piovve tanto ed avevamo le magliette inzuppate d’acqua. Fu qualcosa di indescrivibile giocare in uno stadio così grande come quello della Favorita e davanti ad un pubblico tanto numeroso. Ricordo la straripante simpatia di Franco Franchi. Il terreno era pieno di fango ed era difficile e molto stancante giocare in quelle condizioni. Così ogni scusa era buona per dare un calcio di rigore e si proseguì così finché la partita non si concluse in parità. D’altronde le nostre non erano delle vere e proprie società di calcio femminile, il tutto fu un po’ improvvisato e chiaramente l’idea era quella di fare una sorta di spettacolo per raccogliere soldi in favore dei terremotati. Comunque il successo ottenuto ci spinse ad allestire due squadre dell’ISEF e per tutto l’anno organizzammo delle partite in giro per la Sicilia. Io continuai a giocare a calcio fino al 1971 quando poi smisi per impegni lavorativi. Il mio ruolo era quello di ala sinistra ma all’occorrenza potevo ricoprire anche il ruolo di portiere.”

Si ringrazia Pina Arculeo per la documentazione fotografica messa a disposizione.

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Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

“Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile” della GEO Edizioni (Prefazione scritta dal Vice Presidente L.N.D. Delegato per il Calcio Femminile Sandro Morgana).

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“Ago, Capitano silenzioso” – Ariele Vincenti porta a teatro la storia di Di Bartolomei

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Agostino Di Bartolomei… il Capitano di una generazione di romani e romanisti. Una storia bella e tragica in un calcio diverso dall’attuale, in un mondo diverso da oggi. È inevitabile, il tempo cambia tutto. Tutto… si tutto ma non l’amore di Roma verso colui che ha dimostrato attaccamento, rispetto e abnegazione, forse anche nel suo ultimo tragico gesto.

Ariele Vincenti decide, prendendosi un rischio e una responsabilità enorme, di portare questa storia e di raccontare questo amore a teatro, al Ghione. “Il teatro deve recuperare quell’antica funzione di raccontare”, ci dice un soddisfatto e orgoglioso Vincenti, “e la storia di Agostino permette di raccontare un tempo a me caro, fatto di partite di calcio interminabili e ginocchia sbucciate in modo perenne. Una vita di quartiere, con cui sono cresciuto, e che ora non esiste. Raccontare di Agostino significa trasmettere i suoi valori, significa trasmettere dei messaggi importanti e veri quali rispetto, serietà, abnegazione…Agostino consente questo: ri-dare al teatro la sua vera funzione. Agostino è la giusta ispirazione per veicolare i suoi valori proprio per ciò che rappresenta…”.

Parole importanti quelle di Ariele, appassionato del suo mestiere è evidente. È emozionato nel raccontarci il percorso intrapreso per arrivare a portare questa storia bella e al contempo tragica sul palcoscenico… ”Ho studiato tanto, ho raccolto informazioni e trascorso mesi a leggere giornali, a vedere e rivedere servizi televisivi. Ho riascoltato le sue frasi, mai banali. Un uomo che conosceva il valore del silenzio per comunicare. Ho raccolto testimonianze e racconti. Ho cercato di entrare nel personaggio cercando di rispettarlo al massimo, con grande riverenza. Ho provato e riprovato giornate intere. La scelta artistica del monologo consente poi di raggiungere una forza di coinvolgimento della platea molto alto, difficilmente raggiungibile con altre modalità. Dentro c’è poi il mio vissuto, le mie emozioni, che altro non sono che le emozioni di Roma”.

Dallo spettacolo emergono le caratteristiche tecniche e personali di Agostino, calciatore elegante nella sua movenza, ma anche la sua lealtà. Qualità e doti che ne hanno fatto un calciatore molto diverso dallo stereotipo classico: riservato, silenzioso, colto, rispettoso di tutto e tutti… le sue mani sempre dietro la schiena mentre si rivolge al Direttore di Gara di turno. Mai banale… “Arrivare in porto con il vessillo” è una frase che solo un condottiero colto forte e leale può pensare e pronunciare… una frase scritta sui muri di Roma”, dice Vincenti durante lo spettacolo. Agostino non effettua mai una giocata appariscente a scapito di un passaggio semplice ma funzionale, pensando sempre al bene della squadra, al compagno meglio piazzato: quando si dice che “si gioca al calcio così come si è nella vita”.

Ariele Vincenti riesce a trasmette tutto questo, riesce a coinvolgere lo spettatore che, con gli occhi lucidi, accompagna in alcuni momenti con qualche coro da stadio questo viaggio della memoria in una epoca diversa, quando la Roma era “La Maggica”. Un teatro, il Ghione, dove per l’occasione tanti padri scelgono di andare con i figli per mano. Così, come si fa quando da piccoli li si porta allo stadio coperti con i colori del cuore. Orgogliosi, e come si potrebbe essere diversamente, di far conoscere la storia del Capitano e ciò che ha rappresentato e che ancora rappresenta.

Ariele utilizza Giancarlo, un ex ultrà che ha appreso della morte di Agostino, suo amico a Tormarancia, per raccontare questa toccante storia in uno spettacolo da lui stesso scritto diretto e interpretato. Uno spettacolo in cui l’attore dosa e alterna sapientemente momenti in cui interpreta cori da stadio a moneti di silenzio. Il “SILENZIO”, il vero leitmotiv della serata… “Agostino è una figura universale”, prosegue Ariele, “avanti con il pensiero rispetto agli altri. Aveva capito che con il silenzio fai più rumore di una curva quando è stato appena segnato un goal“.

Perdonaci Capitano… noi non l’avevamo capito!

Roma, Teatro Ghione, dall’1 al 6 ottobre 2019
“AGO, Capitano silenzioso”, scritto diretto e interpretato da Ariele Vincenti. La canzone “Il calcio figlio del popolo” è di Emilio Stella.
Si ringrazia Maurizio Quattrini dell’ufficio stampa del Teatro Ghione di Roma

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