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Amichevole tra selezioni di Italia e Svizzera del 30 Aprile 1899: nuove evidenze

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Della partita del 30 aprile 1899 di Torino, tra una selezione svizzera e una italiana, si è già avuto modo di parlare numerose volte. Si tratta di un argomento affrontato sia in pubblicazioni autorevoli, come ‘L’Età dei Pionieri, Football 1898-1908’, a cura della Fondazione Genoa, sia da siti internet tematici, come “Calcio Romantico” e sia da giornali online, come quello in cui ci troviamo, GliEroidelCalcio.com. Io stesso ho avuto modo di scrivere un articolo, sotto forma di breve racconto, che è stato pubblicato su PianetaGenoa1893, il 30 aprile 2019, nella ricorrenza dei 120 anni di quella partita, grazie al suo Direttore, Marco Liguori, sempre molto disponibile a dare spazio ai miei contributi e, sempre in quella data ne parlammo anche qui su GliEroidelCalcio.com.

Si tratta di una vicenda, a mio avviso, di grande interesse, che è forse necessario riassumere, seppure rapidamente, a beneficio di chi non avesse  letto  il  suddetto  articolo  e di chi, in generale, non conoscesse i risvolti di quell’importante evento storico e sportivo. Nel 1899, cinque giocatori del Genoa, cinque giocatori torinesi e un giocatore di Milano parteciparono all’amichevole Italia-Svizzera, svoltasi allo Stadio Velodromo di Torino e la squadra italiana si presentò in campo con la maglia del Genoa, a quei tempi a strisce bianche e blu, per onorare quelli che erano i detentori del titolo di Campioni d’Italia. Non si trattò di un match tra due nazionali, ma di un incontro tra due selezioni formate appunto da giocatori, di differenti nazionalità, che praticavano il calcio nel campionato italiano e in quello elvetico. E l’evento ha lasciato tracce di sé nella pubblicistica di quel periodo: “La Gazzetta dello Sport”, “La Stampa” e “La Gazzetta del Popolo”. In quella occasione, l’Italia schierò la formazione seguente: Beaton, De Galleani, Dobbie, Bosio, Spensley, Pasteur, Leaver, Weber, Kilpin, Savage, Agar. Mentre la Svizzera scese in campo con i seguenti giocatori: Therdicon, Williams, Suter, Schmid, Butler, Gamper, Iweins, Collison, Dewitt, Dégerine, Madler.

Numerosi storici, ed appassionati della materia, in molte occasioni hanno sottolineato come quell’incontro avesse visto la presenza di personaggi dall’indiscutibile importanza per la storia del calcio italiano. Tra i partecipanti si potevano infatti individuare James Spensley e Edoardo Pasteur: figure guida nella Storia del Grifone; ma anche Edoardo Bosio, iniziatore del calcio nella città della Mole, e fondatore del Torino Football and Cricket Club. Insieme a loro va poi sicuramente citato, Herbert Kilpin, che di lì a qualche mese avrebbe fondato la squadra del Milan.

A proposito del mio articolo, va forse detto che esso aveva avuto il merito di rilevare un aspetto che ai più era sfuggito, e cioè quello di attribuire, probabilmente per la prima volta in assoluto, gli stessi meriti, la stessa importanza e lo stesso status di iniziatore del football a François Dégerine, fondatore, nel 1900, della sezione calcio del Servette di Ginevra. Il club elvetico esisteva, infatti, fin dal 1890, ma solo come squadra di rugby. Probabilmente il fatto di essere riuscito a colmare quella lacuna era dipeso dal mio interesse per i rapporti tra calcio svizzero e calcio italiano e per le ricerche che ho fatto in materia, sfociate in un libro che ha visto le stampe grazie al sostegno di Gianluca Iuorio e della sua Urbone Publishing. Ricerche che mi hanno appunto permesso di capire la statura di chi, nelle pubblicazioni italiane, era presentato come uno dei semplici partecipanti a quell’evento sportivo (al limite precisando che si trattava del capitano della selezione elvetica). Mentre, in relazione alla storia del calcio europeo, era una figura di primo piano, allo stesso livello delle altre personalità appena citate, legate al calcio italiano. Tra l’altro, pur avendo consultato due libri sulla storia del Servette e uno sulla storia della nazionale svizzera, fino allo scorso Aprile non ero riuscito a trovare una sola foto di Dégerine. E devo dire che la cosa mi aveva stupito, perché stiamo parlando di una figura storica che fu giornalista sportivo, fondatore della sezione calcio di un club, e allenatore della nazionale elvetica. Eppure anche utilizzando siti web enciclopedici e motori di ricerca di immagini internet (che di solito risultano rapidi ed efficaci, anche se non sempre attendibili), non riuscivo a trovare una singola foto di Dégerine. Alla fine, però, la mia tenacia è stata premiata perché sono riuscito a trovare un documento in cui questo personaggio compare in una rara foto delle squadre di calcio e di rugby del Servette, risalente all’inizio del secolo scorso. Questo, tra l’altro mi ha anche permesso di riconoscerlo nella foto della formazione svizzera presente a Torino. Perché, fino, ad allora, pur essendo certo della sua presenza in quella partita, non ero in grado di individuarlo. È stata una bella sensazione, perché in un lavoro di ricerca è sempre piacevole potere dare a un volto un nome preciso.

Però, ricordo pure che già in occasione della stesura di quel mio primo articolo sull’argomento, pubblicato appunto su PianetaGenoa, nella fase di consultazione del materiale preparatorio, in realtà avevo avuto l’impressione che fossero almeno due gli atleti svizzeri, scesi in campo a Torino quell’anno, ad avere svolto un ruolo fondamentale nella storia del calcio. Oltre a quello di François Dégerine, anche il nome di un altro partecipante svizzero all’incontro di calcio dell’aprile 1899, mi sembrava riconducibile alle vicende fondative di un altro importante club europeo. Sto parlando del giocatore che, nella formazione svizzera attestata dalla stampa dell’epoca, faceva parte del gruppo di atleti provenienti da Zurigo. Mi riferisco quindi a Gamper.  Si tratta di un cognome che, per gli studiosi e per gli appassionati della storia del calcio, è associato indissolubilmente alla nascita del Barcellona. Ed infatti esistevano su internet e su carta stampata dei riferimenti alla partecipazione di Gamper alla partita di Torino del 1899. D’altra parte, però, i suddetti riferimenti non affrontavano in modo dettagliato, approfondito e circostanziato la questione. Nei miei vari lavori di ricerca sulla storia del calcio, mi è capitato di trovare errori di omonimia, di parentela, di scambio di persona o di città. A dire il vero, pur non sentendomi di escludere completamente l’eventualità di un caso di omonimia, ritenevo la cosa abbastanza improbabile, sebbene non del tutto impossibile. Inoltre, ulteriori incertezze mi derivavano dal fatto che in molte pubblicazioni italiane dell’epoca, che ho letto personalmente, il nome attribuito al giocatore zurighese fosse “Camper” e non “Gamper”. I dubbi che potesse trattarsi quindi di due persone diverse non erano completamente infondati, sebbene la spiegazione più plausibile potesse essere che i giornalisti italiani, autori di quegli articoli, avessero fatto un errore di trascrizione del nome. Infine, anche rispetto alla città di residenza, c’erano incongruenze: secondo alcune fonti, nel 1899, “il Gamper fondatore del Barcellona” aveva già smesso di vivere a Zurigo da circa un anno, per trasferirsi all’estero. Per cui “il Gamper zurighese”, sceso in campo a Torino nel 1899, avrebbe anche potuto essere un altro.

Ed in effetti, lo scorso aprile, al momento della pubblicazione del suddetto articolo/racconto sulla partita amichevole italo-svizzera del 1899, furono propri questi timori a spingermi alla decisione di accantonare momentaneamente la questione dell’effettiva presenza, o meno, del fondatore del Barcellona a quell’incontro di calcio internazionale. L’intenzione di risolvere l’interrogativo però era rimasta. Ed è per questo che recentemente ho ripreso le ricerche sull’argomento. A questo proposito, sento l’obbligo di dire che un primo incoraggiamento, che andava in questo senso, l’ho ricevuto dal giornalista della Redazione Sportiva della Radiotelevisione della Svizzera Italiana, Giacomo Moccetti, che quindi voglio ringraziare pubblicamente. Invito, quello di Mocetti, seguito da un secondo incoraggiamento, ad opera di Federico Baranello, Direttore Responsabile de Glieroidelcalcio.com, che non solo mi ha messo a disposizione una serie di importanti strumenti di ricerca, ma mi ha prontamente segnalato le fonti esistenti.  Per cui, penso che un mio secondo ringraziamento pubblico debba essere rivolto soprattutto a lui. Anche grazie a questo sostegno, oggi, dopo avere seguito una serie di piste d’indagine, mi sento di poter dire che, effettivamente, a quella partita di calcio prese parte quello che, di lì a poco, sarebbe divenuto il fondatore e giocatore del grande club catalano. Mi sembra un aspetto molto interessante da mettere in evidenza, proprio perché è frutto di una serie di verifiche che ha preso in esame tutte le incongruenze del caso.

Hans Gamper era svizzero e, prima di stabilirsi in Catalogna e fondare il Barcellona, aveva praticato il calcio a Basilea e a Zurigo. Nel periodo in cui fu organizzato il match amichevole italo-svizzero, pur avendo interessi e affari economici anche altrove (in particolare a Lione), Gamper viveva a Zurigo. Questi aspetti, legati alle generalità e alle vicende biografiche, attribuivano dunque un’alta probabilità al fatto che potesse essere lui il giocatore della selezione svizzera indicato, con quel nome e con quella città di provenienza, nelle formazioni delle squadre pubblicate da “La Stampa” e “La Gazzetta dello Sport”. Si è soliti dire che “due indizi fanno una prova”. Da questo punto di vista, come già detto, cognome e città di provenienza potevano, già di per sé, essere considerati due indizi molto importanti. Questo anche perché, da mia verifica negli archivi dei cognomi svizzeri, è risultato non esistere nessun “Camper”.  Il nome così riportato va sicuramente interpretato come un errore di trascrizione. Mentre va considerato corretto quello di “Gamper”, reperibile per esempio in una locandina dell’incontro, presente in una pubblicazione della Fondazione Genoa. Nel suddetto archivio di cognomi svizzeri, con circa 48.500 voci repertoriate, di famiglia “Camper” non ce n’è nemmeno una, mentre i “Gamper” sono nell’ordine di diverse decine, di cui molti zurighesi.

Ma direi che la “prova provata” è stata fornita da un semplice “riconoscimento facciale”. Riconoscimento fatto non con chissà quali strumenti d’analisi tecnologica ma con una elementare visione comparata di alcune vecchie foto. L’uovo di Colombo è stato prendere una foto di Gamper fatta a Zurigo nel 1896, prenderne una della formazione svizzera scesa in campo a Torino nell’aprile del 1899 (dove risultava appunto il suo nome) e, infine, prenderne una della formazione del Barcellona nel 1903; formazione di cui, incontestabilmente, Gamper faceva parte. Da una rapida comparazione di queste tre foto è risultato evidente che nei tre scatti era stata immortalata la stessa persona, cioè Joan Hans Gamper.

Ed è quindi suggestivo pensare che, nell’ambito di quella singola partita, giocata a Torino nel 1899, si incontrarono figure centrali nella storia del Genoa (Edoardo Pasteur e James Spensley), del Milan (Herbert Kilpin), di Torino (Edoardo Bosio), del Servette di Ginevra (François Dégerine) e del Barcellona (Joan Hans Gamper). Insomma, per certi aspetti, fu un vero e proprio consesso europeo di iniziatori del calcio. E forse non è casuale che a pochi mesi da quella partita furono fondati il Barcellona (novembre 1899), il Milan (dicembre 1899), nacque la Sezione Calcio del Servette di Ginevra (gennaio del 1900) e, sempre nel 1900, ci fu la fusione tra Internazionale Torino e F.C. Torinese, squadra, quest’ultima, che sei anni dopo avrebbe contribuito alla nascita del Torino. Forse, in qualche modo, quell’incontro di grandi personalità del mondo del calcio, allora emergente, che ebbe luogo nella capitale sabauda, funzionò da catalizzatore di forze fino ad allora inespresse.

Il mio amato Genoa, invece, esisteva già da sei anni ed aveva già vinto anche un paio di titoli.

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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20 luglio 1964 – Nasce Sebastiano Rossi, l'”Ascensore Umano”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Nato il 20 luglio 1964 a Cesena, 55 anni fa in quella Romagna che l’ha cresciuto, amato e lanciato nel grande calcio, Sebastiano Rossi entrò nelle giovanili della squadra bianconera della cittadina di nascita a 15 anni, dopo qualche trascorso in piccole realtà locali. Dotato di un gran fisico coi suoi 197 cm per 90 kg di peso e supportato da concentrazione in campo e grande carisma nello spogliatoio, iniziò la scalata attraverso la trafila del club romagnolo che nella stagione 81-82, guidato da Arrigo Sacchi, lo condusse al primo grande successo, la conquista del campionato primavera nella doppia finale con l’Avellino, vinta 1-0 sia all’andata che al ritorno. Nell’estate del 1982, il Cesena lo mandò a farsi le ossa in serie C1 al Forlì, dove esordì da professionista assommando 11 presenze e 13 gol subìti. Tornò quindi alla base, in serie B, a Cesena, dove chiuse la stagione 83-84 senza disputare nemmeno una partita, mentre i romagnoli si piazzarono in campionato al 13° posto. Stessa sorte nella stagione 84-85. Mandato in prestito a Empoli, sempre in serie B, non riuscì a scalfire la titolarità di Giulio Drago, divenendo terzo nelle gerarchie alle spalle del portiere considerato di riserva, Michele Pintauro. Fu così che nella stagione 85-86, per non rischiare di bruciare quello che veniva considerato un talento, il Cesena propose a Sebastiano di ripartire dalla serie C1 e il ventunenne accettò la corte dell’Associazione Calcio Rondinella Marzocco Firenze, divenendo il portiere titolare, mettendo in mostra grande autorevolezza nel dirigere la retroguardia ed eccellente abilità nelle uscite supportato dalla impressionante mole.

Nel corso della stagione subì 19 reti in 28 partite, mantenendo la porta inviolata in 15 incontri e contribuendo al 10° posto in campionato dei toscani. L’ottima stagione convinse gli osservatori del Cesena. Il club romagnolo, presieduto da Edmeo Lugaresi, richiamò il portiere alla base e sotto la guida dell’allenatore Bruno Bolchi, lanciò titolare in serie B l’allora ventiduenne Rossi nella stagione 86-87 che si concluse con il terzo posto in campionato e la conseguente promozione nella massima serie l’8 luglio 1987, sul campo neutro di San Benedetto del Tronto dopo la vittoria per 2-1 contro il Lecce, successiva alla vittoria di tre giorni prima a Pescara per 1-0 contro la Cremonese. Sebastiano fu determinante con i suoi interventi, subendo 23 gol in 36 incontri e mantenendo la porta inviolata ben 19 volte. Il 13 settembre 1987 esordì in serie A. Quel giorno, a Cesena, l’avversario fu speciale. Il Napoli campione d’Italia guidato dal genio di Maradona, il migliore al mondo e probabilmente della storia. Era il Napoli della MA-GI-CA(Maradona-Giordano-Careca) e che si impose per 1-0 non rendendo meno speciale quel giorno a Sebastiano. Era un bel Cesena quello della stagione 87/88 allenato da Albertino Bigon, destinato a sorprendere e a terminare la stagione in serie A al 9° posto. Rossi restò a Cesena fino al termine della stagione 89-90, conquistando sempre la salvezza e sempre da titolare inamovibile. Ancora sotto la guida di Bigon nell’88-89 con un 13° posto e poi sotto la guida di Marcello Lippi nella sua ultima stagione con un 12° posto. Col Cesena collezionò in totale 146 partite ufficiali subendo 144 gol e mantenendo la porta inviolata in 58 occasioni. Nell’estate del 1990 il suo maestro, Arrigo Sacchi, lo volle al Milan per fare da riserva ad Andrea Pazzagli e sostituire in rosa Giovanni Galli, nel frattempo passato al Napoli, dopo aver vinto col Milan la seconda coppa dei campioni consecutiva nella finale del Prater di Vienna contro il Benfica di Eriksson che annoverava fra le sue fila campioni del calibro di Aldair, Ricardo Gomes, Valdo, Thern e Pacheco. Reduce dalla famosa “alternanza” della stagione 89/90 proprio con Giovanni Galli, nella quale, Andrea Pazzagli, alternò pregevoli prestazioni a grossolani errori, attribuibili secondo molti addetti ai lavori all’eccessiva pressione a cui era sottoposto, nella stagione 90-91 il portiere toscano, finì col pagare a caro prezzo la concorrenza di Sebastiano Rossi, inizialmente titolare solo nelle gare di coppa Italia. Il 6 marzo 1991, 3 giorni dopo un roboante 4-1 inflitto al Napoli a San Siro, a Milano arrivò l’Olimpique Marsiglia allenato da Raymond Goethals. Fu l’inizio della fine dell’era del Milan di Sacchi e l’inizio di una crisi di due settimane, che dopo l’1-1 di San Siro contro i francesi, che annoverano fra le fila Jean Pierre Papin, Chris Waddle, Abedi Pelè Ayew e Basile Boli, nei quarti di finale di coppa dei campioni, finì col travolgere Andrea Pazzagli, non esente da critiche dopo la sconfitta di Genova con la Sampdoria, prossima a vincere lo storico primo titolo di campione d’Italia e soprattutto dopo la sconfitta del 17 marzo contro l’Atalanta a Milano. Fu proprio la partita con l’Atalanta l’ultima da titolare di Pazzagli. Il 20 marzo al Velodrome di Marsiglia, Arrigo Sacchi, nella partita di ritorno dei quarti di finale di coppa dei campioni, lanciò quello che a tutti gli effetti, nella sua mente, era ormai il titolare della porta del Milan. Sebastiano Rossi. Ma la notte verrà ricordata per altro e ben più clamoroso motivo. A circa 10 minuti dalla fine dell’incontro con l’OM in vantaggio 1-0 grazie a Waddle, lo spegnimento di uno dei riflettori scatenò la furia di Adriano Galliani, che si precipitò in campo ordinando alla squadra di uscire e non rientrare. Un comportamento tanto grave nella sua antisportività da provocare la decisione dell’Uefa di attribuire all’OM la vittoria a tavolino per 3-0 e di squalificare il Milan per un anno dalle competizioni europee, decisione che lo stesso presidente Berlusconi ritenne equa, tanto da non presentare ricorso. Il 24 marzo 1991 Sebastiano Rossi fece il suo debutto in campionato da titolare con la maglia del Milan e addirittura nel derby contro i cugini nerazzurri. Il Milan si impose per 1-0 grazie a una rete di Marco Van Basten. La grinta, la freddezza, la stazza, uno splendido intervento in presa aerea su una punizione di Lothar Matthaus e soprattutto le uscite perfette per scelta di tempo e coordinazione, diedero il via alla lunga permanenza tra i pali della porta rossonera di colui che il popolare giornalista, Carlo Pellegatti, ribattezzò col soprannome di “ascensore umano”. Titolare fino al 95-96, ha spesso messo in mostra un carattere fumantino, come quando il 17 ottobre 1993, durante Foggia-Milan, rilanciò sugli spalti un petardo che il pubblico foggiano gli aveva lanciato contro.  Sotto la guida di Fabio Capello, che rilevò Arrigo Sacchi nell’estate 1991, passato alla guida tecnica della nazionale italiana, “l’ascensore umano” vinse 4 scudetti (92-93-94-96), stabilendo il 27 febbraio 1994 il record di imbattibilità di 929 minuti, battuto da Gianluigi Buffon, con la maglia della Juventus, nel 2016.

Vinse anche 3 supercoppe italiane (92-93-94) e soprattutto la coppa dei campioni ad Atene il 18 maggio 1994, nella vittoria per 4-0 del Milan contro il Barcellona allenato da Cruijff che schierava fra le sue fila Romario, Stoichkov, Koeman, Beguiristain, Guardiola, Bakero e che molti davano per favorito. L’8 febbraio 1995 vinse l’unica supercoppa europea nel 2-0 nella finale di ritorno contro l’Arsenal a San Siro. Dopo l’addio di Capello nell’estate del 1996, passato al Real Madrid, iniziarono per lui, come per il Milan, momenti difficili, una lunga crisi che neppure il ritorno dello stesso Fabio Capello, voluto fortissimamente dal presidente Silvio Berlusconi, non riuscì a placare. La stagione 96-97 fu un incubo che coinvolse tutti, persino Arrigo Sacchi, richiamato per sostituire Oscar Washington Tabarez il 2 dicembre 1996, dopo la clamorosa sconfitta del Milan per 3-2 a Piacenza contro la neopromossa squadra locale. Il Milan terminò undicesimo il campionato di serie A, dopo aver perso tutto ciò che poteva perdere, anche l’orgoglio e la faccia dinanzi ai propri tifosi il 6 aprile 1997 nella sconfitta interna per 6-1 contro la Juventus campione d’Europa di Marcello Lippi. Sebastiano Rossi, nel mirino delle critiche, visse una nuova alternanza, col giovane portiere dell’under 21 italiana Angelo Pagotto, anche lui finito nel tritacarne e ceduto a fine stagione. Non va meglio nel 97-98. Fabio Capello, come scritto in precedenza, di ritorno da Madrid, non riuscì a guarire i mali del Milan. La minestra riscaldata fu immangiabile. Lo spogliatoio, orfano di Franco Baresi e Mauro Tassotti, figure iconiche che nella primavera del 1997 avevano lasciato il calcio giocato. Il portiere arrivato da Piacenza, prodotto del vivaio rossonero, Massimo Taibi, fallì dopo mezzo campionato trascorso come titolare. Qualche papera di troppo e Sebastiano Rossi si ritrovò nuovamente titolare per tutto il girone di ritorno del campionato 97-98. Ma Sebastiano fu ben lontano dallo stato di forma e reattività da recordman del campionato italiano. Quel campionato si concluse con un decimo posto e il ritorno nelle competizioni europee sfumò persino con sconfitta nella finale di coppa Italia del 29 aprile 1998, dove il Milan, con Rossi titolare tra i pali, forte dell’1-0 dell’andata e in vantaggio dal minuto 46 grazie ad una punizione di Albertini deviata dalla barriera, subì 3 gol in 10 minuti fra il 55° e il 65° minuto. Una bruciante rimonta che diede il via ad un’altra rivoluzione. Nell’estate del 1998 il Milan affidò la panchina all’integralista del 3-4-3 Alberto Zaccheroni, un romagnolo doc, come Sebastiano che restò come dodicesimo alle spalle del neoacquisto dallo Schalke 04, Jens Lehmann. Portiere di vecchia scuola, il tedesco trovò subito difficoltà ad adattarsi alla tipologia di calcio voluta da Zaccheroni. Impacciato coi piedi, abile tra i pali ma deludente nelle uscite, dopo appena 5 giornate perse il posto a vantaggio dell’esperto “ascensore umano”.  Il 25 ottobre 1998 Sebastiano Rossi tornò titolare contro la Roma allo stadio “Giuseppe Meazza” nella vittoria per 3-2 dei rossoneri. La sua posizione non viene scalfita neppure il 29 novembre 1998 nel giorno della terribile sconfitta subita allo stadio “Ennio Tardini” contro il Parma per 4-0. Il Milan si fidò così tanto del pieno recupero del suo portierone che alla apertura del mercato invernale cedette Jens Lehmann al Borussia Dortmund, promuovendo “dodicesimo” lo sconosciuto prodotto del settore giovanile, di ritorno dal prestito al Monza, Christian Abbiati. Il 17 gennaio 1999 la fiducia riposta dalla società in Sebastiano, fu tradita. In campo a San Siro il Milan e il Perugia per l’ultima giornata del girone di andata. Sul punteggio di 2-0 per i rossoneri, al 90° minuto, fu assegnato un calcio di rigore al Perugia, rigore trasformato dal centrocampista della nazionale giapponese Hidetoshi Nakata. Quello che accadde successivamente fu incredibile. L’attaccante perugino Bucchi si fiondò verso la porta per raccogliere il pallone nella rete e portarlo a centrocampo per affrettare il gioco, operazione che gli fu impedita da un gancio destro all’altezza del collo da parte del portiere romagnolo. Bucchi restò a terra dolorante, mentre intorno a Sebastiano si scatenò un furioso parapiglia. Non contento Rossi si recò da Bucchi sollevandolo di peso da terra mentre l’arbitro Bettin, disorientato e assente ingiustificato durante gli avvenimenti, andava a confrontarsi sull’accaduto col suo collaboratore di linea rivolgendo poi il cartellino rosso al gigante di Cesena. Una svolta importante della stagione del Milan e una triste macchia per la carriera dell’“ascensore umano”. Il giudice sportivo usò la mano pesante attribuendo 5 giornate di squalifica che costrinsero Alberto Zaccheroni a lanciare quella che sarebbe diventata la rivelazione della stagione, uno dei simboli dello scudetto più sorprendente dell’epoca Berlusconiana, Christian Abbiati, da terzo portiere a primo e inamovibile, protagonista di interventi prodigiosi e nuovo beniamino del pubblico rossonero. Le presenze maturate al Milan nel torneo 1998-1999 furono comunque sufficienti a Rossi per fregiarsi, per la quinta e ultima volta in carriera, del titolo di campione d’Italia. Fu ancora la riserva di Abbiati nella stagione successiva, nella quale fu messo anche fuori rosa in seguito ad un violento scontro verbale con l’allenatore Zaccheroni e l’amministratore delegato Adriano Galliani e, dal 2000-2001, divenne il terzo portiere rossonero, dietro anche al brasiliano Dida. La sua ultima partita in maglia rossonera fu disputata il 6 febbraio 2002 a Torino in coppa Italia contro la Juventus nell’incontro terminato 1-1. Alla fine della stagione 2001-02, conclusa senza nemmeno una presenza in campionato, lasciò il Milan per andare a giocare proprio a Perugia, ironia della sorte, in serie A, dove chiuse la carriera all’età di 39 anni con le ultime 12 presenze. Le sue 330 presenze in gare ufficiali lo rendono tutt’ora il portiere con più presenze nella storia del Milan. Le sue presenze totali in serie A con le maglie di Cesena, Milan e Perugia ammontano a 347. Considerato uno dei migliori portieri italiani della sua generazione, è stato inserito dall’IFFHS al 45º posto nella classifica dei più forti del ruolo del periodo 1987-2011. Nonostante tutto, si è scontrato con una concorrenza spietata nella selezione nazionale e non ha mai debuttato, nonostante un paio di convocazioni, con la maglia azzurra. Tanto zitto con i media quando giocava, tanto rumoroso fuori dal campo a fine carriera, Rossi si è reso protagonista di qualche controversia. Accusato nel 2005 da un ragazzo di Cesenatico, di minacce e lesioni, in una querelle sentimentale venne assolto nel 2011. Accusato nel 2006 di sequestro e violenza privata da una dipendente del suo bar, fu assolto nel 2013. Arrestato nella notte fra il 7 e l’8 maggio del 2011 per aver aggredito con un pugno un maresciallo dei carabinieri in borghese in un bar di Cesena, fu rilasciato e patteggiò una pena pecuniaria di 14mila euro commutando così una condanna a 56 giorni di reclusione per lesioni e resistenza. Indagato nel 2014 insieme ad altre 18 persone per possesso di cocaina, nell’ambito di una operazione condotta in Emilia-Romagna, fu prescritto dal tribunale di Ravenna il 15 maggio 2019. Abile tra i pali come nelle uscite, sono certo saprà destreggiarsi anche oggi davanti a 55 candeline da spegnere e un desiderio speciale da esprimere, nella speranza che sia ciò che più di ogni altro gli porti quella felicità e serenità necessaria ad ogni uomo, ancor più all’”ascensore umano”.

 

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18 luglio 1954 – Il Bari è campione italiano della IV Serie

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Il Bari è campione italiano di IV Serie per il 1954. Il capitano biancorosso Grani ha ricevuto, al termine della partita, dalle mani dell’Ing. Barassi la Coppa della Federazione mentre sugli spalti dello stadio rintronavano i colpi dei mortaretti” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 19 luglio 1954).

È un grande traguardo quello raggiunto dal Bari in questa stagione, l’ingresso in C già conquistato propedeutico alla promozione in B dell’anno successivo che porterà poi alla cavalcata verso la A nei tre anni successivi. E ora anche la possibilità di diventare campioni d’Italia della IV serie.

Il campionato, al termine dei gironi e alcuni spareggi, aveva eletto le otto squadre che avrebbero partecipato alla fase finale suddivise in ulteriori due gironi: Cremonese, Bolzano, Aosta e Verbania Sportiva nel girone A, Bari, Prato, BPD Colleferro e Foggia nel girone B.

Il Bari, nella rituale foto pre gara, a Napoli il 27 giugno 1954 per la gara con il Colleferro vinta per 2-1 e con la quale conquista la serie C. Si ringrazia il Museo del Bari per la concessione della foto

La Cremonese viene ammessa alla finale scudetto dopo aver vinto lo spareggio con il Bolzano giunto a parità di punti al termine del girone. Ancora più difficile il cammino del Bari: il girone vede la classifica finale con otto punti cadauna ben tre squadre, Bari appunto, Prato e Colleferro. Ancora un girone all’italiana e ancora parità tra Bari e Prato. La serie C è conquistata ma per le finali che valgono il titolo è necessario lo spareggio con il Prato stesso. Il sorteggio favorisce il Bari con la dea bendata che sceglie la città pugliese per la partita di spareggio dove i padroni di casa infliggono un sonoro e roboante 5-0 ad un ormai logoro Prato.

La finale con la Cremonese si gioca con la doppia sfida. A Cremona, l’11 luglio, termina 2-2, con i biancorossi pronti a far valere ancora il fattore campo nella gara di ritorno.

Le cronache parlano di una partita “fiacca” e giocata sotto un sole e una temperatura “cocente”, di fronte a 20.000 spettatori; in tribuna Il Presidente della FIGC Ing. Barassi e il Sindaco di Bari Avv. Chieco.  Al 41′ il primo gol dei galletti dopo una combinazione Bretti-Mazzoni, con Gamberini che al volo gonfia la rete. La Cremonese ha una piccola reazione che si conclude però con un nulla di fatto. La ripresa ha un diverso tono, ed è ancora il Bari ad avere alcune occasioni come il doppio palo consecutivo colpito al 5′ da Filiput e Gamberini. I padroni di casa continuano a premere, hanno il loro appuntamento con la storia e non lo vogliono mancare. Al 19’ gli sforzi vengono premiati: “… a coronamento di questa pressione, il secondo gol: Maccagni spara da venti metri e la palla batte sulla traversa e torna in campo: il centravanti biancorosso raccoglie e segna” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 19 luglio 1954).

Oltre alla promozione in C… il Bari è campione d’Italia della IV serie. L’Ing. Barassi rivolge ai calciatori il proprio compiacimento mentre il Sindaco Chieco consegna le medaglie d’oro in ricordo di questa giornata.

Ora si può festeggiare… i mortaretti possono esplodere.

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17 luglio 1994, Italia – Brasile… grazie lo stesso

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Che poi io me lo ricordo il caldo torrido davanti alla tv quel 14 luglio 1994. Se lo ricordano tutti credo, soprattutto i giocatori della nostra nazionale che, al Rose Bowl di Pasadena negli Stati Uniti, hanno giocato la partita del secolo condizionata dalla voglia di non subire gol e da un caldo spaventoso.

In quella data l’Italia perde una finale brutta e noiosa, ma con dignità.

La nostra nazionale aveva giocato un mondiale dall’inizio difficile e arrivava in finale trascinata da un grandissimo Baggio. Terzi nel girone dietro Messico e Irlanda e davanti la Norvegia a parità di punti ma con più gol segnati, i nostri vengono ripescati ed eliminano in sequenza Nigeria, Spagna e Bulgaria. Il Brasile invece, si presentava in finale imbattuto e con il pronostico a favore vincendo il proprio girone e superando Stati Uniti, Olanda e Svezia.

La Seleçao gioca decisamente meglio e gli azzurri vanno spesso in difficoltà. Grazie ad un invalicabile Baresi, nei tempi regolamentari riusciamo ad arginare le invenzioni del solito Romario, anche se Pagliuca non può distrarsi neanche un secondo.

I primi 90” finiscono senza reti, saranno i rigori a decidere la partita.

Il primo ad andare sul dischetto è Baresi, che sbaglia sparando alto sulla traversa. Pagliuca para il tiro di Marcio Santos tenendo l’Italia in corsa, poi Albertini, Romario, Evani e Branco segnano. Taffarel para il tiro di Massaro e Dunga segna.

Nei piedi di Baggio c’è perciò il destino di tutto il mondiale, della squadra e di tutta la nazione. Con un tiro alto sopra la traversa di Taffarel vola via anche il sogno della nostra nazionale.

“Ancora oggi non dormo bene per quell’errore. Purtroppo è successo e tali situazioni spiacevoli possono servire da lezione”, ha detto l’ex codino d’oro durante un evento a Belgrado poco più di un mese fa. “Da bambino avevo sempre sognato di giocare in Nazionale una finale mondiale col Brasile, per vendicare quella persa nel 1970. Ma un conto è sognare e un conto è la realtà. E io avevo sognato una finale differente”, ha spiegato il campione, Pallone d’oro nel 1993.

Il sogno americano così si conclude nel modo più crudele e triste e i rigori per la nostra nazionale si rivelano ancora una volta una prova insuperabile. I brasiliani tirano su la loro quarta coppa e le lacrime di sconforto di Franco Baresi restano nella storia di quel mondiale.

Fa un certo effetto vedere Carlos Dunga, pettinato da marine, alzare la quarta Coppa del Mondo per il Brasile, Dunga ritenuto inutile dal Pescara, Dunga che passa la coppa ad altri scartati dal nostro campionato, come Branco e Mazinho, forse anche Aldair e Taffarel. Tutta gente che nell’82 non sarebbe stata nemmeno convocata, nell’82, quando Baresi e Massaro non fecero che panchina.

Il Brasile era l’unica americana contro sette europee e ci ha ricordato che, da quella parte dell’oceano, le europee non vincono mai. L’Italia è sconfitta l’ultimo giorno come il primo contro l’EIRE, ma ne esce a testa alta. In mezzo c’è tanta sofferenza, la caparbietà di prolungare un sogno che sembrava impossibile e che alla fine è arrivato a undici metri dal realizzarsi.

Grazie lo stesso.

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