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Il Calcio Racconta

17 luglio 1994, Italia – Brasile… grazie lo stesso

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Che poi io me lo ricordo il caldo torrido davanti alla tv quel 14 luglio 1994. Se lo ricordano tutti credo, soprattutto i giocatori della nostra nazionale che, al Rose Bowl di Pasadena negli Stati Uniti, hanno giocato la partita del secolo condizionata dalla voglia di non subire gol e da un caldo spaventoso.

In quella data l’Italia perde una finale brutta e noiosa, ma con dignità.

La nostra nazionale aveva giocato un mondiale dall’inizio difficile e arrivava in finale trascinata da un grandissimo Baggio. Terzi nel girone dietro Messico e Irlanda e davanti la Norvegia a parità di punti ma con più gol segnati, i nostri vengono ripescati ed eliminano in sequenza Nigeria, Spagna e Bulgaria. Il Brasile invece, si presentava in finale imbattuto e con il pronostico a favore vincendo il proprio girone e superando Stati Uniti, Olanda e Svezia.

La Seleçao gioca decisamente meglio e gli azzurri vanno spesso in difficoltà. Grazie ad un invalicabile Baresi, nei tempi regolamentari riusciamo ad arginare le invenzioni del solito Romario, anche se Pagliuca non può distrarsi neanche un secondo.

I primi 90” finiscono senza reti, saranno i rigori a decidere la partita.

Il primo ad andare sul dischetto è Baresi, che sbaglia sparando alto sulla traversa. Pagliuca para il tiro di Marcio Santos tenendo l’Italia in corsa, poi Albertini, Romario, Evani e Branco segnano. Taffarel para il tiro di Massaro e Dunga segna.

Nei piedi di Baggio c’è perciò il destino di tutto il mondiale, della squadra e di tutta la nazione. Con un tiro alto sopra la traversa di Taffarel vola via anche il sogno della nostra nazionale.

“Ancora oggi non dormo bene per quell’errore. Purtroppo è successo e tali situazioni spiacevoli possono servire da lezione”, ha detto l’ex codino d’oro durante un evento a Belgrado poco più di un mese fa. “Da bambino avevo sempre sognato di giocare in Nazionale una finale mondiale col Brasile, per vendicare quella persa nel 1970. Ma un conto è sognare e un conto è la realtà. E io avevo sognato una finale differente”, ha spiegato il campione, Pallone d’oro nel 1993.

Il sogno americano così si conclude nel modo più crudele e triste e i rigori per la nostra nazionale si rivelano ancora una volta una prova insuperabile. I brasiliani tirano su la loro quarta coppa e le lacrime di sconforto di Franco Baresi restano nella storia di quel mondiale.

Fa un certo effetto vedere Carlos Dunga, pettinato da marine, alzare la quarta Coppa del Mondo per il Brasile, Dunga ritenuto inutile dal Pescara, Dunga che passa la coppa ad altri scartati dal nostro campionato, come Branco e Mazinho, forse anche Aldair e Taffarel. Tutta gente che nell’82 non sarebbe stata nemmeno convocata, nell’82, quando Baresi e Massaro non fecero che panchina.

Il Brasile era l’unica americana contro sette europee e ci ha ricordato che, da quella parte dell’oceano, le europee non vincono mai. L’Italia è sconfitta l’ultimo giorno come il primo contro l’EIRE, ma ne esce a testa alta. In mezzo c’è tanta sofferenza, la caparbietà di prolungare un sogno che sembrava impossibile e che alla fine è arrivato a undici metri dal realizzarsi.

Grazie lo stesso.

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Romana e romanista di nascita, trasferita in Friuli Venezia Giulia per sbaglio. Una laurea in scienze della comunicazione, un lavoro come responsabile marketing e un figlio portiere mi riempiono la vita. La mia grande passione è il calcio, la sua storia e tutto quello che ne fa parte.

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Quando Rino è diventato Ringhio. Con Carlo salì sul tetto del Mondo

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CORRIERE DELLO SPORT (Alberto Polverosi) – […] Sono stati otto anni insieme, Gattuso e Ancelotti, gli otto anni di Carletto al Milan. Hanno vinto tutto, scudetto, supercoppe, coppe nazionali, due volte la Champions, un mondiale per club. Era una squadra fantastica, capace di rinnovarsi restando sempre se stessa. Il Milan dei numeri 10, in una stagione Ancelotti ne mise insieme quattro: Pirlo, trasformato in regista, Seedorf, modificato (con mugugni) in mezz’ala, Kakà e Rui Costa. Più un attaccante. Questa impalcatura si reggeva per una sola ragione: i polmoni di Rino Gattuso. Non a caso, quando chiedevano ad Ancelotti chi fosse il giocatore determinante per quella squadra, rispondeva così: «Prima metto Gattuso, poi tutti gli altri».

[…]”Quando vedevo Pirlo giocare a calcio, mi chiedevo quale fosse il mio sport. Di sicuro non lo stesso di Andrea”. Rino corre da quando è nato. Correva nel Perugia e nei Rangers di Glasgow, quando divenne un idolo per i tifosi dell’Ibrox Park e prese il soprannome di Braveheart. Correva nella Salernitana e in quella stagione fu il grande rimpianto di Trapattoni che chiese a Vittorio Cecchi Gori il suo acquisto al mercato di gennaio, con la Fiorentina in testa al campionato, invece Rino rimase dov’era e i viola non vinsero lo scudetto. Ha corso per 13 anni nel Milan, 443 partite e 11 gol, e ha chiuso in Svizzera, col Sion, dove ha iniziato anche ad allenare […]

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Dicembre 1969 – L’influenza “Spaziale” colpisce (anche) molti calciatori

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“L’influenza che colpisce in questi giorni milioni di italiani è arrivata anche nell’ambiente del calcio. […] Ieri, purtroppo, gli effetti dell’influenza «spaziale» si sono fatti sentire. La Juventus, al momento attuale, è la più danneggiata. Otto bianconeri, reduci dalla vittoriosa trasferta di San Siro contro il Milan, hanno avvertito i sintomi del malessere (mal di testa, brividi, lieve febbre) per cui si sono messi a letto oppure sono rimasti prudenzialmente a riposo. Si tratta di Vieri, Haller, Leonardi, Roveta, Tancredi, Leoncini, Zigoni e Anastasi. Vieri è quello che desta le maggiori preoccupazioni: stamane aveva 38,2 di febbre, nel pomeriggio le sue condizioni erano stazionarie. È stato visitato dal dott. Della Neve, che gli ha ordinato le cure e riposo per almeno quattro giorni. Difficilmente l’ex sampdoriano potrà essere in campo nella trasferta di Brescia. Haller, Leonardi, Roveta e Tancredi sono rimasti “a letto con alcune linee di febbre: tutti e quattro sperano di guarire in tempo per completare la preparazione. Leoncini, Zigoni e Anastasi, infine, si sono presentati ieri mattina al “Combi” dicendo però che avrebbero preferito riposare avvertendo anch’essi sintomi dell’influenza. L’allenatore Rabitti, naturalmente, li ha subito rimandati a casa dove più tardi avrebbero ricevuto la visita del medico Della Neve. Anche lo stesso trainer è rimasto contagiato dall’influenza. Il tecnico bianconero è riuscito ugualmente a dirigere l’allenamento dei pochi giocatori presentatisi in campo, fra cui Del Sol. Ha poi dichiarato: «Anch’io ho un po’ di febbre ma non me la sentivo di lasciare la squadra proprio ora che stiamo assaporando le prime soddisfazioni, per cui occorre la massima concentrazione. Purtroppo mi sono trovato con pochissimi giocatori: il medico mi ha tranquillizzato nel senso che gli attuali influenzati dovrebbero essere recuperabili. Ora, scusatemi, ma devo proprio correre a casa e mettermi a letto” (Cit. La Stampa, 10 dicembre 1969).

L’epidemia sta colpendo tutto il paese, i quotidiani sono zeppi di articoli e foto in cui si documentano scuole e uffici chiusi e disagi per la popolazione.

L’articolo, che analizza il problema riferendolo al calcio, prosegue con la situazione del Torino che, a parte gli infortuni sul campo, non registra attacchi influenzali. Poi un bollettino…

Lazio: sette malati – L’epidemia influenzale che ha colpito nei giorni scorsi molti giocatori della Lazio non accenna a diminuire: il trainer Lorenzo è ancora a letto, l’allenamento di oggi è stato diretto, pertanto, dal “vice” Lovati. Erano assenti Ghio, Polentes e Wilson; Mazzola, Papadopulo e Morrone, risentendo dei postumi influenzali, hanno dovuto limitare la loro attività.

A Genova la situazione degli influenzati è abbastanza buona: il sampdoriano Spanio, colpito la settimana scorsa dal virus, si è ripreso e oggi si è allenato. L’unico influenzato è il genoano Benvenuto.

A Verona due giocatori Stenti e Ranghino, sono a letto influenzati; Clerici soffre di uno stiramento alla coscia sinistra, Battistoni ha una distorsione ad una caviglia. Il Verona, pertanto, affronterà domani lo Slavia di Praga (Coppa Mitropa: sedicesimi di finale) priva di queste importanti pedine.

A Bari invece solo il secondo portiere, Gianni Colombo, è influenzato. Domenica lo sostituirà in panchina l’estremo difensore della De Martino, Sibillano, oppure il giovanissimo Del Bianco.

A Cagliari situazione ottima: nessun giocatore, per il momento, ha contratto l’influenza spaziale.

Ma perché questa influenza si chiama spaziale? E’ la stessa testata, La Stampa, a rispondere al quesito il giorno successivo…

“Viene davvero dalla Luna il virus? Certo che no. E allora? Non si sa bene perché ma, fin dai tempi della “spagnola”, è diventato quasi obbligatorio che ogni epidemia di virus influenzale porti, accanto a quello scientifico, anche un appellativo da marchio di fabbrica o da certificato d’origine. E cosi, questa volta, anche se il virus A2 la Luna non l’ha mai vista, l’aggettivo “spaziale” ha fatto subito fortuna: perché è tanto all’altezza dei tempi; perché è moderno, fantascientifico e persino un po’ snob; e perché, anche se è improprio, mai nessuno, dalla Luna, verrà a darci -querela. Ma più che altro perché, quando si è così indifesi e sprovveduti, è più facile dar la colpa a un nemico che vien di lontano che riconoscere la propria debolezza contro gli abituali nemici di casa. Chiamiamola come vogliamo, se ci piace, questa ondata di-virus. Ma restiamo d’accordo ch’è solo per gioco che scomodiamo pianeti e stelle lontane: perché questo malanno che si diverte a far mettere a letto, quando vuole, quanta più gente che può, è la solita vecchia cosa nostrana […]”.

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La collezione di Eriksson

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Nel nostro solito sfogliare giornali del passato abbiamo incontrato questo articolo pubblicato su La Gazzetta dello Sport del 9 dicembre 1999 a firma Marco Pastonesi. L’articolo intende omaggiare l’attacco della Lazio a disposizione di Mr Eriksson. Inizia così…”Capelli con cerchietto, fisico tosto, grinta da urlo, rapidità da giungla, passaporto cileno, cognome che si può leggere anche al contrario ed è sempre lo stesso: Salas”. Per ogni componente dell’attacco biancoceleste c’è una descrizione tra humor e sacrosanta verità…”Capelli corti, fisico longilineo, cattiveria da guerriglia urbana, progressione da savana, passaporto croato, cognome che si può leggere nelle enciclopedie del calcio: Boksic”.

E’ ora il turno dell’attuale Ct della Nazionale “Capelli da pubblicità di uno shampoo, fisico ragionevole, classe da vendere, passaporto italiano, cognome che sembra limitare le sue capacità, ma non i suoi tiri: Mancini”.

Poi è il turno di Simone Inzaghi e … il suo DNA …”Capelli sugli occhi, fisico in espansione, bell’animale ancora tutto da scoprire, passaporto italiano, cognome che la dice lunga sul codice genetico che guida i suoi piedi: Inzaghi”.

Si prosegue con lo Jugoslavo, all’epoca, Dejan Stankovic… “E, volendo, capelli corti, fisico da carrarmato, andatura da galoppo, passaporto jugoslavo, un cognome che inganna sulle sue infaticabili caratteristiche di podista e goleador: Stankovic”.

L’articolo continua con la sua vena sarcastica e si conclude con una profezia… “Con Salas, Boksic, Mancini, Inzaghi (nel senso di Simone) e Stankovic, così, a occhio, la Lazio vanta il più forte attacco del mondo. Per non uccidere campionato e coppe, Eriksson ha deciso di ridurre a due il numero degli attaccanti nella stessa partita.

Per questo, quando è arrivata la notizia dell’ingaggio di un altro attaccante, si è pensato a uno scherzo. Invece no. Capelli bianchi, fisico da palestra, passaporto italiano, cognome pronunciato correttamente anche da tifosi inglesi e francesi: Ravanelli. Ravanelli verrà buono in primavera, quando i nuovi compagni sudamericani (Salas, Simeone, Veron, Almeyda) saranno impegnati con le loro nazionali. Verrà buono in primavera, quando si vince, o si perde, lo scudetto”.

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