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Calcio, Arte & Società

Genova, il Genoa, Boccadasse e Andrea Camilleri

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Boccadasse è uno dei luoghi più pittoreschi della città di Genova ed è un angolo di rara bellezza. Nel vederla, dall’alto del sagrato della sua chiesa, anche all’ateo più inveterato verrebbe  da pensare che di lì c’è passato il buon Dio, perché solo lui avrebbe potuto essere in  grado di concepire un tale caos ordinato,  fatto  di case  che si addossano  una  sull’altra, quasi  a racchiudere  il mare,  con  i  tetti di ardesia e  le  facciate  dai  tenui  colori,  fino  a  formare  una   miscela  di  viuzze,  piazzette, terrazze, scogliere e una spiaggetta impreziosita dalla presenza di gozzi, di lance, palamiti e reti, che sembrano quasi ammassarsi su un lato della piccola baia.

Se poi, dall’alto di quel sagrato, si volge lo sguardo a levante, la vista riesce a spaziare fino al Golfo Paradiso, delimitato dal Monte di Portofino, uno dei tratti più suggestivi del nostro mare.

E così non c’è da stupirsi se questo magnifico borgo di mare, per certi aspetti appartato, ma al tempo stesso inglobato dallo sviluppo della metropoli, è entrato a far parte della storia, della poesia, del cinema e della letteratura.

Proprio nella piazzetta che sovrasta il borgo è infatti possibile leggere i versi in genovese che il poeta Edoardo Firpo ha dedicato a questo angolo della città e che, parafrasati in italiano, ci ricordano come, “scendendo a Boccadasse e uscendo dal subbuglio della città, si ha come l’impressione di tornare nella culla, o di cadere fra le braccia d’una madre. E così sembra che si sciolga un po’ l’ansia della nostra vita, sentendo come la pace e la tranquillità si siano fermate nella intimità della marina”

Questi versi, e più in generale questo luogo, non lasciarono indifferente Andrea Camilleri. Per questo motivo, il presente racconto vuole anche essere un rispettoso omaggio alla sua persona. Il celebre scrittore siciliano venne infatti per la prima volta a Boccadasse nel 1950. Il suo soggiorno di una settimana a Genova era legato alla consegna di un premio letterario e alla sua attività di giovane e promettente poeta. Ricordando in una recente intervista quei giorni lontani, passati a Genova, Camilleri precisava che, sin da subito, ebbe come “un colpo di fulmine” per la città e, per sua stessa ammissione, fu talmente colpito dalla bellezza di Boccadasse da farne in seguito il luogo del cuore di uno dei suoi personaggi: Livia, la compagna del Commissario Montalbano.

Del resto, il grande scrittore siciliano non è l’unico artista ad essere stato suggestionato dal fascino di questo spicchio di mare. Nel 1992, il regista, Massimo Guglielmi  girò a Genova “Gangsters”, film,  ambientato  in  un periodo che  va  dal 1943 al 1945, e  basato  su  una storia drammatica e controversa: un gruppo di partigiani incapaci di accettare l’orizzonte della Repubblica (anche a causa di una politica talmente indulgente nei  confronti  dei criminali di guerra da sconfinare nell’impunità), che si lascia andare ad una serie di vendette contro alcuni collaborazionisti dei nazi-fascisti e finisce per cadere nel banditismo. Il tutto ulteriormente complicato da un tradimento e da un tragico epilogo.
Alcune scene di quel film, il cui cast era composto da attori di grande livello: dal compianto Ennio Fantastichini a Isabella Ferrari, da Giuseppe   Cederna a Giulio Scarpati, da Ivano Marescotti a Claudio Bigagli, furono girate proprio nelle stradine di Boccadasse.

Tutto questo per dire che stiamo parlando di un luogo dal fascino indiscutibile, con una sua storia sociale, artistica e letteraria ed un suo valore altamente simbolico. E in un luogo simbolo della città di Genova non poteva e non può mai mancare una testimonianza d’amore per il Grifone.
Infatti, su uno degli   scogli di Boccadasse, c’è sempre una bandiera del Genoa, accarezzata dalla gelida brezza di tramontana, in inverno, oppure sferzata da venti di libeccio, prepotenti segni di fine estate.  La bandiera è lì da decenni, ed è divenuta   tradizione ormai consolidata e tratto distintivo di quello spazio di mare.

Per   dovere   di   cronaca, devo dire che, nel corso degli anni, anche molto recentemente, un paio di volte i rivali a strisce orizzontali, con incursioni notturne (un po’ come i ladri), hanno cercato di eliminare la presenza della bandiera.  Ma la gente del borgo fa buona guardia e, in generale, il vessillo del Grifo rimane al suo posto indisturbato.

Molto più temibili delle incursioni nemiche sono le mareggiate.  Infatti, sono proprio gli eventi estremi a costituire la causa più frequente che richiede la rimessa in loco della bandiera. Eventi meteo come quello dell’ottobre 2018, con la sua forza devastante, che distrusse il porticciolo a Rapallo, fagocitò la strada di Portofino, e non risparmiò neppure il litorale di Genova, tra Sturla ed Albaro.

Ma, tutto sommato, i giorni di assenza della bandiera del Genoa a Boccadasse sono più unici che rari, perché, dopo ogni mareggiata, l’asta viene nuovamente saldata allo scoglio. E su quell’asta viene nuovamente issata la bandiera del Genoa.

E queste note di colore, di rosso e di blu, su uno scoglio di Boccadasse sono la dimostrazione dell’amore della città per la sua massima espressione calcistica.  Un amore più forte delle piccole meschinerie dei rivali e della furia devastatrice della natura.

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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Fede e passione dell’ultima religione: storia degli ultras italiani

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Nelle ultime settimane in più occasioni la cronaca nera dei quotidiani e dei telegiornali è tornata ad occuparsi del fenomeno Ultras: omicidi, estorsioni, misteriosi suicidi hanno riempito le pagine dedicate al tifo organizzato. Una minoranza criminale ha monopolizzato il racconto del fenomeno, rendendo esplicita l’incapacità del mondo della comunicazione di descrivere i tratti salienti e le caratteristiche fondanti di una sottocultura autoctona, ovvero della parte più “calda” dei tifosi organizzati. Per analizzare in maniera scevra da pregiudizi un fenomeno che coinvolge migliaia di cittadini italiani, dalle Alpi alle isole, di qualsiasi estrazione sociale, occorre anzitutto descriverne chiaramente i protagonisti.

Andando per punti, dobbiamo partire dal significato dei termini in gioco. Con tifoso indichiamo comunemente colui che coltiva una passione sportiva accesa ed entusiastica. Sul finire degli anni Venti fa comparsa questo neologismo, diffuso dalla penna dei giornalisti sportivi. L’origine sembra sia dovuta al termine greco thypos: fumo, vapore. Altra ipotesi, forse più probabile, vuole che la parola sia nata dal gergo degli spalti, operando una trasformazione del termine medico tifico in quello sportivo di tifoso, per descrivere l’atteggiamento smodato dei nuovi supporters, assimilando il tifo sportivo a una sorta di epidemia mentale, il cui contagio produceva effetti di offuscamento, tipici degli eccessi della malattia tragicamente familiare agli italiani dei primi decenni del ‘900.

Con il termine ultras, vengono descritti comunemente, i tifosi più passionali delle squadre di calcio. L’origine sembra risalire alla Francia dell’800 con il significato di “intransigente, oltranzista”. Il termine viene utilizzato, nella sua accezione moderna, per la prima volta a Genova sul finire degli anni ’60 dai sostenitori della Sampdoria (anche come acronimo alla frase minacciosa rivolta agli avversari genoani: “Uniti Legneremo Tutti i Rossoblù a Sangue”). Tale componente violenta ne caratterizza immediata la sfera semantica: in effetti sin dagli esordi della partecipazione popolare alle partite di calcio sono poche le stracittadine, o le partite segnate da accesa rivalità, che non abbiano fatto registrare disordini tra i tifosi delle due squadre, prima o dopo la partita, o anche sugli spalti durante l’incontro.

Tale situazione conflittuale trova ragione anche nel fatto che i comportamenti più assurdi, le ire più violente, le delusioni più cocenti sono dettati dalla passione per il calcio; lo spettatore sente di dover partecipare attivamente al gioco, alla sfida, allo scontro. Se per molti lettori sembrerà impossibile capire la motivazione che porta allo scontro fisico per un semplice gioco, può aiutare nella comprensione decifrarne l’importanza nella vita di così tante persone.  Per molti “il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”, come recitò il grande Arrigo Sacchi, ma per altri forse è anche di più.

Nel secolo scorso, il calcio ha assunto il ruolo di punto fermo, in tempi di profondi mutamenti politici e sociali. Con il crollo delle grandi ideologie e la crisi della religiosità, il calcio si erge a fenomeno religioso. Come osservò Pier Paolo Pasolini “il calcio diventa l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”.  I comportamenti della folla adunata all’evento sportivo hanno un sapore cerimoniale: i fedeli esprimono la loro partecipazione emotiva e scandiscono le azioni che si svolgono in campo con parole, canti convenzionali, gesti, atteggiamenti codificati. L’abbigliamento (sciarpe, capelli, maglie, bandiere) contribuisce alla metamorfosi delle apparenze e dei comportamenti che caratterizzano il tempo rituale. Il calcio diventa rito, teatro della modernità. La partita è la celebrazione, ecumenicamente condivisa via etere, con tanto di liturgia cantata.

E nel periodo di massimo mutamento religioso, politico, sociale ed economico nasce il fenomeno ultras: è la fine degli anni ’60, gli anni della grande contestazione quando a Milano nasce la Fossa dei Leoni (1968), che si riuniva nell’attuale secondo anello arancio (solo qualche anno dopo nell’anello superiore della Curva Sud). Nei primi giorni del 1969 nascono invece i Boys furie nerazzurre (divenuti nel 1981 Boys San, squadre azione nerazzurre con una più marcata collocazione politica di destra)

Fino a quel momento, si erano formate aggregazioni più o meno organizzate di appassionati: nei primi anni ’50 nacque a Torino il club dei “Fedelissimi Granata”, a Roma videro la luce in contemporanea i Circoli Biancocelesti e l’associazione giallorossa “Attilio Ferraris” mentre a Firenze i giocatori in maglia viola potevano contare sul sostegno del Club Viesseux e del club Settebello. Ma la comparsa del modello Ultras cambia i connotati alle tifoserie italiane: nel 1969 nascono i gruppi ultras di Sampdoria e Torino. I sampdoriani sono i primi ad utilizzarne l’espressione nel nome (Ultras Tito Cucchiaroni). A Torino i più esagitati dei Fedelissimi Granata fondano la sezione Commandos (dal 1971 adottando il nome Ultras Granata).

Nel 1971 fanno la loro comparsa altri gruppi che entrano di diritto in questa particolare storia: a Verona nascono le Brigate Gialloblù dell’Hellas da alcuni militanti dell’area movimentista di Borgo Venezia. I veronesi portano nel panorama italiano un nuovo stile che prende spunto dal mito del tifo inglese tanto nell’estetica quanto nei cori (anche grazie al gemellaggio con la tifoseria inglese del Chelsea). In questi anni lo stile ultras fiorisce anche nel centro sud: nel 1971 si costituisce in maniera pionieristica il Commando Monteverde Lazio, diventato una realtà nel 1974 (nello striscione, CML’74, viene riportata proprio quest’ultima come data di fondazione). Sempre a Roma, sulla sponda giallorossa del Tevere, nel 1972 nascono altri due storici gruppi ancora attivi, inizialmente agli antipodi: I Boys nati per iniziativa di Antonio Bongi, gruppo di estrazione borghese e politicamente destroide, dei quartieri bene della città (come Vigna Clara, Parioli e Balduina) ed i Fedayn guidati da Roberto Rulli, con tendenze di sinistra e anarchiche ed origini popolari (principalmente dal Quadraro e Cinecittà).  Più a sud, Nel 1972 nasce il Commando Ultrà Curva B a Napoli, da Gennaro Montuori, detto Palummella, uno dei capi tifosi più celebri della storia italiana, da uno zoccolo duro di tifosi dei rioni Sanità e Cavour.

A cavallo dell’Appenino nascono negli stessi anni i primi gruppi ultras della Fiorentina (i Superstars Supporters, che a seguito di un’ondata di arresti per incidenti con i tifosi romanisti, cederanno presto le redini del tifo al Collettivo Autonomo Viola nato nel 1978) e gli Ultras del Bologna (1974). Infine a Genova i sampdoriani trovano un degno avversario con la Fossa dei Grifoni del Genoa, esempio negli anni di tifo di matrice britannica e di scenografie mozzafiato. Inoltre in molte città i modelli si rafforzano immediatamente grazie a processi di aggregazione tre le neonate formazioni ultras: oltre all’ascesa del nuovo modello a Milano con la rapida espansione dei gruppi originari in sponda rossonera e nerazzurra, dall’esperienza iniziale del 1975 con i Panthers della Juventus, si svolta nel tifo bianconero con la nascita dei Black and White Fighters di Beppe Rossi nel 1977); Nello stesso anno a Roma i due gruppi ultras originari si uniscono ad altri di minor importanza (i Guerriglieri, la Fossa dei Lupi e le Pantere) e fondano il Commando Ultrà Curva Sud, esempio di stile e passione nel decennio successivo. Nella sponda biancoceleste al CML si affiancano gli Eagles (progenitori dei successivi gruppi della curva nord biancoceleste).

Alla fine degli anni ’70 quindi tutte le grandi città hanno un gruppo ultras organizzato che ne caratterizza il rituale domenicale. Seppur nelle differenze di colori e cori, tutte le piazze condividevano un nuovo stile di militanza. Le caratteristiche comuni erano la partecipazione, militanza, fede, all’ortodossia. Nel nuovo “rito” domenicale, ogni tifoso, specialmente se radicalizzato sceglieva di esserlo in maniera acritica, fideistica, istintiva e passionale. Il successo dello stile italiano del tifo si contrappose al modello nord europeo: nel resto d’Europa, si avvicendavano il modello ultrà italiano (Spagna, Olanda, Francia meridionale, Portogallo, Jugoslavia) e quello Inglese, (Germania, Francia settentrionale, Belgio, Grecia, Svezia, Ungheria, Polonia).

Ciò che caratterizzava il modello italiano, era la concezione politica, antagonista e conflittuale del tifo, che rivendicava una sorta di “proprietà morale della squadra, una sorta di cittadinanza del tifo”. Il modello inglese si presentava invece come una forma conflittuale essenzialmente impolitica, basata essenzialmente sullo scontro fisico e sul tifo durante la partita. Nell’evento sportivo il gruppo hooligan tendeva ad aggregarsi in piccole formazioni e le attività collettive (cori e sciarpate) non implicavano un particolare impegno extra-partita, né tantomeno gruppi di lavoro o responsabili di settore per le varie attività. Nel modello da torcida all’italiana, l’ultras (o meglio, ultrà) esalta la sua militanza in forme aggregative mutuate dall’esperienza politica di quegli anni (gli stessi gruppi ultras ne portano chiari riferimenti nei nomi come brigate, commandos, collettivo, nuclei d’azione ecc.). Queste strutture organizzative consentirono un tipo di attività superiori in termini di spettacolo (ad esempio con coreografie che coinvolgevano l’intera curva), comportando un forte carico economico e di lavoro.

Queste caratteristiche, strutture organizzative metapolitiche e sforzo economico, porteranno al successo negli anni ’70 e ’80 del modello italiano. Ma saranno anche una delle cause della degenerazione di tale modello negli anni ’90. Infatti se negli ultimi anni “il dodicesimo uomo in campo” (come amano definirsi i sostenitori di una squadra di calcio), ha subito un forte crollo iconografico nella società, questo è dovuto anche all’insostenibile peso di tali strutture. Ad aggravare la situazione ci sono stati poi anche dei fattori esogeni: infiltrazioni di formazioni politiche estreme e di ampi settori della criminalità hanno portato a cambiare il ruolo del 12° da aiutante della propria squadra a, in alcuni casi particolari, pericoloso antagonista. Ma questa è un’altra storia.

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Febbraio 1968 – Al Barbera va di scena il calcio femminile per beneficenza. Un arbitro d’eccezione: Franco Franchi

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – La nazionale femminile l’8 ottobre fa il suo esordio casalingo nella fase di Qualificazione al Campionato Europeo di calcio femminile (in programma in Inghilterra nel 2021) affrontando al “Renzo Barbera” di Palermo la Bosnia Erzegovina. Infatti le azzurre guidate da Milena Bertolini, finora hanno giocato sempre in trasferta raccogliendo tre vittorie su altrettante partite disputate.

I precedenti a Palermo sono cinque e vede le azzurre sempre vittoriose (Italia- Austria 6-0 del 06/06/1971, Italia- Jugoslavia 2-0 del 30/06/1973, Italia- Germania Ovest 3-2 dts del 01/07/1973, Italia- Messico 2-1 del 07/09/1975 e Italia-Portogallo 3-0 del 18/10/2000).

Lo stadio della Favorita, dunque, ritorna ad ospitare, dopo tantissimi anni, una partita di calcio femminile. Ma tra le sfide giocatasi nel “Comunale” del capoluogo siculo, quella che certamente sarà rimasta più impressa nella mente dei palermitani è datata 17 febbraio 1968 perché a dirigerla c’era un arbitro d’eccezione: Franco Franchi.

Quel giorno scesero in campo le squadre “Speron di Ferro”, formata da studentesse dell’ISEF (che corrispondeva all’attuale facoltà di Scienze Motorie), e “Stella del Mare” (composta da ragazze che frequentavano l’Università di Palermo) per raccogliere fondi in favore degli studenti universitari della zona colpita dal terremoto del Belice. Il comitato organizzatore, formato dai membri del Supremo Ordine Goliardico dell’Università, per attirare più persone sugli spalti decise di affidare il fischietto, per l’appunto, al mitico Franco Franchi. Il noto comico palermitano (protagonista di numerosi film insieme a Ciccio Ingrassia), munito di ombrello, diresse l’incontro in maniera “allegra”, dispensando punizioni e rigori a destra e a manca per “pilotare” il risultato verso il pareggio. Nessuno scandalo per carità, perché piuttosto che di una partita si trattava quasi di uno spettacolo in quanto l’obiettivo era quello di allietare il pubblico accorso sugli spalti.

Pina Arculeo, una delle ventidue ragazze scese in campo, ancora oggi ricorda nitidamente quella giornata di febbraio: “Quel giorno piovve tanto ed avevamo le magliette inzuppate d’acqua. Fu qualcosa di indescrivibile giocare in uno stadio così grande come quello della Favorita e davanti ad un pubblico tanto numeroso. Ricordo la straripante simpatia di Franco Franchi. Il terreno era pieno di fango ed era difficile e molto stancante giocare in quelle condizioni. Così ogni scusa era buona per dare un calcio di rigore e si proseguì così finché la partita non si concluse in parità. D’altronde le nostre non erano delle vere e proprie società di calcio femminile, il tutto fu un po’ improvvisato e chiaramente l’idea era quella di fare una sorta di spettacolo per raccogliere soldi in favore dei terremotati. Comunque il successo ottenuto ci spinse ad allestire due squadre dell’ISEF e per tutto l’anno organizzammo delle partite in giro per la Sicilia. Io continuai a giocare a calcio fino al 1971 quando poi smisi per impegni lavorativi. Il mio ruolo era quello di ala sinistra ma all’occorrenza potevo ricoprire anche il ruolo di portiere.”

Si ringrazia Pina Arculeo per la documentazione fotografica messa a disposizione.

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Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

“Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile” della GEO Edizioni (Prefazione scritta dal Vice Presidente L.N.D. Delegato per il Calcio Femminile Sandro Morgana).

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“Ago, Capitano silenzioso” – Ariele Vincenti porta a teatro la storia di Di Bartolomei

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Agostino Di Bartolomei… il Capitano di una generazione di romani e romanisti. Una storia bella e tragica in un calcio diverso dall’attuale, in un mondo diverso da oggi. È inevitabile, il tempo cambia tutto. Tutto… si tutto ma non l’amore di Roma verso colui che ha dimostrato attaccamento, rispetto e abnegazione, forse anche nel suo ultimo tragico gesto.

Ariele Vincenti decide, prendendosi un rischio e una responsabilità enorme, di portare questa storia e di raccontare questo amore a teatro, al Ghione. “Il teatro deve recuperare quell’antica funzione di raccontare”, ci dice un soddisfatto e orgoglioso Vincenti, “e la storia di Agostino permette di raccontare un tempo a me caro, fatto di partite di calcio interminabili e ginocchia sbucciate in modo perenne. Una vita di quartiere, con cui sono cresciuto, e che ora non esiste. Raccontare di Agostino significa trasmettere i suoi valori, significa trasmettere dei messaggi importanti e veri quali rispetto, serietà, abnegazione…Agostino consente questo: ri-dare al teatro la sua vera funzione. Agostino è la giusta ispirazione per veicolare i suoi valori proprio per ciò che rappresenta…”.

Parole importanti quelle di Ariele, appassionato del suo mestiere è evidente. È emozionato nel raccontarci il percorso intrapreso per arrivare a portare questa storia bella e al contempo tragica sul palcoscenico… ”Ho studiato tanto, ho raccolto informazioni e trascorso mesi a leggere giornali, a vedere e rivedere servizi televisivi. Ho riascoltato le sue frasi, mai banali. Un uomo che conosceva il valore del silenzio per comunicare. Ho raccolto testimonianze e racconti. Ho cercato di entrare nel personaggio cercando di rispettarlo al massimo, con grande riverenza. Ho provato e riprovato giornate intere. La scelta artistica del monologo consente poi di raggiungere una forza di coinvolgimento della platea molto alto, difficilmente raggiungibile con altre modalità. Dentro c’è poi il mio vissuto, le mie emozioni, che altro non sono che le emozioni di Roma”.

Dallo spettacolo emergono le caratteristiche tecniche e personali di Agostino, calciatore elegante nella sua movenza, ma anche la sua lealtà. Qualità e doti che ne hanno fatto un calciatore molto diverso dallo stereotipo classico: riservato, silenzioso, colto, rispettoso di tutto e tutti… le sue mani sempre dietro la schiena mentre si rivolge al Direttore di Gara di turno. Mai banale… “Arrivare in porto con il vessillo” è una frase che solo un condottiero colto forte e leale può pensare e pronunciare… una frase scritta sui muri di Roma”, dice Vincenti durante lo spettacolo. Agostino non effettua mai una giocata appariscente a scapito di un passaggio semplice ma funzionale, pensando sempre al bene della squadra, al compagno meglio piazzato: quando si dice che “si gioca al calcio così come si è nella vita”.

Ariele Vincenti riesce a trasmette tutto questo, riesce a coinvolgere lo spettatore che, con gli occhi lucidi, accompagna in alcuni momenti con qualche coro da stadio questo viaggio della memoria in una epoca diversa, quando la Roma era “La Maggica”. Un teatro, il Ghione, dove per l’occasione tanti padri scelgono di andare con i figli per mano. Così, come si fa quando da piccoli li si porta allo stadio coperti con i colori del cuore. Orgogliosi, e come si potrebbe essere diversamente, di far conoscere la storia del Capitano e ciò che ha rappresentato e che ancora rappresenta.

Ariele utilizza Giancarlo, un ex ultrà che ha appreso della morte di Agostino, suo amico a Tormarancia, per raccontare questa toccante storia in uno spettacolo da lui stesso scritto diretto e interpretato. Uno spettacolo in cui l’attore dosa e alterna sapientemente momenti in cui interpreta cori da stadio a moneti di silenzio. Il “SILENZIO”, il vero leitmotiv della serata… “Agostino è una figura universale”, prosegue Ariele, “avanti con il pensiero rispetto agli altri. Aveva capito che con il silenzio fai più rumore di una curva quando è stato appena segnato un goal“.

Perdonaci Capitano… noi non l’avevamo capito!

Roma, Teatro Ghione, dall’1 al 6 ottobre 2019
“AGO, Capitano silenzioso”, scritto diretto e interpretato da Ariele Vincenti. La canzone “Il calcio figlio del popolo” è di Emilio Stella.
Si ringrazia Maurizio Quattrini dell’ufficio stampa del Teatro Ghione di Roma

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