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Il Calcio Racconta

Essere Campioni è un dettaglio – “Come successe che Ferenc Puskás giocò contro l’Empoli”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto dal libro“Essere Campioni è un dettaglio – Storie dal XX secolo fra sport e società”, edito da “Scatole Parlanti”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi un estratto dal Capitolo III – “Come successe che Ferenc Puskás giocò contro l’Empoli”, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

 

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Dal Capitolo III “Come successe che Ferenc Puskás giocò contro l’Empoli”

 

Allo stadio Lenin di Mosca, il 23 settembre 1956, l’Ungheria vinse per la prima volta contro l’URSS, grazie a un gol di Czibor che entrò in porta con la palla. Fu una partita durissima, che l’Aranycsapat giocò con rabbia e aggressività, odio e rancore, i sentimenti che tutti gli ungheresi provavano per la potenza straniera che aveva di fatto colonizzato il loro paese. Esattamente un mese dopo, [a Budapest] una manifestazione studentesca di protesta coagulò il dilagante malcontento e accese la miccia dell’insurrezione. Gli operai si unirono ai giovani universitari, le forze dell’ordine e i vertici politici assistettero impotenti alla ribellione popolare, che giunse al punto di abbattere la gigantesca statua di Iosif Stalin che svettava sulla celebre piazza degli Eroi. Il riformatore Imre Nagy andò al governo, ma il suo tentativo di trasformazione democratica del regime comunista fu interrotto dall’arrivo dei cingolati dell’Armata Rossa, che schiacciarono la rivoluzione e le speranze e i sogni di cambiamento di milioni di uomini e donne.

Su vari organi di stampa occidentali rimbalzò persino la notizia della morte di Puskás, che in realtà si trovava al sicuro con la Honvéd oltre la “cortina di ferro”, in attesa di disputare gli ottavi di finale della Coppa dei Campioni contro l’Athletic Bilbao. Dopo aver perso l’andata per 2-3, i giocatori ungheresi, raggiunti dalle famiglie, decisero di non tornare a Budapest. La gara di ritorno, giocata a Bruxelles, costò loro l’eliminazione, mentre il volontario esilio fu pagato con una squalifica biennale comminata dalla FIFA – per diserzione, si direbbe.

Comincia qui la sequenza di eventi destinata a sbugiardare tutte le rievocazioni finora rievocate, le quali esordiscono quasi immancabilmente affermando che Puskás, questo grande fuoriclasse che fu, non ha mai giocato per una squadra italiana. Il che non è vero.

Il bando della FIFA ebbe la conseguenza di smantellare la “squadra d’oro”, poiché i suoi protagonisti sciamarono per l’Europa alla ricerca di un ingaggio. Dopo vario girovagare, Puskás approdò a Bordighera. Decisione assai furba, quella dell’asso ungherese, che doveva essere informato del fatto che anche allora il Belpaese era una specie di bengodi per i pedatori forestieri, che arrivavano in gran numero attirati dai cospicui gruzzoli elargiti da presidenti particolarmente dissipatori – “ricchi scemi”, ebbe causticamente a definirli il presidente del CONI Giulio Onesti, per l’autolesionistica propensione a dilapidare ingenti capitali in spregio a qualunque regola di buona amministrazione –, nonostante si debba riconoscere che a paragone della presente e numericamente abnorme “legione straniera”, quei tempi possano esser quasi riclassificati come autarchici.

Sulla costa ligure, Puskás frequentava l’albergo gestito dai coniugi Remo Nannucci ed Emma Toccafondi, entrambi originari di Signa, un paesino a pochi chilometri da Firenze, che giace alla confluenza dei fiumi Arno e Bisenzio. Proprio allo scopo di favorire la ricerca del calciatore, Nannucci lo presentò all’amico Renato Bonardi, dirigente del Signa 1914, un sodalizio sportivo largamente misconosciuto anche in Toscana e che tuttavia vanta natali più antichi della stessa Fiorentina – la cui fondazione risale al 1926 –, incapace però nei suoi oltre cento anni di storia di fare meglio di qualche campionato di Serie C nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale. Grazie alle sue entrature presso i vertici della società viola, Bonardi ebbe dei colloqui con Puskás finalizzati al suo trasferimento a Firenze. All’epoca, i gigliati avevano da poco vinto il loro primo scudetto e nel 1957 erano giunti all’atto conclusivo della Coppa dei Campioni, arrendendosi solo al portentoso Real Madrid campione in carica, che prevalse nella finale, giocata peraltro sul terreno amico, in virtù di un tardo e contestato rigore di Alfredo Di Stefano, duplicato prima della fine da

un gol di Francisco Gento. La Fiorentina sarebbe insomma stata un approdo più che conveniente per il “meraviglioso magiaro”, che perciò si recò a Signa con il suo poco bagaglio da profugo, nella speranza che si concretizzasse il trasferimento in viola.

Durante quelle oziose giornate, Puskás fraternizzò con la famiglia del suo cortese ospite, stringendo una sincera amicizia che avrebbe resistito al trascorrere degli anni e al suo status di icona del calcio mondiale. I signesi se lo mangiavano con gli occhi quando passeggiava per la cittadina, pur faticando a distinguere il campione in quel distinto e disponibile signore visibilmente sovrappeso,

la cui genetica tendenza alla pinguedine era peggiorata dall’inattività forzata e dall’incertezza circa il futuro che l’attendeva. Lo sbalordimento dei suoi occasionali concittadini toccò il culmine quando una notizia che doveva restare segreta filtrò fra i chiacchiericci dei paesani: Bonardi aveva convinto Puskás a indossare le scarpette bullonate e la maglia numero dieci dei “canarini”, come sono chiamati i giocatori del Signa 1914 dal colore giallo-blu delle loro divise.

Il 23 gennaio 1958, il modesto terreno di gioco dirimpetto alla stazione ferroviaria, che per solito offriva il conforto di rari ciuffi d’erba soltanto in prossimità delle zone d’angolo, fu lo scenario di un improbabile spettacolo di fronte a una folla entusiasta e stipata in ogni spazio disponibile. Il più celebre calciatore dell’epoca scese in campo per un’amichevole contro la seconda squadra dell’Empoli a fianco di carpentieri, elettricisti, ferrovieri e operai, i suoi inverosimili compagni di squadra per un giorno. Proprio come sarebbe successo nel 1967, quando un ormai anziano Ferenc Puskás rispose inaspettatamente all’invito di un’associazione filantropica del Merseyside e si recò in Inghilterra per una partita di beneficenza fra attempate glorie locali e giovani speranze mai sbocciate, quello che più sconcertò e divertì il pubblico fu ascoltare l’annunciatore che declamava l’elenco dei titolari. Il Signa 1914 schierò Michelagnoli, Piccini, Calonaci, Paoletti, Tognazzi, Tofani, Ceccatelli, Mischi, Torti, Puskás, Pagliai.

Puskàs, nel cerchietto, con la formazione del Signa

Con l’ovvia eccezione del loro accidentale collega ungherese, nessuno degli altri era mai stato neanche vagamente vicino a qualcosa di simile alla “popolarità calcistica” o aveva mai letto il proprio nome su un giornale. Le persone allo stadio non poterono trattenere un sorriso divertito quando nomi fra loro incoerenti furono pronunciati uno dopo l’altro: … Mischi, Torti, Puskás e Pagliai! Fossi stato presente, mi avrebbe colto una sensazione conosciuta. Da bambino, la Juventus era tutta la mia vita e come tanti coetanei giocavo a calcio in una squadra della mia città. Se c’era un dubbio che incrinava il mio convincimento che presto o tardi sarei diventato un calciatore acclamato dalle folle non era l’insufficiente fiducia nelle mie qualità tecniche o caratteriali, piuttosto lo straniamento che mi procurava il mio nome se accostato a quello dei miei idoli: … Causio, Tardelli, Boninsegna, Bruschi, Bettega… no, non poteva funzionare in nessun modo!

L’Empoli fu agevolmente regolato per 3-0. Puskás non segnò, limitandosi ad assistere per il gol un paio di compagni, che a malapena tenevano lo sguardo sulla palla, intenti com’erano a fissarlo in adorazione. Secondo un reporter che fece il viaggio da Firenze, il migliore in campo fu il portiere empolese, il giovane Luciano Corsinovi, che neutralizzò le quattro poderose conclusioni del magiaro, ricevendone a fine gara i più vivi complimenti. Al termine della giornata, l’unica stella dell’incontro si concesse agli ammiratori durante una cena tenuta nei locali del teatro comunale, soddisfacendo nutrite falangi di cacciatori di autografi e foto-ricordo.

Nonostante la disinvolta sgambatura, Puskás non convinse la Fiorentina, né gli osservatori di Juventus e Inter, che si fecero probabilmente sviare dalla sua silhouette tutt’altro che filiforme e dall’età non più verde…

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16 gennaio 1985 – La Juventus vince la Supercoppa Europea

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Nel giorno in cui tutta Italia del nord fu ricoperta dalla famosa “nevicata del secolo”, la Juventus e tutta la famiglia Agnelli, in collaborazione con il Comune di Torino e la Protezione Civile, fece di tutto perché in una Torino con trenta centimetri di neve, si potesse giocare quella partita che, con il senno di poi, fece la storia del club.

Si doveva giocare a tutti i costi: furono spazzate le vie di accesso allo Stadio Comunale, fu liberata dal ghiaccio la pista dell’aeroporto di Caselle per rendere possibile l’atterraggio dell’aereo del Liverpool, fu spalato a tempo record il campo da gioco e fu scelto di giocare con un pallone rosso per renderlo il più visibile possibile ai tifosi, previsti in oltre 55.000 quella sera.

L’organizzazione per la disputa del trofeo, meteo a parte, fu travagliata dal principio, visto il fittissimo calendario di impegni delle due squadre. Fu spostata infatti volutamente a fine anno, poiché il presidente Boniperti non vedeva favorevolmente l’eventualità di incontrare due volte il Liverpool vista anche la possibilità di “pescarli” in Coppa Campioni. Quando la UEFA propose il 13 dicembre per la partita di andata, da Torino arrivò il rifiuto. Questo limbo si interruppe dopo i sorteggi dei quarti di Coppa Campioni, nei quali la Juve evitò il Liverpool. Le due squadre così raggiunsero un accordo per disputare una gara unica al comunale di Torino il 16 gennaio.

Così la Juventus si aggiudicherà la Supercoppa europea battendo 2-0 il Liverpool, con una doppietta di Zbigniew Boniek, il quale illuminerà lo stadio con due colpi fantastici, uno per tempo, scrivendo la miglior partita della sua carriera in Italia.

La Juventus agli ordini di Trapattoni scese in campo con Luciano Bodini in porta, Luciano Favero e Antonio Cabrini terzini, Sergio Brio stopper, Gaetano Scirea (capitano) libero, Massimo Bonini e Marco Tardelli centrocampisti, Massimo Briaschi ala destra, Zibi Boniek ala sinistra, Paolo Rossi centravanti e Michael Platini in cabina di regia, una formazione stellare.

I Reds invece, venivano dalla vittoria ai rigori all’Olimpico contro la Roma in Coppa Campioni nel 1984, ma quella di Torino invece, fu decisamente una tappa da dimenticare nella loro storia delle competizioni europee.

Fu una partita prevalentemente equilibrata e con il gioco in mano ai Reds, le cui azioni offensive però non portarono ai risultati sperati grazie ad un’ottima azione difensiva della Juventus, la quale impostò le azioni sul contropiede e sulla velocità di Boniek, che da quella sera ebbe il soprannome di “bello di notte” affibbiatogli dall’avvocato Agnelli.

Fu merito di due assist di Briaschi che lo lanciarono verso Grobbelaar e gli diedero l’occasione, in entrambi i casi sul finire dei tempi, di colpire la squadra avversaria e regalare una serata storica al club bianconero.

Con quella vittoria, la Juventus fu la prima formazione italiana ad entrare nell’albo d’oro di una competizione che resta la terza più importante in Europa dopo la Champions League e l’Europa League.

L’immagine dell’immortale capitano Gaetano Scirea con la coppa e con la maglia degli avversari, rimarrà negli occhi e nei cuori di chiunque abbia vissuto quel periodo e di ogni vero tifoso juventino, grato ad una società e ad una squadra forte che fece razzia di trofei in quegli anni.

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Maradona: «Ho l’ernia del compact-disc»

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Napoli – Inter del 15 gennaio 1989, i nerazzurri comandano la classifica con 22 punti mentre i partenopei seguono con 19. Una grandissima attesa quindi preceduta da tante problematiche… “una partita di calcio, una sfida fra club celebri, un’ernia del disco, un massaggiatore fiammingo mai arrivato, un calciatore argentino arrabbiato, una paura diffusa, una popolazione in ansia, alcuni biglietti falsi, molti carabinieri tesi, un gran bel sole, un brasiliano riconfermato, una storia di cavalli, un allenatore bonzo“ (Cit. La Stampa, 15 gennaio 1989). È questa la descrizione dell’attesa.

Si vocifera di un problema per Maradona: “Ernia del disco?”, commenta il campione argentino al termine degli allenamenti, “Ho visto gente con l’ernia del disco, sta immobile, se si muove soffre. Guardate me. Io casomai ho l’ernia del compact-disc, per passione musicale. Scherzi a parte mi sento benino, non al cento per cento ma forse al novantanove. Contro l’Inter gioco, e penso di poter giocare bene. Però lasciatemi dire che sono scosso per le voci intorno a me e dunque intorno al Napoli: sono una mancanza di rispetto per chi lavora a curare la nostra salute, dico il dottor Acampora, dico il fisioterapista Carmando…” (Cit. La Stampa, 15 gennaio 1989).

Poi ci pensa Acampora, medico sociale del Napoli: “Il mal di schiena di Maradona è sotto controllo, senza complicazioni”.

Ah, la contesa terminerà 0-0.

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1998: Christian Panucci sportivo dell’anno

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Savona e la sua provincia hanno deciso, con il referendum de La Stampa (Ed. Levante) dove sono arrivate circa 150 mila schede, di incoronare Christian Panucci Sportivo dell’anno e atleta più rappresentativo della provincia della città ligure. Questa la notizia sfogliando il quotidiano La Stampa del 14 gennaio 1999.

Il difensore del Real e della Nazionale italiana, a soli 25 anni è campione d’Europa e del Mondo, con la maglia di una delle società più prestigiose: il Real Madrid. Nel corso dello 1998 ha vinto con le merengues la Supercoppa di Spagna, la Coppa dei Campioni d’Europa e la Coppa Intercontinentale per club. Unico italiano a vestire, sino a questo momento, la maglia del Real. Un palmares importantissimo pur essendo così giovane: due volte campione d’Italia con il Milan, una volta campione di Spagna con il Real Madrid, due volte campione d’Europa con la Nazionale Under 21, due volte vincitore della Coppa Campioni (Milan e Real), una volta vincitore della Coppa Intercontinentale (Real), vincitore di una Supercoppa di Spagna e di un identico titolo in Italia, «Bravo ’92» come miglior giovane calciatore europeo.

Di seguito la classifica completa:

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