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Il Calcio Racconta

27 luglio 1994 – Alexi Lalas, un americano a… Padova

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Negli anni settanta, si diceva che in America tutti fossero ricchi e tutto fosse nuovo, tutto tranne il calcio che, in quel periodo e fino agli anni novanta, in quella zona geografica era considerato la “periferia” del pallone, visto che la nazionale non si qualificava mai ai mondiali ed era il luogo dove qualche ex campione si rifugiava per qualche dollaro in più a fine carriera.

Agli inizi degli anni novanta, le cose cominciarono a cambiare e nell’estate del ’94 ci furono i mondiali. La nazionale di casa, nonostante non arrivi in finale, fa una bella figura arrendendosi solo agli ottavi di finale con i futuri campioni del Brasile. In quella nazionale non ci sono moltissimi talenti, ma il gruppo è affiatato e ben organizzato, gioca bene, si diverte con un gioco lineare e semplice.

Uno dei pilastri di quella nazionale è il difensore centrale Alexi Lalas, giocatore famoso non tanto per le sue prestazioni, ma per il look: capelli lunghi mossi e rossi con baffoni e barba lunga.

Di origini greche, ma nato nel Michigan nel 1970, è un difensore bravo di testa e bravo a spazzare via il pallone, guida la difesa con personalità e quando esce dal campo suona rock con la sua band i “Ginger”. In quel periodo in Italia, c’è una squadra di serie B tornata in A dopo 32 anni e dopo uno spareggio all’ultimo sangue contro il Cesena, è il Padova di Sandreani – Stacchini.

È proprio questa coppia di allenatori che, guardando i mondiali in USA, si innamorano di questo difensore e chiedono alla società di portarlo in Veneto.

In fondo il Padova si appresta a giocare il campionato di serie A del ’94/’95 con lo stadio Euganeo nuovo di zecca e con un difensore appena arrivato in Italia che non parla italiano e che sbarca in aeroporto il 27 luglio 1994, con la chitarra sulle spalle, ride sempre e conquista numerose pagine dei quotidiani sportivi italiani.

Alexi Lalas infatti, è il primo statunitense a giocare nel campionato italiano, visto che i precedenti erano due italoamericani nella Fiorentina degli anni trenta.

Il campionato inizia male per il Padova, che perde le prime partite, un 5-0 a Genova contro la Sampdoria, uno 0-3 in casa contro il Parma, un 2-0 a Torino e un 0-2 in casa contro il Bari. La squadra sembra senza carattere e pronta a tornare in B.

Lalas, anche in Italia, è più famoso per il suo look che per le prestazioni. In campo urla ordini in inglese e negli spogliatoi intrattiene la squadra con canzoni americane.

Il primo punto del Padova arriva alla quinta giornata con la rimonta da 1-3 a 3-3 contro il Napoli, grazie ai due gol del centravanti Maniero. Nella giornata successiva ospitano il Milan campione d’Italia e d’Europa e, di fronte ad uno stadio Euganeo pieno zeppo e ad un avversario glorioso, proprio Lalas di piatto segnerà il suo primo gol a Sebastiano Rossi. Lo stadio impazzisce e Lalas che salta i cartelloni per andare a festeggiare sotto la tribuna dei suoi tifosi, viene ammonito dall’arbitro. La partita finirà 2-0 per il Padova, con il gol di Gabrieli.

A fine partita le telecamere e i microfoni sono tutti per il difensore americano, che non vede l’ora di fare il suo show. In effetti, la stampa italiana abituata ai giocatori seri e musoni, ha pane per i suoi denti. Lui ride e dichiara in italiano: “fatto gol, vinto, bene, bene” e quando gli chiedono dell’ammonizione risponde ancora “These are the rules?” Cioè “sono queste le regole?” E con una sonora risata conclude con un “Ah, ok!”.

Alexi Lalas era così, per lui il calcio era un divertimento, non un mestiere. Nel frattempo il Padova si riprende ed è lui a condurre la difesa, fino ad arrivare a giocarsi lo spareggio salvezza contro il Genoa a Firenze vincendolo ai calci di rigore.

Lalas è un idolo a Padova, la gente lo ferma e gli chiede foto, autografi e lui è sempre sorridente e disponibile con tutti.

Il campionato ’95/’96 è più difficile per il Padova che, perdendo il suo pezzo forte Maniero andato alla Samp, a fine stagione retrocede in B.

Lalas non vuole giocare la B e torna degli Stati Uniti per giocare nei New England Revolution, nei New York Metrostars, nel Kansas City e nei Los Angeles Galaxy dove chiuderà la sua carriera calcistica nel 2003 e di cui sarà dirigente fino al 2008.

Si conclude così la sua carriera da calciatore. Ora Alexi Lalas è sposato e ha figli e continua a fare musica. Ha una laurea conseguita nel 2014 dopo oltre 20 anni di studi, presa per dimostrare ai bambini che nella vita non bisogna mai arrendersi. A Padova invece, è ancora un idolo, una parentesi simpatica in anni ricchi di tensioni e malumori.

Romana e romanista di nascita, trasferita in Friuli Venezia Giulia per sbaglio. Una laurea in scienze della comunicazione, un lavoro come responsabile marketing e un figlio portiere mi riempiono la vita. La mia grande passione è il calcio, la sua storia e tutto quello che ne fa parte.

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21 agosto 1979 – Il silenzioso addio a Giuseppe Meazza

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Giuseppe Meazza… tanto basta per riempirsi la bocca di leggenda. Tanto basta per riportare la mente ad un calcio fatto di miti, quelli dei mondiali del 1934 e del 1938. Uno dei calciatori più importanti, più forti nella storia del calcio nostrano. Una figura sospesa tra mitologia e fascino pionieristico.

“Il centravanti della Nazionale italiana degli Anni Trenta, è morto a Rapallo, sulla Riviera di Levante, dove si era trasferito da alcuni anni. Meazza era affetto da una grave ed incurabile malattia. I funerali si sono svolti in forma privata. Meazza infatti aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà che l’annuncio della sua morte venisse dato soltanto a funerali avvenuti. La notizia è stata fatta trapelare la notte scorsa da alcuni amici di Rapallo dell’ex giocatore…” (Cit. La Stampa, 23 agosto 1979).

Se ne va così, come aveva voluto, Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn, e più tardi detto Balilla.

Un calciatore che ha dettato la moda, lanciando l’abito blu gessato, imitato nella pettinatura, tra i primi calciatori a concedere autografi. Una “Star”, un “Vip”, forse addirittura “Influencer” … si sarebbe detto anni dopo.

Entra nei ragazzi dell’Ambrosiana a quattordici anni e, due anni più tardi, viene aggregato in prima squadra e disputa la Coppa Volta. In questa occasione l’allenatore Weisz legge nello spogliatoio la formazione annunciando la presenza in campo del giovane Meazza nell’undici iniziale. Uno dei calciatori più anziani, Leopoldo Conti, esclama: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!». L’Opera Nazionale Balilla raccoglie tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni e al “vecchio” Conti viene spontaneo apostrofare in quel modo il giovane Meazza. Lui risponde sul campo: due gol.

Rapidità intellettuale, intuito, fiuto del gol, rappresenta “l’orgogliosa risposta autarchica agli estrosi oriundi importati dal Sud America… Il calcio come invenzione e astuzia, non più come esclusiva possanza atletica e brutalità fisica. Il calcio come arte… Era onnipresente nell’azione esclusivamente per l’innato senso della geometria calcistica” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 23 agosto 1979).

I numeri? 457 partite in campionato e 372 gol, potrebbero bastare questi per esprimere e raccontare la sua grandezza. Due volte campione italiano, nel 1929-30 e nel 1937-38, una Coppa Italia nel 1938-39 con l’Inter. Tre volte capocannoniere, nel 1929-30 (31 gol), nel 1935-36 (25) e nel 1937-’38 (20).

Con la maglia azzurra conta 53 presenze, di cui 17 da Capitano, con 33 reti. L’esordio il 9 febbraio 1930 contro la Svizzera, l’ultima l’11 giugno 1939 davanti alla Romania. Con la Nazionale di Pozzo scrive pagine forse irripetibili: due volte Campione del Mondo, 1934 e 1938, due volte vincitore della Coppa Internazionale.

Nel 1939 è costretto a fermarsi per oltre un anno in seguito a quello che veniva definita “sindrome del piede gelato”, una vasocostrizione di natura traumatica di un’arteria.

Non vuole smettere con il calcio giocato e passa allora al Milan, uno scandalo. Nel 1942 si trasferisce alla Juventus e anche stavolta crea grande scalpore. Poi Varese, Atalanta e di nuovo Inter. A Bergamo e Milano, in queste due ultime esperienze, copre il ruolo di giocatore-allenatore. Appesi gli scarpini al chiodo prova la strada da all’allenatore, anche all’estero con i turchi del Besiktas, esperienza che dura solo pochi mesi. Poi Pro Patria e ancora Inter. In seguito diviene responsabile del settore giovanile dell’Inter.

Ora in silenzio… così come hai voluto.

 

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Prima parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del ’23, il Genoa fece una leggendaria tournée nel Cono Sur de America, affrontando le Selezioni Nazionali di Argentina e Uruguay, ricevendo una calorosissima accoglienza dai liguri di Buenos Aires e Montevideo.  La vicenda, per usare un termine giuridico, “è agli atti”. Nella sua lunga storia, il Grifone ha, per così dire, vissuto una sua “Estate Tanguera”.

Ci sono articoli della stampa italiana e argentina dell’epoca, pubblicazioni e libri a riguardo, che ricostruiscono tutto questo molto dettagliatamente. Un esempio per tutti, è quello tratto dal libro di Camillo Arcuri e Edilio Pesce, “Genoa and Genova. 1893-1993. Una Squadra, una Città, Cento Anni Insieme”; pubblicazione uscita 26 anni fa, in occasione del centenario del Grifo che, tra l’altro, può vantare due contributi preziosi: la copertina ideata dal celebre scenografo e illustratore, candidato due volte all’Oscar, Emanuele Luzzati, e una poesia al suo interno dell’illustre poeta Edoardo Sanguineti, il quale per l’occasione creò appunto un componimento in omaggio a James Spensley.

Alla pagina 65 di questo bellissimo libro, accanto ad una foto scattata a Buenos Aires nell’estate del ’23, si può leggere: “Il corteo delle auto, con la squadra del Genoa, si reca tra due ali di folla a rendere omaggio al monumento del Generale Manuel Belgrano, eroe dell’indipendenza argentina”.  E ” le due ali di folla “non sono certo un’esagerazione del cronista. Chi ha dubbi a riguardo può controllare da solo. Del resto, nel libro in questione, qualche pagina prima si può anche leggere: “È una festa l’arrivo nel porto di Baires, con una gran folla accorsa ad augurare ‘buena suerte’ alla comitiva rossoblù, messaggera di sportività e genovesità, in terre dove la presenza ligure era tanto diffusa quanto apprezzata”. In effetti, in quegli anni, nella parte più meridionale del continente americano, il football era ormai diventato un fenomeno sociale di massa ed aveva raggiunto livelli tecnici davvero notevoli. Tra l’altro, Genova aveva contribuito in modo notevole alla diffusione del calcio nella capitale argentina: il River Plate e il Boca Juniors furono, infatti, fondati da emigrati genovesi, rispettivamente nel 1901 e nel 1905. Basta dare un’occhiata alle generalità dei fondatori, dei dirigenti, e dei primi giocatori per notare subito una serie di nomi dalla chiara impronta ligure che, in alcuni casi, lasciano    anche    intuire   la   località   di provenienza: Pedemonte e Carrega, Salvarezza e Moltedo, Bricchetto, Ratto e Baglietto.

Il Boca Juniors è forse il club che ha conservato più integralmente e più lungamente queste radici genovesi. Infatti, i tifosi di questa squadra amano definirsi “Xeneises”, adattamento ispanizzante della parola “Zeneisi”, che nella lingua genovese indica appunto gli abitanti di Genova.

A riprova di questa mia affermazione, può essere considerato il fatto che sul sito ufficiale del Boca Juniors, nel 2015, oltre all’opzione in spagnolo, e a quella in inglese, per la navigazione delle pagine web si poteva anche scegliere la lingua della città della Lanterna. Ed è questo il motivo per cui, ad esempio, in relazione alla maglia del Boca, nel sito della squadra argentina si poteva leggere che: “O mariolo do Boca o l’è ciù che ‘n sempliçe abito sportivo. O l’è o  tezöo d’ogni tifozo ch’o ghe demanda a-i zugoei de sualo fin a in fondo. O l’è o mantello sacro lödòu da çentenae de cansoin. O simbolo ch’o l’unisce i xeneizes spantegae in gio a-o mundo”. Traduzione per i non genovesi: “La maglia del Boca è qualcosa di più di un semplice abito sportivo. È il tesoro di ogni tifoso e pretende che i giocatori l’impregnino di sudore. È il mantello sacro lodato in centinaia di canzoni.  Il simbolo che unisce i genovesi della Boca sparpagliati in giro per il mondo”. Il genovese, quindi, è forse l’unica lingua di una città italiana ad essere stata utilizzata nel sito ufficiale di una squadra straniera.

Comunque, per tornare alla tournée del Genoa nel ’23, va tenuto presente che, tra il ‘20 ed il ’30 del secolo scorso, il calcio sudamericano, e quello uruguayano in particolare, raggiunse livelli di assoluta eccellenza. La squadra uruguayana di calcio vinse le Olimpiadi del 1924 che, in mancanza del campionato mondiale, a quei tempi non ancora creato, era la massima competizione intercontinentale di football allora esistente; l’anno dopo, il Nacional di Montevideo fece una mitica tournée europea, della durata di circa sei mesi, “la historica gira de 1925”, affrontando, di fronte ad un totale di oltre 800.000 spettatori in 38 partite, storici club europei (tra i quali possiamo citare Barcellona, Deportivo La Coruña, Sporting Lisbona, Porto, Basilea, Rapid Vienna e Genoa), e ottenendo il notevole score di 26 vittorie e sette pareggi; tre anni dopo, nel 1928, il titolo olimpico fu per l’ennesima volta prerogativa dei calciatori uruguagi; e poi, nel ‘30, quando finalmente vennero organizzati i primi mondiali di calcio,  furono  gli  uruguayani,  ancora  una  volta,  ad imporre la loro supremazia, alzando al cielo la Coppa Rimet.

Buenos Aires. Gli emigrati italiani, con tanto di mandolino e chitarra sullo sfondo, rendono omaggio ai giocatori del Genoa. A sinistra si riconosce Luigi Burlando. Al centro Ottavio Barbieri (con cappello chiaro e cravatta), dietro di lui, alla sua sinistra, Renzo de Vecchi. Dietro de Vecchi si riconosce Adolfo Baloncieri (individuabile per il farfallino). A fianco di Baloncieri, si trova Aristodemo Santamaria (anche lui con cappello chiaro e cravatta).

È questa la cornice storica in cui il Genoa, nel 1923, partì in transatlantico da Genova per una tournée, in America Latina; tournée nella quale avrebbe appunto affrontato le più forti nazionali del Sud America. In quella occasione, ci furono anche dei “pour parler” per giocare contro il Brasile.  Ma le trattative non andarono in porto e alla fine furono organizzati solo gli incontri con Argentina e Uruguay.
Va anche detto che il Genoa quell’anno non aveva semplicemente vinto il campionato ma aveva addirittura finito il torneo imbattuto. E il sostegno dei tifosi genoani a quella mitica squadra non era mancato neanche in trasferta. Durante quella stagione fu addirittura organizzato un treno speciale, per la partita col Padova: partenza da Genova alle sei di domenica e rientro previsto per le tre di mattina del giorno dopo. Ma le cronache narrano anche come quella partita, a Padova, non registrò solo l’arrivo del treno genoano. L’entrata dei rossoblù in campo fu infatti accompagnata dal lancio in aria di centinaia di berretti. Erano quelli dei marinai genovesi delle flotte militari, giunti dalle basi navali dei porti di Venezia e Trieste. Fatta quella che per me era una doverosa precisazione storica, possiamo quindi tornare alla tournée in Uruguay e in Argentina.

Continua… 

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17 agosto 1934 – Nasce Salvador Calvanese

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Il 17 agosto 1934 nasce Salvador Calvanese, conosciuto come Toto Calvanese. Argentino, arrivò in Italia, al Genoa, nel 1959. Passò poi al Catania l’anno successivo. In Italia ha vestito anche le casacche dell’Atalanta dal 1962 al 64 e della Juventus nel 1962 disputando solo gare di Mitropa Cup. Ma è con il Catania che possiamo identificare il calciatore, con 123 presenze e 25 reti. Proprio una di queste marcature è entrata nella storia nel giorno del famoso “Clamoroso al Cibali” quando il Catania si vendicò del 5-0 patito a San Siro nella gara d’andata e facendo così perdere il titolo all’Inter … “l’oriundo si portava da solo tutto in avanti. Il terzino Facchetti e il portiere Da Pozzo si precipitavano su di lui e tutti e tre cadevano a terra: Calvanese si riprendeva per primo e spediva la palla nella rete rimasta priva di ogni difensore. Faceva 2-0” (Cit. Stampa Sera, 5 giugno 1961).

Chiuse la carriera nel ’67 e cominciò ad allenare le giovanili della società etnea, ma non ebbe in questa veste una grandissima fortuna.

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