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Il Calcio Racconta

Raffaele Jaffe, il fondatore del Casale deportato e giustiziato ad Auschwitz nell’Agosto del 1944

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Raffaele Jaffe nasce ad Asti l’11 ottobre del 1877. Dopo la laurea trova impiego come professore di scienze naturali e chimica presso l’Istituto Tecnico Leardi di Casale Monferrato.

Un giorno, nel 1909, rincasando dal lavoro, incontra lungo la strada un gruppo di suoi allievi che lo convinsero ad andare a vedere una partita a Cresana.

Per Jaffe, che non conosceva né praticava calcio, è un vero e proprio amore a prima vista, dato che pochi giorni dopo convince gli stessi ragazzi a formare una squadra, il Casale.

In un’epoca in cui i vicini di casa della Pro Vercelli dominavano il calcio italiano, Jaffe decise che era arrivato il momento di un’alternativa poiché trovava inaccettabile che, con i valori di grinta e sudore della provincia, la Pro Vercelli fosse l’unica ad aver costruito una corazzata destinata a dominare il calcio italiano per molti anni.

Il 18 dicembre 1909, in un’aula dell’istituto Leardi, nasce ufficialmente il Casale Football Club: il presidente della società è lo stesso Jaffe, il presidente onorario il professor Gerolamo Occoferri, preside dell’istituto.

Con il chiaro intento di contrapporsi ai vicini di Vercelli e alla loro maglia bianca, il Casale vestirà casacche rigorosamente nere con una stella bianca, perché “ci vorrà molta fortuna per sfidare i grandi nemici”.

La fortuna sorride agli audaci e quindi anche a Raffaele Jaffe e i suoi ragazzi che, in pochi anni, prima trionfano in terza serie, poi dopo una stagione più che positiva in seconda approdano, grazie ad una sfida vinta contro i milanesi della Libertas, nella massima serie. Dopo soli due anni, il Casale ha raggiunto la Pro Vercelli.

I primi anni sono durissimi. Dopo un girone di andata disastroso, i ragazzi del Casale riescono a recuperare punti e, nella stagione successiva a fare ancora meglio. La Pro Vercelli intanto vinceva tutto, ma nonostante questo, il tempo passava e i giovani della squadra del professore Jaffe erano sempre più uniti.

Nel 1913 arrivano in Italia gli inglesi del Reading che, grazie alla grande differenza di qualità tra calcio inglese e calcio italiano, superano prima il Genoa 4-2 e poi il Milan con un 5-0, arrivando nella sconosciuta Casale Monferrato certi di una vittoria. I ragazzi del professore vinsero 2-1 diventando il primo club italiano della storia capace di battere un club inglese. Da questo momento iniziano per il Casale una serie di vittorie consecutive.

Così, nel 1914 diventa Campione d’Italia proprio il Casale, nonostante i pronostici non a favore. La squadra era ormai una realtà affermata a cui mancava solo la consacrazione che arriva nell’edizione 17 del nostro campionato, entrando di fatto nella storia. Nella fase finale del girone piemontese – ligure si qualificano con un punto in più della Pro Vercelli e nel girone nazionale battono Genoa, Inter e Juventus, fino alla doppia finale in cui superano i campioni meridionali della Lazio.

I ragazzi del professor Jaffe, dopo cinque anni dalla nascita, sono campioni d’Italia.

In città è festa grande. L’impresa viene festeggiata con cori e bevute, i calciatori – allora del tutto simili ai loro tifosi per abitudini e status – vengono abbracciati con orgoglio dai propri concittadini. È facile immaginare come il professor Jaffe sorrida, orgoglioso di quanto realizzato: il Casale, e le sue inimitabili maglie nere con la stella bianca, sono sulla bocca di tutti.

Nel 1919, Raffaele Jaffe abbandona la società nerostellata, di cui comunque continua a seguire sempre le sorti.

Nel 1927 sposa una ragazza cattolica e matura la sua conversione dalla fede ebraica a quella cattolica. Nel 1937 viene anche battezzato, ma questo non gli basta per sfuggire alle leggi razziali del regime fascista.

L’Italia è cambiata ed è cambiato anche il calcio che, nel frattempo è diventato professionistico.

Gli ebrei si trovano esclusi da tutto. Non possono mandare i figli a scuola, vengono a malapena salutati da quelli che fino al giorno prima erano vicini di casa o amici di famiglia, non possono lavorare e così anche Raffaele Jaffe, nonostante fosse sposato con una donna cattolica e avesse rinunciato alla fede ebraica, fu costretto a dimettersi dalla scuola in cui aveva trascorso una vita.

Il 16 febbraio 1944 viene arrestato e internato a Fossoli, nonostante la sua sia una posizione delicata perché, le leggi italiane non prevedevano la deportazione per chi si fosse convertito.

In quel luogo, durante i cinque mesi di detenzione, ha modo di conoscere Primo Levi.

Da Fossoli vede partire sette convogli ferroviari carichi di disperati; non ne conosce la destinazione ma qualcuno, sottovoce parla di Auschwitz. Il 12 luglio nel campo di Fossoli vengono trucidati, a caso, 67 prigionieri come rappresaglia per l’uccisione a Genova di sei soldati tedeschi e l’evento segnerà tantissimo il professore, al punto di scrivere in una lettera alla moglie: “Siamo alla fine del mondo…il mondo è alla fine…”

Il 2 agosto è allestito l’ultimo convoglio di deportati: l’ottavo. Il campo viene abbandonato e trasferito a Bolzano–Greis dove saranno dirottati parte dei prigionieri. Gli altri, fra cui il Professore, proseguono per Auschwitz. Quando finalmente arriveranno dopo quattro giorni di viaggio senza luce, senza mangiare e senza bere, l’aria gli riempie i polmoni di vita, mentre la luce improvvisa lo abbaglia. È la sera del 6 agosto. Il 7 pomeriggio è sottoposto, con tutti gli altri, alla rituale selezione, che però non supera e viene condotto, ufficialmente per fare una doccia, nella camera a gas. Bisogna dire che non c’è molta chiarezza sulla data della sua morte, l’unica certezza è la data del 6 agosto, giorno in cui è arrivato al campo di concentramento e dal quale non è mai tornato.

Il suo ricordo è nella mente tanto dei casalesi quanto degli appassionati di calcio e resterà per sempre indelebile: grazie al calcio, ai suoi ragazzi, al sogno del Casale che un bel giorno d’estate, contro ogni pronostico, si laureò Campione d’Italia.

Romana e romanista di nascita, trasferita in Friuli Venezia Giulia per sbaglio. Una laurea in scienze della comunicazione, un lavoro come responsabile marketing e un figlio portiere mi riempiono la vita. La mia grande passione è il calcio, la sua storia e tutto quello che ne fa parte.

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21 agosto 1979 – Il silenzioso addio a Giuseppe Meazza

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Giuseppe Meazza… tanto basta per riempirsi la bocca di leggenda. Tanto basta per riportare la mente ad un calcio fatto di miti, quelli dei mondiali del 1934 e del 1938. Uno dei calciatori più importanti, più forti nella storia del calcio nostrano. Una figura sospesa tra mitologia e fascino pionieristico.

“Il centravanti della Nazionale italiana degli Anni Trenta, è morto a Rapallo, sulla Riviera di Levante, dove si era trasferito da alcuni anni. Meazza era affetto da una grave ed incurabile malattia. I funerali si sono svolti in forma privata. Meazza infatti aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà che l’annuncio della sua morte venisse dato soltanto a funerali avvenuti. La notizia è stata fatta trapelare la notte scorsa da alcuni amici di Rapallo dell’ex giocatore…” (Cit. La Stampa, 23 agosto 1979).

Se ne va così, come aveva voluto, Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn, e più tardi detto Balilla.

Un calciatore che ha dettato la moda, lanciando l’abito blu gessato, imitato nella pettinatura, tra i primi calciatori a concedere autografi. Una “Star”, un “Vip”, forse addirittura “Influencer” … si sarebbe detto anni dopo.

Entra nei ragazzi dell’Ambrosiana a quattordici anni e, due anni più tardi, viene aggregato in prima squadra e disputa la Coppa Volta. In questa occasione l’allenatore Weisz legge nello spogliatoio la formazione annunciando la presenza in campo del giovane Meazza nell’undici iniziale. Uno dei calciatori più anziani, Leopoldo Conti, esclama: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!». L’Opera Nazionale Balilla raccoglie tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni e al “vecchio” Conti viene spontaneo apostrofare in quel modo il giovane Meazza. Lui risponde sul campo: due gol.

Rapidità intellettuale, intuito, fiuto del gol, rappresenta “l’orgogliosa risposta autarchica agli estrosi oriundi importati dal Sud America… Il calcio come invenzione e astuzia, non più come esclusiva possanza atletica e brutalità fisica. Il calcio come arte… Era onnipresente nell’azione esclusivamente per l’innato senso della geometria calcistica” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 23 agosto 1979).

I numeri? 457 partite in campionato e 372 gol, potrebbero bastare questi per esprimere e raccontare la sua grandezza. Due volte campione italiano, nel 1929-30 e nel 1937-38, una Coppa Italia nel 1938-39 con l’Inter. Tre volte capocannoniere, nel 1929-30 (31 gol), nel 1935-36 (25) e nel 1937-’38 (20).

Con la maglia azzurra conta 53 presenze, di cui 17 da Capitano, con 33 reti. L’esordio il 9 febbraio 1930 contro la Svizzera, l’ultima l’11 giugno 1939 davanti alla Romania. Con la Nazionale di Pozzo scrive pagine forse irripetibili: due volte Campione del Mondo, 1934 e 1938, due volte vincitore della Coppa Internazionale.

Nel 1939 è costretto a fermarsi per oltre un anno in seguito a quello che veniva definita “sindrome del piede gelato”, una vasocostrizione di natura traumatica di un’arteria.

Non vuole smettere con il calcio giocato e passa allora al Milan, uno scandalo. Nel 1942 si trasferisce alla Juventus e anche stavolta crea grande scalpore. Poi Varese, Atalanta e di nuovo Inter. A Bergamo e Milano, in queste due ultime esperienze, copre il ruolo di giocatore-allenatore. Appesi gli scarpini al chiodo prova la strada da all’allenatore, anche all’estero con i turchi del Besiktas, esperienza che dura solo pochi mesi. Poi Pro Patria e ancora Inter. In seguito diviene responsabile del settore giovanile dell’Inter.

Ora in silenzio… così come hai voluto.

 

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Prima parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del ’23, il Genoa fece una leggendaria tournée nel Cono Sur de America, affrontando le Selezioni Nazionali di Argentina e Uruguay, ricevendo una calorosissima accoglienza dai liguri di Buenos Aires e Montevideo.  La vicenda, per usare un termine giuridico, “è agli atti”. Nella sua lunga storia, il Grifone ha, per così dire, vissuto una sua “Estate Tanguera”.

Ci sono articoli della stampa italiana e argentina dell’epoca, pubblicazioni e libri a riguardo, che ricostruiscono tutto questo molto dettagliatamente. Un esempio per tutti, è quello tratto dal libro di Camillo Arcuri e Edilio Pesce, “Genoa and Genova. 1893-1993. Una Squadra, una Città, Cento Anni Insieme”; pubblicazione uscita 26 anni fa, in occasione del centenario del Grifo che, tra l’altro, può vantare due contributi preziosi: la copertina ideata dal celebre scenografo e illustratore, candidato due volte all’Oscar, Emanuele Luzzati, e una poesia al suo interno dell’illustre poeta Edoardo Sanguineti, il quale per l’occasione creò appunto un componimento in omaggio a James Spensley.

Alla pagina 65 di questo bellissimo libro, accanto ad una foto scattata a Buenos Aires nell’estate del ’23, si può leggere: “Il corteo delle auto, con la squadra del Genoa, si reca tra due ali di folla a rendere omaggio al monumento del Generale Manuel Belgrano, eroe dell’indipendenza argentina”.  E ” le due ali di folla “non sono certo un’esagerazione del cronista. Chi ha dubbi a riguardo può controllare da solo. Del resto, nel libro in questione, qualche pagina prima si può anche leggere: “È una festa l’arrivo nel porto di Baires, con una gran folla accorsa ad augurare ‘buena suerte’ alla comitiva rossoblù, messaggera di sportività e genovesità, in terre dove la presenza ligure era tanto diffusa quanto apprezzata”. In effetti, in quegli anni, nella parte più meridionale del continente americano, il football era ormai diventato un fenomeno sociale di massa ed aveva raggiunto livelli tecnici davvero notevoli. Tra l’altro, Genova aveva contribuito in modo notevole alla diffusione del calcio nella capitale argentina: il River Plate e il Boca Juniors furono, infatti, fondati da emigrati genovesi, rispettivamente nel 1901 e nel 1905. Basta dare un’occhiata alle generalità dei fondatori, dei dirigenti, e dei primi giocatori per notare subito una serie di nomi dalla chiara impronta ligure che, in alcuni casi, lasciano    anche    intuire   la   località   di provenienza: Pedemonte e Carrega, Salvarezza e Moltedo, Bricchetto, Ratto e Baglietto.

Il Boca Juniors è forse il club che ha conservato più integralmente e più lungamente queste radici genovesi. Infatti, i tifosi di questa squadra amano definirsi “Xeneises”, adattamento ispanizzante della parola “Zeneisi”, che nella lingua genovese indica appunto gli abitanti di Genova.

A riprova di questa mia affermazione, può essere considerato il fatto che sul sito ufficiale del Boca Juniors, nel 2015, oltre all’opzione in spagnolo, e a quella in inglese, per la navigazione delle pagine web si poteva anche scegliere la lingua della città della Lanterna. Ed è questo il motivo per cui, ad esempio, in relazione alla maglia del Boca, nel sito della squadra argentina si poteva leggere che: “O mariolo do Boca o l’è ciù che ‘n sempliçe abito sportivo. O l’è o  tezöo d’ogni tifozo ch’o ghe demanda a-i zugoei de sualo fin a in fondo. O l’è o mantello sacro lödòu da çentenae de cansoin. O simbolo ch’o l’unisce i xeneizes spantegae in gio a-o mundo”. Traduzione per i non genovesi: “La maglia del Boca è qualcosa di più di un semplice abito sportivo. È il tesoro di ogni tifoso e pretende che i giocatori l’impregnino di sudore. È il mantello sacro lodato in centinaia di canzoni.  Il simbolo che unisce i genovesi della Boca sparpagliati in giro per il mondo”. Il genovese, quindi, è forse l’unica lingua di una città italiana ad essere stata utilizzata nel sito ufficiale di una squadra straniera.

Comunque, per tornare alla tournée del Genoa nel ’23, va tenuto presente che, tra il ‘20 ed il ’30 del secolo scorso, il calcio sudamericano, e quello uruguayano in particolare, raggiunse livelli di assoluta eccellenza. La squadra uruguayana di calcio vinse le Olimpiadi del 1924 che, in mancanza del campionato mondiale, a quei tempi non ancora creato, era la massima competizione intercontinentale di football allora esistente; l’anno dopo, il Nacional di Montevideo fece una mitica tournée europea, della durata di circa sei mesi, “la historica gira de 1925”, affrontando, di fronte ad un totale di oltre 800.000 spettatori in 38 partite, storici club europei (tra i quali possiamo citare Barcellona, Deportivo La Coruña, Sporting Lisbona, Porto, Basilea, Rapid Vienna e Genoa), e ottenendo il notevole score di 26 vittorie e sette pareggi; tre anni dopo, nel 1928, il titolo olimpico fu per l’ennesima volta prerogativa dei calciatori uruguagi; e poi, nel ‘30, quando finalmente vennero organizzati i primi mondiali di calcio,  furono  gli  uruguayani,  ancora  una  volta,  ad imporre la loro supremazia, alzando al cielo la Coppa Rimet.

Buenos Aires. Gli emigrati italiani, con tanto di mandolino e chitarra sullo sfondo, rendono omaggio ai giocatori del Genoa. A sinistra si riconosce Luigi Burlando. Al centro Ottavio Barbieri (con cappello chiaro e cravatta), dietro di lui, alla sua sinistra, Renzo de Vecchi. Dietro de Vecchi si riconosce Adolfo Baloncieri (individuabile per il farfallino). A fianco di Baloncieri, si trova Aristodemo Santamaria (anche lui con cappello chiaro e cravatta).

È questa la cornice storica in cui il Genoa, nel 1923, partì in transatlantico da Genova per una tournée, in America Latina; tournée nella quale avrebbe appunto affrontato le più forti nazionali del Sud America. In quella occasione, ci furono anche dei “pour parler” per giocare contro il Brasile.  Ma le trattative non andarono in porto e alla fine furono organizzati solo gli incontri con Argentina e Uruguay.
Va anche detto che il Genoa quell’anno non aveva semplicemente vinto il campionato ma aveva addirittura finito il torneo imbattuto. E il sostegno dei tifosi genoani a quella mitica squadra non era mancato neanche in trasferta. Durante quella stagione fu addirittura organizzato un treno speciale, per la partita col Padova: partenza da Genova alle sei di domenica e rientro previsto per le tre di mattina del giorno dopo. Ma le cronache narrano anche come quella partita, a Padova, non registrò solo l’arrivo del treno genoano. L’entrata dei rossoblù in campo fu infatti accompagnata dal lancio in aria di centinaia di berretti. Erano quelli dei marinai genovesi delle flotte militari, giunti dalle basi navali dei porti di Venezia e Trieste. Fatta quella che per me era una doverosa precisazione storica, possiamo quindi tornare alla tournée in Uruguay e in Argentina.

Continua… 

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17 agosto 1934 – Nasce Salvador Calvanese

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Il 17 agosto 1934 nasce Salvador Calvanese, conosciuto come Toto Calvanese. Argentino, arrivò in Italia, al Genoa, nel 1959. Passò poi al Catania l’anno successivo. In Italia ha vestito anche le casacche dell’Atalanta dal 1962 al 64 e della Juventus nel 1962 disputando solo gare di Mitropa Cup. Ma è con il Catania che possiamo identificare il calciatore, con 123 presenze e 25 reti. Proprio una di queste marcature è entrata nella storia nel giorno del famoso “Clamoroso al Cibali” quando il Catania si vendicò del 5-0 patito a San Siro nella gara d’andata e facendo così perdere il titolo all’Inter … “l’oriundo si portava da solo tutto in avanti. Il terzino Facchetti e il portiere Da Pozzo si precipitavano su di lui e tutti e tre cadevano a terra: Calvanese si riprendeva per primo e spediva la palla nella rete rimasta priva di ogni difensore. Faceva 2-0” (Cit. Stampa Sera, 5 giugno 1961).

Chiuse la carriera nel ’67 e cominciò ad allenare le giovanili della società etnea, ma non ebbe in questa veste una grandissima fortuna.

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