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Calcio, Arte & Società

L’Araldica dei Calci, la pacifica “rivoluzione” di Carlin

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marco Cianfanelli) – 10 ottobre 1928. Come ogni settimana il Guerin Sportivo è in edicola con una prima pagina stranamente popolata da figura allegoriche ed animali abbinati alle squadre partecipanti al campionato di Divisione Nazionale, l’ultimo prima della nascita del girone unico nazionale.

Carlo Bergoglio Carlin

Carlo Bergoglio, ovvero il mitico Carlin, disegnatore e maestro di satira ed ironia, firma l’articolo a titolo “L’araldica dei calci”. E fu una vera “rivoluzione” poiché prima di allora non vi era nessuna assonanza tra squadre di calcio e simboli rappresentativi. Da quel giorno e dopo oltre novanta anni, alle squadre di club, oltre ai colori sociali, continuano ad essere abbinati animali come l’orso grigio dell’Alessandria o il tigrotto della Pro Patria, fino ad arrivare alle più semplici attribuzioni del diavolo al Milan o del toro al Torino. Il maestro originario di Cuorgnè, piccolo centro della provincia torinese, nella sua opera attinge a piene mani dal mondo animale tant’è che definì i connubi realizzati come “animalie”.

Nel suo articolo Carlin, testualmente, citava: “Vediamo un po’ di assegnare uno stemma gentilizio a tutti i……crociati del presente campionato. È un modo speciale per portarli sugli scudi…per la conquista dello scudetto finale…L’Araldo Guerino non fa che confermare od ideare le figurazioni naturali e chimeriche che la leggenda conferisce – e conferirà – a vecchi e nuovi casati”. Per la precisione, il Guerin Sportivo, già nel mese di Settembre 1928, proponeva di associare ad ogni squadra l’immagine di un animale con la seguente motivazione: “tutti comprenderanno come giovi alla simpatica popolarità d’una unità calcistica una caratteristica facile, che colpisca la fantasia del pubblico giovane, facendo sorridere e prestandosi all’esaltazione quanto all’umorismo. Forse molte squadre non hanno la celebrità che si meritano appunto per questo grigiore, per questa mancanza di denominazione popolaresca”. Il settimanale invitava, pertanto, i suoi corrispondenti a interrogare gli sportivi della propria città e, attraverso dei referendum sulle testate locali, scegliere un animale o comunque un personaggio da abbinare alla propria compagine calcistica partendo dai colori sociali, dallo stemma cittadino o dalla maschera del posto.

Il singolare “catalogo” riguardava le società principali e fu solo l’antesignano di un’iniziativa che interessò molte altre squadre che abbinarono figure di animali o allegoriche ai propri colori nel corso degli anni. Vediamo, allora cosa seppe produrre la fantasiosa matita di Carlin negli strani abbinamenti prodotti.

Il Milan, a dir il vero con poca fantasia, fu visto come “, replicando l’originale intento del padre fondatore del Milan Herbert Kilpin che, nello scegliere i colori rossoneri precisava: “…saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari! …”

Alla Juventus, per evidente assonanza dei colori sociali, viene avvicinata una zebra che nella fantasia di Bergoglio “…dice sempre di no e rampa in salita…”. L’Inter fu accoppiata al Biscione, che rimandava allo stemma del casato dei Visconti fondatori del Ducato di Milano. Anche nel caso della Roma, la storia venne in soccorso rappresentando la leggendaria lupa con due litigiosi Romolo e Remo. Con l’Alessandria, Carlin ritornò ad un estroso esercizio di fantasia abbinando alla squadra, per motivazioni puramente cromatiche, un orso grigio. L’animale inizialmente recava in testa un Borsalino, famoso cappello (in questo caso a bombetta) prodotto dall’omonima azienda alessandrina. È curiosa la definizione che riguarda il Bologna: “un Balanzone gioca con lo scudetto che non si vede, perché l’ha nascosto dietro per non farsi tener d’occhio…”. Padova e Bari condividono, invece, un gallo. Mentre per la compagine patavina si tratta della trasformazione della mitica gallina locale, nota per l’inconfondibile ciuffo, per i baresi Carlin fece ricorso ad un galletto spennacchiato con cresta e speroni, agli antipodi rispetto alle caratteristiche della gallina padovana.

C’è poi una serie di simboli che non ebbero successo e che il tempo sostituì con altri più appropriati. E’ il caso del Napoli a cui Carlin associò uno “…Scugnizzo che suona allegro e chiassoso…”. In effetti, alla fondazione il Napoli adottò il Corsiero del sole, il mitico cavallo simbolo della città partenopea fin dal medioevo, ma a causa delle cocenti sconfitte subite, per le strade di Napoli e sui giornali locali si diffuse la battuta che quel destriero somigliasse più che altro al “ciuccio di Fichella”, figura popolare accompagnata da un vecchio asino malandato, ritenuto più conforme alle non affatto lusinghiere prestazioni dei partenopei. Una sorte simile toccò alla Fiorentina, che oggi espone un Giglio rosso in campo bianco, ma nell’Araldica dei calci le era toccato il Grillo: vivace, saltatore di prima forza e … gran parlatore…”. Anche per la Lazio il binomio proposto da Carlin non riscosse successo, anzi, per meglio dire, i tifosi rigettarono immediatamente l’idea del Bufalo (Carlin cita testualmente “…chi meglio del Bufalo è adatto a rappresentare il Lazio…), ribadendo, con l’aquila in uso già dai primi anni del club bianco-celeste, la gloria e la potenza di Roma imperiale.

Rimasero in sospeso due casi inespressi e Carlin, chiedendo aiuto ai supporter locali, se la cavò con un po’ di ironia. Infatti, per il Prato non sapeva cosa scegliere, perché l’idea degli “stracci” derivanti dalle numerose aziende tessili locali non gli sembrava affatto appropriata. Per la Cremonese, ricordando le mitiche tre T, Bergoglio avrebbe, volentieri, inserito una ben prosperosa Signora, ma gli parve davvero poco opportuno optare per un abbinamento così tanto “audace”.

Con gli anni la tradizione di associare un simbolo alle compagini calcistiche diventa pressoché una norma e con più o meno attinenza con “l’animalario” di Carlin nascono simboli che diventano un vero e proprio marchio come i satanelli del Foggia o il marinaio (Baciccia) simbolo della Sampdoria. Ma questa è un’altra storia che ci porta anche ad un’altra “rivoluzione”, determinata per motivi di marketing, che dal 1979 portò diverse Società a cambiare il loro stemma ricercando una grafica più moderna ma che, per certi altri versi svilì la graffiante ironia del maestro Carlin e della sua Araldica dei calci.

Originario di Ariccia, nel bel mezzo dei Castelli Romani. Impegnato nel mantenere viva la memoria del calcio studiandone “i colori” che lo contraddistinguono. Studioso di Araldica. Tra i più grandi collezionisti al mondo di gagliardetti. Un sito, www.pennantsmuseum.com , per condividere con i calciofili, italiani ed esteri, il fascino intramontabile dei gagliardetti.

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Fede e passione dell’ultima religione: storia degli ultras italiani

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Nelle ultime settimane in più occasioni la cronaca nera dei quotidiani e dei telegiornali è tornata ad occuparsi del fenomeno Ultras: omicidi, estorsioni, misteriosi suicidi hanno riempito le pagine dedicate al tifo organizzato. Una minoranza criminale ha monopolizzato il racconto del fenomeno, rendendo esplicita l’incapacità del mondo della comunicazione di descrivere i tratti salienti e le caratteristiche fondanti di una sottocultura autoctona, ovvero della parte più “calda” dei tifosi organizzati. Per analizzare in maniera scevra da pregiudizi un fenomeno che coinvolge migliaia di cittadini italiani, dalle Alpi alle isole, di qualsiasi estrazione sociale, occorre anzitutto descriverne chiaramente i protagonisti.

Andando per punti, dobbiamo partire dal significato dei termini in gioco. Con tifoso indichiamo comunemente colui che coltiva una passione sportiva accesa ed entusiastica. Sul finire degli anni Venti fa comparsa questo neologismo, diffuso dalla penna dei giornalisti sportivi. L’origine sembra sia dovuta al termine greco thypos: fumo, vapore. Altra ipotesi, forse più probabile, vuole che la parola sia nata dal gergo degli spalti, operando una trasformazione del termine medico tifico in quello sportivo di tifoso, per descrivere l’atteggiamento smodato dei nuovi supporters, assimilando il tifo sportivo a una sorta di epidemia mentale, il cui contagio produceva effetti di offuscamento, tipici degli eccessi della malattia tragicamente familiare agli italiani dei primi decenni del ‘900.

Con il termine ultras, vengono descritti comunemente, i tifosi più passionali delle squadre di calcio. L’origine sembra risalire alla Francia dell’800 con il significato di “intransigente, oltranzista”. Il termine viene utilizzato, nella sua accezione moderna, per la prima volta a Genova sul finire degli anni ’60 dai sostenitori della Sampdoria (anche come acronimo alla frase minacciosa rivolta agli avversari genoani: “Uniti Legneremo Tutti i Rossoblù a Sangue”). Tale componente violenta ne caratterizza immediata la sfera semantica: in effetti sin dagli esordi della partecipazione popolare alle partite di calcio sono poche le stracittadine, o le partite segnate da accesa rivalità, che non abbiano fatto registrare disordini tra i tifosi delle due squadre, prima o dopo la partita, o anche sugli spalti durante l’incontro.

Tale situazione conflittuale trova ragione anche nel fatto che i comportamenti più assurdi, le ire più violente, le delusioni più cocenti sono dettati dalla passione per il calcio; lo spettatore sente di dover partecipare attivamente al gioco, alla sfida, allo scontro. Se per molti lettori sembrerà impossibile capire la motivazione che porta allo scontro fisico per un semplice gioco, può aiutare nella comprensione decifrarne l’importanza nella vita di così tante persone.  Per molti “il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti”, come recitò il grande Arrigo Sacchi, ma per altri forse è anche di più.

Nel secolo scorso, il calcio ha assunto il ruolo di punto fermo, in tempi di profondi mutamenti politici e sociali. Con il crollo delle grandi ideologie e la crisi della religiosità, il calcio si erge a fenomeno religioso. Come osservò Pier Paolo Pasolini “il calcio diventa l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”.  I comportamenti della folla adunata all’evento sportivo hanno un sapore cerimoniale: i fedeli esprimono la loro partecipazione emotiva e scandiscono le azioni che si svolgono in campo con parole, canti convenzionali, gesti, atteggiamenti codificati. L’abbigliamento (sciarpe, capelli, maglie, bandiere) contribuisce alla metamorfosi delle apparenze e dei comportamenti che caratterizzano il tempo rituale. Il calcio diventa rito, teatro della modernità. La partita è la celebrazione, ecumenicamente condivisa via etere, con tanto di liturgia cantata.

E nel periodo di massimo mutamento religioso, politico, sociale ed economico nasce il fenomeno ultras: è la fine degli anni ’60, gli anni della grande contestazione quando a Milano nasce la Fossa dei Leoni (1968), che si riuniva nell’attuale secondo anello arancio (solo qualche anno dopo nell’anello superiore della Curva Sud). Nei primi giorni del 1969 nascono invece i Boys furie nerazzurre (divenuti nel 1981 Boys San, squadre azione nerazzurre con una più marcata collocazione politica di destra)

Fino a quel momento, si erano formate aggregazioni più o meno organizzate di appassionati: nei primi anni ’50 nacque a Torino il club dei “Fedelissimi Granata”, a Roma videro la luce in contemporanea i Circoli Biancocelesti e l’associazione giallorossa “Attilio Ferraris” mentre a Firenze i giocatori in maglia viola potevano contare sul sostegno del Club Viesseux e del club Settebello. Ma la comparsa del modello Ultras cambia i connotati alle tifoserie italiane: nel 1969 nascono i gruppi ultras di Sampdoria e Torino. I sampdoriani sono i primi ad utilizzarne l’espressione nel nome (Ultras Tito Cucchiaroni). A Torino i più esagitati dei Fedelissimi Granata fondano la sezione Commandos (dal 1971 adottando il nome Ultras Granata).

Nel 1971 fanno la loro comparsa altri gruppi che entrano di diritto in questa particolare storia: a Verona nascono le Brigate Gialloblù dell’Hellas da alcuni militanti dell’area movimentista di Borgo Venezia. I veronesi portano nel panorama italiano un nuovo stile che prende spunto dal mito del tifo inglese tanto nell’estetica quanto nei cori (anche grazie al gemellaggio con la tifoseria inglese del Chelsea). In questi anni lo stile ultras fiorisce anche nel centro sud: nel 1971 si costituisce in maniera pionieristica il Commando Monteverde Lazio, diventato una realtà nel 1974 (nello striscione, CML’74, viene riportata proprio quest’ultima come data di fondazione). Sempre a Roma, sulla sponda giallorossa del Tevere, nel 1972 nascono altri due storici gruppi ancora attivi, inizialmente agli antipodi: I Boys nati per iniziativa di Antonio Bongi, gruppo di estrazione borghese e politicamente destroide, dei quartieri bene della città (come Vigna Clara, Parioli e Balduina) ed i Fedayn guidati da Roberto Rulli, con tendenze di sinistra e anarchiche ed origini popolari (principalmente dal Quadraro e Cinecittà).  Più a sud, Nel 1972 nasce il Commando Ultrà Curva B a Napoli, da Gennaro Montuori, detto Palummella, uno dei capi tifosi più celebri della storia italiana, da uno zoccolo duro di tifosi dei rioni Sanità e Cavour.

A cavallo dell’Appenino nascono negli stessi anni i primi gruppi ultras della Fiorentina (i Superstars Supporters, che a seguito di un’ondata di arresti per incidenti con i tifosi romanisti, cederanno presto le redini del tifo al Collettivo Autonomo Viola nato nel 1978) e gli Ultras del Bologna (1974). Infine a Genova i sampdoriani trovano un degno avversario con la Fossa dei Grifoni del Genoa, esempio negli anni di tifo di matrice britannica e di scenografie mozzafiato. Inoltre in molte città i modelli si rafforzano immediatamente grazie a processi di aggregazione tre le neonate formazioni ultras: oltre all’ascesa del nuovo modello a Milano con la rapida espansione dei gruppi originari in sponda rossonera e nerazzurra, dall’esperienza iniziale del 1975 con i Panthers della Juventus, si svolta nel tifo bianconero con la nascita dei Black and White Fighters di Beppe Rossi nel 1977); Nello stesso anno a Roma i due gruppi ultras originari si uniscono ad altri di minor importanza (i Guerriglieri, la Fossa dei Lupi e le Pantere) e fondano il Commando Ultrà Curva Sud, esempio di stile e passione nel decennio successivo. Nella sponda biancoceleste al CML si affiancano gli Eagles (progenitori dei successivi gruppi della curva nord biancoceleste).

Alla fine degli anni ’70 quindi tutte le grandi città hanno un gruppo ultras organizzato che ne caratterizza il rituale domenicale. Seppur nelle differenze di colori e cori, tutte le piazze condividevano un nuovo stile di militanza. Le caratteristiche comuni erano la partecipazione, militanza, fede, all’ortodossia. Nel nuovo “rito” domenicale, ogni tifoso, specialmente se radicalizzato sceglieva di esserlo in maniera acritica, fideistica, istintiva e passionale. Il successo dello stile italiano del tifo si contrappose al modello nord europeo: nel resto d’Europa, si avvicendavano il modello ultrà italiano (Spagna, Olanda, Francia meridionale, Portogallo, Jugoslavia) e quello Inglese, (Germania, Francia settentrionale, Belgio, Grecia, Svezia, Ungheria, Polonia).

Ciò che caratterizzava il modello italiano, era la concezione politica, antagonista e conflittuale del tifo, che rivendicava una sorta di “proprietà morale della squadra, una sorta di cittadinanza del tifo”. Il modello inglese si presentava invece come una forma conflittuale essenzialmente impolitica, basata essenzialmente sullo scontro fisico e sul tifo durante la partita. Nell’evento sportivo il gruppo hooligan tendeva ad aggregarsi in piccole formazioni e le attività collettive (cori e sciarpate) non implicavano un particolare impegno extra-partita, né tantomeno gruppi di lavoro o responsabili di settore per le varie attività. Nel modello da torcida all’italiana, l’ultras (o meglio, ultrà) esalta la sua militanza in forme aggregative mutuate dall’esperienza politica di quegli anni (gli stessi gruppi ultras ne portano chiari riferimenti nei nomi come brigate, commandos, collettivo, nuclei d’azione ecc.). Queste strutture organizzative consentirono un tipo di attività superiori in termini di spettacolo (ad esempio con coreografie che coinvolgevano l’intera curva), comportando un forte carico economico e di lavoro.

Queste caratteristiche, strutture organizzative metapolitiche e sforzo economico, porteranno al successo negli anni ’70 e ’80 del modello italiano. Ma saranno anche una delle cause della degenerazione di tale modello negli anni ’90. Infatti se negli ultimi anni “il dodicesimo uomo in campo” (come amano definirsi i sostenitori di una squadra di calcio), ha subito un forte crollo iconografico nella società, questo è dovuto anche all’insostenibile peso di tali strutture. Ad aggravare la situazione ci sono stati poi anche dei fattori esogeni: infiltrazioni di formazioni politiche estreme e di ampi settori della criminalità hanno portato a cambiare il ruolo del 12° da aiutante della propria squadra a, in alcuni casi particolari, pericoloso antagonista. Ma questa è un’altra storia.

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Febbraio 1968 – Al Barbera va di scena il calcio femminile per beneficenza. Un arbitro d’eccezione: Franco Franchi

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – La nazionale femminile l’8 ottobre fa il suo esordio casalingo nella fase di Qualificazione al Campionato Europeo di calcio femminile (in programma in Inghilterra nel 2021) affrontando al “Renzo Barbera” di Palermo la Bosnia Erzegovina. Infatti le azzurre guidate da Milena Bertolini, finora hanno giocato sempre in trasferta raccogliendo tre vittorie su altrettante partite disputate.

I precedenti a Palermo sono cinque e vede le azzurre sempre vittoriose (Italia- Austria 6-0 del 06/06/1971, Italia- Jugoslavia 2-0 del 30/06/1973, Italia- Germania Ovest 3-2 dts del 01/07/1973, Italia- Messico 2-1 del 07/09/1975 e Italia-Portogallo 3-0 del 18/10/2000).

Lo stadio della Favorita, dunque, ritorna ad ospitare, dopo tantissimi anni, una partita di calcio femminile. Ma tra le sfide giocatasi nel “Comunale” del capoluogo siculo, quella che certamente sarà rimasta più impressa nella mente dei palermitani è datata 17 febbraio 1968 perché a dirigerla c’era un arbitro d’eccezione: Franco Franchi.

Quel giorno scesero in campo le squadre “Speron di Ferro”, formata da studentesse dell’ISEF (che corrispondeva all’attuale facoltà di Scienze Motorie), e “Stella del Mare” (composta da ragazze che frequentavano l’Università di Palermo) per raccogliere fondi in favore degli studenti universitari della zona colpita dal terremoto del Belice. Il comitato organizzatore, formato dai membri del Supremo Ordine Goliardico dell’Università, per attirare più persone sugli spalti decise di affidare il fischietto, per l’appunto, al mitico Franco Franchi. Il noto comico palermitano (protagonista di numerosi film insieme a Ciccio Ingrassia), munito di ombrello, diresse l’incontro in maniera “allegra”, dispensando punizioni e rigori a destra e a manca per “pilotare” il risultato verso il pareggio. Nessuno scandalo per carità, perché piuttosto che di una partita si trattava quasi di uno spettacolo in quanto l’obiettivo era quello di allietare il pubblico accorso sugli spalti.

Pina Arculeo, una delle ventidue ragazze scese in campo, ancora oggi ricorda nitidamente quella giornata di febbraio: “Quel giorno piovve tanto ed avevamo le magliette inzuppate d’acqua. Fu qualcosa di indescrivibile giocare in uno stadio così grande come quello della Favorita e davanti ad un pubblico tanto numeroso. Ricordo la straripante simpatia di Franco Franchi. Il terreno era pieno di fango ed era difficile e molto stancante giocare in quelle condizioni. Così ogni scusa era buona per dare un calcio di rigore e si proseguì così finché la partita non si concluse in parità. D’altronde le nostre non erano delle vere e proprie società di calcio femminile, il tutto fu un po’ improvvisato e chiaramente l’idea era quella di fare una sorta di spettacolo per raccogliere soldi in favore dei terremotati. Comunque il successo ottenuto ci spinse ad allestire due squadre dell’ISEF e per tutto l’anno organizzammo delle partite in giro per la Sicilia. Io continuai a giocare a calcio fino al 1971 quando poi smisi per impegni lavorativi. Il mio ruolo era quello di ala sinistra ma all’occorrenza potevo ricoprire anche il ruolo di portiere.”

Si ringrazia Pina Arculeo per la documentazione fotografica messa a disposizione.

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Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

“Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile” della GEO Edizioni (Prefazione scritta dal Vice Presidente L.N.D. Delegato per il Calcio Femminile Sandro Morgana).

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“Ago, Capitano silenzioso” – Ariele Vincenti porta a teatro la storia di Di Bartolomei

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Agostino Di Bartolomei… il Capitano di una generazione di romani e romanisti. Una storia bella e tragica in un calcio diverso dall’attuale, in un mondo diverso da oggi. È inevitabile, il tempo cambia tutto. Tutto… si tutto ma non l’amore di Roma verso colui che ha dimostrato attaccamento, rispetto e abnegazione, forse anche nel suo ultimo tragico gesto.

Ariele Vincenti decide, prendendosi un rischio e una responsabilità enorme, di portare questa storia e di raccontare questo amore a teatro, al Ghione. “Il teatro deve recuperare quell’antica funzione di raccontare”, ci dice un soddisfatto e orgoglioso Vincenti, “e la storia di Agostino permette di raccontare un tempo a me caro, fatto di partite di calcio interminabili e ginocchia sbucciate in modo perenne. Una vita di quartiere, con cui sono cresciuto, e che ora non esiste. Raccontare di Agostino significa trasmettere i suoi valori, significa trasmettere dei messaggi importanti e veri quali rispetto, serietà, abnegazione…Agostino consente questo: ri-dare al teatro la sua vera funzione. Agostino è la giusta ispirazione per veicolare i suoi valori proprio per ciò che rappresenta…”.

Parole importanti quelle di Ariele, appassionato del suo mestiere è evidente. È emozionato nel raccontarci il percorso intrapreso per arrivare a portare questa storia bella e al contempo tragica sul palcoscenico… ”Ho studiato tanto, ho raccolto informazioni e trascorso mesi a leggere giornali, a vedere e rivedere servizi televisivi. Ho riascoltato le sue frasi, mai banali. Un uomo che conosceva il valore del silenzio per comunicare. Ho raccolto testimonianze e racconti. Ho cercato di entrare nel personaggio cercando di rispettarlo al massimo, con grande riverenza. Ho provato e riprovato giornate intere. La scelta artistica del monologo consente poi di raggiungere una forza di coinvolgimento della platea molto alto, difficilmente raggiungibile con altre modalità. Dentro c’è poi il mio vissuto, le mie emozioni, che altro non sono che le emozioni di Roma”.

Dallo spettacolo emergono le caratteristiche tecniche e personali di Agostino, calciatore elegante nella sua movenza, ma anche la sua lealtà. Qualità e doti che ne hanno fatto un calciatore molto diverso dallo stereotipo classico: riservato, silenzioso, colto, rispettoso di tutto e tutti… le sue mani sempre dietro la schiena mentre si rivolge al Direttore di Gara di turno. Mai banale… “Arrivare in porto con il vessillo” è una frase che solo un condottiero colto forte e leale può pensare e pronunciare… una frase scritta sui muri di Roma”, dice Vincenti durante lo spettacolo. Agostino non effettua mai una giocata appariscente a scapito di un passaggio semplice ma funzionale, pensando sempre al bene della squadra, al compagno meglio piazzato: quando si dice che “si gioca al calcio così come si è nella vita”.

Ariele Vincenti riesce a trasmette tutto questo, riesce a coinvolgere lo spettatore che, con gli occhi lucidi, accompagna in alcuni momenti con qualche coro da stadio questo viaggio della memoria in una epoca diversa, quando la Roma era “La Maggica”. Un teatro, il Ghione, dove per l’occasione tanti padri scelgono di andare con i figli per mano. Così, come si fa quando da piccoli li si porta allo stadio coperti con i colori del cuore. Orgogliosi, e come si potrebbe essere diversamente, di far conoscere la storia del Capitano e ciò che ha rappresentato e che ancora rappresenta.

Ariele utilizza Giancarlo, un ex ultrà che ha appreso della morte di Agostino, suo amico a Tormarancia, per raccontare questa toccante storia in uno spettacolo da lui stesso scritto diretto e interpretato. Uno spettacolo in cui l’attore dosa e alterna sapientemente momenti in cui interpreta cori da stadio a moneti di silenzio. Il “SILENZIO”, il vero leitmotiv della serata… “Agostino è una figura universale”, prosegue Ariele, “avanti con il pensiero rispetto agli altri. Aveva capito che con il silenzio fai più rumore di una curva quando è stato appena segnato un goal“.

Perdonaci Capitano… noi non l’avevamo capito!

Roma, Teatro Ghione, dall’1 al 6 ottobre 2019
“AGO, Capitano silenzioso”, scritto diretto e interpretato da Ariele Vincenti. La canzone “Il calcio figlio del popolo” è di Emilio Stella.
Si ringrazia Maurizio Quattrini dell’ufficio stampa del Teatro Ghione di Roma

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