Connect with us

Il Calcio Racconta

11 agosto 1954 – Nasce Bortolo Mutti, la silenziosa nobiltà del calcio di provincia

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Compie oggi 65 anni Bortolo Mutti. Una vita spesa sui campi, prima, da calciatore e poi da allenatore. Nato a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, l’11 agosto 1954, Bortolo aveva piedi buoni e una discreta visione di gioco.  Superato il provino, entrò a far parte delle giovanili dell’Inter, arrivando sino alla squadra primavera, con cui vinse la coppa carnevale a Viareggio nel 1971 giocando nel ruolo di mezzala. All’età di 19 anni, quasi 20, venne però dirottato in prestito alla Massese, in serie C1, per farsi le ossa e in Toscana, coi bianconeri, debuttò nel calcio professionistico totalizzando 25 presenze, nella stagione 74-75, senza mai segnare. Al ritorno alla base, non fu però riconfermato dalla “Beneamata”, la quale, non ritenendolo pronto per il grande salto, lo girò in prestito al Pescara in serie B. Proprio la stagione 75-76 si rivelò speciale per Mutti. 33 presenze e 6 gol che lo fecero divenire il miglior realizzatore di un Pescara giunto nono in campionato. Poi ancora in prestito nella stagione successiva, riuscendo a migliorarsi a Catania, sempre in B, realizzando 8 reti in 33 partite, svariando sempre fra la trequarti e l’attacco, senza però riuscire ad evitare la retrocessione in serie C dei siciliani. Non fu abbastanza per convincere l’Inter e così nell’estate del 1977, Bortolo, fu ceduto al Brescia, in serie B, a titolo definitivo. Quello al Brescia fu un triennio felice. 109 presenze e 28 reti in campionato. Titolare inamovibile, fu tra i protagonisti del terzo posto in serie B della stagione 79-80 che determinò il ritorno in serie A delle “rondinelle”. 9 gol in 36 partite, dividendosi sempre fra centrocampo e attacco, con sacrificio e abnegazione. La grande stagione non gli valse però la conferma.

Fu ceduto al Taranto, in serie B, nell’estate del 1980, in cui gli fu negata la gioia del grande salto nella massima categoria. Il debutto in quella serie A, sconvolta dallo scandalo del totonero e delle scommesse clandestine, orfana delle retrocesse a tavolino, Lazio e Milan, la cui lotta per la salvezza fu distorta dai punti di penalizzazione inflitti a Bologna, Perugia e Avellino e che vedeva lo scudetto cucito sulle maglie nerazzurre dell’Internazionale allenata da Eugenio Bersellini. Quella serie A in cui approdarono nell’estate del 1980 campioni del calibro di Falcao alla Roma, Brady alla Juventus e Prohaska all’Inter, fu negata a Bortolo che ricominciò così dalla Puglia, in serie B, giocando più in attacco, stavolta, che sulla trequarti. Fu una stagione deludente quella 80-81. Il Taranto arrivò 18° e retrocesse. Il rendimento di Mutti fu discontinuo, come quello della squadra. Nonostante tutto realizzò 9 reti in 32 partite e il 7 dicembre 1980 divenne il protagonista assoluto, con una doppietta, della leggendaria vittoria per 3-0 del Taranto sul Milan allenato da Giacomini, una delle sconfitte più clamorose della storia rossonera. Arrivò poi la grande occasione, nell’estate del 1981, a 27 anni, di ritornare a casa, giocando per l’amata Dea, quando fu sancito il passaggio di Bortolo dal Taranto all’Atalanta militante allora, in serie C1. Due promozioni in 3 anni. La scalata dalla serie C1 alla serie B sotto la guida tecnica di Ottavio Bianchi e poi sotto la guida di Nedo Sonetti qualche infortunio, qualche acciacco, ma anche la promozione in serie A con gli orobici. 24 reti complessive in 99 partite di campionato con la Dea. 3 gol in 28 partite nell’anno del ritorno nella massima serie, la stagione 83-84, in cui l’Atalanta vinse il campionato di serie B.  Nell’estate 1984, il trentenne Bortolo, considerato ormai in parabola discendente, fu ceduto al Mantova in serie C2. Il debutto in serie A da calciatore restò così un sogno irrealizzabile. Col Mantova conquistò una promozione in serie C1 e giocò fino all’estate del 1987, quando passò al Palazzolo in interregionale, iniziando una carriera di player-manager all’inglese e appendendo definitivamente le scarpe al chiodo nel 1988. Proprio alla guida del club lombardo, visse la prima esperienza esclusiva in panchina, prima salvando la squadra dalla retrocessione in promozione lombarda e poi guidando la squadra, dopo la fusione con la Grumellese, alla promozione in serie C2. Nell’estate del 1991 passò al Leffe guidandolo alla promozione in serie C1. Dopo essere stato posto sotto osservazione per un periodo di tempo, fu ingaggiato nell’estate 1993 dall’Hellas Verona, in serie B in cerca di rilancio dopo la deludente esperienza con Edoardo Reja. La prima grande occasione di una carriera da allenatore in ascesa era giunta per Bortolo, ma i risultati alla guida dell’Hellas non furono esaltanti. Al termine del biennio alla guida degli scaligeri, seppur l’obiettivo dichiarato era la pronta risalita nella massima serie, arrivarono soltanto un 12° e un 10° posto.  Rimasto senza squadra nell’estate del 1995, non dovette aspettare molto per ripartire. L’occasione si presentò a fine settembre, sempre in serie B e gli fu offerta dal Cosenza. I calabresi, gli affidarono la panchina dopo l’esonero di Silipo alla terza giornata e Mutti condusse i rossoblù a un ottimo undicesimo posto contribuendo alla crescita di un grande talento come Cristiano Lucarelli, allora ventenne, che realizzò 15 reti nel torneo, divenendo il miglior realizzatore della squadra. Nell’estate del 1996, il Piacenza orfano di Gigi Cagni, passato al neopromosso in serie A Hellas Verona, gli affida la panchina. Finalmente il coronamento di tutta la carriera, quella serie A tanto sognata, si concretizzò davanti ai suoi occhi all’età di 42 anni. Quella serie A che tanto spesso da calciatore aveva solo sfiorato, era divenuta finalmente una realtà. La sfida non era per nulla facile. Conquistare la salvezza con un club considerato a fine ciclo, che aveva appena perso l’allenatore a cui era legato il periodo più glorioso della sua storia, affidandosi ad un progetto filosoficamente italiano, in un campionato sempre più preda dello sconvolgimento prodotto dalla legge Bosman e dal libero tesseramento dei calciatori appartenenti all’area di Schengen, per effetto della costituzione dell’unione europea. Il Piacenza guidato da Bortolo Mutti. Unica realtà italiana in un campionato di serie A, quello 96-97, che vide ben 55 volti nuovi, nella massima serie, provenienti dall’estero aggiungersi ad elementi più o meno di spicco, già consolidati per il nostro campionato. I pronostici erano tutti contro gli emiliani alla vigilia del torneo, anche perché il bomber Nicola Caccia era stato ceduto al Napoli e sostituito con il centravanti rivelazione dell’Avellino Pasquale Luiso, autore di 19 reti nel precedente campionato di serie B in maglia irpina. Ma spesso i pronostici sono fatti per essere sbagliati. Mutti guidò una bellissima realtà di provincia, nata per stupire, giornata dopo giornata. Fu giustiziere di Oscar Washington Tabarez e del Milan guidato dall’uruguaiano, come gli capito il 7 dicembre 1980, quando da calciatore, indossando la maglia numero 9 del Taranto, sconvolse i rossoneri allora guidati da Giacomini in serie B. Era dicembre anche quel giorno del 1996. Il primo precisamente quando una stupenda rovesciata, un capolavoro del ribattezzato” Toro di Sora”, Pasquale Luiso, affossò i rossoneri e costò la panchina al mai amato dal presidente Berlusconi, Tabarez riportando Arrigo Sacchi alla guida dei rossoneri. Un 3-2 storico, scolpito per sempre nella memoria di tutti gli appassionati di questo sport. Epico come lo spareggio per la permanenza in serie A del 15 giugno 1997, che sul campo neutro di Napoli, vide trionfare Mutti e i suoi ragazzi sul Cagliari. Una doppietta di Luiso e una autorete di Berretta, marcarono a tinte di rosso la vetta di una carriera di uomo silenzioso e riservato, un umile lavoratore di una nobile provincia operaia che solo due mesi dopo, sarebbe stato scelto dal Napoli per il rilancio tecnico di una squadra e di una società, che pativa ancora enormemente il vuoto lasciato dal Pibe de Oro, sua maestà Diego. Ma i presupposti di rilancio non ci furono neppure allora e Bortolo fu fagocitato prestissimo coi sogni partenopei. Bastarono 4 sconfitte in 7 partite ufficiali per dire addio a Napoli. Ripartì da casa, dalla serie B. Nell’estate del 1998 arrivò la chiamata della Dea appena retrocessa in cadetteria. Ma l’aria di casa non sortì gli effetti sperati. La stagione fu deludente e per i bergamaschi arrivò solo un sesto posto nonostante i presupposti della vigilia. Mutti tornò quindi al sud, richiamato a Cosenza, nell’estate 1999, sempre in serie B, là dove aveva lasciato ottimi ricordi. Dopo due buoni piazzamenti coi calabresi, fu scelto per il rilancio di una piazza ambiziosa. Nell’estate del 2001 arrivò la chiamata del Palermo. C’era molto fermento. La società controllata da Franco Sensi, presidentissimo della Roma e presieduta da Sergio D’Antoni volle porre le basi per un rilancio in un campionato difficile che presentava all’avvio compagini del calibro di Napoli, Bari, Sampdoria, Genoa, Cagliari, Siena e Vicenza. A dirla lunga fu la classifica finale che non vide nessuna di queste società riuscire a beneficiare della promozione che fu centrata da Como, Modena, Empoli e Reggina. Una serie B di una qualità tecnica impressionante. Ma il Palermo di Mutti fu attrezzato per ben figurare, ponendo le basi di una squadra destinata a grandi risultati e più importanti palcoscenici. Nell’estate del 2002 mentre il Palermo passava nelle mani dell’ex presidente del Venezia, Maurizio Zamparini, Bortolo Mutti veniva scelto per una nuova avventura in Calabria, questa volta alla guida della Reggina. Questa volta in serie A. Avventura sfortunata per Mutti, sostituito a novembre da De Canio. Non per la Reggina che riuscì a raggiungere il 14° posto e a salvarsi. Il buon Bortolo rimase senza squadra per 11 mesi, ripartendo poi da Messina, in serie B, alla guida dei giallorossi, che avevano appena esonerato Vincenzo Patania e portandoli fino al quarto posto e alla storica promozione in serie A, trascinati dalle 19 reti messe a segno da Arturo Di Napoli, bomber di scuola Inter, dalle parate di Marco Storari, dalle sgroppate di Alessandro Parisi e dalla tenacia di Carmine Coppola. È l’inizio di un periodo d’oro per Bortolo Mutti, che nella stagione successiva alla guida dei siciliani in serie A, ottenne uno storico settimo posto, vero e proprio apice e coronamento di una carriera. Un piazzamento finale che ebbe dell’incredibile sullo sfondo di un calcio italiano malato, che stava per subire gli sconvolgimenti delle inchieste giudiziarie. Fra gli eroi della squadra, il più presente difensore della nazionale iraniana, Rahman Rezaei, una vera e propria diga. Simbolica e premonitrice la vittoria del 22 settembre 2004 a San Siro alla terza di campionato. Dopo aver battuto 4-3 la Roma in casa e aver strappato un punto a Parma, contro il Milan, vittima preferita di Mutti. Fu 2-1. La più bella pagina della storia del club siciliano scritta dal suo condottiero, unico a far sussultare i cuori dai tempi di Zeman, Franco Scoglio e Schillaci. La bella favola si concluse nella primavera del 2006. Successivamente al pareggio interno per 1-1 con l’Udinese, Mutti fu sostituito con Giampiero Ventura, che fece il suo debutto subendo un secco 3-0 a San Siro dall’Inter. Il Messina concluse il campionato al 18°posto, retrocedendo sul campo. Ironia della sorte riuscì a salvarsi, ripescato successivamente alla deflagrazione del più grande scandalo che coinvolse il calcio italiano. “CALCIOPOLI”. Bortolo Mutti ripartì dalla serie B, stavolta al nord, dopo anni in cui vi mancava. Ma i 14 mesi trascorsi a Modena non furono esaltanti. Da dimenticare assolutamente la breve parentesi alla guida della Salernitana. Subentrato a Castori nel dicembre 2008 fu esonerato dopo appena 5 partite e sostituito dallo stesso Castori. Dopo un anno venne chiamato nuovamente in serie A, a casa, chiamato alla grande impresa di salvare dalla retrocessione l’amata Dea dopo le dimissioni di Antonio Conte. Ma non ci riuscì. Dopo quello splendido apice raggiunto dal suo Messina, il successo sembrò irraggiungibile, come la possibilità di vedersi affidare una panchina in estate. Nel febbraio del 2011 il Bari gli affidò la squadra, dopo aver esonerato Giampiero Ventura, con l’obiettivo di salvarsi. Ma non è più tempo di imprese. Messina è sempre più lontana. Venne allontanato dopo 14 partite. Nel dicembre 2011 gli venne affidata la panchina di serie A di un Palermo nel caos, dove il “mangia allenatori” Maurizio Zamparini, aveva già cacciato Pioli e Mangia. La pacatezza e la serietà di Bortolo, riportano serenità e dignità all’ambiente, centrando il 16° posto e la salvezza. Dopo le ultime 25 panchine di serie B fra Padova e Livorno, a cavallo fra il settembre 2013 e il gennaio 2016, Mutti tornò a casa, nella nobile silenziosità della sua provincia e di quella persona riservata, schiva e gentile, che le inchieste sul calcioscommesse del luglio 2012, col deferimento per omessa denuncia, non riuscirono a intaccare e in tanti spero si uniranno ai miei auguri di buon compleanno per uno dei volti più simbolici del calcio di provincia degli ultimi 40 anni. Un manifesto dell’operosità di un uomo di sport che ama molto la concretezza e poco gli allenatori incravattati.

Bortolo Mutti, la silenziosa nobiltà del calcio di provincia.

Nato nel 1976, ho iniziato ad amare il calcio, dal 1983, da quelle prime figurine attaccate al mio primo album Panini. Un calcio romantico ormai scomparso che aveva il potere di far sognare tutti, proprio tutti. Fotografo artistico, fotoreporter e opinionista sportivo. Racconto la realtà ma amo scrivere di quel passato che mi fa tornar bambino.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il Calcio Racconta

21 agosto 1979 – Il silenzioso addio a Giuseppe Meazza

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM – Giuseppe Meazza… tanto basta per riempirsi la bocca di leggenda. Tanto basta per riportare la mente ad un calcio fatto di miti, quelli dei mondiali del 1934 e del 1938. Uno dei calciatori più importanti, più forti nella storia del calcio nostrano. Una figura sospesa tra mitologia e fascino pionieristico.

“Il centravanti della Nazionale italiana degli Anni Trenta, è morto a Rapallo, sulla Riviera di Levante, dove si era trasferito da alcuni anni. Meazza era affetto da una grave ed incurabile malattia. I funerali si sono svolti in forma privata. Meazza infatti aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà che l’annuncio della sua morte venisse dato soltanto a funerali avvenuti. La notizia è stata fatta trapelare la notte scorsa da alcuni amici di Rapallo dell’ex giocatore…” (Cit. La Stampa, 23 agosto 1979).

Se ne va così, come aveva voluto, Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn, e più tardi detto Balilla.

Un calciatore che ha dettato la moda, lanciando l’abito blu gessato, imitato nella pettinatura, tra i primi calciatori a concedere autografi. Una “Star”, un “Vip”, forse addirittura “Influencer” … si sarebbe detto anni dopo.

Entra nei ragazzi dell’Ambrosiana a quattordici anni e, due anni più tardi, viene aggregato in prima squadra e disputa la Coppa Volta. In questa occasione l’allenatore Weisz legge nello spogliatoio la formazione annunciando la presenza in campo del giovane Meazza nell’undici iniziale. Uno dei calciatori più anziani, Leopoldo Conti, esclama: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!». L’Opera Nazionale Balilla raccoglie tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni e al “vecchio” Conti viene spontaneo apostrofare in quel modo il giovane Meazza. Lui risponde sul campo: due gol.

Rapidità intellettuale, intuito, fiuto del gol, rappresenta “l’orgogliosa risposta autarchica agli estrosi oriundi importati dal Sud America… Il calcio come invenzione e astuzia, non più come esclusiva possanza atletica e brutalità fisica. Il calcio come arte… Era onnipresente nell’azione esclusivamente per l’innato senso della geometria calcistica” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 23 agosto 1979).

I numeri? 457 partite in campionato e 372 gol, potrebbero bastare questi per esprimere e raccontare la sua grandezza. Due volte campione italiano, nel 1929-30 e nel 1937-38, una Coppa Italia nel 1938-39 con l’Inter. Tre volte capocannoniere, nel 1929-30 (31 gol), nel 1935-36 (25) e nel 1937-’38 (20).

Con la maglia azzurra conta 53 presenze, di cui 17 da Capitano, con 33 reti. L’esordio il 9 febbraio 1930 contro la Svizzera, l’ultima l’11 giugno 1939 davanti alla Romania. Con la Nazionale di Pozzo scrive pagine forse irripetibili: due volte Campione del Mondo, 1934 e 1938, due volte vincitore della Coppa Internazionale.

Nel 1939 è costretto a fermarsi per oltre un anno in seguito a quello che veniva definita “sindrome del piede gelato”, una vasocostrizione di natura traumatica di un’arteria.

Non vuole smettere con il calcio giocato e passa allora al Milan, uno scandalo. Nel 1942 si trasferisce alla Juventus e anche stavolta crea grande scalpore. Poi Varese, Atalanta e di nuovo Inter. A Bergamo e Milano, in queste due ultime esperienze, copre il ruolo di giocatore-allenatore. Appesi gli scarpini al chiodo prova la strada da all’allenatore, anche all’estero con i turchi del Besiktas, esperienza che dura solo pochi mesi. Poi Pro Patria e ancora Inter. In seguito diviene responsabile del settore giovanile dell’Inter.

Ora in silenzio… così come hai voluto.

 

Continue Reading

Il Calcio Racconta

Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Prima parte)

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del ’23, il Genoa fece una leggendaria tournée nel Cono Sur de America, affrontando le Selezioni Nazionali di Argentina e Uruguay, ricevendo una calorosissima accoglienza dai liguri di Buenos Aires e Montevideo.  La vicenda, per usare un termine giuridico, “è agli atti”. Nella sua lunga storia, il Grifone ha, per così dire, vissuto una sua “Estate Tanguera”.

Ci sono articoli della stampa italiana e argentina dell’epoca, pubblicazioni e libri a riguardo, che ricostruiscono tutto questo molto dettagliatamente. Un esempio per tutti, è quello tratto dal libro di Camillo Arcuri e Edilio Pesce, “Genoa and Genova. 1893-1993. Una Squadra, una Città, Cento Anni Insieme”; pubblicazione uscita 26 anni fa, in occasione del centenario del Grifo che, tra l’altro, può vantare due contributi preziosi: la copertina ideata dal celebre scenografo e illustratore, candidato due volte all’Oscar, Emanuele Luzzati, e una poesia al suo interno dell’illustre poeta Edoardo Sanguineti, il quale per l’occasione creò appunto un componimento in omaggio a James Spensley.

Alla pagina 65 di questo bellissimo libro, accanto ad una foto scattata a Buenos Aires nell’estate del ’23, si può leggere: “Il corteo delle auto, con la squadra del Genoa, si reca tra due ali di folla a rendere omaggio al monumento del Generale Manuel Belgrano, eroe dell’indipendenza argentina”.  E ” le due ali di folla “non sono certo un’esagerazione del cronista. Chi ha dubbi a riguardo può controllare da solo. Del resto, nel libro in questione, qualche pagina prima si può anche leggere: “È una festa l’arrivo nel porto di Baires, con una gran folla accorsa ad augurare ‘buena suerte’ alla comitiva rossoblù, messaggera di sportività e genovesità, in terre dove la presenza ligure era tanto diffusa quanto apprezzata”. In effetti, in quegli anni, nella parte più meridionale del continente americano, il football era ormai diventato un fenomeno sociale di massa ed aveva raggiunto livelli tecnici davvero notevoli. Tra l’altro, Genova aveva contribuito in modo notevole alla diffusione del calcio nella capitale argentina: il River Plate e il Boca Juniors furono, infatti, fondati da emigrati genovesi, rispettivamente nel 1901 e nel 1905. Basta dare un’occhiata alle generalità dei fondatori, dei dirigenti, e dei primi giocatori per notare subito una serie di nomi dalla chiara impronta ligure che, in alcuni casi, lasciano    anche    intuire   la   località   di provenienza: Pedemonte e Carrega, Salvarezza e Moltedo, Bricchetto, Ratto e Baglietto.

Il Boca Juniors è forse il club che ha conservato più integralmente e più lungamente queste radici genovesi. Infatti, i tifosi di questa squadra amano definirsi “Xeneises”, adattamento ispanizzante della parola “Zeneisi”, che nella lingua genovese indica appunto gli abitanti di Genova.

A riprova di questa mia affermazione, può essere considerato il fatto che sul sito ufficiale del Boca Juniors, nel 2015, oltre all’opzione in spagnolo, e a quella in inglese, per la navigazione delle pagine web si poteva anche scegliere la lingua della città della Lanterna. Ed è questo il motivo per cui, ad esempio, in relazione alla maglia del Boca, nel sito della squadra argentina si poteva leggere che: “O mariolo do Boca o l’è ciù che ‘n sempliçe abito sportivo. O l’è o  tezöo d’ogni tifozo ch’o ghe demanda a-i zugoei de sualo fin a in fondo. O l’è o mantello sacro lödòu da çentenae de cansoin. O simbolo ch’o l’unisce i xeneizes spantegae in gio a-o mundo”. Traduzione per i non genovesi: “La maglia del Boca è qualcosa di più di un semplice abito sportivo. È il tesoro di ogni tifoso e pretende che i giocatori l’impregnino di sudore. È il mantello sacro lodato in centinaia di canzoni.  Il simbolo che unisce i genovesi della Boca sparpagliati in giro per il mondo”. Il genovese, quindi, è forse l’unica lingua di una città italiana ad essere stata utilizzata nel sito ufficiale di una squadra straniera.

Comunque, per tornare alla tournée del Genoa nel ’23, va tenuto presente che, tra il ‘20 ed il ’30 del secolo scorso, il calcio sudamericano, e quello uruguayano in particolare, raggiunse livelli di assoluta eccellenza. La squadra uruguayana di calcio vinse le Olimpiadi del 1924 che, in mancanza del campionato mondiale, a quei tempi non ancora creato, era la massima competizione intercontinentale di football allora esistente; l’anno dopo, il Nacional di Montevideo fece una mitica tournée europea, della durata di circa sei mesi, “la historica gira de 1925”, affrontando, di fronte ad un totale di oltre 800.000 spettatori in 38 partite, storici club europei (tra i quali possiamo citare Barcellona, Deportivo La Coruña, Sporting Lisbona, Porto, Basilea, Rapid Vienna e Genoa), e ottenendo il notevole score di 26 vittorie e sette pareggi; tre anni dopo, nel 1928, il titolo olimpico fu per l’ennesima volta prerogativa dei calciatori uruguagi; e poi, nel ‘30, quando finalmente vennero organizzati i primi mondiali di calcio,  furono  gli  uruguayani,  ancora  una  volta,  ad imporre la loro supremazia, alzando al cielo la Coppa Rimet.

Buenos Aires. Gli emigrati italiani, con tanto di mandolino e chitarra sullo sfondo, rendono omaggio ai giocatori del Genoa. A sinistra si riconosce Luigi Burlando. Al centro Ottavio Barbieri (con cappello chiaro e cravatta), dietro di lui, alla sua sinistra, Renzo de Vecchi. Dietro de Vecchi si riconosce Adolfo Baloncieri (individuabile per il farfallino). A fianco di Baloncieri, si trova Aristodemo Santamaria (anche lui con cappello chiaro e cravatta).

È questa la cornice storica in cui il Genoa, nel 1923, partì in transatlantico da Genova per una tournée, in America Latina; tournée nella quale avrebbe appunto affrontato le più forti nazionali del Sud America. In quella occasione, ci furono anche dei “pour parler” per giocare contro il Brasile.  Ma le trattative non andarono in porto e alla fine furono organizzati solo gli incontri con Argentina e Uruguay.
Va anche detto che il Genoa quell’anno non aveva semplicemente vinto il campionato ma aveva addirittura finito il torneo imbattuto. E il sostegno dei tifosi genoani a quella mitica squadra non era mancato neanche in trasferta. Durante quella stagione fu addirittura organizzato un treno speciale, per la partita col Padova: partenza da Genova alle sei di domenica e rientro previsto per le tre di mattina del giorno dopo. Ma le cronache narrano anche come quella partita, a Padova, non registrò solo l’arrivo del treno genoano. L’entrata dei rossoblù in campo fu infatti accompagnata dal lancio in aria di centinaia di berretti. Erano quelli dei marinai genovesi delle flotte militari, giunti dalle basi navali dei porti di Venezia e Trieste. Fatta quella che per me era una doverosa precisazione storica, possiamo quindi tornare alla tournée in Uruguay e in Argentina.

Continua… 

Continue Reading

Il Calcio Racconta

17 agosto 1934 – Nasce Salvador Calvanese

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM – Il 17 agosto 1934 nasce Salvador Calvanese, conosciuto come Toto Calvanese. Argentino, arrivò in Italia, al Genoa, nel 1959. Passò poi al Catania l’anno successivo. In Italia ha vestito anche le casacche dell’Atalanta dal 1962 al 64 e della Juventus nel 1962 disputando solo gare di Mitropa Cup. Ma è con il Catania che possiamo identificare il calciatore, con 123 presenze e 25 reti. Proprio una di queste marcature è entrata nella storia nel giorno del famoso “Clamoroso al Cibali” quando il Catania si vendicò del 5-0 patito a San Siro nella gara d’andata e facendo così perdere il titolo all’Inter … “l’oriundo si portava da solo tutto in avanti. Il terzino Facchetti e il portiere Da Pozzo si precipitavano su di lui e tutti e tre cadevano a terra: Calvanese si riprendeva per primo e spediva la palla nella rete rimasta priva di ogni difensore. Faceva 2-0” (Cit. Stampa Sera, 5 giugno 1961).

Chiuse la carriera nel ’67 e cominciò ad allenare le giovanili della società etnea, ma non ebbe in questa veste una grandissima fortuna.

Continue Reading

Newsletter

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: