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La Penna degli Altri

La storia dello Stadio “Castellani”- Prima Parte

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PIANETAEMPOLI.IT (Fabrizio Fioravanti) – […] All’inizio degli anni ’50 Empoli aveva già il suo stadio “Castellani” anche se non si chiamava ancora così. Per trovare le origini del nome dobbiamo fare un salto indietro nel tempo.

Dopo sette anni giocati al “Piaggione” (l’attuale Piazza Guida Guerra, dove si trova il Palazzo delle Esposizioni), all’inizio degli anni 30’ fu deciso di costruire un nuovo Stadio. La zona fu individuata in quel tratto compreso tra via Puccini (che poi fu chiamata via dello Stadio e adesso via Luigi Russo) e via Masini. Da questa via era l’ingresso del pubblico mentre i giocatori entravano da via dello Stadio per accedere alla Tribuna Coperta, nella quale erano gli spogliatoi. Da lì giocatori ed arbitri si recavano sul terreno di gioco mediante un tunnel sotterraneo che dalla Tribuna aveva l’uscita nella metà campo. Lo Stadio fu inaugurato nel settembre del 1936. La squadra azzurra quell’anno era denominata “Dopolavoro Empolese”, nata sulle ceneri della ASF Empoli fallita l’anno prima, e si accingeva a disputare il Campionato di “Prima Divisione Toscana”, nel Girone A. Presidente era il Cav. Antonio Del Vivo, noto industriale del vetro che legherà le sue fortune allo sviluppo in Empoli di quello specifico settore: sua la “Vitrum” , fabbrica vicina alla Stazione Ferroviaria che terminerà la sua attività nel 1984 e che solo qualche mese fa è stata abbattuta per lasciar spazio ad una ridefinizione urbanistica dell’area. Lo Stadio, al momento della sua inaugurazione, non aveva un nome e per questo fu semplicemente chiamato Stadio Comunale o del Littorio (si era in pieno periodo fascista). Appena qualche tempo dopo però, probabilmente per compiacere il regime fascista, gli fu data la denominazione di Stadio “Franco Martelli” dal nome del tenente Franco Martelli, figlio dell’ex ministro dell’economia di Mussolini, morto nel dicembre del 1935 in Africa Orientale durante la battaglia di Dembeguinà. E quel nome lo Stadio porterà fino a dopo la fine della Seconda Guerra mondiale quando fu intitolato alla memoria di Carlo Castellani, ex calciatore dell’Empoli, martire del nazifascismo, morto nel campo di sterminio di Mauthausen nell’agosto 1944. Castellani è stato per oltre 60 anni il giocatore con il maggior numero di reti segnate con la maglia dell’Empoli, 61 in 145 presenze (dal 1926 al 1930 e dal 1934 al 1939), […]

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, lo abbiamo detto, allo Stadio sarà dato il suo nome definitivo, quello di “Carlo Castellani”, appunto. Non abbiamo trovato alcun documento che ne attesti l’intitolazione ufficiale da parte dell’Amministrazione Comunale. Ma per tutti, quello fu da sempre lo Stadio “Castellani” e lo stesso nome ebbe anche lo Stadio che sarebbe stato inaugurato nel settembre 1965 nella nuova Zona Sportiva, al di là dell’Orme, quello di oggi.  L’unico documento che abbiamo trovato nel quale si ufficializza il nome di Stadio “Castellani” è una deliberazione della Giunta Comunale di Empoli (la n. 886 del 6.09.1983) con la quale si dispone l’acquisto della targa di intitolazione dello Stadio all’ex centravanti azzurro, targa che oggi si trova all’ingresso centrale della Tribuna Coperta, entrata Autorità e giocatori, in alto a sinistra. E’ probabile che ci siano anche atti o documenti precedenti, ma non li abbiamo trovati.

Lo scoppio della guerra ebbe logicamente ripercussioni anche nel calcio, tanto che dal marzo del 1943 si tornarono a disputare regolari Campionati solo nell’ottobre 1945. E proprio allora, il 28 ottobre 1945, l’Empoli tornò al suo vecchio Stadio, probabilmente già intitolato a “Carlo Castellani”, per una gara di Campionato di Serie C Centro Sud-Girone A: fu con la Sangiovannese, vittoria azzurra 1-0, gol al 2’ di Profeti. Quello fu anche il Campionato che valse all’Empoli la promozione, per la prima volta nella sua storia, in Serie B. Una Serie B che allora si disputava in tre gironi e nella quale l’Empoli stette fino al termine della Stagione 1949/50 […]

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L’altro Carlo Mazzone

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) – Carlo Mazzone è un uomo che veleggia verso gli 83 anni. Un allenatore che può vantare più di mille panchine ufficiali e un numero record per quello che riguarda la Serie A. Nonostante sia rimasto ai margini delle grandi piazze, e delle conseguenti vittorie, dove è passato ha lasciato il segno. Il motivo è semplice, quanto terribilmente crudele. La figura di Carlo Mazzone come allenatore è stata assassinata dalla retorica.  Non si parla mai di un mister che nonostante la mancanza di attitudine tattica è riuscito in qualche impresa mirabile, come detenere il record di punti in una sola stagione di Serie B con l’Ascoli o qualificare il piccolo Cagliari per la Coppa UEFA nel 1993. Numeri finiti nel dL0imenticatoio. Mazzone è e sarà sempre intrappolato nel personaggio di sor Carletto, l’allenatore del popolo, quello semplice, che alle alchimie tattiche preferisce gestire i suoi uomini, e che viene amato dai suoi tifosi quasi a prescindere dai risultati, per via di quella sua veracità tutta romana che conquista ed inganna allo stesso tempo.

[…] Un mister concreto, per come mette la squadra in campo e per come riesce a gestire il gruppo di calciatori a disposizione. Il pragmatismo di ferro, eccessivo ed ostentato, è la sua cifra stilistica. Alla continua ricerca di un calcio semplice, dove non servono strane formule per emergere. […] Quando nella sua favola bresciana, il presidentissimo Corioni gli regala Baggio, sor Carletto ha il merito di capire che quello è un giocatore speciale, e che deve ricevere un trattamento speciale. […] Affida le sorti della squadra ai piedi fatati di Baggio, già diventato una sorta di Papa pallonaro. Questa ricerca ossessiva del buon senso in campo è il pregio e al contempo il maggiore limite di Carlo Mazzone. Infatti quando servirebbe un guizzo, un’idea geniale da mettere sul rettangolo verde per scardinare la gara e invertire il piano inclinato della partita manca sempre il famoso centesimo per completare la lira. Non esistono contromisure in corsa, non esiste (ancora) la fisima tattica: in campo vincono i più bravi e basta.

[…] Il passaggio da allenatore di provincia a venerabile santino di un calcio nostalgico ha una linea di demarcazione ben precisa. Parliamo naturalmente dell’episodio più conosciuto, quello della corsa sotto la curva atalantina durante un derby tra i nerazzurri e il suo Brescia nel settembre del 2001.

Si tratta di un episodio che rappresenta plasticamente quello che è l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Mazzone, e segna per il mister romano il definitivo distacco da professionista della panchina, per entrare nella galassia delle icone pop di un’epoca, svuotando praticamente di contenuto un’intera carriera

[…] Ridurre la figura di Carletto Mazzone ad una paonazza corsa sotto la curva è però ingeneroso: come allenatore si è potuto togliere qualche soddisfazione sparsa. Se fosse un ciclista si direbbe che ha vinto qualche tappa, senza mai però avvicinarsi al trionfo completo.

Come quando il suo Perugia annega le speranze di scudetto della Juve nella celebre piscina del Renato Curi, consegnando di fatto il tricolore alla Lazio di Cragnotti. Mazzone, fedele alla sua immagine di uomo verace e con la battuta pronta, in sala stampa dirà come prima cosa che ci voleva un romanista per far vincere lo scudetto alla Lazio. Battuta fulminante e francamente riuscita, che descrive appieno il personaggio. […]

[…] Guardiola, che è stato suo giocatore nella miglior edizione della storia del Brescia, lo invita alle finali di Champions, lo omaggia appena possibile. Non si azzarda a dire che deve molto del suo calcio a quello che gli ha insegnato Mazzone. Lo chiama “maestro” più per rispetto che per reale convinzione tecnica. Sembra quasi che questo sperticato apprezzamento lo renda più umano, e lo aiuti a sfumare la naturale antipatia che le vittorie attirano. Le sue squadre infatti sono l’esatto contrario della filosofia di gioco di sor Carletto, che di certo non ha mai lanciato i suoi terzini in ardite scorribande offensive, al contrario. Accade così per Amedeo Carboni ai tempi della Roma: “‘ndo cazzo vai”, gli grida Mazzone, quando lo vede intento all’avanzata.

Fuori dallo spettacolo del gioco, fuori da ogni motivazione tecnica, la gente ama Mazzone proprio per questa natura verace. […]

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Roberto Baggio, storia di un trasferimento shock

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METROPOLITANMAGAZINE.IT (Andrea Mari) – […] Questa rivalità sportiva è nata negli anni ’80 ma il trasferimento di un singolo calciatore ha decretato lo strappo definitivo tra le due tifoserie: parliamo dell’addio alla maglia viola di Roberto Baggio, ceduto dai fiorentini ai piemontesi dei potenti Agnelli.

In quel di Firenze, il 18 maggio è marchiato da un bollino nero. Giorno nefasto e foriero di brutte notizie. il diciottesimo giorno del quinto mese in calendario del 1990, Roberto Baggio si trasferì dalla Fiorentina alla Juventus sancendo la contrapposizione definitiva tra tifosi viola e bianconeri. Fu la trattativa che riscrisse le regole del gioco: il “Divin Codino” abbandonò l’ombra di Palazzo della Signoria approdando sotto la Mole per 25 miliardi di lire, cifra astronomica per l’epoca.

[…] I tifosi della Fiorentina, increduli ed arrabbiati, misero a ferro e fuoco le strade di Firenze. Si registrarono ingenti danni e ci furono numerosi scontri tra la polizia ed i supporters della Viola.

Fu un vero e proprio moto rivoluzionario che coinvolse tutto il popolo fiorentino che scese in piazza per manifestare il suo dissenso. Un fiume in piena color viola che non risparmiò nessuno: un pezzo di cuore era stato asportato dall’organismo della Fiorentina e donato, su un vassoio d’argento, agli odiati rivali della Juventus. Troppo per un tifo passionale come quello toscano.

[…] In quegli anni, Juventus Fiorentina si contesero lo scettro della Serie A incontrandosi, spesso e volentieri, nelle competizioni europee.

Nel 1982, i bianconeri vinsero lo scudetto battendo nel rush finale proprio la compagine viola. Una sola lunghezza separò, alla fine del torneo, le due formazioni. Da quel momento, fu odio. La frustrazione della Fiorentina si infuocò nuovamente nel 1990: la “Vecchia Signora” vinse la Coppa Uefa ai danni della Viola in un doppio confronto che generò diverse polemiche. Nell’occhio del ciclone terminò l’arbitraggio, considerato troppo di parte dai toscani.

La goccia che fece traboccare il vaso cadde pochi giorni dopo la delusione europea: Caliendo, procuratore di Roberto Baggio, annunciò il passaggio del “Divin Codino” alla corte di Agnelli. Fu il caos.

Guerra civile. Per un calciatore, per il simbolo dell’amore verso la fede calcistica. In mezzo, la città di Firenze. Si registrarono diversi danni e numerosi scontri tra tifosi e polizia. Il popolo viola chiese, a gran voce, la testa del presidente Pontello mentre assaltava, con ferocia e rancore, la sede della Fiorentina. Non insorsero dei facinorosi, bensì dei cittadini follemente innamorati della propria squadra e di quel numero dieci che disegnava calcio e magia in campo.

Intanto, Roberto Baggio si rifiutò di indossare la sciarpa della Juventus durante la conferenza stampa di presentazione, in segno di rispetto verso i suoi ex tifosi. Non bastò questo nobile gesto a placare il rancore: il neo juventino, che aveva risposto alla chiamata della Nazionale, ricevette sputi, insulti e minacce a Coverciano. Tornò a Firenze il 7 aprile del 1991, quasi un anno dopo dall’ultima volta. Con addosso il marchio dell’infamia: la maglietta degli acerrimi rivali piemontesi.

L’accoglienza non fu delle migliori e la situazione rischiò di degenerare quando venne assegnato un calcio di rigore alla Juventus: il rigorista bianconero era proprio l’ex di turno. Roberto Baggio si rifiutò di calciarlo perché Mareggini, suo vecchio compagno alla Fiorentina, lo conosceva troppo bene. Una nobile scusa per non accoltellare nuovamente i suoi antichi tifosi.

Al momento della sostituzione, il fuoriclasse della Juventus salutò tutto il pubblico di Firenze e prese in mano una sciarpa della Fiorentina arrivata dagli spalti. Il “Franchi” si spaccò in due correnti: i traditi fischiarono ed insultarono mentre gli innamorati applaudirono con le lacrime agli occhi.

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Chiarugi, Lulù e quel ricordo senza fine

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L’ARENA.IT (Gianluca Tavellin) – […] Luciano Chiarugi l’eroe della Coppa delle Coppe vinta dal Milan quattro giorni prima della Fatal Verona, ricorda così quel 20 maggio 1973. […] “Ho letto che Zigoni disse che vedendo lo stadio tutto rossonero si innervosì a tal punto da trascinare la squadra al successo. Ognuno disse la sua. La verità è che Bigon e Rivera sbagliarono subito due occasioni, Pizzaballa e il giovane Bergamaschi furono protagonisti e poi dopo il gol di Sirena ci furono anche delle autoreti, via doveva andare così». […] “. Niente da fare a me brucia ancora e con me anche altri rossoneri dell’epoca. Era lo scudetto della stella, avrebbe portato benefici a tutti. Ricordo che Nereo Rocco negli spogliatoi sul 3 a 1 per loro ci disse: “Ragazzi ma che vi succede?“. Una cosa inusuale per lui che aveva sempre la battuta pronta e sapeva motivarci. Mi crede, non l’ho capito neppure oggi» […] «Garonzi, il loro presidente, aveva una concessionaria della Fiat, ma non voglio insinuare nulla. Però qualche chiacchiera uscì, visto che il torneo lo vinse la Juve. La verità è che eravamo pronti ma anche ad inizio secondo tempo, quando provavamo a far gol, loro ne facevano un altro. Vi ricordo che il Milan ne fece tre, non eravamo cotti. Ricordo che alla fine non dicemmo nulla. In molti piansero. […]

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