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Il Calcio Racconta

Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Prima parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del ’23, il Genoa fece una leggendaria tournée nel Cono Sur de America, affrontando le Selezioni Nazionali di Argentina e Uruguay, ricevendo una calorosissima accoglienza dai liguri di Buenos Aires e Montevideo.  La vicenda, per usare un termine giuridico, “è agli atti”. Nella sua lunga storia, il Grifone ha, per così dire, vissuto una sua “Estate Tanguera”.

Ci sono articoli della stampa italiana e argentina dell’epoca, pubblicazioni e libri a riguardo, che ricostruiscono tutto questo molto dettagliatamente. Un esempio per tutti, è quello tratto dal libro di Camillo Arcuri e Edilio Pesce, “Genoa and Genova. 1893-1993. Una Squadra, una Città, Cento Anni Insieme”; pubblicazione uscita 26 anni fa, in occasione del centenario del Grifo che, tra l’altro, può vantare due contributi preziosi: la copertina ideata dal celebre scenografo e illustratore, candidato due volte all’Oscar, Emanuele Luzzati, e una poesia al suo interno dell’illustre poeta Edoardo Sanguineti, il quale per l’occasione creò appunto un componimento in omaggio a James Spensley.

Alla pagina 65 di questo bellissimo libro, accanto ad una foto scattata a Buenos Aires nell’estate del ’23, si può leggere: “Il corteo delle auto, con la squadra del Genoa, si reca tra due ali di folla a rendere omaggio al monumento del Generale Manuel Belgrano, eroe dell’indipendenza argentina”.  E ” le due ali di folla “non sono certo un’esagerazione del cronista. Chi ha dubbi a riguardo può controllare da solo. Del resto, nel libro in questione, qualche pagina prima si può anche leggere: “È una festa l’arrivo nel porto di Baires, con una gran folla accorsa ad augurare ‘buena suerte’ alla comitiva rossoblù, messaggera di sportività e genovesità, in terre dove la presenza ligure era tanto diffusa quanto apprezzata”. In effetti, in quegli anni, nella parte più meridionale del continente americano, il football era ormai diventato un fenomeno sociale di massa ed aveva raggiunto livelli tecnici davvero notevoli. Tra l’altro, Genova aveva contribuito in modo notevole alla diffusione del calcio nella capitale argentina: il River Plate e il Boca Juniors furono, infatti, fondati da emigrati genovesi, rispettivamente nel 1901 e nel 1905. Basta dare un’occhiata alle generalità dei fondatori, dei dirigenti, e dei primi giocatori per notare subito una serie di nomi dalla chiara impronta ligure che, in alcuni casi, lasciano    anche    intuire   la   località   di provenienza: Pedemonte e Carrega, Salvarezza e Moltedo, Bricchetto, Ratto e Baglietto.

Il Boca Juniors è forse il club che ha conservato più integralmente e più lungamente queste radici genovesi. Infatti, i tifosi di questa squadra amano definirsi “Xeneises”, adattamento ispanizzante della parola “Zeneisi”, che nella lingua genovese indica appunto gli abitanti di Genova.

A riprova di questa mia affermazione, può essere considerato il fatto che sul sito ufficiale del Boca Juniors, nel 2015, oltre all’opzione in spagnolo, e a quella in inglese, per la navigazione delle pagine web si poteva anche scegliere la lingua della città della Lanterna. Ed è questo il motivo per cui, ad esempio, in relazione alla maglia del Boca, nel sito della squadra argentina si poteva leggere che: “O mariolo do Boca o l’è ciù che ‘n sempliçe abito sportivo. O l’è o  tezöo d’ogni tifozo ch’o ghe demanda a-i zugoei de sualo fin a in fondo. O l’è o mantello sacro lödòu da çentenae de cansoin. O simbolo ch’o l’unisce i xeneizes spantegae in gio a-o mundo”. Traduzione per i non genovesi: “La maglia del Boca è qualcosa di più di un semplice abito sportivo. È il tesoro di ogni tifoso e pretende che i giocatori l’impregnino di sudore. È il mantello sacro lodato in centinaia di canzoni.  Il simbolo che unisce i genovesi della Boca sparpagliati in giro per il mondo”. Il genovese, quindi, è forse l’unica lingua di una città italiana ad essere stata utilizzata nel sito ufficiale di una squadra straniera.

Comunque, per tornare alla tournée del Genoa nel ’23, va tenuto presente che, tra il ‘20 ed il ’30 del secolo scorso, il calcio sudamericano, e quello uruguayano in particolare, raggiunse livelli di assoluta eccellenza. La squadra uruguayana di calcio vinse le Olimpiadi del 1924 che, in mancanza del campionato mondiale, a quei tempi non ancora creato, era la massima competizione intercontinentale di football allora esistente; l’anno dopo, il Nacional di Montevideo fece una mitica tournée europea, della durata di circa sei mesi, “la historica gira de 1925”, affrontando, di fronte ad un totale di oltre 800.000 spettatori in 38 partite, storici club europei (tra i quali possiamo citare Barcellona, Deportivo La Coruña, Sporting Lisbona, Porto, Basilea, Rapid Vienna e Genoa), e ottenendo il notevole score di 26 vittorie e sette pareggi; tre anni dopo, nel 1928, il titolo olimpico fu per l’ennesima volta prerogativa dei calciatori uruguagi; e poi, nel ‘30, quando finalmente vennero organizzati i primi mondiali di calcio,  furono  gli  uruguayani,  ancora  una  volta,  ad imporre la loro supremazia, alzando al cielo la Coppa Rimet.

Buenos Aires. Gli emigrati italiani, con tanto di mandolino e chitarra sullo sfondo, rendono omaggio ai giocatori del Genoa. A sinistra si riconosce Luigi Burlando. Al centro Ottavio Barbieri (con cappello chiaro e cravatta), dietro di lui, alla sua sinistra, Renzo de Vecchi. Dietro de Vecchi si riconosce Adolfo Baloncieri (individuabile per il farfallino). A fianco di Baloncieri, si trova Aristodemo Santamaria (anche lui con cappello chiaro e cravatta).

È questa la cornice storica in cui il Genoa, nel 1923, partì in transatlantico da Genova per una tournée, in America Latina; tournée nella quale avrebbe appunto affrontato le più forti nazionali del Sud America. In quella occasione, ci furono anche dei “pour parler” per giocare contro il Brasile.  Ma le trattative non andarono in porto e alla fine furono organizzati solo gli incontri con Argentina e Uruguay.
Va anche detto che il Genoa quell’anno non aveva semplicemente vinto il campionato ma aveva addirittura finito il torneo imbattuto. E il sostegno dei tifosi genoani a quella mitica squadra non era mancato neanche in trasferta. Durante quella stagione fu addirittura organizzato un treno speciale, per la partita col Padova: partenza da Genova alle sei di domenica e rientro previsto per le tre di mattina del giorno dopo. Ma le cronache narrano anche come quella partita, a Padova, non registrò solo l’arrivo del treno genoano. L’entrata dei rossoblù in campo fu infatti accompagnata dal lancio in aria di centinaia di berretti. Erano quelli dei marinai genovesi delle flotte militari, giunti dalle basi navali dei porti di Venezia e Trieste. Fatta quella che per me era una doverosa precisazione storica, possiamo quindi tornare alla tournée in Uruguay e in Argentina.

Continua… 

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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1968, il primo Scudetto femminile

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – È appena ripartita la caccia alla Juventus Women, che da due anni si fregia del titolo di Campione d’Italia.

Ma se il club bianconero è stata l’ultima società ad apporre il proprio nome nell’albo d’oro della serie A di calcio femminile, il primato di essere stata la prima squadra scudettata spetta al Genova.

Siamo nel 1968 e da pochi mesi si è costituita la prima federazione di calcio femminile, la F.I.C.F. (Federazione Italiana Calcio Femminile). Il suo primo atto è quello di organizzare un campionato nazionale. Per iniziare si chiede il “beneplacito” della comunità medica: il Prof. Vittorio Wyss (Direttore del Centro Medicina dello Sport di Torino) rassicurò tutti dichiarando, attraverso le colonne del quotidiano “La Stampa”, che non era vero che il calcio fosse inadatto alle donne. L’unica controindicazione consisteva nel fatto che praticando questo sport “le gambe guadagneranno certamente in muscolatura ma certamente anche perderanno in eleganza di linea”.

Si stabilisce di fissare la durata delle partite in 70 minuti (due tempi da 35’) e viene ammessa una sola sostituzione.

Le squadre partecipanti sono dieci, suddivise in due gironi da cinque:

Girone A (Centro-settentrionale): ACF Ambrosiana Milano, ACF Genova, ACF Pro Viareggio, ACF Real Torino, Pro Loco Travo (Piacenza);

Girone B (Centro-meridionale): ACF Cagliari, ACF Lazio 2000, ACF Roma, FC Napoli, Giovani Viola Firenze.

La prima fase si disputa dal 23 giugno al 29 settembre e si conclude con Real Torino, Genova, Roma e Cagliari qualificate per gli spareggi per l’assegnazione del titolo.

Dal doppio confronto tra Roma – Real Torino e Cagliari- Genova sono le capitoline e le liguri a staccare il biglietto per la finale.

Così sul neutro dell’Arena Garibaldi di Pisa, il 24 novembre, il Genova supera di misura per 1-0 la Roma, grazie al gol realizzato da Albertina Rosasco, e si laurea campione d’Italia.

Questa la rosa dell’ACF Genova:

Giuseppina Tessadori (cap.), Maria Grazia Gerwien, Luisa Coli, Maura Fabbri e Marina Camba, Albertina Rosasco, Paola Mignone, Teresa Gallione, Corinna Gerwien, Annalisa Dasso e Caterina Gaggero. Allenatore: Ugo Mignone.

Non tutte le società di calcio femminile, però, si affiliarono alla neonata F.I.C.F. ma scelsero di disputare il torneo organizzato dall’UISP (Unione Italiana Sport Popolare). A conquistare il titolo di Campione d’Italia fu FC Bologna. Infatti le emiliane, nel girone unico composto da cinque società, si classificarono al primo posto davanti, nell’ordine, a ACF Abano Milano, ACF Internazionale, ACF Juventus, ACF Pilastro Parma.

Questa la rosa del FC Bologna:

Nonni (cap.), Sacchetti, Parrini, Morbiato, Spisani, Bonfiglioli, Mazza, Matteucci, Provvedi, Bonetti, Garulli.

 

Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

“Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile”  della GEO Edizioni (Prefazione scritta dal Vice Presidente L.N.D. Delegato per il Calcio Femminile Sandro Morgana).

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14 settembre 1969 – Nasce Francesco Antonioli, 50 anni da antieroe

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Quella che vado a raccontarvi, nel giorno del suo 50esimo compleanno, non è una storia come tante, ma la storia di un calciatore, in gioventù, considerato predestinato, che seppe rilanciarsi ogni qual volta il sogno pareva sfumare o la sfida diventare più difficile, arrivando a conquistare quella vetta, tanto agognata, a tratti irraggiungibile. Francesco Antonioli, “Batman” per i suoi più affezionati sostenitori.

Nato a Monza il 14 settembre 1969, Francesco fece, nella formazione brianzola della sua città Natale, la trafila delle giovanili, fino ad essere aggregato alla prima squadra già all’età di 16 anni. Era un portiere dotato di ottima tecnica seppur non particolarmente spettacolare. Agile e istintivo. Il 27 agosto 1986 fece il suo debutto da professionista in coppa Italia, contro, niente di meno che la Juventus allenata da Rino Marchesi. Debutto da incorniciare. Il Monza perse 1-0 ma Francesco fu determinante coi suoi interventi per rendere il passivo dignitoso, contro un avversario prestigioso come la squadra campione d’Italia in carica.  Al termine della stagione furono 6 le presenze e nella stagione successiva, 87-88, promosso titolare, fu fra i grandi protagonisti della promozione in serie B col secondo posto nel campionato di serie C1 e della conquista della coppa Italia di categoria. Ma la vera svolta fu rappresentata dal match di coppa Italia del 30 agosto 1987. In quell’incontro estivo dei gironi di coppa Italia, il Monza come avversario si trovò il Milan di Arrigo Sacchi. Il Milan si impose grazie a una doppietta di Marco Van Basten, ma il tecnico di Fusignano che a primavera avrebbe vinto lo scudetto, iniziando a scrivere la sua leggenda, notò il portiere brianzolo e ne consigliò l’acquisto ai dirigenti del Milan, che proprio nel Monza avevano iniziato la carriera, Adriano Galliani e Ariedo Braida.  Così nell’estate 1988 Antonioli approdò in rossonero, crescendo alle spalle di colui che sarebbe divenuto il suo modello, Giovanni Galli, debuttando in coppa Italia il 3 settembre 1988 nel match casalingo vinto dal Milan 2-1 contro la Lazio e successivamente arrivò la convocazione nella under 21 allenata da Cesare Maldini. Lo spazio però era davvero poco e Francesco, senza aver ancora esordito in campionato nella formazione rossonera, nell’estate del 1990, scavalcato nelle gerarchie da Andrea Pazzagli, il nuovo titolare, fu prestato al Cesena nell’ambito dell’operazione che condusse al Milan, Sebastiano Rossi. Terzo portiere, in Romagna, chiuso dal capitano Alberto Fontana e da Marco Ballotta, il Milan lo mandò a Modena in serie B, durante il mercato di riparazione dello stesso anno, dove finalmente il talento di Antonioli sbocciò, sotto la guida di Renzo Ulivieri. Fu così richiamato al Milan nell’estate del 1991 per fare il vice del titolare scelto dal neo allenatore Fabio Capello. In quella che divenne una stagione da record per il Milan, campione imbattuto, che diede il via alla leggenda degli “invincibili”, Francesco fu il titolare nelle sfide di Coppa Italia, in cui il Milan arrivò fino alle semifinali, sconfitto ed eliminato a Torino il 14 aprile 1992 da un gol di Schillaci nella sconfitta subita per 1-0 contro la Juventus. Ma Francesco brillò. Migliore in campo nel match di Torino, nella competizione che fu un porta fortuna della sua carriera. Nacque così un vero e proprio dualismo con Sebastiano Rossi. Francesco divenne beniamino del pubblico di fede milanista, convinto di avere fra i pali un campione, un portiere come non lo si vedeva dai tempi di Albertosi, con margini di miglioramento evidenti, considerando la giovane età. Il 3 giugno 1992 conquistò a Vaxjo il titolo di campione d’Europa con la nazionale under 21. Antonioli partì titolare nella stagione 92-93, alzando il 30 agosto 1992 la Supercoppa italiana nella vittoria interna dei rossoneri sul Parma per 2-1. Rossi divenne il portiere di coppa Italia, lasciando il ruolo di protagonista tra i pali a Francesco sia in campionato che in Champions League, in cui l’esordio del brianzolo avvenne il 16 settembre 1992 a San Siro contro gli sloveni dell’Olimpia Lubiana. Tutto sembrava andare per il meglio. Anche dopo un piccolo problema muscolare, che causò uno stop di un paio di settimane, Francesco riconquistò subito il suo posto.

Finchè non arrivò il maledetto derby della Madonnina numero 156. Il 22 novembre 1992. Al 69° minuto, col Milan in vantaggio per 1-0 grazie a un gol di Lentini, l’orrendo campo dello stadio, intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, contribuì a rendere beffardo per il portiere un tiro dalla distanza non irresistibile di Luigi De Agostini. Un errore clamoroso di valutazione. Il pallone rimbalzando a terra, scivolò dalle mani del portiere, insaccandosi in rete, con un effetto quasi magico. Anzi un pallone più che magico stregato, che rispedì Antonioli a fare la riserva di Rossi, chiudendo ogni spazio al portiere brianzolo, che nell’estate 1993 chiuse definitivamente la sua avventura milanista, con un computo complessivo di 27 partite ufficiali disputate. Accettò la corte del Pisa e ripartì dalla serie cadetta. In una stagione negativa per i toscani, che chiusero il campionato di serie B 93-94 con la retrocessione in serie C1, Francesco riuscì comunque a brillare e nell’estate del 1994 la Reggiana, allenata da Pippo Marchioro, neopromossa in serie A, decise di scommettere su di lui. Ancora una retrocessione, in una stagione travagliata per gli emiliani, con ben due cambi di panchina, ma Francesco fu il titolare indiscusso e nell’estate del 1995, Renzo Ulivieri, il tecnico che più di ogni altro seppe valorizzarlo, il tecnico che più di ogni altro aveva creduto in quel talento, lo volle con sé al Bologna neopromosso in serie B. Fu una stagione straordinaria. Antonioli trovò finalmente continuità e da titolare, fu tra i grandi protagonisti di una avvincente cavalcata che si concluse per i felsinei con la vittoria del campionato di serie B e di un sorprendente cammino in coppa Italia fino alle semifinali contro l’Atalanta, eliminando durante il cammino Verona, Roma, Reggiana, ma soprattutto il Milan nei quarti di finale, a San Siro, in una gara in cui Francesco riuscì ad esorcizzare il suo passato, parando tutto ciò che poteva parare a Weah e soci, tradito solo da un errore di Tarozzi sull’1-0 per i felsinei,  che portò la sfida ai supplementari e poi ai rigori in cui Francesco fu decisivo parando dal dischetto i tiri di Eranio e Coco. Stagione da incorniciare e finalmente di nuovo padrone del suo destino. La macchia del derby era stata cancellata. Rimase al Bologna fino all’estate del 1999 quando proprio il neo allenatore della Roma, Fabio Capello, lo volle nella capitale, convinto della definitiva maturazione di quel talento inespresso e sfortunato, ai tempi del suo Milan. Era una Roma che stava mettendo in piedi una vera e propria rivoluzione culturale. Un cantiere aperto. Dopo 3 anni di integralismo Zemaniano e di un calcio generalmente offensivo e di schemi ripetuti al limite dell’ossessione, Franco Sensi volle portare a Roma il meglio che il mercato poteva offrire in termini di gestione della rosa e pragmatismo. La stagione 99-2000, che vide trionfare i cugini laziali allenati dall’ex Sven Goran Eriksson, si concluse con un sesto posto e con molte critiche. Non a Francesco, che seppe aver facilmente ragione della concorrenza dell’esperto portiere austriaco Konsel. Ma la Roma aveva gettato le basi, le fondamenta, proprio in quell’anno, ricordato con disprezzo dai tifosi romanisti, della storica vittoria del successivo campionato 2000-01. Nell’estate 2000 Batistuta, Zebina, Samuel, Emerson si aggiunsero a Totti, Tommasi, Di Francesco, Cafu, Montella, Delvecchio, Zago, Aldair, Assuncao e naturalmente a Francesco Antonioli. Fu un trionfo. Il tanto sospirato successo che mancava dal 1983 per la Roma giallorossa e l’apice della carriera per Antonioli. Finalmente protagonista, con 26 presenze da titolare, di un trionfo, lui che da milanista, ne aveva vissuti tanti da spettatore. Nell’estate 2001, la Roma acquistò dall’Atalanta, per 27 miliardi di vecchie lire, Ivan Pelizzoli e Antonioli si ritrovò nuovamente invischiato in un dualismo. Seppur inizialmente, a partire titolare fu l’ex atalantino, qualche incertezza del giovane portiere, restituì il ruolo di protagonista tra i pali al più esperto brianzolo, così in campionato con 30 presenze, così come in Champions League. Rimase alla Roma fino all’estate 2003, quando fu acquistato dalla Sampdoria di Riccardo Garrone, allenata da Walter Novellino. Nella sua esperienza in giallorosso ha totalizzato 145 presenze ufficiali con 138 reti subite. A Genova restò un triennio, ricordato soprattutto per la stagione 2004-05, in cui i blucerchiati ottennero 61 punti fondamentali al ritorno in Europa dopo 7 anni di purgatorio. Nell’estate 2006, considerato ormai anziano, coi suoi quasi 37 anni, in fase calante e senza più nulla da dare, fu ceduto dalla Samp al Bologna, là dove seppe rilanciarsi qualche anno prima. Un Bologna in serie cadetta, ansioso di tornare tra i grandi e allenato ancora dal grande maestro di Francesco. Quel Renzo Ulivieri, vero e proprio angelo custode del portiere brianzolo. Ma le cose non andarono nel verso giusto. Ulivieri fu esonerato e il Bologna non andò al di la di un settimo posto. Il ritorno in serie A arrivò la stagione successiva, 2007-08, sotto la guida tecnica di Daniele Arrigoni. Il Bologna arrivò secondo in serie B e Francesco fu fra i protagonisti di un’altra promozione. Il destino riservò, il 31 agosto 2008, il debutto in campionato proprio a San Siro, proprio contro il Milan, uno stadio in cui tutte le attenzioni erano per Ronaldinho Gaucho, al debutto nella serie A, in maglia rossonera. Il Bologna vinse 2-1 a sorpresa e Francesco fu tra i migliori. Il momento più esaltante di una stagione tribolata, che vide alternarsi in panchina Arrigoni, Mihajlovic e Papadopulo, i felsinei riuscirono comunque a salvarsi, conquistando il 17° posto e salutando a fine stagione quel caparbio antieroe, protagonista di tante battaglie. Una fenice, capace di risorgere sempre, vincendo soprattutto lo scetticismo di chi lo dava già finito. Con i felsinei disputò un totale di 264 partite ufficiali incassando 268 reti. Chiamato nell’estate 2009 a Cesena, in serie B, per difendere i pali dei romagnoli, allenati Pierpaolo Bisoli, conquistò subito un’altra promozione in serie A, ottenendo la salvezza sorprendente nella stagione successiva e chiudendo la carriera all’età di 43 anni, al termine della stagione 2011-12, purtroppo coincisa con la retrocessione in serie B. Con la maglia del Cesena ha totalizzato 109 partite ufficiali. Francesco Antonioli seppur sia stato convocato più volte in nazionale maggiore, non vi ha mai esordito. È stato il secondo di Francesco Toldo agli Europei 2000, concluso dagli azzurri al secondo posto. Antonioli ha attraversato la serie A, vivendone la sua parabola appieno. Dalla golden age di un calcio italiano conquistatore nel mondo, di un campionato, in cui tutti i più grandi volevano venire a giocare, fino al declino, a vantaggio di campionati più ricchi e capaci di evolversi, come Premier League o Liga spagnola. È il 48° giocatore più presente nella storia del campionato di serie A con 416 presenze. Oggi è un collaboratore tecnico del Cesena che milita nel campionato di serie C.

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13 settembre 1969 – Nasce Daniel Fonseca, una carriera tra gioie e dolori

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Daniel Garis Fonseca nasce a Montevideo, in Uruguay, il 13 settembre del 1969.

La sua carriera calcistica inizia nella squadra della sua città, il Nacional Montevideo nel 1988 con la quale vince un campionato.

Subito dopo, inizia la sua avventura Italiana. Viene acquistato dal Cagliari e, avendo i nonni di origine italiana, riesce ad ottenere quasi subito il passaporto italiano.

Passa due stagioni con il Cagliari, giocando 50 partite in due campionati e segnando 17 gol. Nel 1992 viene acquistato dal Napoli che investe circa 15 miliardi di lire più il cartellino di Pusceddu. Furono così altri due anni Serie A, gli unici due in doppia cifra: sedici reti nel 1992-93, 15 nel 1993-94. Con la maglia azzurra segnò tutte e cinque le reti del Napoli nella partita di Coppa Uefa a Valencia.

Il Napoli di quel periodo però, è una società con parecchi guai economici, per cui sarà costretta a sacrificare alcuni giocatori importanti, tra cui Daniel Fonseca.

Così, dopo soli due anni, nel 1994 viene acquistato dalla Roma allenata da Carlo Mazzone. Il presidente Sensi ha grandi obiettivi e quindi anche l’intenzione di acquistare giocatori di un certo livello per raggiungerli. Fonseca infatti, passerà alla squadra capitolina per 20 miliardi di lire, cifra molto alta per l’epoca.

A Roma però vive tre stagioni tra alti e bassi, alcune belle partite e anche risultati deludenti, non riuscendo così a ripetere i successi ottenuti con il Napoli. Otto gol sia nel 1994-95 che nel 1995-96, soltanto 4 nel 1996-97, in un attacco tutto sudamericano insieme all’argentino Abel Balbo. Tuttavia, nello stesso periodo riesce a ottenere grandi soddisfazioni con la nazionale dell’Uruguay, vincendo la Copa America del 1995.

Nel 1997 viene acquistato dalla Juventus, dove però riuscirà ad ottenere una maglia da titolare solo la prima stagione, tuttavia vince una Supercoppa italiana e uno scudetto nella stagione 2001 – 2002.

Ma la carriera di Fonseca, a Torino, iniziò a prendere la sua parabola discendente: nella stagione 1999-2000, a causa di numerosi infortuni, non scese mai in campo in campionato, disputando una sola gara di Coppa Uefa contro il Levski Sofia e una partita di Coppa Italia contro il Napoli il 16 dicembre 1999.

A quel punto Fonseca decide di chiudere il contratto con la Juventus per tornare in Sudamerica ma non in Uruguay, in Argentina con il River Plate.

La sua carriera, ormai quasi conclusa, lo riporta ancora in Italia nella stagione 2002 -2003, nel Como, neopromosso in serie A. Gioca solo due partite prima di dire definitivamente addio al calcio giocato.

Nel suo percorso da calciatore, Daniel Fonseca detto il “castoro” per via dei suoi denti, ha subito numerosi infortuni che ne hanno limitato di certo il rendimento, lo chiamarono anche il “coniglio” per via del suo evidente disagio quando veniva sostituito e, grazie alla trasmissione Mai dire gol e ad una imitazione di Teo Teocoli, si trovò anche una discreta popolarità tra il pubblico italiano. Una cosa è certa infatti, l’Italia e la serie A erano nel suo destino.

Oggi Daniel Fonseca è un ex calciatore in giacca e cravatta con una vita da procuratore in giro per gli stadi di mezzo mondo. Gestisce, tra gli altri talenti, Muslera, Caceres e, in passato, Luis Suarez. Di talento, da calciatore, Fonseca ne aveva da vendere, anche se gli infortuni lo hanno frenato.

 

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