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Lazio Roma, Derby Capitale. La storia – Prima Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Il derby a Roma è una partita che spesso dura una stagione. Anche per questo, sarà difficile far dimenticare lo scorso 29 luglio agli appassionati di calcio romani: accaldati a lavoro o in pieno relax in qualche località di vacanza, dalle 19,00 di sera hanno volto tutti gli sguardi all’unisono verso lo schermo di una tv o di uno smartphone in trepidante attesa della diretta del sorteggio del calendario della Serie A 2019/2020. Sono bastate poche frazioni di secondo per svelare l’arcano: un sorteggio shock ha infatti consegnato ai tifosi capitolini una partenza ad altissima intensità, che toglie il palcoscenico alla prima giornata, da sempre la più attesa. Il derby della Capitale, Lazio-Roma è alla seconda giornata, domenica 1settembre, mai così presto nella storia della serie A.

In pochi si sarebbero aspettati di trovarsi di fronte alla Partita – con la P maiuscola – con ancora il costume e le infradito. Questo perché il derby cittadino è un evento che, per i romani, ha una solennità pari ad una festività come il Natale, al quale occorre avvicinarsi cautamente, con lo stesso sentimento natalizio misto di gioia e tristezza, ed anticiparne oltremodo la celebrazione ha sicuramente causato un certo spaesamento. Questo anche perché per molti tifosi capitolini il derby non è solo una festività sportiva ma può rappresentare addirittura l’eterna lotta tra il bene ed il male: una battaglia sportiva atta a difendere la città dall’invasore, o forse meglio dall’impostore. Entrambe le fazioni in gioco, infatti, arrogano alla loro parte la superiorità cittadina: i laziali rivendicano l’ascendenza storica sul calcio capitolino, i romanisti rispondono mostrando la netta preponderanza geografica e demografica.

Da questo scontro nessuno in città può rimanere escluso; se il detto recita “quando sei a Roma, fa come i romani” in questo caso la valenza è manifesta: Roma non tollera gli ignavi, quando si gioca la stracittadina occorre schierarsi, stare da una parte o dall’altra. Nella settimana che precede il derby si deve scegliere il proprio partito, o la Lupa capitolina o l’Aquila imperiale. Perché il derby non è solo una partita, ma un modo di vivere la Città Eterna, un senso di appartenenza alla sua anima più intrinseca.

Nei primi decenni del ‘900 furono giocati centinaia di derby tra le varie squadre capitoline che ne rappresentavano i principali quartieri: gli abitanti di Borgo e di Prati tifavano per la Fortitudo, quelli di Prati e parte dei Parioli per la Lazio, il Trionfale e l’Esquilino per l’Alba e la Romana, i Parioli per il Roman, Monti e l’Esquilino per la Juventus. In questi anni la Lazio imponeva sistematicamente la propria superiorità tecnica sulle varie squadre che diedero vita alla AS Roma solo nel 1927. In tanti casi i risultati erano eclatanti, con scarti che spesso superavano le cinque/sei reti.

Il primo antesignano del derby “Roma-Lazio” nella storia si svolse il 19 gennaio 1908 in Piazza di Siena (match arbitrato dal principe Filippo Doria Pamphili). A sfidare per primo il predominio laziale fu il Roman, team composto da atleti provenienti dalle classi della medio/alta borghesia dei Parioli. I laziali vinsero 5-3, profittando del fatto che i “roman-isti” disputarono la partita in dieci, in quanto uno dei loro elementi, il temibile terzino Giacomo Peroni, non aveva potuto intervenire. Lo strapotere biancoceleste era vissuto con un certo fastidio dalle altre compagini capitoline. Emblematico è l’episodio svoltosi il 21 aprile 1912: nei campi della Piazza d’Armi, si giocavano contemporaneamente Juventus-Alba e Fortitudo-Lazio. I giocatori laziali si imponevano per l’ennesima volta sui cugini ma quando il centravanti della Fortitudo riuscì a segnare un goal al portiere laziale fu un tripudio generale: “Hanno sverginato la Lazio! Hanno sverginato la Lazio!” – cominciò a gridare come un ossesso un giovane tifoso della Fortitudo ai calciatori di Juventus ed Alba; Al che i ventidue giocatori delle altre due squadre sospesero la partita e invasero il campo per rallegrarsi col fortitudiano che aveva rotto l’incantesimo. La confusione durò circa un quarto d’ora.

Solo con l’inizio degli anni ’20 la Città eterna trova una relativa parità tra le varie contendenti ma con la nascita della Associazione Sportiva Roma nel 1927, la storia cambia nuovamente. Sullo scorcio degli “anni ruggenti”, alla vigilia della prima Serie A (campionato 1929-30), Roma aveva finalmente due belle squadre. Una antica e gloriosa, l’altra giovane e ambiziosa. Ed anche i tifosi dei due club erano diversi fra loro. La Lazio di inizio secolo era la squadra dei quartieri alti, dei pariolini, dei signori ed esibiva ai contendenti quarti di nobiltà. La neonata AS Roma era invece il prodotto finale di un’alchimia durata un quarto di secolo, iniziata dal Roman, proseguita dalla Fortitudo e dall’Alba e aveva raccolto dalla loro eredità le varie tifoserie capitoline, che superavano insieme di gran lunga il numero e la passione dei supporter laziali.

Il primo confronto tra le due formazioni va in scena nel giorno dell’Immacolata Concezione: l’8 dicembre 1929. Per due anni, dal 1927 al 1929, Roma e Lazio hanno militato in gironi differenti del campionato italiano. La prima sfida assoluta, il primo “Derby della Capitale”, viene giocato in casa laziale allo stadio della Rondinella, di fronte ad un pubblico quasi interamente giallorosso che esplode trepidante al goal decisivo dello 0 a 1 di Rodolfo Volk. Negli anni trenta si registra un netto predominio giallorosso: la Roma in continua ascesa giungerà al primo titolo nazionale per una squadra del centro sud ad appena 15 anni dalla sua fondazione e quando nel 1936/37 la Roma vince il suo decimo derby, la Lazio ne ha conquistato fino ad allora soltanto uno.

Nel secondo dopo guerra, dopo un iniziale predominio biancoceleste che va dal 1947 al 1954 (la Lazio vincerà sei derby consecutivi tra il 1951 e 1952, ma in due occasioni si disputavano partite amichevoli) si torna ad una situazione di sostanziale parità nello score della stracittadina.

Gli anni ’60, gli anni del miracolo economico italiano, vedono anche il boom giallorosso: su 23 incontri svoltisi tra il 1958/59 ed il 1970/71 la Roma ne vince 11 e ne pareggia 9, lasciando ai biancocelesti solo 3 vittorie in poco più di due lustri. La superiorità giallorossa si nota anche nei punteggi (spesso la Roma vince con più di 2 o 3 goal di vantaggio). In questo periodo resta memorabile l’incontro del 13 Novembre 1960: alle ore 14.30 si scontrano la Roma prima in classifica contro Lazio fanalino di coda.  Il risultato al termine della partita sarà particolarmente indicativo per l’immediato futuro: 4 a 0 per i giallorossi con tripletta di Manfredini.  Al termine della stagione la Lazio retrocederà per la prima volta nella sua storia in serie B e la Roma renderà indimenticabile la stagione con altro importante successo conseguito: il trionfo nella terza edizione di Coppa delle Fiere, poi divenuta Coppa UEFA ed attuale Europa League.

Per rompere il sortilegio giallorosso serve dunque un eroe biancoceleste e la Lazio lo trova: è Giorgio Chinaglia a firmare il successo del derby di Coppa Italia 1970, un derby estivo come il prossimo venturo (si giocò di 29 agosto), con la Lazio ancora relegata nella serie cadetta contro una ben più attrezzata Roma. Nel 1972-73, la Lazio grazie anche ai goal del suo bomber ritorna in serie A e si aggiudica entrambe le stracittadine. La formazione biancoceleste è in vertiginosa crescita e l’anno successivo, il 1973-74, oltre a bissare il doppio successo nel derby capitolino, si aggiudica il suo primo Scudetto. La sfida di ritorno di quella stagione entra di diritto nella storia dei derby: il 31 marzo 1974, l’Olimpico è letteralmente incandescente; fumogeni, bomboni e cori intimidatori agitano il pre-partita. Il clima è di quelli pesanti, non solo perché i giallorossi sono in zona retrocessione e i biancocelesti in corsa Scudetto, ma anche per le scorie del derby d’andata con la vittoria laziale nel finale e la corsa del solito Giorgio Chinaglia sotto la curva avversaria. La Lazio parte male, andando immediatamente sotto con un goffo autogoal del portiere Pulici che blocca un cross dalla destra oltre la riga di porta. Il secondo tempo però è un’altra storia: pareggia subito Vincenzo D’Amico e dopo 3 minuti Nanni cade in area e l’arbitro fischia: è rigore. Long John Chinaglia si incarica del tiro dal dischetto ed il risultato è già scritto: esecuzione impeccabile ed esultanza sotto la Curva Sud con il dito alzato in senso di sfida.

Gli anni ’80 vedono di nuovo, modificare i rapporti di forza tra le contendenti: dopo anni di sostanziale equilibrio la Roma spicca il volo. Nel corso del decennio la Roma conquista 4 coppe Italia, uno Scudetto e perde una finale di Coppa dei Campioni solo al termine della lotteria dei rigori contro un formidabile Liverpool. La Lazio dal canto suo passa un profondo periodo di crisi che la condanna spesso alla serie B. Per questo motivo i derby giocati saranno pochi: appena 11 in 10 anni (4 vittorie Roma, 6 pareggi ed un solo successo biancoceleste). Tra le vittorie giallorosse resta impressa nel cuore dei tifosi romanisti quella del 23 ottobre 1983: si gioca alle ore 14,20. Lo stadio Olimpico è una bolgia ed a pochi attimi dall’inizio della partita dalla Curva Sud viene calato uno striscione, alto 20 metri e lungo 60, che porta la dedica più semplice ma più sincera: “Ti Amo”. Secondo molti esperti, è la prima coreografia organizzata in Italia. L’evento porta fortuna alla “Maggica” che firma il successo nella stracittadina con i goal di Nela e Pruzzo. Il decennio finisce con un altro idolo biancoceleste che, come negli anni ’60, interrompe il dominio romanista. È il 15 gennaio 1989, la Lazio neo-promossa di Materazzi vede vicina la zona retrocessione, i giallorossi stanno un po’ meglio ma dopo questa partita non vedranno una vittoria prima di altre 11 giornate. Dopo 25 minuti, un cross dalla sinistra trova smarcato al centro dell’area Paolo Di Canio, il giovane talento del Quarticciolo dalle belle speranze, che firma di giustezza il primo gol in serie A ad 18 anni e 6 mesi, regalandosi un’esultanza che ha fatto storia: folle corsa sotto la curva avversaria, come quella di Giorgio Chinaglia 15 anni prima, cambiando però il dito mostrato agli avversari. Il fato vuole che lo stesso Di Canio, dopo altri 16 anni, deciderà un altro derby della capitale nello stesso intervallo di gara, realizzando il primo gol del successo biancoceleste del gennaio 2005 nella stessa porta e sotto la stessa curva.

Gli anni ’90 si aprono con profondi stravolgimenti, tanto nella situazione politica europea, quanto nei rapporti di potere del calcio capitolino. L’insediamento del finanziere romano Sergio Cragnotti, avvenuto nel 1992 cambia radicalmente la storia del club laziale e lo rilancia in campionato e nelle competizioni europee grazie ad importanti investimenti che portarono i biancocelesti a primeggiare in Italia e in Europa. La Roma perde invece gradualmente competitività, dopo la morte del presidente Dino Viola. Nel 1993 la società viene acquistata da Franco Sensi, che rinforza la squadra, mancando tuttavia di ottenere, nell’immediato, risultati di rilievo. il decennio vede quindi un netto predominio biancoceleste: nei 22 derby giocati tra il 1999 ed il 2000, la Lazio ne porta a casa 8 (4 addirittura nello stesso anno, record assoluto nella storia della stracittadina), ne pareggia 11 (soprattutto nella prima metà degli anni ’90) e lascia alla Roma il misero bottino di appena 3 successi. Tanti sono le vittorie laziali che andrebbero ricordate ma forse una resta impressa indelebile nei cuori biancocelesti. La stracittadina subiva gli ultimi strascichi di un lungo periodo di “pareggite”, in quanto nelle sette edizioni precedenti a quel 6 marzo del 1994, nessuna delle due contendenti era riuscita ad imporsi. La Lazio era in corsa per la zona Europa, la Roma invece non riusciva a rialzare la testa. Nei primi minuti della partita il capitano laziale Bergodi esce sorretto a braccia. Giuseppe Signori diventa il nuovo capitano e, qualche istante più tardi, con una botta al volo nella nebbia dei fumogeni che rendevano difficile la visibilità, segna la rete che risulterà decisiva. Il danno diventa beffa quando a venti minuti dalla fine della partita, il diciasettenne Francesco Totti ottiene un calcio di rigore: capitan Giannini si porta al dischetto, ma un attento Marchegiani ne intuisce l’esecuzione per la gioia della Curva Nord. A parti inverse, non può che restare indelebile per i tifosi giallorossi il derby successivo. La voglia di rivalsa brucia nei cuori dei tifosi assiepati in Curva Sud il 27 novembre 1994 e nella splendida coreografia del pre-partita gli stessi hanno ipotizzato il futuro del match: “C’è solo l’AS Roma”; e così sarà. Dopo 130 secondi la Roma è già in vantaggio con Abel Balbo. Cappioli e Fonseca chiudono l’incontro: è 3 a 0 e l’allenatore romanista Carlo Mazzone corre inebriato di gioia sotto la curva romanista.

I primi anni duemila sono gli anni d’oro del calcio capitolino. I biancocelesti, alla fine del decennio maestoso dei novanta, nell’anno del centenario della loro fondazione conquistano il secondo titolo nazionale, una coppa Italia e la Supercoppa Europea. Ma la Roma non vuole stare a guardare: nel giro di un anno il presidente Franco Sensi costruisce una squadra maestosa che, alla guida del mister Fabio Capello, riesce nell’impresa di strappare lo scudetto dal petto degli odiati cugini.

Da allora e in questi ultimi 20 anni, le squadre capitoline hanno arricchito le loro pur misere bacheche: la Lazio in particolare ha mantenuto un ottimo cammino nel tempo collezionando ad intervalli regolari uno scudetto, una super coppa UEFA, 5 coppe Italia e 3 super coppe italiane; la Roma, che nella prima decade del nuovo millennio ha collezionato uno scudetto, 2 coppe Italia e 2 super coppe italiane, è a digiuno da titoli sportivi con la nuova proprietà americana nonostante non siano mancati sostanziosi investimenti societari. Nei decenni in esame la storia dei derby ha inanellato una tale ricchezza di incontri spettacolari che lo sforzo di sintesi nella citazione può risultare arduo. In alcuni casi la stracittadina ha visto imporsi la vincitrice con spettacolari goleade: è impossibile dimenticare lo storico 5 a 1 giallorosso del marzo 2002 con 4 goal del bomber Vincenzo Montella ed il 4 a 1 inflitto sempre in casa laziale nell’aprile 2016 dalla seconda Roma spallettiana; Altrettanto indelebili nei cuori dell’altro versante del Tevere, saranno i due 3 a 0 rifilati agli odiati cugini, sempre in casa laziale, nel dicembre 2006 e nello scorso marzo 2019 memori della gioia di Danilo Cataldi, laziale cresciuto nella Lazio e dalla Lazio lanciato nel calcio che conta, mentre insacca il gol che chiude il derby proprio sotto la Curva Nord.

Ma negli ultimi 20 anni più che la storia degli incontri, può risultare rilevante la storia di due uomini. Il primo, in casa biancoceleste, è Senad Lulic. Forse è suo il goal biancoceleste più importante nella storia delle stracittadine: è il 26 maggio 2013 e la gara finale di Coppa Italia mette in scena, per la prima volta in assoluto, il derby della Capitale. La città per settimane ha atteso con ansia il derby che avrebbe stabilito la supremazia cittadina. La Lazio si avvicina al derby, confortata dagli ultimi precedenti (3 vittorie su 4), con un mantra nella mente: “Ci sono solo due modi per tornare da una battaglia: con la testa del nemico o senza la propria”. Nella Roma invece il capitano giallorosso, Francesco Totti, prova a caricare i suoi e nei giorni precedenti la finalissima dell’Olimpico si sbilancia moltissimo arrivando ad affermare che quel derby avrebbe contato per i tifosi capitolini come una finale di Champions League. Purtroppo per il pupone a sollevare la coppa furono proprio i biancocelesti a segno con Senad Lulic al minuto ’71 dell’incontro. Un cross dalla destra di Candreva viene smanacciato malamente dal portiere giallorosso Lobont. Il centrocampista bosniaco della Lazio si trova quindi al momento giusto, nel posto giusto: appena la palla sorpassa la linea di porta, c’è una frazione di secondo in cui il vuoto risucchia ogni suono. Una specie di silenzio assoluto, di vuoto pneumatico, e subito dopo c’è il boato. Un momento che è entrato nell’immaginario collettivo della tifoseria laziale.

In casa giallorossa invece il primo ventennio del nuovo millennio ha un nome ed un cognome: Francesco Totti. L’eterno capitano giallorosso è il calciatore ad aver disputato e vinto più derby della capitale nella storia: 44 (37 in campionato e 7 in Coppa Italia) segnando 11 gol (altro record assoluto). Davanti a certi numeri può risultare impossibile scegliere il momento simbolo: se il primo gol di Totti in un derby è il coronamento di una rimonta iniziata dal 3-1, in inferiorità numerica, memorabili sono anche i goal festeggiati dal capitano giallorosso con delle maglie celebrative come quella recante il caustico “Vi ho purgato ancora!!” o la dedica “6 unica” dopo il cucchiaio con cui incanta Peruzzi nel 2005, mentre lo stadio viene giù per l’incredulità di una partita irripetibile. In molti casi, il capitano giallorosso ha voluto strafare: dopo aver deciso il derby regalando alla sua tifoseria una doppia marcatura, si è addirittura sostituito al cameraman di Sky nell’immortalare l’evento o si è regalato un selfie davanti alla sua curva in balia di una tempesta di gioia ed emozioni.

Ci avviciniamo quindi all’ultimo derby di questo decennio con un bagaglio enorme di storie e ricordi. Nelle stracittadine del nuovo millennio è la Roma ancora a farla da padrona: nel primo decennio, su 23 incontri la Roma ne porta a casa 11 mentre la Lazio ne vince 5 (7 i pareggi). Negli ultimi 10 anni, sempre su 23 incontri, la Roma se ne aggiudica 12, la Lazio 7 e sono solo 4 le ics nella storia della stracittadina. Ultimamente lo spettacolo, come abbiamo raccontato, non è mai mancato: in 10 degli ultimi 11 derby la squadra vincitrice ha segnato almeno due goal. Il 1° settembre per l’ennesima volta la Capitale resterà col fiato sospeso in attesa del verdetto: perché se è vero che Roma non è stata costruita in un giorno, 90 minuti possono bastare per conquistarla.

35 anni, laureato in Storia e amante del calcio. Tifoso romanista, quindi non abituato alle vittorie. Professionista nel campo dell’assistenza normativa e commerciale bancaria e finanziaria. Scrittore per diletto. Nel tempo libero amo viaggiare, fare sport e vedere film e serie TV. Sono un appassionato lettore di geopolitica e storia

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Loris Boni ricorda Carlo Petrini

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Un post su Facebook di Loris Boni di qualche giorno fa conteneva una foto che ritraeva Boni stesso insieme a Carlo Petrini. Un pensiero accompagnava l’immagine:

“Ciao Carlo… non ho mai avuto bisogno di leggerti per sapere… non ho mai ascoltato chi criticava… non ho mai ascoltato chi rinnegava, io ti ho conosciuto prima di tanta gente e forse ho un piccolo rimpianto …“, segue un cuore rosso.

Il post ci emoziona subito, ci incuriosisce e ci mettiamo in contatto quindi con Loris Boni: un messaggio, un appuntamento e infine la telefonata. L’ex calciatore è sempre molto gentile e disponibile. Cominciamo analizzando la foto… “Siamo al Centro Medico Sportivo dell’Acqua Acetosa a Roma, stiamo facendo le visite mediche. Siamo entrambi appena arrivati nella capitale. È l’estate del 1975”, ci dice l’ex calciatore.

Un mercato, quello a tinte giallorosse, i cui acquisti quell’anno sono proprio solo Boni e Petrini, gli unici indispensabili per la dirigenza giallorossa per ripetere l’exploit del terzo posto della stagione precedente. Purtroppo non sarà così…

Torniamo al post e alle frasi che lo compongono, facendocele spiegare da Boni…

 … “…non ho mai avuto bisogno di leggerti per sapere…”…

“Vero… ha detto e raccontato cose che nel mondo del calcio dicevano in tanti, cose che si sentivano in sottofondo. Questo non significa che io o i miei compagni nelle varie squadre in cui ho giocato facevamo uso di sostanze strane. Ma in un calcio come quello dell’epoca c’era molta “ignoranza” da parte di noi stessi calciatori. Spesso non si chiedeva nemmeno ciò che ci veniva dato. E in questo modo era facile dare “qualcosa” a qualcuno senza che se ne accorgesse nemmeno.”

… non ho mai ascoltato chi criticava… non ho mai ascoltato chi rinnegava…

“In molti, quando ha trattato determinati argomenti, quelli scottanti come anche il calcio scommesse, gli davano ragione in privato salvo defilarsi poi in pubblico.

…io ti ho conosciuto prima di tanta gente e forse ho un piccolo rimpianto …

“Abbiamo avuto un buon rapporto, nel nostro unico anno insieme a Roma. Poi siamo rimasti in contatto. Ho seguito le sue vicissitudini, mi hanno fatto stare male. Anche dal suo esilio forzato mi chiamava e mi diceva della sua sofferenza, per la famiglia e i figli. Forse questo il mio rammarico, non averlo potuto aiutare in un momento delicato della sua vita. Era lontano da me e da tutti”.

Loris Boni si ferma, prende tempo… poi riprende, forse con più malinconia… ”Carlo è stato un uomo che ha sofferto molto. Pensate solo la sua non presenza al funerale del figlio Diego… Avrà fatto degli errori, avrà sbagliato … ma ha sofferto le pene dell’inferno”.

Diego, “Quel figlio che oggi è rimasto dentro di me come un coltello piantato”, si legge sul libro di Petrini “Nel fango del Dio pallone”.

C’è poi, ovviamente, il calciatore Petrini… “Liedholm credeva molto in lui, lo curava in maniera molto particolare durante gli allenamenti. Un giocatore dal fisico pauroso, statuario. Buon mancino, grande colpitore di testa, generoso. Correva molto e sbagliava anche molto. Ricordo quel Roma Sampdoria (n.d.r. 14 dicembre 1975) in cui si rese protagonista di un gesto rimasto nella storia: dopo essersi “mangiato” una serie di gol più o meno facili, guadagnò il centro del campo per chiedere scusa a tutto lo stadio. Poco dopo segnò il gol vittoria”.

Loris Boni si fa più serio e prima di congedarci esclama: “Carlo, stiamo più vicini… Questo gli direi se fosse ora qui”.    

 

                  

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11 novembre 1984 – Il pallone d’oro bavarese e le streghe bianconere

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GLIEROIDELCALCIO.COM  (Luca Negro) – 11 Novembre, una data che a Torino, sede Juventus, viene marchiata, cerchiata con un pennarello nero, sul calendario. Una data da narrare e tramandare. Data in cui per la “signora” ci sono streghe ad accoglierla. E quel giorno di 35 anni fa, l’11 novembre 1984, fu realmente profetico. Vuoi la superstizione. Vuoi perché solo 5 anni prima, nel 1979, l’11 novembre, aveva visto i bianconeri, crollare a Milano, nel 142° incontro ufficiale contro l’Internazionale, sotto i colpi di uno scatenato Alessandro Altobelli, autore di una tripletta, nel 4-0 in favore dei nerazzurri, allenati da Eugenio Bersellini, nell’ormai famoso “derby d’Italia”, così come il giornalista Gianni Brera, ribattezzò, nel 1967, l’epico scontro fra le due rivali più titolate d’Italia. Vuoi per il difficile momento in un campionato fra i più competitivi e spettacolari di sempre, in cui l’Hellas Verona, l’allegra compagine allenata da Osvaldo Bagnoli, raccoglieva, giornata dopo giornata, la consapevolezza della propria forza, nel campionato che sarà ricordato come quello del sorteggio integrale degli arbitri. Una consapevolezza gialloblu che nulla sarebbe stato impossibile e che la vittoria finale non poteva e non doveva essere solo una chimera o una semplice utopia. La consapevolezza resa tale e maggiore, giornata dopo giornata, anche per il ritardo in classifica della Juventus campione d’Italia, la corazzata allenata da Trapattoni che poteva contare, oltre a “Le Roi” Michel Platini, allo zoccolo duro della nazionale italiana di calcio. Già, la Juve del Trap, che quell’11 novembre 1984, nel 156° derby d’Italia, si apprestava a rivedere nuovamente le streghe, proprio come 5 anni prima. Non si può nemmeno dire che la vigilia di quell’ottava giornata del campionato di serie A 84-85, fosse facile per i nerazzurri. La sosta aveva solo in minima parte alleviato il trauma della sconfitta patita nel derby col Milan del 28 ottobre. Il volo di Mark Hateley, oltre a scuotere i pilastri del cielo e fatto vibrare i cuori dei tifosi rossoneri, aveva tolto sicurezze all’ambiente interista, che l’esperienza e la classe degli ultimi arrivati, Brady, Causio e soprattutto, Rummenigge, avevano infuso. Pareggiando con la Roma, alla settima giornata, la Juventus, aveva raggiunto in classifica proprio i nerazzurri, sconfitti nel derby e le due squadre, erano appaiate con 8 punti, in netto ritardo in classifica. 4 punti di distacco dal Verona capolista, ma ciò che preoccupava maggiormente, erano le tante squadre avanti. Torino, Milan, Fiorentina e la sorprendente Sampdoria, che, ancora non sapeva, avrebbe iniziato un ciclo. Insomma, la sensazione, alla vigilia di quel derby d’Italia, era che si trattasse di un drammatico spareggio e che, probabilmente, avrebbe prevalso la paura di perdere. Il pubblico era quello delle grandi occasioni e San Siro, “la scala del calcio”, lo stadio intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, ancora una volta, un luogo magico. Subito si ebbe la sensazione che i padroni di casa, allenati da Ilario Castagner, non solo stessero meglio fisicamente, ma che fossero anche meglio disposti tatticamente. Dopo una brevissima fase iniziale di studio, l’Inter accelerò, trovando già dopo 10 minuti la svolta del match in una azione sulla corsia di sinistra. Una iniziativa di Riccardo Ferri venne interrotta dalla difesa bianconera, pallone a Mandorlini, cross perfetto al centro della area di rigore della Juventus, dove svettò in solitudine Rummenigge. Sul pallone intervenne goffamente Stefano Tacconi smanacciando e trasformando la traiettoria della sfera in una palombella che beffardamente si insaccò alle sue spalle. Primo gol nel campionato italiano per il tedesco, fino a quel momento a secco e ferito nell’orgoglio dal post derby di un paio di settimane prima e dal confronto della stampa col ben più prolifico rendimento, fino a quel momento, di Mark “Attila” Hateley, che avrebbe iniziato, invece, proprio quel giorno, una lunga astinenza dal gol. Dopo una decina di minuti, la Juventus, che già doveva rinunciare a Boniek, dovette fare a meno anche di Paolo Rossi a causa di un infortunio muscolare. Entrò in campo il 22enne Giovanni Koetting, prodotto del vivaio bianconero.

Al 31° minuto, Mandorlini, fin lì davvero devastante sulla sinistra, dopo aver saltato Tardelli, venne colpito in pieno volto da un calcio, un pericoloso intervento dello stesso giocatore della Juventus vicino al vertice sinistro dell’area di rigore bianconera. Esecuzione affidata all’ex Liam Brady. Traiettoria uncinata al centro dell’area di rigore e difesa della Juventus ancora impreparata e disordinata. Stacco aereo solitario di Riccardo Ferri e palla in rete per il 2-0. Anche per lui fu il primo centro in quel campionato. Juventus alle corde, Inter che fino all’Intervallo dosò le forze controllando comodamente il match. Trap furioso coi suoi all’intervallo. La reazione bianconera però fu disordinata e impacciata. Emotiva e poco ragionata di una squadra, in cerca di Platini, ma senza trovarlo. I tanti passaggi sbagliati su quel campo appesantito e i tanti errori tecnici, trovavano sempre puntualmente e rapidamente i nerazzurri, pronti a ripartire in contropiede. Come cinque minuti dopo l’intervallo, quando Bonini perse palla al limite dell’area di rigore nerazzurra, innescando una incredibile superiorità numerica 4 contro 2 da parte della “beneamata”. Palla a Bergomi per la finalizzazione e miracoloso intervento in uscita di Tacconi sulla conclusione. Poi ancora serpentina di Liam Brady sulla fascia sinistra e palla a Beppe Baresi, clamorosamente lasciato solo al limite dell’area di rigore bianconera, conclusione potente e angolata sulla quale Stefano Tacconi fu ancora prodigioso. Finalmente si vide anche Walter Zenga, impegnato ad anticipare in uscita Koetting sul cross basso dalla sinistra di Antonio Cabrini. Poco dopo, Liam Brady fu pronto a battere un calcio d’angolo battuto alla destra del fronte d’attacco nerazzurro. Ma il suo piede vellutato anziché scodellare al centro, servì la corrente Giuseppe Baresi, che mise al centro dell’area di rigore juventina, un pallone teso e spiovente che trovò pronto all’incornata Fulvio Collovati, nell’occasione, ad anticipare Koetting. Pallone fuori di poco. Difesa della Juventus in bambola e incapace di contrastare la potenza dei nerazzurri nel gioco aereo. Massimo Bonini naufragava a centrocampo, incapace di fare filtro. La superiorità dell’Inter si palesò muscolarmente oltre che tecnicamente e l’attacco, orfano dei titolari, affidato all’ingabbiato Platini, era praticamente nullo. Tacconi, ultimo baluardo, cercò disperatamente di contenere, ancora su Rummenigge e poi Altobelli. Dopo 70 minuti di gioco la rifinì con Prandelli per la testa di Platini da circa dodici metri dalla porta difesa da Zenga. Ma l’azione più pericolosa da parte dei bianconeri terminò col pallone sopra la traversa di oltre un metro. Al 74° minuto Tacconi, ancora protagonista, sventò in angolo su Altobelli, elegante nel finalizzare una bella azione iniziata da Baresi e Marini. Sugli sviluppi del corner battuto da Brady, difesa juventina ancora impreparata. Favero inerme dinanzi allo stacco aereo di Fulvio Collovati, che trovò pallone e “sette” alla sinistra della porta difesa da Tacconi per il 3-0. A quel punto l’Inter si rilassò e la Juventus, ferita nell’orgoglio affidò il suo desiderio di rivalsa, prima a Platini, che sparò ancora alto da circa venti metri dalla porta interista e poi a Bonini, che impegnò Zenga, ben piazzato nella circostanza, all’intervento, dopo essere stato splendidamente imbeccato da una idea di Le Roi Michel. Il tempo passava, il termine gara si avvicinava e con esso la sconfitta bianconera. L’Inter, forse troppo sicura di sé, continuò a concedere metri e spazi alla riscossa della Juventus, infervorata dai fischi e dalle grida di un Trapattoni mai rassegnato. Ma quando anche una punizione capolavoro di Platini, trovò pronto a volare il “deltaplano” Zenga, pronto a togliere un pallone dall’incrocio alla sua sinistra, la Juve si esaurì, accettando il destino. Dopo l’ingresso in campo di Pasinato al posto di un bravissimo Riccardo Ferri, pronto a riscuotere gli applausi del suo pubblico, la partita sembrava non avesse più nulla da raccontare se non il triplice fischio. Ma all’88° minuto Brady andò ad anticipare Bonini sulla trequarti nerazzurra pallone a Pasinato che iniziò una prepotente corsa verso l’area di rigore juventina servendo poi Rummenigge sul vertice destro. Violento diagonale del tedesco sul quale Tacconi non riuscì a imporsi e palla in rete per il 4-0, il medesimo punteggio di 5 anni prima. Dopo 5 anni le streghe erano tornate a materializzare i più terribili incubi dei bianconeri. 4-0 che non sarebbe mutato fino alla fine, in una data, l’11 novembre, che al pronunciarlo, a Torino, rievoca gli inferi, nella Milano sponda nerazzurra, risuona come un coro d’angeli. E certamente quell’11 novembre 1984 fu il giorno di Karl-Heinz Rummenigge, che coi primi gol nel campionato italiano, scacciò la crisi e quelle ironie sul suo conto. Tornò ad essere il pallone d’oro, alzato due volte consecutive nell’80 e 81, cestinando le maligne definizioni che fin lì qualcuno fra la stampa, volle affibbiargli.

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Il Calcio Racconta

9 novembre 1974 – Nasce “Pinturicchio” Del Piero.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Bernardino di Betto era un pittore raffinato, ma anche un uomo straordinariamente esile, particolare. Come il suo soprannome: PINTURICCHIO, quel nomignolo che gli avevano dato gli altri che lo vedevano gracile e che impazzivano nel vedere le sue pitture, i suoi meravigliosi affreschi. Era così unico e bravo Pinturicchio, che Papa Innocenzo VIII nel 1484 lo volle con sé in Vaticano. Doveva poetizzare tutto, fosse anche l’ordinario.

Solo un uomo dalla grandissima cultura come Gianni Agnelli poteva dare un soprannome del genere ad Alessandro Del Piero, che fin dall’inizio della sua avventura bianconera è stato chiamato a pennellare giocate ed a creare arte a modo suo.

Alessandro Del Piero nasce il 9 novembre 1974 a Conegliano Veneto (TV). Molto legato alla madre Bruna, perse il papà quando era all’apice della sua carriera.

Già da giovanissimo, ha dimostrato eleganza e classe e quel modo imperturbabile di affrontare i campi da gioco che nascondeva una grande sensibilità umana e una rigorosa correttezza.

Inizia a giocare per il San Vendemiano, per poi passare ad una categoria superiore con il Conegliano. Agli esordi, la mamma sperava facesse il portiere, per evitare infortuni, ma per fortuna il fratello Stefano, fece notare a tutti le sue grandi capacità in attacco.

Nel 1991 si trasferisce a Padova, dove esordisce mettendosi in luce grazie al suo indiscutibile talento, passando in quattro anni dalla primavera della squadra veneta, alla ribalta del calcio professionistico.

Proprio in quel periodo infatti, molti club importanti della massima serie se lo contendono, ma solo Milan e Juventus arrivano alla trattativa finale.

Grazie all’intercessione del direttore sportivo del Padova, Piero Aggradi, Alex viene ceduto alla Juventus, la quale ritiene il ragazzo degno sostituto di Roberto Baggio. Scelta che poi, quando quest’ultimo passerà al Milan, si rivelerà perfetta per la squadra bianco nera.

Nel frattempo, il giovane Alex, verrà convocato nella Nazionale Under 21 di Cesare Maldini e con la quale godrà dei successi europei del 1994 e del 1996.

A una settimana dall’esordio in campionato, realizzò il suo primo gol in bianconero, in Juventus – Reggiana, firmando il 4-0 finale.

È nel 1995 però che nasce qualcosa di unico e indimenticabile, il “goal alla Del Piero”: un aggancio ai limiti dell’area di rigore, una mattonella defilata sulla sinistra del campo, finta per lasciare sul posto il difensore e destro a giro a scavalcare il portiere per poi finire inesorabilmente sotto l’incrocio dei pali. Il secondo palo, quello più lontano, ovviamente. Esattamente ventiquattro anni fa Pinturicchio esportava questo gesto calcistico unico nel suo genere, nel prestigioso palcoscenico della Champions in un Borussia Dortmund-Juventus 1-3, rimasto nella storia.

Quello fu solo il più famoso di una serie di “gol alla Del Piero”. Già un anno prima, infatti, nelle sfide di Serie A contro il Napoli e la Lazio, aveva portato alla vittoria la Juve con la stessa prodezza, al San Paolo e all’Olimpico. Tra gli altri “gol alla Del Piero” non possiamo dimenticare quello contro lo Steaua Bucarest, sempre nella stagione 1995/1996 per i colori bianconeri – e quello realizzato in campionato contro il Verona nel dicembre 1996.

È l’8 novembre 1998, giorno prima del suo 24esimo compleanno e nell’apice della sua carriera, che durante la partita Udinese – Juventus, subisce un grave infortunio riportando una grave lesione ai legamenti del ginocchio destro. Il recupero sarà lungo e doloroso e soprattutto coincidente con un calo della prestazione sportiva. La Juve chiuderà l’anno infatti con un deludente settimo posto. Nonostante questo Lippi, allora allenatore della Juventus, continua a ritenerlo punto di riferimento per le ambizioni del club.

Infatti, dopo 9 mesi di stop, torna in campo dimostrando di essere ancora il campione di sempre.

Gli anni d’oro con la Juventus iniziano nel 1995 riuscendo nell’impresa scudetto, Coppa Italia e Supercoppa di Lega, mentre nel 1996 arriva anche la Champions League, la Supercoppa europea e la Coppa Intercontinentale.

Anche Zoff prima e Trapattoni poi, in qualità di allenatori della nazionale, non hanno mai potuto prescindere da Alessandro Del Piero nelle loro formazioni. Nel campionato 2000/2001 vinto dalla Roma dopo un lungo testa a testa, Alex subisce un nuovo infortunio e un nuovo stop di un mese e, nonostante la morte del padre e le voci che lo davano per finito, Pinturicchio rientra e, con una prodezza a Bari, il campionato 2001/2002 lo vede in grande forma leader indiscusso della Vecchia Signora, orfana di Zidane trasferito al Real Madrid.

Ai mondiali di Germania 2006 Del Piero realizza un sogno, in semifinale contro la Germania segna il gol del 2-0 all’ultimo secondo dei supplementari; scende in campo poi alla fine di Italia-Francia; calcia e segna uno dei rigori che coroneranno l’Italia campione del mondo per la quarta volta nella sua storia.

L’amore per la Juventus è più forte di qualsiasi cosa, anche dell’ingaggio e non abbandona la Vecchia Signora, neanche negli anni della B, dimostrando talento anche nell’animo, oltre che nella testa e nei piedi.

Alla fine del campionato 2011/2012 sembra intenzionato a terminare la sua carriera, ma a sorpresa, nel settembre 2012 decide di continuare a calcare i campi di gioco anche se dall’altra parte del globo: dopo 19 anni con la Juventus la sua nuova squadra è quella del Sidney, in Australia, dove lo attende la sua maglia numero 10. Resterà nel club fino al

2014, quando in agosto firma un contratto di una stagione con il Delhi Dynamos che milita nel nuovo campionato dell’Indian Super League.

Segna il suo primo e unico gol il 9 dicembre. Termina il campionato al quinto posto, con all’attivo 10 presenze, chiudendo qui la sua attività agonistica.

Tra club, nazionale maggiore e nazionali giovanili, Del Piero ha giocato 897 partite segnando 359 reti, con una media di 0,40 gol a partita.

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