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Il Calcio Racconta

Lazio Roma, Derby Capitale. La storia – Prima Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Il derby a Roma è una partita che spesso dura una stagione. Anche per questo, sarà difficile far dimenticare lo scorso 29 luglio agli appassionati di calcio romani: accaldati a lavoro o in pieno relax in qualche località di vacanza, dalle 19,00 di sera hanno volto tutti gli sguardi all’unisono verso lo schermo di una tv o di uno smartphone in trepidante attesa della diretta del sorteggio del calendario della Serie A 2019/2020. Sono bastate poche frazioni di secondo per svelare l’arcano: un sorteggio shock ha infatti consegnato ai tifosi capitolini una partenza ad altissima intensità, che toglie il palcoscenico alla prima giornata, da sempre la più attesa. Il derby della Capitale, Lazio-Roma è alla seconda giornata, domenica 1settembre, mai così presto nella storia della serie A.

In pochi si sarebbero aspettati di trovarsi di fronte alla Partita – con la P maiuscola – con ancora il costume e le infradito. Questo perché il derby cittadino è un evento che, per i romani, ha una solennità pari ad una festività come il Natale, al quale occorre avvicinarsi cautamente, con lo stesso sentimento natalizio misto di gioia e tristezza, ed anticiparne oltremodo la celebrazione ha sicuramente causato un certo spaesamento. Questo anche perché per molti tifosi capitolini il derby non è solo una festività sportiva ma può rappresentare addirittura l’eterna lotta tra il bene ed il male: una battaglia sportiva atta a difendere la città dall’invasore, o forse meglio dall’impostore. Entrambe le fazioni in gioco, infatti, arrogano alla loro parte la superiorità cittadina: i laziali rivendicano l’ascendenza storica sul calcio capitolino, i romanisti rispondono mostrando la netta preponderanza geografica e demografica.

Da questo scontro nessuno in città può rimanere escluso; se il detto recita “quando sei a Roma, fa come i romani” in questo caso la valenza è manifesta: Roma non tollera gli ignavi, quando si gioca la stracittadina occorre schierarsi, stare da una parte o dall’altra. Nella settimana che precede il derby si deve scegliere il proprio partito, o la Lupa capitolina o l’Aquila imperiale. Perché il derby non è solo una partita, ma un modo di vivere la Città Eterna, un senso di appartenenza alla sua anima più intrinseca.

Nei primi decenni del ‘900 furono giocati centinaia di derby tra le varie squadre capitoline che ne rappresentavano i principali quartieri: gli abitanti di Borgo e di Prati tifavano per la Fortitudo, quelli di Prati e parte dei Parioli per la Lazio, il Trionfale e l’Esquilino per l’Alba e la Romana, i Parioli per il Roman, Monti e l’Esquilino per la Juventus. In questi anni la Lazio imponeva sistematicamente la propria superiorità tecnica sulle varie squadre che diedero vita alla AS Roma solo nel 1927. In tanti casi i risultati erano eclatanti, con scarti che spesso superavano le cinque/sei reti.

Il primo antesignano del derby “Roma-Lazio” nella storia si svolse il 19 gennaio 1908 in Piazza di Siena (match arbitrato dal principe Filippo Doria Pamphili). A sfidare per primo il predominio laziale fu il Roman, team composto da atleti provenienti dalle classi della medio/alta borghesia dei Parioli. I laziali vinsero 5-3, profittando del fatto che i “roman-isti” disputarono la partita in dieci, in quanto uno dei loro elementi, il temibile terzino Giacomo Peroni, non aveva potuto intervenire. Lo strapotere biancoceleste era vissuto con un certo fastidio dalle altre compagini capitoline. Emblematico è l’episodio svoltosi il 21 aprile 1912: nei campi della Piazza d’Armi, si giocavano contemporaneamente Juventus-Alba e Fortitudo-Lazio. I giocatori laziali si imponevano per l’ennesima volta sui cugini ma quando il centravanti della Fortitudo riuscì a segnare un goal al portiere laziale fu un tripudio generale: “Hanno sverginato la Lazio! Hanno sverginato la Lazio!” – cominciò a gridare come un ossesso un giovane tifoso della Fortitudo ai calciatori di Juventus ed Alba; Al che i ventidue giocatori delle altre due squadre sospesero la partita e invasero il campo per rallegrarsi col fortitudiano che aveva rotto l’incantesimo. La confusione durò circa un quarto d’ora.

Solo con l’inizio degli anni ’20 la Città eterna trova una relativa parità tra le varie contendenti ma con la nascita della Associazione Sportiva Roma nel 1927, la storia cambia nuovamente. Sullo scorcio degli “anni ruggenti”, alla vigilia della prima Serie A (campionato 1929-30), Roma aveva finalmente due belle squadre. Una antica e gloriosa, l’altra giovane e ambiziosa. Ed anche i tifosi dei due club erano diversi fra loro. La Lazio di inizio secolo era la squadra dei quartieri alti, dei pariolini, dei signori ed esibiva ai contendenti quarti di nobiltà. La neonata AS Roma era invece il prodotto finale di un’alchimia durata un quarto di secolo, iniziata dal Roman, proseguita dalla Fortitudo e dall’Alba e aveva raccolto dalla loro eredità le varie tifoserie capitoline, che superavano insieme di gran lunga il numero e la passione dei supporter laziali.

Il primo confronto tra le due formazioni va in scena nel giorno dell’Immacolata Concezione: l’8 dicembre 1929. Per due anni, dal 1927 al 1929, Roma e Lazio hanno militato in gironi differenti del campionato italiano. La prima sfida assoluta, il primo “Derby della Capitale”, viene giocato in casa laziale allo stadio della Rondinella, di fronte ad un pubblico quasi interamente giallorosso che esplode trepidante al goal decisivo dello 0 a 1 di Rodolfo Volk. Negli anni trenta si registra un netto predominio giallorosso: la Roma in continua ascesa giungerà al primo titolo nazionale per una squadra del centro sud ad appena 15 anni dalla sua fondazione e quando nel 1936/37 la Roma vince il suo decimo derby, la Lazio ne ha conquistato fino ad allora soltanto uno.

Nel secondo dopo guerra, dopo un iniziale predominio biancoceleste che va dal 1947 al 1954 (la Lazio vincerà sei derby consecutivi tra il 1951 e 1952, ma in due occasioni si disputavano partite amichevoli) si torna ad una situazione di sostanziale parità nello score della stracittadina.

Gli anni ’60, gli anni del miracolo economico italiano, vedono anche il boom giallorosso: su 23 incontri svoltisi tra il 1958/59 ed il 1970/71 la Roma ne vince 11 e ne pareggia 9, lasciando ai biancocelesti solo 3 vittorie in poco più di due lustri. La superiorità giallorossa si nota anche nei punteggi (spesso la Roma vince con più di 2 o 3 goal di vantaggio). In questo periodo resta memorabile l’incontro del 13 Novembre 1960: alle ore 14.30 si scontrano la Roma prima in classifica contro Lazio fanalino di coda.  Il risultato al termine della partita sarà particolarmente indicativo per l’immediato futuro: 4 a 0 per i giallorossi con tripletta di Manfredini.  Al termine della stagione la Lazio retrocederà per la prima volta nella sua storia in serie B e la Roma renderà indimenticabile la stagione con altro importante successo conseguito: il trionfo nella terza edizione di Coppa delle Fiere, poi divenuta Coppa UEFA ed attuale Europa League.

Per rompere il sortilegio giallorosso serve dunque un eroe biancoceleste e la Lazio lo trova: è Giorgio Chinaglia a firmare il successo del derby di Coppa Italia 1970, un derby estivo come il prossimo venturo (si giocò di 29 agosto), con la Lazio ancora relegata nella serie cadetta contro una ben più attrezzata Roma. Nel 1972-73, la Lazio grazie anche ai goal del suo bomber ritorna in serie A e si aggiudica entrambe le stracittadine. La formazione biancoceleste è in vertiginosa crescita e l’anno successivo, il 1973-74, oltre a bissare il doppio successo nel derby capitolino, si aggiudica il suo primo Scudetto. La sfida di ritorno di quella stagione entra di diritto nella storia dei derby: il 31 marzo 1974, l’Olimpico è letteralmente incandescente; fumogeni, bomboni e cori intimidatori agitano il pre-partita. Il clima è di quelli pesanti, non solo perché i giallorossi sono in zona retrocessione e i biancocelesti in corsa Scudetto, ma anche per le scorie del derby d’andata con la vittoria laziale nel finale e la corsa del solito Giorgio Chinaglia sotto la curva avversaria. La Lazio parte male, andando immediatamente sotto con un goffo autogoal del portiere Pulici che blocca un cross dalla destra oltre la riga di porta. Il secondo tempo però è un’altra storia: pareggia subito Vincenzo D’Amico e dopo 3 minuti Nanni cade in area e l’arbitro fischia: è rigore. Long John Chinaglia si incarica del tiro dal dischetto ed il risultato è già scritto: esecuzione impeccabile ed esultanza sotto la Curva Sud con il dito alzato in senso di sfida.

Gli anni ’80 vedono di nuovo, modificare i rapporti di forza tra le contendenti: dopo anni di sostanziale equilibrio la Roma spicca il volo. Nel corso del decennio la Roma conquista 4 coppe Italia, uno Scudetto e perde una finale di Coppa dei Campioni solo al termine della lotteria dei rigori contro un formidabile Liverpool. La Lazio dal canto suo passa un profondo periodo di crisi che la condanna spesso alla serie B. Per questo motivo i derby giocati saranno pochi: appena 11 in 10 anni (4 vittorie Roma, 6 pareggi ed un solo successo biancoceleste). Tra le vittorie giallorosse resta impressa nel cuore dei tifosi romanisti quella del 23 ottobre 1983: si gioca alle ore 14,20. Lo stadio Olimpico è una bolgia ed a pochi attimi dall’inizio della partita dalla Curva Sud viene calato uno striscione, alto 20 metri e lungo 60, che porta la dedica più semplice ma più sincera: “Ti Amo”. Secondo molti esperti, è la prima coreografia organizzata in Italia. L’evento porta fortuna alla “Maggica” che firma il successo nella stracittadina con i goal di Nela e Pruzzo. Il decennio finisce con un altro idolo biancoceleste che, come negli anni ’60, interrompe il dominio romanista. È il 15 gennaio 1989, la Lazio neo-promossa di Materazzi vede vicina la zona retrocessione, i giallorossi stanno un po’ meglio ma dopo questa partita non vedranno una vittoria prima di altre 11 giornate. Dopo 25 minuti, un cross dalla sinistra trova smarcato al centro dell’area Paolo Di Canio, il giovane talento del Quarticciolo dalle belle speranze, che firma di giustezza il primo gol in serie A ad 18 anni e 6 mesi, regalandosi un’esultanza che ha fatto storia: folle corsa sotto la curva avversaria, come quella di Giorgio Chinaglia 15 anni prima, cambiando però il dito mostrato agli avversari. Il fato vuole che lo stesso Di Canio, dopo altri 16 anni, deciderà un altro derby della capitale nello stesso intervallo di gara, realizzando il primo gol del successo biancoceleste del gennaio 2005 nella stessa porta e sotto la stessa curva.

Gli anni ’90 si aprono con profondi stravolgimenti, tanto nella situazione politica europea, quanto nei rapporti di potere del calcio capitolino. L’insediamento del finanziere romano Sergio Cragnotti, avvenuto nel 1992 cambia radicalmente la storia del club laziale e lo rilancia in campionato e nelle competizioni europee grazie ad importanti investimenti che portarono i biancocelesti a primeggiare in Italia e in Europa. La Roma perde invece gradualmente competitività, dopo la morte del presidente Dino Viola. Nel 1993 la società viene acquistata da Franco Sensi, che rinforza la squadra, mancando tuttavia di ottenere, nell’immediato, risultati di rilievo. il decennio vede quindi un netto predominio biancoceleste: nei 22 derby giocati tra il 1999 ed il 2000, la Lazio ne porta a casa 8 (4 addirittura nello stesso anno, record assoluto nella storia della stracittadina), ne pareggia 11 (soprattutto nella prima metà degli anni ’90) e lascia alla Roma il misero bottino di appena 3 successi. Tanti sono le vittorie laziali che andrebbero ricordate ma forse una resta impressa indelebile nei cuori biancocelesti. La stracittadina subiva gli ultimi strascichi di un lungo periodo di “pareggite”, in quanto nelle sette edizioni precedenti a quel 6 marzo del 1994, nessuna delle due contendenti era riuscita ad imporsi. La Lazio era in corsa per la zona Europa, la Roma invece non riusciva a rialzare la testa. Nei primi minuti della partita il capitano laziale Bergodi esce sorretto a braccia. Giuseppe Signori diventa il nuovo capitano e, qualche istante più tardi, con una botta al volo nella nebbia dei fumogeni che rendevano difficile la visibilità, segna la rete che risulterà decisiva. Il danno diventa beffa quando a venti minuti dalla fine della partita, il diciasettenne Francesco Totti ottiene un calcio di rigore: capitan Giannini si porta al dischetto, ma un attento Marchegiani ne intuisce l’esecuzione per la gioia della Curva Nord. A parti inverse, non può che restare indelebile per i tifosi giallorossi il derby successivo. La voglia di rivalsa brucia nei cuori dei tifosi assiepati in Curva Sud il 27 novembre 1994 e nella splendida coreografia del pre-partita gli stessi hanno ipotizzato il futuro del match: “C’è solo l’AS Roma”; e così sarà. Dopo 130 secondi la Roma è già in vantaggio con Abel Balbo. Cappioli e Fonseca chiudono l’incontro: è 3 a 0 e l’allenatore romanista Carlo Mazzone corre inebriato di gioia sotto la curva romanista.

I primi anni duemila sono gli anni d’oro del calcio capitolino. I biancocelesti, alla fine del decennio maestoso dei novanta, nell’anno del centenario della loro fondazione conquistano il secondo titolo nazionale, una coppa Italia e la Supercoppa Europea. Ma la Roma non vuole stare a guardare: nel giro di un anno il presidente Franco Sensi costruisce una squadra maestosa che, alla guida del mister Fabio Capello, riesce nell’impresa di strappare lo scudetto dal petto degli odiati cugini.

Da allora e in questi ultimi 20 anni, le squadre capitoline hanno arricchito le loro pur misere bacheche: la Lazio in particolare ha mantenuto un ottimo cammino nel tempo collezionando ad intervalli regolari uno scudetto, una super coppa UEFA, 5 coppe Italia e 3 super coppe italiane; la Roma, che nella prima decade del nuovo millennio ha collezionato uno scudetto, 2 coppe Italia e 2 super coppe italiane, è a digiuno da titoli sportivi con la nuova proprietà americana nonostante non siano mancati sostanziosi investimenti societari. Nei decenni in esame la storia dei derby ha inanellato una tale ricchezza di incontri spettacolari che lo sforzo di sintesi nella citazione può risultare arduo. In alcuni casi la stracittadina ha visto imporsi la vincitrice con spettacolari goleade: è impossibile dimenticare lo storico 5 a 1 giallorosso del marzo 2002 con 4 goal del bomber Vincenzo Montella ed il 4 a 1 inflitto sempre in casa laziale nell’aprile 2016 dalla seconda Roma spallettiana; Altrettanto indelebili nei cuori dell’altro versante del Tevere, saranno i due 3 a 0 rifilati agli odiati cugini, sempre in casa laziale, nel dicembre 2006 e nello scorso marzo 2019 memori della gioia di Danilo Cataldi, laziale cresciuto nella Lazio e dalla Lazio lanciato nel calcio che conta, mentre insacca il gol che chiude il derby proprio sotto la Curva Nord.

Ma negli ultimi 20 anni più che la storia degli incontri, può risultare rilevante la storia di due uomini. Il primo, in casa biancoceleste, è Senad Lulic. Forse è suo il goal biancoceleste più importante nella storia delle stracittadine: è il 26 maggio 2013 e la gara finale di Coppa Italia mette in scena, per la prima volta in assoluto, il derby della Capitale. La città per settimane ha atteso con ansia il derby che avrebbe stabilito la supremazia cittadina. La Lazio si avvicina al derby, confortata dagli ultimi precedenti (3 vittorie su 4), con un mantra nella mente: “Ci sono solo due modi per tornare da una battaglia: con la testa del nemico o senza la propria”. Nella Roma invece il capitano giallorosso, Francesco Totti, prova a caricare i suoi e nei giorni precedenti la finalissima dell’Olimpico si sbilancia moltissimo arrivando ad affermare che quel derby avrebbe contato per i tifosi capitolini come una finale di Champions League. Purtroppo per il pupone a sollevare la coppa furono proprio i biancocelesti a segno con Senad Lulic al minuto ’71 dell’incontro. Un cross dalla destra di Candreva viene smanacciato malamente dal portiere giallorosso Lobont. Il centrocampista bosniaco della Lazio si trova quindi al momento giusto, nel posto giusto: appena la palla sorpassa la linea di porta, c’è una frazione di secondo in cui il vuoto risucchia ogni suono. Una specie di silenzio assoluto, di vuoto pneumatico, e subito dopo c’è il boato. Un momento che è entrato nell’immaginario collettivo della tifoseria laziale.

In casa giallorossa invece il primo ventennio del nuovo millennio ha un nome ed un cognome: Francesco Totti. L’eterno capitano giallorosso è il calciatore ad aver disputato e vinto più derby della capitale nella storia: 44 (37 in campionato e 7 in Coppa Italia) segnando 11 gol (altro record assoluto). Davanti a certi numeri può risultare impossibile scegliere il momento simbolo: se il primo gol di Totti in un derby è il coronamento di una rimonta iniziata dal 3-1, in inferiorità numerica, memorabili sono anche i goal festeggiati dal capitano giallorosso con delle maglie celebrative come quella recante il caustico “Vi ho purgato ancora!!” o la dedica “6 unica” dopo il cucchiaio con cui incanta Peruzzi nel 2005, mentre lo stadio viene giù per l’incredulità di una partita irripetibile. In molti casi, il capitano giallorosso ha voluto strafare: dopo aver deciso il derby regalando alla sua tifoseria una doppia marcatura, si è addirittura sostituito al cameraman di Sky nell’immortalare l’evento o si è regalato un selfie davanti alla sua curva in balia di una tempesta di gioia ed emozioni.

Ci avviciniamo quindi all’ultimo derby di questo decennio con un bagaglio enorme di storie e ricordi. Nelle stracittadine del nuovo millennio è la Roma ancora a farla da padrona: nel primo decennio, su 23 incontri la Roma ne porta a casa 11 mentre la Lazio ne vince 5 (7 i pareggi). Negli ultimi 10 anni, sempre su 23 incontri, la Roma se ne aggiudica 12, la Lazio 7 e sono solo 4 le ics nella storia della stracittadina. Ultimamente lo spettacolo, come abbiamo raccontato, non è mai mancato: in 10 degli ultimi 11 derby la squadra vincitrice ha segnato almeno due goal. Il 1° settembre per l’ennesima volta la Capitale resterà col fiato sospeso in attesa del verdetto: perché se è vero che Roma non è stata costruita in un giorno, 90 minuti possono bastare per conquistarla.

35 anni, laureato in Storia e amante del calcio. Tifoso romanista, quindi non abituato alle vittorie. Professionista nel campo dell’assistenza normativa e commerciale bancaria e finanziaria. Scrittore per diletto. Nel tempo libero amo viaggiare, fare sport e vedere film e serie TV. Sono un appassionato lettore di geopolitica e storia

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La bellezza dell’imprevedibilità (la promozione del Catania quel 5 Giugno del 1960)

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(GLIEROIDELCALCIO.COM di Andrea Gioia)

L’imprevedibilità è certamente un fattore fondamentale quando si parla di calcio.

I risultati spesso vengono sovvertiti, così come anche i pronostici.

E può succedere che una sconfitta all’ultima giornata di campionato possa portare ad una gioia incontenibile.

Quella gioia che provarono i giocatori del Catania in un caldo pomeriggio di Giugno del 1960.

Quella siciliana era una squadra ambiziosa, costruita minuziosamente da un allenatore che prediligeva un gioco “scarno ed efficace”.

Il suo nome era Carmelo Di Bella, da tutti conosciuto come l’Herrera del Sud.

Il presidente Marcoccio volle riconfermarlo dopo una salvezza ottenuta nella Serie B del 1958/59 con l’intenzione, non troppo nascosta, di poter arrivare a combattere per i primi posti che conducevano alla massima serie.

Di Bella era un tecnico scaltro, tenace, che prediligeva soprattutto una grande preparazione fisica, lasciando un pò da parte i dettagli tecnici e tattici. E di questo le sue squadre ne soffrivano soprattutto nel girone di ritorno.

Quella stagione 1959/60 il Catania la iniziò col botto.

Una serie di risultati utili consecutivi, con l’apice del poker servito al Verona e un girone d’andata concluso al secondo posto.

Ma il previsto calo fisico condizionò quasi irrimediabilmente quella rincorsa alla promozione, favorendo il ritorno del Lecco e della Triestina.

Si stava per arrivare ad un finale tiratissimo, con un Catania deciso a non mollare ed in grado di inanellare tre vittorie e un pareggio nelle ultime quattro giornate che conducevano all’epilogo del 5 Giugno.

Proprio quel giorno, il destino dei rossoblu sarebbe cambiato per sempre.

E’ il Brescia ad ospitare i siciliani in una partita stranissima. 

Un secondo tempo da sogno, con le rondinelle in grado di realizzare quattro gol in meno di venticinque minuti.

Il Catania è a terra.

Perde 4-2.

Si prospetta l’incubo del 1957. In quella stagione, gli isolani erano riusciti a mancare la Serie A per via di una scellerata ultima partita contro il Modena, già salvo e capace di vincere in inferiorità numerica.

Ma, come tutti sanno, gli dei del calcio spesso restituiscono ciò che hanno tolto.

Accadde così che iniziarono ad arrivare voci da Parma che parlavano di un pareggio interno dei ducali contro la Triestina.

Era tutto vero.

La Triestina, non vincendo, si era fermata ad un punto dal terzo posto.

Il Catania era finalmente in Serie A dopo sei lunghi anni.

L’imprevedibilità aveva consegnato agli almanacchi una data da ricordare nel tempo e alla Gazzetta dello Sport l’opportunità di pubblicare un eloquente titolo: “Si è sfiorato il dramma!”.

Senza quel 5 Giugno del 1960, quella matricola tenace non avrebbe “asfaltato” un anno dopo l’Inter di Herrera, dando vita alla leggenda del “Clamoroso al Cibali”.

 

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4 giugno 1995 – Delvecchio regala all’Inter l’accesso in Europa e Ruben Sosa saluta l’Italia

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – Scrivi Marco Delvecchio e pensi ai suoi titoli in maglia giallorossa. Ma quel romano nato a Milano (sua definizione) ha scritto anche una pagina da batticuore nella storia nerazzurra.

Domenica 4 giugno 1995, ultima giornata di campionato: Inter, Napoli e Sampdoria si giocavano la qualificazione in Coppa Uefa (anche se erano ridotte al lumicino le speranze dei blucerchiati), mentre Padova e Genoa la permanenza nella massima serie. Nel Meazza nerazzurro i veneti chiusero la prima frazione in vantaggio grazie a Maniero e l’Eurozona sembrava sorridere ai partenopei, i quali a Fuorigrotta superavano di misura il Parma. A San Siro la Beneamata aveva pareggiato con Pierluigi Orlandini, ma non bastava al Biscione per ottenere il sesto posto. “Partita finisce quando arbitro fischia”, diceva Boskov. E l’allora direttore tecnico del Napoli sapeva benissimo che bisognava aspettare il triplice fischio, perché al novantesimo il nerazzurro Delvecchio beffava il Padova, costringendolo allo spareggio salvezza con il Grifone e relegando il ‘Ciuccio’ fuori dall’Europa. E facendo sperare il Genoa, in quella domenica che nella storia rossoblù verrà ricordata come l’uscita dagli spogliatoi di Gianluca Signori e la sua corsa sotto la Gradinata Nord, in un mix di sorrisi e lacrime.

Questo è anche il giorno dell’ultima gara in maglia nerazzurra e nel calcio italiano di Ruben Sosa. Acquistato dalla Lazio nel 1988, l’uruguaiano mostrò da subito le sue qualità: velocissimo, funambolico, abile a muoversi nello stretto e quel mancino, quel piede, quella potenza. Nelle quattro annate in maglia biancoceleste ha collezionato 124 presenze e 40 reti in campionato e 16 gettoni con 7 realizzazioni in Coppa Italia. Nel 1992 si trasferì all’Inter e nella prima stagione alla Pinetina mise a segno 22 gol tra campionato e massima serie. Nella stagione antecedente il Mondiale statunitense le reti dell’uruguagio furono decisive per evitare la retrocessione della Beneamata, nell’annata della seconda Coppa Uefa della storia nerazzurra. Sono state otto le reti di Ruben Sosa nell’ultimo campionato italiano: il 4 giugno 1995 da un suo calcio d’angolo arrivava il guizzo di Marco Delvecchio, decisivo per l’accesso dell’Inter all’Eurozona.

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4 giugno 1953 – Il football londinese al Ferraris e le vecchie glorie rossoblù sotto la Nord

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Quello era stato l’anno del Genoa di Franzosi, Becattini, Frizzi, Dal Monte e Viviani. L’anno di un torneo che vide la promozione in serie A del Genoa, dopo che aveva vissuto la sua seconda malaugurata esperienza in serie B. Ma, mentre la prima volta, nel 1934-35, la risalita nella massima serie era stata immediata. In quel secondo caso, la permanenza nella serie cadetta era durata alcuni anni. Comunque, nel 1953, insieme ai rossoblù fu promosso il Legnano, che aveva vinto lo spareggio decisivo contro il Catania. In serie C finirono invece Siracusa e Lucchese.

A pochi giorni dalla fine del campionato di serie B, nel 1953, fu dunque organizzata una partita amichevole internazionale contro una selezione di Tottenham, Arsenal e Chelsea, più altri club londinesi (Charlton e Brentford). L’incontro fu fissato per giovedì alle 16.30 e, nonostante il fatto che si trattasse di una partita pomeridiana e infrasettimanale, la Gradinata Nord rispose entusiasticamente all’appuntamento. D’altra parte, stando alle immagini, una discreta presenza si registrò anche in Gradinata Sud e in Tribuna. La partita fu preceduta da una parata alla quale prese parte una quindicina di ex giocatori del Genoa, tra cui alcuni vincitori degli scudetti: dai giocatori dei primi titoli nazionali, conquistati tra il 1898 e il 1904 e quelli che vinsero gli ultimi, nel biennio 1922-1923 e 1923-1924, passando per altri che conquistarono l’ultimo trofeo nazionale: la Coppa Italia del 1937.

Le vecchie glorie del Genoa sotto la Gradinata Nord. Il terzo in alto da sinistra è Burlando, al suo fianco De Vecchi e a fianco di quest’ultimo Santamaria, gli ultimi tre in alto a destra dovrebbero essere Dellacasa, De Prà e Moruzzi. In basso, terzo da destra si riconosce Edoardo Pasteur e al suo fianco Catto. Del gruppo facevano anche parte: Mazzoni, Gilardoni, Puerari, Spigno, Costella, Cifarelli, Leale, Genta ed Enrico Pasteur (Foto: Archivio Nuova Editrice Genovese).

Ad assistere a quella partita ci fu un corrispondente molto speciale. Infatti, l’inviato de La Stampa che seguì l’incontro era Vittorio Pozzo. Vittorio Pozzo era legato da vincoli di stima e amicizia a William Garbutt. Era un’amicizia che datava da almeno una quarantina d’anni, forse anche più. Ed era forse per questo che, per il Genoa, Pozzo aveva sempre avuto una grande simpatia.

C’è una foto, per esempio, in cui si vede la nazionale olimpica del 1924, guidata dal tecnico torinese. Ebbene, almeno la metà dei componenti di quel gruppo è composta da genoani o da giocatori legati alla storia del Genoa. Il primo che si riconosce partendo in alto da sinistra è William Garbutt, che da una decina anni faceva parte dello staff della nazionale italiana. Poi, in rapida successione, sempre da sinistra verso destra, troviamo De Prà e De Vecchi e, sotto a loro, Barbieri (in questo caso mi sto limitando solo a citare i giocatori legati al Genoa perché, ovviamente, nella foto ci sono anche nazionali di altri club). Inoltre, in questa istantanea, troviamo Baloncieri, ai tempi giocatore in forza all’Alessandria ma che aveva fatto parte del Genoa nella leggendaria tournée sudamericana del 1923. Infine, c’è da segnalare la presenza di Felice Levratto, giocatore del Vado che, l’anno dopo sarebbe passato proprio ai rossoblù genovesi. Insomma, in virtù di questi antichi legami storici, non c’è da stupirsi delle simpatie per il Grifo del vecchio tecnico della nazionale italiana.

La formazione italiana alle Olimpiadi del 1924. Da sinistra verso destra, partendo dall’alto: Garbutt, Rosetta, De Prà, De Vecchi, Pozzo. Fila centrale: Barbieri, Baldi, Aliberti. Accosciati: Conti, Baloncieri, Della Valle, Magnozzi, Levratto. (Fonte: pubblicazione di Paul Edgerton).

Questa simpatia, questa stima e questo rispetto emergono anche nel Vittorio Pozzo ʺcronista˝. A questo proposito, tralasciando gli aspetti tecnici del suo resoconto, ovviamente fatti con grande competenza, propongo ai lettori de GliEroidelCalcio.com, la parte iniziale e le conclusioni di un suo articolo su questa partita:

ʺIl Genoa ha fatto le cose in grande per festeggiare il suo ritorno alla categoria maggiore del campionato: stendardi, banda militare, rappresentanze della società, sfilata sul campo, lancio di colombi e di palloni dipinti con i colori sociali, discorsi delle autorità, applausi a non finire. La rinascita della vecchia società ligure non poteva venire festeggiata in un quadro coreografico più grandioso e suggestivo e in una giornata più limpida e soleggiata [..] A sera un banchetto dalle proporzioni notevoli ha riunito le autorità, le due squadre, i dirigenti delle due società e i sostenitori genoani. Così i festeggiamenti per la rinascita di una delle più anziane e gloriose società nostre si sono chiusi in letizia. Il Genoa comincia una vita nuova˝.

In questa dimostrazione di affetto e simpatia, Vittorio Pozzo era in eccellente compagnia. Infatti nell’articolo in prima pagina de La Gazzetta dello Sport, Gianni Brera apriva il servizio su quella partita dicendo:

ʺSe veramente lo sport è da considerarsi una romantica cavalleria dei tempi moderni, non credo esista sportivo in Italia il quale non abbia seguito con addolorata sorpresa la scivolata del Genoa in serie B. Ogni guerra lascia profondi e dolorosi strascichi nella vita di un paese, specialmente se perduta. Il declino del Genoa era certamente da ascrivere a questi fenomeni eccezionali, cui neppure è sfuggito, nel suo complesso, il calcio italiano[..] Le sue benemerenze sono tali che soltanto un estraneo al nostro mondo potrebbe ritenere doveroso enumerarle. Il Genoa è per molti italiani un motivo nostalgico e per tutti i Genovesi una buona e vecchia bandiera che è bello sventolare˝

Comunque, la tradizione delle partite tra Genoa e squadre inglesi ha radici lontane, e risale agli inizi del secolo scorso. Nel 1912 il Genoa giocò una partita contro i Wanderers che, come la formazione londinese del 1953, non era una squadra di club ma una selezione di giocatori britannici. L’anno dopo ci fu una partita tra il Genoa ed il Reading. Poi, nel 1922, si registra un Genoa-Liverpool, giocato a Marassi, il 4 giugno (altra ricorrenza che cade in questa giornata) davanti a 15.000 spettatori e vinto dagli inglesi per quattro a uno. Quella partita ebbe un’ideale rivincita circa 70 anni dopo, quando il Genoa vinse per due reti a uno contro il Liverpool al Ferraris, il 18 marzo del 1992.

Questa tradizione di ʺmatch inglesi˝ ha un’evidente spiegazione nelle radici britanniche del club rossoblù. Ma è interessante notare che, a distanza di una quindicina d’anni dalla fondazione di questo sodalizio sportivo, il Genoa, sotto la presidenza di Geo Davidson, visse una seconda ʺEnglish wave˝.

Tra gli sportivi reclutati da Davidson ci furono uomini provenienti da Arsenal, Milwall, Crystal Palace e West Ham. Alcuni sono nomi di risonanza internazionale, come William Garbutt, il “Mister” per eccellenza. Altri ancora, in realtà, erano arrivati nel periodo immediatamente precedente alla presidenza Davidson. Ma comunque si tratti di arrivi che possiamo collocare tra il 1912 ed il 1915, e che per questo possono essere definiti come una seconda ondata di inglesi.

Garbutt, prima di diventare allenatore aveva giocato nell’Arsenal, stesso club in cui aveva anche militato un altro rossoblù: l’attaccante John Grant. E con quest’ultimo, nel Genoa di quel periodo, troviamo anche Percy Walsingham, giocatore di provenienza Millwall. Ci sono poi giocatori che sono forse sconosciuti, o poco conosciuti, anche a molti genoani. Walsingham, per esempio, era stato “accompagnato” da Hector John Eastwood, giocatore proveniente dal West Ham, che militò nel Genoa nella stagione 1912-1913. Quello fu anche l’anno del centrocampista Alfred James Mitchell e di George Arthur Smith, un altro centrocampista che aveva giocato nel Crystal Palace.

Nella foto (da sinistra a destra): Percy Walsingham, William Garbutt e John Grant. Fonte: pubblicazione di Paul Edgerton.

Questo fenomeno che ho definito una seconda ondata di inglesi è un aspetto, a mio parere, molto importante, perché testimonia un rapporto oramai ultrasecolare tra il Genoa ed alcuni storici club londinesi.

E così, posso concludere la rievocazione di questo evento sportivo della storia rossoblù dicendo che, per certi aspetti, il match del 4 giugno 1953, giocato dal Genoa contro il London F.A. rinsaldava proprio quegli antichi legami risalenti ai primi decenni del Novecento.

Il tabellino della partita – Genoa C.F.C.-London F.A.  1-2

Reti: Jezzard ’26, Lishman ’34, Dal Monte/Persi ’53*.

Rappresentativa Londinese: Barthman, Mor, Willemsen, Nicholson, Dickson, Lowe, Hurst, Logie, Jezzard, Lishman, Roper.

Genoa: Gandolfi (Gualazzi), Melandri, Becattini, Acconcia, Cattani, Gremese (Bergamo), Dal Monte, Previsani, Cassani, Chiumento, Persi (Toncelli).

Arbitro. Buchmuller di Zurigo.

Lo stadio. Esaurite la tribuna centrale e le gradinate, lo stadio è cinto interamente da un gran pavese, sì che il campo di Marassi pare una nave pronta per il varo. La gente si pigia numerosa sui balconi e si spinge dalle finestre ʺÈ la festa di noialtri˝, sembrano volere gridare.

*Dai resoconti della partita risulta che Dal Monte e Persi calciarono contemporaneamente la palla che era sulla linea della porta avversaria. Non è chiaro quindi a chi dei due fu attribuito il gol.

A sinistra: l’articolo sul match tratto da La Stampa, a firma di Vittorio Pozzo. A destra la locandina dell’incontro (Collezione Museo del Genoa).

Nota dell’autore. Un ringraziamento a Giovanna Liconti, Davide Rota, Luigi Carbonara, Riccardo Grossi, Andrea Boggiani e Marco Maggiolo, del gruppo Facebook ufficiale del Museo della Storia del Genoa ʺSemmo do Zena˝ che, con i loro contributi, mi hanno fornito importanti spunti di riflessioni e piste di ricerca.

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