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Il Calcio Racconta

Lazio Roma, Derby Capitale. La storia – Prima Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Il derby a Roma è una partita che spesso dura una stagione. Anche per questo, sarà difficile far dimenticare lo scorso 29 luglio agli appassionati di calcio romani: accaldati a lavoro o in pieno relax in qualche località di vacanza, dalle 19,00 di sera hanno volto tutti gli sguardi all’unisono verso lo schermo di una tv o di uno smartphone in trepidante attesa della diretta del sorteggio del calendario della Serie A 2019/2020. Sono bastate poche frazioni di secondo per svelare l’arcano: un sorteggio shock ha infatti consegnato ai tifosi capitolini una partenza ad altissima intensità, che toglie il palcoscenico alla prima giornata, da sempre la più attesa. Il derby della Capitale, Lazio-Roma è alla seconda giornata, domenica 1settembre, mai così presto nella storia della serie A.

In pochi si sarebbero aspettati di trovarsi di fronte alla Partita – con la P maiuscola – con ancora il costume e le infradito. Questo perché il derby cittadino è un evento che, per i romani, ha una solennità pari ad una festività come il Natale, al quale occorre avvicinarsi cautamente, con lo stesso sentimento natalizio misto di gioia e tristezza, ed anticiparne oltremodo la celebrazione ha sicuramente causato un certo spaesamento. Questo anche perché per molti tifosi capitolini il derby non è solo una festività sportiva ma può rappresentare addirittura l’eterna lotta tra il bene ed il male: una battaglia sportiva atta a difendere la città dall’invasore, o forse meglio dall’impostore. Entrambe le fazioni in gioco, infatti, arrogano alla loro parte la superiorità cittadina: i laziali rivendicano l’ascendenza storica sul calcio capitolino, i romanisti rispondono mostrando la netta preponderanza geografica e demografica.

Da questo scontro nessuno in città può rimanere escluso; se il detto recita “quando sei a Roma, fa come i romani” in questo caso la valenza è manifesta: Roma non tollera gli ignavi, quando si gioca la stracittadina occorre schierarsi, stare da una parte o dall’altra. Nella settimana che precede il derby si deve scegliere il proprio partito, o la Lupa capitolina o l’Aquila imperiale. Perché il derby non è solo una partita, ma un modo di vivere la Città Eterna, un senso di appartenenza alla sua anima più intrinseca.

Nei primi decenni del ‘900 furono giocati centinaia di derby tra le varie squadre capitoline che ne rappresentavano i principali quartieri: gli abitanti di Borgo e di Prati tifavano per la Fortitudo, quelli di Prati e parte dei Parioli per la Lazio, il Trionfale e l’Esquilino per l’Alba e la Romana, i Parioli per il Roman, Monti e l’Esquilino per la Juventus. In questi anni la Lazio imponeva sistematicamente la propria superiorità tecnica sulle varie squadre che diedero vita alla AS Roma solo nel 1927. In tanti casi i risultati erano eclatanti, con scarti che spesso superavano le cinque/sei reti.

Il primo antesignano del derby “Roma-Lazio” nella storia si svolse il 19 gennaio 1908 in Piazza di Siena (match arbitrato dal principe Filippo Doria Pamphili). A sfidare per primo il predominio laziale fu il Roman, team composto da atleti provenienti dalle classi della medio/alta borghesia dei Parioli. I laziali vinsero 5-3, profittando del fatto che i “roman-isti” disputarono la partita in dieci, in quanto uno dei loro elementi, il temibile terzino Giacomo Peroni, non aveva potuto intervenire. Lo strapotere biancoceleste era vissuto con un certo fastidio dalle altre compagini capitoline. Emblematico è l’episodio svoltosi il 21 aprile 1912: nei campi della Piazza d’Armi, si giocavano contemporaneamente Juventus-Alba e Fortitudo-Lazio. I giocatori laziali si imponevano per l’ennesima volta sui cugini ma quando il centravanti della Fortitudo riuscì a segnare un goal al portiere laziale fu un tripudio generale: “Hanno sverginato la Lazio! Hanno sverginato la Lazio!” – cominciò a gridare come un ossesso un giovane tifoso della Fortitudo ai calciatori di Juventus ed Alba; Al che i ventidue giocatori delle altre due squadre sospesero la partita e invasero il campo per rallegrarsi col fortitudiano che aveva rotto l’incantesimo. La confusione durò circa un quarto d’ora.

Solo con l’inizio degli anni ’20 la Città eterna trova una relativa parità tra le varie contendenti ma con la nascita della Associazione Sportiva Roma nel 1927, la storia cambia nuovamente. Sullo scorcio degli “anni ruggenti”, alla vigilia della prima Serie A (campionato 1929-30), Roma aveva finalmente due belle squadre. Una antica e gloriosa, l’altra giovane e ambiziosa. Ed anche i tifosi dei due club erano diversi fra loro. La Lazio di inizio secolo era la squadra dei quartieri alti, dei pariolini, dei signori ed esibiva ai contendenti quarti di nobiltà. La neonata AS Roma era invece il prodotto finale di un’alchimia durata un quarto di secolo, iniziata dal Roman, proseguita dalla Fortitudo e dall’Alba e aveva raccolto dalla loro eredità le varie tifoserie capitoline, che superavano insieme di gran lunga il numero e la passione dei supporter laziali.

Il primo confronto tra le due formazioni va in scena nel giorno dell’Immacolata Concezione: l’8 dicembre 1929. Per due anni, dal 1927 al 1929, Roma e Lazio hanno militato in gironi differenti del campionato italiano. La prima sfida assoluta, il primo “Derby della Capitale”, viene giocato in casa laziale allo stadio della Rondinella, di fronte ad un pubblico quasi interamente giallorosso che esplode trepidante al goal decisivo dello 0 a 1 di Rodolfo Volk. Negli anni trenta si registra un netto predominio giallorosso: la Roma in continua ascesa giungerà al primo titolo nazionale per una squadra del centro sud ad appena 15 anni dalla sua fondazione e quando nel 1936/37 la Roma vince il suo decimo derby, la Lazio ne ha conquistato fino ad allora soltanto uno.

Nel secondo dopo guerra, dopo un iniziale predominio biancoceleste che va dal 1947 al 1954 (la Lazio vincerà sei derby consecutivi tra il 1951 e 1952, ma in due occasioni si disputavano partite amichevoli) si torna ad una situazione di sostanziale parità nello score della stracittadina.

Gli anni ’60, gli anni del miracolo economico italiano, vedono anche il boom giallorosso: su 23 incontri svoltisi tra il 1958/59 ed il 1970/71 la Roma ne vince 11 e ne pareggia 9, lasciando ai biancocelesti solo 3 vittorie in poco più di due lustri. La superiorità giallorossa si nota anche nei punteggi (spesso la Roma vince con più di 2 o 3 goal di vantaggio). In questo periodo resta memorabile l’incontro del 13 Novembre 1960: alle ore 14.30 si scontrano la Roma prima in classifica contro Lazio fanalino di coda.  Il risultato al termine della partita sarà particolarmente indicativo per l’immediato futuro: 4 a 0 per i giallorossi con tripletta di Manfredini.  Al termine della stagione la Lazio retrocederà per la prima volta nella sua storia in serie B e la Roma renderà indimenticabile la stagione con altro importante successo conseguito: il trionfo nella terza edizione di Coppa delle Fiere, poi divenuta Coppa UEFA ed attuale Europa League.

Per rompere il sortilegio giallorosso serve dunque un eroe biancoceleste e la Lazio lo trova: è Giorgio Chinaglia a firmare il successo del derby di Coppa Italia 1970, un derby estivo come il prossimo venturo (si giocò di 29 agosto), con la Lazio ancora relegata nella serie cadetta contro una ben più attrezzata Roma. Nel 1972-73, la Lazio grazie anche ai goal del suo bomber ritorna in serie A e si aggiudica entrambe le stracittadine. La formazione biancoceleste è in vertiginosa crescita e l’anno successivo, il 1973-74, oltre a bissare il doppio successo nel derby capitolino, si aggiudica il suo primo Scudetto. La sfida di ritorno di quella stagione entra di diritto nella storia dei derby: il 31 marzo 1974, l’Olimpico è letteralmente incandescente; fumogeni, bomboni e cori intimidatori agitano il pre-partita. Il clima è di quelli pesanti, non solo perché i giallorossi sono in zona retrocessione e i biancocelesti in corsa Scudetto, ma anche per le scorie del derby d’andata con la vittoria laziale nel finale e la corsa del solito Giorgio Chinaglia sotto la curva avversaria. La Lazio parte male, andando immediatamente sotto con un goffo autogoal del portiere Pulici che blocca un cross dalla destra oltre la riga di porta. Il secondo tempo però è un’altra storia: pareggia subito Vincenzo D’Amico e dopo 3 minuti Nanni cade in area e l’arbitro fischia: è rigore. Long John Chinaglia si incarica del tiro dal dischetto ed il risultato è già scritto: esecuzione impeccabile ed esultanza sotto la Curva Sud con il dito alzato in senso di sfida.

Gli anni ’80 vedono di nuovo, modificare i rapporti di forza tra le contendenti: dopo anni di sostanziale equilibrio la Roma spicca il volo. Nel corso del decennio la Roma conquista 4 coppe Italia, uno Scudetto e perde una finale di Coppa dei Campioni solo al termine della lotteria dei rigori contro un formidabile Liverpool. La Lazio dal canto suo passa un profondo periodo di crisi che la condanna spesso alla serie B. Per questo motivo i derby giocati saranno pochi: appena 11 in 10 anni (4 vittorie Roma, 6 pareggi ed un solo successo biancoceleste). Tra le vittorie giallorosse resta impressa nel cuore dei tifosi romanisti quella del 23 ottobre 1983: si gioca alle ore 14,20. Lo stadio Olimpico è una bolgia ed a pochi attimi dall’inizio della partita dalla Curva Sud viene calato uno striscione, alto 20 metri e lungo 60, che porta la dedica più semplice ma più sincera: “Ti Amo”. Secondo molti esperti, è la prima coreografia organizzata in Italia. L’evento porta fortuna alla “Maggica” che firma il successo nella stracittadina con i goal di Nela e Pruzzo. Il decennio finisce con un altro idolo biancoceleste che, come negli anni ’60, interrompe il dominio romanista. È il 15 gennaio 1989, la Lazio neo-promossa di Materazzi vede vicina la zona retrocessione, i giallorossi stanno un po’ meglio ma dopo questa partita non vedranno una vittoria prima di altre 11 giornate. Dopo 25 minuti, un cross dalla sinistra trova smarcato al centro dell’area Paolo Di Canio, il giovane talento del Quarticciolo dalle belle speranze, che firma di giustezza il primo gol in serie A ad 18 anni e 6 mesi, regalandosi un’esultanza che ha fatto storia: folle corsa sotto la curva avversaria, come quella di Giorgio Chinaglia 15 anni prima, cambiando però il dito mostrato agli avversari. Il fato vuole che lo stesso Di Canio, dopo altri 16 anni, deciderà un altro derby della capitale nello stesso intervallo di gara, realizzando il primo gol del successo biancoceleste del gennaio 2005 nella stessa porta e sotto la stessa curva.

Gli anni ’90 si aprono con profondi stravolgimenti, tanto nella situazione politica europea, quanto nei rapporti di potere del calcio capitolino. L’insediamento del finanziere romano Sergio Cragnotti, avvenuto nel 1992 cambia radicalmente la storia del club laziale e lo rilancia in campionato e nelle competizioni europee grazie ad importanti investimenti che portarono i biancocelesti a primeggiare in Italia e in Europa. La Roma perde invece gradualmente competitività, dopo la morte del presidente Dino Viola. Nel 1993 la società viene acquistata da Franco Sensi, che rinforza la squadra, mancando tuttavia di ottenere, nell’immediato, risultati di rilievo. il decennio vede quindi un netto predominio biancoceleste: nei 22 derby giocati tra il 1999 ed il 2000, la Lazio ne porta a casa 8 (4 addirittura nello stesso anno, record assoluto nella storia della stracittadina), ne pareggia 11 (soprattutto nella prima metà degli anni ’90) e lascia alla Roma il misero bottino di appena 3 successi. Tanti sono le vittorie laziali che andrebbero ricordate ma forse una resta impressa indelebile nei cuori biancocelesti. La stracittadina subiva gli ultimi strascichi di un lungo periodo di “pareggite”, in quanto nelle sette edizioni precedenti a quel 6 marzo del 1994, nessuna delle due contendenti era riuscita ad imporsi. La Lazio era in corsa per la zona Europa, la Roma invece non riusciva a rialzare la testa. Nei primi minuti della partita il capitano laziale Bergodi esce sorretto a braccia. Giuseppe Signori diventa il nuovo capitano e, qualche istante più tardi, con una botta al volo nella nebbia dei fumogeni che rendevano difficile la visibilità, segna la rete che risulterà decisiva. Il danno diventa beffa quando a venti minuti dalla fine della partita, il diciasettenne Francesco Totti ottiene un calcio di rigore: capitan Giannini si porta al dischetto, ma un attento Marchegiani ne intuisce l’esecuzione per la gioia della Curva Nord. A parti inverse, non può che restare indelebile per i tifosi giallorossi il derby successivo. La voglia di rivalsa brucia nei cuori dei tifosi assiepati in Curva Sud il 27 novembre 1994 e nella splendida coreografia del pre-partita gli stessi hanno ipotizzato il futuro del match: “C’è solo l’AS Roma”; e così sarà. Dopo 130 secondi la Roma è già in vantaggio con Abel Balbo. Cappioli e Fonseca chiudono l’incontro: è 3 a 0 e l’allenatore romanista Carlo Mazzone corre inebriato di gioia sotto la curva romanista.

I primi anni duemila sono gli anni d’oro del calcio capitolino. I biancocelesti, alla fine del decennio maestoso dei novanta, nell’anno del centenario della loro fondazione conquistano il secondo titolo nazionale, una coppa Italia e la Supercoppa Europea. Ma la Roma non vuole stare a guardare: nel giro di un anno il presidente Franco Sensi costruisce una squadra maestosa che, alla guida del mister Fabio Capello, riesce nell’impresa di strappare lo scudetto dal petto degli odiati cugini.

Da allora e in questi ultimi 20 anni, le squadre capitoline hanno arricchito le loro pur misere bacheche: la Lazio in particolare ha mantenuto un ottimo cammino nel tempo collezionando ad intervalli regolari uno scudetto, una super coppa UEFA, 5 coppe Italia e 3 super coppe italiane; la Roma, che nella prima decade del nuovo millennio ha collezionato uno scudetto, 2 coppe Italia e 2 super coppe italiane, è a digiuno da titoli sportivi con la nuova proprietà americana nonostante non siano mancati sostanziosi investimenti societari. Nei decenni in esame la storia dei derby ha inanellato una tale ricchezza di incontri spettacolari che lo sforzo di sintesi nella citazione può risultare arduo. In alcuni casi la stracittadina ha visto imporsi la vincitrice con spettacolari goleade: è impossibile dimenticare lo storico 5 a 1 giallorosso del marzo 2002 con 4 goal del bomber Vincenzo Montella ed il 4 a 1 inflitto sempre in casa laziale nell’aprile 2016 dalla seconda Roma spallettiana; Altrettanto indelebili nei cuori dell’altro versante del Tevere, saranno i due 3 a 0 rifilati agli odiati cugini, sempre in casa laziale, nel dicembre 2006 e nello scorso marzo 2019 memori della gioia di Danilo Cataldi, laziale cresciuto nella Lazio e dalla Lazio lanciato nel calcio che conta, mentre insacca il gol che chiude il derby proprio sotto la Curva Nord.

Ma negli ultimi 20 anni più che la storia degli incontri, può risultare rilevante la storia di due uomini. Il primo, in casa biancoceleste, è Senad Lulic. Forse è suo il goal biancoceleste più importante nella storia delle stracittadine: è il 26 maggio 2013 e la gara finale di Coppa Italia mette in scena, per la prima volta in assoluto, il derby della Capitale. La città per settimane ha atteso con ansia il derby che avrebbe stabilito la supremazia cittadina. La Lazio si avvicina al derby, confortata dagli ultimi precedenti (3 vittorie su 4), con un mantra nella mente: “Ci sono solo due modi per tornare da una battaglia: con la testa del nemico o senza la propria”. Nella Roma invece il capitano giallorosso, Francesco Totti, prova a caricare i suoi e nei giorni precedenti la finalissima dell’Olimpico si sbilancia moltissimo arrivando ad affermare che quel derby avrebbe contato per i tifosi capitolini come una finale di Champions League. Purtroppo per il pupone a sollevare la coppa furono proprio i biancocelesti a segno con Senad Lulic al minuto ’71 dell’incontro. Un cross dalla destra di Candreva viene smanacciato malamente dal portiere giallorosso Lobont. Il centrocampista bosniaco della Lazio si trova quindi al momento giusto, nel posto giusto: appena la palla sorpassa la linea di porta, c’è una frazione di secondo in cui il vuoto risucchia ogni suono. Una specie di silenzio assoluto, di vuoto pneumatico, e subito dopo c’è il boato. Un momento che è entrato nell’immaginario collettivo della tifoseria laziale.

In casa giallorossa invece il primo ventennio del nuovo millennio ha un nome ed un cognome: Francesco Totti. L’eterno capitano giallorosso è il calciatore ad aver disputato e vinto più derby della capitale nella storia: 44 (37 in campionato e 7 in Coppa Italia) segnando 11 gol (altro record assoluto). Davanti a certi numeri può risultare impossibile scegliere il momento simbolo: se il primo gol di Totti in un derby è il coronamento di una rimonta iniziata dal 3-1, in inferiorità numerica, memorabili sono anche i goal festeggiati dal capitano giallorosso con delle maglie celebrative come quella recante il caustico “Vi ho purgato ancora!!” o la dedica “6 unica” dopo il cucchiaio con cui incanta Peruzzi nel 2005, mentre lo stadio viene giù per l’incredulità di una partita irripetibile. In molti casi, il capitano giallorosso ha voluto strafare: dopo aver deciso il derby regalando alla sua tifoseria una doppia marcatura, si è addirittura sostituito al cameraman di Sky nell’immortalare l’evento o si è regalato un selfie davanti alla sua curva in balia di una tempesta di gioia ed emozioni.

Ci avviciniamo quindi all’ultimo derby di questo decennio con un bagaglio enorme di storie e ricordi. Nelle stracittadine del nuovo millennio è la Roma ancora a farla da padrona: nel primo decennio, su 23 incontri la Roma ne porta a casa 11 mentre la Lazio ne vince 5 (7 i pareggi). Negli ultimi 10 anni, sempre su 23 incontri, la Roma se ne aggiudica 12, la Lazio 7 e sono solo 4 le ics nella storia della stracittadina. Ultimamente lo spettacolo, come abbiamo raccontato, non è mai mancato: in 10 degli ultimi 11 derby la squadra vincitrice ha segnato almeno due goal. Il 1° settembre per l’ennesima volta la Capitale resterà col fiato sospeso in attesa del verdetto: perché se è vero che Roma non è stata costruita in un giorno, 90 minuti possono bastare per conquistarla.

Ho 35 anni, laureato in Storia e amante del calcio. Tifoso romanista, quindi non abituato alle vittorie. Professionista nel campo dell’assistenza normativa e commerciale bancaria e finanziaria. Scrittore per diletto. Nel tempo libero amo viaggiare, fare sport e vedere film e serie TV. Sono un appassionato lettore di geopolitica e storia

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1968, il primo Scudetto femminile

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – È appena ripartita la caccia alla Juventus Women, che da due anni si fregia del titolo di Campione d’Italia.

Ma se il club bianconero è stata l’ultima società ad apporre il proprio nome nell’albo d’oro della serie A di calcio femminile, il primato di essere stata la prima squadra scudettata spetta al Genova.

Siamo nel 1968 e da pochi mesi si è costituita la prima federazione di calcio femminile, la F.I.C.F. (Federazione Italiana Calcio Femminile). Il suo primo atto è quello di organizzare un campionato nazionale. Per iniziare si chiede il “beneplacito” della comunità medica: il Prof. Vittorio Wyss (Direttore del Centro Medicina dello Sport di Torino) rassicurò tutti dichiarando, attraverso le colonne del quotidiano “La Stampa”, che non era vero che il calcio fosse inadatto alle donne. L’unica controindicazione consisteva nel fatto che praticando questo sport “le gambe guadagneranno certamente in muscolatura ma certamente anche perderanno in eleganza di linea”.

Si stabilisce di fissare la durata delle partite in 70 minuti (due tempi da 35’) e viene ammessa una sola sostituzione.

Le squadre partecipanti sono dieci, suddivise in due gironi da cinque:

Girone A (Centro-settentrionale): ACF Ambrosiana Milano, ACF Genova, ACF Pro Viareggio, ACF Real Torino, Pro Loco Travo (Piacenza);

Girone B (Centro-meridionale): ACF Cagliari, ACF Lazio 2000, ACF Roma, FC Napoli, Giovani Viola Firenze.

La prima fase si disputa dal 23 giugno al 29 settembre e si conclude con Real Torino, Genova, Roma e Cagliari qualificate per gli spareggi per l’assegnazione del titolo.

Dal doppio confronto tra Roma – Real Torino e Cagliari- Genova sono le capitoline e le liguri a staccare il biglietto per la finale.

Così sul neutro dell’Arena Garibaldi di Pisa, il 24 novembre, il Genova supera di misura per 1-0 la Roma, grazie al gol realizzato da Albertina Rosasco, e si laurea campione d’Italia.

Questa la rosa dell’ACF Genova:

Giuseppina Tessadori (cap.), Maria Grazia Gerwien, Luisa Coli, Maura Fabbri e Marina Camba, Albertina Rosasco, Paola Mignone, Teresa Gallione, Corinna Gerwien, Annalisa Dasso e Caterina Gaggero. Allenatore: Ugo Mignone.

Non tutte le società di calcio femminile, però, si affiliarono alla neonata F.I.C.F. ma scelsero di disputare il torneo organizzato dall’UISP (Unione Italiana Sport Popolare). A conquistare il titolo di Campione d’Italia fu FC Bologna. Infatti le emiliane, nel girone unico composto da cinque società, si classificarono al primo posto davanti, nell’ordine, a ACF Abano Milano, ACF Internazionale, ACF Juventus, ACF Pilastro Parma.

Questa la rosa del FC Bologna:

Nonni (cap.), Sacchetti, Parrini, Morbiato, Spisani, Bonfiglioli, Mazza, Matteucci, Provvedi, Bonetti, Garulli.

 

Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

“Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile”  della GEO Edizioni (Prefazione scritta dal Vice Presidente L.N.D. Delegato per il Calcio Femminile Sandro Morgana).

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14 settembre 1969 – Nasce Francesco Antonioli, 50 anni da antieroe

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Quella che vado a raccontarvi, nel giorno del suo 50esimo compleanno, non è una storia come tante, ma la storia di un calciatore, in gioventù, considerato predestinato, che seppe rilanciarsi ogni qual volta il sogno pareva sfumare o la sfida diventare più difficile, arrivando a conquistare quella vetta, tanto agognata, a tratti irraggiungibile. Francesco Antonioli, “Batman” per i suoi più affezionati sostenitori.

Nato a Monza il 14 settembre 1969, Francesco fece, nella formazione brianzola della sua città Natale, la trafila delle giovanili, fino ad essere aggregato alla prima squadra già all’età di 16 anni. Era un portiere dotato di ottima tecnica seppur non particolarmente spettacolare. Agile e istintivo. Il 27 agosto 1986 fece il suo debutto da professionista in coppa Italia, contro, niente di meno che la Juventus allenata da Rino Marchesi. Debutto da incorniciare. Il Monza perse 1-0 ma Francesco fu determinante coi suoi interventi per rendere il passivo dignitoso, contro un avversario prestigioso come la squadra campione d’Italia in carica.  Al termine della stagione furono 6 le presenze e nella stagione successiva, 87-88, promosso titolare, fu fra i grandi protagonisti della promozione in serie B col secondo posto nel campionato di serie C1 e della conquista della coppa Italia di categoria. Ma la vera svolta fu rappresentata dal match di coppa Italia del 30 agosto 1987. In quell’incontro estivo dei gironi di coppa Italia, il Monza come avversario si trovò il Milan di Arrigo Sacchi. Il Milan si impose grazie a una doppietta di Marco Van Basten, ma il tecnico di Fusignano che a primavera avrebbe vinto lo scudetto, iniziando a scrivere la sua leggenda, notò il portiere brianzolo e ne consigliò l’acquisto ai dirigenti del Milan, che proprio nel Monza avevano iniziato la carriera, Adriano Galliani e Ariedo Braida.  Così nell’estate 1988 Antonioli approdò in rossonero, crescendo alle spalle di colui che sarebbe divenuto il suo modello, Giovanni Galli, debuttando in coppa Italia il 3 settembre 1988 nel match casalingo vinto dal Milan 2-1 contro la Lazio e successivamente arrivò la convocazione nella under 21 allenata da Cesare Maldini. Lo spazio però era davvero poco e Francesco, senza aver ancora esordito in campionato nella formazione rossonera, nell’estate del 1990, scavalcato nelle gerarchie da Andrea Pazzagli, il nuovo titolare, fu prestato al Cesena nell’ambito dell’operazione che condusse al Milan, Sebastiano Rossi. Terzo portiere, in Romagna, chiuso dal capitano Alberto Fontana e da Marco Ballotta, il Milan lo mandò a Modena in serie B, durante il mercato di riparazione dello stesso anno, dove finalmente il talento di Antonioli sbocciò, sotto la guida di Renzo Ulivieri. Fu così richiamato al Milan nell’estate del 1991 per fare il vice del titolare scelto dal neo allenatore Fabio Capello. In quella che divenne una stagione da record per il Milan, campione imbattuto, che diede il via alla leggenda degli “invincibili”, Francesco fu il titolare nelle sfide di Coppa Italia, in cui il Milan arrivò fino alle semifinali, sconfitto ed eliminato a Torino il 14 aprile 1992 da un gol di Schillaci nella sconfitta subita per 1-0 contro la Juventus. Ma Francesco brillò. Migliore in campo nel match di Torino, nella competizione che fu un porta fortuna della sua carriera. Nacque così un vero e proprio dualismo con Sebastiano Rossi. Francesco divenne beniamino del pubblico di fede milanista, convinto di avere fra i pali un campione, un portiere come non lo si vedeva dai tempi di Albertosi, con margini di miglioramento evidenti, considerando la giovane età. Il 3 giugno 1992 conquistò a Vaxjo il titolo di campione d’Europa con la nazionale under 21. Antonioli partì titolare nella stagione 92-93, alzando il 30 agosto 1992 la Supercoppa italiana nella vittoria interna dei rossoneri sul Parma per 2-1. Rossi divenne il portiere di coppa Italia, lasciando il ruolo di protagonista tra i pali a Francesco sia in campionato che in Champions League, in cui l’esordio del brianzolo avvenne il 16 settembre 1992 a San Siro contro gli sloveni dell’Olimpia Lubiana. Tutto sembrava andare per il meglio. Anche dopo un piccolo problema muscolare, che causò uno stop di un paio di settimane, Francesco riconquistò subito il suo posto.

Finchè non arrivò il maledetto derby della Madonnina numero 156. Il 22 novembre 1992. Al 69° minuto, col Milan in vantaggio per 1-0 grazie a un gol di Lentini, l’orrendo campo dello stadio, intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, contribuì a rendere beffardo per il portiere un tiro dalla distanza non irresistibile di Luigi De Agostini. Un errore clamoroso di valutazione. Il pallone rimbalzando a terra, scivolò dalle mani del portiere, insaccandosi in rete, con un effetto quasi magico. Anzi un pallone più che magico stregato, che rispedì Antonioli a fare la riserva di Rossi, chiudendo ogni spazio al portiere brianzolo, che nell’estate 1993 chiuse definitivamente la sua avventura milanista, con un computo complessivo di 27 partite ufficiali disputate. Accettò la corte del Pisa e ripartì dalla serie cadetta. In una stagione negativa per i toscani, che chiusero il campionato di serie B 93-94 con la retrocessione in serie C1, Francesco riuscì comunque a brillare e nell’estate del 1994 la Reggiana, allenata da Pippo Marchioro, neopromossa in serie A, decise di scommettere su di lui. Ancora una retrocessione, in una stagione travagliata per gli emiliani, con ben due cambi di panchina, ma Francesco fu il titolare indiscusso e nell’estate del 1995, Renzo Ulivieri, il tecnico che più di ogni altro seppe valorizzarlo, il tecnico che più di ogni altro aveva creduto in quel talento, lo volle con sé al Bologna neopromosso in serie B. Fu una stagione straordinaria. Antonioli trovò finalmente continuità e da titolare, fu tra i grandi protagonisti di una avvincente cavalcata che si concluse per i felsinei con la vittoria del campionato di serie B e di un sorprendente cammino in coppa Italia fino alle semifinali contro l’Atalanta, eliminando durante il cammino Verona, Roma, Reggiana, ma soprattutto il Milan nei quarti di finale, a San Siro, in una gara in cui Francesco riuscì ad esorcizzare il suo passato, parando tutto ciò che poteva parare a Weah e soci, tradito solo da un errore di Tarozzi sull’1-0 per i felsinei,  che portò la sfida ai supplementari e poi ai rigori in cui Francesco fu decisivo parando dal dischetto i tiri di Eranio e Coco. Stagione da incorniciare e finalmente di nuovo padrone del suo destino. La macchia del derby era stata cancellata. Rimase al Bologna fino all’estate del 1999 quando proprio il neo allenatore della Roma, Fabio Capello, lo volle nella capitale, convinto della definitiva maturazione di quel talento inespresso e sfortunato, ai tempi del suo Milan. Era una Roma che stava mettendo in piedi una vera e propria rivoluzione culturale. Un cantiere aperto. Dopo 3 anni di integralismo Zemaniano e di un calcio generalmente offensivo e di schemi ripetuti al limite dell’ossessione, Franco Sensi volle portare a Roma il meglio che il mercato poteva offrire in termini di gestione della rosa e pragmatismo. La stagione 99-2000, che vide trionfare i cugini laziali allenati dall’ex Sven Goran Eriksson, si concluse con un sesto posto e con molte critiche. Non a Francesco, che seppe aver facilmente ragione della concorrenza dell’esperto portiere austriaco Konsel. Ma la Roma aveva gettato le basi, le fondamenta, proprio in quell’anno, ricordato con disprezzo dai tifosi romanisti, della storica vittoria del successivo campionato 2000-01. Nell’estate 2000 Batistuta, Zebina, Samuel, Emerson si aggiunsero a Totti, Tommasi, Di Francesco, Cafu, Montella, Delvecchio, Zago, Aldair, Assuncao e naturalmente a Francesco Antonioli. Fu un trionfo. Il tanto sospirato successo che mancava dal 1983 per la Roma giallorossa e l’apice della carriera per Antonioli. Finalmente protagonista, con 26 presenze da titolare, di un trionfo, lui che da milanista, ne aveva vissuti tanti da spettatore. Nell’estate 2001, la Roma acquistò dall’Atalanta, per 27 miliardi di vecchie lire, Ivan Pelizzoli e Antonioli si ritrovò nuovamente invischiato in un dualismo. Seppur inizialmente, a partire titolare fu l’ex atalantino, qualche incertezza del giovane portiere, restituì il ruolo di protagonista tra i pali al più esperto brianzolo, così in campionato con 30 presenze, così come in Champions League. Rimase alla Roma fino all’estate 2003, quando fu acquistato dalla Sampdoria di Riccardo Garrone, allenata da Walter Novellino. Nella sua esperienza in giallorosso ha totalizzato 145 presenze ufficiali con 138 reti subite. A Genova restò un triennio, ricordato soprattutto per la stagione 2004-05, in cui i blucerchiati ottennero 61 punti fondamentali al ritorno in Europa dopo 7 anni di purgatorio. Nell’estate 2006, considerato ormai anziano, coi suoi quasi 37 anni, in fase calante e senza più nulla da dare, fu ceduto dalla Samp al Bologna, là dove seppe rilanciarsi qualche anno prima. Un Bologna in serie cadetta, ansioso di tornare tra i grandi e allenato ancora dal grande maestro di Francesco. Quel Renzo Ulivieri, vero e proprio angelo custode del portiere brianzolo. Ma le cose non andarono nel verso giusto. Ulivieri fu esonerato e il Bologna non andò al di la di un settimo posto. Il ritorno in serie A arrivò la stagione successiva, 2007-08, sotto la guida tecnica di Daniele Arrigoni. Il Bologna arrivò secondo in serie B e Francesco fu fra i protagonisti di un’altra promozione. Il destino riservò, il 31 agosto 2008, il debutto in campionato proprio a San Siro, proprio contro il Milan, uno stadio in cui tutte le attenzioni erano per Ronaldinho Gaucho, al debutto nella serie A, in maglia rossonera. Il Bologna vinse 2-1 a sorpresa e Francesco fu tra i migliori. Il momento più esaltante di una stagione tribolata, che vide alternarsi in panchina Arrigoni, Mihajlovic e Papadopulo, i felsinei riuscirono comunque a salvarsi, conquistando il 17° posto e salutando a fine stagione quel caparbio antieroe, protagonista di tante battaglie. Una fenice, capace di risorgere sempre, vincendo soprattutto lo scetticismo di chi lo dava già finito. Con i felsinei disputò un totale di 264 partite ufficiali incassando 268 reti. Chiamato nell’estate 2009 a Cesena, in serie B, per difendere i pali dei romagnoli, allenati Pierpaolo Bisoli, conquistò subito un’altra promozione in serie A, ottenendo la salvezza sorprendente nella stagione successiva e chiudendo la carriera all’età di 43 anni, al termine della stagione 2011-12, purtroppo coincisa con la retrocessione in serie B. Con la maglia del Cesena ha totalizzato 109 partite ufficiali. Francesco Antonioli seppur sia stato convocato più volte in nazionale maggiore, non vi ha mai esordito. È stato il secondo di Francesco Toldo agli Europei 2000, concluso dagli azzurri al secondo posto. Antonioli ha attraversato la serie A, vivendone la sua parabola appieno. Dalla golden age di un calcio italiano conquistatore nel mondo, di un campionato, in cui tutti i più grandi volevano venire a giocare, fino al declino, a vantaggio di campionati più ricchi e capaci di evolversi, come Premier League o Liga spagnola. È il 48° giocatore più presente nella storia del campionato di serie A con 416 presenze. Oggi è un collaboratore tecnico del Cesena che milita nel campionato di serie C.

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13 settembre 1969 – Nasce Daniel Fonseca, una carriera tra gioie e dolori

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Daniel Garis Fonseca nasce a Montevideo, in Uruguay, il 13 settembre del 1969.

La sua carriera calcistica inizia nella squadra della sua città, il Nacional Montevideo nel 1988 con la quale vince un campionato.

Subito dopo, inizia la sua avventura Italiana. Viene acquistato dal Cagliari e, avendo i nonni di origine italiana, riesce ad ottenere quasi subito il passaporto italiano.

Passa due stagioni con il Cagliari, giocando 50 partite in due campionati e segnando 17 gol. Nel 1992 viene acquistato dal Napoli che investe circa 15 miliardi di lire più il cartellino di Pusceddu. Furono così altri due anni Serie A, gli unici due in doppia cifra: sedici reti nel 1992-93, 15 nel 1993-94. Con la maglia azzurra segnò tutte e cinque le reti del Napoli nella partita di Coppa Uefa a Valencia.

Il Napoli di quel periodo però, è una società con parecchi guai economici, per cui sarà costretta a sacrificare alcuni giocatori importanti, tra cui Daniel Fonseca.

Così, dopo soli due anni, nel 1994 viene acquistato dalla Roma allenata da Carlo Mazzone. Il presidente Sensi ha grandi obiettivi e quindi anche l’intenzione di acquistare giocatori di un certo livello per raggiungerli. Fonseca infatti, passerà alla squadra capitolina per 20 miliardi di lire, cifra molto alta per l’epoca.

A Roma però vive tre stagioni tra alti e bassi, alcune belle partite e anche risultati deludenti, non riuscendo così a ripetere i successi ottenuti con il Napoli. Otto gol sia nel 1994-95 che nel 1995-96, soltanto 4 nel 1996-97, in un attacco tutto sudamericano insieme all’argentino Abel Balbo. Tuttavia, nello stesso periodo riesce a ottenere grandi soddisfazioni con la nazionale dell’Uruguay, vincendo la Copa America del 1995.

Nel 1997 viene acquistato dalla Juventus, dove però riuscirà ad ottenere una maglia da titolare solo la prima stagione, tuttavia vince una Supercoppa italiana e uno scudetto nella stagione 2001 – 2002.

Ma la carriera di Fonseca, a Torino, iniziò a prendere la sua parabola discendente: nella stagione 1999-2000, a causa di numerosi infortuni, non scese mai in campo in campionato, disputando una sola gara di Coppa Uefa contro il Levski Sofia e una partita di Coppa Italia contro il Napoli il 16 dicembre 1999.

A quel punto Fonseca decide di chiudere il contratto con la Juventus per tornare in Sudamerica ma non in Uruguay, in Argentina con il River Plate.

La sua carriera, ormai quasi conclusa, lo riporta ancora in Italia nella stagione 2002 -2003, nel Como, neopromosso in serie A. Gioca solo due partite prima di dire definitivamente addio al calcio giocato.

Nel suo percorso da calciatore, Daniel Fonseca detto il “castoro” per via dei suoi denti, ha subito numerosi infortuni che ne hanno limitato di certo il rendimento, lo chiamarono anche il “coniglio” per via del suo evidente disagio quando veniva sostituito e, grazie alla trasmissione Mai dire gol e ad una imitazione di Teo Teocoli, si trovò anche una discreta popolarità tra il pubblico italiano. Una cosa è certa infatti, l’Italia e la serie A erano nel suo destino.

Oggi Daniel Fonseca è un ex calciatore in giacca e cravatta con una vita da procuratore in giro per gli stadi di mezzo mondo. Gestisce, tra gli altri talenti, Muslera, Caceres e, in passato, Luis Suarez. Di talento, da calciatore, Fonseca ne aveva da vendere, anche se gli infortuni lo hanno frenato.

 

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