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Lazio Roma, Derby Capitale. La Storia – Seconda Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Da Derby Capitale a “Capita al Derby” il salto verbale è breve ma chiarificatore. Come abbiamo descritto nella prima parte di questo speciale, una rivalità infinita divide la città da tempo immemore. Parafrasando un famoso proverbio Lazio e Roma sono così diverse “eppure così uguali”. Perché, come in tanti altri casi, il nemico è tanto più sentito quanto è più vicino e simile. Spesso all’interno delle stesse mura di casa e per caratterizzarlo se ne esaltano goliardicamente le presupposte differenze, i luoghi comuni, le debolezze: nasce così lo sfottò. La derisione goliardica dell’avversario però è tanto più pungente quanto è spiazzante la causa ispiratrice. Molte volte infatti il tifoso capitolino ha vissuto inevitabili scontri frontali con l’imprevisto.

Come abbiamo raccontato, il derby a Roma vale di più che nelle altre città. Vale tre punti come le altre partite, ma può darti o toglierti punti in quelle successive. E per quanto il significato della sfida travalichi i novanta minuti vissuti sul rettangolo di gioco, spesso il susseguirsi degli eventi ha arricchito la sua storia di particolarità tanto curiose quanto affascinanti.

Il grande imperatore Giulio Cesare, come monito ai suoi generali, amava ripetere spesso ai suoi generali che “Nessuno è così forte da non rimanere turbato da una circostanza imprevista.” In questo viaggio nella storia della stracittadina andremo a scandagliare alcuni dei principali episodi bizzarri, avvenuti spesso quando le telecamere, pronte oggi ad entrare persino negli spogliatoi, ancora non portavano le immagini della sfida capitolina nelle case di oltre 170 paesi in tutto il mondo.

Tra le partite “improbabili” da ricordare, forse la prima da citare è il derby di Roma giocato il 24 maggio 1931. Dopo il combattuto derby d’andata terminato in pareggio entrambe le formazioni volgevano al match di ritorno con una grande fame di vittoria. Sul risultato di 2-2, la notizia del vantaggio della Juventus scuote i giallorossi che iniziano ad accelerare per portare a casa un’utile vittoria. Nei minuti finali la palla esce dal rettangolo di gioco, il terzino giallorosso De Micheli si affretta per riprendere il gioco ma il presidente della Lazio Giorgio Vaccaro lo calcia lontano. De Micheli non ci sta e alza le mani, Vaccaro risponde con uno schiaffo che sigla l’inizio della rissa sul campo e sugli spalti. Il confronto fra le tifoserie degenerò nel primo episodio di violenza della storia del derby di Roma sfociando in una vera e propria rissa con tanto di invasione di campo, comportando l’intervento della polizia a cavallo per sedare gli animi.

Altro episodio curioso degli anni ’30 è lo storico “tradimento” di Attilio Ferraris IV. Nell’estate del 1934 lo storico capitano della Roma fu ceduto alla Lazio con una clausola: la formazione biancoceleste era dispensata dallo schierare il giocatore nel derby pena il pagamento di una multa di 25.000. Il 18 novembre del 1934, data del derby di andata, la Lazio ripensa a quanto accaduto nell’anno precedente (uno storico 5 a 0 giallorosso con tripletta di Tomasi e doppietta di Bernardini) e decide all’ultimo minuto di pagare la multa e di far scendere in campo Ferraris. Naturalmente l’episodio infiammerà oltremodo una stracittadina che non riusciva a trovare pace.

Dai contorni tragici è invece la cornice del prossimo episodio. Correva l’anno 1944, Roma gemeva sotto il tallone nazista. L’incontro della domenica faceva dimenticare per novanta minuti gli affanni, i bombardamenti, il coprifuoco e la tessera del pane. La storia si riferisce al giovedì del 23 marzo 1944, quando l’attentato partigiano contro i nazisti in via Rasella scatena la rappresaglia tedesca che terminerà con l’Eccidio delle Fosse Ardeatine: il massacro di 335 civili e militari italiani, fucilati il 24 marzo 1944. A raccontare i fatti è Aldo De Pierro, difensore veterano della SS Lazio, che quel giorno si recava alla Rondinella per l’allenamento, in compagnia di Amedeo Rega, portiere, e Edoardo Valenti, terzino destro. Arrivati nei pressi del campo, i tre si imbatterono in un plotone di “SS” e di camicie nere del “Battaglione M”. La situazione divenne subito molto pericolosa per gli atleti biancocelesti in quanto i soldati tedeschi non si fecero imbonire né dalla tessera della Lazio mostrata dai giocatori né dalle foto del giornale Littoriale, nel quale i tre campeggiavano sotto un’aquila ancor più feroce della loro. Ai dubbi nazisti, risposero le camicie nere che proposero di portare in caserma i tre sventurati proponendo di esaminarne la successiva domenica sera il loro caso. Ma fortuna volle che sul posto arrivarono alcuni dirigenti della Lazio che ottennero, con grosse difficoltà, la liberazione degli atleti biancocelesti. Solo allora il capo delle camicie nere si rassegnò, ma pronunciò adirato una minaccia: “Tanto domenica perderete… laziali de ‘sto c…!”. Evidentemente era un romanista; ed un cattivo profeta in Patria. La partita la domenica la vinse la Lazio portandosi in testa alla classifica. E il derby contro la Roma, alcune settimane dopo, rimase bloccato sullo zero a zero, consegnando nelle mani biancoceleste il torneo, per un punto di vantaggio sulla Roma.

Altro episodio curioso avvenne nell’immediato dopo guerra. Era il 25 febbraio 1951 e la Lazio sfidava una Roma in profonda crisi: per i biancocelesti le stracittadine erano la ghiotta occasione per dare un colpo di grazia agli avversari. Nell’infuocato clima del derby di ritorno, bastarono due minuti per cambiare le sorti dell’incontro. Dopo appena una manciata di secondi dal fischio d’inizio, il centrocampista laziale Sentimenti si trova tra i piedi una palla che non può fare altro che spingere in rete. L’unico difensore giallorosso a provare a contrapporsi a quel gol decisivo fu un uomo che poi scrisse la storia biancoceleste. Vestiva la maglia numero 4, indossava al braccio la fascia di capitano: il suo nome era Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio del primo scudetto nella stagione 1973/74. Anche a causa di tale sconfitta, al termine del campionato 1950/51 la Roma retrocesse in Serie B per la prima volta nella sua storia e per la prima volta nella storia di una squadra della Capitale.

Pochi anni dopo, nel mese di marzo del 1956, fu il meteo a fornire l’imprevisto nella stracittadina: l’Europa e in particolare l’Italia vengono investite da una ondata di gelo e da quella che sarà ribattezzata la “nevicata del secolo”. Che marzo sia un mese “pazzo”, è cosa risaputa, ma quello che successe a Roma nella notte tra il 10 e l’11 marzo del 1956 fu un qualcosa di eccezionale.

Sulla Capitale, si abbatté una vera e propria tormenta e per la prima volta l’11 marzo 1956, un derby romano venne rinviato per la neve. L’incontro viene quindi spostato al 4 aprile 1956, un mercoledì: un’altra particolarità per l’epoca, in cui si gioca solo di domenica, di giorno, con le partite che iniziano tutte in contemporanea. Il recupero del 4 aprile 1956 venne diretto, anche questa fu una novità, da un giudice di gara romano. Il giudizio sulla prestazione arbitrale venne ben sintetizzata dal “Tifone” che titolò: “Ha arbitrato Orlandini… di Lazio”.

Sempre un fattore esterno al campo decide il derby di Coppa Italia del 7 novembre del 1969: in questo caso dirimente fu un tribunale. Si gioca alle ore 21,00 e l’incontro porta la Roma, che viaggia a metà classifica in serie A, in casa di una Lazio relegata in serie cadetta. Sembra uno dei tanti derby incanalati sullo zero a zero, quando al 35’ la Roma passa su contropiede di Capello finalizzato magistralmente da Peirò. La Lazio non ci sta e prova a reagire ma il portiere giallorosso Ginulfi nega più volte la gioia del pareggio ai biancocelesti. Un rigore sbagliato e una rete annullata fanno imbestialire i laziali che a 6 minuti dal termine perdono la partita nel peggiore dei modi: l’illuminazione si rende intermittente frammentando il gioco finché sullo stadio cala definitivamente il buio. L’arbitro manda tutti a casa fra i fischi dei 75.000 presenti ed il giudice sportivo applica il principio della responsabilità oggettiva nei confronti del club biancoceleste che perde così la partita a tavolino per 2-0. L’episodio fece talmente clamore che nel successivo anno, al termine del derby di andata di campionato, vinto dominando dai giallorossi, il Corriere dello Sport titolava sornione verso l’allenatore biancoceleste: “A Lorè, stavorta te ce voleva n’eclisse”.

Negli anni ’70, nel clima infuocato degli anni di piombo, si sviluppò un profondo legame tra i giocatori della Lazio e le armi da fuoco, una passione introdotta da alcuni giocatori, su tutti Sergio Petrelli, ex giallorosso, che alla vigilia del derby della stagione dello scudetto biancoceleste 1973-74 si rende protagonista di un episodio bizzarro quanto pericoloso. Sotto l’albergo che ospita i calciatori biancocelesti, un gruppo di tifosi romanisti si raduna per dare fastidio e rovinare il sonno ai giocatori laziali. Petrelli visibilmente alterato si affaccia dalla finestra dell’albergo e fa partire tre colpi di pistola: i tifosi della Roma allora scappano a gambe levate, ma perché uno di quei proiettili colpisce il lampione affianco a loro. Gli anni ’70 si concludono drammaticamente con un evento delittuoso: tragica morte del tifoso biancoceleste Vincenzo Paparelli colpito da un razzo sparato da un giovane tifoso romanista. Per ristabilire un clima consono ad una competizione sportiva viene organizzata una amichevole mista Roma e Lazio per il 18 novembre 1979. L’evento ribattezzato “Derby dell’amicizia” fu organizzato dalle due società con l’intento di raccogliere fondi per la famiglia dello sfortunato tifoso laziale

Dopo un decennio il derby capitolino del 1989 presenta un nuovo elemento anomalo ed esogeno all’evento sportivo, stavolta per implicazione politiche. La sfida si gioca allo stadio Flaminio alle 14,30, per la prima volta dopo oltre 40 anni, a causa dei lavori di ristrutturazione dell’Olimpico in vista dei mondiali di calcio di Italia ’90. Il clima della vigilia è molto pesante, al che l’allora Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, decise di inviare un messaggio in cui pregava i tifosi di sedare i bollenti spiriti. Il messaggio attecchì con il suo tenore amichevole, concludendosi in modo inaspettato con una storica frase: “non famo scherzi!”

L’ultimo episodio particolare nella storia della stracittadina è avvenuto nel nuovo millennio. Il 21 marzo 2004, si gioca Lazio – Roma alle 20,30. Il pre-partita è funestato da lanci di lacrimogeni, cariche, scontri tra tifosi e forze d’ordine. Nonostante il pesante bilancio dei disordini la partita inizia puntuale; Alla fine del primo tempo però una notizia terribile raggiunge le due tifoserie: un’auto della polizia avrebbe investito fatalmente un bambino. L’arbitro Rosetti fischia l’inizio del secondo tempo, ma non dura oltre 3 minuti: dalle curve un lancio continuo di razzi lascia capire che le due curve non hanno intenzione di lasciar giocare. Dagli spalti il coro “Sospendete la partita” diventa sempre più pressante. Nonostante le continue smentite della polizia diffuse tramite gli altoparlanti dello stadio, sette tifosi della Roma scavalcano le recinzioni e scendono in campo per un colloquio privato con il capitano Francesco Totti. Dopo 25 minuti di tensione, l’arbitro interrompe la partita e manda tutti a casa. Il primo, e forse unico caso, di derby sospeso per “fake news”.

Gli episodi raccontati danno il senso di come e quanto, il derby di Roma, travalichi i novanta minuti vissuti sul rettangolo di gioco. Le implicazioni sociali, politiche, economiche delle due contendenti sul tessuto cittadino sono legate anche al senso ancestrale, primitivo, irrazionale, del tifoso romano desideroso di affermare il proprio dominio di un giorno sulla Città eterna. E se l’irrazionalità, come abbiamo visto, si scontra spesso con l’imprevisto nello scorrere degli eventi sportivi, anche i protagonisti delle stracittadine non possono essere immuni dall’improbabilità.

Ad esempio, chi avrebbe mai potuto pensare che il marcatore decisivo della stracittadina giocata il 17 dicembre 2000, che ha regalato tre punti fondamentali alla Roma in corsa per la vittoria dello scudetto, sarebbe stato proprio un giocatore laziale. Di certo non se l’aspettava Paolo Negro, infausto protagonista di uno sfortunato autogol. Magra consolazione per il malcapitato può essere che, come si sa, la storia si ripete: infatti nell’anno del primo scudetto giallorosso, esattamente nel derby del 11 gennaio 1942, un altro difensore centrale biancoceleste, Massimiliano Faotto, commette il più tragico degli errori proprio allo scadere del 90’ regalando il successo alla Roma.

Imperdonabile sì, ma non imponderabile. Perché l’imprevisto non è l’impossibile: è una carta che è sempre presente nel gioco. In effetti, altrettanto imprevisto è l’esito del derby di ritorno della stagione 2000-01: il 29 aprile 2001 si gioca il derby che può decidere le sorti scudetto. La Roma è prima in classifica con 3 punti di vantaggio sulla seconda, la Juventus, e 6 sulla terza, la Lazio. La posta in gioco si riflette nell’incedere dell’incontro: nel primo tempo vince il nervosismo, con tanti falli e pochi tiri. Ma ad appena due minuti dal fischio di inizio del secondo tempo, Batistuta porta in vantaggio i giallorossi, seguito dopo altri 5 minuti dal raddoppio di Marco Del Vecchio. La Curva Sud è in delirio ma a freddare i sogni di gloria ci pensa Nedved che riapre la partita a meno di un quarto d’ora dalla fine. Il tempo scorre inesorabile e nonostante il gol biancoceleste, tra i tifosi della Roma serpeggia l’ottimismo anche se un retro pensiero gela i più previdenti. Questo perché c’è un solo tipo di shock peggiore rispetto all’imprevisto: il previsto per il quale ci si è rifiutati di prepararsi. Sullo sviluppo di un angolo laziale, battuto a 30 secondi dalla fine, ecco spuntare Lucas Castroman; il centrocampista biancoceleste, fino a quel momento non ha mai brillato in campo, ma sulla respinta corta della difesa giallorossa si inventa un tiro al volo di destro sul primo palo che non lascia speranze ai giallorossi: è 2 a 2 al 95’.

Prima di lui, un altro centrocampista laziale aveva regalato ai propri tifosi l’estasi allo scadere del tempo di gioco di un derby. Guerino Gottardi, in forza con i biancocelesti dal 1995 al 2004, è stato presente in campo in 84 partite, segnando un solo goal: quello giusto. L’occasione è il derby di Coppa Italia Roma – Lazio del 21 gennaio 1998; il risultato è bloccato sul 1 a 1 dall’inizio del secondo tempo, quando un rilancio della difesa laziale trova smarcato Gottardi che inizia una corsa solitaria verso l’estremo difensore giallorosso: siamo al 95’, in pochi riescono a credere ai loro occhi. il centrocampista nato in Svizzera piazza un diagonale preciso sul secondo palo, con una freddezza da bomber vero. Stessa sorte, a parti inverse, vissuta dal terzino giallorosso Marco Cassetti nel derby del 6 dicembre 2009, deciso al minuto 79′ da un suo destro al volo su cross dalla destra di Mirko Vucinic.

 

 

 

O come il derby del 26 maggio 2015 dove sul tabellino dei marcatori figurarono Juan Manuel Iturbe Filip Djordjevic ed addirittura Mapou Yanga Mbiwa, bomber impronosticabili che nella Capitale sarebbero passati come meteore. Ma il marcatore non conta, l’imprevisto neanche. Nella vita alla fine nulla avviene né come si teme né come si spera. L’importante è la vittoria perché un derby non si gioca, si vince.

Lazio Roma, Derby Capitale. La storia – Prima Parte

35 anni, laureato in Storia e amante del calcio. Tifoso romanista, quindi non abituato alle vittorie. Professionista nel campo dell’assistenza normativa e commerciale bancaria e finanziaria. Scrittore per diletto. Nel tempo libero amo viaggiare, fare sport e vedere film e serie TV. Sono un appassionato lettore di geopolitica e storia

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“Il Filosofo” Scopigno parla di sé, del Cagliari e dello scudetto

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GLIEROIDELCALCIO.COM – È il Messaggero Sardo del gennaio 1970 a pubblicare una bella intervista a Scopigno, l’allenatore del Cagliari fresco Campione d’Inverno.  “Il Filosofo” parla di sé, del Cagliari e dello scudetto.

In primis ci si chiede chi è Manlio Scopigno che non pensa al calcio…

“Sono la persona più normale di questo mondo. Mi chiamano filosofo, nonostante non abbia studiato filosofia, perché sono uno che vive alla giornata, che non sa mai quel che potrà succedere domani. Vivo come vivono tutti quelli che fanno il mio stesso mestiere. Stadio, aereo, albergo, ristorante, e ancora stadio, aereo … E quando non sono né allo stadio, né sull’aereo sono in camera a dormire. Lo stadio ed il letto son due cose che adoro”.

Da allenatore cacciato, con il Bologna, ad allenatore della squadra prima in classifica maggiore candidata alla vittoria finale. Cosa è cambiato nello Scopigno allenatore?

“Niente è cambiato, e cosa vuole che sia cambiato? L’ho detto, io prendo la vita così come viene, per questo mi chiamano filosofo. Potrei anche dire che quei dirigenti avevano sbagliato a cacciarmi, ma non servirebbe e per questo non lo dico…”. Dicendo così in realtà lo ha detto…

Scopigno è squalificato, dopo la partita di Palermo, conclusasi con la prima sconfitta del Cagliari, Il Filosofo apostrofò un guardalinee con dei termini evidentemente “pesanti”, tanto da costringere il giudice sportino ad infliggergli cinque mesi di squalifica ridotti poi a quattro. “Non ho fatto nulla”, dice Scopigno, “Nel linguaggio corrente, quello di tutti i giorni, ci sono parole che possono anche essere considerate da ragazzacci, ma che ormai non possono più esser prese alla lettera e ritenute offensive dalla persona alla quale sono rivolte. Ecco, lo dico che quelle mie parole sono state male interpretate. C’è stato un equivoco colossale alla base della decisione del giudice sportivo e, prima ancora, del violento referto del guardialinee”.

Poi la domanda più ovvia, scontata… “Scopigno, ma questo scudetto, il Cagliari, lo vince davvero?”“E che ne so? Non sono mica Herrera, io, le profezie non le faccio… Ma che domande, certo che lo vince. E quale è oggi la squadra che è in grado di raggiungerci? Bisognerebbe che noi ci fermassimo. Ma ha visto contro il Torino e la Sampdoria? La squadra è forte, caspita se è forte! È vero che nessuno può farsi illusioni, perché ci vuole ancora mezzo campionato da qui alla conclusione. Però io a questo scudetto ci credo”. 

Intervista tratta dal Messaggero Sardo del Gennaio 1970 a cura di Milvio Atzori

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Il Genoa, la stagione 1972/73 e, nel giorno del compleanno, il suo Capitano: Gigi Simoni

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Per i genoani della mia generazione, Gigi Simoni è il ricordo del Genoa allenato da “Sandokan” Silvestri: il Genoa della stagione 1972/1973, che in una marcia trionfale dopo avere toccato l’abisso della serie C seppe tornare in serie A. Quella marcia trionfale vide il suo apogeo in Genoa-Lecco, ultima partita del campionato di serie B, giocata allo Stadio Luigi Ferraris davanti a 55.000 genoani, che salutarono appunto il ritorno del Grifo in serie A.

E per chi, come me, era presente alla suddetta partita, quella fu una giornata indimenticabile. È uno di quegli eventi, nella Storia del Genoa, il cui ricordo è stato tramandato di generazione in generazione. Infatti, anche a me è capitato spesso di parlarne ai miei nipotini.

Sin dalle prime ore del mattino, si iniziarono a vedere caroselli di tifosi nella parte a Levante di Genova, con carovane di auto e moto bardate di rossoblù. Il flusso di tifosi del Genoa iniziava, infatti, ad incolonnarsi in Corso Europa, la lunga arteria della città che per una decina di chilometri si snoda da Nervi in direzione del centro.

La gente dei “caruggi”, i vicoli della vecchia Genova, prima di avviarsi verso lo stadio aveva pavesato di rossoblù ogni stradina e piazzetta del centro storico, senza ovviamente trascurare finestre e balconi.

Anche dalle aree popolari e industriali del Ponente iniziavano a partire carovane di tifosi, incluso Sampierdarena che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ai tempi aveva una serie di Genoa Club molto attivi in diverse zone di quel quartiere: al Fossato, alle Mura degli Angeli, all’Ospedale di Villa Scassi, e nel rione San Martino-Campasso, dove c’era la sede del Genoa Club Felice Levratto, che, in occasione di quella partita, posizionò il proprio striscione nella curvetta della Gradinata Nord, lato tribuna.

I “Camalli”, invece, cioè gli scaricatori del Porto di Genova (quelli della Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie), si erano autotassati da diverse settimane, al momento dell’assegnazione dei turni, nella storica Sala della Chiamata a San Benigno e, alla fine, quella domenica si presentarono allo Stadio Luigi Ferraris con un grande striscione su cui c’era scritto: “I Portuali Genoani per un Grande Genoa”.

Intanto il tempo passava e lo stadio continuava a riempirsi. A due ore dal calcio d’inizio, il Ferraris era già gremito in ogni ordine di settore e di posto. Si stava stretti, ma proprio tanto stretti. Il programma prevedeva che la partita ufficiale di campionato fosse preceduta da una partitella della squadra giovanile, e in quella partitella si mise subito in luce un giovane Roberto Pruzzo, che allora era un diciottenne di grandi promesse. Finita la partita delle giovanili, fu la volta della liberazione di centinaia di colombi che dalla gradinata sud presero il volo verso il cielo in segno di speranza, seguiti da centinaia di palloncini rossi e blu che seguirono lo stesso percorso.

Prima dell’inizio della partita restava ancora tempo per un’esibizione di paracadutisti. Si lanciarono in cinque o sei da un aereo che sorvolava lo stadio. L’obiettivo era di atterrare nel cerchio di centrocampo e consegnare alla terna arbitrale il pallone della partita, ed effettivamente così fu, almeno per la maggior parte di loro. In effetti, ce ne fu uno che, forse tradito da una corrente maligna, non solo non riuscì ad atterrare nel centro del campo, ma, con la sua traiettoria mal controllata, passò al di sopra del tetto della tribuna e finì nel greto del Bisagno, il torrente adiacente allo stadio.

Terminata la parentesi dei paracadutisti, si potè finalmente dare il fischio d’inizio, davanti ad una Gradinata Nord che era un’apoteosi di bandiere rossoblù.

La Gradinata Nord in occasione di Genoa-Lecco, partita della promozione in Serie A nel 1973

I cori erano in sintonia con i tempi: “Noi vogliamo il Genoa in serie A, il Genoa in serie A, il Genoa in Serie A”, al ritmo di Yellow Submarine dei Beatles; oppure “Genoa, Genoa, devi tornare in serie A”, cantato sulle note di Jesus Christ Superstar, film colossal, con annessa colonna sonora, che aveva sbancato ai botteghini; e poi, ancora, dalla Gradinata Nord si sentiva un inneggiare al Genoa con una tonalità prolungata, che riecheggiava Jesahel dei Delirium, band che, l’anno prima, aveva cantato quel pezzo al festival di Sanremo, canzone, tra l’altro, scritta e composta dal cantautore genovese e genoano Oscar Prudente.

Mi sembra di ricordare anche una cartolina celebrativa, di partecipazione all’evento, che veniva distribuita dalla tifoseria organizzata a tutti gli spettatori, al momento di varcare i cancelli. Chissà, magari c’è qualche tifoso del Genoa che quel ricordo l’ha conservato. Ormai sono passati quasi cinquant’anni e quella cartolina potrebbe essere considerata un pezzo da collezione.

La partita fu solo un dettaglio. In effetti, eravamo già in A da un paio di giornate, avendo pareggiato a Monza alla terzultima, e vinto la penultima a Catania per due reti a uno, con gol di Bordon e Corradi. Comunque, quel giorno Genoa-Lecco terminò 1 a 0, con marcatura di Sidio Corradi, a metà del secondo tempo.

E al triplice fischio finale, il serpentone umano di 55.000 spettatori, uscendo dal vecchio Ferraris, iniziò il suo cammino. Lungo il percorso si aggiunsero le migliaia di persone che non avevano trovato posto allo stadio. Una marea umana, fatta di persone che procedevano a piedi, in auto o in motorino, iniziò a percorrere la decina di chilometri che separano lo stadio, nel quartiere di Marassi, da Piazza de Ferrari, luogo simbolico della città, dove si celebrano le manifestazioni di lotta, ma anche quelle di festa. E quel giorno naturalmente si trattò di una grande manifestazione di festa.

E poi ci fu la festa al Palasport e i fuochi d’artificio alla Foce, quartiere, tra l’altro, dove aveva sede la Trattoria Mentana, che nei primi anni Settanta era un luogo di ritrovo abituale dei cantautori genovesi e dei calciatori del Genoa. Passando di lì, nella stessa giornata, poteva capitare di incontrare Fabrizio de Andrè e Gigi Simoni, intenti a fare due chiacchiere col titolare.

Furono giorni felici. Si celebrava il ritorno in serie A che mancava da quasi una decina d’anni. Alla prima con l’Inter, tre o quattro mesi dopo, ci saremmo presentati in 25.000 a San Siro. Ma per il momento, si rendeva onore ai giocatori che avevano regalato la promozione al vecchio Grifo: Spalazzi, il kamikaze; Manera, “cavallo pazzo”; Ferrari, cresciuto nel vivaio, che parlava in dialetto; Maselli, il mediano romano che sapeva impostare; Rossetti, il vecchio attaccante trasformato terzino; Garbarini, detto anche “Garben” o “Custer”, condottiero di mille battaglie; Perotti, l’ala destra dal gran senso tattico; Bittolo, l’uomo che marcò il grande Eusebio in Genoa-Benfica, del 1971; Bordon, centravanti di sfondamento; Corradi, l’ala sinistra col vizio del gol, il biondo capellone da tutti chiamato Sidio, che ancora oggi frequenta la nostra gradinata.

E, soprattutto, si rendeva onore al Capitano di quello squadrone: Gigi Simoni, un grande centrocampista, autore, tra l’altro, di alcune reti decisive in quella stagione. Reti che portarono punti pesanti e che ci permisero di ritornare in serie A.

Tanti auguri e grazie ancora Capitan Simoni, da allora sei entrato per sempre nel cuore del popolo rossoblù.

Ti aspettiamo.

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Fanna, l’uomo della provvidenza, non si sente un tappabuchi

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Stampa Sera, 21 gennaio 1989: “Fanna, l’uomo della provvidenza, non si sente un tappabuchi”. Sì, perché sembra ormai che Trapattoni lo consideri solo quando infortuni e squalifiche rendono incompleta la sua Inter. Fanna era arrivato quattro anni prima, dal Verona di Bagnoli neo scudettato. Trapattoni lo aveva già relegato in panchina molto spesso al punto che il ragazzo di Moimacco, qui nacque il 23 giugno del 1958, in estate decise di cercare fortuna altrove. I contatti presi non si concretizzarono e, forte di un precontratto con i nerazzurri, a novembre la società fu costretta a riammetterlo in rosa.

Ora Trapattoni ha necessità di lui, “Quando Trapattoni mi ha chiamato non ho mai tradito le aspettative e spero di ripetermi anche domani. E il motivo è facile da spiegare: da quando sono rientrato nella rosa mi alleno con maggiore determinazione perché non voglio sfigurare in quest’Inter da record. Anzi, il fatto di essere impiegato come tappabuchi e in extremis non mi dispiace, mi dà uno stimolo in più per cercare di farmi trovare sempre al meglio della condizione. In effetti dopo le incomprensioni dell’estate scorsa sono riuscito a trovare un accordo con i dirigenti e il tecnico e adesso mi sento tranquillo, partecipe di questa stagione esaltante alla pari degli altri e sogno anch’io di vincere lo scudetto. Un obiettivo che è alla nostra portata, perché questa è una squadra da combattimento che sa lottare per difendersi ma è anche capace di offendere e fare risultato in qualsiasi occasione”. (Cit. Stampa Sera, 21 gennaio 1989). Per Pierino lo scudetto non è certo “cosa” nuova…”Ne ho vinti tre con la Juventus e uno con il Verona però mi piacerebbe tanto conquistarne un altro con l’Inter e fare cinquina. Sarebbe il più bello perché a quelli bianconeri ho contribuito fino a un certo punto, mentre quello veronese l’ho gustato poco perché me ne sono andato subito. Quello che più mi dispiace è aver dovuto lasciare la Juventus l’anno dell’arrivo di Platini, cosi non ho potuto giocare con il campione che io considero il più grande di tutti i tempi. A questo si aggiunge il fatto che anni prima avevo dovuto lasciare l’Atalanta, la mia squadra del cuore, proprio in concomitanza con la sua promozione in serie A”. (Cit. Stampa Sera, 21 gennaio 1989). Aggiunge poi… “Adesso devo pensare all’Inter e cercare di battere la Lazio, un ostacolo molto duro che dovremo superare per forza se vogliamo continuare a mantenere la testa della classifica”.

Il giorno successivo l’Inter batterà la Lazio di misura con rete di Mandorlini. Fanna si stirerà in fase di riscaldamento e non sarà della contesa. A fine anno però vincerà il suo 5° scudetto.

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