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Il Calcio Racconta

Lazio Roma, Derby Capitale. La Storia – Seconda Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Da Derby Capitale a “Capita al Derby” il salto verbale è breve ma chiarificatore. Come abbiamo descritto nella prima parte di questo speciale, una rivalità infinita divide la città da tempo immemore. Parafrasando un famoso proverbio Lazio e Roma sono così diverse “eppure così uguali”. Perché, come in tanti altri casi, il nemico è tanto più sentito quanto è più vicino e simile. Spesso all’interno delle stesse mura di casa e per caratterizzarlo se ne esaltano goliardicamente le presupposte differenze, i luoghi comuni, le debolezze: nasce così lo sfottò. La derisione goliardica dell’avversario però è tanto più pungente quanto è spiazzante la causa ispiratrice. Molte volte infatti il tifoso capitolino ha vissuto inevitabili scontri frontali con l’imprevisto.

Come abbiamo raccontato, il derby a Roma vale di più che nelle altre città. Vale tre punti come le altre partite, ma può darti o toglierti punti in quelle successive. E per quanto il significato della sfida travalichi i novanta minuti vissuti sul rettangolo di gioco, spesso il susseguirsi degli eventi ha arricchito la sua storia di particolarità tanto curiose quanto affascinanti.

Il grande imperatore Giulio Cesare, come monito ai suoi generali, amava ripetere spesso ai suoi generali che “Nessuno è così forte da non rimanere turbato da una circostanza imprevista.” In questo viaggio nella storia della stracittadina andremo a scandagliare alcuni dei principali episodi bizzarri, avvenuti spesso quando le telecamere, pronte oggi ad entrare persino negli spogliatoi, ancora non portavano le immagini della sfida capitolina nelle case di oltre 170 paesi in tutto il mondo.

Tra le partite “improbabili” da ricordare, forse la prima da citare è il derby di Roma giocato il 24 maggio 1931. Dopo il combattuto derby d’andata terminato in pareggio entrambe le formazioni volgevano al match di ritorno con una grande fame di vittoria. Sul risultato di 2-2, la notizia del vantaggio della Juventus scuote i giallorossi che iniziano ad accelerare per portare a casa un’utile vittoria. Nei minuti finali la palla esce dal rettangolo di gioco, il terzino giallorosso De Micheli si affretta per riprendere il gioco ma il presidente della Lazio Giorgio Vaccaro lo calcia lontano. De Micheli non ci sta e alza le mani, Vaccaro risponde con uno schiaffo che sigla l’inizio della rissa sul campo e sugli spalti. Il confronto fra le tifoserie degenerò nel primo episodio di violenza della storia del derby di Roma sfociando in una vera e propria rissa con tanto di invasione di campo, comportando l’intervento della polizia a cavallo per sedare gli animi.

Altro episodio curioso degli anni ’30 è lo storico “tradimento” di Attilio Ferraris IV. Nell’estate del 1934 lo storico capitano della Roma fu ceduto alla Lazio con una clausola: la formazione biancoceleste era dispensata dallo schierare il giocatore nel derby pena il pagamento di una multa di 25.000. Il 18 novembre del 1934, data del derby di andata, la Lazio ripensa a quanto accaduto nell’anno precedente (uno storico 5 a 0 giallorosso con tripletta di Tomasi e doppietta di Bernardini) e decide all’ultimo minuto di pagare la multa e di far scendere in campo Ferraris. Naturalmente l’episodio infiammerà oltremodo una stracittadina che non riusciva a trovare pace.

Dai contorni tragici è invece la cornice del prossimo episodio. Correva l’anno 1944, Roma gemeva sotto il tallone nazista. L’incontro della domenica faceva dimenticare per novanta minuti gli affanni, i bombardamenti, il coprifuoco e la tessera del pane. La storia si riferisce al giovedì del 23 marzo 1944, quando l’attentato partigiano contro i nazisti in via Rasella scatena la rappresaglia tedesca che terminerà con l’Eccidio delle Fosse Ardeatine: il massacro di 335 civili e militari italiani, fucilati il 24 marzo 1944. A raccontare i fatti è Aldo De Pierro, difensore veterano della SS Lazio, che quel giorno si recava alla Rondinella per l’allenamento, in compagnia di Amedeo Rega, portiere, e Edoardo Valenti, terzino destro. Arrivati nei pressi del campo, i tre si imbatterono in un plotone di “SS” e di camicie nere del “Battaglione M”. La situazione divenne subito molto pericolosa per gli atleti biancocelesti in quanto i soldati tedeschi non si fecero imbonire né dalla tessera della Lazio mostrata dai giocatori né dalle foto del giornale Littoriale, nel quale i tre campeggiavano sotto un’aquila ancor più feroce della loro. Ai dubbi nazisti, risposero le camicie nere che proposero di portare in caserma i tre sventurati proponendo di esaminarne la successiva domenica sera il loro caso. Ma fortuna volle che sul posto arrivarono alcuni dirigenti della Lazio che ottennero, con grosse difficoltà, la liberazione degli atleti biancocelesti. Solo allora il capo delle camicie nere si rassegnò, ma pronunciò adirato una minaccia: “Tanto domenica perderete… laziali de ‘sto c…!”. Evidentemente era un romanista; ed un cattivo profeta in Patria. La partita la domenica la vinse la Lazio portandosi in testa alla classifica. E il derby contro la Roma, alcune settimane dopo, rimase bloccato sullo zero a zero, consegnando nelle mani biancoceleste il torneo, per un punto di vantaggio sulla Roma.

Altro episodio curioso avvenne nell’immediato dopo guerra. Era il 25 febbraio 1951 e la Lazio sfidava una Roma in profonda crisi: per i biancocelesti le stracittadine erano la ghiotta occasione per dare un colpo di grazia agli avversari. Nell’infuocato clima del derby di ritorno, bastarono due minuti per cambiare le sorti dell’incontro. Dopo appena una manciata di secondi dal fischio d’inizio, il centrocampista laziale Sentimenti si trova tra i piedi una palla che non può fare altro che spingere in rete. L’unico difensore giallorosso a provare a contrapporsi a quel gol decisivo fu un uomo che poi scrisse la storia biancoceleste. Vestiva la maglia numero 4, indossava al braccio la fascia di capitano: il suo nome era Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio del primo scudetto nella stagione 1973/74. Anche a causa di tale sconfitta, al termine del campionato 1950/51 la Roma retrocesse in Serie B per la prima volta nella sua storia e per la prima volta nella storia di una squadra della Capitale.

Pochi anni dopo, nel mese di marzo del 1956, fu il meteo a fornire l’imprevisto nella stracittadina: l’Europa e in particolare l’Italia vengono investite da una ondata di gelo e da quella che sarà ribattezzata la “nevicata del secolo”. Che marzo sia un mese “pazzo”, è cosa risaputa, ma quello che successe a Roma nella notte tra il 10 e l’11 marzo del 1956 fu un qualcosa di eccezionale.

Sulla Capitale, si abbatté una vera e propria tormenta e per la prima volta l’11 marzo 1956, un derby romano venne rinviato per la neve. L’incontro viene quindi spostato al 4 aprile 1956, un mercoledì: un’altra particolarità per l’epoca, in cui si gioca solo di domenica, di giorno, con le partite che iniziano tutte in contemporanea. Il recupero del 4 aprile 1956 venne diretto, anche questa fu una novità, da un giudice di gara romano. Il giudizio sulla prestazione arbitrale venne ben sintetizzata dal “Tifone” che titolò: “Ha arbitrato Orlandini… di Lazio”.

Sempre un fattore esterno al campo decide il derby di Coppa Italia del 7 novembre del 1969: in questo caso dirimente fu un tribunale. Si gioca alle ore 21,00 e l’incontro porta la Roma, che viaggia a metà classifica in serie A, in casa di una Lazio relegata in serie cadetta. Sembra uno dei tanti derby incanalati sullo zero a zero, quando al 35’ la Roma passa su contropiede di Capello finalizzato magistralmente da Peirò. La Lazio non ci sta e prova a reagire ma il portiere giallorosso Ginulfi nega più volte la gioia del pareggio ai biancocelesti. Un rigore sbagliato e una rete annullata fanno imbestialire i laziali che a 6 minuti dal termine perdono la partita nel peggiore dei modi: l’illuminazione si rende intermittente frammentando il gioco finché sullo stadio cala definitivamente il buio. L’arbitro manda tutti a casa fra i fischi dei 75.000 presenti ed il giudice sportivo applica il principio della responsabilità oggettiva nei confronti del club biancoceleste che perde così la partita a tavolino per 2-0. L’episodio fece talmente clamore che nel successivo anno, al termine del derby di andata di campionato, vinto dominando dai giallorossi, il Corriere dello Sport titolava sornione verso l’allenatore biancoceleste: “A Lorè, stavorta te ce voleva n’eclisse”.

Negli anni ’70, nel clima infuocato degli anni di piombo, si sviluppò un profondo legame tra i giocatori della Lazio e le armi da fuoco, una passione introdotta da alcuni giocatori, su tutti Sergio Petrelli, ex giallorosso, che alla vigilia del derby della stagione dello scudetto biancoceleste 1973-74 si rende protagonista di un episodio bizzarro quanto pericoloso. Sotto l’albergo che ospita i calciatori biancocelesti, un gruppo di tifosi romanisti si raduna per dare fastidio e rovinare il sonno ai giocatori laziali. Petrelli visibilmente alterato si affaccia dalla finestra dell’albergo e fa partire tre colpi di pistola: i tifosi della Roma allora scappano a gambe levate, ma perché uno di quei proiettili colpisce il lampione affianco a loro. Gli anni ’70 si concludono drammaticamente con un evento delittuoso: tragica morte del tifoso biancoceleste Vincenzo Paparelli colpito da un razzo sparato da un giovane tifoso romanista. Per ristabilire un clima consono ad una competizione sportiva viene organizzata una amichevole mista Roma e Lazio per il 18 novembre 1979. L’evento ribattezzato “Derby dell’amicizia” fu organizzato dalle due società con l’intento di raccogliere fondi per la famiglia dello sfortunato tifoso laziale

Dopo un decennio il derby capitolino del 1989 presenta un nuovo elemento anomalo ed esogeno all’evento sportivo, stavolta per implicazione politiche. La sfida si gioca allo stadio Flaminio alle 14,30, per la prima volta dopo oltre 40 anni, a causa dei lavori di ristrutturazione dell’Olimpico in vista dei mondiali di calcio di Italia ’90. Il clima della vigilia è molto pesante, al che l’allora Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, decise di inviare un messaggio in cui pregava i tifosi di sedare i bollenti spiriti. Il messaggio attecchì con il suo tenore amichevole, concludendosi in modo inaspettato con una storica frase: “non famo scherzi!”

L’ultimo episodio particolare nella storia della stracittadina è avvenuto nel nuovo millennio. Il 21 marzo 2004, si gioca Lazio – Roma alle 20,30. Il pre-partita è funestato da lanci di lacrimogeni, cariche, scontri tra tifosi e forze d’ordine. Nonostante il pesante bilancio dei disordini la partita inizia puntuale; Alla fine del primo tempo però una notizia terribile raggiunge le due tifoserie: un’auto della polizia avrebbe investito fatalmente un bambino. L’arbitro Rosetti fischia l’inizio del secondo tempo, ma non dura oltre 3 minuti: dalle curve un lancio continuo di razzi lascia capire che le due curve non hanno intenzione di lasciar giocare. Dagli spalti il coro “Sospendete la partita” diventa sempre più pressante. Nonostante le continue smentite della polizia diffuse tramite gli altoparlanti dello stadio, sette tifosi della Roma scavalcano le recinzioni e scendono in campo per un colloquio privato con il capitano Francesco Totti. Dopo 25 minuti di tensione, l’arbitro interrompe la partita e manda tutti a casa. Il primo, e forse unico caso, di derby sospeso per “fake news”.

Gli episodi raccontati danno il senso di come e quanto, il derby di Roma, travalichi i novanta minuti vissuti sul rettangolo di gioco. Le implicazioni sociali, politiche, economiche delle due contendenti sul tessuto cittadino sono legate anche al senso ancestrale, primitivo, irrazionale, del tifoso romano desideroso di affermare il proprio dominio di un giorno sulla Città eterna. E se l’irrazionalità, come abbiamo visto, si scontra spesso con l’imprevisto nello scorrere degli eventi sportivi, anche i protagonisti delle stracittadine non possono essere immuni dall’improbabilità.

Ad esempio, chi avrebbe mai potuto pensare che il marcatore decisivo della stracittadina giocata il 17 dicembre 2000, che ha regalato tre punti fondamentali alla Roma in corsa per la vittoria dello scudetto, sarebbe stato proprio un giocatore laziale. Di certo non se l’aspettava Paolo Negro, infausto protagonista di uno sfortunato autogol. Magra consolazione per il malcapitato può essere che, come si sa, la storia si ripete: infatti nell’anno del primo scudetto giallorosso, esattamente nel derby del 11 gennaio 1942, un altro difensore centrale biancoceleste, Massimiliano Faotto, commette il più tragico degli errori proprio allo scadere del 90’ regalando il successo alla Roma.

Imperdonabile sì, ma non imponderabile. Perché l’imprevisto non è l’impossibile: è una carta che è sempre presente nel gioco. In effetti, altrettanto imprevisto è l’esito del derby di ritorno della stagione 2000-01: il 29 aprile 2001 si gioca il derby che può decidere le sorti scudetto. La Roma è prima in classifica con 3 punti di vantaggio sulla seconda, la Juventus, e 6 sulla terza, la Lazio. La posta in gioco si riflette nell’incedere dell’incontro: nel primo tempo vince il nervosismo, con tanti falli e pochi tiri. Ma ad appena due minuti dal fischio di inizio del secondo tempo, Batistuta porta in vantaggio i giallorossi, seguito dopo altri 5 minuti dal raddoppio di Marco Del Vecchio. La Curva Sud è in delirio ma a freddare i sogni di gloria ci pensa Nedved che riapre la partita a meno di un quarto d’ora dalla fine. Il tempo scorre inesorabile e nonostante il gol biancoceleste, tra i tifosi della Roma serpeggia l’ottimismo anche se un retro pensiero gela i più previdenti. Questo perché c’è un solo tipo di shock peggiore rispetto all’imprevisto: il previsto per il quale ci si è rifiutati di prepararsi. Sullo sviluppo di un angolo laziale, battuto a 30 secondi dalla fine, ecco spuntare Lucas Castroman; il centrocampista biancoceleste, fino a quel momento non ha mai brillato in campo, ma sulla respinta corta della difesa giallorossa si inventa un tiro al volo di destro sul primo palo che non lascia speranze ai giallorossi: è 2 a 2 al 95’.

Prima di lui, un altro centrocampista laziale aveva regalato ai propri tifosi l’estasi allo scadere del tempo di gioco di un derby. Guerino Gottardi, in forza con i biancocelesti dal 1995 al 2004, è stato presente in campo in 84 partite, segnando un solo goal: quello giusto. L’occasione è il derby di Coppa Italia Roma – Lazio del 21 gennaio 1998; il risultato è bloccato sul 1 a 1 dall’inizio del secondo tempo, quando un rilancio della difesa laziale trova smarcato Gottardi che inizia una corsa solitaria verso l’estremo difensore giallorosso: siamo al 95’, in pochi riescono a credere ai loro occhi. il centrocampista nato in Svizzera piazza un diagonale preciso sul secondo palo, con una freddezza da bomber vero. Stessa sorte, a parti inverse, vissuta dal terzino giallorosso Marco Cassetti nel derby del 6 dicembre 2009, deciso al minuto 79′ da un suo destro al volo su cross dalla destra di Mirko Vucinic.

 

 

 

O come il derby del 26 maggio 2015 dove sul tabellino dei marcatori figurarono Juan Manuel Iturbe Filip Djordjevic ed addirittura Mapou Yanga Mbiwa, bomber impronosticabili che nella Capitale sarebbero passati come meteore. Ma il marcatore non conta, l’imprevisto neanche. Nella vita alla fine nulla avviene né come si teme né come si spera. L’importante è la vittoria perché un derby non si gioca, si vince.

Lazio Roma, Derby Capitale. La storia – Prima Parte

Ho 35 anni, laureato in Storia e amante del calcio. Tifoso romanista, quindi non abituato alle vittorie. Professionista nel campo dell’assistenza normativa e commerciale bancaria e finanziaria. Scrittore per diletto. Nel tempo libero amo viaggiare, fare sport e vedere film e serie TV. Sono un appassionato lettore di geopolitica e storia

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1968, il primo Scudetto femminile

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – È appena ripartita la caccia alla Juventus Women, che da due anni si fregia del titolo di Campione d’Italia.

Ma se il club bianconero è stata l’ultima società ad apporre il proprio nome nell’albo d’oro della serie A di calcio femminile, il primato di essere stata la prima squadra scudettata spetta al Genova.

Siamo nel 1968 e da pochi mesi si è costituita la prima federazione di calcio femminile, la F.I.C.F. (Federazione Italiana Calcio Femminile). Il suo primo atto è quello di organizzare un campionato nazionale. Per iniziare si chiede il “beneplacito” della comunità medica: il Prof. Vittorio Wyss (Direttore del Centro Medicina dello Sport di Torino) rassicurò tutti dichiarando, attraverso le colonne del quotidiano “La Stampa”, che non era vero che il calcio fosse inadatto alle donne. L’unica controindicazione consisteva nel fatto che praticando questo sport “le gambe guadagneranno certamente in muscolatura ma certamente anche perderanno in eleganza di linea”.

Si stabilisce di fissare la durata delle partite in 70 minuti (due tempi da 35’) e viene ammessa una sola sostituzione.

Le squadre partecipanti sono dieci, suddivise in due gironi da cinque:

Girone A (Centro-settentrionale): ACF Ambrosiana Milano, ACF Genova, ACF Pro Viareggio, ACF Real Torino, Pro Loco Travo (Piacenza);

Girone B (Centro-meridionale): ACF Cagliari, ACF Lazio 2000, ACF Roma, FC Napoli, Giovani Viola Firenze.

La prima fase si disputa dal 23 giugno al 29 settembre e si conclude con Real Torino, Genova, Roma e Cagliari qualificate per gli spareggi per l’assegnazione del titolo.

Dal doppio confronto tra Roma – Real Torino e Cagliari- Genova sono le capitoline e le liguri a staccare il biglietto per la finale.

Così sul neutro dell’Arena Garibaldi di Pisa, il 24 novembre, il Genova supera di misura per 1-0 la Roma, grazie al gol realizzato da Albertina Rosasco, e si laurea campione d’Italia.

Questa la rosa dell’ACF Genova:

Giuseppina Tessadori (cap.), Maria Grazia Gerwien, Luisa Coli, Maura Fabbri e Marina Camba, Albertina Rosasco, Paola Mignone, Teresa Gallione, Corinna Gerwien, Annalisa Dasso e Caterina Gaggero. Allenatore: Ugo Mignone.

Non tutte le società di calcio femminile, però, si affiliarono alla neonata F.I.C.F. ma scelsero di disputare il torneo organizzato dall’UISP (Unione Italiana Sport Popolare). A conquistare il titolo di Campione d’Italia fu FC Bologna. Infatti le emiliane, nel girone unico composto da cinque società, si classificarono al primo posto davanti, nell’ordine, a ACF Abano Milano, ACF Internazionale, ACF Juventus, ACF Pilastro Parma.

Questa la rosa del FC Bologna:

Nonni (cap.), Sacchetti, Parrini, Morbiato, Spisani, Bonfiglioli, Mazza, Matteucci, Provvedi, Bonetti, Garulli.

 

Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

“Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile”  della GEO Edizioni (Prefazione scritta dal Vice Presidente L.N.D. Delegato per il Calcio Femminile Sandro Morgana).

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14 settembre 1969 – Nasce Francesco Antonioli, 50 anni da antieroe

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Quella che vado a raccontarvi, nel giorno del suo 50esimo compleanno, non è una storia come tante, ma la storia di un calciatore, in gioventù, considerato predestinato, che seppe rilanciarsi ogni qual volta il sogno pareva sfumare o la sfida diventare più difficile, arrivando a conquistare quella vetta, tanto agognata, a tratti irraggiungibile. Francesco Antonioli, “Batman” per i suoi più affezionati sostenitori.

Nato a Monza il 14 settembre 1969, Francesco fece, nella formazione brianzola della sua città Natale, la trafila delle giovanili, fino ad essere aggregato alla prima squadra già all’età di 16 anni. Era un portiere dotato di ottima tecnica seppur non particolarmente spettacolare. Agile e istintivo. Il 27 agosto 1986 fece il suo debutto da professionista in coppa Italia, contro, niente di meno che la Juventus allenata da Rino Marchesi. Debutto da incorniciare. Il Monza perse 1-0 ma Francesco fu determinante coi suoi interventi per rendere il passivo dignitoso, contro un avversario prestigioso come la squadra campione d’Italia in carica.  Al termine della stagione furono 6 le presenze e nella stagione successiva, 87-88, promosso titolare, fu fra i grandi protagonisti della promozione in serie B col secondo posto nel campionato di serie C1 e della conquista della coppa Italia di categoria. Ma la vera svolta fu rappresentata dal match di coppa Italia del 30 agosto 1987. In quell’incontro estivo dei gironi di coppa Italia, il Monza come avversario si trovò il Milan di Arrigo Sacchi. Il Milan si impose grazie a una doppietta di Marco Van Basten, ma il tecnico di Fusignano che a primavera avrebbe vinto lo scudetto, iniziando a scrivere la sua leggenda, notò il portiere brianzolo e ne consigliò l’acquisto ai dirigenti del Milan, che proprio nel Monza avevano iniziato la carriera, Adriano Galliani e Ariedo Braida.  Così nell’estate 1988 Antonioli approdò in rossonero, crescendo alle spalle di colui che sarebbe divenuto il suo modello, Giovanni Galli, debuttando in coppa Italia il 3 settembre 1988 nel match casalingo vinto dal Milan 2-1 contro la Lazio e successivamente arrivò la convocazione nella under 21 allenata da Cesare Maldini. Lo spazio però era davvero poco e Francesco, senza aver ancora esordito in campionato nella formazione rossonera, nell’estate del 1990, scavalcato nelle gerarchie da Andrea Pazzagli, il nuovo titolare, fu prestato al Cesena nell’ambito dell’operazione che condusse al Milan, Sebastiano Rossi. Terzo portiere, in Romagna, chiuso dal capitano Alberto Fontana e da Marco Ballotta, il Milan lo mandò a Modena in serie B, durante il mercato di riparazione dello stesso anno, dove finalmente il talento di Antonioli sbocciò, sotto la guida di Renzo Ulivieri. Fu così richiamato al Milan nell’estate del 1991 per fare il vice del titolare scelto dal neo allenatore Fabio Capello. In quella che divenne una stagione da record per il Milan, campione imbattuto, che diede il via alla leggenda degli “invincibili”, Francesco fu il titolare nelle sfide di Coppa Italia, in cui il Milan arrivò fino alle semifinali, sconfitto ed eliminato a Torino il 14 aprile 1992 da un gol di Schillaci nella sconfitta subita per 1-0 contro la Juventus. Ma Francesco brillò. Migliore in campo nel match di Torino, nella competizione che fu un porta fortuna della sua carriera. Nacque così un vero e proprio dualismo con Sebastiano Rossi. Francesco divenne beniamino del pubblico di fede milanista, convinto di avere fra i pali un campione, un portiere come non lo si vedeva dai tempi di Albertosi, con margini di miglioramento evidenti, considerando la giovane età. Il 3 giugno 1992 conquistò a Vaxjo il titolo di campione d’Europa con la nazionale under 21. Antonioli partì titolare nella stagione 92-93, alzando il 30 agosto 1992 la Supercoppa italiana nella vittoria interna dei rossoneri sul Parma per 2-1. Rossi divenne il portiere di coppa Italia, lasciando il ruolo di protagonista tra i pali a Francesco sia in campionato che in Champions League, in cui l’esordio del brianzolo avvenne il 16 settembre 1992 a San Siro contro gli sloveni dell’Olimpia Lubiana. Tutto sembrava andare per il meglio. Anche dopo un piccolo problema muscolare, che causò uno stop di un paio di settimane, Francesco riconquistò subito il suo posto.

Finchè non arrivò il maledetto derby della Madonnina numero 156. Il 22 novembre 1992. Al 69° minuto, col Milan in vantaggio per 1-0 grazie a un gol di Lentini, l’orrendo campo dello stadio, intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, contribuì a rendere beffardo per il portiere un tiro dalla distanza non irresistibile di Luigi De Agostini. Un errore clamoroso di valutazione. Il pallone rimbalzando a terra, scivolò dalle mani del portiere, insaccandosi in rete, con un effetto quasi magico. Anzi un pallone più che magico stregato, che rispedì Antonioli a fare la riserva di Rossi, chiudendo ogni spazio al portiere brianzolo, che nell’estate 1993 chiuse definitivamente la sua avventura milanista, con un computo complessivo di 27 partite ufficiali disputate. Accettò la corte del Pisa e ripartì dalla serie cadetta. In una stagione negativa per i toscani, che chiusero il campionato di serie B 93-94 con la retrocessione in serie C1, Francesco riuscì comunque a brillare e nell’estate del 1994 la Reggiana, allenata da Pippo Marchioro, neopromossa in serie A, decise di scommettere su di lui. Ancora una retrocessione, in una stagione travagliata per gli emiliani, con ben due cambi di panchina, ma Francesco fu il titolare indiscusso e nell’estate del 1995, Renzo Ulivieri, il tecnico che più di ogni altro seppe valorizzarlo, il tecnico che più di ogni altro aveva creduto in quel talento, lo volle con sé al Bologna neopromosso in serie B. Fu una stagione straordinaria. Antonioli trovò finalmente continuità e da titolare, fu tra i grandi protagonisti di una avvincente cavalcata che si concluse per i felsinei con la vittoria del campionato di serie B e di un sorprendente cammino in coppa Italia fino alle semifinali contro l’Atalanta, eliminando durante il cammino Verona, Roma, Reggiana, ma soprattutto il Milan nei quarti di finale, a San Siro, in una gara in cui Francesco riuscì ad esorcizzare il suo passato, parando tutto ciò che poteva parare a Weah e soci, tradito solo da un errore di Tarozzi sull’1-0 per i felsinei,  che portò la sfida ai supplementari e poi ai rigori in cui Francesco fu decisivo parando dal dischetto i tiri di Eranio e Coco. Stagione da incorniciare e finalmente di nuovo padrone del suo destino. La macchia del derby era stata cancellata. Rimase al Bologna fino all’estate del 1999 quando proprio il neo allenatore della Roma, Fabio Capello, lo volle nella capitale, convinto della definitiva maturazione di quel talento inespresso e sfortunato, ai tempi del suo Milan. Era una Roma che stava mettendo in piedi una vera e propria rivoluzione culturale. Un cantiere aperto. Dopo 3 anni di integralismo Zemaniano e di un calcio generalmente offensivo e di schemi ripetuti al limite dell’ossessione, Franco Sensi volle portare a Roma il meglio che il mercato poteva offrire in termini di gestione della rosa e pragmatismo. La stagione 99-2000, che vide trionfare i cugini laziali allenati dall’ex Sven Goran Eriksson, si concluse con un sesto posto e con molte critiche. Non a Francesco, che seppe aver facilmente ragione della concorrenza dell’esperto portiere austriaco Konsel. Ma la Roma aveva gettato le basi, le fondamenta, proprio in quell’anno, ricordato con disprezzo dai tifosi romanisti, della storica vittoria del successivo campionato 2000-01. Nell’estate 2000 Batistuta, Zebina, Samuel, Emerson si aggiunsero a Totti, Tommasi, Di Francesco, Cafu, Montella, Delvecchio, Zago, Aldair, Assuncao e naturalmente a Francesco Antonioli. Fu un trionfo. Il tanto sospirato successo che mancava dal 1983 per la Roma giallorossa e l’apice della carriera per Antonioli. Finalmente protagonista, con 26 presenze da titolare, di un trionfo, lui che da milanista, ne aveva vissuti tanti da spettatore. Nell’estate 2001, la Roma acquistò dall’Atalanta, per 27 miliardi di vecchie lire, Ivan Pelizzoli e Antonioli si ritrovò nuovamente invischiato in un dualismo. Seppur inizialmente, a partire titolare fu l’ex atalantino, qualche incertezza del giovane portiere, restituì il ruolo di protagonista tra i pali al più esperto brianzolo, così in campionato con 30 presenze, così come in Champions League. Rimase alla Roma fino all’estate 2003, quando fu acquistato dalla Sampdoria di Riccardo Garrone, allenata da Walter Novellino. Nella sua esperienza in giallorosso ha totalizzato 145 presenze ufficiali con 138 reti subite. A Genova restò un triennio, ricordato soprattutto per la stagione 2004-05, in cui i blucerchiati ottennero 61 punti fondamentali al ritorno in Europa dopo 7 anni di purgatorio. Nell’estate 2006, considerato ormai anziano, coi suoi quasi 37 anni, in fase calante e senza più nulla da dare, fu ceduto dalla Samp al Bologna, là dove seppe rilanciarsi qualche anno prima. Un Bologna in serie cadetta, ansioso di tornare tra i grandi e allenato ancora dal grande maestro di Francesco. Quel Renzo Ulivieri, vero e proprio angelo custode del portiere brianzolo. Ma le cose non andarono nel verso giusto. Ulivieri fu esonerato e il Bologna non andò al di la di un settimo posto. Il ritorno in serie A arrivò la stagione successiva, 2007-08, sotto la guida tecnica di Daniele Arrigoni. Il Bologna arrivò secondo in serie B e Francesco fu fra i protagonisti di un’altra promozione. Il destino riservò, il 31 agosto 2008, il debutto in campionato proprio a San Siro, proprio contro il Milan, uno stadio in cui tutte le attenzioni erano per Ronaldinho Gaucho, al debutto nella serie A, in maglia rossonera. Il Bologna vinse 2-1 a sorpresa e Francesco fu tra i migliori. Il momento più esaltante di una stagione tribolata, che vide alternarsi in panchina Arrigoni, Mihajlovic e Papadopulo, i felsinei riuscirono comunque a salvarsi, conquistando il 17° posto e salutando a fine stagione quel caparbio antieroe, protagonista di tante battaglie. Una fenice, capace di risorgere sempre, vincendo soprattutto lo scetticismo di chi lo dava già finito. Con i felsinei disputò un totale di 264 partite ufficiali incassando 268 reti. Chiamato nell’estate 2009 a Cesena, in serie B, per difendere i pali dei romagnoli, allenati Pierpaolo Bisoli, conquistò subito un’altra promozione in serie A, ottenendo la salvezza sorprendente nella stagione successiva e chiudendo la carriera all’età di 43 anni, al termine della stagione 2011-12, purtroppo coincisa con la retrocessione in serie B. Con la maglia del Cesena ha totalizzato 109 partite ufficiali. Francesco Antonioli seppur sia stato convocato più volte in nazionale maggiore, non vi ha mai esordito. È stato il secondo di Francesco Toldo agli Europei 2000, concluso dagli azzurri al secondo posto. Antonioli ha attraversato la serie A, vivendone la sua parabola appieno. Dalla golden age di un calcio italiano conquistatore nel mondo, di un campionato, in cui tutti i più grandi volevano venire a giocare, fino al declino, a vantaggio di campionati più ricchi e capaci di evolversi, come Premier League o Liga spagnola. È il 48° giocatore più presente nella storia del campionato di serie A con 416 presenze. Oggi è un collaboratore tecnico del Cesena che milita nel campionato di serie C.

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13 settembre 1969 – Nasce Daniel Fonseca, una carriera tra gioie e dolori

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Daniel Garis Fonseca nasce a Montevideo, in Uruguay, il 13 settembre del 1969.

La sua carriera calcistica inizia nella squadra della sua città, il Nacional Montevideo nel 1988 con la quale vince un campionato.

Subito dopo, inizia la sua avventura Italiana. Viene acquistato dal Cagliari e, avendo i nonni di origine italiana, riesce ad ottenere quasi subito il passaporto italiano.

Passa due stagioni con il Cagliari, giocando 50 partite in due campionati e segnando 17 gol. Nel 1992 viene acquistato dal Napoli che investe circa 15 miliardi di lire più il cartellino di Pusceddu. Furono così altri due anni Serie A, gli unici due in doppia cifra: sedici reti nel 1992-93, 15 nel 1993-94. Con la maglia azzurra segnò tutte e cinque le reti del Napoli nella partita di Coppa Uefa a Valencia.

Il Napoli di quel periodo però, è una società con parecchi guai economici, per cui sarà costretta a sacrificare alcuni giocatori importanti, tra cui Daniel Fonseca.

Così, dopo soli due anni, nel 1994 viene acquistato dalla Roma allenata da Carlo Mazzone. Il presidente Sensi ha grandi obiettivi e quindi anche l’intenzione di acquistare giocatori di un certo livello per raggiungerli. Fonseca infatti, passerà alla squadra capitolina per 20 miliardi di lire, cifra molto alta per l’epoca.

A Roma però vive tre stagioni tra alti e bassi, alcune belle partite e anche risultati deludenti, non riuscendo così a ripetere i successi ottenuti con il Napoli. Otto gol sia nel 1994-95 che nel 1995-96, soltanto 4 nel 1996-97, in un attacco tutto sudamericano insieme all’argentino Abel Balbo. Tuttavia, nello stesso periodo riesce a ottenere grandi soddisfazioni con la nazionale dell’Uruguay, vincendo la Copa America del 1995.

Nel 1997 viene acquistato dalla Juventus, dove però riuscirà ad ottenere una maglia da titolare solo la prima stagione, tuttavia vince una Supercoppa italiana e uno scudetto nella stagione 2001 – 2002.

Ma la carriera di Fonseca, a Torino, iniziò a prendere la sua parabola discendente: nella stagione 1999-2000, a causa di numerosi infortuni, non scese mai in campo in campionato, disputando una sola gara di Coppa Uefa contro il Levski Sofia e una partita di Coppa Italia contro il Napoli il 16 dicembre 1999.

A quel punto Fonseca decide di chiudere il contratto con la Juventus per tornare in Sudamerica ma non in Uruguay, in Argentina con il River Plate.

La sua carriera, ormai quasi conclusa, lo riporta ancora in Italia nella stagione 2002 -2003, nel Como, neopromosso in serie A. Gioca solo due partite prima di dire definitivamente addio al calcio giocato.

Nel suo percorso da calciatore, Daniel Fonseca detto il “castoro” per via dei suoi denti, ha subito numerosi infortuni che ne hanno limitato di certo il rendimento, lo chiamarono anche il “coniglio” per via del suo evidente disagio quando veniva sostituito e, grazie alla trasmissione Mai dire gol e ad una imitazione di Teo Teocoli, si trovò anche una discreta popolarità tra il pubblico italiano. Una cosa è certa infatti, l’Italia e la serie A erano nel suo destino.

Oggi Daniel Fonseca è un ex calciatore in giacca e cravatta con una vita da procuratore in giro per gli stadi di mezzo mondo. Gestisce, tra gli altri talenti, Muslera, Caceres e, in passato, Luis Suarez. Di talento, da calciatore, Fonseca ne aveva da vendere, anche se gli infortuni lo hanno frenato.

 

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