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Il Calcio Racconta

27 settembre 1984 – L’addio a Nicolò Carosio, la voce che emozionò una nazione

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Immaginiamo un mondo nel quale si vive la passione per il calcio con la nostra stessa intensità ma dove le immagini a disposizione sono poche ed i filmati molto rari. Chi può permettersi il cinema se è stato fortunato ha visto qualche servizio in un cinegiornale, per il resto le immagini sono diffuse tramite i quotidiani e le riviste sportive. Ma in questo mondo anche il sostenere la spesa per acquistare un periodico viene ponderata e spesso l’accesso alle immagini è casuale: l’immaginario che molti appassionati hanno del calcio si basa su uno stadio, un calciatore, degli spalti, una porta o un guardalinee visti in un giornale o su una rivista sfogliati in un bar.

In questo mondo certo esistono i campi di calcio, molti appassionati hanno visto di persona partite di calcio in uno stadio, molti però non lo hanno mai fatto; in questo mondo l’automobile è un lusso per pochi, i soldi per i biglietti non ci sono, ci si muove in bicicletta e se lo stadio o il campo sono lontani è improbabile che li si possa raggiungere.

In questo mondo però è da poco stata inventata la radio ed il calcio inizia ad essere raccontato da pionieri del mestiere, le loro voci e la loro abilità narrativa fanno sì che quelle immagini in bianco e nero, quei dettagli ricercati magari in uno sfondo sfocato, quello stadio visto in una cartolina appesa in un bar, prendano vita in tanti filmati quante sono le menti delle persone che ascoltano; “ognuno col suo viaggio, ognuno diverso”, direbbe un cantautore del nostro mondo, cantautore che però dovrebbe modificare la strofa successiva, perché gli appassionati del mondo che stiamo immaginando non sono “persi nei fatti loro”, ma immersi spesso in ascolti collettivi nei luoghi dove sono presenti i costosi apparecchi radio.

I radiocronisti del nostro mondo immaginario sono quelle “Radio Star” che un famoso brano pop del nostro mondo racconterà come morenti tra i nostri anni ‘70 ed ‘80, ma nel nostro mondo immaginario mancano ancora molti decenni ai nostri anni ‘70 e ‘80, molti ascoltatori neanche vivranno la rivoluzione del video.

È in un contesto simile al nostro mondo immaginario quello in cui nasce e in giovanissima età si afferma la” Radio Star” del calcio italiano, Nicolò Carosio.

Palermitano classe 1907, sua madre era una pianista nata a Malta all’epoca quindi di cittadinanza inglese, suo nonno aveva una rinomata libreria e casa editrice, suo padre, ispettore di dogana, viaggiava molto e Nicolò seguendolo ebbe modo di appassionarsi alle radiocronache che ascoltava alla BBC.

Nel 1932 a 25 anni si presenta ad un concorso per radiocronista indetto dall’EIAR proponendo una radiocronaca di un derby di Torino da lui inventato. Da quanto si racconta la commissione rimane entusiasta, dopo 30 minuti lo interrompe sul risultato di 5 a 5 e gli assegna il posto che Carosio occuperà per 8 lustri come collaboratore esterno. Sono passati 4 anni dalla prima radiocronaca di una partita di calcio, nel marzo del ‘28 è   Giuseppe Sabelli Fioretti, un giovane giornalista de La Gazzetta dello Sport, a raccontare la finale Coppa Internazionale “Italia – Ungheria” da una cabina improvvisata sugli spalti dello Stadio Nazionale di Roma.

Il debutto di Carosio è del 1° Gennaio del ‘33 per una partita amichevole tra Italia e Germania (3 a 1) disputata a Bologna, si racconta che i primi due minuti Carosio non parlò bloccato dall’emozione, ma questo incidente non ebbe conseguenza e Carosio, negli anni in cui gli apparecchi radio in Italia passano da 4000 unità a oltre un milione, è la voce narrante della migliore nazionale di calcio della storia: nel 1934 racconta l’Italia vittoriosa ai mondiali giocati in casa, nel 1935 la vittoria nella Coppa Internazionale, nel 1936 la medaglia d’oro alle Olimpiadi e nel 1938 la conferma mondiale in Francia.

Nel dopoguerra la voce di Carosio continua a narrare il campionato e la Nazionale che si appresta ad affrontare i mondiali del ‘50 in Brasile. Formalmente da campione in carica e fattivamente composta per la quasi totalità da ragazzi del “Grande Torino”, gli Azzurri sembrano aiutare la popolazione ad affrontare il dopoguerra ma la Tragedia di Superga spezza il sogno. Carosio sopravvive per caso, la cresima del figlio gli impedisce di seguire i granata in Portogallo. La Nazionale impiegherà qualche lustro a riprendersi ma non è solo l’assenza di vittorie culminata nella mancata qualificazione ai Mondiali del 1958 a segnare il progressivo declino dei racconti di Nicolò Carosio, l’inesorabile avvento del video segna il lento tramontare delle “Radio Star”.

La fine dei racconti di Carosio è stata per anni raccontata come un caso, una non bene identificata frase offensiva verso un guardalinee etiope durante i mondiali del 1970 diventa un caso internazionale, complici i nervi ancora scoperti del periodo coloniale la Rai deve allontanare Carosio nonostante le proteste dei colleghi e di diverse personalità (tra le quali Enzo Tortora). In realtà, come abbondantemente dimostrato, Carosio fu colpevole solo del fatto che una frase tipo “cosa vuole quel negraccio” sarebbe forse potuta rientrare nel suo lessico come in quella di moltissimi suoi coetanei, ma non la pronunciò mai. Probabilmente la frase incriminata (“Possiamo definirla come la vendetta del Negus”), venne pronunciata alla radio dall’allora direttore del “Corriere dello Sport”.

La sua carriera prosegue ancora per emittenti locali, la sua ultima radiocronaca è stata quella di un Palermo-Reggiana del 1975, muore a Milano 35 anni fa, il 27 Settembre del 1984.

Carosio hai vissuto la sua ascesa durante il regime fascista, reagisce quando specie all’estero la Nazionale subisce contestazioni per il saluto romano ma, stando anche ai racconti del figlio Paolo, non diventa mai un uomo di regime, nonostante sia l’unico oltre a Mussolini a parlare all’intera nazione via radio. È Carosio nel ‘45 a raccontare la liberazione di Milano, e sopravvivere come voce narrante alla fine di un regime non deve essere visto come mero trasformismo quanto come elevata professionalità.

È probabile che l’avvento della TV abbia reso meno efficaci i racconti di Carosio forse conditi con scene se non inventate molto romanzate, Gianni Brera in un articolo sostiene di ricordare il racconto di una fase di attacco dell’Italia d’improvviso interrotta dall’annuncio di una rete degli avversari.

Il mondo a cui è legato Nicolò Carosio è immancabilmente quello pionieristico, nel quale il radiocronista siede a bordocampo, senza particolari attenzioni alla sua visuale, nel quale forse il colorire o l’inventare più che malizia è necessità. È un mondo oggi solo immaginario, che a noi appare epico ma che per i protagonisti era semplice quotidianità, così ad esempio recarsi negli alberghi per associare i nomi dei calciatori ad un volto è normalità se ancora nessuno ha pensato di apporre dei numeri sulle maglie.

Oggi non abbiamo radiocronache di Carosio di quell’epoca, di quelle partite esistono solo registrazioni celebrative rifatte nel 1962 ed incise in un vinile pubblicato in occasione dei mondiali in Cile. Per poterle ascoltare possiamo provare a calarci nel nostro mondo immaginario di prima, in cui gli ascoltatori non avendo immagini o filmati di calcio se li creano ascoltando il racconto del radiocronista, per noi l’esercizio è inverso e partendo dalla piena conoscenza di come si svolge una partita dobbiamo immaginarne il racconto.

“Gentili radioascoltatori, è Nicolò Carosio che vi parla”, non seguiranno mai commenti tecnici ma il racconto di emozioni,

“dribbling di Schiavio… la passa ad Orsi.. intervento del difensore Ženíšek, peccato”.

Se per comunicare queste emozioni è necessario inventare qualcosa che lo si faccia, è una partita di calcio non un convegno di fisica, chi non c’è ed ascolta non deve sapere esattamente cosa accade sul campo, deve provare le emozioni di chi è sugli spalti.

Nato a Roma nel 1975 si appassiona ben presto al calcio ed allo sport in generale. La prima partita di calcio che vede in diretta è Italia-Germania dell'82, il primo "libro" che consuma è l'Almanacco Illustrato del calcio di quello stesso anno. Vive con la sua compagna ed i suoi 2 figli a Roma e di professione è informatico. A chi sottolinea gli errori altrui o si deprime per i propri risponde con una frase di Newton "Non ho fallito, ho solo scoperto una soluzione che non funziona". Da oltre 10 anni collabora con Wikipedia, da lettore de "Gli Eroi del Calcio" ne diventa collaboratore.

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6 giugno 2000 – In tredicimila alla presentazione del “Re Leone” alla Roma

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – Nell’annata del secondo scudetto biancoceleste la Roma aveva chiuso il campionato al sesto posto: un piazzamento che con innesti mirati poteva trasformarsi in qualcosa di molto più grande. Nel 2000 arrivarono a Trigoria rinforzi come Samuel ed Emerson e per scucire il titolo ai cugini della Lazio Franco Sensi decise di spendere 70 miliardi per il bomber più prolifico della storia viola: Gabriel Omar Batistuta, che nelle nove stagioni (una in Serie B in riva all’Arno non era riuscito a tramutare in realtà il sogno tricolore. Il 6 giugno di vent’anni fa allo stadio Olimpico l’argentino veniva presentato al popolo romanista… tredicimila presenze sotto la canicola delle ore 13. “Benvenuto Omar, Roma è con te” recita uno striscione in quella che è appena diventata la sua curva. Qualche giorno più tardi il Corriere dello Sport gli dedicò una videocassetta, un antipasto di reti (soprattutto) gigliate prima del dessert giallorosso. Furono venti le realizzazioni di ‘Batigol’ nel campionato successivo all’Europeo in Belgio e Olanda: nell’annata del terzo scudetto della storia romanista. L’obiettivo di Sensi si realizzava. Un sogno che il 6 giugno 2000 veniva concepito dal ‘Re Leone’ e dalla Lupa.

foto asromaultras.org

 

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La bellezza dell’imprevedibilità (la promozione del Catania quel 5 Giugno del 1960)

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(GLIEROIDELCALCIO.COM di Andrea Gioia)

L’imprevedibilità è certamente un fattore fondamentale quando si parla di calcio.

I risultati spesso vengono sovvertiti, così come anche i pronostici.

E può succedere che una sconfitta all’ultima giornata di campionato possa portare ad una gioia incontenibile.

Quella gioia che provarono i giocatori del Catania in un caldo pomeriggio di Giugno del 1960.

Quella siciliana era una squadra ambiziosa, costruita minuziosamente da un allenatore che prediligeva un gioco “scarno ed efficace”.

Il suo nome era Carmelo Di Bella, da tutti conosciuto come l’Herrera del Sud.

Il presidente Marcoccio volle riconfermarlo dopo una salvezza ottenuta nella Serie B del 1958/59 con l’intenzione, non troppo nascosta, di poter arrivare a combattere per i primi posti che conducevano alla massima serie.

Di Bella era un tecnico scaltro, tenace, che prediligeva soprattutto una grande preparazione fisica, lasciando un pò da parte i dettagli tecnici e tattici. E di questo le sue squadre ne soffrivano soprattutto nel girone di ritorno.

Quella stagione 1959/60 il Catania la iniziò col botto.

Una serie di risultati utili consecutivi, con l’apice del poker servito al Verona e un girone d’andata concluso al secondo posto.

Ma il previsto calo fisico condizionò quasi irrimediabilmente quella rincorsa alla promozione, favorendo il ritorno del Lecco e della Triestina.

Si stava per arrivare ad un finale tiratissimo, con un Catania deciso a non mollare ed in grado di inanellare tre vittorie e un pareggio nelle ultime quattro giornate che conducevano all’epilogo del 5 Giugno.

Proprio quel giorno, il destino dei rossoblu sarebbe cambiato per sempre.

E’ il Brescia ad ospitare i siciliani in una partita stranissima. 

Un secondo tempo da sogno, con le rondinelle in grado di realizzare quattro gol in meno di venticinque minuti.

Il Catania è a terra.

Perde 4-2.

Si prospetta l’incubo del 1957. In quella stagione, gli isolani erano riusciti a mancare la Serie A per via di una scellerata ultima partita contro il Modena, già salvo e capace di vincere in inferiorità numerica.

Ma, come tutti sanno, gli dei del calcio spesso restituiscono ciò che hanno tolto.

Accadde così che iniziarono ad arrivare voci da Parma che parlavano di un pareggio interno dei ducali contro la Triestina.

Era tutto vero.

La Triestina, non vincendo, si era fermata ad un punto dal terzo posto.

Il Catania era finalmente in Serie A dopo sei lunghi anni.

L’imprevedibilità aveva consegnato agli almanacchi una data da ricordare nel tempo e alla Gazzetta dello Sport l’opportunità di pubblicare un eloquente titolo: “Si è sfiorato il dramma!”.

Senza quel 5 Giugno del 1960, quella matricola tenace non avrebbe “asfaltato” un anno dopo l’Inter di Herrera, dando vita alla leggenda del “Clamoroso al Cibali”.

 

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4 giugno 1995 – Delvecchio regala all’Inter l’accesso in Europa e Ruben Sosa saluta l’Italia

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – Scrivi Marco Delvecchio e pensi ai suoi titoli in maglia giallorossa. Ma quel romano nato a Milano (sua definizione) ha scritto anche una pagina da batticuore nella storia nerazzurra.

Domenica 4 giugno 1995, ultima giornata di campionato: Inter, Napoli e Sampdoria si giocavano la qualificazione in Coppa Uefa (anche se erano ridotte al lumicino le speranze dei blucerchiati), mentre Padova e Genoa la permanenza nella massima serie. Nel Meazza nerazzurro i veneti chiusero la prima frazione in vantaggio grazie a Maniero e l’Eurozona sembrava sorridere ai partenopei, i quali a Fuorigrotta superavano di misura il Parma. A San Siro la Beneamata aveva pareggiato con Pierluigi Orlandini, ma non bastava al Biscione per ottenere il sesto posto. “Partita finisce quando arbitro fischia”, diceva Boskov. E l’allora direttore tecnico del Napoli sapeva benissimo che bisognava aspettare il triplice fischio, perché al novantesimo il nerazzurro Delvecchio beffava il Padova, costringendolo allo spareggio salvezza con il Grifone e relegando il ‘Ciuccio’ fuori dall’Europa. E facendo sperare il Genoa, in quella domenica che nella storia rossoblù verrà ricordata come l’uscita dagli spogliatoi di Gianluca Signori e la sua corsa sotto la Gradinata Nord, in un mix di sorrisi e lacrime.

Questo è anche il giorno dell’ultima gara in maglia nerazzurra e nel calcio italiano di Ruben Sosa. Acquistato dalla Lazio nel 1988, l’uruguaiano mostrò da subito le sue qualità: velocissimo, funambolico, abile a muoversi nello stretto e quel mancino, quel piede, quella potenza. Nelle quattro annate in maglia biancoceleste ha collezionato 124 presenze e 40 reti in campionato e 16 gettoni con 7 realizzazioni in Coppa Italia. Nel 1992 si trasferì all’Inter e nella prima stagione alla Pinetina mise a segno 22 gol tra campionato e massima serie. Nella stagione antecedente il Mondiale statunitense le reti dell’uruguagio furono decisive per evitare la retrocessione della Beneamata, nell’annata della seconda Coppa Uefa della storia nerazzurra. Sono state otto le reti di Ruben Sosa nell’ultimo campionato italiano: il 4 giugno 1995 da un suo calcio d’angolo arrivava il guizzo di Marco Delvecchio, decisivo per l’accesso dell’Inter all’Eurozona.

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