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La Penna degli Altri

Amarcord: la sorte di Enrico Cucchi, tutta colpa di un neo

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – […] Enrico Cucchi nasce a Savona il 2 agosto 1965, magro e scurissimo di capelli, col calcio che lo risucchia praticamente in fasce. Enrico è infatti figlio di Piero, calciatore di Lazio e Ternana (fra le altre) negli anni settanta e successivamente allenatore. E’ proprio grazie al papà che il piccolo Enrico si appassiona al calcio giocato, ma non limitandosi semplicemente a correre dietro al pallone come i suoi compagni di scuola, imparando bensì dal genitore trucchi e linee guida della vita da atleta vero […] Piero Cucchi, divenuto intanto allenatore, è sulla panchina del Savona in serie C2, stagione 1981-82 e in rosa c’è anche suo figlio Enrico che ha appena 16 anni e di ruolo fa il centrocampista, caratteristiche principalmente difensive ma con un’enorme attitudine al ragionamento, dotato anche di una discreta tecnica e capace pure ad impostare l’azione. Piero ha paura che si dica in giro che ha fatto tesserare il figlio solo in quanto tale, non vuole che si pensi che quel ragazzo sia un raccomandato e non vuole neanche bruciarlo; così gli fa giocare qualche spezzone di partita, ne parla poco alla stampa e prova a proteggerlo come può. Ma l’ascesa di Enrico Cucchi è dirompente: 25 presenze ed una rete a neanche 16 anni in C2, troppo per non destare curiosità […]

Nell’estate del 1982 la Sampdoria ha già contattato più volte il Savona per acquistare Cucchi e il presidente Mantovani ha parlato sia con la società che con papà Piero. Sembra tutto fatto per l’approdo del giovane Enrico in blucerchiato, pure vicino casa, quando irrompe con prepotenza l’Inter[…] A nemmeno 18 anni, Cucchi sbarca in uno dei club più importanti d’Italia, accolto quasi come mascotte da uno spogliatoio d’elite, capitanato da Giuseppe Bergomi […]

Ma l’Inter è squadra forte e con un organico ricco: per Cucchi gli spazi sono pochi, in 4 anni dal 1982 al 1987 gioca poco ma mette a referto tappe fondamentali nella sua carriera, come l’esordio in serie A ad Ascoli il 13 gennaio 1985, il primo gol contro il Lecce o la sontuosa partita disputata a San Siro nella semifinale di Coppa Uefa contro il Real Madrid e della quale Cucchi è il migliore in campo, applaudito dall’intero stadio per colpi di tecnica pura ed una corsa continua lunga tutta la gara. […] Nel 1987 [..] la società nerazzurra lo manda in prestito all’Empoli che va a caccia della seconda salvezza consecutiva in serie A e dove Cucchi sarà il riferimento di centrocampo. Gli azzurri retrocedono ma la stagione di Enrico è da incorniciare: 26 presenze ed 8 reti che gli valgono un altro prestito, sempre in Toscana, stavolta alla Fiorentina […] disputando a Firenze un altro campionato eccellente con 4 reti in 32 presenze e la Fiorentina condotta al settimo posto e alla qualificazione in Coppa Uefa dopo lo spareggio di Perugia contro la Roma.

[…] La stagione 1989-90 dell’Inter non ripeterà i fasti della precedente, ma Cucchi si inserirà benissimo in squadra, protetto e stimato da due leader come Bergomi e Giuseppe Baresi, nonchè da Giovanni Trapattoni che ne loda anche pubblicamente le doti calcistiche ed umane. Sua una delle due reti con cui i nerazzurri batteranno la Sampdoria a San Siro il 29 novembre 1989 conquistando la Supercoppa Italiana, la prima della storia interista. Saranno 19 le presenze in campionato per Enrico Cucchi con la maglia dell’Inter […]

[…] A luglio del 1990 Enrico Cucchi passa al Bari […] Ma per Cucchi le corse più importanti sono quelle verso il Policlinico: ben presto, infatti, il centrocampista ligure si accorge che un neo sulla coscia si è pericolosamente ingrandito, è diventato una preoccupante macchia marrone sui suoi muscoli d’acciaio. Si opera, i medici glielo dicono subito: “Abbiamo fatto bene ad intervenire, era davvero pericoloso, ma ora faccia controlli regolari e tanta attenzione, perchè potrebbe non essere finita qui”. […]

Cucchi gioca 20 partite, segna anche due gol, in particolare da ricordare quello di Marassi contro la Sampdoria futura campione d’Italia[…] Nella stagione successiva, 1991-92, il Bari guidato da Boniek finisce in serie B ed Enrico Cucchi, a 27 anni, decide di sposare ancora la causa biancorossa e resta in Puglia dove vorrebbe contribuire alla pronta riscossa della squadra e ad un immediato ritorno in serie A. Non sarà così, il Bari finirà fuori dalla lotta promozione, dando l’addio ai sogni di gloria ed anche a Enrico Cucchi che a fine stagione lascia il capoluogo pugliese ed accetta la corte del Ravenna, neopromosso in serie B. […] I dolori alla coscia aumentano, alle volte l’ex interista è costretto a fermarsi in allenamento e a sedersi in panchina, in qualche occasione riesce a malapena a farsi la doccia, poi si stende sul lettino dei massaggi per un paio d’ore prima che il dolore diminuisca permettendogli di riprendere la macchina e tornarsene a casa dove si mette al tavolo, apre i libri e studia, già da un po’, iscritto all’università, facoltà di Giurisprudenza, per intraprendere dopo il calcio il mestiere di avvocato o magari di procuratore per difendere i diritti dei colleghi calciatori. […]

Un giorno in allenamento il dolore agli adduttori si fa insopportabile, Cucchi non riesce neanche a stare in piedi, allenatore e compagni si rivolgono allo staff medico del Ravenna, i medici sono preoccupati […] la visita specialistica è una bastonata negli stinchi di Cucchi: ci sono linfonodi ovunque, ghiandole maligne sparpagliate […] Intervento chirurgico d’urgenza a Milano, doppio ciclo di chemioterapia per evitare l’invasione di metastasi, l’addio al calcio giocato che sembra (ed è) il minore dei problemi. Ma è tutto inutile, le metastasi hanno ormai abusivamente occupato il corpo di Enrico Cucchi, l’ex corridore instancabile e che stavolta sta rallentando, consapevole che presto si fermerà.

La malattia procede rapida, spedita, senza intoppi, Cucchi si fa sempre più debole, fra la fine del 1995 e l’inizio del 1996 i medici lo rimandano a casa, sono sconsolati ma purtroppo di più non possono fare.

[…] Enrico Cucchi muore all’alba del 4 marzo 1996 a neanche 31 anni nella casa di famiglia a Tortona, vicino Alessandria. Pochi giorni prima aveva detto a sua moglie: “Non portate fiori al mio funerale, ma istituite un fondo per la lotta contro il cancro” […]

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Lello Antoniotti, talento del calcio della Valle d’Aosta; il Baggio valdostano

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AOSTASPORTS.IT (Paola Colosetti) – Il 17 gennaio 1928, nasceva a Bard, uno dei migliori se non il migliore talento calcistico espresso dalla Val d’Aosta […] Quella di Lelio “Lello” Antoniotti è una storia ormai lontana, di un talento innato e cristallino, è stato uno dei giocatori più pregiati dopoguerra, ma frenato dalla sfortuna tra gli anni 40 e 50. Molto ammirato da Peppino Meazza e da Valentino Mazzola […] Un attaccante nato, ma atipico, non avendo un fisico robusto ma grazie alla sua concezione del gioco basata sulla tecnica, l’intelligenza e la velocità, sapeva anche vedere lo sviluppo delle azioni, facendo funzionare l’intero settore d’attacco come un vero e proprio regista avanzato. Come accostamento a un giocatore moderno senz’altro il più vicino è Roberto Baggio.

Da Bard durante il periodo della guerra si sposta a Novara, dove inizia a giocare nello Sparta. Qui lo preleva la Pro Patria di Busto Arsizio per la stagione 1946-47, in Serie B. E’ un esordio folgorante, a diciotto anni mette a segno ben 22 reti, trascinando la squadra alla promozione in Serie A, mostrando le doti del potenziale campione.

Il 5 ottobre, nella vittoria per 1-0 contro la Fiorentina, segna il suo primo gol nella massima serie; alla fine della stagione saranno undici le sue reti, su 33 gare, con la Pro che termina all’ottavo posto in Serie A. Nel 1948-49, inizia benissimo, andando a bersaglio 8 volte in 15 gare, tra cui una tripletta alla Sampdoria. La stagione però gli riservò un brutto colpo, venendo colpito da una grave forma di pleurite e costretto a saltare buona parte del campionato e quasi totalmente la stagione successiva, […] Tornato titolare fisso solo nel 1950-51, in 32 presenze mise a segno sei reti, con la squadra che terminò al decimo posto. Fu quella la sua ultima annata con i tigrotti di Busto Arsizio, chiudendo la sua esperienza con 121 presenze e 50 reti (in Serie A 84 e 26).

Al termine della stagione, fu ceduto alla Lazio, in seguito vestirà poi la maglia di Torino per tre stagioni realizzando così uno dei suoi sogni giovanili. E quella della Juventus per una stagione, ma la pleurite aveva lasciato il segno, con essa altri problemi fisici, non riuscendo a esprimersi sui livelli precedenti. Passò quindi Vicenza per chiudere a Novara nel 1958-59. Al termine della carriera conta 249 presenze e 52 reti in Serie A, 41 presenze e 22 reti in Serie B. Conta anche quattro convocazioni nell’allora Nazionale giovanile.

[…] Si è spento a Novara il 29 marzo 2014.

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Ettore Viola, figlio del presidentissimo Dino: «Fu Totti l’ultimo suo regalo ai tifosi»

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LEGGO (Giuseppe Falcao) – «Francesco Totti è stato l’ultimo acquisto di mio padre». Le parole sono quelle di Ettore, figlio del presidente della RomaDino Viola. Al circolo Antico Tiro al Volo racconta: «Papà aveva avuto mille segnalazioni su Totti e lo comprò a 13 anni dalla Lodigiani».

C’è una famosa foto in cui Totti stringe la mano a Dino Viola.
«Fu scattata a Trigoria, nel Natale del 1990. Fu l’ultimo Natale di papà. In quel periodo voleva portare Falcao sulla panchina della Roma».

Falcao, mio padre, allenatore della Roma?
«Si, era tutto fatto. Si sarebbero dovuti incontrare a Cortina per firmare il contratto, però il presidente pochi giorni dopo si ammalò e fu l’inizio della fine».
Che rapporto c’era tra Viola e Falcao?
«Ottimo, anche se con Paulo e Cristoforo Colombo ogni rinnovo di contratto era una battaglia. Ci tengo a smentire una leggenda metropolitana collegata al suo passaggio all’Inter. Non fu Andreotti a far saltare la trattativa come si racconta».
E cosa accadde?
«Bastò una telefonata, a cui ho assistito personalmente, tra mio padre e l’allora presidente dell’Inter Fraizzoli. Mio padre era arrabbiato con Mazzola perché aveva trattato direttamente con Falcao, che era sotto contratto. Fraizzoli capì, da galantuomo quale era, che avevano sbagliato e per non rompere i rapporti, non prese Falcao».
C’è appena stata Roma-Juventus, la partita per eccellenza dei tempi di suo padre.
«La sfida di mio padre era fronteggiare la Juve e ci riuscì alla grande, nonostante la potenza della Fiat e della famiglia Agnelli».
Ricorda l’aggressione subita da suo padre al Comunale di Torino?
«Parlare di aggressione è eccessivo. Ma lui e mia madre furono spintonati, fuori dalla tribuna autorità; ci rimasero molto male».
C’era qualche calciatore preferito dal presidentissimo?
«Li amava. Talmente innamorato che spesso toglieva alla famiglia per dare a loro. Quando avevo bisogno di alcuni biglietti non andavo a chiederglieli direttamente, ma mandavo Sebino Nela o Agostino Di Bartolomei a prenderli per me. Sapevo che mio padre a loro non avrebbe detto di no».
Cosa ha rappresentato lo Scudetto?
«Il coronamento del sogno di mio padre. Si innamorò della Roma quando arrivò in città all’età di 11 anni. Quello scudetto fu la sua grande gioia da presidente e da tifoso».
Roma-Liverpool, fu il grande dolore?
«Mio padre diceva che se non l’avessimo giocata a Roma, l’avremmo vinta».
Roma-Lecce: come fecero i giallorossi a perdere quella partita?
«La Roma entrò in campo sicura di sé, convinta di vincere. Strano che il Lecce in quella partita si giocasse un premio a vincere. Ancor più strano per una squadra già retrocessa».
Altro mistero, la cessione di Ancelotti.
«Mio padre non lo voleva vendere, ma Berlusconi trattò direttamente con Carlo, offrendogli un triennale. Ancelotti, avendo qualche problema fisico, accettò. Andò a Trigoria e chiese a papà di essere ceduto. Alla fine piansero insieme e Viola lo lasciò andare. Però si legò al dito il gesto di Berlusconi».
Dopo la morte di suo padre, la Roma cambiò proprietà.
«Un mese dopo fu presa da Ciarrapico. Era praticamente scritto che la Roma sarebbe dovuta diventare sua. Si prese la Roma in malo modo, scordandosi di darci anche qualche miliardo» […]

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Senza un’intossicazione Italia-Germania 4 a 3 non ci sarebbe mai stata

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IL GIORNALE (Sergio Arcobelli) – Anche i supereroi si ammalano. Quando si tratta di campioni dello sport viene naturale pensare che siano indistruttibili e protetti da un’armatura d’acciaio. Si pensa che nulla li possa scalfire. Non è così. […] Nel 2015, Carlos Dunga additava l’uscita del Brasile dalla Coppa America al virus che aveva colpito ben quindici elementi della squadra. Un’intossicazione alimentare per una ingestione di pesce avariato nel ’68 costò addirittura la vita all’uruguaiano Julio Cesar Benitez, colpito da un arresto cardiaco alla vigilia di Barcellona-Real. Due anni dopo, ai Mondiali messicani del 1970, il mitico portiere Gordon Banks si prese un’intossicazione alimentare e non fu in grado di difendere i pali dell’Inghilterra nel quarto di finale perso 3-2 contro la Germania Ovest. Se ci fosse stato Banks e non il suo vice, l’oriundo Sonetti, che fece entrare tre tiri non irresistibili, probabilmente non avremmo assistito a Italia-Germania 4-3 […]

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