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Calcio, Arte & Società

Libri: ”Il mediano di Mauthausen”… Intervista all’autore Francesco Veltri

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto Francesco Veltri, autore del libro ”Il mediano di Mauthausen”, edito da “Diarkos”. Un triplo appuntamento con l’autore, oggi l’intervista e nei prossimi giorni due estratti in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio. Il libro racconta la storia di Vittorio Staccione, calciatore di Torino, Cremonese, Fiorentina, Cosenza e Savoia. Un uomo divenuto simbolo di sport come impegno sociale e politico. Abbiamo quindi incontrato l’autore per permettere a tutti noi di meglio comprendere il contenuto del libro.

– Come nasce l’idea di dedicare un libro alla storia di Vittorio Staccione
Ho scoperto la storia di Vittorio Staccione qualche anno fa, casualmente. Ricordo che rimasi colpito dal fatto che un calciatore che aveva giocato con la squadra della mia città, il Cosenza, fosse morto in un campo di sterminio nazista per il solo fatto di essersi opposto al regime fascista. Feci alcune ricerche e scrissi un articolo per Mmasciata.it, testata di informazione indipendente con cui collaboro. Da allora, però, mi è sempre balenata in testa l’idea di approfondire il discorso, volevo che più persone possibili conoscessero questo piccolo grande eroe. Poi, un giorno, succede una cosa strana: mi contatta una signora che mi rivela di conoscere il pronipote di Staccione e, se voglio, può mettermi in contatto con lui. Ciò che viene dopo è facile da immaginare.

– Quale il metodo utilizzato per la narrazione…
All’inizio ero molto indeciso sullo stile e sul metodo. Una volta raccolte tutte le informazioni e ricostruito il difficile puzzle della vita di Staccione, ho riflettuto a lungo su come poterle utilizzare. Volevo scrivere un romanzo, ma ho compreso che forse la formula migliore era quella del saggio. Alla fine ho unito le due cose. Questo libro è una fotografia di un delicato momento sociale e politico del nostro Paese, raccontato attraverso la storia di un uomo semplice. Un uomo che spero di avere rispettato.

– Il periodo storico in cui si vive ha delle influenze inevitabili sulla vita delle persone, in questa storia l’influenza raggiunge, negativamente, l’apice…
Io penso che l’Italia non abbia mai fatto veramente i conti con la propria storia. Ecco, storie come quella di Vittorio Staccione secondo me possono aiutare a capire meglio, soprattutto ai più giovani, cosa significhi avvicinarsi a certe ambigue ideologie.

– Quanta ricerca c’è in un libro come questo e quali i luoghi che hai visitato per fare ricerche…
Quali misteri svela il libro…

Il lavoro di ricerca è stato lungo e complesso. Non è facile ricostruire la vita, sportiva e privata, di un personaggio nato nel 1904. Ho visitato gli archivi di Stato e le biblioteche delle città in cui Vittorio ha vissuto e non solo quelle, ho consultato giornali e riviste dell’epoca. In questo, un ruolo fondamentale lo ha avuto Federico Molinario, pronipote di Staccione, che oltre ad aiutarmi nella ricerca, mi ha aperto lo scrigno magico dei segreti di famiglia.
Quali misteri rivela il libro? Beh, non so se è il caso di parlare di misteri. Si tratta di un racconto pieno di eventi cruciali, che hanno determinato il destino di quest’uomo coraggioso e ingenuo al tempo stesso. Penso al momento del suo ultimo arresto: gli viene data l’opportunità di fuggire ma lui è convinto di essere innocente e resta per dimostrarlo, dando inizio così al suo calvario.

– Che “Cosa” è questo libro per te, cosa rappresenta…
Credo che in fondo questo libro, e in generale la storia di Vittorio Staccione, esprimano i miei valori, ciò in cui ho sempre creduto. Qui si parla di un ex calciatore che a fine carriera per sopravvivere va a fare l’operaio e non smette un secondo di credere in determinati principi osteggiati duramente dal regime fascista. Anche quando tutti gli consigliano di stare dalla parte del più forte per continuare a giocare ad alti livelli, lui non fa un passo indietro. Tutto questo un po’ mi rappresenta. Potrei dire purtroppo, ma non lo faccio.

– Perché andrebbe letto…
Questo libro e storie come quelle di Vittorio Staccione a mio avviso andrebbero lette perché ritengo sia corretto dare il giusto merito a chi ha lottato davvero per portare in questo Paese libertà e democrazia, due parole che oggi appaiono vuote se pronunciate dai nostri rappresentanti politici. Mi piacerebbe che le nuove generazioni da quel passato così tragico e vergognoso, tirassero fuori il meglio e non il peggio.

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Rock’n’Goal: storia delle radici musicali underground delle tifoserie italiane

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Flavio Mecucci) – Quello tra ultras e rock è un legame molto profondo. La connessione è dovuta sia al mezzo che al messaggio che entrambe le realtà veicolano, facendosi l’un l’altra volano delle rispettive finalità. La musica rock ha infatti contribuito enormemente al diffondersi di movimenti culturali e sociali, portando alla nascita di varie sottoculture negli anni. D’altra parte l’irruzione di una cultura di massa giovanile in una scena che fino ad allora aveva tenuto le nuove generazioni in una condizione di assoluta subalternità, ha condizionato ed espanso il senso artistico del genere musicale rock elevando le iniziali rivendicazioni edonistiche e individuali, perlopiù legate a una maggiore libertà di vivere la propria sessualità, ad una vera propria presa di coscienza identitaria e politica.

Entrambe le realtà affondano le radici in un contesto di ribellione giovanilistica al sistema conformista che imprigiona la loro volontà di emergere. Entrambe hanno anche un target popolare. Nascono nello stesso periodo ed affrontano le stesse dinamiche: formazione dal basso, espansione, politicizzazione. Per questi motivi il legame non poteva che saldarsi.

Come abbiamo raccontato nell’articolo precedente con riferimento agli ultras, anche il mondo rock underground (specialmente nelle sue particolarità punk e mods) emerge pionieristicamente in Italia alla fine degli anni ’60-’70 e vede il suo apice negli anni ’80 – ‘90. La cultura punk e mods permea in questo periodo lo stile combattente dell’ultras italiano. Dalla prima nasce lo stile skinhead, riemerso nella seconda metà degli anni ’70 con l’ondata di punk rock britannica. Lo street punk, chiamato anche oi! è un sottogenere del punk rock. Esso rappresenta un’evoluzione musicale e sociale del punk britannico,

Le basi ritmiche spesso riprendono veri cori da stadio, mentre, per il resto, almeno nella prima versione, il genere è riconosciuto come parte del punk rock britannico. Le caratteristiche principali del punk Oi! Erano essenzialmente due: la prima era l’abitudine al cosiddetto coro da bettola, in cui si canta tutti assieme possibilmente pogando e bevendo alcol; la seconda era la connotazione volutamente retorica e diretta dei testi, legati spesso ai temi dell’oppressione, alla vita di strada, portatori di istanze che, a seconda dei casi, toccano la sensibilità politica di entrambe le fazioni.

In Italia i primi skinhead (teste rasate) comparvero una decina di anni dopo l’affermazione nella scena inglese, nei primi anni ottanta in Italia con la formazione di alcuni piccoli nuclei nelle maggiori città dello stivale. In Italia, in analogia con quanto avvenuto per il mondo ultras, la cultura skinhead legata al punk rock, viene caratterizzata immediatamente dalla politicizzazione: a destra si formarono i cosiddetti Skin88 (l’88 sta per HH, acronimo di “Heil Hitler”, in quanto l’H è l’ottava lettera dell’alfabeto latino o anche noti come Naziskin) caratterizzati da ideologia e iconografia neonaziste o neofasciste. Agli inizi degli anni 90, tali formazioni trovarono l’attenzione della stampa ed in generale del sistema di informazione italiano, mentre nel circuito dei centri sociali si formarono i vari circuiti SHARP (acronimo di “SkinHead Against Racial Prejudice”), ovvero, gli skinhead contro i pregiudizi razziali, di diverse idee politiche ma espressamente antirazzisti, che davano una visione della matrice culturale di provenienza più consona alla realtà (unione di subculture di natura multietnica e di classe popolare ed operaia).

Altra sottocultura di derivazione rock che influenzerà in maniera particolare l’estetica delle tifoserie italiane è quella Mods. Il termine mod è un abbreviativo del sostantivo inglese modernism. Gli elementi significativi della subcultura mod sono: il look curato ed innovativo, la musica afroamericana (in particolare il soul, lo ska), l’attenzione verso tutto ciò che è nuovo ed insolito. Una tardiva ondata “mod” si colloca in Italia all’incirca nei primi anni novanta, grazie alla diffusione dell’acid-jazz e del britpop (ad esempio con l’ascesa europea e mondiale di gruppi come gli Oasis). I mod si scontrarono spesso con altri movimenti giovanili, primi fra tutti con i rocker, e più tardi con i punk, per le differenze stilistiche ed ideologiche. Nella cultura mod però si esaltava la frequentazione degli stadi, dove spesso ci si mischiava agli skinhead, nel tifare e soprattutto nel cercare il contatto fisico con gli avversari e con la polizia.

Tra i primi esponenti a portare tematiche calcistiche ed ultras nel mondo punk rock ci sono i Gangland, una skinhead band di Genova che si è formata nei primi anni 80. Nei loro testi ricorre spesso la quotidianità del tifoso, “le giornate dello skinhead, la domenica dell’ultrà”. Alcuni loro successi musicali diventano pietre miliari della scena Oi! Italiana incentrando la loro prosa nella ribellione giovanile e nell’ostilità alle forze dell’ordine.

Gangland: https://www.youtube.com/watch?v=zuZ9YUo3Ntc

Negli stessi anni nascono a Roma i Bloody Riot, un gruppo hardcore punk italiano. Con loro il legale gruppo punk – tifoseria diventa esplicito: nei loro concerti presso i centri sociali romani (tra cui il Forte Prenestino nella zona est della Capitale) sono ospiti fissi i Fedayn Roma. A loro la band dedica “Teppa life”, un inno per molti della generazione che fu, sia per la vita da stadio che per la scena musicale underground italiana. Lo stesso termine, “Teppa”, verrà utilizzato nel titolo di un saggio sull’argomento tifoserie dal sociologo Valerio Marchi, romano e romanista vicino ai Fedayn Roma, uno dei principali studiosi del mondo ultras e delle sottoculture giovanili.

 Bloody Riot: https://www.youtube.com/watch?v=u55eCMxMY-Q

Dall’altra parte del Tevere, nei primi anni ’80, si forma nella curva nord biancoceleste un collettivo ultras che richiama nel nome il legame con la scena musicale: il “Gruppo Rock”.  Questi incidono su cassetta “My Way” dei Sex Pistols (1979) riadattato alla Lazio, che sarà rispolverato dagli Irriducibili negli anni ’90, diventando un successo senza tempo.

“Lo sai,

Dicono che,

L’amor per te,

Mi fa teppista,

Farò in modo che,

La faccia mia non sia più Vista,

Andrò dove il mio cuor mi Porterà,

Senza paura farò quel che Potrò,

Per la mia Lazio..”

Gruppo Rock: https://www.youtube.com/watch?v=VYXoHl1XCXY

All’inizio degli anni ’90, la scena skinhead ha il suo apice. A Roma nell’ambiente underground legato alle curve risuona Tifo Selvaggio, il successo musicale degli Intolleranza. La band ottiene un notevole successo negli ambienti dell’estrema destra romana. Tifo Selvaggio è una canzone ironica, profonda, grottesca, ma in parte veritiera che ci racconta il modo di vivere il football disinteressandosi del football stesso. Niente cori, niente colori, né nomi dei giocatori, ma solo violenza allo stadio! Sentimento goliardico che negli anni ’90 verrà ripreso dal coro “.. a noi della partita, non ce ne frega un cazzo, scontri! scontri!”. Il testo della canzone ne anticipa la tematica:

“Non mi frega un cazzo della Roma o della Lazio

Io non vengo per vedere, non le compro le bandiere

C’ho la sciarpa colorata, non lo so chi me l’ha data

Ce l’ho stretta intorno al collo, chi la tocca è un uomo morto!”

 Intolleranza: https://www.youtube.com/watch?v=qeNJQ_Zcos8

Nei primi anni ’90, anche nel centro nord la scena punk – skacore affronta il tema ultras. La Paolino Paperino band, un gruppo d musicisti punk modenesi, lanciano “Tafferugli” nell’album Pislas.

Lo stile della PPB è particolarmente iconico per il periodo. Il gruppo modenese mescola punk, il ska, reggae, funk e jazz senza farsene troppe ragioni, affrontando nei loro pezzi argomenti politici e sociali sempre con una sottile vena ironica ed irriverente. Nel caso di Tafferugli, incitano ad “organizzare, veicolare” la rabbia dovuta alla vita alienante e frustrante della modernità.

Paolino Paperino Band: https://www.youtube.com/watch?v=e2qciRJ8ry0

A cavallo del nuovo millennio, dalla scena Punk Oi! valtellinese, nascono i Gradinata Nord, un gruppo che unisce alle sonorità hardcore, l’amore per l’antifascismo e la passione per il calcio. Il concept della band è basato esclusivamente su calcio, mondo ultras e hooliganesimo con venature a sinistra. I testi riportano spesso “all’irruenza” delle tifoserie locali, seppur limitata agli accesissimi derby delle serie minori. Nelle loro canzoni non si fermano però solo alla realtà locale, anzi portano alla ribalta tutta la scena ultras italiana. Fedeli al motto, asceso nella società della globalizzazione, del “think globally, act locally”.

Gradinata Nord: https://www.youtube.com/watch?v=TGnCF_rb5Rc

Sempre nei primi anni duemila e nell’estremo nord Italia, un’altra band emergente dal milieu anarco-movimentista di sinistra, sforna un successo musicale che diventerà una pietra miliare della musica rock ultras. Gli Erode, una post-punk-oi! band di Como, attiva fra momenti alterni dal 1994 al 2013, nell’album “tempo che non ritorna” del 2004 pubblica “Frana la Curva”. La canzone degli Erode diventerà presto un inno per molte curve italiane.

Erode: https://www.youtube.com/watch?v=s2WwuTpvHkk

Nel 2007 due band conquistano la scena rock-ultras. La band Azione Diretta di Perugia realizza una bella cover di “frana la curva” degli Erode, incide una canzone di musica oi! – street punk dedicata al gruppo ultrà Ingrifati, la Palestra Popolare e lo Spazio RudeGrifo. Infine nella canzone “Sciarpe Rosse” si spertica in un inno all’amore per la città di Perugia ed al principale gruppo ultras (l’Armata Rossa).

Azione Diretta: https://www.youtube.com/watch?v=2lr6tF3HZIc

Gli Azione diretta hanno una collaborazione nel tempo con un’altra band, gli Automatica Aggregazione. Questi ultimi nascono nel 2004 ad Anguillara, alle porte di Roma e legano un loro successo al coro dei Fedayn Roma.

“..Quando muore un prete,
suonano le campane,
piangono le puttane
e i loro protettori;
ma quando muoio io
non voglio gesù cristi
ma solo gagliardetti
dei Fedayn teppisti.”

 Automatica Aggregazione: https://www.youtube.com/watch?v=M-nKVfi50C0

L’anno successivo è il turno di Torino di ascendere alle nostre cronache. Nascono all’ombra della Mole i Bull Brigade, che uniscono al calcio, la musica e la vita da stadio (sono grandi tifosi granata). La band hardcore torinese, inserisce nelle sue canzoni tematiche di riscatto sociale e di ribellione al sistema. Nella canzone “Dopo la pioggia” del 2008, l’aspirazione di rivincita del giovane tifoso viene urlata al mondo.

 “..Sempre più forte il cuore batterà
E con il sangue agli occhi fuggi via
In cerca del riscatto tra gli ultras..”

Bull Brigade: https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=7N_ANExG73U

Negli ultimi anni, le band punk, rock e hardcore che hanno trattato il fenomeno ultras nelle loro canzoni si sono moltiplicate. Nelle righe di questo articolo sarebbe impossibile citare esaustivamente tutte le realtà che si sono affacciate nel racconto di questa realtà. Significativi sono però due esempi emersi nella stessa città.

Il primo sono gli LPG (La Peggio Gioventù), guidati dallo storico frontman della band, Giuliano Castellino. Slanci, assalti e volontà di non arrendersi mai scandiscono le note degli LPG, che affonda le sue radici nelle sonorità rock hardcore inglesi del decennio precedente.

Nel mondo ultras, gli LPG acquistano successo, re-interpretando in chiave rock hardcore, il primo inno della Roma degli anni ’30, “la canzone di Campo Testaccio”.

LPG: https://www.youtube.com/watch?v=lksp-hT9hbc

La band affronta però soprattutto tematiche politiche e questo ne condiziona il successo. Il frontman è, tra l’altro, fondatore del gruppo ultras Padroni di Casa, legato alle realtà di estrema destra di Roma Nord. Ed in breve tempo, una serie di inchieste ne decimerà membri e sostenitori.

Altro esempio, recentissimo, agli antipodi del precedente sono i Vanbasten, un gruppo romano che mischia il cantautorato italiano con il post punk (nonostante le sonorità richiamino i successi di Cosmo, l’ascolto del cantato ci riporta forse ai Baustelle). Nel 2017 hanno pubblicato l’album “Pallonate” con un esperimento singolare: la loro “Sparare Sempre” è una canzone d’amore urlata come un coro in un pub da una cinquantina tra ultras e cantanti, romanisti e laziali. A riprova che il rock ed il mondo ultras non deve parlare per forza di violenza: possono regalare un omaggio storico ad una canzone degli inizi dello scorso secolo o possono cantare anche d’amore.

Vanbasten: https://www.youtube.com/watch?v=fMamAH0sYAQ

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“Stop in corsa” di Mario Moschi. Un monumento al calcio oltre le ideologie

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Danilo Comino) – A Berlino, nel Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark, si trova il più antico monumento al calcio della Germania: su un piedistallo in pietra di circa tre metri domina la statua di bronzo Stop in corsa dello scultore italiano Mario Moschi. Il luogo è uno dei più importanti per la storia del calcio a Berlino perché fu proprio qui che, negli anni Ottanta del secolo XIX, fece la sua prima comparsa questo sport importato dall’Inghilterra. La statua di Moschi raggiunse la sua attuale ubicazione nel 1937, in piena epoca nazista, ma fu creata in Italia nel 1932, quando il fascismo celebrava il suo decennale. Richiamiamo brevemente alla memoria il contesto culturale da cui proviene.

Partiamo col dire che in Italia il fascismo aveva instaurato una relazione stretta con lo sport, come del resto era da aspettarsi da un regime, che tra i suoi temi cardine aveva la giovinezza, il dinamismo, la forza, l’audacia, lo spirito combattivo e la prestanza fisica. Allo sport fu affidato il compito di temprare gli italiani a livello fisico e morale, per trasformarli in un popolo ordinato, disciplinato, pronto a lottare per la vittoria – anche in un’eventuale guerra – seguendo Mussolini, che la propaganda presentava come “il primo sportivo d’Italia”. Mediante l’Opera Nazionale Balilla, l’Opera Nazionale Dopolavoro e il CONI, il fascismo promosse lo sport a tutti i livelli nella convinzione che la salute fisica e mentale dell’individuo avrebbe beneficiato l’intero organismo sociale. Lo sport su cui il regime investì più risorse fu il calcio perché era “tipicamente italiano”, era un gioco di squadra e aveva già un vasto seguito. Già da prima della Grande Guerra gli ambienti più patriottici dello sport italiano sostenevano che il gioco che gli inglesi avevano chiamato football derivasse dall’antico calcio fiorentino; nell’Italia fascista quest’origine italiana divenne una verità che nessuno metteva in discussione. Il fatto che si trattasse di un gioco di squadra significava che un gruppo d’individui “lottava” a beneficio del collettivo agli ordini di un “capo”, l’allenatore; il calcio rifletteva quindi perfettamente la visione fascista di una società organica, in cui l’individuo è subordinato alla collettività e questa all’autorità del “capo”, il duce. Il regime intuì che il calcio poteva essere un prezioso canale attraverso cui creare un’identità italiana fascista; per questo motivo pretese che le squadre facessero il saluto romano prima dell’inizio delle partite e che il fascio littorio accompagnasse lo scudo sabaudo sulle magliette della nazionale. Inoltre, il fascismo fece costruire stadi grandi e moderni per aumentare il già numeroso pubblico del calcio e attirare così enormi folle di “fedeli” nella grande “chiesa profana” dello stadio, dove ogni domenica si celebrava il “rito” della partita dopo l’immancabile saluto romano dei calciatori. Ovviamente, affinché tutto ciò funzionasse, erano necessarie le vittorie; e queste non mancarono di certo. Gli anni Trenta furono l’epoca d’oro della nazionale italiana, che vinse la Coppa Internazionale – la massima competizione europea del tempo – nel 1927-30 e nel 1933-35, la coppa del mondo nel 1934 e nel 1938 e la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936. Anche a livello di club l’Italia trionfava all’estero grazie al Bologna, che si aggiudicò nel 1932 e nel 1934 la Coppa dell’Europa Centrale e, nel 1937, il Torneo Internazionale dell’Expo di Parigi sconfiggendo in finale il Chelsea – nientemeno che una squadra inglese! – con un pesante 4 a 1. I successi calcistici erano abilmente sfruttati dal fascismo per proiettare in Italia e all’estero l’immagine di un paese giovane, forte e vincente. Questo ciclo di vittorie era da poco iniziato quando Moschi creò Stop in corsa.

Come dichiara il titolo, Stop in corsa rappresenta un calciatore lanciato in velocità che controlla il pallone. Il movimento era uno dei temi centrali del primo futurismo come abbiamo visto in Dinamismo di un footballer di Boccioni del 1913; Moschi però preferì concentrarsi sul punto di equilibrio tra due movimenti, quello dell’atleta e quello della sfera; il suo obiettivo non era dare allo spettatore una sensazione dinamica, ma comunicare visivamente le qualità fisiche e morali del perfetto calciatore. Un’opera d’arte può esprimere i suoi contenuti ricorrendo a un linguaggio astratto, come il quadro di Boccioni, o con un realistico, come la statua di Moschi. Ciò non significa però che Stop in corsa si limiti a imitare la realtà; anzi, sotto quest’aspetto la nostra statua è ben poco realistica: provate a correre e a stoppare il pallone con la suola come fa il calciatore di Moschi senza cadere a terra! Pertanto, possiamo dire che Stop in corsa, usando uno stile realistico, viene incontro alle nostre abitudini visive per raggiungere nel modo più chiaro possibile il suo obiettivo che, come si è detto, è raffigurare le virtù fisiche e morali del calciatore ideale. Una di questa qualità è senz’altro la prestanza fisica, che Moschi ci comunica modellando in modo essenziale, senza inutili frivolezze, il corpo e gli arti possenti dell’atleta. La disposizione irrealistica del pallone, delle gambe e delle braccia – astrattamente parallele al suolo – risponde all’esigenza di creare un insieme indipendente, un’architettura di forme che suggerisca allo spettatore virtù come l’autocontrollo e l’equilibrio, mentale oltre che fisico. Come si è detto, la statua rappresenta un calciatore in corsa che controlla il pallone, un gesto apparentemente semplice, che però richiede una grande tecnica calcistica, la qualità che Moschi considerava probabilmente più importante.

Il volto dell’atleta è concentrato sull’azione e i suoi obiettivi, che sono il gol e la vittoria; anche in questo caso, con una sintesi formale degna dell’arte classica Moschi suggerisce qualità essenziali per uno sportivo vincente come la determinazione e lo spirito competitivo.

Nel 1934 il CONI bandì un concorso di arte a tema sportivo per stabilire quali opere avrebbero rappresentato l’Italia all’esposizione prevista per i Giochi Olimpici di Berlino del 1936; alla Biennale di Venezia del 1934, il CONI premiò proprio Stop in corsa, che di conseguenza fu inviata alla mostra berlinese del 1936. Qui fu acquistata dal consiglio municipale della città che, il 17 agosto 1937, la dispose nella sua attuale ubicazione; all’inaugurazione erano presenti delegati del partito nazionalsocialista e dell’ambasciata italiana (si ricordi che Italia e Germania avevano da poco firmato un’intesa politica). Con il suo stile classico di facile comprensione, Stop in corsa appariva conforme alle direttive sull’arte imposte dal nazismo sebbene non si identificasse con esse; infatti, raffigurava uno sport che per i tedeschi continuava a essere d’origine inglese e che non aveva nulla del “mito di Olimpia”; inoltre, lo faceva “alla moderna”, ossia rappresentando un atleta in tenuta da calciatore e non nudo come gli antichi atleti olimpici (per Hitler il modello più alto d’arte sportiva era il Discobolo di Mirone del V secolo a.C.).

Terminata la Seconda Guerra Mondiale, la statua di Moschi si ritrovò nell’area di Berlino controllata dall’Unione Sovietica. Come altri paesi comunisti, la Germania Est diede grande risalto all’attività fisica. Il parco che ospita Stop in corsa divenne sede di un’importante manifestazione sportiva annuale, i “Giorni Olimpici dell’Atletica Leggera”; inoltre, a poca distanza dalla statua fu costruito lo stadio in cui giocava il Berliner Fußball Club Dynamo, il club della STASI, il temibile Ministero per la Sicurezza dello Stato della DDR. Nella Berlino Est comunista nessuno vedeva in Stop in corsa un retaggio del nazi/fascismo; per tutti era solo una bella statua sul calcio in un luogo importante per la storia di questo sport in città; altrettanto può dirsi della Berlino odierna. Pertanto, possiamo terminare col dire che Stop in corsa è un monumento al calcio che, proprio come questo sport, trasmette valori universali che si sono dimostrati compatibili sia con i regimi dittatoriali del secolo scorso, sia con le democrazie.

 

“Per saperne di più” su Danilo Comino e il suo blog: https://artefootball.com/

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Calcio, Arte & Società

Mostre – I pionieri granata a Poirino

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Il Comune di Poirino e il Toro Club Poirino Granata in occasione della commemorazione del Grande Torino nel 70° anniversario della tragedia di Superga organizza la mostra “I pionieri granata – Il calcio nella storia”. Tanti i cimeli presentati che narrano la nascita e il periodo pionieristico della compagine granata.
La mostra verrà inaugurata sabato 19 ottobre alle ore 10.30 presso la Sala Consiliare di via Rossi 12 e rimarrà aperta fino al 27 ottobre.

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