Connect with us

Calcio, Arte & Società

“Stop in corsa” di Mario Moschi. Un monumento al calcio oltre le ideologie

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Danilo Comino) – A Berlino, nel Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark, si trova il più antico monumento al calcio della Germania: su un piedistallo in pietra di circa tre metri domina la statua di bronzo Stop in corsa dello scultore italiano Mario Moschi. Il luogo è uno dei più importanti per la storia del calcio a Berlino perché fu proprio qui che, negli anni Ottanta del secolo XIX, fece la sua prima comparsa questo sport importato dall’Inghilterra. La statua di Moschi raggiunse la sua attuale ubicazione nel 1937, in piena epoca nazista, ma fu creata in Italia nel 1932, quando il fascismo celebrava il suo decennale. Richiamiamo brevemente alla memoria il contesto culturale da cui proviene.

Partiamo col dire che in Italia il fascismo aveva instaurato una relazione stretta con lo sport, come del resto era da aspettarsi da un regime, che tra i suoi temi cardine aveva la giovinezza, il dinamismo, la forza, l’audacia, lo spirito combattivo e la prestanza fisica. Allo sport fu affidato il compito di temprare gli italiani a livello fisico e morale, per trasformarli in un popolo ordinato, disciplinato, pronto a lottare per la vittoria – anche in un’eventuale guerra – seguendo Mussolini, che la propaganda presentava come “il primo sportivo d’Italia”. Mediante l’Opera Nazionale Balilla, l’Opera Nazionale Dopolavoro e il CONI, il fascismo promosse lo sport a tutti i livelli nella convinzione che la salute fisica e mentale dell’individuo avrebbe beneficiato l’intero organismo sociale. Lo sport su cui il regime investì più risorse fu il calcio perché era “tipicamente italiano”, era un gioco di squadra e aveva già un vasto seguito. Già da prima della Grande Guerra gli ambienti più patriottici dello sport italiano sostenevano che il gioco che gli inglesi avevano chiamato football derivasse dall’antico calcio fiorentino; nell’Italia fascista quest’origine italiana divenne una verità che nessuno metteva in discussione. Il fatto che si trattasse di un gioco di squadra significava che un gruppo d’individui “lottava” a beneficio del collettivo agli ordini di un “capo”, l’allenatore; il calcio rifletteva quindi perfettamente la visione fascista di una società organica, in cui l’individuo è subordinato alla collettività e questa all’autorità del “capo”, il duce. Il regime intuì che il calcio poteva essere un prezioso canale attraverso cui creare un’identità italiana fascista; per questo motivo pretese che le squadre facessero il saluto romano prima dell’inizio delle partite e che il fascio littorio accompagnasse lo scudo sabaudo sulle magliette della nazionale. Inoltre, il fascismo fece costruire stadi grandi e moderni per aumentare il già numeroso pubblico del calcio e attirare così enormi folle di “fedeli” nella grande “chiesa profana” dello stadio, dove ogni domenica si celebrava il “rito” della partita dopo l’immancabile saluto romano dei calciatori. Ovviamente, affinché tutto ciò funzionasse, erano necessarie le vittorie; e queste non mancarono di certo. Gli anni Trenta furono l’epoca d’oro della nazionale italiana, che vinse la Coppa Internazionale – la massima competizione europea del tempo – nel 1927-30 e nel 1933-35, la coppa del mondo nel 1934 e nel 1938 e la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936. Anche a livello di club l’Italia trionfava all’estero grazie al Bologna, che si aggiudicò nel 1932 e nel 1934 la Coppa dell’Europa Centrale e, nel 1937, il Torneo Internazionale dell’Expo di Parigi sconfiggendo in finale il Chelsea – nientemeno che una squadra inglese! – con un pesante 4 a 1. I successi calcistici erano abilmente sfruttati dal fascismo per proiettare in Italia e all’estero l’immagine di un paese giovane, forte e vincente. Questo ciclo di vittorie era da poco iniziato quando Moschi creò Stop in corsa.

Come dichiara il titolo, Stop in corsa rappresenta un calciatore lanciato in velocità che controlla il pallone. Il movimento era uno dei temi centrali del primo futurismo come abbiamo visto in Dinamismo di un footballer di Boccioni del 1913; Moschi però preferì concentrarsi sul punto di equilibrio tra due movimenti, quello dell’atleta e quello della sfera; il suo obiettivo non era dare allo spettatore una sensazione dinamica, ma comunicare visivamente le qualità fisiche e morali del perfetto calciatore. Un’opera d’arte può esprimere i suoi contenuti ricorrendo a un linguaggio astratto, come il quadro di Boccioni, o con un realistico, come la statua di Moschi. Ciò non significa però che Stop in corsa si limiti a imitare la realtà; anzi, sotto quest’aspetto la nostra statua è ben poco realistica: provate a correre e a stoppare il pallone con la suola come fa il calciatore di Moschi senza cadere a terra! Pertanto, possiamo dire che Stop in corsa, usando uno stile realistico, viene incontro alle nostre abitudini visive per raggiungere nel modo più chiaro possibile il suo obiettivo che, come si è detto, è raffigurare le virtù fisiche e morali del calciatore ideale. Una di questa qualità è senz’altro la prestanza fisica, che Moschi ci comunica modellando in modo essenziale, senza inutili frivolezze, il corpo e gli arti possenti dell’atleta. La disposizione irrealistica del pallone, delle gambe e delle braccia – astrattamente parallele al suolo – risponde all’esigenza di creare un insieme indipendente, un’architettura di forme che suggerisca allo spettatore virtù come l’autocontrollo e l’equilibrio, mentale oltre che fisico. Come si è detto, la statua rappresenta un calciatore in corsa che controlla il pallone, un gesto apparentemente semplice, che però richiede una grande tecnica calcistica, la qualità che Moschi considerava probabilmente più importante.

Il volto dell’atleta è concentrato sull’azione e i suoi obiettivi, che sono il gol e la vittoria; anche in questo caso, con una sintesi formale degna dell’arte classica Moschi suggerisce qualità essenziali per uno sportivo vincente come la determinazione e lo spirito competitivo.

Nel 1934 il CONI bandì un concorso di arte a tema sportivo per stabilire quali opere avrebbero rappresentato l’Italia all’esposizione prevista per i Giochi Olimpici di Berlino del 1936; alla Biennale di Venezia del 1934, il CONI premiò proprio Stop in corsa, che di conseguenza fu inviata alla mostra berlinese del 1936. Qui fu acquistata dal consiglio municipale della città che, il 17 agosto 1937, la dispose nella sua attuale ubicazione; all’inaugurazione erano presenti delegati del partito nazionalsocialista e dell’ambasciata italiana (si ricordi che Italia e Germania avevano da poco firmato un’intesa politica). Con il suo stile classico di facile comprensione, Stop in corsa appariva conforme alle direttive sull’arte imposte dal nazismo sebbene non si identificasse con esse; infatti, raffigurava uno sport che per i tedeschi continuava a essere d’origine inglese e che non aveva nulla del “mito di Olimpia”; inoltre, lo faceva “alla moderna”, ossia rappresentando un atleta in tenuta da calciatore e non nudo come gli antichi atleti olimpici (per Hitler il modello più alto d’arte sportiva era il Discobolo di Mirone del V secolo a.C.).

Terminata la Seconda Guerra Mondiale, la statua di Moschi si ritrovò nell’area di Berlino controllata dall’Unione Sovietica. Come altri paesi comunisti, la Germania Est diede grande risalto all’attività fisica. Il parco che ospita Stop in corsa divenne sede di un’importante manifestazione sportiva annuale, i “Giorni Olimpici dell’Atletica Leggera”; inoltre, a poca distanza dalla statua fu costruito lo stadio in cui giocava il Berliner Fußball Club Dynamo, il club della STASI, il temibile Ministero per la Sicurezza dello Stato della DDR. Nella Berlino Est comunista nessuno vedeva in Stop in corsa un retaggio del nazi/fascismo; per tutti era solo una bella statua sul calcio in un luogo importante per la storia di questo sport in città; altrettanto può dirsi della Berlino odierna. Pertanto, possiamo terminare col dire che Stop in corsa è un monumento al calcio che, proprio come questo sport, trasmette valori universali che si sono dimostrati compatibili sia con i regimi dittatoriali del secolo scorso, sia con le democrazie.

 

“Per saperne di più” su Danilo Comino e il suo blog: https://artefootball.com/

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Storico dell’arte con la passione per il calcio e lo sport. Ha all’attivo diverse pubblicazioni sulla storia dell’arte. Nel suo blog www.artefootball.com si occupa di opere d’arte dedicate al calcio, al rugby e al football americano. È sempre disponibile per giocare a calcetto o a calcio con gli amici.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio, Arte & Società

Libri: “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”. La stagione 1914/15

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”, edito da Bradipolibri per la collana Unasci. L’estratto, scelto di concerto con l’autore, è il racconto della stagione 1914/15 in Sicilia, durante la guerra, “La Grande Guerra”.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

———–

Il Palermo nel 1915 (foto messinastory1900.altervista.org/)

“La stagione calcistica 1914/15 era iniziata il 4 ottobre 1914 ma seppur l’Italia avesse inizialmente scelto di rimanere neutrale, la mobilitazione preventiva dell’esercito, decisa da Vittorio Emanuele III, aveva messo in seria difficoltà i numerosi club già economicamente traballanti. Il Savoia Milano rinunciò già dalla prima gara e l’Itala Firenze addirittura prima della redazione dei calendari mentre un mese di giocò bastò per indurre il Piemonte ad alzare bandiera bianca. Naturalmente la situazione precipitò dopo l’ingresso ufficiale dell’Italia nel conflitto. Il 23 maggio sarebbe dovuto svolgersi l’ultima giornata del girone finale dell’Alta Italia. Eventi politici di ben più alta levatura investirono, tuttavia, i giorni precedenti tale data.

Il Parlamento italiano aveva votato giovedì 20 maggio i pieni poteri al governo per poter entrare in guerra. Sabato 22 maggio venne dichiarata la mobilitazione generale e così, assai precipitosamente, il 23 maggio la Federazione decise “l’immediata sospensione del campionato”: invece di fischiare l’inizio delle partite, gli arbitri lessero ai giocatori in campo un comunicato che ordinava il rinvio di ogni gara. Il provvedimento fu molto criticato, in particolare dal Genoa (prima in classifica), che emanò la seguente nota: «vista l’improvvisa delibera della FIGC, pur considerando che necessità alcuna, dopo la mobilitazione già da tempo iniziata, imponeva tale provvedimento draconiano, delibera di fronte alla imponenza e mobilità dell’attuale movimento patriottico di soprassedere per ora a quelle fondate proteste cui in tempo di vita sportiva avrebbe dovuto ricorrere». Anche il Torino (secondo in classifica), tuttavia, ebbe ragioni per protestare. Vittorio Pozzo, che era dirigente granata, scrisse: «Quindici giorni prima della sospensione, il Genoa lo avevamo battuto in casa nostra per il notevole risultato di 6-1. Avevamo, in quel giorno, scoperto varie debolezze del sistema difensivo genoano, e con un giuoco tutto d’attacco le avevamo sfruttate appieno. Se noi battevamo il Genoa anche nella partita di ritorno il Torino passava in testa, e il campionato era nostro. Questa la convinzione di tutti noi granata, quando, come su comando del fato, cessammo di giuocare e partimmo soldati». Infatti il campionato a un solo turno dal termine risulta molto incerto: in caso di vittoria del Torino sul Genoa e di mancato successo dell’Inter nel derby, si sarebbe dovuto disputare uno spareggio tra le due compagini per stabilire il campione del Nord; non solo, se l’Inter fosse riuscita a battere il Milan all’ultima giornata, avrebbe raggiunto Torino e Genoa in vetta, rendendo necessari addirittura un triangolare di spareggi. Inoltre restava ancora da disputare la Finalissima con il campione del Centro-Sud, anche se il divario del livello dei club tra le due parti della Penisola la rendeva quasi una formalità. Nelle settimane seguenti i dirigenti della FIGC discussero su come gestire l’interruzione del torneo. Poiché la dirigenza era convinta che il conflitto si sarebbe concluso vittoriosamente nel giro di poche settimane, si decise che il campionato si sarebbe ultimato alla cessazione delle ostilità. La Sicilia rimase estranea a tutte queste polemiche dal momento che nessuna società isolana partecipava alla Prima Categoria. Infatti la più importante competizione calcistica a cui prendevano parte le squadre sicule era la Lipton Challenge Cup. Il torneo, che aveva preso il posto della Whitaker Challenge Cup, era stato istituito nel 1909 dal magnate inglese del tè Sir Thomas Lipton.

Il regolamento prevedeva una fase regionale e successivamente una finale in partita unica fra le vincenti delle eliminatorie siciliane e campane. La prima squadra che fosse riuscita a vincere cinque edizioni della manifestazione si sarebbe aggiudicata definitivamente il trofeo, un’imponente coppa d’argento alta 80 cm e pesante 5 kg. Domenica 4 aprile 1915, allo stadio “Ranchibile”, il Palermo affronta l’Internazionale Napoli, che comunque era formata dai giocatori del Naples FBC. I rosa vincono di misura per 2-1 ed ottengono la quinta affermazione (la quarta consecutiva) che gli vale la conquista definitiva della coppa.

Per i rosa segnano Wood e Candrilli mentre i biancoazzurri vanno in rete grazie ad un calcio di rigore. Questa, dunque, passa alla storia come l’ultima edizione della Coppa Lipton. I giornali dell’epoca, che utilizzavano molti termini inglesi per indicare i ruoli (backs = difensori, forwards = attaccanti ecc), riportano che c’era poca gente sugli spalti, addirittura sottolineano che non vi fosse alcuna donna, e che l’incasso venne donato al Comitato Regionale della Croce Rossa.”

Se vuoi acquistare il libro vai qui.

Continue Reading

Calcio, Arte & Società

Libri: “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”. Intervista all’autore Giovanni Di Salvo

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto e intervistato Giovanni Di Salvo, scrittore e autore del libro “Il pallone al fronte – Gli anni di guerra in Sicilia raccontati attraverso lo sport”, edito da Bradipolibri per la collana Unasci.

Nel novembre del 1918 si concludeva l’immane tragedia ricordata come la “Prima Guerra Mondiale” o “Grande Guerra”. Quando si stava ancora cercando di ripartire ecco che, nel 1939, i principali stati mondiali ripiombarono nuovamente nella spirale di sangue e orrore generata da un nuovo conflitto mondiale. Anche il pallone andò al fronte e le sue vicende ed aneddoti si intrecciarono con quelle dei campi di battaglia. Storie che Giovanni Di Salvo ha voluto riportare alla luce, dopo un lungo periodo di ricerche. Abbiamo incontrato l’autore per permettere a tutti noi di meglio comprendere il contenuto del libro. Un triplo appuntamento, oggi l’intervista e nei prossimi giorni due estratti.

Buona Lettura.

 

Giovanni, dopo alcuni libri sulla storia del calcio femminile, possiamo dire tua specializzazione, ecco “Il pallone al fronte”, cosa ti ha ispirato…

Come era stato per i miei primi due libri dedicati al calcio femminile, “Quando le ballerine danzavano col pallone” e “Le pioniere del calcio”, l’ispirazione mi è venuta dalla mancanza di testi ed informazioni su questo argomento. Infatti qualche anno fa mi ero incuriosito sul rapporto particolare, a causa della sua insularità, tra la Sicilia ed i due conflitti mondiali e pertanto volevo conoscere meglio il contesto sportivo dell’epoca. Su internet si trovava ben poco e le informazioni spesso erano lacunose, frammentarie ed errate. Ho letto alcuni libri sulla storia delle principali squadre calcistiche siciliane ed ho notato che questi periodi, soprattutto dal 1943 al 1945, venivano saltati o trattatati in maniera molto sintetica. Ho anche provato a contattare qualcuno di quegli autori e mi è stato risposto che a causa della difficoltà nel reperire giornali o cronache del periodo era quasi impossibile riuscire a ricostruire in maniera approfondita i campionati di quel periodo. Quindi mi sono chiesto: Perché non provarci? È stata una bella sfida e credo che alla fine il risultato sia stato soddisfacente.

“Sport” e “Guerra”, sono due termini che spesso nella storia abbiamo visto “vicini”; cosa hanno “raccontato” nella storia della Sicilia …

I due conflitti mondiali in Sicilia hanno due storie completamente diverse. Nel periodo 1914-18 il football non era ancora molto diffuso nell’isola e lo si praticava soprattutto nelle grandi città. Così la Trinacria praticamente non ne risentì della decisione della Federazione di sospendere i campionati. L’attività calcistica siciliana, che naturalmente soffrì per i costi in termini di uomini e di ristrettezze economiche che comportava il conflitto, fu costituita da tornei per beneficenza e da partite contro i membri delle navi militari che attraccavano ai porti.

La situazione fu completamente diversa in occasione della Seconda Guerra Mondiale. Ormai le società sicule erano perfettamente integrate nel tessuto calcistico nazionale. A dispetto di quanto avvenuto durante la Grande Guerra, l’ingresso dell’Italia nel conflitto non comportò la sospensione dei campionati. Dalla serie A fino ai tornei regionali, l’ordine imperativo del Regime fu quello di giocare.

Tra difficoltà sempre più crescenti si andò avanti per un paio di stagioni. Finché ad aprile del 1943, a campionati in corso, la FIGC fu costretta a constatare che non vi erano più le condizioni per poter raggiungere la Sicilia: il Palermo venne escluso dalla serie B e il Catania dalle finali di serie C per la promozione in cadetteria.

A metà agosto del 1943 le forze Alleate liberarono l’isola dalle truppe italo-tedesche e il fronte del combattimento si spostò sulla penisola. Dunque la Trinacria era stata la prima regione in cui il calcio si era fermato ma sarà anche la prima in cui riparte.

Quale il metodo utilizzato per la narrazione…

I fatti vengono raccontati cronologicamente esaminando il contesto generale e poi soffermandosi sulle vicende in Sicilia. Ho scelto di dividere l’opera in dieci capitoli. I primi cinque sono dedicati alla Grande Guerra mentre i restanti cinque al secondo conflitto mondiale. Infine c’è la sezione almanacco con risultati, classifiche e tabellini delle partite – dai campionati nazionali in cui erano impegnate le squadre siciliane fino ai campionati regionali – dalla stagione 1940/41 a quella 1944/45. Insomma ho cercato di venire incontro a tutte le tipologie di lettore. Chi è appassionato di storia o un semplice tifoso troverà la risposta a tutte le sue curiosità leggendo i dieci capitoli del libro. I giornalisti ed i ricercatori del settore, invece, potranno approfondire ulteriormente gli argomenti trattati tramite la sezione almanacco, che risulterà un prezioso strumento per i loro lavori.

Lega Arsenale 1944/45 (Squadra di Messina)

Quanta ricerca c’è in un libro come questo e quali i luoghi che hai visitato per fare ricerche…

I miei libri solitamente hanno un periodo di “gestazione” di circa 3-4 anni. Infatti non mi limito a svolgere le ricerche nei principali giornali del periodo ma setaccio tutte le pubblicazioni uscite e la stessa notizia, ove possibile, la confronto con fonti diverse. Ho consultato i testi delle Biblioteche di Palermo, Messina, Trapani e Catania. Inoltre, per comprendere meglio il contesto storico, ho partecipato a mostre ed eventi sulle Guerre Mondiali nonché ho visitato personalmente alcuni luoghi dove si sono verificati alcuni degli eventi che narro. A titolo di esempio basti dire che sono stato in tutti i rifugi antiaerei della mia città.

Quali misteri svela il libro…

Ne accenno due, poi saranno i lettori a scoprire tutti i dettagli tra le pagine del libro.  Il primo riguarda dei cannoli ed è avvenuto durante la Grande Guerra. Il secondo è un incontro che ebbe la carovana del Palermo con un personaggio “particolare” in occasione di una trasferta nel Campionato Regionale Misto.

Bene, stai creando suspence…che “cosa” è questo libro per te, cosa rappresenta…

Un mio caro amico, Gaetano Sconzo, proprio l’altro giorno mi ha detto: “Quando esce un libro è una grande gioia perché è come se fosse nato un bambino”. Devo dire che è una frase molto calzante. Infatti ogni mio libro lo considero come se fosse un figlio.

Adesso devi convincere i nostri lettori a leggerlo…

“Il Pallone al fronte” è un libro scritto da un appassionato di sport per degli appassionati di sport. Ma anche per tutti quelli che vogliono conoscere meglio le vicende sportive delle loro squadre del cuore durante quegli anni bui. Ed ancora per chi si interessa di storia e potrà ripercorrere le vicende dei due conflitti mondiali attraverso il punto di vista dei siciliani e del loro mondo sportivo.

Questo testo permette di dare il giusto valore e credito a tante storie “perse”, di cui quasi nessuno si ricorda più.

Ad esempio quella del 58° GS Vigili del Fuoco di Palermo, che nel giugno del 1941 venne promosso in serie C dove disputò due grandi campionati o ancora dell’Aviosicula, la squadra dell’aviazione militare. Ed ancora della SPAL Caltanissetta, che faceva capo al Colonnello Chiapponi, ferrarese e tifoso della ben più nota formazione estense. Senza dimenticare Lega Arsenale, Peloro e Liberi Provinciale che fecero rinascere il calcio a Messina così come avvenne a Catania con Elefante, Etna, Catanese e Virtus Catania.

E di tante altre squadre ormai scomparse e di cui il lettore potrà apprezzare le imprese sportive.

Grazie Giovanni

Se vuoi acquistare il libro vai qui

Continue Reading

Calcio, Arte & Società

Lo Scudetto del 1944 dello Spezia in prima serata su SportItalia

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM – Stasera SportItalia trasmetterà uno speciale dedicato allo scudetto del 1944 in cui il Gruppo Sportivo 42º Corpo dei Vigili del Fuoco, creato in sostituzione della temporanea inattività dell’Associazione Calcio Spezia ereditandone di fatto l’intera rosa, vinse il 20 luglio 1944 il campionato di Divisione Nazionale della Repubblica Sociale Italiana. Inizialmente il successo fu considerato come titolo di “Campione d’Italia”. Successivamente fu disconosciuto sia dalla RSI e successivamente anche dal Regno d’Italia. Fu poi riconosciuto come titolo “onorifico”, quindi ufficiale ma non equiparabile ad uno scudetto.

“Visto il clima di incertezza a livello economico e calcistico”, recita il Comunicato Stampa giuntoci in redazione, “visto l’impasse sulla conclusione della stagione agonistica 2020 e il clima da terza guerra mondiale contro questo malefico virus, che crea uno stato d’animo, simile a quello delle precedenti guerre mondiali vissuto tra scontri armati, bombardamenti aerei, conflitti e deportazioni…”, lo speciale rievoca, in analogia al 1944 con il nostro paese diviso e alle prese con un conflitto mondiale, l’impresa di quegli uomini dei Vigili del Fuoco vincitori di una impresa riconosciuta a metà.

L’evento sarà trasmesso alle ore 21.00 su SportItalia e visibile sul canale 60 del digitale terrestre.

In studio ci saranno:

– Floriano Omoboni produttore televisivo e organizzatore dello speciale

– Fulvio Collovati, opinionista Tv, ex calciatore e Campione del mondo Spagna 1982

– Fabrizio Santangelo, comandante delle attività sportive dei Vigili del Fuoco

– Gianfelice Facchetti autore e regista dell’opera teatrale “Eravamo quasi in Cielo” e figlio dell’indimenticato Giacinto Facchetti

– i giornalisti sportivi Paolo Paganini di Rai Sport, Armando Napoletano di Tuttosport e Nicola Binda della Gazzetta dello Sport.

Conduce in studio Chiara Aleati.

Foto Archivio Floriano Omoboni

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: