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Il Calcio Racconta

11 novembre 1984 – Il pallone d’oro bavarese e le streghe bianconere

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GLIEROIDELCALCIO.COM  (Luca Negro) – 11 Novembre, una data che a Torino, sede Juventus, viene marchiata, cerchiata con un pennarello nero, sul calendario. Una data da narrare e tramandare. Data in cui per la “signora” ci sono streghe ad accoglierla. E quel giorno di 35 anni fa, l’11 novembre 1984, fu realmente profetico. Vuoi la superstizione. Vuoi perché solo 5 anni prima, nel 1979, l’11 novembre, aveva visto i bianconeri, crollare a Milano, nel 142° incontro ufficiale contro l’Internazionale, sotto i colpi di uno scatenato Alessandro Altobelli, autore di una tripletta, nel 4-0 in favore dei nerazzurri, allenati da Eugenio Bersellini, nell’ormai famoso “derby d’Italia”, così come il giornalista Gianni Brera, ribattezzò, nel 1967, l’epico scontro fra le due rivali più titolate d’Italia. Vuoi per il difficile momento in un campionato fra i più competitivi e spettacolari di sempre, in cui l’Hellas Verona, l’allegra compagine allenata da Osvaldo Bagnoli, raccoglieva, giornata dopo giornata, la consapevolezza della propria forza, nel campionato che sarà ricordato come quello del sorteggio integrale degli arbitri. Una consapevolezza gialloblu che nulla sarebbe stato impossibile e che la vittoria finale non poteva e non doveva essere solo una chimera o una semplice utopia. La consapevolezza resa tale e maggiore, giornata dopo giornata, anche per il ritardo in classifica della Juventus campione d’Italia, la corazzata allenata da Trapattoni che poteva contare, oltre a “Le Roi” Michel Platini, allo zoccolo duro della nazionale italiana di calcio. Già, la Juve del Trap, che quell’11 novembre 1984, nel 156° derby d’Italia, si apprestava a rivedere nuovamente le streghe, proprio come 5 anni prima. Non si può nemmeno dire che la vigilia di quell’ottava giornata del campionato di serie A 84-85, fosse facile per i nerazzurri. La sosta aveva solo in minima parte alleviato il trauma della sconfitta patita nel derby col Milan del 28 ottobre. Il volo di Mark Hateley, oltre a scuotere i pilastri del cielo e fatto vibrare i cuori dei tifosi rossoneri, aveva tolto sicurezze all’ambiente interista, che l’esperienza e la classe degli ultimi arrivati, Brady, Causio e soprattutto, Rummenigge, avevano infuso. Pareggiando con la Roma, alla settima giornata, la Juventus, aveva raggiunto in classifica proprio i nerazzurri, sconfitti nel derby e le due squadre, erano appaiate con 8 punti, in netto ritardo in classifica. 4 punti di distacco dal Verona capolista, ma ciò che preoccupava maggiormente, erano le tante squadre avanti. Torino, Milan, Fiorentina e la sorprendente Sampdoria, che, ancora non sapeva, avrebbe iniziato un ciclo. Insomma, la sensazione, alla vigilia di quel derby d’Italia, era che si trattasse di un drammatico spareggio e che, probabilmente, avrebbe prevalso la paura di perdere. Il pubblico era quello delle grandi occasioni e San Siro, “la scala del calcio”, lo stadio intitolato alla memoria di Giuseppe Meazza, ancora una volta, un luogo magico. Subito si ebbe la sensazione che i padroni di casa, allenati da Ilario Castagner, non solo stessero meglio fisicamente, ma che fossero anche meglio disposti tatticamente. Dopo una brevissima fase iniziale di studio, l’Inter accelerò, trovando già dopo 10 minuti la svolta del match in una azione sulla corsia di sinistra. Una iniziativa di Riccardo Ferri venne interrotta dalla difesa bianconera, pallone a Mandorlini, cross perfetto al centro della area di rigore della Juventus, dove svettò in solitudine Rummenigge. Sul pallone intervenne goffamente Stefano Tacconi smanacciando e trasformando la traiettoria della sfera in una palombella che beffardamente si insaccò alle sue spalle. Primo gol nel campionato italiano per il tedesco, fino a quel momento a secco e ferito nell’orgoglio dal post derby di un paio di settimane prima e dal confronto della stampa col ben più prolifico rendimento, fino a quel momento, di Mark “Attila” Hateley, che avrebbe iniziato, invece, proprio quel giorno, una lunga astinenza dal gol. Dopo una decina di minuti, la Juventus, che già doveva rinunciare a Boniek, dovette fare a meno anche di Paolo Rossi a causa di un infortunio muscolare. Entrò in campo il 22enne Giovanni Koetting, prodotto del vivaio bianconero.

Al 31° minuto, Mandorlini, fin lì davvero devastante sulla sinistra, dopo aver saltato Tardelli, venne colpito in pieno volto da un calcio, un pericoloso intervento dello stesso giocatore della Juventus vicino al vertice sinistro dell’area di rigore bianconera. Esecuzione affidata all’ex Liam Brady. Traiettoria uncinata al centro dell’area di rigore e difesa della Juventus ancora impreparata e disordinata. Stacco aereo solitario di Riccardo Ferri e palla in rete per il 2-0. Anche per lui fu il primo centro in quel campionato. Juventus alle corde, Inter che fino all’Intervallo dosò le forze controllando comodamente il match. Trap furioso coi suoi all’intervallo. La reazione bianconera però fu disordinata e impacciata. Emotiva e poco ragionata di una squadra, in cerca di Platini, ma senza trovarlo. I tanti passaggi sbagliati su quel campo appesantito e i tanti errori tecnici, trovavano sempre puntualmente e rapidamente i nerazzurri, pronti a ripartire in contropiede. Come cinque minuti dopo l’intervallo, quando Bonini perse palla al limite dell’area di rigore nerazzurra, innescando una incredibile superiorità numerica 4 contro 2 da parte della “beneamata”. Palla a Bergomi per la finalizzazione e miracoloso intervento in uscita di Tacconi sulla conclusione. Poi ancora serpentina di Liam Brady sulla fascia sinistra e palla a Beppe Baresi, clamorosamente lasciato solo al limite dell’area di rigore bianconera, conclusione potente e angolata sulla quale Stefano Tacconi fu ancora prodigioso. Finalmente si vide anche Walter Zenga, impegnato ad anticipare in uscita Koetting sul cross basso dalla sinistra di Antonio Cabrini. Poco dopo, Liam Brady fu pronto a battere un calcio d’angolo battuto alla destra del fronte d’attacco nerazzurro. Ma il suo piede vellutato anziché scodellare al centro, servì la corrente Giuseppe Baresi, che mise al centro dell’area di rigore juventina, un pallone teso e spiovente che trovò pronto all’incornata Fulvio Collovati, nell’occasione, ad anticipare Koetting. Pallone fuori di poco. Difesa della Juventus in bambola e incapace di contrastare la potenza dei nerazzurri nel gioco aereo. Massimo Bonini naufragava a centrocampo, incapace di fare filtro. La superiorità dell’Inter si palesò muscolarmente oltre che tecnicamente e l’attacco, orfano dei titolari, affidato all’ingabbiato Platini, era praticamente nullo. Tacconi, ultimo baluardo, cercò disperatamente di contenere, ancora su Rummenigge e poi Altobelli. Dopo 70 minuti di gioco la rifinì con Prandelli per la testa di Platini da circa dodici metri dalla porta difesa da Zenga. Ma l’azione più pericolosa da parte dei bianconeri terminò col pallone sopra la traversa di oltre un metro. Al 74° minuto Tacconi, ancora protagonista, sventò in angolo su Altobelli, elegante nel finalizzare una bella azione iniziata da Baresi e Marini. Sugli sviluppi del corner battuto da Brady, difesa juventina ancora impreparata. Favero inerme dinanzi allo stacco aereo di Fulvio Collovati, che trovò pallone e “sette” alla sinistra della porta difesa da Tacconi per il 3-0. A quel punto l’Inter si rilassò e la Juventus, ferita nell’orgoglio affidò il suo desiderio di rivalsa, prima a Platini, che sparò ancora alto da circa venti metri dalla porta interista e poi a Bonini, che impegnò Zenga, ben piazzato nella circostanza, all’intervento, dopo essere stato splendidamente imbeccato da una idea di Le Roi Michel. Il tempo passava, il termine gara si avvicinava e con esso la sconfitta bianconera. L’Inter, forse troppo sicura di sé, continuò a concedere metri e spazi alla riscossa della Juventus, infervorata dai fischi e dalle grida di un Trapattoni mai rassegnato. Ma quando anche una punizione capolavoro di Platini, trovò pronto a volare il “deltaplano” Zenga, pronto a togliere un pallone dall’incrocio alla sua sinistra, la Juve si esaurì, accettando il destino. Dopo l’ingresso in campo di Pasinato al posto di un bravissimo Riccardo Ferri, pronto a riscuotere gli applausi del suo pubblico, la partita sembrava non avesse più nulla da raccontare se non il triplice fischio. Ma all’88° minuto Brady andò ad anticipare Bonini sulla trequarti nerazzurra pallone a Pasinato che iniziò una prepotente corsa verso l’area di rigore juventina servendo poi Rummenigge sul vertice destro. Violento diagonale del tedesco sul quale Tacconi non riuscì a imporsi e palla in rete per il 4-0, il medesimo punteggio di 5 anni prima. Dopo 5 anni le streghe erano tornate a materializzare i più terribili incubi dei bianconeri. 4-0 che non sarebbe mutato fino alla fine, in una data, l’11 novembre, che al pronunciarlo, a Torino, rievoca gli inferi, nella Milano sponda nerazzurra, risuona come un coro d’angeli. E certamente quell’11 novembre 1984 fu il giorno di Karl-Heinz Rummenigge, che coi primi gol nel campionato italiano, scacciò la crisi e quelle ironie sul suo conto. Tornò ad essere il pallone d’oro, alzato due volte consecutive nell’80 e 81, cestinando le maligne definizioni che fin lì qualcuno fra la stampa, volle affibbiargli.

Nato nel 1976, ho iniziato ad amare il calcio, dal 1983, da quelle prime figurine attaccate al mio primo album Panini. Un calcio romantico ormai scomparso che aveva il potere di far sognare tutti, proprio tutti. Fotografo artistico, fotoreporter e opinionista sportivo. Racconto la realtà ma amo scrivere di quel passato che mi fa tornar bambino.

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Fiorentina vs Inter… curiosi “incroci”…

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – Fiorentina-Inter del 22 aprile 2017 si è disputata otto giorni dopo il cinquantesimo compleanno di Nicola Berti, che la Beneamata soffiò al Napoli dopo tre stagioni in maglia viola. Evidentemente era destino che dopo le annate a Campo di Marte dovesse legare il suo nome ai nerazzurri, considerato che proprio al Biscione timbrò il primo centro nella massima serie. Era il 3 novembre 1985, circa mezz’ora prima di quella punizione di Maradona entrata nell’immaginario collettivo del calcio italiano. La squadra di Aldo Agroppi rifilò tre reti all’Inter, condannando Ilario Castagner all’ultima sconfitta da tecnico nerazzurro, con l’ex allenatore del Perugia che venne poi sostituito da Mario Corso. Il 3 novembre 1985 il futuro libero nerazzurro Daniel Passarella siglava la prima doppietta ‘italiana’: undici reti in quella stagione, nella quale l’argentino divenne il primo difensore a superare le dieci realizzazioni in un campionato. Nella prima annata in maglia gigliata di Aldo Maldera, il quale realizzò nove reti nel campionato della stella rossonera. Due decenni prima Facchetti si era ‘fermato’ a 10. È facile poi pensare all’unica espulsione di ‘Giacinto Magno’ rimediata proprio di fronte ai gigliati (a Milano), ma forse non tutti sanno che venne allontanato anche in Fiorentina-Inter del 26 febbraio 1995. La rete del definitivo 2 a 2 nacque dagli sviluppi di un calcio di punizione battuto dal viola Di Mauro con la palla in movimento mentre i nerazzurri chiedevano spiegazioni al dirigente di gara. Le proteste portarono all’espulsione del dirigente Facchetti, richiamato all’Inter dal nuovo presidente Massimo Moratti. Aveva sbloccato il match Nicola Berti, all’unica rete a Firenze da avversario.

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Aspettando il “Derby della Lanterna” … sponda blucerchiata

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Maurizio Medulla) – Nella vita puoi amare 1000 donne, cambiare 1000 amici, ma l’amore per la Sampdoria resta unico, insostituibile, a prescindere dai Presidenti e dai giocatori che hanno avuto l’onore di indossare la Maglia della Sampdoria.

Il mio primo ricordo, la mia prima partita, è lontano nel tempo: tanta, tanta gente, gli uomini con la camicia bianca e la cravatta. Si, una volta si andava allo stadio come alla Messa della domenica, si indossava il vestito buono. Era il calcio delle 14.30 alla domenica, era il calcio delle radioline, dello Stock 84, di “mio padre veste da Mauri“, della curvetta con lo striscione del bar Gino, i tifosi dal palato fino. Era il calcio di Beppe, di Tamburino, del Dottore, di Gerardo, di Oreste Parodi e di tanti altri che hanno dato vita nel tempo al tifo organizzato.

Era un calcio diverso, uno sport popolare amato dalla gente e giocato per la gente, vissuto nei bar, nei mercati, nei quartieri. Sampierdarena era il feudo Samp per antonomasia, il bar Roma, Piazza Vittorio Veneto, il cuore battente della Sampdoria.

L’amore per quattro colori, per la Maglia più bella del mondo.

Amare la Sampdoria è qualcosa di particolare, speciale, un filo che ti porta dritto a Lei, qualcosa che senti tuo in ogni giorno della vita. Esiste un legame unico fra squadra, società, tifosi.

Non a caso, una delle frasi più ricordate e citate di Paolo Mantovani è “il patrimonio più grande della Sampdoria sono i suoi tifosi“.

Ogni partita, ogni momento, ogni attimo finisce nell’album dei ricordi, le vittorie come le sconfitte, fotogrammi da rivivere e raccontare col petto in fuori, carico di orgoglio e di passione. Migliaia di storie diverse, aneddoti di anni di calcio che escono dalla logica dei tabellini e dei risultati. Qualcosa che ti appartiene, qualcosa che fa parte della tua famiglia, che è dentro la tua famiglia.

Un credo che riporti, che racconti ai più giovani, una favola meravigliosa da tramandare, una favola fatta di campioni, di una palla che rotola, di una giocata, di un giocatore che ha lasciato il segno, di un pallone che gonfia la rete e di quel campione che abbraccia la Sud, il suo stadio, la sua gente.

Il derby di Genova racchiude tutto amplificato alla ennesima potenza, il derby è la partita che divide una città, non ci sono parenti, amici familiari, esiste solo il senso di appartenenza con la tua gradinata, con la tua sciarpa al collo, con quei colori che rappresentano tutto, una storia, una vita.

L’amico Federico (Baranello) mi ha chiesto tre partite, tre derby, tre momenti, ne ho scelto uno che li racchiude tutti. Non ha senso che mi dilungo, potrei parlare di cento partite, di cento storie di questo grande libro.

Non cambia il copione, quello ha pensato di scriverlo tanto tempo fa il Dio del pallone lasciando ai cronisti l’onere di riportarlo ai posteri.

Maggior numero di successi in casa, in trasferta, record di gol segnati, massimo punteggio in una stracittadina, Monzeglio raggiante per la gioia dei nostri nonni, Spinelli sotto la Nord con una montagna di carta igienica a fare da contorno. Ricordo tutto, anche il gol di Branco presagio di uno scudetto dal sapore dolce, ricordo i tre gol di Milito, ma quanti dolci ricordi ho a tinte blucerchiate??

Solo il pensiero mi fa sorridere e pensare a quanto è bello essere doriano, quindi ho scelto una partita fatta di umili calciatori e non di campioni, di umili manovali del pallone, nessun top player solo undici uomini che vestono la maglia più bella del mondo, ma un unico copione, sempre lo stesso da 73 anni.

VINTO, VISTO, VISSUTO.

XXVI giornata 16 marzo 1980 – Sampdoria 3 – Genoa 2.

Sampdoria: Garella, Logozzo, Romei, Ferroni, Talami, Pezzella, Genzano, Orlandi, Sartori, Roselli, Chiorri (89’ De Giorgis). Allenatore Toneatto.

Genoa: Girardi, Gorin, Odorizzi (74’ Boito), De Giovanni, Onofri, Nela, Manueli, Manfrin, Russo, Giovanelli, Tacchi. Allenatore Di Marzio.

Arbitro, Michelotti Alberto di Parma.

Stadio stracolmo, 48.000 spettatori di 38.422 paganti e 4.623 abbonati per lire 184.698.000 di incasso, più lire 12.698.000 di quota abbonamenti. Incidente ad Odorizzi al setto nasale con abbandono del campo. Ammoniti per scorrettezze Odorizzi, Roselli e Talami, Sartori per proteste, Manfrin e l’allenatore blucerchiato Toneatto per comportamento non regolamentare. Controllo antidoping per Genzano, Romei, Chiorri, Girardi, Odoricchi e Tacchi.

Due volte in svantaggio la Sampdoria ha saputo due volte pareggiare e rovesciando clamorosamente la situazione, aggiudicarsi il quarantesimo derby della lanterna, che potrebbe passare alla storia con il nome di Girardi, palesemente stordito per tutto il chiasso fatto nei giorni scorsi per il collegamento della sua persona con lo scandalo delle scommesse clandestine, dove è risultato palesemente colpevole sul primo e sul terzo gol.

Foto Ultrastito.com

La partita è stata combattuta, avvincente ed anche un pò pazza, per noi sampdoriani una meraviglia.

Sampdoria a piccoli passi, il Genoa a folate, tenuto lontano Ferroni da Manueli e Romei da Odorizzi, ai blucerchiati veniva a mancare la forza di rovesciare il fronte in poche battute, a centrocampo bene Genzano e male Manfrin, Gorin in giornata eccezionale era una spina nel fianco anche se doveva contrastare il temutissimo Chiorri.

La Samp si getta in pressing e al minuto 7’ un gran tiro di Orlandi va a sbattere su un braccio di Odorizzi, assordante boato da parte doriana, ma Michelotti fa proseguire. Subito dopo si fa largo il Genoa con un gran tiro di Giovannelli e con Russo, due tiri che finiscono non distanti dalla porta difesa da Garella.

Al minuto 21’ il gol di apertura del Genoa, fallo di Pezzella su Odorizzi, punizione di Tacchi rimessa in area, il pallone passa fra molte gambe ma a destra incontra il piede rabbioso di Gorin, Genoa in vantaggio.

Ancora il Genoa al 28’ ma sul capovolgimento di fronte lungo cross di Orlandi in area, svetta Sartori che devia in porta con un Girardi immobile. Ora tocca alla sud fare festa.

Capovolgimenti di fronte continui portano le contendenti alla fine del primo tempo, gli spettatori neutrali non si sono annoiati.

La ripresa riprende con lo stesso standard del primo tempo, subito De Giovanni con una bordata da 25 metri sventata in angolo da Garella, al 51’ il Genoa ripassa in vantaggio. Manueli crossa lungo, tocco di testa di Russo che allunga irrompe Giovanelli che controlla e insacca.

Lo svantaggio della Sampdoria dura otto minuti, batti e ribatti al limite dopo una punizione di Roselli, dal limite arriva Genzano che al volo insacca sotto la nord.

Il Genoa accusa il colpo e la Sampdoria ne approfitta, al 65’ fallo al limite di Onofri su Genzano, sulla palla Orlandi che tocca per Roselli che tira una rasoiata che Girardi tocca ma non riesce a trattenere.

Esplode lo stadio, esplodo io, mi ritrovo capovolto ad abbracciare ragazzi come me, un unico grido che sale al cielo e fa tremare i vetri del quartiere di Marassi.

La partita finisce li e la festa inizia in campo e termina a De Ferrari. Mantovani euforico in tribuna e tutti i tifosi sono con lui.

La Samp vince il quarantesimo derby, la storia si ripete, bandiere al vento, brucio il cicalino della vespa nel tornare a casa, corso de Stefanis è un serpentone di due ruote con le bandiere blucerchiate che ricoprono l’asfalto, sono felice, una gioia enorme. Alla sera seguo novantesimo minuto, la domenica sportiva e quelle immagini su TVS, emittente locale che dalla tribuna mi riportano un Paolo Mantovani raggiante, con quel “e ora non passan piu” scolpito sui gradoni del vecchio Ferraris.

Il giorno dopo, un lunedì meno faticoso del solito, mi aspettano i colleghi, parte il menaggio, quello che a Genova vivi tutti i giorni, quello che permette di fare la cartolina di Natale con lo sfottò di turno, fino al prossimo derby che sarà una nuova storia, un nuovo capitolo che solo chi è genovese può capire, il nuovo capitolo di un meraviglioso libro a tinte rossoblucerchiate.

Il mio derby è questo, il derby di ogni genovese è questo. Qualcosa che vivi 365 giorni nell’anno solare, qualcosa che si identifica due volte l’anno in quella giornata, in quella coreografia in quel risultato sportivo.

Sono fortunato, e me lo dico sempre, sono fortunato perché sono nato SAMPDORIANO, perché non basterebbero due vite per esserci davanti, nel loro miglior risultato del dopoguerra col quarto posto del 1990/91, noi vinciamo uno scudetto che ne vale 50 della Juventus.

Nei nostri 73 anni di storia, solo 13 volte siamo stati dietro, solo 13 volte abbiamo dovuto dire … pazienza.

Mai stati in serie C, vi sembra poco??

Sono fortunato, sono nato SAMPDORIANO !!!

 

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Aspettando il “Derby della Lanterna”… sponda Rossoblù

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – La scelta di proporre tre derby vinti dal Genoa è inevitabilmente legata ad alcuni criteri soggettivi. E nel farla entrano in gioco diversi fattori, quali l’appartenenza ad una generazione, avere condiviso la vittoria con una persona cara, ed una serie di altre variabili. Così, in questa scelta sono costretto in qualche modo a pagare dei costi, rinunciando a rievocare partite mitiche, come per esempio la vittoria del Grifo negli anni Settanta, con doppietta di Oscar Damiani, ed una leggendaria vittoria legata a Milito, che di gol in un derby ne fece ben tre. Io, invece, ho deciso di ricordare le stracittadine di Pruzzo, di Branco e del grande Boselli. Però, prima di entrare nel merito di quelle vicende, in pieno spirito derby, vorrei fare due premesse polemiche.

I rivali amano a volte ricordare i trascorsi dei loro “antenati”. È una cosa che non fanno però in tema di derby della Lanterna perché, in quel caso, il computo complessivo delle vittorie sarebbe a nostro vantaggio. Mi preme quindi ricordare che il primo incontro tra Genoa e Sampierdarenese, in un preliminare di campionato, nel 1899, finì 7 a 0 a nostro favore. Quanto al match tra Genoa e Andrea Doria, del 1902, che è considerato il primo derby ufficiale nella storia calcistica della nostra città, il risultato fu di 3 a 1 a favore di noi rossoblù. La seconda premessa è che i rivali ragionano spesso in termini di “visto, vinto, vissuto”. Secondo questa logica, conterebbe solo ciò a cui si è assistito personalmente. Come se i racconti dei padri o dei nonni non facessero parte del proprio vissuto. Ai tempi del derby che il Genoa vinse 3 a 1 grazie ad Abbadie, nel 1957, io non ero ancora nato, ma quella vittoria fa parte a pieno titolo della mia vita, perché ho il ricordo indelebile della gioia che potevo intuire guardando mio padre, quando rievocava quel mitico incontro. Fatte queste precisazioni, posso quindi passare ai tre derby che ho scelto.

Il derby di Pruzzo del Marzo ’77

Quella stagione per il Grifo fu tutto sommato assai positiva. Con alcune vittorie importanti, come ad esempio il 2 a 1 Firenze, con reti di Pruzzo e Arcoleo. Eravamo partiti bene e si gridava già: “Ci piace di più, Coppa Uefa rossoblù”. Poi, come spesso è successo nella nostra storia recente, le cose presero una piega diversa, e alla fine, se ben ricordo, arrivammo solo undicesimi.
Ma la “chicca delle chicche” di quell’anno è certamente il derby vinto per due reti a uno al ritorno. Le cose non iniziarono bene. Luciano Zecchini, lo stopper capellone della Sampdoria, in teoria avrebbe dovuto avere il suo da fare a marcare il nostro uomo migliore, “O Rey di Crocefieschi”. Invece, dopo pochi minuti, guadagnò una palla apparentemente innocua a centrocampo, avanzò indisturbato di una ventina di metri, verso la porta del Genoa ed indovinò il tiro dell’anno, facendoci un gol da una distanza notevole. La Sampdoria era in vantaggio uno a zero. Le cose si rimisero a posto quando, verso la fine del primo tempo pareggiammo con Oscar “Flipper” Damiani. Il secondo tempo fu invece una girandola di emozioni; con Pruzzo che prima si fa parare un rigore e poi ci fa vincere con uno splendido colpo di testa.

La foto del gol di quel derby è stata esposta per una dozzina di anni in un bar vicino a Boccadasse. Ed io per tutti quegli anni, ogni volta che passavo da quelle parti, mi fermavo a prendere un caffè o un aperitivo in quel locale. A volte rischiavo anche la multa e lasciavo la macchina in doppia fila, tale era la voglia di rivedere la scena e di rivivere quell’emozione. Mi gustavo l’espresso o il mio mojito, e contemplavo la scena di quello splendido gol. Guardavo la foto ed ogni volta mi dicevo che c’era qualcosa di impressionante in quell’azione. Roberto Pruzzo, atleta che definirei di statura normale (provo ad indovinare e dico un metro e settantacinque/settantasette d’altezza), che salta più in alto di tutti (di almeno mezzo metro rispetto al portiere e di una trentina di centimetri rispetto al difensore doriano) e insacca spietatamente proprio sotto la gradinata “di quelli lì”. Nella mia vita ho avuto la fortuna ed il piacere di visitare più volte la National Gallery, il Louvre, il Rijksmuseum, il Prado, Brera, gli Uffizi ed i Musei Vaticani. Per contemplare alcuni tipici temi medievali, rinascimentali e barocchi, come ” Il Martirio di San Sebastiano” e “L’Adorazione dei Magi”, i musei e le pinacoteche vanno benissimo. Ma se devo pensare ad un’opera d’arte che sintetizza “L’Elevazione dell’Uomo”, allora mi viene in mente la foto di Pruzzo che segna nel derby, esposta per anni in quel bar di Boccadasse.

Il Derby di Branco. Novembre ’90

Il Luigi Ferraris era appena stato ristrutturato per i campionati mondiali di Italia ’90. Io, fino ad allora, avevo quasi sempre visto i derby dalla Gradinata Nord, a parte un paio di stracittadine che avevo seguito dal settore “distinti”. Invece quell’anno mi mossi troppo tardi e alla fine trovai solo dei posti in tribuna. Così acquistai tre biglietti, per me e per un paio di amici: David e Armando. Era il 25 novembre del 1990, Alla fine di quella stagione i doriani avrebbero vinto il loro primo ed unico scudetto e si sentivano un’invincibile armata, una specie di corazzata che ci avrebbe spazzato via senza troppa fatica. Insomma per loro quella partita sarebbe stato un po’ come il gioco del gatto col topo. E loro, presuntuosamente, ci avevano già attribuito il ruolo del topo. I genoani un po’ “datati” ricorderanno sicuramente una nostra canzone dell’epoca in cui, a posteriori, ci beffavamo di quella loro arroganza. Arroganza per cui erano arrivati a sbilanciarsi sul numero incredibile di gol che ci avrebbero rifilato: “Quattro a zero, cinque a zero, scommettevano sui gol. Ma finita la partita si sentiva dalla Nord…”.

Io uscii di casa per andare a quel derby e incontrai un ex-compagno di scuola doriano: aveva il sorriso tronfio e arrogante di chi sa di essere favorito. “Guarda, che oggi vinciamo”, gli dissi. E ricordo che lui mi rispose: “Ma come fate a vincere? Noi abbiamo Vialli e Mancini. Voi avete Eranio e Torrente: dei giocatori che sarebbero la rovina di qualunque squadra”. Mi ricordai del suo particolare riferimento ad Eranio, proprio in tribuna, quando vidi il nostro Stefano fare un numero in mezzo a tre avversari ed infilare la loro porta, proprio sotto la gradinata dei blucerchiati. Allora mi ritornò in mente il mio ex-compagno di scuola e pensai “Eranio è sì la rovina, ma della tua squadra e non di una qualunque”. Poi, nel secondo tempo, ancora sotto la sud, rigore per la Sampdoria. Tanto per confermare la strofa immediatamente successiva della canzone che ho appena citato: “Luca Vialli e Bobby gol segnan solo su rigor”. Ed infatti quel giorno Vialli segnò al quarantanovesimo, ma solo su rigore. E arriviamo al 74′ e alla mitica punizione del brasiliano che tirava bombe da lontano. Punizione a nostro favore, leggero colpo di tacco all’indietro di non ricordo chi (Carlos Aguilera o Bortolazzi) e Claudio Ibrahim Branco che scarica, sotto la Nord, un tiro che sarà immortalato e riprodotto in migliaia di cartoline per gli auguri di Natale da inviare ad amici e parenti, e soprattutto ai “cugini”. Iniziando così una tradizione che sarà ripresa in anni recenti nel derby “prenatalizio” di Milito vinto tre a zero, e nel successivo, con marcatori diversi ma con identico risultato. Al momento del tiro di Branco, essendo in tribuna, avevo spostato il mio sguardo a sinistra, verso la Nord, e fu allora che, su quella immaginaria linea diagonale fra me e la porta, a meno di un metro da me, notai l’espressione ridente ed estasiata di Tullio Solenghi.

Mi capita a volte che il sentire un profumo o un odore particolare mi riporti indietro nel tempo, ad un situazione lontana negli anni, in cui avevo vissuto lo stesso tipo di sensazione olfattiva. Per esempio, il fatto di sentire l’odore di legna bruciata mi riporta spesso a quand’ero bambino, quando nella casa delle vacanze, sul Monte Beigua, bruciavamo la carbonella per fare la carne alla griglia.
E da quel Sampdoria-Genoa vinto due a uno, mi succede qualcosa di analogo, però a livello visivo, col noto attore e comico, genovese e genoano, Tullio Solenghi. È qualcosa di strano e piacevole al tempo stesso: vedo il suo volto, durante uno monologo alla TV, o in una scenetta di repertorio del trio Lopez, Solenghi e Marchesini e, appena lo vedo, riavvolgo il nastro del derby del 1990; così, in uno strano flashback, rivivo ancora la magica traiettoria della “bomba” di Branco.

Il derby di Mauro Boselli. Maggio 2011

In realtà mi risulta impossibile pensare al derby di Boselli, giocato al ritorno senza pensare a quello di andata, con gol di Rafinha. Per i tifosi delle cosiddette grandi, una stagione è degna di essere ricordata solo se caratterizzata dalla vittoria di uno o più trofei, possibilmente tre, come è successo all’Inter che grazie a Milito ha vinto Scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Italia. Anche a me, in quanto genoano, piacerebbe vincere un campionato, anche perché vorrebbe dire conquistare l’agognata stella. Ma, nell’attesa di questo chimerico e catarchico evento, riesco ad accontentarmi delle soddisfazioni calcistiche che anche un campionato tutto sommato modesto, come quello di quella stagione, può riservare. E così, a mio parere, il campionato 2010-2011 del Grifo potrà essere ricordato per due partite che rimarranno eternamente impresse nella memoria del popolo rossoblù. Eterna memoria, sia detto senza retorica. Io non so se i protagonisti di quei derby sono coscienti di essere entrati a far parte perennemente della storia di una città, ma è proprio così. Con la sua gloriosa storia ultracentenaria, le vicende del Genoa vanno dalla fine del diciannovesimo secolo a questi primi decenni del terzo millennio e le gesta dei suoi giocatori sono tramandate di generazione in generazione. Come ho già avuto modo di ricordare, mio padre, per esempio, a distanza di più di 50 anni, soleva ricordarmi il derby del ’57, vinto grazie ad Abbadie, un evento al quale aveva assistito personalmente e che gli era rimasto indelebilmente impresso nella memoria. Rafinha e Boselli forse non lo sanno (o forse sì, perché qualcuno nel frattempo glielo avrà spiegato) ma fra 50 anni saranno il tema e l’oggetto di molti racconti di nonni e papà genoani ai loro figli o ai loro nipotini. Negli anni a venire a Genova si parlerà del “Derby di Rafinha” e del “Derby di Boselli” per indicare un’epoca, così come si parla dell’Inghilterra vittoriana o dell’Italia giolittiana.

Quella del brasiliano all’inizio sembrava una stracittadina stregata, con due traverse nei primi 45 minuti (una di Rodrigo Palacio e l’altra di Marco Rossi). Insomma, sembrava proprio che la palla non ne volesse sapere di entrare. Ma poi Márcio Rafael Ferreira de Souza, in arte Rafinha, ha giustamente deciso di metterci lo zampino. Forse si sarà ricordato del suo connazionale e predecessore, Cláudio Ibrahim Vaz Leal, vulgo Branco, altro brasiliano che tirava bombe da lontano e che, come abbiamo appena ricordato, aveva sfondato quella stessa porta blucerchiata una ventina di anni prima. Così il nostro ha raccolto un passaggio di Palacio, ha fatto qualche metro verso la porta e poi ha gonfiato la rete tirando un bolide da quasi trenta metri che, per citare un telecronista, “ha acceso la Lanterna e illuminato il derby”. Il brasileiro che balla festoso la samba intorno alla bandierina del corner da un lato del campo e l’espressione imperturbabile del nostro allenatore (affettuosamente soprannominato “Zio Balla”) dal lato opposto: questa sarà l’immagine di quella partita per i posteri.

Ma il secondo derby, quello del ritorno, forse è stato anche meglio. Credo che qualsiasi tifoso di una città in cui ci siano almeno due squadre cittadine possa facilmente comprenderlo. È il derby che ogni supporter sogna da una vita, il desiderio più profondo di chiunque, in qualsiasi angolo del pianeta, provi una sana, profonda e incontestabile avversione per l’altra compagine della propria città. E allora ripercorriamo rapidamente la dinamica di questo piacevolissimo evento: iniziale vantaggio del Genoa sul finire del primo tempo, grazie ad un gol di Floro Flores, proprio sotto il settore degli sgraditi ospiti. Pareggio della Sampdoria intorno alla metà del secondo tempo, anche grazie ad un errore maldestro del nostro portiere e, infine, vittoria con gol decisivo al sesto minuto di recupero, dicasi minuto novantasei (c’è chi parla di minuto 97) Antonelli recupera insperabilmente una palla destinata ad uscire, sul successivo rilancio dell’avversario la palla arriva nel nostro centrocampo. Lancio di Milanetto, in verticale verso la porta nemica e San Mauro Boselli da Baires che, sul limite dell’area e con le spalle alla porta, controlla di destro, si gira repentinamente prendendo alla sprovvista il difensore blucerchiato (mi pare fosse Lucchini), colpisce di sinistro di prima intenzione e infila il portiere sul suo lato destro. Un gol che, come la ciliegina sulla torta, condannerà gli odiati rivali alla retrocessione in serie B.

Tra l’altro, a Genova abbiamo la memoria lunga, e nessuno si era scordato che quasi una quarantina di anni prima la Sampdoria aveva pareggiato un derby all’ultimo minuto, con una rovesciata provvidenziale tanto quanto improbabile, di Mario Maraschi. Si dice che la vendetta è un piatto che va servito freddo. Allora il piatto di Boselli, servito a distanza di 37 anni, più che freddo è stato glaciale, anzi letale.

All’inizio di questo mio articolo ho detto che la scelta di rievocare la vittoria in un derby dipende, o può dipendere, dall’appartenenza ad una determinata generazione. Concludo dicendo che, a mio parere, il derby di Boselli mette d’accordo tutti: Grifoni grandi e piccini. San Mauro da Baires non si discute.

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