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Il Calcio Racconta

3 dicembre 1906: la fondazione del Torino. Una storia che, in parte, ha radici svizzere

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – A mio parere, il contributo degli svizzeri alla fondazione del Torino F.C. è in qualche modo legato ai secolari rapporti che la comunità elvetica ha stabilito con l’antica capitale sabauda. Gli svizzeri erano presenti a Torino in misura notevole sin dal secolo XVII. Essi facevano, infatti, parte della Guardia Reale.

In quello stesso periodo, altre categorie sociali di svizzeri erano presenti in questa città del Piemonte: quelle dei tagliatori di pietra, degli stuccatori e degli artigiani edili, provenienti principalmente dal Canton Ticino. L’inizio del XIX secolo, invece, è caratterizzato dall’arrivo di uomini d’affari della città di Calvino: Jean de Fernex, già attivo a Torino in qualità di banchiere, a partire dal 1825, e che aveva fondato una società che appunto portava il suo nome, ‘La Jean de Fernex et Associés’ e poi, ancora, Pierre de Fernex che, nel 1847, sarà tra i fondatori della Banca di Torino. I de Fernex nella loro attività erano stati, per così dire, accompagnati da altri colleghi svizzeri come, per esempio i Geisser, di San Gallo, e i Kuster, famiglia di origini alsaziane e bernesi.

In seguito, nella seconda metà del secolo XIX, sarà la volta degli imprenditori svizzeri specializzati nella lavorazione del cotone: Abegg, Lumann, Büchi, De Planta, Wild, Ajmone-Marsan, Dick (quest’ultimo, che fu prima presidente della Juventus e poi fondatore del Torino, era in realtà specializzato nella produzione di calzature).

Gli svizzeri erano presenti anche in un altro settore industriale emergente. Anzi, ad essere precisi, sono stati gli iniziatori di una nuova attività industriale tout court: la produzione della birra. Giacomo Bosio, svizzero originario dell’Engadina (di Schanf) comincerà la sua attività nel 1831, inizialmente come gerente di una birreria e poi, nel 1845, passerà alla produzione vera e propria di questa bevanda, per lasciare in seguito la gestione dello stabilimento, da lui creato, ai suoi discendenti: Augusto e Pietro Bosio e Simone Caratsch. Nello stesso settore, un’altra famiglia, originaria dei Grigioni, si metterà in evidenza a Torino con la propria attività imprenditoriale: i Boringhieri (originari di Zuoz). Andrea Boringhieri sarà, in effetti, un altro uomo d’affari svizzero che investirà dei capitali nella produzione di birra.

Ma, nei decenni successivi, la sua famiglia è divenuta celebre per un’attività economica e culturale completamente differente: la creazione di una casa editrice stimata e apprezzata, per la pubblicazione di opere scientifiche di alta qualità. Casa editrice che, nel corso degli anni, ha vissuto una serie di passaggi di proprietà, e che esiste ancora ai giorni nostri con il nome di ‘Bollati e Boringhieri Editore’.

Una tale presenza elvetica, in così tanti settori della cultura, della finanza e dell’economia, porterà dunque alla creazione, nel 1882, del Circolo Svizzero di Torino. Qualche anno dopo, nel 1887, uno di questi svizzeri, o meglio un italiano di origine svizzera, introdurrà il gioco del calcio nella capitale piemontese. Mi riferisco a Edward Johan Peter Bosio, nato a Zuoz[1], nel novembre del 1864 e deceduto a Davos, il 31 luglio del 1927. Secondo la ricostruzione storica di alcuni studiosi, il giovane torinese di origini svizzere si reca in Inghilterra per motivi professionali[2].

Di ritorno in Italia, porterà con sé un pallone di football e comincerà a coinvolgere gli appassionati di questo sport a Torino, sotto le insegne del Torino Football and Cricket Club (la rete di appassionati di calcio, a lui collegata, era soprattutto formata dai collaboratori britannici della società inglese per cui lavorava). Negli anni successivi, grazie all’interesse e alla partecipazione di giovani appartenenti alla nobiltà torinese, altre squadre di calcio inizieranno la loro attività, per esempio l’Internazionale Torino, nel 1891, e il F.C. Torinese nel 1894. E furono proprio alcuni appartenenti a questa società, insieme ad una serie di ex soci della Juventus, guidati da Alfred Dick a fondare il Torino.

Alfred Dick, svizzero di Yverdon-les-Bains, ex-presidente della Juventus, con il quale i bianconeri vinsero il loro primo campionato nel 1905 e figura guida nella storia del Torino F.C. Illustrazione di Stefano Scagni.

Secondo alcuni specialisti della storia del calcio a Torino, i motivi che portarono Dick a rompere con la Juventus erano in qualche modo problemi legati a differenze culturali e generazionali. Differenze, cioè, tra i giovani giocatori di un liceo italiano ed il padre di famiglia ed imprenditore svizzero, originario di Yverdon-les-Bains. Secondo un’altra interpretazione, invece, il problema del clima all’interno della Juventus, in quegli anni, era stato determinato piuttosto da un conflitto tra una corrente italiana, che già prefigurava il professionismo, ed un gruppo svizzero che ancora incarnava lo spirito amatoriale dei pionieri. Comunque, sia quel che sia, la sera del 3 dicembre 1906, il Torino Football Club sarà fondato in una birreria della capitale piemontese, la Birreria Voigt, grazie alla partecipazione di un buon numero di ex giocatori della F.C. Torinese e della Juventus[3].

Alla riunione di fondazione era presente una ventina di persone, tra le quali figuravano numerose personalità svizzere, come lo stesso Alfred Dick, che si può forse considerare il “padre fondatore”. Insieme a lui troviamo Eugène de Fernex, iniziatore del calcio a Torino, parente del Genoano Henri Dapples, e appartenente ad una famiglia di cui si è già sottolineato il ruolo storico.

C’era poi una serie di giocatori che ai tempi erano considerati di alto livello, come l’ex calciatore della Juventus e della nazionale Svizzera, Friedrich Bollinger, ed un altro titolare di quella stessa nazionale, come Hans Kämpfer. Inoltre, due giorni dopo lo svolgimento di questa riunione, un altro svizzero ancora, Hans Schönbrod, assente il giorno della fondazione ma che, evidentemente, aveva condiviso l’idea di creare un nuovo club di football, sarà eletto presidente del Torino[4]. Prima di iniziare questa nuova carriera con la società granata, Hans Schönbrod aveva giocato come centrocampista (con caratteristiche d’interdizione) nel Football Club Torinese.

Appare quindi evidente che la presenza elvetica tra le fila del Torino fu decisamente notevole, almeno nei primi anni di vita. E non è un caso che i primi due presidenti nella storia del club furono due degli svizzeri che abbiamo appena citato, Hans Schönbrod, nella stagione 1906-1907, e Alfred Dick nella stagione seguente, 1907-1908. Inoltre, Carl Dick, figlio di Alfred, fu eletto vice-presidente. Sembrerebbe che Alfred Dick fosse un tifoso del Servette. Ed è per questo che, nella riunione di fondazione, propose agli altri soci del club torinese di adottare gli stessi colori sociali della squadra ginevrina[5].

Il Torino F.C. nel 1907. Foto che comprende molti svizzeri: Bollinger, il presidente Schönbrod,  Kämpfer, Jacquet, Streule et De Fernex. (Archivio  Fondazione Genoa).

Ma fu soprattutto sul terreno di gioco che la presenza svizzera si rivelò straordinaria. Tra il 1907 ed il 1915, ventisette giocatori stranieri fecero parte di questa squadra torinese. E, in questo gruppo di giocatori stranieri, il numero di svizzeri si avvicinava alla ventina, i pochi restanti erano tedeschi o britannici. Tra i diciannove giocatori svizzeri possiamo citare: Karl Ardenz, Humbert, Zobrist, Enrico Bauchmann, Adolfo Bauchmann, Friedrich Bollinger, Hitzler, Jacques  Michel, Alfred Jacquet, Hans Kämpfer, Georges Lang, Walter Streule, Eugène De Fernex, Oscar Engler, Oscar Frey, Alfred Rubli, Heinrich Müller.

Nella prima stagione, quella del 1907, che vedrà il Torino vincere i primi due derby contro la Juventus[6], c’era già una notevole presenza di elvetici: Jacques Michel, Eugène de Fernex, Alfred Jaquet, Walter Streule, e Hans Kämpfer. Parlando di Friedrich Böllinger è importante sottolineare che questo giocatore basilese sarà il capitano della squadra granata. Giocatore elegante, e dotato di eccellenti capacità atletiche, Böllinger, giocherà nel Torino per sette stagioni di seguito, dal 1907 al 1914. Prima di arrivare a Torino, nel 1904, aveva giocato per la squadra basilese degli Old Boys Basel e, nel 1914, terminata la sua carriera italiana, farà ritorno in Svizzera per andare a giocare in un’altra squadra di quella stessa città: il Nordstern Basel. Jacques Michel, invece, fece il suo esordio il 31 gennaio 1907, in occasione di un match giocato tra Torino e Juventus, finito 2 a 1 a favore dei granata. Era un giocatore che aveva il ruolo di centrocampista offensivo o di vero e proprio attaccante. In quello stesso derby del gennaio 1907, un altro giocatore svizzero fece la sua prima apparizione tra le file del Torino: Alfred Jaquet. Nei libri che parlano della storia di questa gloriosa società torinese, Jacquet è presentato come un giocatore rapido, che si lanciava spesso sulla fascia sinistra del campo, per poi cercare la penetrazione nell’area avversaria.

Di questa generazione di giocatori elvetici fanno parte anche Streule e Kämpfer. Walter Streule, nato a Zurigo, l’11 agosto 1882, era un dipendente della ditta di Alfred Dick. Era un giocatore che aveva già giocato nella Juventus, e che seguì il suo principale nel processo di fondazione del Torino.

Hans Kämpfer era, anche lui, un dipendente della società di Alfred Dick. Attaccante molto efficace davanti alla porta, era stato capace di segnare sette gol in cinque partite. E, per la gioia dei tifosi granata, la maggior parte di questi gol fu segnata nei primi due derby prima citati. Per essere più precisi, Kämpfer fece un gol nel derby d’andata e quattro gol nel derby di ritorno. Terminata la sua avventura nel campionato italiano, Kämpfer fece ritorno in Svizzera per andare a giocare nello Young Boys di Berna. Questo giocatore può vantare un buon numero di presenze nella nazionale rossocrociata: Francia-Svizzera 1-0, giocata a Parigi, il 12 febbraio del 1905; Svizzera-Francia 1-2, giocata a Ginevra, l’8 marzo del 1908; Svizzera-Germania 5-3, giocata a Basilea, il 5 aprile del 1908; e Svizzera-Inghilterra 0-9, giocata a Basilea, il 5 maggio del 1909. Nella partita Svizzera-Germania 5-3, Kämpfer figura tra i marcatori: sarà infatti autore del primo gol, segnato al 21’ e dell’ultimo, realizzato all’89’.

C’è una foto molto bella, presa al Parc des Sports, di Ginevra, in occasione del match precedente, quello giocato contro la Francia l’8 marzo 1908, in cui si può vedere la formazione elvetica che scese in campo quel giorno, e dove si può notare Hans Kämpfer vicino a Georges Lang e Daniel Hug (giocatore basilese che nel 1908 arrivò al Genoa). Daniel Hug è nella fila seduto in basso, Hans Kämpfer in piedi, di sopra, e alla sua destra Georges Lang.

La squadra nazionale svizzera del 1908. La foto è stata scattata in occasione di un match a Ginevra contro la Francia. Daniel Hug, ultimo seduto a destra, passerà dal Basilea al Genoa di lì a poco. Gli ultimi due in piedi a destra sono invece Lang e Kämpfer. Georges Lang nel 1909 diventerà un giocatore del Torino mentre Hans Kämpfer aveva fatto parte dei granata torinesi nella stagione precedente. La foto in realtà è una cartolina celebrativa dell’evento.

E in qualità di tifoso rossoblù, che ha stima e rispetto per la squadra del Toro, mi piace concludere questo articolo di omaggio alla storia Granata proprio con questa foto, in cui si vede appunto un giocatore Genoano insieme a due giocatori Torinisti, a testimonianza del fatto che i legami tra queste due gloriose società sono forse ancora più antichi di quanto si possa pensare.

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[1] Secondo altre fonti, questo pioniere del calcio sarebbe nato a Torino. Comunque, aldilà dell’incertezza sul luogo di nascita, tutti gli studiosi di Storia del Calcio concordano sull’origine svizzera di Edoardo Bosio.

[2] Antonio Papa e Guido Panico, ‘Storia Sociale del Calcio in Italia’, Edizioni Il Mulino, 1993, pagina 46.

[3] Franco Ossola e Renato Tavella, Il Romanzo del Grande Torino, Newton Compton Editori, 1994, pagina 14.

[4]  Devo precisare però che secondo altre fonti Hans Schönbrod fu eletto, per acclamazione, il giorno stesso della fondazione.

[5] Si veda Ossola Franco, ‘I campioni che hanno fatto grande il Torino’, Newton Compton, 2015

[6] La partita di andata fu giocata al Velodromo Umberto I di Torino, il 13 gennaio del 1907, calcio di inizio alle 15. Arbitro Pasteur di Genova: Torino-Juventus 2-1; il ritorno fu disputato il 3 febbraio dello stesso anno, nel campo della Piazza d’Armi di Torino, Juventus-Torino 1-4.

 

Classe 1963, genovese e Genoano, laureato alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Genova, con il massimo dei voti. Specializzazione in Scienze dell’Informazione e della Comunicazione Sociale e Interculturale. Vive in Svizzera dal 2004, dove lavora come insegnante. Autore di un racconto, “Nella Tana del Nemico”, inserito nella raccolta dal titolo, “Sotto il Segno del Grifone”, pubblicata nel 2004 dalla Casa editrice Fratelli Frilli; di un libro intitolato “I racconti del Grifo. Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova”, edito nel 2017 dalla Nuova Editrice Genovese; di un lavoro di ricerca storica intitolato "Gli Svizzeri Pionieri del Football Italiano", Urbone Publishing, 2019. È anche autore di numerosi articoli, di carattere sportivo, storico o culturale, pubblicati su differenti blog, siti, riviste e giornali.

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Fiorentina vs Inter… curiosi “incroci”…

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – Fiorentina-Inter del 22 aprile 2017 si è disputata otto giorni dopo il cinquantesimo compleanno di Nicola Berti, che la Beneamata soffiò al Napoli dopo tre stagioni in maglia viola. Evidentemente era destino che dopo le annate a Campo di Marte dovesse legare il suo nome ai nerazzurri, considerato che proprio al Biscione timbrò il primo centro nella massima serie. Era il 3 novembre 1985, circa mezz’ora prima di quella punizione di Maradona entrata nell’immaginario collettivo del calcio italiano. La squadra di Aldo Agroppi rifilò tre reti all’Inter, condannando Ilario Castagner all’ultima sconfitta da tecnico nerazzurro, con l’ex allenatore del Perugia che venne poi sostituito da Mario Corso. Il 3 novembre 1985 il futuro libero nerazzurro Daniel Passarella siglava la prima doppietta ‘italiana’: undici reti in quella stagione, nella quale l’argentino divenne il primo difensore a superare le dieci realizzazioni in un campionato. Nella prima annata in maglia gigliata di Aldo Maldera, il quale realizzò nove reti nel campionato della stella rossonera. Due decenni prima Facchetti si era ‘fermato’ a 10. È facile poi pensare all’unica espulsione di ‘Giacinto Magno’ rimediata proprio di fronte ai gigliati (a Milano), ma forse non tutti sanno che venne allontanato anche in Fiorentina-Inter del 26 febbraio 1995. La rete del definitivo 2 a 2 nacque dagli sviluppi di un calcio di punizione battuto dal viola Di Mauro con la palla in movimento mentre i nerazzurri chiedevano spiegazioni al dirigente di gara. Le proteste portarono all’espulsione del dirigente Facchetti, richiamato all’Inter dal nuovo presidente Massimo Moratti. Aveva sbloccato il match Nicola Berti, all’unica rete a Firenze da avversario.

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Aspettando il “Derby della Lanterna” … sponda blucerchiata

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Maurizio Medulla) – Nella vita puoi amare 1000 donne, cambiare 1000 amici, ma l’amore per la Sampdoria resta unico, insostituibile, a prescindere dai Presidenti e dai giocatori che hanno avuto l’onore di indossare la Maglia della Sampdoria.

Il mio primo ricordo, la mia prima partita, è lontano nel tempo: tanta, tanta gente, gli uomini con la camicia bianca e la cravatta. Si, una volta si andava allo stadio come alla Messa della domenica, si indossava il vestito buono. Era il calcio delle 14.30 alla domenica, era il calcio delle radioline, dello Stock 84, di “mio padre veste da Mauri“, della curvetta con lo striscione del bar Gino, i tifosi dal palato fino. Era il calcio di Beppe, di Tamburino, del Dottore, di Gerardo, di Oreste Parodi e di tanti altri che hanno dato vita nel tempo al tifo organizzato.

Era un calcio diverso, uno sport popolare amato dalla gente e giocato per la gente, vissuto nei bar, nei mercati, nei quartieri. Sampierdarena era il feudo Samp per antonomasia, il bar Roma, Piazza Vittorio Veneto, il cuore battente della Sampdoria.

L’amore per quattro colori, per la Maglia più bella del mondo.

Amare la Sampdoria è qualcosa di particolare, speciale, un filo che ti porta dritto a Lei, qualcosa che senti tuo in ogni giorno della vita. Esiste un legame unico fra squadra, società, tifosi.

Non a caso, una delle frasi più ricordate e citate di Paolo Mantovani è “il patrimonio più grande della Sampdoria sono i suoi tifosi“.

Ogni partita, ogni momento, ogni attimo finisce nell’album dei ricordi, le vittorie come le sconfitte, fotogrammi da rivivere e raccontare col petto in fuori, carico di orgoglio e di passione. Migliaia di storie diverse, aneddoti di anni di calcio che escono dalla logica dei tabellini e dei risultati. Qualcosa che ti appartiene, qualcosa che fa parte della tua famiglia, che è dentro la tua famiglia.

Un credo che riporti, che racconti ai più giovani, una favola meravigliosa da tramandare, una favola fatta di campioni, di una palla che rotola, di una giocata, di un giocatore che ha lasciato il segno, di un pallone che gonfia la rete e di quel campione che abbraccia la Sud, il suo stadio, la sua gente.

Il derby di Genova racchiude tutto amplificato alla ennesima potenza, il derby è la partita che divide una città, non ci sono parenti, amici familiari, esiste solo il senso di appartenenza con la tua gradinata, con la tua sciarpa al collo, con quei colori che rappresentano tutto, una storia, una vita.

L’amico Federico (Baranello) mi ha chiesto tre partite, tre derby, tre momenti, ne ho scelto uno che li racchiude tutti. Non ha senso che mi dilungo, potrei parlare di cento partite, di cento storie di questo grande libro.

Non cambia il copione, quello ha pensato di scriverlo tanto tempo fa il Dio del pallone lasciando ai cronisti l’onere di riportarlo ai posteri.

Maggior numero di successi in casa, in trasferta, record di gol segnati, massimo punteggio in una stracittadina, Monzeglio raggiante per la gioia dei nostri nonni, Spinelli sotto la Nord con una montagna di carta igienica a fare da contorno. Ricordo tutto, anche il gol di Branco presagio di uno scudetto dal sapore dolce, ricordo i tre gol di Milito, ma quanti dolci ricordi ho a tinte blucerchiate??

Solo il pensiero mi fa sorridere e pensare a quanto è bello essere doriano, quindi ho scelto una partita fatta di umili calciatori e non di campioni, di umili manovali del pallone, nessun top player solo undici uomini che vestono la maglia più bella del mondo, ma un unico copione, sempre lo stesso da 73 anni.

VINTO, VISTO, VISSUTO.

XXVI giornata 16 marzo 1980 – Sampdoria 3 – Genoa 2.

Sampdoria: Garella, Logozzo, Romei, Ferroni, Talami, Pezzella, Genzano, Orlandi, Sartori, Roselli, Chiorri (89’ De Giorgis). Allenatore Toneatto.

Genoa: Girardi, Gorin, Odorizzi (74’ Boito), De Giovanni, Onofri, Nela, Manueli, Manfrin, Russo, Giovanelli, Tacchi. Allenatore Di Marzio.

Arbitro, Michelotti Alberto di Parma.

Stadio stracolmo, 48.000 spettatori di 38.422 paganti e 4.623 abbonati per lire 184.698.000 di incasso, più lire 12.698.000 di quota abbonamenti. Incidente ad Odorizzi al setto nasale con abbandono del campo. Ammoniti per scorrettezze Odorizzi, Roselli e Talami, Sartori per proteste, Manfrin e l’allenatore blucerchiato Toneatto per comportamento non regolamentare. Controllo antidoping per Genzano, Romei, Chiorri, Girardi, Odoricchi e Tacchi.

Due volte in svantaggio la Sampdoria ha saputo due volte pareggiare e rovesciando clamorosamente la situazione, aggiudicarsi il quarantesimo derby della lanterna, che potrebbe passare alla storia con il nome di Girardi, palesemente stordito per tutto il chiasso fatto nei giorni scorsi per il collegamento della sua persona con lo scandalo delle scommesse clandestine, dove è risultato palesemente colpevole sul primo e sul terzo gol.

Foto Ultrastito.com

La partita è stata combattuta, avvincente ed anche un pò pazza, per noi sampdoriani una meraviglia.

Sampdoria a piccoli passi, il Genoa a folate, tenuto lontano Ferroni da Manueli e Romei da Odorizzi, ai blucerchiati veniva a mancare la forza di rovesciare il fronte in poche battute, a centrocampo bene Genzano e male Manfrin, Gorin in giornata eccezionale era una spina nel fianco anche se doveva contrastare il temutissimo Chiorri.

La Samp si getta in pressing e al minuto 7’ un gran tiro di Orlandi va a sbattere su un braccio di Odorizzi, assordante boato da parte doriana, ma Michelotti fa proseguire. Subito dopo si fa largo il Genoa con un gran tiro di Giovannelli e con Russo, due tiri che finiscono non distanti dalla porta difesa da Garella.

Al minuto 21’ il gol di apertura del Genoa, fallo di Pezzella su Odorizzi, punizione di Tacchi rimessa in area, il pallone passa fra molte gambe ma a destra incontra il piede rabbioso di Gorin, Genoa in vantaggio.

Ancora il Genoa al 28’ ma sul capovolgimento di fronte lungo cross di Orlandi in area, svetta Sartori che devia in porta con un Girardi immobile. Ora tocca alla sud fare festa.

Capovolgimenti di fronte continui portano le contendenti alla fine del primo tempo, gli spettatori neutrali non si sono annoiati.

La ripresa riprende con lo stesso standard del primo tempo, subito De Giovanni con una bordata da 25 metri sventata in angolo da Garella, al 51’ il Genoa ripassa in vantaggio. Manueli crossa lungo, tocco di testa di Russo che allunga irrompe Giovanelli che controlla e insacca.

Lo svantaggio della Sampdoria dura otto minuti, batti e ribatti al limite dopo una punizione di Roselli, dal limite arriva Genzano che al volo insacca sotto la nord.

Il Genoa accusa il colpo e la Sampdoria ne approfitta, al 65’ fallo al limite di Onofri su Genzano, sulla palla Orlandi che tocca per Roselli che tira una rasoiata che Girardi tocca ma non riesce a trattenere.

Esplode lo stadio, esplodo io, mi ritrovo capovolto ad abbracciare ragazzi come me, un unico grido che sale al cielo e fa tremare i vetri del quartiere di Marassi.

La partita finisce li e la festa inizia in campo e termina a De Ferrari. Mantovani euforico in tribuna e tutti i tifosi sono con lui.

La Samp vince il quarantesimo derby, la storia si ripete, bandiere al vento, brucio il cicalino della vespa nel tornare a casa, corso de Stefanis è un serpentone di due ruote con le bandiere blucerchiate che ricoprono l’asfalto, sono felice, una gioia enorme. Alla sera seguo novantesimo minuto, la domenica sportiva e quelle immagini su TVS, emittente locale che dalla tribuna mi riportano un Paolo Mantovani raggiante, con quel “e ora non passan piu” scolpito sui gradoni del vecchio Ferraris.

Il giorno dopo, un lunedì meno faticoso del solito, mi aspettano i colleghi, parte il menaggio, quello che a Genova vivi tutti i giorni, quello che permette di fare la cartolina di Natale con lo sfottò di turno, fino al prossimo derby che sarà una nuova storia, un nuovo capitolo che solo chi è genovese può capire, il nuovo capitolo di un meraviglioso libro a tinte rossoblucerchiate.

Il mio derby è questo, il derby di ogni genovese è questo. Qualcosa che vivi 365 giorni nell’anno solare, qualcosa che si identifica due volte l’anno in quella giornata, in quella coreografia in quel risultato sportivo.

Sono fortunato, e me lo dico sempre, sono fortunato perché sono nato SAMPDORIANO, perché non basterebbero due vite per esserci davanti, nel loro miglior risultato del dopoguerra col quarto posto del 1990/91, noi vinciamo uno scudetto che ne vale 50 della Juventus.

Nei nostri 73 anni di storia, solo 13 volte siamo stati dietro, solo 13 volte abbiamo dovuto dire … pazienza.

Mai stati in serie C, vi sembra poco??

Sono fortunato, sono nato SAMPDORIANO !!!

 

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Aspettando il “Derby della Lanterna”… sponda Rossoblù

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – La scelta di proporre tre derby vinti dal Genoa è inevitabilmente legata ad alcuni criteri soggettivi. E nel farla entrano in gioco diversi fattori, quali l’appartenenza ad una generazione, avere condiviso la vittoria con una persona cara, ed una serie di altre variabili. Così, in questa scelta sono costretto in qualche modo a pagare dei costi, rinunciando a rievocare partite mitiche, come per esempio la vittoria del Grifo negli anni Settanta, con doppietta di Oscar Damiani, ed una leggendaria vittoria legata a Milito, che di gol in un derby ne fece ben tre. Io, invece, ho deciso di ricordare le stracittadine di Pruzzo, di Branco e del grande Boselli. Però, prima di entrare nel merito di quelle vicende, in pieno spirito derby, vorrei fare due premesse polemiche.

I rivali amano a volte ricordare i trascorsi dei loro “antenati”. È una cosa che non fanno però in tema di derby della Lanterna perché, in quel caso, il computo complessivo delle vittorie sarebbe a nostro vantaggio. Mi preme quindi ricordare che il primo incontro tra Genoa e Sampierdarenese, in un preliminare di campionato, nel 1899, finì 7 a 0 a nostro favore. Quanto al match tra Genoa e Andrea Doria, del 1902, che è considerato il primo derby ufficiale nella storia calcistica della nostra città, il risultato fu di 3 a 1 a favore di noi rossoblù. La seconda premessa è che i rivali ragionano spesso in termini di “visto, vinto, vissuto”. Secondo questa logica, conterebbe solo ciò a cui si è assistito personalmente. Come se i racconti dei padri o dei nonni non facessero parte del proprio vissuto. Ai tempi del derby che il Genoa vinse 3 a 1 grazie ad Abbadie, nel 1957, io non ero ancora nato, ma quella vittoria fa parte a pieno titolo della mia vita, perché ho il ricordo indelebile della gioia che potevo intuire guardando mio padre, quando rievocava quel mitico incontro. Fatte queste precisazioni, posso quindi passare ai tre derby che ho scelto.

Il derby di Pruzzo del Marzo ’77

Quella stagione per il Grifo fu tutto sommato assai positiva. Con alcune vittorie importanti, come ad esempio il 2 a 1 Firenze, con reti di Pruzzo e Arcoleo. Eravamo partiti bene e si gridava già: “Ci piace di più, Coppa Uefa rossoblù”. Poi, come spesso è successo nella nostra storia recente, le cose presero una piega diversa, e alla fine, se ben ricordo, arrivammo solo undicesimi.
Ma la “chicca delle chicche” di quell’anno è certamente il derby vinto per due reti a uno al ritorno. Le cose non iniziarono bene. Luciano Zecchini, lo stopper capellone della Sampdoria, in teoria avrebbe dovuto avere il suo da fare a marcare il nostro uomo migliore, “O Rey di Crocefieschi”. Invece, dopo pochi minuti, guadagnò una palla apparentemente innocua a centrocampo, avanzò indisturbato di una ventina di metri, verso la porta del Genoa ed indovinò il tiro dell’anno, facendoci un gol da una distanza notevole. La Sampdoria era in vantaggio uno a zero. Le cose si rimisero a posto quando, verso la fine del primo tempo pareggiammo con Oscar “Flipper” Damiani. Il secondo tempo fu invece una girandola di emozioni; con Pruzzo che prima si fa parare un rigore e poi ci fa vincere con uno splendido colpo di testa.

La foto del gol di quel derby è stata esposta per una dozzina di anni in un bar vicino a Boccadasse. Ed io per tutti quegli anni, ogni volta che passavo da quelle parti, mi fermavo a prendere un caffè o un aperitivo in quel locale. A volte rischiavo anche la multa e lasciavo la macchina in doppia fila, tale era la voglia di rivedere la scena e di rivivere quell’emozione. Mi gustavo l’espresso o il mio mojito, e contemplavo la scena di quello splendido gol. Guardavo la foto ed ogni volta mi dicevo che c’era qualcosa di impressionante in quell’azione. Roberto Pruzzo, atleta che definirei di statura normale (provo ad indovinare e dico un metro e settantacinque/settantasette d’altezza), che salta più in alto di tutti (di almeno mezzo metro rispetto al portiere e di una trentina di centimetri rispetto al difensore doriano) e insacca spietatamente proprio sotto la gradinata “di quelli lì”. Nella mia vita ho avuto la fortuna ed il piacere di visitare più volte la National Gallery, il Louvre, il Rijksmuseum, il Prado, Brera, gli Uffizi ed i Musei Vaticani. Per contemplare alcuni tipici temi medievali, rinascimentali e barocchi, come ” Il Martirio di San Sebastiano” e “L’Adorazione dei Magi”, i musei e le pinacoteche vanno benissimo. Ma se devo pensare ad un’opera d’arte che sintetizza “L’Elevazione dell’Uomo”, allora mi viene in mente la foto di Pruzzo che segna nel derby, esposta per anni in quel bar di Boccadasse.

Il Derby di Branco. Novembre ’90

Il Luigi Ferraris era appena stato ristrutturato per i campionati mondiali di Italia ’90. Io, fino ad allora, avevo quasi sempre visto i derby dalla Gradinata Nord, a parte un paio di stracittadine che avevo seguito dal settore “distinti”. Invece quell’anno mi mossi troppo tardi e alla fine trovai solo dei posti in tribuna. Così acquistai tre biglietti, per me e per un paio di amici: David e Armando. Era il 25 novembre del 1990, Alla fine di quella stagione i doriani avrebbero vinto il loro primo ed unico scudetto e si sentivano un’invincibile armata, una specie di corazzata che ci avrebbe spazzato via senza troppa fatica. Insomma per loro quella partita sarebbe stato un po’ come il gioco del gatto col topo. E loro, presuntuosamente, ci avevano già attribuito il ruolo del topo. I genoani un po’ “datati” ricorderanno sicuramente una nostra canzone dell’epoca in cui, a posteriori, ci beffavamo di quella loro arroganza. Arroganza per cui erano arrivati a sbilanciarsi sul numero incredibile di gol che ci avrebbero rifilato: “Quattro a zero, cinque a zero, scommettevano sui gol. Ma finita la partita si sentiva dalla Nord…”.

Io uscii di casa per andare a quel derby e incontrai un ex-compagno di scuola doriano: aveva il sorriso tronfio e arrogante di chi sa di essere favorito. “Guarda, che oggi vinciamo”, gli dissi. E ricordo che lui mi rispose: “Ma come fate a vincere? Noi abbiamo Vialli e Mancini. Voi avete Eranio e Torrente: dei giocatori che sarebbero la rovina di qualunque squadra”. Mi ricordai del suo particolare riferimento ad Eranio, proprio in tribuna, quando vidi il nostro Stefano fare un numero in mezzo a tre avversari ed infilare la loro porta, proprio sotto la gradinata dei blucerchiati. Allora mi ritornò in mente il mio ex-compagno di scuola e pensai “Eranio è sì la rovina, ma della tua squadra e non di una qualunque”. Poi, nel secondo tempo, ancora sotto la sud, rigore per la Sampdoria. Tanto per confermare la strofa immediatamente successiva della canzone che ho appena citato: “Luca Vialli e Bobby gol segnan solo su rigor”. Ed infatti quel giorno Vialli segnò al quarantanovesimo, ma solo su rigore. E arriviamo al 74′ e alla mitica punizione del brasiliano che tirava bombe da lontano. Punizione a nostro favore, leggero colpo di tacco all’indietro di non ricordo chi (Carlos Aguilera o Bortolazzi) e Claudio Ibrahim Branco che scarica, sotto la Nord, un tiro che sarà immortalato e riprodotto in migliaia di cartoline per gli auguri di Natale da inviare ad amici e parenti, e soprattutto ai “cugini”. Iniziando così una tradizione che sarà ripresa in anni recenti nel derby “prenatalizio” di Milito vinto tre a zero, e nel successivo, con marcatori diversi ma con identico risultato. Al momento del tiro di Branco, essendo in tribuna, avevo spostato il mio sguardo a sinistra, verso la Nord, e fu allora che, su quella immaginaria linea diagonale fra me e la porta, a meno di un metro da me, notai l’espressione ridente ed estasiata di Tullio Solenghi.

Mi capita a volte che il sentire un profumo o un odore particolare mi riporti indietro nel tempo, ad un situazione lontana negli anni, in cui avevo vissuto lo stesso tipo di sensazione olfattiva. Per esempio, il fatto di sentire l’odore di legna bruciata mi riporta spesso a quand’ero bambino, quando nella casa delle vacanze, sul Monte Beigua, bruciavamo la carbonella per fare la carne alla griglia.
E da quel Sampdoria-Genoa vinto due a uno, mi succede qualcosa di analogo, però a livello visivo, col noto attore e comico, genovese e genoano, Tullio Solenghi. È qualcosa di strano e piacevole al tempo stesso: vedo il suo volto, durante uno monologo alla TV, o in una scenetta di repertorio del trio Lopez, Solenghi e Marchesini e, appena lo vedo, riavvolgo il nastro del derby del 1990; così, in uno strano flashback, rivivo ancora la magica traiettoria della “bomba” di Branco.

Il derby di Mauro Boselli. Maggio 2011

In realtà mi risulta impossibile pensare al derby di Boselli, giocato al ritorno senza pensare a quello di andata, con gol di Rafinha. Per i tifosi delle cosiddette grandi, una stagione è degna di essere ricordata solo se caratterizzata dalla vittoria di uno o più trofei, possibilmente tre, come è successo all’Inter che grazie a Milito ha vinto Scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Italia. Anche a me, in quanto genoano, piacerebbe vincere un campionato, anche perché vorrebbe dire conquistare l’agognata stella. Ma, nell’attesa di questo chimerico e catarchico evento, riesco ad accontentarmi delle soddisfazioni calcistiche che anche un campionato tutto sommato modesto, come quello di quella stagione, può riservare. E così, a mio parere, il campionato 2010-2011 del Grifo potrà essere ricordato per due partite che rimarranno eternamente impresse nella memoria del popolo rossoblù. Eterna memoria, sia detto senza retorica. Io non so se i protagonisti di quei derby sono coscienti di essere entrati a far parte perennemente della storia di una città, ma è proprio così. Con la sua gloriosa storia ultracentenaria, le vicende del Genoa vanno dalla fine del diciannovesimo secolo a questi primi decenni del terzo millennio e le gesta dei suoi giocatori sono tramandate di generazione in generazione. Come ho già avuto modo di ricordare, mio padre, per esempio, a distanza di più di 50 anni, soleva ricordarmi il derby del ’57, vinto grazie ad Abbadie, un evento al quale aveva assistito personalmente e che gli era rimasto indelebilmente impresso nella memoria. Rafinha e Boselli forse non lo sanno (o forse sì, perché qualcuno nel frattempo glielo avrà spiegato) ma fra 50 anni saranno il tema e l’oggetto di molti racconti di nonni e papà genoani ai loro figli o ai loro nipotini. Negli anni a venire a Genova si parlerà del “Derby di Rafinha” e del “Derby di Boselli” per indicare un’epoca, così come si parla dell’Inghilterra vittoriana o dell’Italia giolittiana.

Quella del brasiliano all’inizio sembrava una stracittadina stregata, con due traverse nei primi 45 minuti (una di Rodrigo Palacio e l’altra di Marco Rossi). Insomma, sembrava proprio che la palla non ne volesse sapere di entrare. Ma poi Márcio Rafael Ferreira de Souza, in arte Rafinha, ha giustamente deciso di metterci lo zampino. Forse si sarà ricordato del suo connazionale e predecessore, Cláudio Ibrahim Vaz Leal, vulgo Branco, altro brasiliano che tirava bombe da lontano e che, come abbiamo appena ricordato, aveva sfondato quella stessa porta blucerchiata una ventina di anni prima. Così il nostro ha raccolto un passaggio di Palacio, ha fatto qualche metro verso la porta e poi ha gonfiato la rete tirando un bolide da quasi trenta metri che, per citare un telecronista, “ha acceso la Lanterna e illuminato il derby”. Il brasileiro che balla festoso la samba intorno alla bandierina del corner da un lato del campo e l’espressione imperturbabile del nostro allenatore (affettuosamente soprannominato “Zio Balla”) dal lato opposto: questa sarà l’immagine di quella partita per i posteri.

Ma il secondo derby, quello del ritorno, forse è stato anche meglio. Credo che qualsiasi tifoso di una città in cui ci siano almeno due squadre cittadine possa facilmente comprenderlo. È il derby che ogni supporter sogna da una vita, il desiderio più profondo di chiunque, in qualsiasi angolo del pianeta, provi una sana, profonda e incontestabile avversione per l’altra compagine della propria città. E allora ripercorriamo rapidamente la dinamica di questo piacevolissimo evento: iniziale vantaggio del Genoa sul finire del primo tempo, grazie ad un gol di Floro Flores, proprio sotto il settore degli sgraditi ospiti. Pareggio della Sampdoria intorno alla metà del secondo tempo, anche grazie ad un errore maldestro del nostro portiere e, infine, vittoria con gol decisivo al sesto minuto di recupero, dicasi minuto novantasei (c’è chi parla di minuto 97) Antonelli recupera insperabilmente una palla destinata ad uscire, sul successivo rilancio dell’avversario la palla arriva nel nostro centrocampo. Lancio di Milanetto, in verticale verso la porta nemica e San Mauro Boselli da Baires che, sul limite dell’area e con le spalle alla porta, controlla di destro, si gira repentinamente prendendo alla sprovvista il difensore blucerchiato (mi pare fosse Lucchini), colpisce di sinistro di prima intenzione e infila il portiere sul suo lato destro. Un gol che, come la ciliegina sulla torta, condannerà gli odiati rivali alla retrocessione in serie B.

Tra l’altro, a Genova abbiamo la memoria lunga, e nessuno si era scordato che quasi una quarantina di anni prima la Sampdoria aveva pareggiato un derby all’ultimo minuto, con una rovesciata provvidenziale tanto quanto improbabile, di Mario Maraschi. Si dice che la vendetta è un piatto che va servito freddo. Allora il piatto di Boselli, servito a distanza di 37 anni, più che freddo è stato glaciale, anzi letale.

All’inizio di questo mio articolo ho detto che la scelta di rievocare la vittoria in un derby dipende, o può dipendere, dall’appartenenza ad una determinata generazione. Concludo dicendo che, a mio parere, il derby di Boselli mette d’accordo tutti: Grifoni grandi e piccini. San Mauro da Baires non si discute.

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